LA STELLA DI NATALE (di Boris Pasternak)

Introduciamo la poesia con la versione originale di una famosissima canzone di Natale. Una delle canzoni di natale più famose viene chiamata Carol of the bells, o Bells carol, o Carola delle campane. In genere è cantata in inglese, ma è la canzone ucraina Scedrik (rondinella) composta un secolo fa su una base popolare contadina dal bravissimo compositore russo-ucraino Nikolaj Dmitrievič Leontovič, ucciso negli anni ’20 con un colpo di pistola da un agente della ceka, la polizia politica sovietica leninista.

LA STELLA DI NATALE

Era pieno inverno.
Soffiava il vento della steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
Sul pendio della collina.

L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.

Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.

Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
e recinti e pietre tombali
e stanghe di carri confitte nella neve,
e sul cimitero il cielo tutto stellato.

E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d’un lucignolo
alla finestrella d’un capanno,
traluceva una stella sulla strada di Betlemme.

…

Per quella stessa via, per le stesse contrade
degli angeli andavano, mescolati alla folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.

Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
E a loro, “chi siete? ” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
siamo venuti a cantare lodi a voi due”.
“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.

Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell’abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.

Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.

Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
come un raggio di luna dentro un albero cavo.
Invece di calde pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari d’un bue.

I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla
Sussurravano, trovando a stento le parole.
A un tratto qualcuno, nell’oscurità,
con una mano scostò un poco a sinistra
dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
alla Vergine guardava la stella di Natale.

(Boris Pasternak)

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BUON NATALE

a tutti voi da Ecoantroposophia.it

IL GUERRIERO E LO ZEN

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Porto nell’immaginario Presepe di Eco un piccolo dono senz’altro stravagante. Ma che volete farci: non è colpa vostra. Riprendo un vecchio articolo breve che trattava di uno stile di vita poco conosciuto in Occidente, ovvero del Bushidô, cioè del portato interiore ed esteriore del guerriero nipponico. Tento un modesto approfondimento del legame tra il combattente tradizionale e quella tersa, essenziale ascesi che è conosciuta con il nome di Zen, e non me ne vogliate se mi permetto qui di dire qualcosa su di un fenomeno, conosciuto anche nel passato europeo (penso ai Templari, monaci guerrieri) ma che in Giappone è stato un fatto unico, durato il tempo di divenire quasi la spina dorsale di una cultura complessa e che, per certi versi, si è estinto abbastanza recentemente.

Di cosa sto parlando? Dell’anima guerriera, divenuta inconcepibile nei nostri poco luminosi giorni, sfrattata dai luoghi comuni dei molti “maître à penser” contemporanei che l’hanno portata al biasimo collettivo o persino al disprezzo e all’orrore (mi sovviene l’irrisione degli straccioni brechtiani verso gli eroi).

Dell’anima guerriera che incontra felicemente lo Zen.

Nel XII secolo la nobiltà guerriera delle province con i vassalli, costituiti da bushi (guerrieri) o samurai, si affermò sulla nobiltà di corte e impose il costume virile e marziale che manterrà tali caratteristiche sino al XIX secolo.

Al contempo cresceva e si affermava la corrente buddhistica dello zen, altrettanto severa e virile nella disciplina ascetica, libera da speculazioni dottrinarie e da ritualismi.

L’incontro fu spontaneo: il tipo guerriero trovò nello zen un percorso interiore congeniale alla sua natura, d’altra parte lo zen trovò tra i samurai, più che in altre classi sociali, individui disciplinati nel “tirare avanti diritti, senza voltarsi indietro e senza porsi alcun problema”.

Da allora lo zen divenne in prevalenza la via interiore del samurai: il bushi, abbracciando lo zen, diede come risultato, un carattere unico e irripetibile nella storia del genere umano.

Nel periodo Kamakura (e nel successivo, detto degli Ashikaga), allo spirito giapponese si offrirono due strade: la via del monaco e la via del guerriero (di fatto, pure l’occidente ebbe una stagione simile). Poi la seconda, se non finiva precocemente con la morte in battaglia, confluiva naturalmente nella prima: i grandi guerrieri si ritiravano nei monasteri, terminando la vita in meditazione e contemplazione.

In tempi (secoli) di continue guerre, il bushi dal monacale cranio rasato, assai spesso continuava a servire il proprio signore, mentre anche i monaci armati (come i “cavalieri della montagna” della setta Tendai) guerreggiavano per proprio conto.

A questo punto il lettore può chiedersi dove fosse finita la compassione e l’amore universale che sono ancora la bella bandiera del buddhismo.

Allora andrebbe chiarita l’esistenza di un buddhismo popolare, devoto e religioso e lì accanto il più impercepito ramo del buddhismo iniziatico e reintegrativo. Lo zen, in quanto dottrina jiriki (il “fare da sè” senza appoggi esterni, sensibili o metafisici), appartiene al buddhismo operativo.

Il buddhismo originario (e in ciò Evola non ha torto) fu prevalentemente dottrina di classi guerriere: l’ascesi richiede un animo kshatriya (forse che ora sia del tutto diverso?). Il Buddha storico fu di stirpe regale e anche il grande Bodhidharma, secondo le leggende, fu di stirpe regale: giunto in Cina, insieme agli insegnamenti del Buddha, insegnò pure a combattere a mani nude. Inoltre è noto che la “retta condotta” non venne considerata come una morale autonoma ma uno stadio preparatorio che si abbandona “come una zattera” lungo una via che supera le antitesi di “bene” e “male”.

E, ritornando alla specifica ascesi, valeva il detto: “Quando esci di casa dimentica moglie e figli, quando impugni la spada dimentica il corpo”.

Troviamo maggiori specifiche nell’Hagakure (testo del XVII secolo) che significa “Nascosto sotto le foglie”, indicativo di modestia e segretezza. “…quando stai sul campo di battaglia chiudi la mente al ragionare, se ti dai al ragionare sei perduto. Il ragionamento ti priva di quella forza con la quale puoi aprirti la strada che porta diritto alla meta”; “Nessuna opera grande è stata mai compiuta senza il “divenire pazzo”…che non significa abbaiare alla luna ma rompere le funzioni della coscienza ordinaria per affidare l’azione all’Io sovraindividuale in una coscienza illuminata.

Quando la dominante idea della morte perde il suo potere, la “mente spirituale” può penetrare entro l’oggetto e supera l’inganno della dualità.

Suzuki sostiene che, ad un livello inferiore, dominare l’idea della morte era l’attrattiva maggiore che lo zen offriva al guerriero, senza le sovrastrutture di religione, morale e ritualismo.

Scrive il principe di Mito: “La gente delle altre classi si occupa di cose visibili, i samurai di cose invisibili, insostanziali” e Aoyama Shigeyoshi (maestro di dottrine segrete) dice: “spesso le battaglie in realtà si ingaggiano entro il tama (essenza spirituale) dei guerrieri combattenti…una Forza superiore può agire nel Kendô, nel Judô e nel Karate, e in altre arti marziali meno conosciute”.

Un grande guerriero e monaco del XVI secolo, Uesugi Kenshin, così esortava: “ Quelli che si attaccano alla vita, muoiono; e quelli che sfidano la morte, vivono. La cosa essenziale è la “mente” (shin); guardate in questa Mente e prendete stabile possesso. Voi comprenderete allora che c’è qualcosa in voi al di là dalla morte e dalla vita”.

L’andare “al di là dalla morte e dalla vita”, significa per chi ha percorso il Sentiero, superare la divisione del mondo in soggetto ed oggetto.

Il mondo della diversità (shabetsu) è tale perchè l’ignoranza (mumyô) e la mania delle passioni (bonnô), ottenebrano nell’io che crediamo di essere – mentre è quasi solo un aggregato di impermanenze immerse nell’angoscia del divenire – la capacità di vedere la natura originale. Questa “natura” è il volto dell’Io Superiore, chiamato “Cuore di Buddha”.

Ritrovare tale “cuore”, consumando le aggregazioni caduche ed effimere dell’io illusorio è il compito dell’ascesi.

Lasciando la presa sull’effimero, si dissolvono ignoranza e mania e ci si apre alla visione intuitiva (né concettuale, né psicologica, né intellettuale) della identità assoluta (byôdô) risolvente ogni antitesi e dualismo. Questa conoscenza intuitiva suprema è prajna. Risvegliarsi a questa conoscenza è il satori, l’illuminazione, il fine ultimo dello zen.

In questa esperienza, il supremo paradosso consiste nella visione metafisica che prajna è immanente in ogni uomo e che alterità ed identità sono cosa unica: il mondo del divenire e l’Assoluto coincidono. In sede pratica può essere ricordata questa frase: “Non essere attaccati a nulla è contemplazione; se avete capito questo (il termine “capire” ha sempre il significato di “realizzare”), nell’andare, nello stare, nel sedere e nel giacere non cesserete mai di essere in contemplazione”.

Da una diversa angolatura, il risveglio di prajna è chiamato mushin che, tradotto, sarebbe il vuoto mentale (attenzione, qui non si intende una ipotetica cancellazione della mente che, per un pensiero assai superficiale sarebbe persino “pensabile”, ma il dominio e la cancellazione delle funzioni della mente). In codesta condizione viene raggiunta l’identità perfetta tra volontà ed azione: punto d’arrivo delle vie marziali (budô) e arti marziali (bugei) nel segno dello zen. Tutto l’addestramento tende a questa meta che non si possiederà se lo stato di mushin non verrà raggiunto. Ma chi raggiunge questo stato è già sulla via della Liberazione: l’arte non gli serve più: qui si incontrano zen, budô e bushidô.

Per concludere, voglio citare per intero il credo del Samurai. Esso descrive la condizione del Samurai, educato dal Bushidô e radicato nel mushin.

Non ho genitori: il Cielo e la Terra sono i miei genitori.

Non ho casa: il saika tanden (il centro vitale) è la mia casa.

Non ho poteri divini: la lealtà (chûgi) è il mio potere divino.

Non ho mezzi: l’obbedienza è il mio mezzo.

Non ho poteri magici: la forza interiore è il mio potere magico.

Non ho né vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte.

Non ho corpo: l’impassibilità adamantina è il mio corpo.

Non ho occhi: la luce del lampo è i miei occhi.

Non ho orecchie: la sensibilità è le mie orecchie.

Non ho membra: la prontezza è le mie membra.

Non ho legge: l’autodifesa è la mia legge.

Non ho l’arte della guerra: sakkatsu jizai (libero di uccidere e di restituire la vita) è la mia arte della guerra.

Non ho miracoli: il Dharma è i miei miracoli.

Non ho principî: l’adattabilità a tutte le circostanze è i miei principî.

Non ho tattiche: la vacuità e la pienezza è la mia tattica.

Non ho capacità: la prontezza di spirito è la mia capacità.

Non ho amici: la Mente è i miei amici.

Non ho nemici: la disattenzione è i miei nemici.

Non ho armatura: la sensibilità ed il senso del dovere è la mia armatura.

Non ho castello: la Mente imperturbata è il mio castello.

Non ho spada: mushin è la mia spada.

Sembrerà assai lontano, alieno, quello che vi ho esposto. Forse è vero. Ma chi agogna alla trascendenza sentirà qualcosa che gli è familiare. C’è chi, leggendo questo credo avverte commozione e c’è chi è pronto allo scetticismo e alla risata profanatoria: un bel discrimine!

Ma gli avventurieri dal cuore coraggioso che praticano gli infiniti superamenti che la disciplina interiore (quella vera, essenziale e povera) esige ogni giorno, forse si sentiranno parenti lontani di questi implacabili e splendidi guerrieri. Ormai il loro ciclo si è chiuso, i nuovi tempi abbisognano di nuove conoscenze e nuove forze…ma l’eroismo, nell’oggi, è ancora più necessario di un tempo. Per chi contempla l’umanità nel suo intero questo è un fatto sicuro ed evidente.

Auguro agli amici lettori che ora, nel tempo del buio, albeggi la luce dell’Io-Sole: nell’anima, nella coscienza e divenga azione liberatoria nella pietraia del mondo.

L’ANIMA ESOTERICA E I GRUPPI (di F. Giovi)

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(Albrecht Dürer «Le due signore»)

Da alcuni corrispondenti, lettori dell’Archetipo, ci è giunta quasi simultaneamente una domanda pressoché uguale nel contenuto e non connessa a temi esaminati recentemente. Essa, ponendo qualche dubbio a cui tenteremo di rispondere, si riferisce alla liceità della meditazione di gruppo.

Per gli interessati che non conoscono o non ricordano il tema, riproponiamo la lettura degli articoli di Dicembre 2000 (Esercizi: M. Scaligero, “La meditazione in comune”, anno VI, n. 2) e di Giugno 2001 (Esercizi: F. Giovi, “Aspetti pratici della meditazione in comune”, anno VI, n. 8), apparsi su questa rivista e consultabili in rete, che contengono tutte le indicazioni utili per sperimentare la meditazione in comune attenendosi alle necessarie regole. A chi ci legge è chiaro da anni che le nostre note si pongono volutamente distanti sia dal nozionismo spiritualista sia dall’intellettualismo spiritualizzato, e si riferiscono di solito a suggerimenti indirizzati all’Opus interiore, nei suoi caratteri pratici piú elementari: nella ferma e sperimentata convinzione che di solito quando si chiacchiera circa le precedenti incarnazioni di Steiner, su cosa faremo nello stato Vulcano, oppure ci si scambiano “conoscenze akashiche” come fossero news dell’Ansa, non si “fa antroposofia” ma ci si è posti assai lontano da essa sino dal piú elementare accostarsene, probabilmente mancando la sufficiente potenza dell’anima per una connessione con il Principio che inizialmente emerge non tanto dai testi quanto dalla propria attività rivolta ai testi e soprattutto dal pensare, cosciente e voluto oltre la propria natura, ossia alimentato da una impercepita moralità radicale (sovrapersonale).

Farebbe bene nell’accostarsi a Steiner riflettere, ad esempio, sulla distinzione, enunciata dal cardinale Newman, tra l’assenso nozionale e l’assenso reale: un uomo accorda il suo assenso nozionale a qualcosa che la sua intelligenza capisce ed accetta, ma non agisce mai secondo tale assenso, che rimane nel campo intellettuale, vano e astratto. L’assenso reale, al contrario, non proviene dall’intelligenza, ma da un contatto vivo con l’essere, e questo assenso reale impegna non soltanto l’intelligenza ma anche il sentimento, la volontà e quindi l’azione.

Sembra evidente la difficoltà di uscire da una sorta di canone erroneo, ancorato ad una superficialità subordinata crepuscolarmente agli impulsi dettati da inferiori (arimanici) spiriti del tempo: indicatori persuasivi di mode e modi d’essere che promuovono in tutti i campi della vita le progressive fasi di degradazione dall’umano verso ciò che sta sotto di esso.

Evola aveva ragione, quando accennava ad una tipologia umana differenziata: non abbiamo mai conosciuto seri ricercatori esoterici, in Italia e in Europa, che fossero o siano suscettibili a subire dette influenze.

