IL DEMONIACO NELL'ARTE

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Per chi ha cuore e sensibilità di fronte a ciò che vede nell’arte (architettura, scultura, pittura, ecc.), ecco un discorso chiaro e nel quale sono assenti le elucubrazioni che vengono partorite dall’eccesso di onanismi intellettualistici i quali mascherano tutte le nullità, o peggio, le oscenità galleggianti nell’artificioso bacino di molta parte della cosiddetta arte contemporanea.

Nell’epoca della omologazione globalizzata può risultare difficile, persino faticoso l’essere costretti a nuotare controcorrente. Non per stizza o contraddizione aprioristica ma per opporsi necessariamente ad una deriva che si spinge verso il basso e poi più in basso ancora. E non si creda, ingenuamente, che ciò derivi solo da una “beata” incoscienza. V’è, ad esempio e proprio ora, una corrente di architettura che nel suo “manifesto” si oppone ad ogni idea di trascendenza o almeno di bellezza: il suo scopo dichiarato è costruire in nome del brutto e del disgustoso.

Qui propongo un piccolo anticorpo: un breve intervento tenuto a Roma nel 1952 di Hans Sedlmayr (1896-1984), uno tra i più importanti storici dell’Arte del XX secolo.

Certamente ciò che esprime può essere non condivisibile (la sua biografia porta le stimmate del tradizionalismo, del nazismo e del cattolicesimo: che sottendono, nell’esteriore, il bisogno interiore di un “centro” perduto), ma il filo del suo pensiero mi pare, come ho detto nelle prime righe, assai chiaro e di un certo valore. Ho simpatia (che, credo sarebbe condivisa per i contenuti che seguiranno, anche da C.S. Lewis: qualcuno ricorda i dipinti appesi nella stanza iniziatica del dott. Frost in Questa orribile forza?) verso chi parla con conoscenza non raffazzonata, sebbene non possa essere indipendente da un certo punto d’osservazione: condizione inevitabile per ogni uomo che non si finga angelo.

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In quali condizioni un’opera d’arte o l’arte di un artista o di un’ epoca può essere chiamata demoniaca (che significa, come avevamo convenuto, cacodemoniaca, ossia derivante dallo spirito maligno), diabolica o infernale.
Sul piano di una storia dell’arte che abbia pretese di autonomia, e dunque di estetismo puro, è impossibile stabilire utilmente un concetto di arte demoniaca. Di più: su tale piano non si riesce neppure a percepire quale sia il senso esatto del termine ‘arte demoniaca’; termine peraltro indispensabile a penetrare realmente i fenomeni artistici e a discernere efficacemente i diversi spiriti che si manifestano nelle arti. Per giungere a tale discernimento è indispensabile fare quello che l’estetismo non fa:
prendere sul serio le opere d’arte.

A tale scopo è necessario considerarle come enunciazioni, enunciazioni plastiche riguardanti stati di cose reali e ontologici, enunciazioni che possono essere vere o false (o insensate) al pari delle enunciazioni verbali.
Procedendo così, difenderemo la seguente tesi: un’opera d’ arte è demoniaca, diabolica, quando conferma con l’immagine un’enunciazione ontologicamente falsa su Dio, gli angeli, l’uomo, il mondo, la natura ecc.; ossia quando esprime tale enunciazione sotto una forma artistica che impegni lo spettatore ad approvare e accettare la falsa asserzione. Tale opera d’arte è un ‘rovesciamento’, divenuto forma, non solo dell’ordine dei valori, ma anche dell’ordine ontologico, e ciò corrisponde peraltro al senso primo del termine
diabolus, diabolico. Dal punto di vista oggettivo, in rapporto all’essere e a ciò che è, si tratta di una menzogna, proprio come il diabolus è il ‘padre della menzogna’. E dal punto di vista soggettivo, in rapporto allo spettatore, si tratta di ‘seduzione’, proprio come Satana è il ‘seduttore delle origini’.
Ecco alcuni esempi per illustrare la tesi.
Un pannello murale della biblioteca del college di Dartmour negli Stati Uniti dovrebbe raffigurare un ‘Cristo’, opera del messicano Orozco, pittore espressionista della seconda scuola. Il personaggio si solleva in aria, i fianchi cinti da un lenzuolo, e sopra il grembiule di cuoio da operaio, con le stigmate che indicano in lui il Cristo. Ha le gambe divaricate, il pugno sinistro teso in avanti, nella mano destra stringe una grande ascia. Il volto, dallo sguardo di una fissità demoniaca, ricorda la fisionomia nota come quella di Lenin. Sullo sfondo, ai piedi di un’immensa piramide formata da armi belliche, fucili, cannoni, carri armati ecc., giacciono gli idoli rovesciati: la Colonna greca e l’immagine di Buddha. Ma giace a terra anche la Croce, rozzamente intaccata. Il Cristo-Operaio l’ha distrutta con l’ascia.
Il quadro costituisce indubbiamente la rappresentazione plastica più radicale del mito del proletario, vero uomo-Dio, che non partecipa del peccato originale dello sfruttamento, che scaccia le potenze delle tenebre, abbatte gli idoli, porta la Salvezza con l’azione e annuncia l’era nuova. L’opera è nata dallo spirito dei manifesti di propaganda dei senza-Dio sovietici, evocati anche dal carattere pubblicitario dello ‘stile’, che spesso addirittura la superano quanto a veemenza blasfema. Infatti, dal punto di vista cristiano, il quadro di Orozco è blasfemo. Ontologicamente parlando, non si tratta solo di una falsa enunciazione: poiché un Cristo che fa a pezzi la sua croce con l’ascia non potrebbe in alcun modo essere il Cristo; è il Ribelle, diabolicamente travestito, con la maschera del Cristo. Ci troviamo qui in presenza del ‘rovesciamento’ insensato di tutte le immagini concepibili del Cristo. Un rovesciamento, evidenziato appassionatamente dallo stile dell’autore, che ci invita con sguaiataggine a dichiarare la nostra appassionata adesione. Il diabolico dell’opera prendendo le parole alla lettera: la confusione volontaria dell’immagine del Cristo con quella del Ribelle si manifesta apertamente e senza veli. Quanto scompiglio degli spiriti anche nel nostro tempo! Basti pensare al fatto che il quadro è stato dipinto per la biblioteca universitaria di un Paese in fin dei conti cristiano.

Un’incisione di James Ensor porta il titolo Diavoli che bastonano angeli e arcangeli. Se la tela di Orozco è il rovesciamento di una raffigurazione del Cristo, questo disegno è il rovesciamento del vecchio tema occidentale della caduta degli angeli ribelli e del loro capo Lucifero. La plasticità dell’incisione, non priva di grande fascino grafico, porta tutti i tratti del caos incarnato. Nel disegno angeli e arcangeli sono provvisti degli stessi elementi di deformazione, bruttezza, perversione e oscenità dei diavoli vittoriosi. Ecco un esempio eclatante d’immaginazione demoniaca.

Ma non facciamoci illusioni: una tavola come l’Angelus Novus di Klee appartiene alla stessa famiglia di prodotti attraenti d’una immaginazione diabolica, checché ne dica un’ interpretazione ad usum delphini dell’arte di Klee. Infatti, qualunque forma possa assumere l’immagine di un angelo nella rappresentazione umana, mai potrebbe rivestire quei tratti grotteschi e idioti. Il leggero tocco di umorismo sardonico, piuttosto che attenuare, accentua l’orrore dell’apparizione.
Un quadro di Max Ernst, tra i protagonisti del sedicente surrealismo, mostra la
Vergine che bastona il Bambino Gesù coricato sulle sue ginocchia. La freddezza glaciale dell’esecuzione accentua il carattere blasfemo del soggetto fino al livello di ironia sacrilega.
Accanto al ‘rovesciamento’ dell’immagine del Cristo, degli Angeli, della Vergine, quasi tutte le scuole di ‘arte moderna’ fanno apparire una deformazione dell’immagine dell’uomo, del volto umano e del mondo familiare che circonda l’uomo, deformazione tendente al demoniaco.
Le varianti di tale
demonificazione sono sterminate, come le negazioni della verità, ma è possibile raggrupparle in alcuni cicli infernali.
L’uomo viene sfigurato sotto le sembianze: dell’insetto (Ensor); della maschera vuota senza sguardo (Picasso); del fantoccio cavo (George Grosz); del congegno (de Chirico); del robot (Archipenko); della macchina (Duchamps); della chimera (Max Ernst); del mostro (Picasso, Moore, Dalì); del demonio (Max Ernst, Dalì e soci). .
Ciò significa che, attraverso l’immagine, si trasferiscono sull’uomo tutti quei tratti che la concezione occidentale dell’inferno aveva attribuito agli esseri dalle smorfie sataniche che popolavano il luogo di dannazione. E ciò che fa subire all’uomo, l’immaginazione dell’arte moderna può ugualmente applicarlo al mondo che ci circonda e a ogni creatura solidale con l’uomo. L’universo dell’uomo si perverte in un tipico paesaggio infernale (basti ricordare i ‘paesaggi’ dei surrealisti).
Se parliamo, a giusto titolo, di deformazione, non intendiamo una deviazione dal canone naturalista. Nel quadro stesso di un’arte sovra-realista si osservano deformazioni della figura umana: in tal caso si tratta di veicoli che devono sollecitare lo spirito, attraverso l’immagine, a elevarsi su un piano superiore a quello ‘meramente umano’. Pensiamo all’
Angelo dell’Apocalisse di Bamberga, che scaglia la macina in mare: la sua mano, quattro volte più grande di quella di un uomo, simboleggia la potenza sovrumana del gesto. Pensiamo all’Angelo dell’Apocalisse di Dürer: le sue gambe sono colonne fiammeggianti, il corpo rilascia raggi immateriali, ma la testa è puro volto d’uomo. Assimilare tali figure agli angeli di Ensor o di Klee equivarrebbe a rinnegare e falsare le distinzioni più certe. E tale osservazione vale in maniera assolutamente generale.

Ci sono poi deformazioni dell’essere umano, della sua figura, del suo volto, che restano ancora nella sfera dell’umano.
Ontologicamente parlando, l’uomo nello stato di decadenza è al tempo stesso sublime e infranto, grande e miserabile, piacevole e brutto. Se dunque altri artisti moderni mostrano l’uomo afflitto da tutti i segni della sua miseria deformato, sfigurato, infranto, talvolta sul punto di decomporsi, segnato da tratti oscuri del nulla dove si trova proiettato, stilizzato sotto le apparenze del criminale, dell’idiota o dell’alienato ciò è unilaterale, ed è molto rischioso mostrare all’uomo immagini simili del suo essere. Ma non è ontologicamente falso, e dunque non è illegittimo. È infatti pregiudizio meschino credere che l’uomo debba abbellire una realtà presunta oggettiva.
Se il Rinascimento e il Barocco hanno mostrato, unilateralmente, l’uomo nella sua nobiltà, magnificenza e divinità astraendo dalla morte e dal peccato, e questo comportava a sua volta dei rischi non è meno legittimo farlo apparire nella sua condizione infranta e precaria. Il Medioevo conosce bene l’immagine del Cristo sfigurato dalla sofferenza e persino brutto, un Uomo-Dio il cui aspetto è privo di bellezza.
Ma le deformazioni dell’uomo sopra menzionate sono di tutt’altro ordine. Si tratta di enunciazioni ontologicamente false, sotto forma d’immagine e attraverso l’immagine, che si rapportano alla natura, all’essenza stessa dell’uomo. Rimproverare tale deformazione verso l’infra-umano alle tendenze dell’arte moderna che la rappresentano, non significa volerla misurare secondo il canone naturalista dell’immagine umana, come insiste a ripetere chi difende tali tendenze. Quella deformazione corrisponde invece a una falsa enunciazione attraverso l’immagine.
Poiché, per quanto in basso sia caduto, mai e poi mai neanche nelle sue degradazioni estreme l’uomo è diventato insetto, maschera, manichino, congegno, macchina, robot, fantasma, chimera, demone.
Tuttavia bisogna riconoscere che questi sono altrettanti pericoli che aspettano al varco l’essere umano; essi non sono apparsi mai così visibili come ai nostri giorni. Ma se dovessimo interpretare in tal senso tutti quei dipinti, le deformazioni plastiche e grafiche dell’uomo dovrebbero venir mostrate con tono di lamento, compianto o minaccia. Ebbene: nella maggior parte dei casi, è proprio quel che non accade.

Da: Avvenire-Agorà,2007.

L’ARCHETIPO – DICEMBRE 2015

SCIENZA DELLO SPIRITO E FEDE

Minerva Botticelli

Non sono pochi, oggi, coloro che rivolgendosi all’esoterismo, alla ricerca di una Conoscenza spirituale in generale, o alla Scienza dello Spirito in particolare, cercano in essi qualcosa di analogo alla fede religiosa, un surrogato, un sostitutivo, o un completamento di ciò che da quasi venti secoli in Occidente viene offerto dalle varie Chiese, ossia dalle varie confessioni religiose organizzate. Sempre più spesso, oggi, nella fede religiosa si cerca semplicemente una consolazione nei confronti dei mali e dei dolori che affliggono la vita, e talvolta un sedativo o addirittura un narcotico nei confronti dell’angoscia esistenziale, della paura della morte e dell’aldilà.

Dall’esoterismo in generale, o dalla Scienza dello Spirito in particolare, si ritiene di poter ricevere – per via di rivelazione – una serie di “verità”, le quali vengono accolte, “credute”, e soprattutto “sentite”, senza per questo avvertire minimamente, nella maggior parte dei casi, l’esigenza di sperimentare realtà e fondamento di tali “verità”. 

Per il sopravvivere indebito di un antico e ormai esaurito atteggiamento passivo dell’anima, si tende a riprodurre nei confronti dell’esoterismo in generale, e della Scienza dello Spirito in particolare, un rapporto “religioso”, ossia fideistico, nel quale si accolgono acriticamente e dogmaticamente – sulla base di simpatie personali, di suggestioni sentimentali o istintive – tutta una serie di “verità”, che vengono accettate come “rivelate”, sulla base di un principio di “autorità” che per definizione si sottrae ad ogni forma di verifica. È la codificazione di uno stato di paralisi e di impotenza dell’anima, la quale teme e non vuole uscire dallo stato di passività e di dipendenza, alle quali millenni di servaggio alla natura corporea e psichica l’hanno costretta e abituata. L’anima umana, assuefatta alle proprie catene, è giunta ad innamorarsi delle mura della propria prigione, che teme abbandonare, e a scambiare per generosi e compassionevoli benefattori i propri carcerieri e aguzzini, i suoi spietati sfruttatori che la prostituiscono e l’asservono.  

Uno dei compiti della scienza moderna, la missione che costituiva il fine peculiare del suo sorgere, avrebbe dovuto essere proprio quello di liberare, in ogni campo, l’anima umana da questa forma di credula passività nei confronti di qualsivoglia principio di “autorità”, di qualsiasi forma di “fede” mistica e sentimentale nei confronti di uno Spirituale, sempre più semplicemente sognato. Ciò portò inevitabilmente al contrasto tra fede e scienza, alla condanna di Copernico e di Galileo, alla condanna e al rogo di Giordano Bruno.

Il problema del contrasto, del possibile o impossibile accordo tra scienza e fede, non è affatto – come molti credono – qualcosa di relativamente recente nella storia dell’umanità e nell’evoluzione culturale e filosofica della medesima. Certo, negli ultimi secoli, un tale contrasto, in seguito allo sviluppo della scienza moderna, è giunto a deflagrare in maniera davvero dirompente nel mondo occidentale, dando luogo a tutta una serie rapidissima di trasformazioni, talora convulse, sul piano religioso, politico e sociale. L’Illuminismo settecentesco, con la sua vasta influenza, è solo uno dei molti esempi possibili di tale fenomeno e delle conseguenti trasformazioni che, ad ogni livello, ne sono scaturite. Ma tale contrasto ha dietro di sé quello ben più importante e tragico, che sorse al tramontare dell’antico Mondo Classico, tra Conoscenza sovrasensibile e cieca fede confessionale.

Il problema della differenza tra Scienza o Conoscenza e fede era ben presente già nel mondo antico, sia in quello dell’Occidente pre-cristiano, sia in quello dell’Oriente prima pre-cristiano e successivamente a-cristiano. In un certo senso, esso è connaturato all’essere umano, alla sua costituzione interiore: al suo sentire, al suo pensare e conoscere. Ma tale problema nel mondo antico veniva risolto secondo una gerarchia di valori metafisici, filosofici e religiosi, che rendevano impossibile ogni contrasto e, in quel senso, rendevano saldi l’ordine e la coesione sociali.

Prima di entrare a fondo nel tema, è bene considerare il significato etimologico originario di parole come “scienza” e “fede”, il significato che esse hanno nella lingua italiana, e nelle lingue latine e greca dalle quali la nostra lingua deriva, perché il significato di tali parole si è operato in modo che nel corso dei secoli cambiasse alquanto: et pour cause – come dicono i nostri cugini francesi – ossia a sommo studio. Per cui chiedo venia al candido lettore per la pazienza che sono costretto a chiedergli riguardo a talune considerazioni filologiche, le quali a prima vista possono apparire noiosette anzichenò – lo ammetto volentieri – ma che hanno la loro importanza.

La parola “scienza” ha la sua origine nel vocabolo latino scientia, che deriva dal verbo scire, significante appunto conoscere, sapere, ed indica il conoscere sicuro, oggettivo, accertato, rigoroso, appunto “scientifico”, contrapposto alla mera opinione, puramente soggettiva, la quale, se può talvolta casualmente cogliere nel segno, rimane tuttavia senza autentica certezza, dipendente dalle preferenze personali, dai subrazionali condizionamenti psicologici, personali e collettivi, ed è per sua natura incerta e variabile, senza basi razionali e indimostrabile, ma soprattutto molto facilmente manipolabile.

La parola “fede” deriva dalla parola latina fides, la quale aveva originariamente un significato morale e non dogmatico, come invece ha assunto – anzi si è voluto che assumesse – sempre più negli ultimi venti secoli. Da essa deriva la parola fedeltà, in latino fidelitas, da fides (prima ancora feides) = fedeltà, lealtà. Concetto che ritroviamo nella parola greca πιστεύω (pistèuo) = fidarsi, credere, affidarsi. Per cui, fedeltà è la qualità di essere leali e coerenti nel mantenere gli impegni presi, i legami, gli obblighi assunti.

La fides era appunto la fidelitas, la fedeltà del legionaro romano verso i propri capi, quella del cives, del cittadino romano, nei confronti della Res Publica, verso la stessa Roma. Il venir meno alla fides, ai patti di fede giurata, era nel mondo antico motivo di sommo disprezzo. Per esempio, la locuzione latina Punica fides, tradotta letteralmente, significa fedeltà cartaginese. Il termine si basa sul nome con cui i romani chiamavano i cartaginesi, poeni, cioè puni, il quale deriva a sua volta dal greco φοίνικες-phòinikes, ossia Fenici dai quali i Cartaginesi discendevano. Nella cultura romana antica, questo termine era sinonimo di non mantenere la parola data, di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Infatti i Romani consideravano i Cartaginesi, loro acerrimi nemici, infidi e ingannatori. Purtroppo – e lo dico con molta melanconia – ho dovuto fare l’amara esperienza, sulla mia orsolupesca pellaccia, di come una tale punica fides, con tutto quel che implica di inganno, intrigo, menzogna, calunnia, simulazione, manipolazione, tradimento e spergiuro, abbia ampiamente preso campo – oltre che nella giungla della vita profana, dove oramai è data per scontata – nella Comunità spirituale, che dovrebbe invece esserne immune.

La fides o fede, nel senso di fiducia, naturalmente ha ben la sua ragion d’essere nelle ordinarie cose umane, ed anche nella ricerca della Conoscenza. Ma non si tratta di fede cieca, nel senso teologico che tale termine ha assunto in Occidente in talune confessioni religiose. Per esempio, se mi rivolgo ad un docente di matematica superiore affinché mi spieghi le equazioni differenziali a derivate parziali del primo, del secondo e del terz’ordine, naturalmente mi rivolgo a lui proprio perché io non conosco – ancora non conosco la materia in questione –  ed ho fiducia nella sua competenza e nella sua disponibilità ad istruirmi in quel particolare campo dell’analisi matematica superiore. Io non conosco la materia da apprendere e credo, ossia ho ragionevole fiducia, che essa mi verrà da lui insegnata. Il docente, invece, conosce l’analisi matematica ed è in grado di insegnarmela. Nel mio caso vi è fede, nel senso di fiducia, non certo di fede cieca. Nel caso del docente vi è, invece, scienza, e non fede: egli non ha fiducia che l’analisi matematica sia vera: egli lo sa che è vera, ossia ne conosce la verità, perché è in grado di dimostrarla a se stesso e agli altri con strumenti rigorosamente logici. Infatti, io non gli crederò semplicemente sulla base di una sua supposta “autorità”, bensì perché egli, dimostrandomi i teoremi e svolgendo i calcoli con algoritmi rigorosi, farà sì che io possa fare a meno di credere, per invece sapere.

A rigor di termini, anche il neofita che si accosta all’esoterismo o alla Sapienza Celeste si trova nella medesima situazione. Infatti, egli inizialmente nulla sa di che cosa sia realmente la Scienza dello Spirito. Certo, nella maggior parte dei casi, egli avrà sentito parlare o forse anche letto qualcosa sulla Scienza dello Spirito, ma questo non vuol dire conoscerla. Perché, come direbbe Dante Alighieri, è giusto affermare: “che ̕ ntender no la può chi no la prova” (Vita Nova, Cap., XXVI). L’Iniziazione è una trasformazione radicale, ontologica, di tutto l’essere umano, ed essendo un vissuto, in quanto tale è indicibile. La Conoscenza vera, autentica, è l’esperienza personale diretta, vissuta, perché occorre con Tommaso Campanella affermare chiaramente che: “tangere per manum alienam, non est scire, sicut comoedere ore aliorum non est manducare”, ovvero, tradotto il tutto nella bella lingua di Dante, così suonerebbe: “toccare, sperimentare attraverso l’altrui mano non è conoscere, non è sperimentare, così come mangiare mediante la bocca di altri non è certamente nutrirsi”. E per questa ragione nella scienza, nella conoscenza in genere, il principio di autorità, sul quale si basano da venti secoli le fedi confessionali dogmatiche, non vale un bel niente. Quindi, è sempre l’esperienza diretta e vissuta – regina sovrana in questo campo – quella che soprattutto conta, quella che sola ha diritto di chiamarsi autenticamente Conoscenza. L’esperienza della Conoscenza, della Scienza, porta al superamento del principio di autorità, al farne completamente a meno.

La fede, intesa come credenza, non è sapere, non è e non può essere, di per sé, conoscenza. Perché sapere non è credere, e credere di sapere, non è sapere. Così come neppure la mera informazione intellettuale, ancorché erudita e dialetticamente elaborata, non è e non può essere vero, autentico, vitale, sapere: non è scientia, non è Sapientia. Nel discepolato occulto – in ogni Iniziazione che sia autenticamente tale – si deve formare, e non meramente informare, o peggio ancora – come da taluni ci si sforza perfidamente di fare con un’abile operazione di “trasbordo ideologico inavvertito” – disinformare e deformare. La Sapienza non è “cultura”, o “informazione”, o “erudizione”: anzi spesso è proprio il contrario di essa.

Nel Medioevo, e ancora nel Rinascimento, per coloro che cercavano la conoscenza occulta, la Sapienza era un vissuto, più che un saputo. Così, per esempio, erano spesso degli illetterati quei Cavalieri Templari, dal coraggio ardente, che affrontavano la morte corporea sul campo di battaglia e la morte iniziatica nel Tempio, o nella solitudine della loro cella, con identico slancio. Essi il più delle volte non avevano “cultura”, non leggevano libri – sovente erano degli illetterati – eppure erano “sapienti” nel senso iniziatico del termine. Massimo Scaligero parlò più volte ad alcuni di noi di come, per esempio, rispondesse ad assoluta verità il fatto che, nella seconda metà dell’Ottocento, l’occultista tedesco Franz Hartmann, di ritorno dall’India, avesse incontrato a Napoli una cerchia rosicruciana, guidata da Iniziati del tutto illetterati, i quali lo stupirono con la vastità della loro percezione spirituale e la profondità della loro sapienza.

Venendo al mondo antico, nella tradizione classica mediterranea, si distinguevano due livelli di conoscenza, dei quali solo uno era considerato reale, e di conseguenza “scientia”. Nelle tradizioni sapienziali e filosofiche pitagoriche, eleatiche, platoniche e neoplatoniche, del mondo ellenico prima e di quello romano poi, si distinguevano bene “scienza”, ἐπιστήμη-epistème, che letteralmente indica la “conoscenza fondata” su solide basi, oggettiva, e quindi certa, dalla mera opinione, δόξα-dòxa, soggettiva, incerta, variabile, fondamentalmente ingannevole. Ancora oggi l’epistemologia indica la filosofia della scienza, mentre è significativo che la “DOXA” sia una nota agenzia di sondaggio delle pubbliche opinioni, con quanto di sommamente incerto, variabile e sin troppo facilmente manipolabile vi è nelle volubili opinioni delle masse.

È estremamente pericoloso, che nelle comunità spirituali abili “pupari” arrivino ad usare la mala arte, per inconfessati e inconfessabili fini, di “insufflare” per via di suggestione in fidenti anime semplici “opinioni utili”, della cui veridicità non si deve dubitare, e tanto meno osare verificare e discutere. Anni fa, verso la fine del trascorso secolo e millennio, mi trovai in quel di Roma di fronte al fatto che una persona, alla quale avevo fatto notare una serie di palesi contraddizioni, cercasse di chiudermi la bocca col dirmi: “Ora tu stai zitto, perché io ho ‘esperienze sottili’ e tu no!”. A parte il fatto, che io non sono certo il tipo che va a raccontare a giro le sue esperienze interiori, non potei fare a meno di ricordarmi le parole che Massimo Scaligero mi rivolse già nel primo nostro incontro, nel giugno del 1970, invitandomi apertamente “a non credere una cosa perché la diceva lui, o l’amico L. che da lui mi aveva accompagnato, o gli antroposofi, ma di verificare sempre e sperimentare rigorosamente ogni affermazione che mi venisse fatta: verificare sempre se era vero quel che mi veniva affermato come verità”. Il prendere alla lettera una tale indicazione di Massimo Scaligero mi avrebbe poi, negli anni, portato in rotta di collisione nei confronti di molti, che credevo amici, e ad andare incontro a disillusioni e sempre più amare esperienze. Mi resi conto che talune persone avevano, more jesuitico, della verità un concetto, per così dire, “a geometria variabile”, così come le medesime persone avevano un “concetto creativo”, ossia alla bisogna alquanto “elastico”,  dell’onore, dell’amicizia, della sacralità dei giuramenti fatti, del rispettare la parola data e i patti di fede giurata. Tutte cose, queste – avrebbe detto un tempo il Frosini – “che vanno bene per i macachi e i piccoli uomini”. 

Un fatto analogo mi venne raccontato da una cara amica di Roma – persona molto coraggiosa, della quale ho la massima stima – alla quale la stessa persona dalle ‘esperienze sottili’, che aveva cercato di mettermi a tacere, in una riunione nella quale la mia amica aveva sollevato una serie di obbiezioni più che fondate, tentò di tapparle la bocca dicendole: “Io sono gerarchicamente superiore a te, per cui tu ora stai zitta e ascolta quello che dico io!”. Beh, quando si usano di questi sistemi, è facile che una Comunità spirituale vada poi all’aceto: è un chiaro ritornare al principio teologico di “autorità”, per cui tanto varrebbe per costoro andare a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di una delle varie Chiese. Infatti…  

Per tornare al nostro tema, dobbiamo osservare come Platone distingua la conoscenza intelligibile o scienza, ἐπιστήμη-epistème, dalla conoscenza sensibile o opinione, δόξα-dòxa. Mentre l’opinione ha per oggetto il mondo dell’apparire sensibile – e chi per lunghi anni abbia studiato la fisiologia della percezione sensoria, per es. su testi rigorosi come Sui fondamenti dell’acustica e dell’ottica e la Genesi del mondo apparente del Prof. Vasco Ronchi, sa bene quanto soggettiva, variabile nel tempo e nei vari soggetti, in definitiva ingannevole, sia non solo la percezione visiva, bensì l’intera esperienza percettiva sensoria umana, quando essa non sia integrata dall’atto cosciente del pensare –  la scienza ha invece per oggetto l’essere, non sensibile bensì intellegibile.

L’opinione è frutto e dà luogo all’immaginazione, εἰκασία-eikasìa, e alla credenza, πίστις-pìstis, relative al sensibile, che per loro natura sono incerte, irrazionali, ingannevoli. La scienza è frutto e dà luogo, invece, prima, ad un livello inferiore, al pensiero logico-discorsivo, διάνοια-diànoia e poi, ad un livello superiore, all’intellezione diretta e intuitiva, νόησις-nòesis, relativa all’essere e all’essenza.

La vera scienza o epistème per Platone rappresenta la forma più certa, se non addirittura l’unica certa, di conoscenza, che possa assicurare un sapere vero e universale. Una tale conoscenza certa può essere ottenuta in due modi: tramite ragionamento logico-discorsivo (diànoia) o attraverso l’intuizione (nòesis), a-verbale e sovrazionale, che sono a ogni modo complementari tra loro, e delle quali però la seconda, l’intuizione folgorante, è assolutamente superiore alla prima. Si tratta infatti di un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole, di un vissuto come nella maieutica socratica, che ha il suo fondamento, nella sfera ontologica e intuitiva delle idee. Un tale sovrasensibile mondo delle idee – come vivente esperienza spirituale – è, per Platone, accessibile solo a pochi.

Come in Platone, anche per Aristotele la scienza o epistème rappresenta la forma di conoscenza più certa e più vera, contrapposta all’opinione (doxa). Pure Aristotele distingueva due percorsi conoscitivi: al livello più alto c’è l’intuizione intellettuale, la nòesis, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche, che si ha quando l’intelletto umano, non limitandosi a recepire passivamente le impressioni sensoriali dagli oggetti, svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le loro particolarità transitorie e di coglierne l’essenza in atto. Il secondo procedimento è quello della logica formale, di cui Aristotele è stato il primo teorizzatore in Occidente, e da lui enunciata nella forma deduttiva del sillogismo. Tuttavia, Aristotele collocava l’intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica. Infatti, mentre l’intuizione intellettuale, la nòesis, è una percezione diretta, di ordine spirituale, nella quale l’anima conosce diventando tutt’una con l’oggetto conosciuto, nel sillogismo logico della mente ragionante si ha una deduzione logica, e quindi una conoscenza indiretta, e non una percezione diretta.

Se si coglie la differenza tra la conoscenza certa della Scienza – intesa nel senso antico, classico, del termine – o della Sapienza, e la variabilità, l’incertezza, l’arbitrarietà delle volgari e soggettive opinioni umane, che sono in fondo soltanto dei pensati, si comprende perché la moderna Scienza dello Spirito, ossia la Via del Pensiero, che vuole trasmettere una Conoscenza, si disinteressi delle precedenti opinioni del neofita che giunga ad essa. Non se ne disinteressa – come facilmente potrebbero pensare molti – per una sorta di facile buonismo, per un comodo pressappochismo scambiato per tolleranza, bensì perché le opinioni del neofita che si accosta alla Scienza dello Spirito – siano esse politiche, religiose, culturali o altro – sono, appunto, mere opinioni: soggettive, arbitrarie, sentimentali, istintive, variabili, irrazionali, non Conoscenza. E tali opinioni non devono – o non dovrebbero – essere portate nella ricerca spirituale: in quanto pensati sono veri e propri pesi morti e ostacoli, come lo sono istinti, brame, passioni, sentimentalismi, del cui gravame ci si deve liberare – o ci si dovrebbe liberare – entrando nella Via dell’Iniziazione.  

L’epoca della intellettualità ragionante oramai è definitivamente tramontata e finita. Ed è esaurita la funzione della razionalità come veicolo del puro Spirituale. Ancora in Platone e in Aristotele il pensare dialettico e discorsivo, in quanto nuova facoltà emergente nell’anima umana, poteva essere veste di un impulso spirituale. Oggi non il pensiero discorsivo, rigorosamente logico, ossia la diànoia di Platone ed Aristotele, bensì il pensare pre-verbale, pre-dialettico e pre-cerebrale, che come nòesis sia capace di conoscere mediante “intuizione”, ossia mediante un atto di identità immedesimante, è il veicolo dello Spirituale autentico nell’uomo. Solo il lampo del pensiero vivente – nel quale colui che conosce, l’atto del conoscere, e l’oggetto della conoscenza sono uno – apre il varco all’autentica esperienza spirituale. Ma ciò è ardua conquista, e presuppone la consacrazione dell’asceta alla pratica della Concentrazione.

Gnosi è una parola proveniente dal greco γνῶσις-gnòsis, significante “conoscenza”. Nel mondo ellenico, la parola Gnosi la troviamo usata spesso nel senso di conoscenza personale vissuta, di esperienza vitale concreta, in contrapposizione a un sapere astratto, meramente intellettualistico, appreso da altri o da libri, e non direttamente vissuto. Gnosi è la conoscenza certa, sperimentata personalmente e direttamente, alla quale nessun ragionamento dialettico, o dubbio, può sottrarci. Un po’ come nel francese connaître paragonato a savoir, o al tedesco kennen paragonato a wissen.  E nei primi secoli della nostra èra, venivano chiamati “gnostici” coloro che aspiravano alla realizzazione della Iniziazione cristiana. Per loro la Gnosi era l’esperienza trasfigurante e trasformante la quale, nella travolgenza folgorante di un solo istante, faceva sì che l’Iniziato non più credesse, bensì conoscesse. Ma nulla le Chiese hanno tanto temuto quanto questa esperienza di vivente Conoscenza trasfiguratrice, e si sono adoperate per secoli con ogni mezzo – anche i più crudeli e sanguinosi – per estirpare una tale Conoscenza, perseguitando spietatamente gnostici, manichei, bogomili, catari e tutti coloro che erano innamorati della divina Sophia. I fedeli dovevano – con sottomessa obbedienza – credere, e non conoscere. Ed oggi la situazione non è affatto cambiata, se ancora nell’immediato dopoguerra quel paganaccio impenitente di Arturo Reghini era costretto a scrivere che:

“I cristiani comuni sono e si chiamano credenti; potranno anche talora essere dei sapienti, ma i due termini non sono sinonimi, anzi; perché chi sa non ha più bisogno di credere. Ascoltate come si recita il credo e vi convincerete che il credente, non solo non ne capisce nulla, ma lo recita senza menomamente pensare al senso od a un senso qualsiasi di quanto sta recitando”. 