Eppure la gravità di questa deriva verso il basso sembra aumentare vistosamente proprio tra gli individui e negli ambienti che, per svariati motivi, coltivano l’opinione di essere in qualche modo “esoterici”. E che mai lo saranno, in quanto fondano e perpetuano la loro convinzione solo su un discutibile sapere nominalistico (la cui ampiezza di nozioni determina il “valore spirituale” del singolo!) giustificato da un ondivago pregiudizio mistico- sentimentale.

Proviamo a chiarire almeno uno dei “perché” fondamentali. La chiave del problema si trova nella coscienza, e piú precisamente nella capacità di distinguere da quale io si parte per leggere, comprendere, meditare ecc. (ne abbiamo già accennato nel precedente articolo).

È un punto cruciale che esige ripetitività e chiarezza. Possiamo ricordare senza anatemi l’ostentato disprezzo di Gurdjieff per il “me” comune, il pirandelliano Uno, nessuno e cen tomila: un santo alle 9, un assassino potenziale alle 11, uno zombi alle 14, un amorevole pater familias alle 18, un mistico alle 19 e via cantando.

È lo stesso motivo che si canta anche piú su: il grande Ramana, interrogato dai visitatori, spesso rispondeva con una contro-domanda: «Chi è l’Io che pone questa domanda?».

Portiamo il nocciolo della cosa nelle esperienze piú comuni, quelle che incontriamo ad ogni angolo di strada. Di cui siamo spettatori (o inconsapevoli attori).

Ecco: due distinte signore s’incontrano nel far la spesa quotidiana. «Buon giorno, signora Maria», «Buon giorno a lei, signora Bice, come va?». «Ah! Non me ne parli!…». «Le è successo qualcosa?». «Signora Maria, è un brutto periodo… sono piena di pensieri. Non riesco neppure a dormire perché sono tormentata da pensieri tutta la notte!» .

Allontaniamoci dalle due signore per rispetto e per non tediare il lettore, ma esaminiamo le parole udite. Secondo voi la signora Bice sta mentendo? Assolutamente no!

Magari esagera un pochino, ma questo non è un grande peccato. Però è strano: Rudolf Steiner, per fare un esempio, nel primo capitolo de La Soglia del Mondo Spirituale caratterizza la sperimentabile natura del pensare rovesciando completamente l’effetto animico che i pensieri producono alla signora Bice: «Persino nella tempesta delle passioni può subentrare una certa calma, se la navicella dell’anima è riuscita ad approdare all’isola del pensare»; «Potersi dedicare alla vita del pensiero è qualcosa che induce una profonda calma».
È forse concepibile che il pensare possa in realtà essere formato da due “sostanze” diverse e persino opposte? Certamente tutto è pensabile, ma sovente non è affatto reale: la natura di qualsiasi fenomeno coincide con se medesima, ossia i cavoli sono sempre cavoli e non sono mai fagioli. Dunque, “in sé” il pensare della nostra signora e quello indi cato dal Dottore è sempre e comunque pensiero.

A parer nostro l’intoppo sta a monte. Il problema, in poche parole, si può riassumere in una domanda: Chi sta pensando? Perché il pensiero è uno ma i soggetti sono tanti. Ordinariamente “el leader maximo” è l’astrale, quello vincolato alla corporeità, quello che non esce dal corpo e dalle sensazioni.

L’astrale usa il pensiero, l’astrale si sostituisce all’Io come soggetto: è l’io bramoso, l’io spurio che usa vestirsi del riflesso del Pensiero per esprimersi per quello che è, ossia un tumultuoso coacervo di sensazioni, istinti, passioni, sentimenti frustranti perché privi di una vita vera che possa appagarli. In perfetta tangenza con il Lucifero infero, la coscienza sottomessa all’astrale, ossia la psiche, legge le Opere di Iniziati, di nobili mistici o di maghi possenti, persino medita, stimolando le forze di inframondi sub-corporei dai quali, pur non possedendone consapevolezza, ottiene talvolta esperienze (medianiche) di notevole appagamento.

Questo “corso d’opera” che, contemplato nella sua realtà, appare guasto e pervertito, è di fatto il comune stato animico, mutevole ma che in essenza non muta mai, anche se si motiva con l’essersi appropriati di letture o connessioni a logge o alle mille diavolerie dissepolte tra i cimeli dell’antiquariato sapienziale. È quello (lo diciamo accoratamente) che fa continue domande e chiede risposte “esoteriche” mantenendo il medesimo chaos identificativo tra l’astrale ed il pensiero che si esprime nella coscienza della signora Bice, perciò senza averne diritto. Diritto che appartiene alla sfera morale pura, al pensiero puro e al Soggetto vero, ossia allo Spirito in quanto si manifesta nell’uomo. Invero possiamo conoscere, amare e compatire tutti gli esseri, intuire la necessità karmica dell’azione criminosa, ma non sostenere da complici la tangibile realizzazione dell’impulso scellerato. Ed è ciò che avviene quando, per un sentimento di fratellanza o di simpatia mal collocato, si accetta e si dignifica con leggerezza il guasto strutturale dell’essere che andrebbe certamente aiutato, ma con impersonale saggezza e amore, che è il collegarsi sacrificalmente al suo vero Io. Mentre al contrario, ci si scandalizza automaticamente davanti a quanto appare come esempio di difformità dalla tradizione formalizzatasi nel tempo, il cui livello è tale che anche quando trasmetta i resti di un prezioso retaggio non sa elevarsi oltre l’affabulazione catechistica perché istituzionalizzata “orizzontalmente” dai pigri, dai politici e dai neo-primitivi.

Il senso di questa lunga riflessione è per noi una sorta di necessaria premessa a risposte che non vadano immediatamente riposte e dimenticate in (psichici) archivi tombali. Depositari dei tanti casi di risposte inutili a domande futili perché suggerite piuttosto dall’impertinente vacuità della corrente astrale inferiore che da tensione spirituale.

Revenons à nos moutons, cioè torniamo al tema: nessun testo di Steiner o di Scaligero indica tra gli esercizi la meditazione in comune, né tantomeno essa viene sottesa. Si potrebbe dunque concludere, a ragione, che essa non sia essenziale o necessaria ai fini di una ascesi interiore, la cui natura pratica è in effetti personale, intima. Del resto se qualcuno, per destino o per sofferta scelta individuale, cammina in solitudine, sarebbe forse per questo limitato nel lavoro interiore?

Altresí sappiamo che Steiner operò insieme ad altre figure di rango in elevate operazioni meditative; che Colazza partecipò molto attivamente alla “catena di Ur”; che Scaligero meditava con diversi gruppi di persone ed in particolare con un suo gruppo. E che molti discepoli diretti del Dottore operarono consimilmente.

Sappiamo anche che, dopo la morte dello Steiner, iniziò una specie di “fuoco di sbarra mento” nei confronti degli esercizi e in generale delle operazioni esoteriche che, seppur attenuatosi negli ultimi anni, sembra vigere tuttora. A dirla tutta c’è stata una lunghissima opera di dequalificazione costituita dalla stratificazione di comunicazioni ambigue o estradanti, la quale, a nostro parere, ha procustianamente ridotto (pauperizzato) alcuni tratti importanti dello spirito delle indicazioni primarie e “cloroformizzato” il livello della capacità d’intendere nelle successive generazioni di discepoli, fatti salvi i pochi ed eterodossi “lottatori della conoscenza”.

Per un approfondimento di questi temi invitiamo i nostri lettori a collegarsi al sito davvero notevole www.think-light.org del nostro caro amico Mark Willan, che per decenni, con grandissima energia, ha tentato l’impossibile.

Cos’è alla fin fine la meditazione in comune? È la riunione antroposofica maturata, fattasi adulta. Poiché non parla ma medita, non ascolta passivamente ma opera attivamente attraverso la mediazione di un puro contenuto interiore. E presuppone una esercitata disciplina animica (concentrazione, meditazione, i sei ausiliari, la pratica immaginativa) che dovrebbe essere, nei discepoli dell’antroposofia, il retto proseguimento della strada iniziata con l’apprendimento e lo studio. Tutto qui.

C’è chi, pur trovandosi d’accordo in linea generale con questa visione, teme una qualche pericolosità generata dal fatto che in una comunità di meditanti avviene un passaggio, un flusso di forze interiori tra i partecipanti (questo è il vero motivo per cui la meditazione in comune è interdetta ai neofiti, agli psichicamente alterati e ai bevitori). Detto volgarmente ma realisticamente: «Qui mi becco il pattume altrui!».

È un rischio incontestabile se ognuno non dà il meglio assoluto di sé. Se non ci si riunisce in sacro e responsabile silenzio. Se il filo che, almeno per mezz’ora, lega assieme i partecipanti, non è l’ideale piú alto.

Dunque il prezzo è piuttosto severo, ma, qualora il karma permetta l’associarsi, non appare impossibile per teste disciplinate e cuori che battano per i fini dello Spirito.

Per contro, ciò che viene respinto magicamente dalla purità della comunità meditante, accede (invade) invece in ogni gruppo che si ritrova, inconsapevole, senza destità e disciplina, operante a qualsiasi altro livello.

Chi domina almeno il mentale, vede nel silenzio come il sopore della coscienza, le angustie, le antipatie e tante altre cose ben peggiori degli uni penetrino nell’intera comunità con pessimi risultati per tutti. Tutti vengono infettati!

Questo non accade solo nel caso eccezionale in cui nel sodalizio sia presente una figura che operi con un’azione morale impersonale costantemente ispirata dalla percezione della presenza spirituale anche senza che nulla si palesi, nemmeno in saggi ammonimenti o in azioni sensibili. Non occorre essere veggenti per accorgersi di un imbarazzante malessere che afferra l’anima durante o dopo la riunione e che si soffoca nell’auto-inganno. Finché, per ascesi di Pensiero, non ci si liberi dal tragico imbroglio del sacro allestito come dato percepito, per cui si scambia la forma fissata con il contenuto spirituale che non c’è, sino a quando il dato non sia risolto in idea, ossia in ciò che non si oppone allo Spirito.

Amici cari, in sostanza quello che nella nota può apparire come critica non è diretto a nessuno, essendo solo dettato dall’imprescindibile esigenza di distinguere continuamente il sottile sentiero interiore dal moltissimo che non lo è affatto. Distinzione che sappiamo essere difficile poiché quanto ostacola e offende il Vero spirituale, persino quando sia individuabile in cose e fatti, è tuttavia sempre interno a noi stessi .

Quelli che sanno ciò e possono fare qualcosa, abbiano il coraggio e la generosità di spendersi, di sperimentare voltando le spalle ai miserabili ricatti razionali e sentimentali della Paura, seppure ribattezzata con falsi sinonimi. La via che porta all’esperienza co sciente dello Spirito è (drammaticamente) semplice; tante risposte a tante domande sono nocive e inutili e potrebbero ridursi soltanto a tre concrete indicazioni fondamentali:

diventare forti, deporre se stessi, abbandonarsi al silenzio.

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/ago07/esercizi.pdf

STRALCI DI CORRISPONDENZA

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E’ risaputo che scrivo sempre le stesse cose, però la mia voce,di solito, sembra defungere assai vicino. Certamente per mio demerito, ma osservo con obbiettivo dolore come, in tanti, si cerchi il “sensazionale” che verrà dopo o quello che scalda automaticamente il sentimento (fiore, cuore, amore, ecc.) C’è una ragione per tutto, anche per questo…però so piuttosto bene che su queste strade forse ci si frequenta ma non ci si muove e, anzi, ci si riempie l’anima di una incredibile incapacità di comprensione. Forse per una stravagante legge della fisica dei concetti – inaugurata in questo istante – che indica come si formi un campo statico in chi ne è privo ed in chi ne ha troppi.

Troverete tutti gli errori possibili nelle righe che seguono. Però con una qualità: è tutto reale, spontaneo. Nel senso che tolti nomi, fatti più personali e saluti augurali, sono risposte scritte di getto ad amici che formulavano domande. Utili o inutili, lascio a voi ogni giudizio…affidandomi ad ogni strenua goccia della vostra positività.

*

Ripeterò spesso o sempre che il risultato della concentrazione non è immediato. Possono essere immediati, giungere da subito, diversi fenomeni che sono, come dice Meyrink, soltanto vapori del ghiaccio che si scioglie. Non escludo astrattamente un rapido sviluppo, ma sembra piuttosto che si debba attraversare un lungo periodo d’adattamento o preparazione, soprattutto se la natura psicofisica non sia preparata da quello che il Dottore chiama “studio”. L’esperienza dello studio varia moltissimo tra gli individui: questo fa parte del grande gioco.

Però, nei limiti del possibile, i vari punti di vista o i gradini dello studio non sono oggettivamente infiniti: per studio si può intendere ciò che nell’essoterico si è sempre fatto con qualunque materia da apprendere. Questa è già una attività che dovrebbe venir svolta con sufficiente ampiezza e profondità. Un grado superiore dello studio possiamo chiamarlo approfondimento: qui aumenta l’impegno, si riduce l’ampiezza generale, ci si sforza in profondità: per capirci, non si passa sopra il “karma” o il “corpo astrale” riconoscendo la parola e via. No! Ci si arresta e si lavora finché alla parola si riesca a collegare il concetto e/o l’immagine che le corrisponda. Solo poi si continua. So bene che è uno sforzo inusuale, ma l’alternativa è il giornale o il ricettario. Dai, forza! E almeno prova.

*

Se tutta l’anima non interviene in tale lavoro, non può essere che esso sia vero.

Non dico di evitare le discussioni: a patto che queste siano sostenute dalla volontà di comprendere, di render chiara alla propria coscienza qualcosa che rimaneva incomprensibile alla conoscenza. Questa maieutica reciproca è piuttosto rara, preziosa. Altrimenti è tutto una scusa per critiche e polemiche: esse sono nella lista degli ostacoli che la natura pone inizialmente al ricercatore, il quale se non sa, o impara a distinguere tra l’impulso conoscitivo e gli impulsi (ciechi) della natura o perde solo il proprio tempo e turba inutilmente la propria anima. E’ possibile che essa al momento sia troppo carente (o priva) di devozione e senso del sacro. Non occorre che lo ripeta. Lo scrive assai chiaramente lo Steiner all’inizio del libro L’iniziazione. Non c’è alcuna difficoltà a comprenderlo: difficile è riferire quelle osservazioni a sé stessi.

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Rimango convinto che se uno non si perde in chiacchiere bizantineggianti, se interiormente è serio, arriva al punto in cui non può non trovarsi di fronte ad un limite, un muro. E, se nello studio egli ha fatto propri i temi dei testi, se li ha pensati e sentiti, può accorgersi, qualunque sia la strada conoscitiva intrapresa (epistemologica, occultistica, mistica o l’insieme di tutte) che il limite concettuale e rappresentativo non soddisfa più: è come una superficie o un muro: lì tutto si consuma e si avverte un’esigenza di profondità, di maggiore realtà. (Si sperimenta così il limite del pensiero astratto, anche se i temi erano alti) In questo caso il più elevato essere che vive in noi spinge verso l’azione che chiamiamo meditazione e concentrazione o se preferisci è una questione di rettitudine e di logica portata a conseguenza. La “conseguenza” però, afferra tutto l’uomo.

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Come ho già scritto in Eco, non ci si volge alla pratica interiore per tramite di un assenso meramente intellettuale ma affiora da un lavorio complessivo dell’anima: spesso ciò sale a consapevolezza con i tratti sofferti dell’impotenza o della disperazione. Si avverte l’insopportabilità della superficialità che condanna noi stessi a sperimentarsi altrettanto irreali come ogni altra rappresentazione. In casi più rari ma possibili balena in noi, con atemporale immediatezza, la grazia o la volontà dell’IO: in questo secondo caso si sa senza mediazioni ciò che va fatto.

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La concentrazione? Leggi il capitolo corrispondente del Manuale o di Tecniche (Tecniche della Concentrazione…dopo tanti anni penso che Massimo non avrebbe dovuto scrivere quel libro: non lo merita nessuno). Anche il corrispondente capitolo che trovi sull’Uomo Interiore potrebbe far capire anche al mio cane il perché dell’oggetto semplice e “costruito dall’uomo”.

Generalmente la coscienza si diffonde dappertutto, si disperde in tutte le direzioni, all’infinito verso questo o quello. Quando si vuol fare qualcosa di serio, come prima cosa si deve richiamare a sé tutta la coscienza e concentrarsi.

Se si guarda da vicino, si vede che la coscienza è spinta a concentrarsi in un punto, su una sola occupazione, come quando si compone una poesia o quando un botanico studia un fiore. Se si potesse convincere un giovane a praticare l’esercizio dell’attenzione dato da Ramacharaka nel suo Raja Yoga! Quando penso agli anni buttati via in occultismi e magismi e tradizionalismi filologici…

Ci si può chiedere che cosa avvenga di tutto il resto, quando ci si concentra: la coscienza diventa silenziosa, e anche quando a ciò non arriva ancora, pensieri fuggevoli o altre cose possono ancora muoversi come se fossero al di fuori di noi, ma la parte concentrata non se ne occupa e nemmeno li nota. Se il dardo della concentrazione permane lungo la propria traiettoria è ciò che succede quando la concentrazione ragionevolmente sta riuscendo.

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Non ci si deve stancare all’inizio con una lunga concentrazione (se non si è abituati): una mente stanca perde potere e valore. La meditazione stanca meno. Soltanto quando la concentrazione diventa una condizione, è possibile allungarne il periodo poiché si passa dalla fatica ad una sorta speciale di riposo. Ma ciò, a tale punto serve relativamente poco. Davvero i tempi dell’orologio non hanno più significato. Ho scritto e dato tempi solo perché, all’inizio, si vogliono regole, ossia quante più certezze possibili. Inoltre il disciplinarsi è veicolo di volontà.

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No! E’ un errore pensare che si possano fare dei progressi avendo paura. La paura è un sentimento che devi sempre respingere con disprezzo o con qualche…risata. Ciò che temi è esattamente quello che ha maggiori probabilità di accadere: la paura attira l’oggetto della paura. Ma a dirtelo non cambia, credo, nulla.

Dona te stesso al Signore, al Tao, al Cielo…comunque a Chi ti trascende: puoi farlo in ogni momento e nulla te lo impedisce (se non te stesso). Provaci prima di criticare una caratteristica comune a tutti noi. Non soffocarla com’è d’abitudine: più ti apri verso l’Alto più il suo potere scende in te. In alcuni momenti della vita può essere l’essenza di tutto. Fiducia, devozione, donazione sono i petali del fiore della tua anima. Senza essi come vuoi che il pensiero che non è santificato possa illuminare qualcosa?

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Il nocciolo del nocciolo? Massimo lo ha scritto centinaia di volte moltiplicate in tutte le sue opere. Superare, risalire la condizione ordinaria del pensiero per ritrovare quello che c’è prima: la forza pensiero. Semplice semplice come un giardino zen: silente essenzialità: luce vivente.

La Filosofia della Libertà è divisa in due parti. Ciò era evidente nella prima stesura (vedi la prima ed. italiana del Tommasini). Mi pare che non si voglia notare che l’agire, indicato nella seconda parte ha il presupposto della ”intuizione”: che si sviluppa assumendo l’opera indicata nella prima parte. Perciò lontana anni luce dal fare, per così dire, ordinario.

Ti faccio un accostamento scandaloso: alla prima parte corrisponde la concentrazione. Alla seconda parte l’atto puro. Certo, è una semplificazione eccessiva, me ne rendo conto, ma pensaci su e prova, sperimenta. Riguardo al testo, credo occorrano anni di lavoro serissimo: poi, integrato alle discipline, magari scopri che non è stato scritto per non essere compreso.

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Mah! Io ribalterei la questione. Abbiamo un mucchio di testimonianze che confermano il fatto che il Dottore dava, a chi lo interpellava, esercizi (persino a chi non li chiedeva affatto). Dal pochissimo che so, anche Colazza fece la stessa cosa. In prima persona, al nostro primo incontro, Massimo mi indicò tre discipline (oltre la concentrazione che già facevo), senza parole intermedie. Solo: “Fai questo, questo e questo”. Piuttosto, con serenità ma senza cecità, andrei a vedere cosa successe nella Società dopo la scomparsa del Maestro.

La via più larga e più percorsa non è sinonimo automatico di via retta.

Dato che solo di Scaligero posso accennarti per diretta esperienza, molte furono le orecchie che avrebbero dovuto arrossarsi per le benevole ma ironiche pizzicate quando diceva (cito a memoria): “E’ facile andare da Rotondi (piccola libreria specializzata in via Merulana) a comperare i libri”. Mai disse di non studiare, credo lo considerasse ovvio, ma quante sono state le volte che esclamò che, raggiunta la vita del pensare, i libri potevano essere buttati!

Poi, persino gli esercizi, ad un certo punto e in un certo modo, possono venir superati. Quando? Quando le istruzioni ti vengono date dagli Invisibili.

Bene. Mi fermo qui e tralascio scritti assai più lunghi. Quelli che avete ora letto non sono mattoni per il mio soppalco. Anzi. Mi sono proibito di correggere, di abbellire, di minimizzare gli scivoloni. La disciplina, a cui sono grato e fedele, mi ha liberato dalle smanie in vari sensi. Buon lavoro a tutti.

L’ARCHETIPO-DICEMBRE 2017

Anno XXII n. 12

Dicembre 2017

natale-2017

VIVERE ARDENDO…

Oggi, in un mondo sempre più automatizzato, ubriaco di effimero e di agitazione, in un mondo che sempre più vive in una spenta routine e in reazioni automatiche, si ha – fortissima – l’impressione di vivere in ogni campo come in un vasto cimitero. Sta dilagando quella qualità che, in Oriente, nel Sâmkhya e nello Yoga viene chiamata tamas, ossia l’elemento torpido, inerte, pigro, accidioso, che porta l’anima ad essere avida d’inerzia e di passiva dipendenza dall’abietto servaggio corporeo. Questo elemento tamasico intossica e oscura l’anima, le preclude la speranza dell’altezza e la avvilisce al punto di renderle inconcepibile una condizione diversa dalla schiavitù che la astringe alla vicenda mediante la quale gli dèi distruttori divorano la sua vitalità spirituale prima, e poi anche quella corporea. La Via del Pensiero – la pratica assidua, alacre, intensa della Concentrazione – è oggi l’unica cura, LA cura radicale alla dilagante malattia dell’anima. Via dura e faticosa, proprio perché l’anima schiavizzata è avida d’inerzia e di servaggio, ed è ostile al richiamo salvifico che indica il risveglio e la liberazione.

Abbiamo avuto modo di vedere come l’infida natura inferiore tenti incessantemente di ridurre al proprio dominio e di rendere inoffensivo persino l’elemento spirituale che la dovrebbe dissolvere e trasformare. Pigrizia e torpida inerzia portano ad evitare il coinvolgimento decisivo con la pratica interiore, in particolare con la Concentrazione. Magari a preferire le comode e “morbide” vie del misticismo e dell’emotività più torbida, illudente, e traditrice. È proprio quel «vivere a metà» della quale parla – mirabile ammonizione – la poesia di Khalil Jibral, donatami da un’anima eletta e pura, e che con grandissima gioia ho voluto trascrivere su questo audacissimo blog.

Khalil-Gibran

Vivere a metà…
Khalil Jibran

Non frequentare coloro che sono innamorati a metà.
Non essere l’amico di coloro che sono amici a metà.
Non leggere coloro che sono ispirati a metà.
Non vivere la vita a metà.
Non morire a metà.
Non scegliere una metà di soluzione. Non fermarti a metà della verità.
Non sognare a metà.
Non ti attaccare a metà di una speranza.
Se taci, conserva il silenzio sino alla fine, e se ti esprimi, esprimiti pure sino in fondo.
Non scegliere il silenzio per parlare, né la parola per essere silenzioso…
Se sei soddisfatto, esprimi pienamente la tua soddisfazione, e non fingere di essere soddisfatto a metà…
e se rifiuti, esprimi pienamente il tuo rifiuto, giacché rifiutare a metà è accettare…
Vivere a metà, è vivere una vita che tu non hai vissuta…
Parlare a metà, è non dire tutto quello che vorresti esprimere
Sorridere a metà, è rinviare il tuo sorriso,
amare a metà, è non raggiungere il tuo amore,
essere amico a metà, è non conoscere l’amicizia.
Vivere a metà, è ciò che ti rende estraneo a coloro che ti sono più vicini, e renderli estranei a te…
La metà, delle cose. È finire e non finire, lavorare e non lavorare, è essere presente e… assente.
Quando fai le cose a metà, sei tu quando non sei te stesso, giacché non hai saputo chi eri.
È non sapere chi sei…
Chi ami non è l’altra tua metà… sei tu stesso in un altro luogo, nello stesso momento.
Bere a metà non placherà, mangiare non sazierà la tua fame…
Una strada percorsa a metà non ti porterà da nessuna parte
e un’idea espressa a metà non darà nessun risultato…
vivere a metà. È essere nell’incapacità e tu non sei affatto incapace…
Perché tu non sei la metà di un essere umano.
Tu sei un essere umano…
Tu sei stato creato per vivere pienamente la vita, non per viverla a metà.

ISIDE SOPHIA-QUINDICESIMA Lettera (Parte I)

Denderah

QUINDICESIMA LETTERA

Giugno 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 3

Nelle due ultime Lettere abbiamo parlato del Sole e delle sue attività in relazione col momento della nascita. Ora noi guardiamo il Sole a partire dall’aspetto dell’evoluzione prenatale dell’essere umano. Sappiamo che l’evoluzione embrionale di un essere umano dura circa nove mesi. Il periodo è differenziato, naturalmente, in ogni caso individuale. Se prendiamo il periodo di nove mesi come una media, troviamo allora che il Sole si muove attraverso tre quarti dello Zodiaco, ovvero nove Costellazioni, mentre esso avrebbe attraversato l’intero Zodiaco se lo stato embrionale fosse durato un anno intero. Questa è la ragione del fatto che in ogni oroscopo ci sono circa tre Costellazioni attraverso le quali il Sole non è passato durante l’evoluzione prenatale. Sono quelle tra le posizioni del Sole al momento del concepimento e il momento della nascita. Sono costellazioni diverse a seconda del giorno di nascita dell’essere umano. Per esempio, se qualcuno è nato il 21 giugno allorché il Sole entra nella Costellazione dei Gemelli, allora possiamo presumere che il Sole non è stato nelle Costellazioni dei Gemelli , del Cancro e del Leone, poiché iniziò il suo corso nove mesi prima nella Costellazione della Vergine.

Se potessimo immaginare noi stessi sul Sole, vedremmo la Terra nella direzione opposta da quella in cui osserviamo il Sole dalla Terra. Per esempio, se dalla Terra osserviamo il Sole che entra nella Costellazione dei Gemelli, dal Sole vedremmo allora la Terra che entra nella Costellazione del Sagittario.

In un oroscopo individuale tutte le Costellazioni dello Zodiaco sono compenetrate dall’attività del Sole, eccetto che quelle tre che abbiamo menzionato più sopra. Ma alla metà dell’evoluzione embrionale, dal punto di vista del Sole, potremmo vedere la Terra in quelle Costellazioni. Nella Figura 1 più sotto vediamo il cammino del Sole durante i nove mesi di un’evoluzione embrionale. Esso comincia nella Costellazione della Vergine e si trova nei Gemelli allorché ha luogo la supposta nascita. Così esso lascia aperti i Gemelli, il Cancro e il Leone. La Figura 2 mostra il cammino della Terra nello stesso periodo. La Terra può essere vista dal Sole nei Gemelli, nel Cancro e nel Leone, mentre il Sole stesso è in Sagittario, in Capricorno e nell’Acquario, cioè durante il periodo centrale dello sviluppo embrionale. Perciò, queste tre Costellazioni nello “spazio aperto” sono collegate in maniera particolare col Pianeta Terrae il suo speciale significato nell’Universo.

SPAZIO APERTO

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Ѐ la Terra sulla quale gli esseri umani sono discesi, dove cercheremo e forse troveremo il nostro compito, dove ci attendono dolore e gioia. Le tre Costellazioni nello “spazio aperto” dell’oroscopo prenatale indicano la natura di quelle esperienze terrestri che attendono l’anima. Diciamo che è la posizione della Terra che può essere osservata dal Sole all’incirca alla metà dello sviluppo embrionale durante il quarto, il quinto, e il sesto mese. Questo periodo, e gli eventi cosmici che avvengono durante esso, sono un riflesso d’importanti stadi nella vita tra l’ultima morte e la nuova nascita. Ed è altresì una previsione del periodo centrale della futura vita sulla Terra, in special modo per il periodo tra i 30° e i 35° anno.

Finora ciò appare essere interamente una questione riguardante la Terra, e la sua relazione col Sole sembra essere soltanto indiretta. Inoltre, qui è celato un profondo mistero che concerne ciò che tesse spiritualmente tra il Sole e la Terra.

Dalla Morte sul Golgotha, l’Essere del Christo si è unito con la Terra ed è lo Spirito dirigente, l’Individualità Cosmica, per così dire, di questo Pianeta. Il Christo discese sulla Terra da altezze cosmiche e dimorò nel corpo di Gesù. La discesa venne osservata dagli Iniziati delle civiltà precristiane. Essi sapevano che il Christo era lo Spirito Solare, la Guida degli Esseri Solari, che sarebbe disceso per salvaguardare ed abbracciare l’evoluzione della Terra. Ѐ l’azione fondamentale che giunge lontano nel futuro, poiché attraverso questo evento l’attuale condizione del nostro Universo muterà completamente, e la Terra diventerà il “Sole” di un nuovo Universo. Così la Terra viene conquistata dallo Spirito del Sole, dall’Essere del Christo, e allorché l’anima passa attraverso la sfera del Sole nella vita tra la morte e la nuova nascita, non può trovare più l’Essere del Christo in quella regione.

Possiamo ora immaginare che, quanto prima l’anima viene compenetrata dal desiderio di scendere in una nuova incarnazione sulla Terra, essa abbassi lo sguardo sulla Terra come il solo luogo nell’Universo ove, dall’epoca del Mistero del Golgotha, essa può sperimentare l’essere del Christo. Questo desiderio dell’anima di discendere in quel luogo ove il Christo può essere sperimentato, trova il suo riflesso in quella parte dell’oroscopo che abbiamo chiamato lo “spazio aperto”.