Gli antichi, sia Latini che Greci, connettevano il concetto di Conoscenza con quello di generazione. Aristotele definì Socrate lo scopritore del concetto sul piano filosofico, e chiama il concetto stesso “parto mascolino della mente o dell’intelletto”. Ed è usuale parlare, ancor oggi, di “mente fertile”, di “intelletto fecondo”, di mente che “partorisce idee geniali”, e così via, mentre la stessa parola concetto è legata all’atto del concepire, del concepimento, che sia nelle lingue antiche che in italiano, ha un duplice senso legato alla fecondazione, sia biologica che mentale o intellettuale. Naturalmente, una tale Conoscenza, o Sapienza, non ha nulla a che vedere con i processi della generazione fisica, come invece va affermando una pseudo-spiritualità deviata e trasgressiva, che da un po’ di tempo tenta, sempre più esplicitamente, di asservire il pensiero di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero alle depravazioni di un magismo sessuale spacciato per Alchìmia. La Dea della Sapienza, la casta Minerva, osserva nei suoi scritti il recidivo e impenitente Arturo Reghini, nel mito classico è totalmente estranea al processo della generazione sessuale: Ella, infatti, nasce, balzando armata, dalla testa di Giove, e rimane vergine, ossia non si concede alla generazione fisica: la sua generazione è unicamente di ordine spirituale: la Sapienza. E l’incorreggibile Arturo Reghini aggiunge, che questo era il senso allegorico e spirituale che i Pitagorici davano alla figurazione simbolica della Immacolata Concezione.

Ora, l’asceta che affronta le prove dell’Iniziazione, per un verso muore al mondo profano – e quindi si libera di opinioni, di dubbi, di stati d’animo irrazionali, sentimentali, passionali e istintivi – per un altro verso egli nasce, o rinasce, e quindi ha luogo su un piano spirituale un processo di fecondazione e ri-generazione, per il fatto che l’Io superiore feconda l’anima attraverso la luce-folgore del Pensiero Vivente, e l’anima partorisce la Sapienza.

Ma, come abbiamo visto, il sorgere nell’Iniziato di una tale Sapienza non è il frutto di una mera escogitazione razionale, non è informazione, o cultura, o istruzione: è la fulminea, folgorante, diretta percezione di un’essenza spirituale, perché come ammonisce Dante, “Trasumanar significar ‘per verba’ / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba” (Par., I, vv. 70-73). E quindi abbiamo a che fare con una esperienza vissuta, la quale, come ogni autentico vissuto, non è mai completamente traducibile in parole, ed è comprensibile, intuibile, solo a chi l’abbia anche lui sperimentata in modo vivo. Il dialettismo verbale, o verboso, è spesso la morte della esperienza spirituale autentica: non lo studio dialettico, bensì la Concentrazione, la Meditazione, la Contemplazione, rendono possibile l’intuizione, aprono il varco alla folgorazione interiore, all’irrompere della illuminazione, della esperienza spirituale diretta.

In effetti, sappiamo dagli Classici, che negli Antichi Misteri, non si disquisiva intellettualmente su qualcosa, bensì si sperimentava direttamente qualcosa, che sommuoveva tutte le forze dell’anima, trasformandola radicalmente. Aristotele, parlando dei Misteri Eleusini – sotto certi aspetti i più elevati dell’Antichità classica – dice che “coloro che penetravano nelle iniziazioni, non tanto imparavano qualcosa,  quanto piuttosto sperimentavano qualcosa”: ’ου μαθέιν ̕ αλλά παθέιν – ou mathéin, allà pathéin, ossia non per imparare, bensì per sperimentare un  πάθος – pàthos, che deve purificare e trasformare l’anima dell’iniziato, conducendola infine alla ἐποπτεία – ‎epoptèia, la visione folgorante della realtà spirituale essenziale: alla Gnosi.

La Gnosi è l’esperienza conoscitiva, di ordine sovrasensibile, e quindi spirituale, per sua natura intuitiva, pre-verbale e a-verbale, non ir-razionale e soggettiva, semmai sovra-razionale e oggettiva. Nel suo dialogo “Il Politico”, oltre che nel senso di significato “mistico”, o “esoterico”, “occulto”, “segreto”, Platone usa un tale termine addirittura col significato di superiore intelligenza, attitudine o abilità analoga al talento, o al genio, posseduti, nel muoversi nelle vicende della Polis, da chi abbia conseguito una superiore conoscenza spirituale, ossia la Gnòsis. E Pitagora definiva la sua filosofia esoterica γνῶσις των όντων – gnòsis ton ònton, “conoscenza delle cose, delle essenze intellegibili, che sono”, in contrapposizione alle cose o fenomeni che meramente appaiono.

Fuori della Conoscenza, certa, della Gnosi, vi è la l’opinione, la credenza, frutto della fede soggettiva, la quale non è conoscenza, e non dà certezza. Nella vita pratica l’opinione, la credenza, la fede, sono una necessità ed indubbiamente hanno il loro diritto d’esistenza. Non tutti giungono alla Conoscenza attraverso l’Iniziazione – intesa in senso reale e completo – e quindi è giusto lasciare un campo alla πίστις-pìstis, alla fede, alla fiducia.

Nella mitologia greca, la dea Pistis (Πίστις) è la personificazione della buona fede e dell’affidabilità. Così come sono personificazioni simboliche altre dee come Elpis (Speranza), Sophrosỳne (Prudenza) e Charìtes (Carità), che sono tutte associate all’onestà e all’armonia in ambito sociale. Il suo equivalente romano è, appunto, Fides, la fede, la fiducia. In Platone, il termine pìstis designa non tanto la conoscenza certa quanto l’opinione affidabile.

I problemi, il contrasto tragico, sorse allorché la parola fede fu portata dall’ambito dei rapporti sociali – ambito in cui aveva il significato morale di fiducia, fedeltà, affidabilità, e quello conoscitivo di opinione soggettiva affidabile – in quello religioso e confessionale, ove divenne credenza, obbligatoria ai fini della salvezza eterna, in dogmi, che non erano frutto di una esperienza spirituale diretta, di una conoscenza intuitiva sovrarazionale, bensì erano affermazioni, opinioni enunciate, che dovevano essere acriticamente accettate sulla base dell’autorità religiosa che le emanava. Si giunse al “credo quia absurdum”, al “credo perché assurdo” di Tertulliano, al “credo ut intelligam”, “credo per capire” di Anselmo d’Aosta, e alle varie posizioni della Scolastica medievale. Il “credere” obbligatoriamente alle affermazioni della “ortodossia”, ossia alla “giusta opinione” – ovviamente decretata “giusta” da una autorità religiosa assoluta e irresponsabile – divenne motivo non solo di “salvezza eterna” dopo la morte, ma anche di salvezza e integrità fisica in vita, perché si giunse alla più violenta intolleranza di ogni altra opinione diversa da quella decretata “giusta” dalla ortodossia imperante. Si giunse alla tortura, alla mutilazione, al rogo, nei confronti di coloro che venivano dichiarati “eretici”.

Nel Mondo Classico, la parola “eresia” designava semplicemente una scuola di pensiero: l’Accademia di Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino di Epicuro, il Portico degli Stoici, designavano semplicemente tali “eresie”.  

“Eresia” proviene dal greco αἵρεσις – hàiresis :  scelta, preferenza per una idea o una dottrina o un modo di pensare. In tale mondo antico, nel quale la religione era più rituale che dogmatica, l’hàiresis non aveva l’aspetto drammatico che rivestirà con l’avvento del Cristianesimo. In effetti, l’Antichità politeista separava il mito dalla filosofia e, di conseguenza, la fede, la credenza religiosa dalla scienza. Per tale motivo non erano possibili conflitti tra fede e scienza. Il monoteismo, invece, introdusse, la teologia, lo studio scolastico del Divino, rendendo filosofia e scienza “ancelle” sottomesse al servizio della teologia, la quale detta “verità rivelate” su Dio, di cui non è lecito dubitare o investigare il fondamento di certezza. Tali verità rivelate sono i dogmi.

E’ curioso notare come il termine “eresia” derivi dal greco αἵρεσις, haìresis, derivato a sua volta dal verbo αἱρέω–hairèō, nel senso di “afferrare”, “prendere”, e più specificamente “scegliere” o “eleggere”. In tale àmbito indicava, come abbiamo visto, scuole filosofiche come quella pitagorica, quella platonica o quella stoica. Dunque, in origine, eretico, era colui che sceglieva, colui che era in grado di valutare più opzioni prima di aderire ad una filosofia, o una dottrina, o ad una corrente religiosa, e il termine hàiresis era normalmente usato persino nel mondo ebraico più o meno ellenizzato per indicare le varie scuole filosofiche o religiose, come quelle di Sadducei, Cristiani, Esseni e Farisei. E, sia nel mondo greco antico, che in quello ebraico ellenizzato questo termine non possedeva, originariamente, alcuna caratteristica denigratoria. Con l’avvento al potere nell’Impero romano da parte dei Cristiani, a partire dall’era costantiniana, cominciò un’era di dogmatismo, di passionalità, di intolleranza, di repressioni, di violenza, di stragi, di torture, di roghi.

Una intolleranza ancora più feroce rispetto a quella usata nei confronti di coloro che, all’interno del Cristianesimo, non si uniformavano ai dogmi della proclamata Ortodossia, venne esercitata nei confronti di coloro che, attraverso l’Iniziazione, cercavano non la soggettiva opinione-doxa, ma la Conoscenza spirituale diretta e oggettiva: la Gnosi. Esempi illustri di Iniziati, martiri dell’intolleranza confessionale, sono Giuliano Imperatore e la filosofa alessandrina Ipazia, ambedue vilmente assassinati, e Ipazia in maniera particolarmente feroce e raccapricciante.

Il mondo classico, greco e romano, non ebbe mai una Ortodossia, e di conseguenza non conobbe dogmi, ossia concetti religiosi cristallizzati. Ebbe una Ortoprassi, ossia la pratica devota di riti familiari, gentilizi, statali, o misterici, che erano alla base dell’ordine e della coesione sociale, e miti: riti e miti che ognuno era libero di interpretare come voleva o poteva, a seconda del proprio livello di maturità spirituale. Vi era, in tale àmbito, assoluta libertà di opinione, con tutta la varietà che tale libertà comportava. Poi vi era, inoltre, l’Iniziazione ai Misteri per coloro che aspiravano ad una esperienza e ad una conoscenza più elevata e diretta dello Spirituale e del Divino. Ma non vi erano dogmi, o dottrine da credere obbligatoriamente. La stessa cosa avviene tutt’oggi in Oriente: in India, in Cina, in Giappone. In Oriente convivono negli stessi luoghi, e a volte nelle stesse famiglie, i culti religiosi rivolti alle Divinità più diverse, ognuna delle quali vista e sentita dai singoli fedeli come la principale, come la suprema. Perché si è coscienti, secondo il detto vedico, che: “la Realtà è una, le verità sono molte”. Ciò porta facilmente alla più ampia e generosa tolleranza, perché nessuno che ami la propria verità, sente di possedere l’interezza della Verità, e concede volentieri che altri possano possedere altre verità, o aspetti diversi e complementari dell’Unica Verità-Realtà. Questa è al di là delle opinioni umane, delle molte e frammentarie piccole verità parziali umane. Ma l’Iniziato può innalzarsi, attraverso l’Iniziazione, l’Illuminazione, l’Estasi, alla vivente esperienza, alla Conoscenza dell’Uno-Tutto, del Divino-Uno che trascende ogni parola o rappresentazione umana. Ma per giungere ad una tale così elevata esperienza, bisogna spogliarsi delle opinioni, delle credenze, delle fedi, delle teorie, delle dottrine, dei dogmi, e trasformare totalmente se stessi, affrontando il morire nella discesa agli Inferi, e il rinascere nella resurrezione iniziatica al mondo dello Spirito.

In Occidente, la fede irrigidita in dogmi cristallizzati, che non chiedevano comprensione e conoscenza, bensì esigevano accettazione incondizionata e imponevano sottomissione, andò in rotta di collisione frontale prima con la Sapienza del Mondo Antico, e poi a partire dalla fine del Rinascimento andò a scontrarsi con la nascente scienza moderna copernicana, kepleriana, galileiana e newtoniana. Scontrò che portò, per esempio, alla condanna del sistema eliocentrico copernicano – rimasto al bando dalle scuole cattoliche sino al 1828 – al rogo di Giordano Bruno, all’umiliante abiura imposta a Galileo Galilei, ad infinite altre atroci persecuzioni.

D’altra parte, l’oscurantismo clericale spinse alcuni settori della scienza, nella lotta sempre più acerba contro il dogmatismo curiale, ad un materialismo sempre più radicale ed anch’esso divenuto sempre più dogmatico. Certo, non tutti gli scienziati sono caduti in un tale rozzo e intollerante materialismo, ed è giusto riconoscere i grandi meriti della scienza moderna. Ma quella che oggi soprattutto manca, drammaticamente manca, è una scienza delle cose spirituali, una Scienza dello Spirito rigorosa, come lo sono le scienze matematiche o quelle fisiche e naturali, ossia una Gnosi, che nasca da esperienza spirituale diretta, e non da credenze, dogmi, tradizioni, sopravvivenze di antiche mistiche, oramai esaurite, e così via. L’attuale contrapposizione tra scienza e fede, è la conseguenza della più antica contrapposizione tra Gnosi e fede, provocata dalla lotta che le confessioni religiose dogmatiche hanno aspramente condotto contro il principio dell’Iniziazione ad una vita spirituale più alta, contro il principio dell’esperienza spirituale diretta, contro la Conoscenza. Vi è urgenza che venga, come nell’antico Mondo Classico, ristabilita una gerarchia di valori, che doni nuovamente la prevalenza alla Sapienza, alla Scienza, alla Conoscenza, alla Gnosi, altrimenti invece di civiltà, dovremmo parlare di intolleranza, di violenza e di barbarie.

Ci si può chiedere che cosa spinga molti esoteristi, e in particolare coloro che hanno conosciuto la Scienza dello Spirito, ad una morbida accondiscendenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, ad un bisogno di condividerne gli aspetti liturgici e comunitari, a cercare un rapporto o addirittura l’approvazione della gerarchia ecclesiastica. Alcuni amici hanno avuto modo, rimanendone oltremodo perplessi, di leggere nel numero di dicembre 2013 di una rivista romana, che si vorrebbe presentare come antroposofica, un ripetuto e abbastanza esplicito invito ad accostarsi alla vita sacramentale della Chiesa. A parte l’esser funzionale agli inconfessati e inconfessabili finalità di chi vuole deliberatamente operare nella Comunità spirituale un “trasbordo ideologico inavvertito”, una tale proposta può essere espressione unicamente di una rinuncia all’eroica impresa spirituale, di una paura, di un incoercibile spavento di fronte all’esperienza, alla conoscenza diretta del Mondo Spirituale. Il dogma – sia esso cattolico, antroposofico, o catto-antroposofico – è un qualcosa che chiede solo di essere accettato e “creduto”, non sperimentato. Si rimane nella passività dell’anima senziente o dell’anima razionale-emotiva: non si esce dal servaggio alla natura caduta, non si compie l’esperienza attiva dell’anima cosciente.

Certo, la Via del Pensiero è dura, ed è sicuramente dura la pratica intensa, fedele, costante della Concentrazione, che vuole condurre all’esperienza dell’originaria forza-pensiero attraverso l’annientamento volitivo del pensato, di ogni pensato, di qualsiasi determinazione o forma del pensiero che non sia il suo nudo contenuto originario, libero da ogni determinazione e forma. Percorrere concretamente la Via del Pensiero è abbandonare tutti gli appoggi, rinunciare ad ogni “credenza”, ad ogni opinione, sperimentare la più radicale solitudine interiore. E chi teme ciò, facilmente rinuncia all’impresa interiore, la quale non può non essere eroica, e cerca nella Chiesa e nella sua liturgia un rifugio comodo e consolante, sia pure illusorio.

In una lettera del 17 marzo 1972, così mi scriveva Massimo Scaligero a proposito di quanto sopra è stato descritto:

“…Come il cristiano esoterista che si ricongiunge con la Chiesa Cattolica, perché vi trova sicurezza, sistematicità, affabilità, e, perché no?, anche appoggio. Il reciproco appoggio che sarebbe vero se fosse quello di esseri liberati e liberanti, non se è il reciproco appoggio e la codificazione associativa delle debolezze. Il Mondo Spirituale oggi necessita di combattenti puri, capaci di reggersi da sé, non di appoggiarsi a ciò che si è costituito secondo la formale aspirazione, che conceda all’umano permanere, comunque, col suo dominio su tutto. […] certo non si può essere tutti eroi secondo il Christo cosmico e l’impulso del Graal, e Platone e la virtù trasfigurante dell’idea che dà l’assoluto coraggio; ma occorre almeno tendere per fedeltà all’impossibile, provare, prepararsi, distinguere il vero sentiero: per i più scomparso”.