Possiamo leggere in esso gli impulsi e le decisioni che l’anima ha accolto mentre è ancora nel grembo del Mondo Spirituale. Esso mostra come, a prescindere dalle esperienze e dagli errori in precedenti vite terrene, l’anima vuole unirsi con la Terra nella Grande Opera d’Amore, al fine di trasformarla nella veste splendente del Christo. Allorché l’anima poi è nata sulla Terra e vive un un corpo, un velo d’incosienza cela tutte queste esperienze prenatali. Comunque, esse vivono nell’anelare dell’anima alla Verità, nelle molteplici maniere in cui il destino guida ognuno fino a che lui, o lei, non trovi la verità e la Pace dell’anima. Non possiamo mai comprendere le nostre intenzioni e i nostri impulsi prenatali, possiamo persino tradirli, ma poi realizzeremo dopo la morte dove abbiamo sbagliato, e questa conoscenza ci aiuterà a costruire le basi delle nuove incarnazioni sulla Terra per redimere il nostro proprio passato.

Ora può essere giunta l’epoca in cui ognuno di noi deve anelare al riconoscimento cosciente delle nostre risoluzioni prenatali, e per questo scopo ci  potrebbe essere permesso di guardare al nostro cielo di nascita, in questo caso lo “spazio aperto” e il suo valere come retroscena di eventi spirituali.

Per illustrare ed elaborare ciò che è stato detto circa questo terzo aspetto del Sole, considereremo ora pochi cieli di nascita di personalità storiche.

In Lettere precedenti abbiamo parlato di Tommaso Moro, che era nato il 7 febbraio 1478. Il Sole era allora nella costellazione dell’Acquario. Il suo concepimento deve aver avuto luogo attorno all’inizio di maggio del 1477. Il Sole era allora entrato nella Costellazione del Toro.

Così avvenne che il Sole non era stato nella Costellazione dell’Acquario (vi era entrato all’epoca della nascita), nei Pesci e nell’Ariete. Essi costituiscono lo “spazio aperto”. In questo “spazio aperto” il Pianeta Giove aveva formato un nodo nella transizione dai Pesci all’Ariete durante l’evoluzione embrionale di Tommaso Moro. Se fossimo riusciti ad osservare dal Sole la discesa della sua anima giù nell’incarnazione, avremmo visto ad un certo momento – all’incirca al quinto mese del suo stato embrionale – la Terra nei Pesci e dietro di essa la brillante luce di Giove. La Terra nei Pesci è la Costellazione che illumina l’anelito di Tommaso Moro per il riconoscimento della Divinità nella vita terrena, ma abbiamo pure le Costellazioni dell’Acquario e dell’Ariete.

Tommaso Moro appare, forse molto contro la sua volontà, come una figura fortissima nella vita sociale e politica della sua epoca. Fu più volte sul punto di ritirarsi completamente dalla sfera politica e seguire una vita di studio e di devozione, tuttavia il destino lo condusse sempre di nuovo sulla scena politica. Quando ebbe 37 anni di età, egli scrisse la sua Utopia che lo rese famoso. Espose le sue vedute per creare uno stato ideale, e pronunciò giudizi severi sulle istituzioni sociali e culturali corrotte del suo tempo. Inoltre basò il suo ideale di uno stato perfetto su un’assoluta sovranità della religione, addirittura sulla sovranità della Chiesa.

Perciò, egli sperimentò l’essenza dell’esistenza terrena nella sfera della vita sociale. Egli era un uomo profondamente religioso e pio. Inoltre il destino premeva su di lui sempre di nuovo per cercare le esperienze del Divino, non solo nella pace dell’anima ma anche di fronte all’umanità nel corpo sociale. Era la sfera in cui egli cercò la presenza dello Spirito Solare, che aveva unito Se Stesso alla Terra attraverso il Mistero del Golgotha. La Terra nella Costellazione dei Pesci eredita l’anelito all’esperienza del Sole spirituale nel corpo dell’umanità, essendo la realizzazione cristiana dell’Uomo Spirito che fu creato al principio dell’evoluzione del Mondo (vedi Lettera Quinta ) ed opera al di là dai Pesci. Quest’esperienza del Divino dalla Terra nei Pesci fu ulteriormente aiutata nella vita di Tommaso Moro dalle altre due Costellazioni nello “spazio aperto” : Ariete ed Acquario. L’Ariete gli dette il potere di realizzare il Divino nell’umanità attraverso il pensare purificato. Sappiamo che egli era un umanista ed un allievo devoto di Erasmo da Rotterdam. L’aspetto della Terra in Acquario gli dette il potere di sperimentare nel suo cuore il Sole Spirituale della Terra nella gentilezza e nell’amore per tutte le creature dell’Universo. La sua erudizione non fu una questione di mera formalità, bensì fu collegata ad una profonda venerazione e devozione per l’Universo del Creatore.

Un altro esempio di significato universale è Ralph Waldo Emerson. Egli nacque il 25 maggio 1803: il Sole era allora in Toro. All’epoca del suo concepimento esso era nella Costellazione del Leone. Così lo “spazio aperto” comprende le Costellazioni del Toro, dei Gemelli, del Cancro e parte del Leone, con i Gemelli al centro. La Terra nei Gemelli indica una ricerca per l’esperienza del Sole Spirituale nella sfera dell’Io, nella vita più intima dell’anima. E indubbiamente troviamo ciò realizzato nell’anelito di Emerson ad un grado tale che noi possiamo guardare con una profonda ammirazione questa personalità. All’età di 30 anni, al suo ritorno da un viaggio in Italia, Francia, Scozia ed Inghilterra, egli scrisse:

“Una persona contiene dentro di sé tutto ciò che necessario al suo governo… Tutto il bene o il male reale che può accaderle deve provenire da lei stessa… Vi è una corrispondenza tra l’anima umana e tutto ciò che esiste nel mondo; o meglio, tutto ciò che è conosciuto. Invece di studiare le cose al di fuori di se stesso, è possibile penetrare i princìpi di tutte le cose dall’interno di sé… Lo scopo della vita per una persona sembra essere il realizzare la conoscenza di se stesso…La più alta rivelazione è che Dio è in ogni-uno”.

Egli poi si stabilì a Concord e sviluppò quello che usualmente è chiamato il suo Trascendentalismo. Comunque, in ogni cosa che proveniva dal suo insegnamento, egli si rivelò come maestro d’indipendenza. “Desidero dire quello ch’io sento e penso oggi; con la clausola che domani forse io contraddirò tutto ciò”. Questa è l’esperienza del Sole Spirituale dentro l’individualità umana o la Terra nei Gemelli. (Sui Gemelli, vedi le  Lettere Terza e Quinta). Essa venne assecondata dalla Terra in Toro, che portò l’esperienza della presenza del Divino nella molteplicità delle cose create. Ciò apparve in special modo nelle conferenze e nei saggi sui Grandi Uomini nella storia e sulla Filosofia della Storia. Ma il suo atteggiamento interiore nei confronti della storia e dei grandi uomini rivelava inoltre un’altra esperienza dello Spirito Solare.

Se leggiamo i suoi saggi su Napoleone I, Swedenborg ed altri, diventeremo più coscienti del fatto ch’egli non agisce come un critico o come un giudice, bensì come il portatore del calice nel quale erano confluite le azioni, i raggiungimenti e gli errori di quegli uomini. Egli fu un vero sacerdote, che attentamente e devotamente recò la coppa dell’anelito umano sulla Terra e l’offrì per la transustanziazione allo Spirito Divino operante nell’umanità.

Questa è la ricerca dello spirito Solare che opera dalla Terra nel Cancro o Calice.

 (Continua)

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AUTUNNO, TEMPO DI CENERE.

Equinozio d'Autunno

Poiché Eco è un Sito orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, sconnessi da pc, tablet e smartphon e fuori casa, magari per annusare la stagione in cui ci troviamo per modificare non poche cose della nostra consueta vita, anche quella più interiormente intima?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che come serpenti si alzano con le personali passioni.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.

Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di strudalazionesche attività e sature del profumo degli esausti fiori. No, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, poi abbiamo fatto centro con Matteo…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.

Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci hanno fatto sapere che l’estate è fuggita via da un pezzo.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.

Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri microrganismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.

Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.

Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere sono altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma esse contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.

Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.

Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!

Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.

Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.

Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!

Soltanto, l’uomo non vede più come i resti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno.

Egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.

Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?

Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.

Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.

Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

LA SOLITUDINE SPIRITUALE DELL’ASCETA

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Che la Via della Iniziazione – la Via del Pensiero Vivente – sia una Via eroica e non una via egoica, per chi sappia discernere il vero è cosa assolutamente certa. Tuttavia vi sono dei punti che il praticante interiore deve aver molto ben chiari, se non si vuole aprire il varco a non poche illusioni, che nel tempo possono rivelarsi pericolose, o addirittura esiziali.

Un primo punto da chiarire è che se è vero che la Via è eroica, ciò non significa affatto che chi inizia a percorrerla sia un eroe. La Via dell’Iniziazione – e specificamente, nella nostra epoca, la Via del Pensiero Vivente – pone una esigenza stringente, ma questo non significa affatto che chi si volge a tale Via e inizia a percorrerla abbia a fortiori  le qualità richieste – o, come direbbero i tradizionalisti: gli adhikâra, ovvero le necessarie «qualificazioni» – anzi, il più delle volte chi in questa epoca arriva a calcare l’aureo sentiero dell’Iniziazione tali qualità inizialmente non le possiede affatto. Può essere un momento molto severo e doloroso dell’autoconoscenza per il neofita praticante il percepire la propria insufficienza rispetto al compito spirituale richiesto, compito al quale egli si vorrebbe consacrare.  

In effetti, il Mondo Spirituale non pretende affatto che chi, in questa epoca, vuole intraprendere il sentiero occulto sia già sin dall’inizio «eroico»: sarebbe disperante se in questa epoca da lui si pretendesse tanto! Tuttavia, il Mondo Spirituale esige – e lo esige nella più estrema misura – che, cammin facendo, «eroi» lo si diventi, e che ci si impegni con tutte le forze a diventar tali. 

Se non ci si vuole fare illusioni su se stessi, è bene che sulla nostra iniziale inadeguatezza al compito spirituale – inadeguatezza che può prolungarsi su un lungo tratto del sentiero spirituale – non ci si faccia illusione veruna. Il nostro essere «naturale» vive, ed è, una contraddizione apparentemente insanabile. Da una parte, il discepolo neofita «sa» dai testi della Sapienza sacra che «il mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi», e che «nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo», mentre dall’altra egli si fa facilmente e spensieratamente portare a spasso come un cagnolino da istinti, brame, paure, passioni, pregiudizi e false convinzioni, che sono il giuoco della maya nell’essere umano. Oppure, nel migliore dei casi, egli inizia una aspra lotta nei confronti di una natura inferiore, sorda al richiamo dello Spirito e riottosa a trasformarsi. Contraddizione che a volte può dar luogo a situazioni veramente tragiche e in non pochi casi portare addirittura a situazioni ridicole.

Massimo Scaligero ammonisce apertamente che l’idea di una esperienza spirituale – ancorché corretta e vera – non è affatto quella medesima esperienza spirituale: ne è tuttalpiù un germe embrionale: germe che può facilmente diventare sterile e addirittura abortire. Ovvero il «sapere» che si ha circa la natura spirituale dell’Io, e la presenza nel nostro cuore dell’originaria forza creatrice – come direbbero i trattati di geometria – è sì un elemento assolutamente necessario, ma di per sé non è affatto sufficiente: se rimane un mero pensato, l’aiuto che un tale «sapere» può dare è alquanto limitato e nel tempo si esaurisce rapidamente.

Il superamento di tale esiziale contraddizione è nella pratica interiore: nell’attuazione volitiva dell’Ascesi. Infatti, così scrive Massimo Scaligero nella quarta di copertina de L’Uomo Interiore. Lineamenti dell’esperienza sovrasensibile, Edizioni Mediterranee, Roma, 1976:

«Egli [l’Autore] presenta così, il metodo attuale necessario alla resurrezione dell’uomo interiore, dell’uomo magico, dell’uomo spirituale, indicando da dove si deve cominciare a ritrovare se stessi , oltre tutte le dialettiche, compresa quella che definiamo esoterica.

Trovare in sé il punto in cui si comincia finalmente a essere, a superare la psiche, a creare; passare decisamente all’azione facendo scattare l’elemento immediato dell’azione cosciente: questa è la semplice istanza proposta dall’Autore».

Ma come suol dirsi, la cosa è semplice, ma è veramente difficile – anzi difficilissimo – quel che è semplice: ossia un semplice che è tutt’altro che facile, come ampiamente dimostra l’esperienza degli umani. Un esempio di tale difficoltà è evidente nel fatto che molti esoteristi cercano, o il più delle volte sentimentalmente sognano, l’esperienza spirituale in cerimonie e ritualità passabilmente complicate e barocche, o in esercizi orientali, esoticamente affascinati, anch’essi oltremodo complessi. Altrimenti pensano di trovarlo nelle emozioni di una sentimentalità misticheggiante, magari accompagnata da un comodo moralismo di maniera. Cercano lo Spirituale in tutto fuor che nel pensiero con cui lo pensano: in tutto fuor che nell’attività pensante con la quale operano la scelta di una Via. L’oggetto pensato, illusoriamente, appare più concreto e importante della concreta attività del pensare che tale oggetto coscientemente crea e pensa. Il che è francamente illogico: almeno secondo la logica del Logos, che poi è l’unica concreta e reale.

Massimo Scaligero avvertiva che non sono esercizi elaborati e complicati quelli che portano all’autentica esperienza spirituale, bensì l’esercizio nel quale siamo capaci – malgrado tutti gli ostacoli posti dalla nostra natura senziente e istintiva – del massimo della forza, della massima dedizione all’esercizio stesso, che magari può apparirci il più arido e ingrato: la Concentrazione. E per anni si è potuto osservare quanta sorda o aperta opposizione susciti persino negli ambienti «scaligeropolitani» – come li chiama il mio amico C., asceta d’altra dottrina e grande ammiratore di Massimo Scaligero – la centralità della Concentrazione e della stessa Via del Pensiero.  

Il fatto è che la Concentrazione – «l’esercizio a sé sufficiente», lo definiva Massimo Scaligero – se veramente posta al centro della vita dell’anima e praticata con ardente dedizione e continuità, colpisce ripetutamente come un pesante maglio la natura inferiore, e la sbriciola. Ma la natura inferiore dell’uomo è avida di torpida inerzia e di abietto servaggio: essa ha una «natura» – mi si perdoni il giuoco di parole – fortemente «conservatrice» e «reazionaria», e si oppone con forza brutale o con sottile astuzia alla forza dissolvitrice e trasformatrice dello Spirito. La sua è una antica e perfida «sapienza», che facilmente illude con le sue male arti il poco consapevole essere umano. Persino lo spiritualista può essere agevolmente «giuocato» dalla sua illudente suasione, dal suo coinvolgente, e ambiguo, quanto inavvertito, magnetismo. 