A volte mi chiedo se coloro che hanno avuto la ventura di incontrare la Via del Pensiero, e taluni il dono impagabile di incontrare un Iniziato come Massimo Scaligero, siano capaci della radicalità, dello slancio, della consacrazione che dimostrano molti asceti, seguaci delle Vie orientali. K. Lakshama Sarma, un discepolo tra i più avanzati, coraggiosi e fedeli, di Ramana Maharshi – che Massimo Scaligero affermava essere l’unico ad avere realizzato e additato in India l’esperienza dell’Io – così descrive il Maha Yoga, o Grande Yoga (com’egli chiama l’Atma-vichara, o Via di ricerca dell’Io di Ramana Maharshi):

“Il Maha Yoga è il metodo diretto di trovare la Verità di noi stessi. Esso non ha nulla in comune con ciò che comunemente è conosciuto come ‘Yoga’, essendo semplicissimo – privo di misteri – perché riguarda la Verità assoluta del nostro Essere, la quale è Essa stessa estremamente semplice.

Il Maha Yoga libera il suo seguace dalla sua fede, non per legarlo a nuove fedi, bensì per renderlo capace di perseguire con successo la Cerca del Vero Sé, che trascende tutti i credo.

Il Maha Yoga viene descritto come un processo di disimparare. Il suo seguace deve disimparare tutta la sua conoscenza, perché essendo nella relatività, essa è ignoranza, e quindi un ostacolo”. [Maha Yoga, by “Who” (K. Lakshmana Sarma) Tiruvannamalai, 2002, p. XIII].

 Ed è esattamente quello che dobbiamo avere la forza e il coraggio di compiere nella Concentrazione: l’annientamento di tutto il pensato, di tutto ciò che non è l’atto pensante allo stato puro. Non abbiamo bisogno di dottrine, di dogmi, di fedi, di credenze, ma dell’esperienza interiore diretta che sorge dall’annientamento di ciò che non è l’atto pensante allo stato puro.  

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IL MALE. Riflessioni.

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Di fronte al male, più che restare sorpresi rimaniamo annichiliti. Lo sgomento, il dolore ci avviluppa e pare che nel cuore qualcosa venga spento.

Al minimo, dovremmo pensare, dovremmo fare un tentativo e chiederci quale possa essere l’origine, la natura e persino se ci sia una sorta di “missione del male” nella nostra esperienza umana.

Dovrebbe risultare chiaro – continuamente gli avvenimenti lo confermano – che la coscienza intellettuale, se vissuta come unica realtà, non è mai in grado di rispondere a queste domande. Anzi: occorre che il male giunga ad esploderci in faccia per riconoscerlo.

La scienza moderna ci ha insegnato a comprendere ogni cosa in guisa di fenomeno naturale. Così si è capaci di parlare di patologie, di perversioni, di degenerazioni, ma non di salute e condizione morale. Mancando ogni rapporto di vera distinzione tra cosa è sano e cos’è malato, l’asticella si è abbassata come mai era accaduto. A criteri svaniti è divenuto indistinto ciò a cui l’uomo arriva a soggiacere.

Intanto le forze del male, nel buio di questi anni, afferrano sempre più possentemente il generale divenire, minacciando di trascinare tutta la civiltà in un assurdo gorgo.

Per evitare il disastro, l’uomo deve imparare nuovamente a riconoscere e percepire il male, a sviluppare quanto più possibile le forze per superarlo, onde cancellare i suoi letali effetti per la cultura e la convivenza umana e persino per la propria sopravvivenza intesa come integrità personale.

Il pensiero agnostico non è capace di cogliere i sostrati profondi del male. Il diavolo è per esso una pessima rappresentazione medioevale (superstizione) o, al massimo, una vuota questione tra i balocchi teologici. La massima ammissione è che sia il residuo di una rivelazione del passato, la quale comunque si sottrae all’indagine, dunque estranea alla scienza. E’ il nulla per l’intelletto scientifico.

Questo intelletto, quando si dirige sull’interiorità dell’uomo, abolisce pure la coscienza che poteva ancora valere come coscienza del peccato, così che pure su questo versante una comprensione del male risulta impossibile. Né la conoscenza ordinaria di se stessi né la conoscenza del mondo possono condurre la scienza della natura ad un concetto del male.

Però, al medesimo sguardo al quale il male sfugge, s’impone con orrida chiarezza, la sua azione. Sembra anzi che ogni cosa nell’evoluzione sia fatalmente puntata sulla distruzione.

Cultura e sapere, industrie e professioni, scuola ed educazione, l’indagine e la pratica scientifica, sembrano entrate in permanente servizio presso svariati gradi di opera di annichilimento.

Chi vuole sottrarsi a questa discesa rende se stesso inerme: non armarsi significa cadere in balia del nemico, significa annientarsi. Questi effetti che diventano ogni giorno più grandi sono la conseguenza di una visione/concezione del mondo che non poteva (o meglio) non voleva più riconoscere il male.

Dall’epoca dei “Lumi” in poi, è proprio la scienza agnostica, che credeva di poter eliminare ogni male, a essere quella che ha aperto la porta alla sua incursione, così che esso invade l’umanità continuando a crescere.

Se siamo capaci di immergerci in ciò che resta del passato, nei suoi documenti figurativi e linguistici, vediamo senza dubbio che il male era ancora accessibile allo sguardo. Ora si è sottratto alla vista ma ciò non vuol dire che non agisca: al contrario agisce tanto più quanto si vorrebbe nasconderne la realtà.

Una Scienza dello Spirito rende palese come entità sopra e sub sensibili intervengono negli eventi ed influiscano sull’umanità secondo intenti. Del resto basterebbe un grado minimo di veggente sensibilità per potersi accorgere, senza pregiudizi, dei parassiti (larve, simili nature, demoni) che infestano molti esseri umani.

Ad un superiore livello si può dire che l’uomo consegue la sua umanità solo se riesce a trovare il punto di pareggio tra le forze che lo strattonano. Queste forze, in sostanza, offrono – loro malgrado – la possibilità della libertà per l’uomo. Certo, lo conducono nelle illusioni, negli errori, nelle menzogne: ciò gli permette una severa scuola di conquista: una scuola di verità raggiungibile per forza propria.

Riconoscendo il proprio debito alle forze dell’ostacolo (Lucifero e Arimane), portatrici involontarie di quello che, nello scontro, gemma i più bei fiori dell’umana esistenza, l’esploratore dello spirito si guarderà del designarle come “cattive”.

Le deviazioni ci sono e sono continue: perdiamo continuamente l’equilibrio tra le due forze, forse anche all’estremo. Ma ciò, in ultima analisi non ci rischiara per quanto può consistere nella natura umana, in sé disposta al bene, come propri impulsi all’odio, alla crudeltà, alla violenza e all’assassinio.

L’ordine e l’armonia del cosmo viene turbata quando forze (esseri) agiscono fuori la sfera di propria competenza per agire illegittimamente in altra sfera.

Ponete attenzione a ciò che dice il Dottore: “Il male entra nella vita ed il misfatto esiste nel mondo perché l’uomo fa sommergere la sua natura superiore – non destinata a ciò che è terreno – e sviluppa nel fisico corporeo, che come tale non può essere cattivo, quelle qualità che non appartengono ad esso, ma allo spirituale.

Gli uomini possono essere cattivi perché è loro lecito essere spirituali e, come tali, devono sviluppare qualità che, applicate alla vita fisico sensibile, diventano male. Qualità che estrinsecano nella crudeltà, nella perfidia ed altre simili nel mondo fisico, sono invece nel mondo spirituale qualità che perfezionano l’uomo e lo fanno progredire.

Il fatto che l’uomo applichi nel fisico qualità destinate solamente allo spirituale, conduce al suo male. Ma le qualità che possono renderlo malvagio egli deve averle, altrimenti non potrebbe mai salire nel mondo spirituale per essere ivi un’entità puramente spirituale.

Sarebbe una vera assurdità e un disconoscimento di quanto abbiamo esposto se qualcuno volesse dedurre la conclusione che solo il malvagio progredisca nel mondo spirituale. Le dette qualità sono cattive perché nel mondo dei sensi esse vengono applicate nella direzione dell’ego, non per il bene dell’uomo. Applicate giustamente e al posto giusto passano tosto per una metamorfosi e allora sono forze buone.”

Tramite l’azione luciferica e arimanica, l’uomo è stato attirato entro il sensibile, ma in questo (Scaligero lo chiama: “L’inumana palestra dell’umano”) egli ha sviluppato, come personalità terrena, la coscienza della libertà.

Nel momento storico in cui l’uomo raggiunge il culmine della separazione dal mondo spirituale, attraverso l’astratto intellettualismo, anche le forze della sua natura spirituale si configgono più che mai nel sensibile ove tendono quasi soltanto al godimento e al dominio fisico. Contemporaneamente gli impulsi del male si manifestano nella vita civile moderna con la spaventosa forza delle catastrofi.

Gli esseri degli ostacoli, che erano stati portatori di libertà, diventano ora le potenze causanti delle forze del male: ora esse in questo uomo rovesciato lo inducono a lasciarsi completamente dominare dal fisico sensibile in cui si altera l’elemento animico spirituale.

Chi, quale essere spirituale, rinnega il mondo spirituale, e con il suo sforzo si tende unilateralmente nel dominio e nell’organizzazione del mondo dei sensi, diviene uno strumento infero che crea le forze del male distruttrici della nostra civiltà: ovunque operi, nella vita economica, sociale e spirituale.

Ecco la “missione del male” per il divenire del mondo. Nessuna illusione: le forze del male proromperanno con sempre maggior violenza sull’umanità e poiché esse hanno radici nello spirito e non nel mondo fisico, possono e potranno venir comprese e superate solo nel riconoscimento (non astratto) dello spirito.

Il male, emergendo nel mondo come distruzione, omicidio e orrore – sono queste le cose che il materialismo riconosce – costringe a rivolgersi al mondo spirituale, poiché solo da questo si possono conquistare le forze per opporsi fruttuosamente al male.

Dice il Dottore: “Gli uomini devono imparare ad abituarsi a considerare il prorompere delle forze del male come il prorompere di leggi e forze naturali, per imparare a conoscerle e a sapere cosa viva ed operi nei sostrati profondi. Non bisogna considerare il male in modo da fuggirlo senz’altro in pieno egoismo; questo non si può fare; bisogna compenetrarlo di consapevolezza”.

L’uomo, nella zona di libertà del proprio Io, deve sperimentare come nell’anima cosciente che sta svegliandosi, emergano le tendenze al male. Nel superamento di tali tendenze, egli crea il bene in libertà.

Chi sente sorgere in sé il male, lo riconosce e ne trionfa, non vedrà più in esso qualcosa da condannare, da cui fuggire ma giungerà a scorgervi il mezzo che (dolorosamente) riconduce l’uomo allo spirito da essere libero. Il teatro della lotta è l’anima. Finché ciò non viene riconosciuto egli combatte nemici esterni, con enorme difficoltà a riconoscere che i veri nemici sono attivi nella propria interiorità.

Se accetta la lotta contro se stesso, sui gradini dell’autodisciplina, possono dissolversi magicamente modi e motivi delle lotte esteriori. Se l’uomo accoglie il dono del Rappresentante dell’umanità, trova l’altezza da cui vincere le apocalittiche tribolazioni del tempo…, e un giorno, anche redimere la missione cosmica degli dei dell’ostacolo.

Molto di quanto ho scritto sgorga vivo nelle parole di Antoine Leiris, pur vergate nel momento del dolore più straziante. Ciò che in lui viene a manifestazione è certezza di quanto dia luce e futuro all’anima umana.

Avrete già letto dappertutto la lettera in calce. Potete leggerla ancora una volta sulle pagine di Eco. Per questo sito è semplicemente un onore il ristamparla.

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«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

ISIDE SOPHIA-DODICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

DODICESIMA LETTERA

Marzo 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

MARTE

(Continuazione)

Marte nei Pesci: Marte nei Pesci può condurre alla realizzazione della pace come risultato della riconciliazione tra le forze contradditorie sopra descritte, ovverosia tra i poteri del Cielo e della Terra. Questa realizzazione può giungere unicamente dopo una lotta di una vita attraverso la profonda valle della Caduta. Qui una considerazione dei movimenti prenatali di Marte è straordinariamente importante.

novalis

Abbiamo conoscenza di un solo esempio ideale di Marte nei Pesci. Allorché nacque Novalis, il 2 maggio 1772, Marte era in questa Costellazione. All’incirca all’epoca del suo concepimento, Marte entrava in Vergine. Ciò indica che vi era nel corpo astrale di Novalis una manifestazione dei sette aspetti del corpo animico di cui abbiamo parlato più sopra, e che abbiamo descritto dal punto di vista di Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci. In Novalis l’innocenza cosmico-solare delle forze del corpo astrale era manifesta, così come la grande “Caduta e Resurrezione”. Tutta questa grandezza della potenza astrale fu poi infine accumulata nella posizione di Marte nei Pesci. Essa divenne un potere risanatore di pace e di riconciliazione che permeava tutti coloro che vivevano attorno a quell’essere meraviglioso. Abbiamo molti racconti di questo fatto. Le sue forze astrali erano portate in armonia e si risvegliavano alla realtà del Mondo Spirituale dopo ch’egli era passato attraverso le esperienze animiche più tormentose che gli aprirono gli occhi sulla realtà della Caduta nelle vesti della morte, avendo incontrato la morte nella perdita di uno dei suoi più amati amici.

Marte in Ariete: Marte in Ariete indica un corpo animico che, se è associato con certi altri fatti, fornisce una base adatta per la conoscenza del Mondo Spirituale. Marte nelle Costellazioni dalla Vergine ai Pesci è collegato con lo sviluppo cosmico che condusse nella Caduta e con la sua Redenzione. Le costellazioni dall’Ariete al Leone sono opposte a quelle che abbiamo descritto più sopra; perciò, esse riflettono quei poteri che gradualmente si ritirarono nelle regioni spirituali superiori quando si verificò la Grande Caduta.

Emanuel_Swedenborg

Ne abbiamo un esempio nel cielo di nascita di Swedenborg. All’epoca della sua nascita, il 29 gennaio 1688, Marte stava in Ariete. Sappiamo che egli sviluppò una facoltà di chiaroveggenza nell’ultima parte della vita. In questo caso abbiamo bisogno di aggiungere vari fatti per comprendere questa chiaroveggenza di Swedenborg, ma non possiamo farlo adesso. Forse in séguito giungerà per noi un’opportunità di elaborare i dettagli di questo cielo di nascita.

Marte in Toro: quando nacque Raffaello Sanzio, il 26 marzo o il 6 aprile 1483, Marte era entrato nella Costellazione del Toro. All’epoca del suo concepimento Marte era in Acquario ove compiva un nodo nei primi stadi dello sviluppo prenatale di Raffaello.

Raffaello Sanzio Autoritratto INV. 1890 - n° 1706

Marte indica una condizione del corpo di coscienza che, dal principio, porta l’impulso della riconciliazione tra le forze astrali della testa e quelle del cuore, e forma anche una relazione cosciente tra il Cielo e la Terra. Indubbiamente se guardiamo il suo ritratto o leggiamo la sua biografia, possiamo trovare confermato che in quest’amabile personalità non vi era l’ombra della discordia tra Cielo e Terra, bensì caldo, raggiante amore per ogni esistenza nell’Universo.

In questo caso, infine, Marte era entrato nel Toro, che è il segno opposto allo Scorpione. Allorché Marte è nello Scorpione, abbiamo una manifestazione della Caduta scritta nel corpo astrale umano. Sebbene questa posizione segni l’inizio del declino dello sviluppo universale nella materia, esso segna altresì la spiegazione per l’umanità della bellezza del mondo dei sensi. La bellezza del mondo dei sensi è l’ultimo residuo della manifestazione dello Spirito in esso, che irradia dal Toro attraverso Marte e può compenetrare la Costellazione opposta. Perciò, se Marte è in Toro in un cielo di nascita, esso si manifesta nel corpo astrale di un tale essere umano come il potere di riconoscere lo Spirito nel mondo fisico come bellezza. Può manifestarsi come un’inclinazione nei confronti della poesia, ma nel caso di Raffaello si rivela nel bel mondo del colore. Se stiamo di fronte ai suoi dipinti, per esempio a quelli della “Stanza della Segnatura”, possiamo sperimentare la condizione animica che deve aver ispirato Raffaello. Qui il mondo degli oggetti materiali è diventato una rivelazione dello Spirito attraverso il linguaggio del colore.

Marte nei Gemelli: Il famoso filosofo Schopenhauer era nato quando Marte stava nella Costellazione dei Gemelli, il 22 febbraio 1788. Esso inizia la sua corsa nei Pesci all’incirca all’epoca del suo concepimento. Durante gli ultimi mesi del suo sviluppo prenatale formò un nodo nei Gemelli.

shopen

I Gemelli sono il segno opposto del Sagittario. Nell’aspetto di Marte in Sagittario abbiamo trovato una condizione astrale che può far apparire l’esistenza umana come una contrapposizione tra il mondo materiale e quello spirituale. Con Marte nei Gemelli, questa lotta è, per così dire, decisa in favore del Mondo Spirituale.

La filosofia di Schopenhauer, che in una certa misura è collegata con la condizione individuale del suo corpo animico, è un’espressione di questa tendenza. Un’esperienza del mondo di un essere umano, secondo la concezione del mondo di Schopenhauer, è il risultato della sua propria condizione animica.

Perciò, se sperimentiamo pena e dolore, ciò è dovuto al fatto che noi stessi abbiamo creato questo mondo attraverso il nostro collegamento animico con esso. Per amore della salvezza da pena e dolore dobbiamo strappare la nostra vita animica da questo mondo. In questa prospettiva appare qui un qualche vago collegamento con un Buddhismo frainteso. E’ una sorta di spiritualismo che non vuole purificare le percezioni sensorie , così che la Luce dello Spirito possa di nuovo risplendere attraverso gli oggetti del mondo fisico, bensì desidera ardentemente fuggire quel mondo che è rigido e doloroso e lasciarlo irredento.