Che le cose stiano esattamente in questi termini è ampiamente dimostrato dalla storia del movimento antroposofico – che ai miei occhi è la tragedia spirituale del XX secolo e di quello attuale – , movimento e Società Antroposofica, nella quale viene negletta, e persino avversata, ogni forma di pratica interiore, e soprattutto la Concentrazione. È giuoco forza che, in tale situazione, la stessa Antroposofia degeneri – come esplicitamente previsto da Rudolf Steiner – in un grigio intellettualismo, in uno slavato estetismo, in una inconcludente emotività, e che si giunga persino alla aperta denigrazione dello stesso Rudolf Steiner, come abbiamo potuto documentare su questo temerario blog, da parte di personaggi della dirigenza collegiale della suddetta Società – il cosiddetto Vorstand – in combutta con un nemico spirituale qual è il cattolicissimo teologo svizzero Helmut Zander: ebbi modo di essere testimonio oculare di una tale aperta complicità.

Una ulteriore dimostrazione è data non solo dall’atteggiamento ostile che la dirigenza della Società Antroposofica, in ciò seguita da molti soci che se ne lasciato suggestionare, ha avuto per decenni – e lo ha tuttora –  nei confronti di Massimo Scaligero, ma – abbiamo avuto modo di parlarne ripetutamente su Ecoantroposophia – anche dai tentativi, nel tempo sempre più espliciti, di «trasbordo ideologico inavvertito» in favore della nota potenza straniera d’Oltretevere, operati da parte di chi prima con destrezza si è impadronito dell’opera di Massimo Scaligero, e poi ne ha calunniato la figura umana e spirituale – anche di questo sono testimonio oculare, visto che l’Innominato fece ciò apertamente in casa mia, persino davanti ad un altro testimone, che volendo potrebbe confermare – criticando e attaccando esplicitamente la Via del Pensiero, accusata di essere «incompleta e superata», «orientale», «yoghica», «buddhista», «priva di rapporto con il Logos e col Graal». Al posto della Via solare viene proposta, abilmente camuffata, una via sentimentale e mistica: morbida e comoda, che spiritualmente non porta proprio da nessuna parte, mentre facilmente può condurre tra le braccia della suddetta potenza straniera d’Oltretevere. Oltre, naturalmente, a ventilare – usando spregiudicatamente citazioni monche e fuori contesto di Massimo Scaligero – che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e in tale ambigua «ventilazione» l’Innominato viene ripetutamente imitato da vari individui più o meno «interessati».

Come ho detto più sopra, è l’azione subdola e insinuante della natura inferiore, quella che porta sia negli ambienti antroposofici, oramai decadenti, sia in alcuni settori del milieu «scaligeropolitano», a divergere dalla Via del Pensiero e a temerla: chi dall’azione illudente della maya è coinvolto, crede di agire e invece viene da essa «agito». Ossia, come avverte Massimo Scaligero nel decimo capitolo del Trattato del Pensiero Vivente:

«È la condizione in cui l’Io semidormente deve scambiare per propria azione ciò che gli viene posto dalla natura, essendo questa supporto della coscienza di veglia. Sogna di agire e non si avvede di dare l’assenso della sua relativa coscienza a ciò che agisce per lui». 

Un secondo punto da chiarire, e da chiarire molto bene, è che la Via della Iniziazione – e oggi a maggior ragione la Via del Pensiero che la incarna – è una Via individuale. È opportuno dirlo, perché da tempo – sempre partendo dall’«ispirazione» gianicolense – sempre  più spesso e sempre più chiaramente si va affermando che «non si può arrivare all’Iniziazione individualmente: alla Soglia del Mondo Spirituale è necessario arrivarci comunitariamente o collettivamente». Come dire «tutti insieme appassionatamente», come nel film del 1965, interpretato dalla bellissima Julia Andrews.

A smentire una cotale insana e improvvida affermazione dell’Innominato, basterebbe guardare all’opera di Rudolf Steiner. Se consideriamo le sue opere cosiddette «filosofiche», che da mio punto di vista sarebbe meglio chiamare «filosofali», ossia la Introduzione alle opere scientifiche di Goethe, la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, Verità e Scienza, la Filosofia della libertà, la Concezione goethiana del mondo, Nietzsche, lottatore contro il suo tempo, gli Enigmi della filosofia, mai in esse egli parla in relazione al cammino della conoscenza di un aspetto comunitario. Persino nell’ultima edizione degli Enigmi della filosofia, e specificatamente nell’ultimo capitolo intitolato Sguardo sintetico su di un’Antroposofia, nel quale Rudolf Steiner dà esplicito il collegamento con la Scienza dello Spirito, in nessun punto viene fatta menzione di un tale aspetto comunitario del cammino della conoscenza spirituale.

Ma anche passando alle opere più apertamente «misteriosofiche» di Rudolf Steiner, come I mistici all’alba spirituale dei nuovi tempi, Il cristianesimo quale fatto mistico e i misteri dell’antichità, Teosofia, L’iniziazione – Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, Cronaca dell’Akasha, I gradi della conoscenza superiore, La scienza occulta nelle sue linee generali, i suoi quattro Drammi mistero, La direzione spirituale dell’uomo e dell’umanità, Una via per l’uomo alla conoscenza di se stesso, La soglia del mondo spirituale, Il calendario dell’anima, Gli enigmi dell’uomo, Gli enigmi dell’anima. La spiritualità di Goethe nella sua manifestazione attraverso il Faust e la favola del Serpente e della bella Lilia, I punti essenziali della questione sociale, Cosmologia, religione e filosofia, Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica secondo le conoscenze della scienza dello spirito, mai egli parla, o anche solo accenna, ad un aspetto comunitario come necessario al discepolo della Scienza dello Spirito nel suo cammino verso l’Iniziazione. Mai vuol dire proprio mai.

Minimamente ne accenna – dopo il convegno di rifondazione della Società Antroposofica nel Natale del 1923 – solo nelle sue Massime antroposofiche, ma è noto quanti dispiaceri le inadeguatezze degli antroposofi, per non dire dei traviamenti, dei veri e propri tradimenti avvenuti, dettero a Rudolf Steiner, che era responsabile di fronte al Mondo Spirituale della vita spirituale della Società Antroposofica. Errori e colpe degli antroposofi che lo portarono in poco più di un anno alla tomba. E comunque accenna ad aspetti di vita all’interno della comunità antroposofica, e non che una tale vita comunitaria sia necessaria per la realizzazione dell’Iniziazione.

Quanto alla sua autobiografia, La mia vita, che giunge solo sino agli anni 1906-1907, quando Rudolf Steiner operava ancora all’interno della Società Teosofica, è sintomatico che, parlando della comunità spirituale, egli chiuda il libro con tre parole, che negli anni si riveleranno profetiche: «litigi senza fine». 

Anche esaminando l’opera di Massimo Scaligero, ci si avvede che solo in due punti egli parla di aspetti comunitari del milieu spirituale: nella seconda Appendice e in Dallo yoga alla Rosacroce. Ma in ambedue le opere egli si rivolge alle degenerazioni della Società Antroposofica. In tutte le altre opere, mai egli parla della necessità di giungere all’Iniziazione in maniera comunitaria. Naturalmente, vi può ben essere una comunità spirituale – quella che Massimo Scaligero chiamava la «Comunità Solare» – ed essa può essere di grande aiuto per i praticanti interiori, ma la Via rimane comunque individuale, e il procedere su di essa è frutto dei ripetuti e crescenti sforzi della volontà consacrata del discepolo della Iniziazione: frutto della continuità della dedizione e della fedeltà, della alacrità del praticante, che lungo il sentiero intrapreso dovrà attraversare anche momenti difficili, ardue prove, periodi talvolta non brevi di aridità.

Ho conosciuto persino chi, sulla base delle sole opere scritte di Massimo Scaligero e di quelle di Rudolf Steiner, ha operato per lunghi anni in totale solitudine, e solo un anno e mezzo circa prima che Massimo Scaligero ci lasciasse, ebbe modo di incontrarlo alcune volte e di conoscerlo direttamente. Questo amico – anche lui un lupaccio cattivissimo – nella sua solitudine doveva operare energicamente e continuamente all’autostimolazione per non perdere il livello interiore, per non farsi sopraffare dai periodi di aridità. Questo amico con l’alacre operatività interiore non solo riuscì a superare una serie di problemi fisici, ma riuscì a conquistare a conquistare un livello interiore nel quale gli si aprirono importanti esperienze spirituali. Questo è per me l’operare «eroicamente».

Molti anni fa, negli anni ottanta del trascorso secolo, andai per diversi anni sui Pirenei in compagnia di un amico marchigiano – anch’egli pessimo soggetto nonché lupaccio cattivissimo – nelle zone nelle quali si svolse settecento-ottocento anni fa la tragedia spirituale dei Catari. Nella valle del Sabarthèz, lungo le rive dell’algido Ariège, incontravamo a Ussat-les-Bains un esoterista olandese di nome Marcel, che parlava uno squisito e limpido francese, il quale si pronunziò così a proposito della questione del ricercatore dell’Iniziazione e della Comunità spirituale: «Il faut être solitaires et solidaires». Il che tradotto nella bella lingua di Dante suona: «Bisogna essere solitari e solidali». Impossibile per me non esser d’accordo con lui al cento per cento.

Ancora una volta, è necessario mettere bene in evidenza come la Via sia rigorosamente individuale. E poiché paradossalmente è ben possibile stare soli insieme ad altri, la Via sarà per un verso individuale e solitaria, in quanto essa richiede il massimo dello sforzo interiore e della dedizione integrale e,  per un altro verso, là dove il destino così vuole, la Via sarà individuale e percorsa in comunanza con altri praticanti interiori, anch’essi individualmente impegnati nell’Ascesi solare. Forse, più che di comunanza si dovrebbe parlare di una autentica fratellanza d’armi, come convien che sia in quello che si rivela essere un vero e proprio combattimento spirituale. Ognuno sa di dovere poter contare in tale combattimento solo sulla propria forza, ma sa altresì che la propria forza è di aiuto ad altri come lui impegnati nell’identica lotta.

Questo porta a dover esaminare la differenza radicale tra l’anima di gruppo e lo spirito di comunità. L’anima di gruppo precede i singoli individui e ne condiziona e ne configura l’interiorità e l’espressione esteriore: è l’azione delle varie Chiese, massimamente di quella d’Oltretevere. Lo spirito di comunità, invece, è posteriore ai singoli individui impegnati nella pratica interiore, ed è il risultato della consonanza dell’operatività spirituale dei singoli. Come in un’orchestra, ogni suonatore suona secondo il proprio spartito – e la sua capacità di suonare è il risultato dei suoi sforzi e di un lungo costante addestramento – mentre la sinfonia è il risultato conseguente all’armonico accordo dei musicanti, così nella Comunità Solare ogni singolo asceta praticante opera – in solitudine e ove possibile insieme ai suoi «commilitoni» – interiormente con gli esercizi e lo studio rituale delle opere della Sapienza sacra, e lo spirito di comunità è l’armonico risultato dell’operare dei singoli.  

Massimo Scaligero nel capitolo 37 del Trattato del Pensiero Vivente dà la chiave per comprendere il senso dell’operare del singolo e della Comunità spirituale, e soprattutto dà la chiave per intuire il senso profondo del Rito della silente meditazione in comune, tanto avversata e persino derisa dall’Innomimato gianicolense:

«Il pensare è la via, in ogni momento possibile, della trasparenza dell’anima e della libertà redentrice. È la virtù che risana l’uomo e il mondo. In ogni momento, il pensare vivente, sia pure di rari asceti, può dare chiarezza e positivo svolgimento all’esperienza umana. Pochissimi sono sufficienti a operare per l’intera comunità, perché un solo pensare fluisce nel pensiero dei molti: la trascendenza si fa immanente là dove il pensiero attua la potenza della Resurrezione. Realmente tale pensiero vince la morte».

Penso che più chiaramente di così Massimo Scaligero non avrebbe potuto esprimersi. Ma chi non vorrà capire, non capirà. Anzi possiamo dire che chi oscuramente intuirà dove vada a parare la chiara indicazione di Massimo Scaligero avrà un motivo in più per avversare e la Concentrazione e la Via del Pensiero. Laddove, invece, in un contesto sedicente comunitario, che si risolve prevalentemente in un ameno «Club di Lettura e Conversazione», con contorno di moralismo e di sentimentalità mistica, è invece possibile manodurre i poco consapevoli ed edificati partecipanti e portarli ove essi non sospettano: magari proprio tra le accoglienti e stritolanti braccia della potenza straniera d’Oltretevere. In tale contesto sono possibili – in quello che Rudyard Kipling nel suo Kim chiama «il Grande Giuoco» – tutte le macchinazioni e le manipolazioni politiche (la politica è sempre una cosa sudicetta assai…) e confessionali (stesso discorso della politica…) della peggiore specie. Qui vult capere, capiat!

Ora, se Rudolf Steiner, nella Filosofia della Libertà e nelle altre sue opere «filosofiche», ha chiamato «individualismo etico», frutto della individuale «fantasia morale» del cercatore della Conoscenza, la visione morale dell’uomo libero, e se si tiene debito conto del fatto che lo stesso Rudolf Steiner definì la Via da lui descritta nel suo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, come il frutto e l’applicazione della suddetta Filosofia della Libertà, e in tali libri non parla mai della necessità di un aspetto comunitario del sentiero della conoscenza spirituale, è difficile giustificare la deriva «comunitaria» alla Via dell’Iniziazione. Deriva nella quale uno spregiudicato «pastore» può portare le fidenti pecorelle a pascolare sui prati della potenza straniera d’Oltretevere.

Suonano ammonitrici le parole che Massimo Scaligero scrisse nel primo capitolo de La logica contro l’uomo, ovvero ne Il problema a cui si sfugge, e avrebbe potuto tranquillamente chiamarlo «l’impresa interiore da cui si fugge». Infatti, egli così scrive alle pp. 15-16:

«Si pensa perché il momento autonomo del pensiero è ogni volta perduto, in quanto riflesso. Il pensare è il segno della conoscenza perduta, ma simultaneamente del percorso della reintegrazione. Infatti, occorre sperimentare il processo del pensiero, per risalire al momento in cui ancora non è. E per lungo tempo occorre insistere per portarsi, mediante un volere prima ignoto, a quel punto. Ma il pericolo di questo tempo è che una tale possibilità divenga inconcepibile ad opera del pensiero stesso che, filosoficamente, codifichi l’estraniamento al proprio principio. […]

Un’ascesi del pensiero urge al nucleo fattivo della cultura umana, come l’obbiettiva disciplina che essa, per assumere secondo verità le sue specifiche forme, richiede. Ma ad una simile ascesi il più serio ostacolo, fuori della sua possibilità di essere coltivata in silenzio e solitudine, è la logica stessa della cultura che invale nelle forme attuali: come ispirazione e come metodologia».