Questo è il pericolo di Marte nei Gemelli, ma naturalmente la mèta che esso esige è la realizzazione della necessità per quella lotta in noi come una questione d’importanza per l’intero destino mondiale.

dante

Marte in Cancro: Quando (maggio 1265) nacque Dante, il poeta della Divina Commedia, Marte era in Cancro. Esso iniziò durante lo sviluppo prenatale con un nodo in toro. Perciò, possiamo ricordare quel che abbiamo detto su Marte in Toro. In questo caso il poeta getta la Luce dello Spirito sugli eventi del mondo materiale che erano oscuri e tragici nella vita personale del poeta. Poi, nell’aspetto di Marte in Cancro troviamo indicata un’altra facoltà impressa nel corpo animico di Dante. Nella Costellazione opposta, in Capricorno, abbiamo trovato indicato l’impulso a pacificare le forze contraddittorie dell’anima. Qui, nel poema di Dante, adombrato da Marte nel Cancro, troviamo la manifestazione della grandezza cosmica di questo processo di pacificazione e purificazione. Le gigantesche scene dell’Inferno e del Purgatorio sono il retroscena cosmico di quelle esperienze attraverso le quali ogni essere umano deve passare dopo la morte.

Marte in Leone: il Leone è il segno opposto all’Acquario. Marte in Acquario indica l’anelito all’unione tra le forze astrali operanti nel cuore e nella testa. Allorché Marte è in Leone, possiamo sperimentare l’anelito alla realizzazione cosmica, il raggiungimento spirituale di questa unione. Ciò appare come entusiasmo nel capo, o regione del pensare, e nel cuore, o regione del volere.

schiller

Possiamo scoprire una sorta di entusiasmo sostanziato nel poeta Shiller. Quando nacque, il 10 novembre 1759, Marte era pure in Leone, ma in congiunzione con Nettuno. Esso era partito in Ariete con un nodo e in congiunzione con Urano. Il potere del corpo animico, indicato nel gesto di Marte, potrebbe anche esser diventato un entusiasmo realizzato, diciamo, per l’ideale della Rivoluzione Francese. Comunque, esso fu estraniato dal mondo fisico e divenne invece una specie di meccanico dinamismo spiritualistico che piuttosto distrusse l’unione tra il mondo fisico e quello spirituale.

Questa tragedia si manifesta nelle congiunzioni di Marte con Urano e Nettuno che imposero uno stato d’animo superumano, persino inumano, sulle qualità di Marte.

Gli eventi in Cielo

Il Pianeta Saturno è nella Costellazione dei Gemelli. Esso entrò in questa Costellazione al solstizio d’estate dello scorso anno [1944], allorché era in congiunzione con il Sole, vale a dire: esso allora stava direttamente dietro il Sole. Durante il periodo natalizio, il 29 dicembre, esso era in opposizione al Sole. Il Sole si era allora mosso nella parte opposta dello Zodiaco e stava nella Costellazione del Sagittario. Dal 24 ottobre fino al 6 marzo Saturno eseguiva un nodo. Poi si muoveva in maniera retrograda, ovvero contro la direzione generale nella quale si muovono i corpi celesti del nostro sistema planetario. Comunque, durante questo moto retrogrado esso non lascia la Costellazione dei Gemelli.

Dovremmo volgere lo sguardo su un tale evento come osservando i movimenti delle lancette dell’orologio. Non è l’orologio che determina la nostra vita, bensì siamo noi che disponiamo la nostra vita secondo il tempo che indica l’orologio. Così non possiamo parlare di una qualsiasi determinazione degli eventi terrestri dall’influenza dei corpi celesti – per esempio, in questo caso, da Saturno nei Gemelli – tuttavia possiamo leggere l’ “ora” cosmica nella quale l’umanità è entrata. E’ lasciato a noi adempiere alle necessità di questa ora.

Saturno è riflesso nelle profondità della vita animica dell’umanità. Esso annuncia l’ora dei più profondi impulsi storici che giungono in vita nelle regioni sconosciute dell’umano volere. L’ultima volta che Saturno fu nei Gemelli, l’umanità era nel mezzo della Prima Guerra Mondiale, giacché fu durante gli anni tra il 1914 e il 1917.

Siamo ora in una posizione simile e sembra come se tutti i problemi irrisolti di quegli anni passati siano risorti e stiano nuovamente sulla soglia. Spessissimo appare come se essi fossero diventati addirittura maggiori.

La Costellazione dei Gemelli riflette l’antica dualità degli esseri umani allorché essi si sperimentano come singole individualità. Da un lato essi sperimentano più o meno chiaramente in sé stessi la scintilla divina che collega l’individuo con un Mondo Spirituale o Cosmico, e dall’altro essi si trovano posti nel mondo terrestre che sperimentano tramite i sensi e che rigidamente imprigiona dentro di essi la loro vera natura “umana”.

Non sembra esistere alcuna riconciliazione tra i due mondi che si incontrano nell’individualità umana. Quei due mondi sono in inimicizia e quest’odio cresce ogni giorno di più. Questa è la posizione nella quale si trova oggi l’umanità. Saturno nei Gemelli annuncia l’ “ora” dell’ “Io”. Tali problemi devono essere risolti durante quest’ora, oppure l’umanità sarà colta in un’epoca successiva da una catastrofe molto più possente.

Questa è la grande domanda che appare riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli: come può l’anima umana guidare se stessa tra lo Spirito e il corpo? Le rivelazioni dello Spirito sono potentissime e diventano sempre più potenti. Nella nostra epoca queste rivelazioni possono essere stranissime e quasi distruttive. Coloro che sono al centro degli eventi, e coloro che devono combattere nei diversi teatri di guerra, questo lo conoscono sin troppo bene. Vi è inoltre il pericolo che gli esseri umani non possano essere capaci di prendere più a lungo queste esperienze in maniera sufficientemente seria, ovvero che le loro anime possano essere sopraffatte e le loro vite portate nel caos. Lo Spirito dell’umanità e del mondo corre il pericolo di diventare un fantasma disturbante per l’esperienza animica dell’umanità.

Il mondo al quale gli esseri umani sono avvinti tramite il corpo è divenuto sempre più indurito e doloroso. Positiva inimicizia nei confronti di ogni cosa collegata con lo Spirito o persino con l’anima sembra essere innata in esso. A causa di questa gelida inimicizia il Pianeta Terra è in pericolo di diventare completamente inadatto per le anime umane e adatto unicamente per fantasmi meccanizzati dell’essere umano. Il problema nelle profondità dell’anima umana, che è riflesso nella posizione di Saturno, è questo: come può oggi l’umanità vincere questo duplice pericolo?

Dobbiamo vincere in noi stessi il potere che causa il fatto che il mondo, al quale appartiene il nostro corpo, ci appaia come rigido, freddo e odioso. Se purifichiamo i nostri sensi dall’antico mondo, dall’innato egoismo, possiamo imparare a percepire il mondo fisico come una rivelazione dello Spirito. La Scienza dello Spirito ci dà il potere di guardare nella natura e di vedere la Luce dello Spirito che lo compenetra. Se lo Spirito si rivela nella regione dell’anima umana, abbiamo bisogno di riconoscere che qui vi è un vero sentiero dal quale noi possiamo ottenere una conoscenza definita dei Mondi Superiori. La realizzazione di questa conoscenza, e il potere di comunicarla a coloro che sono nel bisogno, è il còmpito di coloro che hanno già seguito il sentiero che la Scienza dello Spirito ha rivelato. Solo questa conoscenza può rendere capaci gli esseri umani di vincere i pericoli che sorgono da esperienze spirituali per le quali l’anima è impreparata e che operano come fantasmi disturbanti.

Questa è la situazione presente dell’umanità così come essa è riflessa nella posizione di Saturno nei Gemelli. Essa mostra il profilo generale delle forze che sono operanti nelle profondità delle anime umane come un destino cosmico. Ulteriori influenze sono riflesse dalla posizione e dai movimenti degli altri Pianeti, ma parleremo di questi nelle prossime Lettere.

(Continua)

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FUORI DAL CORO E ALTRO

 Fuori dal coro

Spesso mi si rimprovera di magnificare il volere a detrimento delle altre potenze dell’anima. Questo significa solo che non mi spiego bene o sufficientemente o che per molti il volere è un oggetto misterioso. E, in questo caso, non intendo criticare nessuno poiché tanti dei molti sono assolutamente sinceri. Vi sono persino raffinati antroposofi che, mettendo la corona in testa al ”umile intelletto”, vedono nella volizione un carattere ovviamente unilaterale di muscolarizzazione della via allo Spirito. Credo che valutazioni come questa siano nient’altro che opinioni, anche quando esse vengano riccamente guarnite con la dotta accademia di riferimenti steineriani.

Lo dico sempre: quando si hanno a disposizione migliaia di conferenze del Dottore, chi ha buona memoria e un po’ di pazienza può dire ogni cosa con un carattere quasi inappellabile ed è veramente difficile in tali prodotti distinguere ciò che è vero da ciò che è soltanto esatto di forma. Se poi uno conosce il tedesco e possiede i dischetti dell’O.O. può costruire monumenti più fiabeschi del castello di Neuschwanstein.

Ormai sembra inutile ricordare che Steiner si oppose al fatto che le conferenze di Stoccarda finissero a Monaco ecc. A fatto compiuto il Dottore volle che le copie viaggiatrici riportassero in testata la seguente dicitura: “Pubblicato come manoscritto per gli appartenenti alla Libera Scuola di Scienza spirituale del Goetheanum di Dornach. Non viene riconosciuta competenza di giudizio interno a questi scritti per chi non sia in possesso delle cognizioni necessarie richieste dalla scuola – sia per mezzo della scuola stessa – sia per via di altri mezzi da essa considerati equipollenti. Ogni altro giudizio verrà respinto nel senso che si rifiuterà in merito a questi scritti la discussione con i non competenti”. Poi le cose sono finite nella democrazia del diritto universale, beninteso senza doveri.

Sono “reazionario”? No, miei cari o almeno non troppo: le cose sono andate come dovevano andare ma ciò non assolve il fatto che non siano andate granché bene. Come un pasto troppo abbondante carica l’organismo di veleni e ottunde la coscienza, così l’eccesso di spirituali rivelazioni tramortisce il sano impulso alla conoscenza, che nel caso di una scienza dello spirito è fatta soprattutto di approfondimento e mai di dispersione intellettuale.

La lettura a 360 gradi non è lesiva nell’approccio iniziale della ricerca, quando si vorrebbe sapere il più possibile. Saranno poi le stesse letture, come modificatrici dell’anima, a invitare lo studente ad esigere lo studio approfondito delle pietre d’angolo dell’edificio sapienziale. E’ l’anima che alla fine dovrebbe formulare l’assenso, riconoscendo la verità di quanto, a tutta prima, può parere solo asserito.

Quasi tutta la Scienza spirituale comunicata e ricomunicata risulta in un certo qual modo, falsa: poiché viene accolta supinamente, con fede cieca. E’ possibile che all’inizio la situazione sia diversa ma con la complicità dell’abitudine alla passività, si smette presto la fatica di pensare e si accoglie tutto: senza distinzione.

Così è roba di cartapesta che passa da anima ad anima, con la consapevolezza dell’istinto condizionato. Questa è la condizione primaria dei tanti che affermano a sé e al mondo di essere discepoli di qualcuno o della via sapienziale: esoteristi? Ma va là. Cani di Ivan Pavlov, piuttosto.

Tutto quello che non può, che non riesce a venir sperimentato è feccia. Il fatto che l’esperienza possa configurarsi in pensiero e non in misterica veggenza è cosa secondaria o incidentale. Un’obiezione in tal senso mostrerebbe solo che viene pure incompresa l’intima natura del pensiero. Con il pensiero logico e purificato si giunge ad una condizione di equivalenza con ciò che viene chiamato mondo eterico, e chi questo non l’ha capito non comprende il senso delle “comunicazioni” e non sa distinguere il vero dal falso. Come avviene ogni giorno per sostanziale rozzezza, tra i blablatori delle Scienze spirituali.

Quello che a nominarlo gli piglia il furore morale, tra le tante sciocchezze che scolpisce come fossero su pietra mosaica, afferma essere inconoscibile il grado interiore dell’altro. Questa, tra le tante affermazioni vuote o pasticciate, è falsissima: basta seguire l’origine di quanto sottende l’animus di una sola parola udita per avere davanti a sé un vasto panorama. Inoltre se un decente operatore è capace di immergersi nel silenzio interiore può, da tale condizione, persino “vedere” l’atmosfera animica ed i toni qualitativi di questa, emanati dalle persone che lo attorniano. Sono percezioni senza nome: spetta poi al pensiero intenderle, subito o dopo immersione meditativa. Il Nostro, che è ipovedente, ha la stupefacente pretesa di dar per scontato che altri siano almeno orbi.

E se ciò vi sembra strano ditemi allora con quale criterio sceglieste (la vostra anima scelse) di seguire Scaligero e non i molti Egemoni Cosmocrati che affollavano la piazza? Qualcuno risponderebbe di sicuro che fu atto karmico. Non dico che, in fondo, non sia stato così ma per il senso dell’attuale, individuale destità, obbietto: ma voi dove eravate con la vostra coscienza? Da Scaligero o al bar dello sport?

Una retta conoscenza conduce, prima o poi, alle rette discipline. E’ essenziale che, con anima sgombra, si pensino i pensieri nei quali l’Iniziato ha trasfuso l’esperienza sovrasensibile: allora i pensieri possono dare al sentimento una schiarita che si traduce in risveglio animico. Infiniti sono i risvegli, come fossero strati di una cipolla cosmica e già dopo il primo, il dio ti lascia a sbucciare da solo, e l’utensile che ti trovi tra le mani si chiama disciplina. Così continui oppure contempli la cipolla – dita incrociate a girarti i pollici – per il resto della tua vita. Anche questa è libertà, no?

Per non farla troppo lunga sulle tristi sorti dell’uomo davanti la cipolla, vorrei offrire al lettore qualcosa di costruttivo che funziona. Che non viene dall’antroposofia ma dalla galassia teosofica. Si tratta di un esercizio comunicato già negli anni ’30 da E. Wood in un libretto intitolato Concentrazione, poi ripreso in un nuovo testo ampliato e ambiziosamente arricchito dall’Autore, edito dall’Astrolabio nel ’68. Un amico lo riportò sulla Rivista L’Archetipo alcuni anni addietro. Che io sappia non incuriosì nessuno: ed è un vero peccato, poiché potrebbe aiutare chi ha serie difficoltà nell’approccio con l’immateriale. E’ possibile, con questo esercizio, avvertire subito la potenza della mente incentrata in se stessa. Preciso che la descrizione risulta complessa ma se compresa è di facile attuazione. Cercherò di liberare l’esercizio dalla ridondanza di quanto Wood si è sentito di aggiungere nella II edizione.

Preso un foglio di carta bianca e una matita, disegnate un cerchio nel mezzo. Nel cerchio scrivete il nome di un semplice oggetto che vi sia famigliare. Dedicate attenzione all’oggetto inscritto e lasciate che il pensiero sia libero di formulare da sé un concetto connesso (se, ad esempio, abbiamo scritto “vite” è probabile che la connessione sia “cacciavite” o una qualità dell’oggetto: in effetti è una libera associazione dal guinzaglio strettissimo). Tenendo il termine/ immagine “cacciavite” disegnate con la matita una riga o freccia che parta dalla circonferenza del cerchio ad un punto qualsiasi del foglio: lì scriverete “cacciavite”. Poi scivolate lungo la riga con la punta della matita fino al cerchio e, dimenticato il cacciavite, dirigete nuovamente l’attenzione alla vite. Lasciate nuovamente che il pensiero attui una nuova connessione che sorga in voi come, ad esempio, “acciaio”. Ora, tenendo l’”acciaio”, tirate con la matita una nuova riga dal cerchio ad un punto qualsiasi del foglio dove scriverete acciaio. Nuovamente scivolate con la matita dall’acciaio verso il cerchio e osservate nuovamente la vite. Permettete al pensiero una nuova connessione: potrà essere anche “mobile” poiché per voi il mobile è tenuto insieme dalle viti. Disegnate una terza freccia e scrivete “mobile”, poi, insieme alla matita, tornate al cerchio.

Se ora riuscite a scorgere il diagramma (un cerchietto con tanti raggi) capirete anche che è un continuo lasciar libero il pensiero per poi riportarlo sempre all’oggetto-tema. Questo esercizio di riporto va continuato per un certo tempo, con serietà, continuità e senza distrazione. Potete notare che nell’esercizio vi è una parte meccanica ma la sua riuscita dipende esclusivamente dalla costante attenzione immessa, che meccanica non è.

Esso attua, con le facilitazioni date dal sensibile descritto, un atteggiamento della volontà che realizza una atmosfera di concentrazione: come un essere avvolti in una nube di concentrato, forte e denso silenzio. Più all’interno di sé. Percepirete, forse anche dalla prima volta, la potenza del mentale concentrato in se stesso. Quello che ho detto non appartiene ai modo di dire: percepirete questa assorta concentrazione animica come si percepisce un tavolo: ma dentro. Realisticamente. Provate l’esercizio descritto per una settimana o meglio ancora, per un mese. Se l’attenzione supportata permane dedicata in questo prolungato riportare, avrete molti benefici: il realismo dell’esperienza conseguente l’esercizio, una mente addomesticata cioè silente e la capacità di fare una meditazione.

Se vi sentite antropo-ortodossi in conflitto morale, non fate niente di ciò che ho scritto, anche se è solo un esperimento, dimenticatelo e continuate le vostre chiacchierate. Così non correrete alcun rischio e potrete sempre continuare col vostro noiosissimo auspicare e aspirare ad una concezione spirituale che, in senso aristotelico, mai vorreste che fosse atto.

Approfitto di questa breve nota per rispondere alla domanda di un amico di Eco che vorrebbe un particolare punto di vista sulla via della fede.

Mio caro, ognuno ha la sua strada e non dovrebbe tradirla: dalla sua immagino che non occorra perdersi a distinguere tra fede e Fede. Sulla via data dal pensiero, che noi propugniamo, è quanto deve accadere con la concentrazione, non in quanto concentrazione in sé ma quando per suo tramite essa venga superata come “esercizio”, divenendo moto ulteriore orientato verso lo Spirito. Termini non bastano o non ci sono: è un andare oltre l’agonia, cioè si sperimentano gradi di agonia ma da lì basta un passo per superarli.

Così anche la Fede, da come ne parla, essa comporta esperienze non dissimili, poiché si tratta di volere oltre ogni percorso razionale, oltre la massiva rappresentazione della Materia, oltre ogni certezza acquisita precedentemente. Mica facile volere l’inimmaginabile, l’impossibile (ciò che per il mondo è inaudito). Per giungere ad una tensione sovrumana d’impeto della volontà e del sentimento che balzano oltre il saputo, il conosciuto. Titanismo che trascende se stesso per diventare Potenza di trasformazione della realtà.

Slancio sacrificale che tutto spezza tutto infrange.

Però mi permetta di trascrivere le ammonitrici parole di quella magnifica rompiscatole di Santa Teresa: “Proprio una bella maniera di cercare l’amore di Dio! Lo si desidera subito, in tutta la sua perfezione, e ognuno conserva le proprie tendenze. Non si compie sforzo alcuno per suscitare buoni desideri né per riuscire a sollevarli da terra, e poi si ha il coraggio di pretendere molte consolazioni spirituali! Ciò non può avvenire, e simili pigrizie sono incompatibili con l’amore perfetto. Quindi, se Dio non ci concede il tesoro interiore, ciò dipende solo dal fatto che noi non facciamo a Dio il dono assoluto di noi stessi” (Vita: I, 11).

Così, non me ne voglia, tanto per riflettere e gettar acqua sugli ardori suoi e miei.

Cari saluti.

Mio Archetipo Divino

Fenice

Mio Archetipo Divino

E’ Te che ho amato

in tutti gli uomini della mia vita

passato

presente

futuro

 

Sei Tu che mi hai purificata

nel fuoco dilaniante delle passioni

e del dolore

 

……ma ancora non ti conoscevo …

 

Conservami il cuore ardente

sempre capace di amare

.

(Mara Maria Maccari)

SUI DEFUNTI

 cielo1

Per i primi giorni di Novembre volevo spendere qualche parola per i defunti. Dopo qualche riga un pensiero invadente mi ha fermato.

Mi ha sussurrato, senza complimenti: “No caro mio, così non va bene!”

Ho chiesto subito il perché ed il pensiero, con un tono che mi è parso leggermente canzonatorio, ha continuato: “Tu hai cominciato a pensare e sentire con la compunzione rassegnata che si accende davanti la povertà, all’ingiustizia, ai maltrattamenti, alle sofferenze, ai lutti…se sbagli così dal principio non scrivere nemmeno una parola!” “Noi” – perché il “noi”? Era solo un pensiero tutto mio? – “siamo vivi, più vivi di voi”.

“Smettete una buona volta di credervi, voi vivi e noi morti…guarda, mi spiego meglio: immagina di andare per due ore al cinema: segui lo spettacolo, fatti afferrare dalla vicenda che si svolge sullo schermo. Poi esci dall’edificio, dall’oscurità artificiale, e ti muovi, c’è il sole, persone vere che ti salutano.., ora sei rientrato nella realtà. Così è per chi rientra nella Luce dello spirito, nella gioia della libertà e in una coscienza moltiplicata.

Se non la vedi in questo modo non scrivere di chi, sognando da bruco s’è risvegliato trasformato in farfalla!”

*

Così riprendo in altro modo. Anche questo è argomento che viene posto alla luce della Scienza dello Spirito. Forse interessa poco i giovani, tanto avvolti nelle forze della vita, ma può essere una delle riflessioni per chi ha dovuto salutare la scomparsa nell’inaccessibile di amici e parenti: soprattutto di quelli che hanno svolto un ruolo evidente nel nostro tracciato personale.

Non vi è nulla di oscuro o malsano in questa direzione: non tavoli a tre gambe ma raggi di sole, fioriture nei prati e scintillio di stelle: in questa vivezza il defunto è presente.

Ognuno dovrebbe dirsi: “prima di occuparmi dei defunti, bisogna che mi prepari nello spirito”.

Un buon esercizio è quello di trasportarmi col pensiero sotto il cielo stellato. Perdo di vista il mio corpo e le sue miserie; cerco di immaginare le figure delle costellazioni che occupano la volta celeste, rivedo la corsa del sole, i colori che tingono il suo levarsi, il suo coricarsi.

Trasporto ciò in stati d’animo.

Per finire immagino davanti a me la terra con montagne e masse d’acqua: utilizzando i ricordi di impressioni vissute durante arrampicate, nuotate ed escursioni nei boschi.

Tutto ciò deve essere ricordato obbiettivamente e senza l’aiuto del corpo: dimenticarlo è una delle condizioni per cercare liberamente il contatto con i defunti.

Il ricercatore dovrebbe dirsi: “Posso andare spiritualmente da qualcuno poiché ho reso mobile il mio pensiero, ho purificato il mio sentire e ho dato un orientamento alla mia volontà.

Posso ora ritornare sui miei passi sino all’infanzia e riguadagnare una condizione perduta nella maturità.

Ecco le forze che ho usato inconsciamente nei miei primi tre anni, per stare sulle mie gambe, fare i primi passi, trovare l’equilibrio: le devo al divino architetto che edificò il piccolo tempio umano. Poi ho cantato, parlato ed è stato il celeste musicista e poeta che formò i miei organi e respirò in me.

Finalmente lo spirito universale mi aprì i campi del pensiero.”

Quindi lo sguardo del ricercatore indugia pensieroso sull’immagine dei defunti, rammentando la realtà quotidiana, comprende come i morti vedano la natura. Ciò che viene percepito con gli occhi fisici, le pietre e le piante, non esistono per essi. Essi non vedono nulla della realtà sensibile. Essi percepiscono solo quello che esiste per la loro natura: lo spirito. Cosa percepiscono del cristallo poggiato sul mio tavolo? Solo l’impressione interiore che in lui si è arrestata: la geometria delle forme: cubo, tetraedro, ottaedro, cioè quello che in lui è stato lo spirito, la melodia celeste.

E della pianta? Non la forma fissa ma il susseguirsi degli stati che hanno metamorfosato il seme in foglie, poi in fiori, dunque il moto dei pianeti che si ritrova nella crescita dei vegetali. E degli animali? Il loro principio, nel Paradiso.

I defunti seguono le azioni celesti nei regni della terra. Scambiando tra loro le impressioni che raccolgono. Così conversano e imparano. Avendo ricevuto un vivente insegnamento: i loro istruttori noi li abbiamo chiamati Angeli.

Che fanno gli Angeli? Esattamente il contrario di quello che sulla terra fanno i sapienti. Questi hanno osservato con i loro sensi, ma il loro pensiero era rigido come scorza.

Gli Angeli restituiscono vita al pensare e nutrono i morti con idee viventi (entità) che sono il viatico nel corso del loro pellegrinaggio celeste.

Le azioni degli uomini hanno avuto la lenta conseguenza di uccidere certi pensieri.

Ora, per riparare i danni, hanno dovuto intervenire forze superiori a quelle degli Angeli.

Una grande tristezza pervade i defunti quando il loro sguardo scende sui sentimenti di chi vive nel terrestre. Costoro non sono passati, come i disincarnati, attraverso un lavoro di purificazione.

Al contrario, i vivi si sono induriti nell’odio e nei conflitti e hanno fatto della terra un luogo sempre più favorevole ai demoni che diventano più forti degli Angeli dei cieli.

I defunti tentano, assai prima, di farsi intendere dagli uomini: “Se non volete sapere più nulla di noi, soccomberete non solo alla morte del corpo ma anche a quella dell’anima”.

Saranno ascoltati?

Io li posso comprendere, intuisce il ricercatore che si è chinato sui loro nomi immortali: “Avvicinatevi verso me, ciò che dite cercherò di riferirlo agli altri uomini”.

Ma per (fare) questo devo rafforzare il mio proprio essere. Potrò farlo se comprenderò il monito: “Uomo, conosci te stesso!”

Se posso ancora percepirlo, comprenderlo, tra infiniti rumori e mille rovine, allora, in qualsiasi momento, qualsiasi sia la tormenta che spazza il mondo ed il cielo profondo e l’abisso infernale, posso anche edificare in me stesso il campo della mia libertà.

Io sono. Per quel tanto che io resti vero, v’è realtà in me. Per quel tanto che io sappia amare, c’è realtà nell’universo.

L’ARCHETIPO – NOVEMBRE 2015

Anno XX n. 11

Novembre 2015

san-marrtino

Giovanni Colazza – La ricerca dell'Io nel periodo dell'anima cosciente

colazza -

Quella che viene presentata qui di seguito è una conferenza di Giovanni Colazza, che è – a mio modesto parere – di una importanza fondamentale per tutti i praticanti interiori che seguono la disciplina occulta della Scienza dello Spirito.

In passato essa è apparsa, decenni fa, su una rivista romana “scaligeropolitana” semestrale, ma non trascritta fedelmente, bensì in ogni sua frase completamente rifatta secondo un criterio redazionale assolutamente arbitrario. Il testo pubblicato in tale rivista è un totale rifacimento del testo originario, trascritto dalla fedele Fanny Podreider, rifacimento o parafrasi condotta con intenti letterari, presumendo di abbellire la parola di Giovanni Colazza, ritenuta poco elegante o addirittura “sciatta”. Seguendo l’impulso di una tale presunzione, chi si è assunto il compito di un tale rifacimento, ha operato in maniera ortopedica su un testo sapienziale, nel quale come direbbe Platone deve essere cercato ciò che è vero e non la “venustà del periodare”. Personalmente, sono per la riproduzione più esatta possibile delle parole dei Maestri, perché dietro quelle parole vi sono i loro pensieri e le forze del Mondo Spirituale, che le hanno ispirate. La conferenza in questione, oltre che abbondantemente riscritta secondo un criterio arbitrario, è stata mutilata di varie frasi. Così stravolta e mutilata, essa è stata ripresa da vari siti del web e in vari social forum. Questo mi ha spinto a compiere la dolce fatica di ritrascriverla dai dattiloscritti originali – due per la precisione e perfettamente concordi tra loro, provenienti dall’archivio dell’allora Gruppo S. Remo di Milano e dal dono di un discepolo diretto del Maestro – avendo cura di rimanere il più possibile fedele alla viva parola di Giovanni Colazza. Ho confrontato il testo della conferenza anche con il testo apparso in Società Antroposofica in Italia, Bollettino per i Soci, Anno 1973 – n° 2, il cui testo è assolutamente uguale alle altre due copie d’archivio citate, e completamente difforme dal testo pubblicato nella suddetta rivista semestrale romana, il che, a questo punto, fa sorgere molti leciti interrogativi circa la legittimità e gli scopi celati dell’alterazione ripetuta operata disinvoltamente sui testi di Giovanni Colazza e di Massimo Scaligero da parte dell’editore che l’ha attuata. Il ripercorrere, il più esattamente e fedelmente possibile, le sue parole e i suoi pensieri fa risorgere nell’anima il risuonare della forza dell’esperienza spirituale dalla quale scaturiscono.

Il “redattore” di tale ortopedica operazione editoriale non è nuovo a cotali discutibili imprese sui testi di Giovanni Colazza e dello stesso Massimo Scaligero. Le conferenze di Giovanni Colazza, ch’egli fece a commento del libro Iniziazione di Rudolf Steiner, furono da lui completamente stravolte e pubblicate in un libro nel quale difficilmente si riconoscono la forza e lo stile di chi, in maniera viva, pronunciò tali mirabili parole. Per me è giusto attenersi ad un criterio assolutamente opposto.

***

La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente
Conferenza tenuta da Giovanni Colazza al Gruppo S. Remo

a Milano, l’8 dicembre 1940

Trascrizione di Fanny Podreider non riveduta dal Dott. Colazza

Il conferenziere esordisce dicendo di essere lieto di essere tra gli amici a Milano e raccomanda di non aspettarsi di udire cose nuove. Parlerà di cose che molti già conoscono, ma è bene ripresentare cose note, per riguardarle alla luce di una maggiore maturità. Nel ritornare sopra tali idee, dopo trascorso un periodo di tempo, si scopre che nella coscienza si è fatto un passo avanti, si è giunti ad una visione più chiara, ad una determinazione più forte.

Oggi dunque, continua il Dottor Colazza, vi dirò alcune parole su un dato tema. È sempre difficile riunire in un titolo il contenuto della materia che si vuole svolgere in una conferenza. Questa di oggi si svolgerà intorno all’argomento “La ricerca dell’Io nel periodo dell’anima cosciente”.

Sappiamo che in ogni fase della civiltà c’è sempre stata una relazione speciale dell’uomo col suo Io. Nei tempi remoti, l’essere umano discendeva nella sua interiorità e lì poteva trovare la voce degli esseri spirituali. Penetrando in se stesso, l’uomo riconosceva che nel suo intimo si manifestavano le forze divine, che in lui sorgevano gli impulsi di volontà, ispirati dalle entità divino-spirituali che agivano in lui. Ora invece il nostro Io ha tagliato i ponti col mondo spirituale, è disceso completamente nell’interiorità umana, si è immerso nel corpo fisico, nel corpo eterico e in quello astrale, di modo che si può affermare che è quasi prigioniero in essi. Da essi prende, però, in compenso, le forze per condurre la sua esistenza autonoma. Osserviamo per un momento la composizione di quest’involucro in cui abita l’Io. Il corpo fisico ha la sua autonomia, vive per sé, appoggiandosi però alle forze eteriche che lo permeano. L’astrale tende invece ad assorbire l’attività della entità umana, a riempire l’essere umano di se stesso e con l’aiuto delle forze luciferiche e arimaniche, lo compenetra, cosicché l’Io diventa suo schiavo. Per mezzo di tale immersione negli involucri umani l’Io si muove nel mondo, e attraverso la corrente della vita e delle passioni umane, tende al congiungimento del suo essere interiore col mondo.
In questo campo bisogna tener presente che l’antroposofo si trova in una posizione speciale, in una posizione privilegiata. Una persona qualunque, che si metta a riflettere sulla sua vita, si sente nel mondo come un essere estraneo ad esso, si trova in mezzo ad un complesso di fenomeni a lui estranei e quasi ostili, si sente come schiacciato dall’immensità cosmica, che non può comprendere. la distesa dello spazio, il firmamento con i suoi mondi ignoti, che nulla hanno a che fare con lui nella loro immensità spaziale, lo schiacciano; e di fronte ad essi si sente rimpicciolito e senza valore. Si sente posto, in questo breve periodo tra nascita e morte, come un prigioniero di forze ignote, sa che non avrà tempo di sviluppare la sua entità più profonda, in questo periodo così limitato. Tutt’al più se ha fede, l’essere umano potrà riconoscere di avere in sé un’anima, ma che questa lo tradisce continuamente, perché dalle sue profondità ignote, affiorano passioni e desideri, tempeste di ogni sorta di cui non conosce le origini. L’essere umano che vuol sentire la propria entità di fronte a tutto quello che gli dà la scienza moderna, non può sottrarsi ad uno stato di avvilimento, ad un senso di umiliazione, paragonando la sua piccolezza di fronte a questo cosmo sconosciuto.
Diversa è la posizione dell’antroposofo, quando guarda il cielo, perché sa che le forze delle stelle operano anche in lui, è cosciente che tutto lo Zodiaco con le sue forze spirituali, collabora a formare il suo corpo; e che le influenze che scendono dai pianeti sono in relazione vivente con il suo essere.

L’antroposofo può guardare al mondo sapendo che dietro al fisico-sensibile vi è lo Spirito. Il suo corpo fisico non gli appare come un semplice peso morto, perché egli sa che è stato formato attraverso una progressiva evoluzione da epoche lontane. Sa che la parte di calore di esso, gli viene dall’evoluzione Saturno, la parte aeriforme dall’evoluzione che chiamiamo Sole, quello che ha in sé dell’elemento liquido è retaggio dell’evoluzione Luna e la materia pesante è l’elemento che appartiene alla Terra. L’essere umano sente in sé tutta l’evoluzione planetaria sommata nel suo corpo fisico, che da epoche antichissime è stato elaborato, sviluppandosi nella sua discesa verso la materia solida terrestre. L’antroposofo sa che questo corpo fisico è un dono delle gerarchie spirituali e sa che in altro periodo esse gli hanno dato il suo corpo eterico, poi il corpo astrale e da ultimo il suo Io.