Da quanto abbiamo visto, la Via del Pensiero e la pratica della Concentrazione portano ad impegnare totalmente le forze interiori dell’asceta praticante, e l’«eroicità» della Via sta nel fatto che essa esige dal discepolo della Conoscenza la conquista di sempre ulteriori forze, oltre quelle ch’egli sino a quel punto si è duramente conquistato, per consacrarle con dedizione sacrificale all’impresa interiore, per consacrarle soprattutto alla Concentrazione. Ciò porta ad una certa solitudine interiore sia per l’incomprensione che, anche all’interno della Comunità spirituale, oggi come ieri, mostrano nei confronti nei confronti di questo «estremismo» operativo, sia come necessario clima interiore per l’attuazione dell’ascesi stessa. Vengono in mente le parole che ancora si possono leggere in una delle grotte dell’Eremitage di Arlesheim, nei pressi di Basilea, ove oltre due secoli fa andava a meditare il Conte di Cagliostro:

«O beata solitudo, sola beatitudo».

L’ARCHETIPO-NOVEMBRE 2017

Anno XXII n. 11

Novembre 2017

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L-Angelo

I DIVERSI VOLTI DELL’ESPERIENZA INTERIORE (di F. Giovi)

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Se questa nota fosse veramente ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nel comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo, Tilopa, Roma 1963), esse, di per sé, non offrono al nostro sguardo il loro significato essenziale, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino «in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi». Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo… potremo continuare all’infinito. Occorre compiere un piccolo sforzo per realizzare che, fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero), non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria, e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dall’interiore mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana, ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo, ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora la desta autocoscienza si spegne durante il processo: riaccendendosi solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema, ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e piú importante tra le esperienze interiori è la coscienza pensante, sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il piú negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio, e se davvero fosse cosí il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo cosí non è, la confusione regna e per “esperienza interiore” si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione, per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordi­nario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono familiari nel mondo sensibile. Questo è un errore, ma vi sono errori ancora piú profondi, laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile. Per non parere astratto vi riporto un fatto realmente accaduto alla presenza di una certa élite di esoteristi.

 Jules-Benoit Doinel fu il fondatore della Chiesa Gnostica (ho citato il suo nome nella nota biografica su Paul Sédir) su confe­rimento degli “antichi vescovi albi­gesi” nel modo qui di seguito de­scritto. È l’autunno del 1890, ora del crepuscolo. Il luogo è l’Oratorio della Duchessa di Pomar . Presenti un Barone spagnolo, sei o sette importanti occultisti e un potente medium. «Una Presenza riempiva l’Oratorio» scrive Doinel, e dopo un prolungato silenzio, la pesante antica tavola intorno alla quale i nostri personaggi sono seduti inizia a fremere e a modulare onde sonore. Lady X con una bacchetta d’avorio scorre un quadrante alfabetico: alla lettera corrispondente il tavolo emette colpi secchi. Cosí si forma la frase: «Preparatevi a ricevere i Vescovi del Sinodo Albigese di Montségur». Scintille luminose sprizzano dalle pareti, di fremiti vibrano le porte, dal centro del tavolo parte una specie di rullo di tamburi temperato, come al passaggio di augusti personaggi. Poi torna il silenzio e l’alfabeto forma una nuova frase: «È qui Guilhaberto di Castres, Vescovo di Montségur e i quaranta Vescovi dell’Alto Sinodo del Paracleto sono venuti con lui». Tutti i partecipanti si alzano in piedi e Guilhaberto di Castres (a colpi di tavolo) parla: «Ricostituite ed insegnate la Dottrina Gnostica che è la Dottrina Assoluta, e per Vangelo prendete il Quarto, quello di Giovanni, che è il Vangelo dell’Amore. Ricostruite apertamente la Chiesa Gnostica, la Santa Chiesa del Paracleto, composta di Perfetti e di Perfette, come la nostra Chiesa. Colui che dovrà ricostruirla, è in mezzo a voi stasera. Egli verrà consacrato mio successore in questo stesso Oratorio, secondo l’antico rito: e avrà Elena-Sofia per fidanzata e sposa. Lo Spirito Santo vi manderà Coloro che vi sono necessari. La gioia dello Spirito e la pace del cuore siano con voi, Primizie della Gnosi Nuova!». I presenti sono sconvolti, si inginocchiano, il tamburo riprende a battere, un vento scaturisce dall’invisibile e tutti odono una voce che dice: «La benedizione del Santo Pleroma e degli Eoni sia con voi! Noi vi benediciamo come benedimmo i Martiri di Montségur. Amen, amen, amen». Poi tutto torna alla quiete, la tavola rimane muta, ma nello stesso istante, è sempre Doinel che scrive: «Ebbi l’im­pressione di una bocca e di un bacio: era il sacro bacio della mia mistica Sposa».
Poco tempo dopo quanto narrato, Doinel venne consacrato Vescovo Gnostico (con il nome di Valentino II) e i piú valenti esoteristi di Francia: Papus, Sédir, Haven, Guénon ecc. furono consacrati vescovi di altrettante città europee. Anche l’Ordine Martinista venne travolto dalla slavina: l’Art. VII del Decreto Sinodale dichiara il Martinismo d’essenza gnostica, e i suoi Superiori Incogniti prendono posto nella classe dei Perfetti.
Desidererei che osservaste l’accaduto con lucida e distaccata coscienza: esso non fu altro che una fragorosa, scenografica seduta spiritica, la quale però, in quel momento e nei successivi avvenimenti, intrappolò il fior fiore degli esoteristi francesi che cadde nel pentolone come pollame da brodo (a onor del vero ad alcuni degli attori venne data successivamente una ben piú elevata possibilità: la connessione a Maître Philippe). Voglio sottolineare che una corrente spiritualista di una certa apparente importanza sul piano dell’esoterismo europeo originò da una seduta medianico-spiritista, cioè dalla massima antitesi di una vera manifestazione spirituale.
Mi sono dilungato nel racconto per non restare nelle astrazioni, per raccontarvi una storia e per affermare (credo ragionevolmente) che moltissimo di quanto passa come mondo esoterico ascende, pur con tante differenze formali, dalle stesse suggestive oscurità che si manifestarono nell’Oratorio della Duchessa di Pomar. E non andrebbe dimenticato che da quelle parti si manifestarono, a conti fatti, soltanto dei fenomeni medianici a effetti fisici, quelli che piacciono tanto ai tecnologi della parapsicologia che in oltre cent’anni di studi “scientifici” non hanno tirato fuori nemmeno un ragno dal buco.

Piú raffinato e complesso è il fenomeno del visionarismo, tenendo in poco conto l’esperienza dell’Importante Teosofo che passeggiando per Roma vede tra i bighelloni Christian Rosenkreuz (Ieratico? Frettoloso? Questo non lo sapremo mai). In tale tipo di fenomeni, senza che vi sia di necessità un mutamento o un particolare rafforzamento dell’anima, si aggiungono alla coscienza comune, come se la realtà non ne fosse già strapiena, figure, immagini e scenari. Questi casi possono avere differenti origini e diversa rispettabilità. In genere le visioni sono di tre tipi:

prodotti di patologie connesse a danni chimici o neurologici, in alcuni casi aggravate da erronee discipline interiori e, peggio del peggio, rafforzate da irriconosciute predisposizioni ad aperture medianiche;
residui di antica veggenza atavica in cui il sangue è percettivo e le immagini sono echi di percezioni spirituali (eteriche), sovente caratterizzate da una certa obiettività con fatti piú antichi o lontani. Esse, intendo le visioni, di solito non danneggiano l’individuo (fanno parte di lui, spesso ereditate dal ceppo familiare), che sovente è protetto dalla semplicità intellettiva e/o da un isolato ambiente sociale;
fenomeni collaterali karmici che sorgono spontaneamente sui primi passi di una vera disciplina interiore. Gustav Meyrink, nel suo romanzo La faccia verde, dà una debordante ma sostanzialmente esatta descrizione di quanto può verificarsi: «La via che ti mostro è tutta cosparsa di vicende straordinarie: i morti che hai conosciuto vivi risorgeranno davanti a te e ti parleranno! Non saranno che immagini. Esseri luminosi, sfolgoranti e gloriosi t’appariranno e ti benediranno! Non saranno che immagini, figure immateriali che, emanate dal tuo corpo (mio è il corsivo), trapassano per la morte magica, sotto l’influsso della tua mutata volontà, dalla materia allo Spirito, come il duro ghiaccio evapora sotto i raggi del sole».

Dovrebbe essere ben chiaro per l’asceta che le esperienze del III tipo sono positive come indicatrici del suo lavoro e del tutto negative se valutate e coccolate come rivelazioni o altro di simile. Di solito questo genere di fenomeni cessa proprio quando l’anima diventa un tutt’uno con la Via dello Spirito.
I casi descritti hanno in comune la corporeità fisica – Meyrink lo evidenzia – che è in effetti il buio archivio di tutte le forze magiche del passato, quindi il problema non è il possesso (il “cosa”) di una inesauribile miniera di pietre preziose, ma il fatto di estrarle nel modo giusto (il “come”). Basilio Valentino conosceva il problema quando indicò l’Opus con l’acronimo VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem).
Mi permetto di accennare ad una categoria minoritaria, di cui, a ragione, nessuno parla e la cui natura è priva di definizione perché è del tutto individuale, intima e occulta. Fa parte di essa chi continua, di vita in vita, un determinato lavoro interiore e ne diviene consapevole progressivamente oppure in momenti cruciali della vita. Qui non esistono schemi. Racconto di uno che aveva all’in­circa quarant’anni: mentre pregava (non era confessionale ma a suo modo assai religioso) il mondo circostante sparí e apparve il Maestro antico: «Sono nuovamente sulla terra, muoviti a cercarmi!». Impiegò anni a trovarlo. Parlo di uno solo perché, estroverso e generoso, non nascose l’accaduto e se n’è andato da tempo, ma devo tacere di altri che hanno scelto il silenzio. Sono pochi ma non pochissimi e a descrivere il loro come e quando parrebbe una raccolta di sfrenate fantasie. Gli scarsi caratteri comuni sembrano comunque essere: a) avere frammentari rapporti con l’invisibile già dai primi anni di vita, b) la riaccensione di un fuoco interiore (eterno?) che spinge nella ricerca, nello studio e nelle discipline, c) l’incontro con il Maestro.
Dalle poche righe che su questo ho osato scrivere, chi sa leggere con il cuore comprenderà quanto intima e delicata sia tale sfera: per l’attuale modo di pensare, diciamolo senza ipocrisie, la segretezza infastidisce. Io spero che chi si dice occultista abbia la minima sensibilità, almeno in questo caso, di comprenderla.

L’attuale situazione per gli aspiranti ricercatori dell’Occulto si presenta grave e severa ed esige un grande sforzo del cuore e della mente, poiché quasi tutto quello che si offre alla loro ricerca sembra offrire mete spirituali per le quali il prezzo del biglietto consiste in forme, anche complesse e difficili, di completa passività. Guardate che, anche tenendo in nessun conto i sincretismi all’acqua di rose e le dottrine sognate a tavolino, se ci si accosta ad insegnamenti di provata radice metafisica, il fatto della passività sembra reggere. Ad esempio il chi cino-taoistico dovrebbe manifestarsi solo dopo aver cancellato quello che lo impedisce: se voglio spingere un oggetto uso di norma muscoli, legamenti ecc. Ma se voglio che sia il chi a spingere, devo allora esercitarmi nella negazione dei muscoli fisici. Diamine! Il chi è spirituale, perciò impersonale, e quindi saturerà il suo campo quando toglierò di mezzo quel fastidioso “io sono” che ingombra la testa e tutto il resto. “È stato tirato” conferma il cortese monaco dopo che Herrigel, dimentico di sé, compie l’impossibile impresa.
Impossibile al di fuori di uno specifico karma personale e di particolari influenze. In fondo basta togliere la desta autoconsapevolezza al desto e autoconsapevole uomo occidentale! Saltar via dalla propria condizione strutturale è impossibile, mentre è possibile ottunderla. Ma questo significa, per l’uomo contemporaneo che ha perduto gli stati sottili di coscienza, acquisendo in cambio un punto desto di tangenza con il Principio – questo è l’Io – consegnarsi, regredendo, alla corporeità. Steiner osserva che le forze dell’anima, nello specifico il percepire e il volere, dipendono nella vita tanto dall’elemento corporeo quanto da forze extracorporee. L’intensificazione dell’attività pensante trae fuori dal corpo le forze dell’anima e le rende indipendenti dai processi corporei. Nel caso contrario le attività animiche di competenza umana divengono semplici manifestazioni di attività organiche. Lo sperimentatore si lega alla corporeità in misura maggiore (patologia) rispetto alla normale coscienza di veglia. Ciò che sta sotto manifesta la propria attività in contenuti ed immagini eliminando parzialmente (visionarismo) o totalmente (medianità) le forze di coscienza che, ora, appartengono all’Io. In pratica la linea di confine consiste nel percepire un abbassamento della destità di coscienza che nella pratica interiore non deve mai scendere sotto la consapevolezza del pensiero ordinario. Fate attenzione: nel suddetto caso si avverte una stasi, una sonnolenza o una stanchezza piuttosto strana, perché è incomprensibile se sia fisica o mentale; poi, siatene sicuri, arrivano presto esperienze e visioni. Se l’anima non è predisposta alle vie della dissoluzione, questi fatti saranno soltanto inciampi fortuiti sui primi passi. Però non vanno assolutamente coltivati. La coscienza s’abbassa? Si concluda immediatamente l’esercizio. Eventualmente si riprendano nuovamente (in un secondo tempo) le formule iniziali degli esercizi, ossia il ripartire dalla forma piú elementare della tecnica, riducendo i tempi, avvantaggiando l’intensità e rivisitando aspetti irrisolti del carattere o almeno aumentando il potere dell’attenzione.

La direzione opposta consiste nell’intensificazione dell’attenzione pensante che inizia dal con­trollo o dominio del pensiero ordinario e può giungere alla percezione del pensare indipendente dalle categorie corporee. Attenzione: l’esperienza del pensiero-che-è-piú-che-pensiero, si dà. Non sareb­be esatto dire che essa sia il risultato dell’immagine sintesi: questa ne è, per cosí dire, la base necessaria. Pure il termine “immagine sintesi” sembra portare confusione anche in chi vorrebbe indicare agli altri il cosa e il come e sorge la bislacca tentazione di “pensarla” come uno stravagante puzzle di immagini raccolte durante la ricostruzione dell’oggetto, e cosí si sbaglia alla grande. Certo, la concentrazione è una tecnica, ma non intellettualistica, è tutta pensiero, ma un pensiero che esige anche pazienza, coraggio, volontà e dedizione ben oltre i naturali limiti: si tratta di osservare il pensiero e questa è, nell’ordinario, una impresa impossibile che può diventare possibile a tappe. Se dico a Tizio di darmi un turacciolo, Tizio me lo dà poiché ha suscitato e riconosciuto il concetto di turacciolo: un lampo nemmeno troppo consapevole che per un attimo si è acceso all’interno della coscienza. La concentrazione estrae e contempla in chiara realtà questo lampo. Per giungere a ciò si evoca un tema (il turacciolo) e si ricostruiscono davanti alla coscienza le caratteristiche dell’oggetto: con questa operazione si fa volitivamente convergere la corrente del pensiero sul tema. Lo si estrae dall’interno della coscienza. Poi si mantiene l’attenzione solo sull’oggetto: essa è sempre corrente di pensiero! L’oggetto (che naturalmente è di pensiero) può anche rivestire la forma percepita nella visione sensibile. Per molto tempo esso tenderà a sparire nel nulla vuoto, e occorrerà attingere continuamente ad un intimo sforzo creativo per ricrearlo e porlo all’attenzione interiore. Con la pratica e l’insistenza incrollabile, l’immagine comincerà a mantenersi, statica o dinamica, quasi fosse indipendente dallo sforzo dell’operatore che deve sostenere comunque la massima concentrata attenzione (però avvengono sottili modifiche interiori nel modo di chi guarda e in ciò che è visto). Continuando l’operazione, si osserverà che l’immagine tenderà a dissolversi, ma non come all’inizio. La situazione è diversissima, poiché ora l’eventuale vuoto è saturo, il nulla è pieno perché dall’oggetto, formalmente scomparso, fiorisce un intenso quid pieno di vita (è vita dell’etere, quindi tutt’altro che astratta: è la prima volta nella vita in cui si percepisce la vita!). Questo quid pieno di vita è avvertito dalla coscienza come il concetto puro privo di “materia”, cioè di categorie sensibili. Perciò, se la terminologia di immagine sintesi vi ingarbuglia, potreste chiamarla “immagine creativa”, poiché lo sforzo maggiore sta nel mantenerla e ricrearla (sono consapevole che sintetizzando l’ope­razione non ho potuto tener conto di diverse variabili individuali). Nella terminologia usata dalla Scienza dello Spirito il vertice di questa eccezionale esperienza è chiamato col nome di pensiero puro libero dai sensi e trae con sé l’elemento puro del volere e del sentire: si può dire che un secondo uomo nasce dall’intensificazione del pensare. Un’entità vastissima che inizia ad agire nel campo universale delle Potenze cosmiche. Il pensiero libero dai sensi non è soltanto il fondamento certo per una conoscenza di sé quale entità dello Spirito, ma è anche il mezzo tramite il quale l’uomo può conoscere per esperienza diretta quanto del Mondo Spirituale è significativo per la sua ulteriore maturazione.

L’Opera epistemologica di Rudolf Steiner e in particolare La Filosofia della Libertà offre in tal senso il necessario processo conoscitivo e lo sforzo richiesto al pensiero stesso. Non posso però tacere la modestia dei risultati (rimproverata ai membri della Società Antroposofica da Steiner stesso) ottenuti nella prima parte del XX secolo, mentre nei molti decenni successivi si è potuto assistere al parziale oscuramento del tema (e su ciò sarebbero inevitabili delle osservazioni che sono certamente scabrose poiché coinvolgono la guida dell’Associazione).
Il lavoro sacrificale di Massimo Scaligero ha ridato comprensione, realtà e mezzi al processo epistemologico che chiamiamo anche Via del Pensiero. Non v’è pagina nei suoi scritti in cui la concatenazione dei pensieri non permetta la risalita dal pensiero astratto alla percezione del pensiero pensante. Oltre Scaligero, mi si può far notare la presenza di altre figure che hanno espresso simili contenuti, ma ciò è vero in minima parte, in quanto trattasi di persone che hanno conosciuto e incontrato Scaligero apprendendo e annotando da lui tutto il possibile per “personalizzarlo” in tempi successivi. Fa parte dei tratti del carattere di Scaligero (meglio sarebbe dire: della sua grandezza spirituale) il non aver denunciato tali scorrettezze, mantenendo persino rapporti epistolari amichevoli con i suddetti autori. Del resto Scaligero non ha mai ritenuto come “suo” il proprio lavoro. Magari un analogo sentimento permeasse chi si ritiene custode delle sue parole! Che, seppure lentamente, raggiungono in tutto il mondo le anime che avvertono una carenza o frattura nell’es­senza di ciò che viene presentato come Scienza (?) dello Spirito dai suoi formali espositori. Questa è la spiegazione sensibile ed è incompleta. Quanto vi è di altro non compete a questa nota.
La liberazione dai legami corporei non è una sorta di distacco spaziale, ma un rovesciamento dell’essere e delle sue forze conoscitive. Per la prima volta l’uomo vede cosa sia il corpo sensibile e il corpo fisico: sono due esperienze intense e completamente diverse. L’uomo cosmico vede l’uomo terrestre e impara (intuisce) quali siano le forze addormentate e contratte che questi cela. Circa la corretta rappresentazione di alcune esperienze è di particolare interesse il ciclo di Rudolf Steiner intitolato Dell’Iniziazione (Ed. Antroposofica, Milano 1985) permettendomi di ricordare che nemmeno il Dottore dice tutto dappertutto. Del resto nel IV capitolo della Scienza Occulta sono inserite in forma di immagini le chiavi per accedere ai grandi segreti celati nell’uomo… qualora l’asceta possa attingere alla parte di sé in cui eternamente scorre il pensare liberato.

FOGLIE (di F. Di Lieto)

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FOGLIE

Un vento di gran lasco, 

un soffio teso, 

preludio di partenze, 

raso ai tetti, 

agita gonfaloni, 

banderuole sposta 

al capriccio dei suoi colpi. 

Quando sarà il momento, 

quale strappo avrà ragione 

del peduncolo che tiene la foglia 

unita al vincolo del ramo? 

Ora lassú, nel sole che declina, 

è un luccicare, un brivido arpeggiante 

degli alberi che sentono, 

insidiato dalla buriana, il popolo vociante, 

già chiazzato di ruggini, scambiarsi, 

da cima a cima, gli echi dell’estate:

il frusciare di nuvole, 

l’azzurro venato d’oro e cremisi al tramonto,

nel crogiolo salino, rara alchímia,

il raggio verde che gli innamorati 

coglievano in un lampo all’orizzonte.

E conchiglie sonore, e voli a stormo, 

orme incalzanti le orme fuggitive.

Tutto questo è memoria che si estenua 

nel febbrile stormire arborescente, 

suggendo al tempo l’ultimo respiro. 

Poi, a un urto piú secco il tronco freme, 

scrolla nel vuoto la sua chioma, 

allenta l’eterico dominio delle linfe.

Cosí la foglia si abbandona 

al flusso della vita che va e che ritorna.

Poiché, se il vento chiama,

deve andare,

leggera, nell’eterno navigare.

 

EQUANIMITA’

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Mi è stato chiesto di pubblicare qualcosa che riguardi l’equanimità. Anni addietro lo avevo già fatto. Perciò riprendo rivedendo (quasi) a nuovo il tema.

Parto da un fatto vero, da un incontro realmente avvenuto tra me e un giovanottone di cui fu padrino di battesimo

Non so come sia andata poi, ma il fatto era che il mio figlioccio si accingeva ad iniziare il terzo dei famosi cinque esercizi.

Per giungere al bisogno/impulso di procedere oltre il controllo del pensiero e l’atto puro, gli erano occorsi degli anni! E già da questo potreste ammettere che la cosa che sto raccontando è del tutto vera.

Da ciò, poiché si sta parlando di una persona reale, potete vedere quanto può essere diverso il lavoro interiore tra uomini in carne e ossa diversi: chi fa un esercizio al mese, chi aveva ricevuto l’indicazione di farli tutti cinque subito e nella stessa giornata, chi dei cinque non fa mai gli…ultimi quattro. C’è posto pure per quelli che i “cinque esercizi” non li fanno proprio e fanno altro, infine ci sono anche tanti che non fanno niente e anch’essi avranno le loro ragioni…non le trovo ma di sicuro le avranno.

Dunque, per piacere, evitiamo inutili giudizi, poiché come in ogni esercizio di preparazione esoterica contano soprattutto la dedizione e l’intensità, cioè la merce più rara e più elusiva, alquanto celata per gli umani strumenti di misura e valutazione.

Allora, tornando alle prime righe ricapitolammo minuziosamente alcuni aspetti dei primi due esercizi. Osservai quanto era stato notevole sentire dal figlioccio come la concentrazione lo avesse aiutato durante il durissimo periodo di un grave lutto personale (la sua compagna era morta in un incidente stradale). In quella situazione aveva fatto quello che anche suggerisco spesso: brevi concentrazioni molte volte al giorno.

Rivisitammo anche il secondo esercizio (quello che, sulla carta stampata “pare” facile) e convenimmo su tre cose: a) l’assetto interiore dell’atto, silenzio interiore e consapevolezza, nel compiere l’azione libera da motivi personali, senza il preventivo controllo del pensiero è troppo poco, non coinvolge i corpi sottili; b) è piuttosto importante che l’azione venga predeterminata il giorno prima e che, come un fiume carsico, scorra sotto traccia, anche durante il sonno notturno; c) in condizioni di possibilità l’azione pura non sarà lunga, anzi sarà semplice e breve, ma articolata e completa come le azioni che si espletano ordinariamente: i gesti troppo elementari, come il portare un oggetto da una tasca all’altra possono essere visti come eccezionali ripieghi in eccezionali occasioni: atti di buona volontà e – si spera – non di astuta pigrizia.

Il terzo esercizio, senza un minimo risultato di disciplina e di minima realizzazione dei primi due, è più o meno impossibile.

Ricordiamoci che gli essenziali – volontà nel pensiero (I) e pensiero nella volontà (II) – sono il punto di partenza per il III, ossia il contenimento di impulsi ordinariamente inarrestabili provenienti da una sfera possente che in massima parte è fuori dal controllo conseguito con una condizione interiore che si renda, almeno in taluni momenti, indipendente da natura, carattere ed educazione.

A meno che non si “bari” brutalmente con la depauperazione sistematica dell’anima (sul modello della vecchia educazione “all’inglese”). Pur di evitare, coscientemente o meno, un incontro diretto con la propria interiorità (ciò terrorizza più gente di quanta si possa credere) vi sono quelli che, sentendo una personale inadeguatezza in varie forme di rapporto sociale, fanno il possibile per darsi modi e abitudini più raffinate: modificano lo stile comportamentale da fuori a dentro, come viene fatto nelle scuole per ufficiali nell’Esercito. Ma questo è un capitolo che esorbita dal nostro tema.

Con il III esercizio i tentativi “titanici” sono fallimentari e possono alterare la sana vita animica.

Il terzo esercizio è difficile poiché, lo si interpreti come si vuole, porta ad un impoverimento del proprio sentirsi abituale, ed è proprio ciò che Steiner dice senza dirlo quando scrive che “ si diventerà più ricettivi per tutta la gioia e il dolore che ci attornia” e questo è possibile solo quando non si sia immersi nella propria gioia o nel proprio dolore.

In effetti il Dottore si preoccupa che il discepolo non tenti la bravata indicata sopra, cioè tenti la strada sbagliata dell’insensibilità e dell’indifferenza che alla fine sono solo manifestazioni della perdita della più alta potenza dell’anima.

La richiesta “tecnica” è orientare l’essere interiore a “padroneggiare l’espressione del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore”. Si domina cioè la manifestazione istintiva.

Questo viene sottolineato più volte: a ragione poiché trattiamo di un lungo lavoro, reso ancora più difficile dalla sottile necessità di separare, come nell’alchimia, il sottile dal denso: dunque la percezione del dolore dall‘invadenza del dolore.

Il risultato dell’esercizio è la creazione di una zona animica indipendente dai sentimenti personali e dalle loro fluttuazioni: il Dottore la descrive come di “intima calma”.

Alla fine si tratta di dare forma nell’anima a qualcosa che già può esserci se il I ed il II esercizio sono stati esercitati davvero a lungo e in profondità: si plasma consapevolmente qualcosa che già dovrebbe esserci.

Mentre i primi due esercizi possiedono caratteri formali che possono renderli più accessibili, con il terzo esercizio (equanimità) entriamo in un certo qual modo nelle discipline a cui manca il supporto certo. Il dott. Colazza direbbe che sono “atteggiamenti” dell’anima. Con l’equanimità siamo a metà strada (mentre con il IV e V esercizio, a dirla tutta, sono dolori: cioè impazzano le “traduzioni” personali, quasi sempre abbondantemente astratte ed astruse).

E’ possibile avvicinarsi progressivamente all’equanimità a passi relativamente certi.

In primis ricordo un consiglio che Scaligero ci diede (buono per qualsiasi esercizio che abbia la caratteristica dell’interfaccia tra anima e mondo esterno).

Si tratta di meditare per immagini e per più settimane la scena dell’esercizio. Dico “scena” come un attore che prepari anima e gesto per la parte che svolgerà sul palcoscenico. E’ un immaginarsi in una situazione che, nell’ordinario, causerebbe immediatamente una reazione emotiva, mentre in tale immaginare si realizza se stessi come osservatori spassionati.

Ci si cala così in un antefatto dell’esercizio…con le caratteristiche del meditare ossia poche immagini semplici la cui impressione riesca ad risuonare nell’anima.

Esiste poi una quasi- equanimità che è più facile, più controllabile.

Mi ricordo che veniva spesso suggerita da Mimma Benvenuti, cugina di Scaligero, alle tante persone che trovavano più facile confidare a lei le difficoltà incontrate nella pratica.

Se vi è chiaro il senso della parola “espressione” usata dal Dottore, troviamo un gradino di mezzo, del tutto corretto e sicuro che può essere praticato più volte nella giornata.

Si tratta di dare uno stop all’immediatezza della propria reazione sensibile, magari per tre secondi.

Facciamo un esempio facile: suona il telefono, siamo da una vita abituati a precipitarsi per rispondere: ora invece rimaniamo fermi: scatti il silenzio dei centomila pensieri (esercizio I), il dominio cosciente sul movimento fisico (esercizio II).

Centouno, centodue, centotré… poi (solo poi) assecondiamo la vecchia abitudine.

Lo stesso vale alla fermata del bus, al suono del campanello, alla parola che vorremmo far uscire dalle labbra, ecc.

Dai, che tre secondi non vengono nemmeno notati!

Qui ho dato uno schema abbastanza facile, spetta alla libera capacità di ognuno modificarlo, allargarlo, inspessirlo, ecc.

Poi, quando diventa una capacità reale si può, con maggiore sicurezza, passare a “stoppare” manifestazioni più forti o insospettabili.

Le più difficili appartengono alle relazioni tra esseri umani, specie in famiglia.

Quando si avverte che la nuova capacità “tiene”, occorre grande prudenza: in tempi in cui stress, rabbia e frustrazione sono la pessima atmosfera comune, la calma non è qualcosa con cui adornarsi in piazza. Non v’è disciplina esoterica senza una controparte magica che agisce sul mondo circostante: può essere un toccasana per chi ci circonda ma in alcuni fomenta collera cieca. Senza esagerazione potrei dire che la tua calma imbufalisce quelli che nemmeno sognano cosa essa sia. E non sto scherzando!

Forse è inutile ricordare che “l’equanimità” è uno tra gli esercizi più difficili per il comune stato dell’anima: sarà trasformante ma, in genere, può venir colto come un doloroso passo indietro. Pur con le dovute cautele, si incide nel tessuto animico: per essere capaci di farsi male nella sfera del sentire, è assolutamente necessaria la forza di dominio coltivata col I e II esercizio.