 Attraverso tali arti, egli si sente in costante relazione con le predette gerarchie. In ogni momento, soffermandosi a meditare, egli può sentire in sé, nel suo interno, tale rapporto col cosmo, tale vivere attuale in unione alle forze delle gerarchie. Vi è una differenza immensa in questo campo, tra un’individualità umana qualsiasi e l’antroposofo che sa di avere avuto in dono dalle gerarchie questo involucro del suo io, e sa che da esso egli può prendere forze viventi durante il suo lavoro di trasformazione e d’evoluzione interiore.

Osservando tutto questo l’antroposofo deve cercare di realizzare queste conoscenze in un quadro vivente. L’antroposofo, infatti, all’esposizione teorica di dottrine, come viene fatta in altri campi del sapere umano, cerca di sostituire dei quadri viventi che sviluppino, di per se stessi, forze d’evoluzione e di trasformazione. Così se riesco a riunire, in un quadro vivente, l’operare delle forze delle gerarchie che hanno contribuito ed operano tuttora alla nostra formazione umana, io risveglio in me la coscienza di quanto vive nel mio essere: mi ricongiungo a tali forze in una relazione attiva, vivente. Ritrovo allora il mio passato cosmico, che è racchiuso nel mio essere attuale, e posso giungere così ad un superamento dei limiti di tempo e di spazio, ad un albore d’esperienza spirituale, ci conduce alla soglia del mondo dello Spirito. Purtroppo, accanto a tutto questo, bisogna anche riconoscere che la nostra attività esterna resta ancora separata, resta ancora lontana da questa realizzazione di un mondo spirituale. Di questa grande esperienza cosmica non se ne vede in noi, e nelle nostre azioni, che poche tracce, molte volte non se ne sente nemmeno la presenza. Qui tocchiamo dei problemi di psicologia antroposofica. Ed in questo campo, sia pure a tentoni e spesso deviando, anche la psicologia moderna ha spesso presentito profonde verità. Così essa afferma che nell’essere umano esistono i cosiddetti complessi, ossia centri di forze psichiche autonome con vita propria, complessi animici separati nella coscienza, con autonomia e vitalità proprie, così che si sottraggono al controllo cosciente dell’Io.

Qui per rendere chiaro l’argomento, ci serviremo di una dimostrazione un po’ schematica. Abbiamo, nell’essere umano, il corpo fisico, l’eterico, l’astrale e l’Io, che descriverò uno dopo l’altro. Sappiamo però che in realtà, essi si compenetrano. Quindi abbiamo:

Io

corpo astrale

corpo eterico

corpo fisico

oggetto                                reazione

Mettiamo ora che un oggetto venga a colpire la nostra attenzione: (vedi oggetto) attraverso gli organi fisici noi accogliamo un’impressione, nell’eterico questa si sviluppa come sensazione, nell’astrale diventa percezione, poi sale fino all’Io.

Quando si forma la percezione, tale immagine percepita porta al risveglio delle forze della memoria. Se noi, ad esempio, vediamo un oggetto, cerchiamo subito di paragonarlo ad altri oggetti già conosciuti e quindi di renderlo riconoscibile attraverso la memoria. Il risveglio di questa, da quanto il Dottor Steiner ci ha spiegato, sappiamo che avviene nella zona tra l’eterico e l’astrale. Sappiamo pure che altra cosa è l’associazione di percezioni e la vera e propria memoria. Alla prima giungono anche gli animali, la seconda è possibile soltanto all’essere umano.

Dunque, per mezzo della memoria riproduciamo un oggetto, una data esperienza del mondo, ad altre esperienze precedentemente avute, ed immediatamente da questa zona, da questo complesso della nostra anima, si svolge una reazione che da noi parte verso il mondo esterno. (Vedi reazione). Se studiamo come avviene tale reazione nell’essere umano, vediamo dunque la tendenza a riunire le esperienze in gruppi simili; a reagire di fronte a date situazioni, quasi automaticamente come in passato.

In tal modo vediamo che, malgrado nella nostra coscienza siano entrate delle nuove esperienze che avrebbero dovuto modificare le nostre reazioni, le forze dei complessi, che sono radicate nella memoria, ci portano ad agire come prima.  Qui vi è nell’anima umana, qualcosa che tende ad annullare lo sviluppo nuovo. Può così accadere che ripetiamo esperienze che sono in fondo superate e che commettiamo, di fronte ad esse, lo stesso errore, benché nella luce della coscienza ne sia già avvenuto il superamento. Questo si verifica appunto per la schiavitù dei complessi, da cui non riusciamo a liberarci.

Questo, che nel ramo psicopatologico può portare a situazioni tragiche, ed a volte pure ridicole, si rispecchia anche nella realtà della vita quotidiana. Per dare un esempio, è facile notare che una persona, che è stata per anni in condizioni poco agiate e che si è poi arricchita, quando si tratterà di comprare qualche cosa, istintivamente sarà ripresa da quel senso di paura di spendere che è la ripetizione dell’esperienza del passato.

Ma tutti abbiamo in noi sentimenti radicati che, nati in una certa forma, continuano a sopravvivere benché sussistano ormai tutti i presupposti per superarli. Ciò perché non riusciamo ad attivare il controllo della coscienza questa direzione. Sappiamo che date cose non hanno alcun valore, eppure esse hanno ancora la forza effettiva di portarci a perdere il nostro equilibrio interiore. Ci abbandoniamo così a reazioni che in realtà ripugnano alla nostra coscienza, ma che al momento non riusciamo a dominare. Questo accade a tutti nell’esperienza quotidiana.

Ora il Dottor Steiner aveva presente questo stato dell’anima umana, e ci ha dato anche il rimedio, ci ha dato i mezzi per il superamento dei complessi. Ci ha insegnato cioè a lottare contro queste forze interne in cui l’elemento arimanico e quello luciferico trovano il loro campo d’azione. Tutti certamente conoscono quanto il Dottor Steiner ci ha dato a tale scopo, ma sovente non si riesce a realizzare l’enorme importanza della reale forza degli esercizi da lui suggeriti.

Il Dottor Steiner consiglia, in primo luogo, di prendere per la concentrazione un pensiero che non ci interessi in modo speciale. Un pensiero che non ci piace, preso a caso, il quale non susciti in noi alcuna reazione d’interesse. Tale pensiero bisogna tenerlo fisso davanti a noi con tutte le forze, con un attivo sforzo cosciente. Allora, se si riesce a farlo realmente, noi lavoriamo per la liberazione del nostro pensare dai complessi animici, poiché un pensiero forte non è quello che da sé suscita in noi una forte reazione involontaria, bensì quello che noi vogliamo sia forte per la nostra volontà ben cosciente.

Un altro esercizio, che certamente tutti conoscono, è quello di proporsi un atto di volontà, di dirsi, ad esempio: “Domani, ad una data ora, compirò un atto semplice che non susciti in me nessuna attrazione, né piacere, né interesse personale”. Ma propostosi tale atto, bisogna eseguirlo a qualunque costo. Si giunge così ad impregnarsi di volontà per propria libera decisione. Mentre prima agivamo per impulso, ora è un atto di puro volere che immettiamo in noi. Non è per impulso momentaneo che ci abbandoniamo ad una reazione di volere, bensì creiamo in precedenza un’attitudine di volontà nel senso vero della parola, attitudine che non si sviluppa immediatamente nell’azione. Se io dico: “Voglio fare una cosa”, e la compio, quando l’azione volitiva è compiuta, la volontà si è esaurita. Se io mi propongo: “Domani voglio compiere questa azione”, io resto in un’attitudine volitiva latente che impregna il mio essere per tutto questo periodo e che sviluppa la mia volontà in modo speciale.

Il Dottor Steiner consiglia di continuare questo esercizio per alcune settimane. Se lo si compie in modo giusto, si lavora a rendere la volontà libera. Allora non è più un atto di reazione incosciente, ma si trasforma in un impulso che viene dall’Io. Quindi riassumiamo:

Il 1° esercizio porta alla liberazione del pensiero.

Il 2° esercizio porta alla liberazione della volontà.

Vi è poi un altro esercizio, quello chiamato dell’equanimità. Qui basta riassumere, perché tali esercizi sono descritti ampiamente nei libri del Dottor Steiner e tutti li conoscono. Io vorrei parlarvi piuttosto dei risultati, degli effetti che per essi si raggiungono nella trasformazione dell’anima umana. Questo esercizio tende dunque a fare acquistare un equilibrio di fronte al piacere e al dolore, a far sì che queste reazioni non si manifestino automaticamente in noi. Per esempio, arriva a noi una percezione che dovrebbe portarci a sentire piacere. Ebbene, noi la fermiamo, per così dire, e ce la poniamo davanti come una realtà oggettiva, per deciderci se dobbiamo accettarla oppure no. Così pure per il dolore: ci giunge qualcosa che attraversa il nostro desiderio, e che come un urto ci colpisce e vuole portarci dispiacere. Noi dobbiamo essere capaci, per realizzare questo esercizio, di fermare la reazione dolorosa e, ad esempio, imporsi: “Ora pensiamo qualcosa d’altro, lasciamolo da parte; più tardi, in pieno equilibrio dell’anima, io potrò riesaminare tale sensazione, riceverla se lo voglio, e trovare in essa quel tanto di esperienza necessaria per la mia evoluzione”.

Attraverso quest’esercizio, raggiungiamo dei risultati molto importanti. Precedentemente, spiegando lo schema, è stato omesso di affermare che, naturalmente, al ricevere di una percezione o di una esperienza, se ad esperienze simili nel passato si era unito nell’anima piacere o dolore, insieme al ricordo, la memoria ci riporta automaticamente anche quel complesso psichico che li conserva in noi, la nostra reazione verso il mondo ne viene immediatamente colorata. Noi attraverso questo esercizio, invece giungiamo ad ottenere che nel campo del sentimento non si verifichi più una reazione automatica, ma che ogni volta, di fronte ad una data esperienza, noi conserviamo un’attitudine libera nel sentire e vagliamo le cose al lume della nostra esperienza attuale.

Con tale esercizio giungiamo quindi alla liberazione del sentimento.

L’esercizio successivo è quello della positività. Esso suscita sovente dei malintesi. Si tratta solamente di proporsi, per un certo periodo, di guardare intorno a noi solamente a quanto è positivo, di cercare il lato migliore d’ogni cosa, di rifiutarsi di vedere il lato negativo, il lato brutto delle cose. (Il Dottor Steiner cita a tale proposito la leggenda dei Vangeli apocrifi, sul Christo che nella carogna di un cane vede e ammira i denti, che erano belli).

Non si tratta, qui, di andare per il mondo come un ottimista sciocco, di vedere tutto bello e di cadere in ogni trappola della vita: oppure di avere una falsa visione dell’esistenza. Si tratta invece di acquistare, per un dato periodo di tempo, la facoltà di vedere positivamente le cose. Il lato positivo è quello che ci porta vicino all’Io. Il vero Io, difatti, è di natura spirituale, e perciò non può vedere negativamente, essendo tutto ciò ch’è spirituale, costruttore e creativo. La parte negativa viene dal nostro atteggiamento di fronte all’esperienza, ed è perciò necessario liberarci del preconcetto delle nostre esperienze passate. Così s’impara l’autonomia del giudizio, ci si esercita a non giudicare secondo date etichette che abbiamo già messe sulle cose. Per le abitudini del passato, per l’educazione, per quei rapporti che si sono creati nella nostra giovinezza, per le finalità abbracciate allora, noi siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi fissi. Ci sono giudizi che oggi sarebbero da rivedere alla luce dell’Antroposofia, ma essi sono così forti e radicati nell’anima nostra, che ci trascinano a giudizi affrettati, senza lasciare che nuova luce vi penetri.

Attraverso l’esercizio della positività, ci liberiamo da essi e guardiamo in modo nuovo. A poco a poco possiamo arrivare a sentire qualcosa del Karma. Ciò avviene, perché con tale attitudine positiva si sviluppano le qualità che ci permettono di avvicinarci alla visione del Karma degli uomini. Un giudizio positivo porta luce su ciò che vive di buono in una persona, e ci guida a vedere quelle forze che impediscono a questo lato di prendere il sopravvento, ci porta a vedere il peso che impedisce all’uomo di muoversi nella direzione del bene. Così ci si avvicina alla comprensione degli altri e si giunge gradatamente alla liberazione del giudizio.

Un altro esercizio molto importante è quello della spregiudicatezza (esso ha dei punti in comune con quello precedente, ma non è la stessa cosa). Si tratta di non accettare nulla come già giudicato definitivamente e di porre tutto nella luce piena della nostra coscienza. Supponiamo che qualcuno pronunci una frase che abbiamo già udito altre volte. Ebbene, dobbiamo esaminarla come se l’udissimo per la prima volta e vedere se questa volta non ci riveli nulla di diverso e non ci appaia sotto un nuovo aspetto. Si può, con tale esercizio, accorgersi se in noi è nato qualcosa di nuovo, se comprendiamo forse meglio e più a fondo del passato. Si può giungere a realizzare in modo attivamente cosciente, i progressi fatti per la comprensione del mondo.

Se facciamo per un certo tempo questo esercizio, giungiamo ad una purificazione della nostra memoria, la obbiettiviamo gradualmente.  Se di fronte a un fatto qualsiasi io dico a priori che lo conosco, attribuisco ad esso, automaticamente, un dato contenuto della memoria, senza un confronto attuale. Se di fronte ad un’affermazione io dico: “ho già udito tutto questo e non può essere vero”, io mi pregiudico un giudizio attuale. Se invece dico: “Voglio esaminare la cosa a nuovo”, metto di fronte alla percezione il giudizio attuale, in modo oggettivo accanto a quello del passato che vive nella memoria. In tal modo vedo da che cosa proviene il contenuto della memoria stessa, e percorro la via dei ricordi, facendo sì che questi siano per me qualcosa di oggettivo. Così riguardando indietro alla mia vita, risalgo attraverso i ricordi in modo oggettivo, e posso giungere al punto in cui non ho davanti a me il vuoto, bensì quanto, come essere reale, vive in essa, vale a dire il mio Io come ha iniziato questa esistenza, venendo da incarnazioni precedenti. Così libero l’Io dal campo della memoria. Essa non è più un cimitero, un campo obbligato, bensì un campo obiettivo che posso esplorare liberamente e che si stende limpido davanti a me. Questo esercizio vuole quindi portare alla liberazione della memoria.

Se si osserva questo esercizio intimamente, e lo si continua, si vedrà che ingigantisce in noi per i suoi effetti ed assume una grande importanza. Il Dottor Steiner non si preoccupava tanto che noi accogliessimo gli insegnamenti teorici dell’Antroposofia, ma ci teneva soprattutto a che noi si sviluppasse una coscienza antroposofica, voleva che a poco a poco noi sviluppassimo la capacità di pensare liberi dalle influenze di Arimane e di Lucifero. Ci teneva che gli antroposofi acquistassero la possibilità di portare la loro attività nel mondo esterno, senza che queste forze guastassero la loro opera.

Indubbiamente abbiamo dinanzi a noi un compito difficile, ed è difficile anche sentirsi degni di tale opera. Eppure non bisogna tralasciare nessuno sforzo per giungere a realizzare l’Antroposofia. È vero che l’iniziazione è una mèta lontana, verso cui l’essere umano può solo tendere, ma non c’è giorno che, per chi vuole lavorare, non si possa segnare un passo in direzione di questa conoscenza superiore. Il Dottor Steiner ci ha amorevolmente mostrato la via e ci ha dato i mezzi potenti per aiutarci a percorrerla.

Sappiamo che ogni entità umana porta, nel suo spazio interiore, tutto un passato cosmico. È in nostro potere rendere questo passato cosciente in noi. Ma in tale spazio non vi è soltanto l’evoluzione passata; vi è pure in germe l’evoluzione avvenire. La coscienza umana può già da ora realizzare le condizioni future del Cosmo. Non vi è, in noi soltanto l’evoluzione Saturnia, Solare, Lunare e Terrestre, vi è anche l’evoluzione futura di Giove, e l’uomo può raggiungerla nella sua coscienza.
Infatti se libera se stesso dai pesi delle influenze di Lucifero e di Arimane, può avvicinarsi al Sé spirituale. Il primo passo sulla via dell’evoluzione interiore è un senso di fiducia in se stessi, poiché si può mancare per orgoglio, ma anche per umiltà fuori posto. Si può non avere fiducia in noi e credere, per tale sbagliata umiltà, che il lavoro dell’evoluzione sia riservato a pochi privilegiati. Questo è errato, perché tale lavoro su se stessi deve essere compiuto da chiunque voglia seguire l’insegnamento dato dal Dottor Steiner. Possiamo imparare a sentire cosmicamente in noi, a sentire che la storia cosmica si realizza nel nostro essere umano. Per andare in tale direzione, non è solo necessario accogliere le conoscenze antroposofiche, ma è indispensabile questo lavoro quotidiano fatto su noi stessi, lavoro che libera la nostra coscienza, che l’avvicina gradatamente alla luce dello Spirito.