Infine, per le traduzioni iper-minimaliste del tipo “vino & tarallucci”, potremo continuare allegramente la chiacchierata nel bar più vicino…

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)

Copia di 30 APR 21 MAGG 2017 FKHSIFS 025 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2017)

 

1/18031

FARMACO DI ARMONIA

 

LA SCONFINATA OTTUSITA’ SULL’ORLO DELLA BESTIA

IN CUI L’ELEMENTO TEMPESTOSO DEL SELVAGGIO

IMPRECA FRA FLUSSI DI SUPERBIA.

 

BRANCHI DI OSCURE FIGURE CHE SENZA VERAMENTE VOLERLO CERCANO IL DIAVOLO CHE POSSA RIEMPIRLI.

 

INTRICO DI ENERGIE CHE DAI CORPI FISICI ESTRAGGONO BESTEMMIE OSSEE.

NELLA CECITA’ ANIMICA DEL BELLUINO OLTRAGGIO.

 

SONO I SENZA UMANITA’ POICHE’ MAI CONOBBERO L’APOLLINEA AURORA.

 

INTRICO DI FLUIDE POTENZE VITALISTICHE

CHE EMERGONO DALLE PROFONDITA’ DEL SANGUE

PER TENDERE IRREVOCABILMENTE VERSO L’OSSEITA’.

 

CORPOREITA’ ENERGIZZATE IN CUI IL VOLTO INTERIORE E’ SPENTO.

 

RIFUGGONO IL PENSARE POICHE’ LA DEVOZIONE E’ SOMMERSA DAL TUMULTUARE DI APPETITI CHE IMPONGONO SUPERBIA.

 

TANTO LONTANI DALLA LUCE IN QUANTO OLTREMODO OCCULTAMENTE DENSI NEL CORPOREO.

 

DEVASTANTE IMPRONTA DI MATERIALITA’ ESISTENZIALE

CHE GIUNGE VENEFICA  NEL CUORE IMMATERIALE DELLA LUCE D’OCCIDENTE.

 

MA – OLTRE L’IMPOSSIBILE – TUTTO PUO’ ESSERE GRADUALMENTE RISANATO.

 

NEI PROLUNGATI APICI IN CUI LA LUCE DEL PENSARE ATTINGE NEL POTERE UNITIVO DELLA FOLGORE : L’AUREO VOLTO DELLA NORMA MANIFESTA L’UNICA ESSENZA DELLA VERITA’.

 

AVVIENE L’IRRAGGIARSI DELLA SCULTOREA IMPRONTA.

 

DALL’IMPOSSIBILE SI RICREA IL VALORE IN CUI LA DEVOZIONE DISSOLVE IL VITALISMO SUBUMANO.

 

UN ARGINE APPARE NEL COSMO DELLE FORZE FORMANTI.

 

UN POTERE IRROMPE OVE IL DESTINO – PRIMA DI COMPIERSI –

PREPARA LE SUE VESTI.

 

E TALE POTERE

– ATTINTO OVE IL PENSARE RESPIRA NELLA LUCE UNITIVA DEL RICORDO –

MANIFESTA L’ESSENZA LOGICA DELL’UNICA VERITA’.

 

RIVESTITA DI FERRO CELESTE

LA POTENZA SCULTOREA DEL VERO

IMMETTE IL FARMACO DI ARMONIA

CHE DISSOLVE IL BESTIALE.

 

NELL’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

DA CUI IRRAGGIA IL VOLTO DEL SOLARE.

 

OVE IL PROTENDERE ALLA LUCE NON E’ UN TENUE SENTIRE PROSSIMO AL TRADIRE

MA E’ STRENUO ATTO DEL VOLERE CHE GIUNGE OVE LE FOLGORI PERCORRONO IL DESTINO E LO MUTANO NEL SEGNO DELL’ARCANGELO.

 

OVE L’IDEA GIUNGE A CONTEMPLARE CIO’ CHE LA TIENE UNITA FRA LE POTENZE LOGICHE DELL’UNICA VERITA’.

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2/18032

VIRTU’ ALATA

 

PRIMA ANCORA DI PENSARE SI IMMERGONO NELL’AMARA CALUNNIA.

 

I LAMENTI LUNARI DEGLI ISTERICI NEL CRUDELE SINGHIOZZO NEGANTE.

 

UNA NUBE CHE DESIDERA IL MALE LI AVVOLGE E LI MUOVE.

 

CAPRICCI FEROCI ENTRO PICCOLE ANIME PROTESE AL FERIRE.

 

I SENZA DIMORA CELESTE IL CUI FURORE PIANGENTE

INSEGUE LA SCIMMIA E NE IMITA L’IMPROVVISO NEGARE.

 

PICCOLE ANIME DELL’ETERNA PLEBAGLIA

CHE GREMISCE LE SPONDE DEGLI INFERI E NE VIVE ILTERRORE.

 

IL LORO AGIRE NEGA LA LUCE

E ODIA IL PENSARE CHE  -RISORGENDO-  DISTACCA DAL MAGNETE CORPOREO.

 

L’IMPRONTA CHE CONSEGNANO AL MONDO E’VOLONTA’ SENZA SENSO CHE TENDE AL MALIGNO E LO ADORA.

 

MA E’ UNA DEBOLE IPNOSI DAL TENACE FURORE CHE HA PAURA DEL BENE.

 

IL FATO ATTENDE DAL LIBERO ARBITRIO DELL’UOMO IL LAMPO CHE POSSA ARGINARE E DISSOLVERE L’OSCURITA’ PRECEREBRALE DI QUELLA POTENZA MEDIANICA.

 

E INFATTI OGNI ATTO D’ASCESI CHE GIUNGE OVE L’UNIRE I CONCETTI E’ RESPIRO CHE CONTEMPLA UN VALORE :  EQUIVALE AD UN LAMPO.

 

EQUIVALE AD UNA LUCE INSISTITA CHE URTA E CONSUMA QUEL MALE.

 

UN ATTO VOLITIVO CHE MEDIANTE IL PENSARE RIESCA A MANTENERE EVIDENTE L’ESSENZA MOBILISSIMA DEL POTERE UNITIVO DI UN RICORDO : RESPIRA NELLA FONTE LOGICA DEL BENE.

 

ED E’ UN LAMPO CUI PUO’ ESSERE CONCESSA L’AURA FERREA DELLA REDENZIONE.

 

IN VARIO GRADO PUO’ ESSERE CONCESSA  :  MA SEMPRE IMMERSA NELLA VIRTU’ ALATA DELLA CONSACRAZIONE.

 

OVE IL SIGNORE DELLE FOLGORI ACCOGLIE L’ESSENZA SPONTANEA DI PREGHIERA CHE GIUNGE OVE IL FERRO METEORICO SOSTIENE L’ANELITO DEL CUORE.

 

OVE IL CREARE E L’ATTO DEL REDIMERE COINCIDONO.

 

NELLA LONTANISSIMA E ALLEATA AURA DELL’ARCANGELO.

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3/18033

SOTTILISSIMA LUCE

 

LE CEREBRALITA’ OBERATE DALL’INCONSAPEVOLE DISGUSTO ESISTENZIALE.

 

INTENSO SPENDERE LA VOLONTA’ UMANA OVE L’UMANO NON PUO’ CHE ACCUMULARLA NEL DISGUSTO.

 

OVE LA FORZA SPESA NEL BANALE PORTA ALLA FOLLIA.

 

UMANITA’ CHE INFRANGE LE FRONTIERE DELL’UMANO

PRECIPITANDO AL CENTRO DELL’INFERNO.

PRECIPITANDO OVE LA POTENZA NON HA PIU’ PENSIERO E QUINDI NON RAGIONA.

PRECIPITANDO NELLA MULTIFORME BOLGIA IN CUI L’UNICA DIREZIONE E’ CONTRADDIRE IL LOGOS.

 

SENZA ORIZZONTI NE’ CONFORTO.

 

L’INTENSO IMPEGNO OVE L’ANIMALITA’ CREDE SOLO NELLA MORTE :

GENERA OCCULTE FIGURE DI MENZOGNA CUI ULTIMO SBOCCO E’ LA FOLLIA.

 

SONO I VOLITIVI DELL’OTTUSO AGIRE SENZA DIO.

 

FORZE DEFORMATE ATTINTE NEL CAOTICO VENGONO IMPRESSE DALL’IMPEGNO NEL TROPPO UMANO INARIDIRE RAZIONALE.

 

GROVIGLI DI ENERGIE INFERNALI TUMULTUANO OVE LA RAGIONE GALLEGGIA FRA GLI ABISSI DEL DISGUSTO.

 

-OCCORRE UN ASSOLUTO CHE OTTENGA DA QUELLE VOLONTA’ ATTI COSCIENTI DI RICONSACRAZIONE-

 

ATTI DI SOVRUMANITA’ IN CUI REDIMERE E INNALZARE QUANTO E’ PRECIPITATO AL DISOTTO DELL’UMANO.

 

OCCORRE CHE SI RINNOVI IL RITO DELL’AURORA NELL’AMPIO DELLA RESURREZIONE RESPIRO ELETTO.

 

AZIONE DEL PENSARE CHE GIUNGA CONTEMPLARE IL POTERE CHE UNISCE I CONCETTI NEL LAMPO DEL RICORDO.

 

ASCESI DEL PENSIERO IN CUI LA VOLONTA’ E’ SPESA PER UNIRE APICI DI PURA LUCIDITA’ COSCIENTE OVE L’INTELLIGENZA RESPIRA OLTRE L’UMANO.

 

OVE NEL CUORE DEL METALLO

SPLENDE   -CELESTE  –  LA STELLA  DELLA DIVINITA’ CHE OPERA DALL’IMPOSSIBILE CONNETTERE NEL CENTRO AUREO DELL’INTELLIGENZA.

 

NELL’APPARENTE SOLITUDINE IN CUI MOLTITUDINI ERRANTI RICEVONO DAI POCHI : AIUTO ED ATTIMI DI SOTTILISSIMA LUCE.

 

OVE NELL’APOLLINEO VOLTO SPLENDE L’IMPRONTA DELL’ARCANGELO.

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4/18034

SOVRAMENTALE LUCE

 

PROFONDA NELLA BLASFEMIA LA RABBIA AGITA LE PAROLE.

FORMULA OPINIONI CHE NON SONO PENSIERO MA OMBRE DI VOLONTA’.

 

SEMPLICI APPETITI DELLE TENEBRE DIVENTANO CONTORTA IDEOLOGIA

NELLA MEDIANITA’ DEGLI SPROFONDATI.

 

MA FRA LE ANIME CHIUSE

PUO’ ACCENDERSI  -DIROMPENTE-  LO SPLENDORE.

 

COME LA TENEBRA

OPERATIVO NELL’INCONSAPEVOLE

MA  -OLTRE LA TENEBRA-  VOLUTO NELLA LIBERTA’ :

SI PUO’ IMPRIMERE L’ATTO DEL REDIMERE.

 

LUCE UNITIVA CHE AGISCE IRRAGGIANDO QUALITA’ SOVRAMENTALI

NEGLI APICI IN CUI L’IDEA OTTIENE ATTIMI OVE RESPIRA OLTRE I FRANTUMI DEL PICCOLO RAZIOCINIO.

 

COME I VOLERI DELL’INCUBO ALITANO FRA LE MASSE ASSETATE DI BLASFEMIA :

COSI’ ALTRETTANTO OPERATIVI

–  DALL’IMPOSSIBILE  –

POSSONO SCOCCARE LAMPI DI RESURREZIONE

CHE MEDIANTE ATTIMI DI LIBERO ARBITRIO

–  ASCETICAMENTE —

TOCCANO ANIME OBERATE

PERMETTENDO IL REINNALZAMENTO.

 

NEL LIBERO GIOCO DELLE FOLGORI

IN CUI ALL’AUREO SIGNORE DEL PENSARE

E’ FORNITA LA POSSIBILITA’ DI AGIRE SCULTOREAMENTE SUI DESTINI UMANI.

 

ASCESI DEL PENSIERO PRATICATA DA COLORO CUI INASPETTATAMENTE E’ CONCESSO DI CREARE SPAZI OCCULTI PER IL MANIFESTARSI OPERATIVO DELLA SOVRAMENTALE LUCE.

 

NEL MONDO DELLE CAUSE IN CUI NELL’INCESSANTE LOTTA DELLE VOLIZIONI

E’ STRENUAMENTE ATTESA LA LIBERTA’ DELL’UOMO SPESA NEL LOGOS.

 

FRA LONTANISSIME E ALLEATE LUCI DELLA NETTISSIMA ARCANGELICA PRESENZA NEL LAMPO DELLA CONTINUAMENTE RINNOVATA ASCESI.

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5/18035

GLI ATTI DEL FUTURO

 

LA CARNE ENERGIZZATA CHE RATTIENE NEL NEGARE.

OVE LA TENEBRA SPROFONDA NEL PESO DEI CERVELLI FISICI E LI MUOVE.

 

NODI DISCETTANTI IN CUI LA FALSA VITA FINGE IL RAZIOCINIO.

 

SONO I LUOGHI DELLA MORTE IN CUI GLI AUTOMI DEL PLAUSIBILE FINGONO DI VIVERE RECITANDO UN CAOTICO PENSARE.

 

NELL’OMBRA IN CUI IL NEGARE ESERCITA IL CONTRARRE

SI MUOVE SENZA SENNO L’AMARISSIMO CHE IMPRECA.

 

MA SI MOSTRA IN QUANTO OSTILE A CIO’ CHE HA IL POTERE DI ANNIENTARLO.

 

SI MOSTRA AL POTERE SOLVENTE CHE IN IDEA REINNALZA I LIVELLI DI LUCE MORALE IN QUANTO NE SFIORA LA FONTE CREANTE.

 

INVISIBILE E AGENTE NEL VIVERE USUALE :

IL MALE OSTACOLA QUANTO NEL RITO D’IDEA SI CREA E RISPLENDE E SI ELEVA.

 

NELL’ESTREMO SILENZIO LA FORMA DEL CONCETTO E’ UN ATTO CHE RIVIVE POICHE’ VIENE CONTEMPLATO.

 

IN TALE SILENZIO IL MALE VIENE URTATO PRIMA CHE DIVENTI ATTO DEL DESTINO.

 

IN TALE SILENZIO LA FOLGORE MODELLA GLI ATTI DEL FUTURO.

 

ELEVANDOLI ALLO SGUARDO DELL’ARCANGELO.

 

OVE PUO’ ACCADERE CHE LE VIE DEL FATO VENGANO PERCORSE E RIMODELLATE DAL LOGOS D’OCCIDENTE.

 

NELL’AURA DELLA RESURREZIONE CHE SU TUTTO L’UMANO PUO’ RIVERBERARE.

 

SOVRUMANIZZANDO.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

LOSANGA 2 SCUDO ROMANOgrande

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L’ARCHETIPO-OTTOBRE 2017

Anno XXII n. 10

Ottobre 2017

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Cristo-soccorre-Pietro