Questo lavoro si compie in ogni minuto accogliendo dall’esperienza quotidiana, quell’incitamento, quell’impulso all’evoluzione, che tante volte non riusciamo a leggere e a comprendere per farne tesoro. Bisogna giungere gradatamente a farci un’idea chiara del peso reale che Arimane e Lucifero hanno su di noi, bisogna guardare in faccia questo loro potere, e riconoscere in noi stessi il nostro oscillamento tra l’uno e l’altro. Nella vita quotidiana non dobbiamo porci come mèta la perfezione, bensì dobbiamo proporci di giungere alla chiara coscienza della nostra vita interiore. Proporci una mèta di perfezione ci porterebbe presto allo scoraggiamento, mentre nel lavoro quotidiano di illuminare la nostra coscienza, giungeremo a porre noi di fronte a noi stessi. Così vedremo la nostra limitatezza, ma anche la nostra lenta trasformazione che ci porta a divenire strumenti delle forze spirituali. In tal modo dunque, realizzando in noi il lavoro delle gerarchie, operiamo nella nostra anima così da renderla uno strumento adatto, uno specchio sempre più terso in cui possa riflettersi il mondo spirituale. Anche colui che dal destino non è destinato a porgere l’insegnamento antroposofico ad altri, a diffonderlo nel mondo, svilupperà in sé una luce interiore che porterà i suoi frutti. Creerà un’armonia delle forze spirituali, nostalgia di conoscenza; desiderio e comprensione per l’Antroposofia, in qualunque ambiente esso si trovi. Le poche cose dette oggi sono state esposte solo per mostrare i risultati di alcune meditazioni, per rivedere argomenti che conosciamo. È da augurarsi che in ogni occasione in cui ci troviamo sia un punto di partenza, un impulso verso un’attività più forte, verso una volontà più intensa di lavoro spirituale. Così la riunione odierna avrà raggiunto il suo scopo se sarà riuscita a far sì che, ritrovandoci insieme, ci sentiamo rafforzati in questo nostro compito comune.

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  1. Liberazione del pensiero
  2. Liberazione della volontà
  3. Liberazione del sentimento
  4. Liberazione del giudizio
  5. Liberazione della memoria

 

GIUSEPPE GARIBALDI ( parte ultima )

giuseppe_garibaldi_1866

CONCLUSIONE

*

Rapporto col mondo inglese, francese ed irlandese.

Nessun straniero ha suscitato in Inghilterra un tale entusiasmo quanto Garibaldi. Da quando, giovane e appena sfuggito ai pirati, incontrò un militare inglese che gli donò un paio di scarpe, ebbe sempre un rapporto privilegiato con questa nazione.

Era spiritualmente legato a quei popoli, si unì a loro anche animicamente quando entrò nella massoneria. Persino fisicamente: “I suoi modi calmi, i suoi movimenti relativamente lenti, i suoi capelli e la sua barba quasi sassoni, parevano caratteristici d’un europeo del nord, piuttosto che del sud; pure i suoi occhi, la sua voce e il suo portamento erano essenzialmente italiani”.

Gli inglesi accorsero in suo aiuto per tutta la vita e alcune delle formidabili condizioni che accompagnarono la spedizione dei mille furono, a detta di molti, pagate a caro prezzo in sterline. L’appartenenza alla massoneria spiega in parte ciò, l’entusiasmo e la simpatia popolare trascendono questo aspetto ed hanno radici più profonde.

Di contro, fin dai tempi in America, Garibaldi fu animato da una avversione per la Francia. Nato sotto il giogo di Napoleone, vide sempre Nizza in bilico tra due nazioni, fino al definitivo passaggio, con la Savoia, alla Francia. Il  sostegno  incondizionato  al  Papa  e  quello  ai  suoi  nemici  in  America segnarono le sue antipatie. Fu sempre nemico dei francesi fino alla battaglia di Mentana. Nel 1870 si schierò a favore della Terza Repubblica e combatté per essa. Le polemiche per la restituzione del vessillo tedesco e per l’abbandono di Digione rinfocolarono il suo astio.

Se l’Inghilterra lo adorò, l’Irlanda l’odiò. Gli irlandesi, pur continuando a vivere un cristianesimo pratico e vitale, dopo l’opera di San Patrizio, divennero papisti e quindi  anti – inglesi. Come fedeli di Roma non vollero tollerare le continue invettive di Garibaldi contro i preti.

Artù-Bohort

 

Garibaldi fu un Artù, egli primo tra i dodici trasmetteva il cristianesimo celtico ai suoi discepoli. Iniziato ai misteri d’Ibernia si mise al servizio del Cristo eterico per purificare i corpi astrali dei discepoli e preparare un nucleo di vera cristianità nel cuore dell’Europa.

Nell’869 si fusero le correnti del Graal da oriente, in cui l’impulso Cristo viveva nel cuore degli iniziati, e quella di Artù, da occidente, in cui si percepiva l’aura eterica del Cristo e si preparò il cristianesimo esoterico.

L’iniziazione del Parsifal è ora congiunta con quella di Galvano, la via microcosmica e quella macrocosmica divengono entrambe possibilità per l’uomo moderno, si preparano i nuovi misteri.

La leggenda di Parsifal, la cerca del Santo Graal si innesta quindi sui personaggi arturiani ad indicare anche il cambiamento a cui essi devono andare incontro. Nella “Cerca del Santo Graal”, manoscritto anonimo cistercense, la trattazione è leggermente diversa ed i cavalieri assumono connotazioni diverse dal “Parzifal” di Wolfram von Eschenbach. Qui diversi cavalieri partecipano alla cerca ed ognuno di essi assume un valore simbolico – archetipico e rappresenta una modalità di approccio diverso al Graal e alla moderna iniziazione cristiana.

Bohort è uno dei tre predestinati che portano a compimento la Cerca. È il rappresentante della  via eroica; è il solo a non essere vergine, ma casto; è quindi l’immagine della conoscenza del proprio corpo terrestre e lo sforzo ascetico per dominarlo e sorpassarlo (58).

Diversi avvenimenti lo portano al Graal, vediamo schematicamente quali

 

1) eremo: adotta una disciplina ascetica (si nutre di pane ed acqua)

2) tentazioni da vincere: libera la terra dalla dama della torre – mondo terreno

3) libera damigelle minacciate da violenze – combatte suo fratello Lyonnel e falsi eremiti    nella foresta – abbazia dei monaci bianchi: gli spiegano il significato  dei suoi sogni e delle visioni. – mondo eterico

4) combattimento: sfida con Lyonnel  vengono separati dalla folgore – incontro con il piccolo guardiano 

5) nave di Salomone e cavalcata solitaria per 5 anni  –  oltre la soglia

6) il castello del Graal: gli viene affidata la spada spezzata e rinsaldata di Galaad. Vede il Cristo. – Incontro con il grande guardiano.

7) Bohort è l’unico che ritorna indietro al castello di Artù – decisione del sacrificio per il bene dell’umanità – ulteriore incarnazione.

Sono ovviamente descritte le tappe iniziatiche che si svolgono nell’interiorità e nei mondi spirituali, dalla  purificazione delle forze dell’anima, all’incontro con il piccolo guardiano e la separazione del proprio io inferiore (Lyonnel) fino al grande guardiano. In questo senso è la via alchemica che trasmuta il piombo in oro.

Garibaldi la percorre interiormente come monaco irlandese del IX secolo e ciò che visse spiritualmente si ripresentò come avvenimenti esteriori nella vita successiva. Eccolo cavalcare solitario, guidato dalle sue visioni e dalla voce interiore. Libera terre spogliate, damigelle minacciate da violenza e attraversa foreste desertiche nel corso di cavalcate dure ed interminabili.

Bohort è il cavaliere “terrestre” divenuto “celeste”; Garibaldi dovette ritornare “terrestre” per le condizioni del tempo in cui scelse di vivere.

Seguì allora la profezia del Cristo ai dodici eletti della Tavola del Santo Graal: “Voi morirete tutti in servizio, ad eccezione di uno solo tra voi”.

Il significato di questa incarnazione è profondamente legato  alla  sfera arcangelica di Michele e Raffaele, come vedremo. Se unilateralmente Garibaldi è un rappresentante della via eroica di Bohort, in quanto maestro iniziato è legato alla figura di Artù.

Due aspetti della sua figura mi preme sottolineare. Artù è in qualche modo legato all’Italia ed in particolare all’Italia meridionale. Nella cattedrale di Otranto c’è un mosaico del 1165 in cui si vede Artù che ha in mano uno scettro e cavalca una capra. In Sicilia fiorirono numerose leggende secondo le quali Artù sarebbe stato ancora vivo in una caverna sotto l’Etna. Il miraggio che si vede nei pressi di Messina è noto come fata Morgana (la sorellastra di Re Artù).

Nel centro Italia visse l’enigmatica figura di san Galgano. Anche nel nome il riferimento a Galvano è  evidente. Egli infisse la sua spada nella roccia ripercorrendo proprio questa via iniziatica. Il castello di Klingsor, il mago nero malvagio con cui si confronta Galvano è il castello di Caltabellota in Sicilia. In un certo senso le profezie circa un ritorno di Artù in  Sicilia si concretizzarono nel 1860 con lo sbarco dei Mille.

Un altro aspetto si ritrova nel nome stesso di Artù – Arturo che è anche il nome della stella che Garibaldi, come abbiamo visto, si scelse come protettrice. Arturo è una brillante stella rosso – arancione che fa parte della costellazione di Boote. Il nome Arcturus viene dal greco e significa Guardiano dell’Orsa, mentre Boote è il mandriano che guida l’Orsa Maggiore attraverso il cielo; essendo essa una costellazione circumpolare è collegata con le tradizioni del nord e dell’ovest.

Nelle antiche tradizioni esoteriche si conosceva il rapporto di quella corrente con il male e la morte. Per i Persiani, ad esempio, l’Orsa era un feretro che trasportava i defunti. Nel mondo arabo c’è il  detto: “L’amicizia con l’orso è fonte di guai”. Numerosi altri motivi della vita di Garibaldi si riallacciano alle tradizioni del mondo celtico.

Caccia e astronomia

Sono due passioni di Garibaldi che si rifanno al mondo del Nord, da un lato la figura dell’eroe guerriero che prova la sua audacia e la sua bravura, dall’altro il Druido Sacerdote che regola le attività sociali ed agricole secondo l’andamento delle stagioni.

Nave

Il motivo della nave e dell’acqua è un motivo centrale nella cultura celtica.

Proprio per il legame con il mondo eterico i celti veneravano le acque e quindi gli esseri elementari e gli angeli che vi si manifestavano. I grandi “santuari” celtici sono i laghi e le fonti sacre. Tutti i popoli del nord – ovest erano dei grandi marinai e poterono tenere sotto controllo il continente americano utilizzando al  meglio questa possibilità.

Nella tradizione esoterica la nave ha assunto il simbolo da un lato del vagare dell’iniziando nel mondo astrale che ancora non domina e dall’altro è il veicolo che traghetta l’uomo nei mondi spirituali e in quello dei defunti.

Garibaldi, Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele

Furono i quattro artefici dell’unità d’Italia. Nacquero tutti nel Regno di Sardegna tra il 1805 e il 1820. Avevano caratteri completamente differenti, concezioni politiche opposte  e  non  andarono  quasi  mai d’accordo. Tuttavia, per usare un termine medico, si comportarono come una unità funzionale, tesa al raggiungimento del fine ultimo: l’unità d’Italia. Appare invero miracoloso che queste quattro personalità abbiano potuto cambiare il corso della storia italica se non si tiene conto delle indicazioni di Steiner. Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele furono discepoli, in una vita precedente, di Garibaldi e arrivarono dai quattro angoli del mondo per apprendere l’insegnamento del  Maestro in  una di  quelle colonie monastiche che, come si è detto, fertilizzarono l’Europa centrale nella seconda metà del primo millennio. Confluirono tutti nella corrente occidentale e fino ad un certo grado percorsero l’iniziazione cavalleresca come l’abbiamo intesa precedentemente.

Senza entrare nei particolari, si può vedere come anche nelle vite di questi personaggi qualcosa tesse alle loro spalle; alcuni archetipici propri del mondo celtico affiorano dietro le quinte della loro vita.

Analizziamoli molto brevemente.

Vittorio Emanuele era un uomo bello, brillante. Era conosciuto in tutta l’Italia come il Re Galantuomo. Andava volentieri a caccia, preferiva curiosamente i rustici piatti contadini con aglio, ai banchetti regali e allo stesso tempo preferì una donna del popolo alla nobiltà di corte. Questo fu un suo aspetto caratteristico; balzato al trono improvvisamente al posto di Carlo Alberto, non sembrò sempre a suo agio in quel ruolo.

Garibaldi gli rimase fedele in maniera incondizionata anche quando questi  lo tradì palesemente; spesse volte lo trattava da suo pari o addirittura sembrava che il sovrano fosse lui, scandalizzando ovviamente il parlamento subalpino.

Dietro di lui si staglia la figura del cavaliere Galvano, che rappresenta lo stadio di apprendistato pre – iniziatico. È il cavaliere terrestre contrapposto a quelli celesti Parsifal e Galaad.

“Nel corso del suo peregrinare, Galvano incrocia un giorno una Dama e tralascia di salutarla. Costei oltraggiata dalla dimenticanza, gli lancia un sortilegio, augurandogli di assomigliare al primo cavaliere che incontrerà. Galvano incrocia allora il nano di Estrangore, un tempo figlio del re, che aveva assunto questa forma per i malefici di una maga. È d’altronde probabile che sarà a seguito di un’avventura analoga, che egli farà il voto di salutare e rispettare le Dame”(59).

Galvano divenne quindi il cavaliere galantuomo (!). Galvano è l’appoggio, il sostegno di re Artù; Galvano rappresenta infatti le forze lunari che traggono forza e vitalità dal sole. Vittorio Emanuele è il discepolo a cui Garibaldi è più legato, in particolar modo, per il legame con lui, il Maestro sente l’obbligo di reincarnarsi, e Vittorio Emanuele è il Galvano che fu primo a fare il voto di entrare nella Cerca, seguito da tutti.

Il simbolo di Galvano è l’aquila bipenne ed egli porta ed usa sia la spada nella roccia che Excalibur; sono simboli da un lato di uno status regale temporale, dall’altro dell’inizio della lotta per la purificazione delle forze dell’anima.

Se Galvano ricevette in sogno la visione dei cavalieri della Tavola Rotonda come 150 tori, Vittorio Emanuela pose la sua tavola Rotonda nella città del toro, Torino. Pur essendo di nobili origini, Galvano ebbe la visione nella notte di Santa Maria Maddalena, un chiaro simbolismo della presa di coscienza del lavoro ancora da compiere sulla propria anima, un evento che lo avvicina al popolo. Vittorio Emanuele era amante dell’arte e a differenza di Garibaldi e Cavour sapeva trattare con la gente grazie alla sua sincera partecipazione emotiva.

Cavour era conte e proprietario terriero, aveva passato alcuni anni quale paggio reale alla corte sabauda; alla carriera militare preferì dedicarsi allo sviluppo dell’agricoltura nei suoi possedimenti. Fu sempre fedele al Regno di Sardegna più che a quello d’Italia; riteneva che per conseguire l’unità d’Italia fosse più utile costruire delle ferrovie piuttosto che attuare un assassinio politico. Aveva una figura inelegante, la faccia tonda e grassa, i suoi occhiali, i suoi abiti trasandati lo facevano assomigliare più ad un mercante che ad un aristocratico.

Dotato di un grande senso pratico fu un ottimo amministratore, e un diplomatico molto abile e privo di scrupoli. Non era però un grande pensatore e come statista aveva notevoli debolezze. Poteva andare a scoppi emotivi che oscuravano il suo giudizio, ed era spesso influenzato da preconcetti e da antipatie personali; e non sempre trattava le persone con il tatto dovuto. In lui si intravede la figura di Keu, il siniscalco.

Keu è il siniscalco sarcastico, fratellastro di Artù non ne riconosce la grandezza spirituale e pur tuttavia lo serve fedelmente. È espressione del pensiero morto, preda delle passioni e negatore delle verità spirituali. Per il suo carattere non docile in alcune tradizioni lo si chiama Kai olo Grenant (Keu il brontolone).

A Mazzini si può accostare la figura di Sagremor, l’altro fratellastro di Artù, che pretende dapprima di fargli da maestro e poi successivamente lo serve fedelmente. È caratterizzato dall’impetuosità ed è l’espressione della volontà non ancora purificata, delle passioni.

Mazzini finissimo pensatore, non partecipò mai ad una attività politica pratica, anzi i tentativi di insurrezione ispirati alle sue teorie fallirono sempre in bagni di sangue.

Riepilogando:

 

  • GARIBALDI – MAESTRO – ARTU’ – RAGGIUNGE IL GRADO DI ARTU’ attraverso la via eroica di Bohort.
  • MAZZIN I- PENSIERO – SAGREMOR
  • VITTORIO EMANUELE – SENTIMENTO – GALVANO
  • CAVOUR – VOLONTÀ – KEU

 

Un grande percorso iniziatico

 

Proprio grazie alla nave, al suo essere marinaio, Garibaldi ripercorre fisicamente le tappe della iniziazione ai misteri d’Ibernia. Prima raggiunge l’Oriente, va a Costantinopoli. È il polo luciferico: lì ha una gran febbre che lo costringe a letto e dopo svolge una attività didattica, vive nel pensiero. Poi la nave gli serve per raggiungere l’America, il polo arimanico: qui è tutto volontà, diviene corsaro e incontra la guerra.

Il centro dovrebbe per lui essere Roma, è ossessionato dalla liberazione della Città Santa (o Roma o Morte), ma in realtà la potenza franco – papalina glielo impedisce. Il suo equilibrio lo troverà a Caprera, dove troverà pace.

 

ORIENTE CENTRO OCCIDENTE
COSTANTINOPOLI CAPRERA AMERICA
CAPO SIST. RITMICO VOLONTA’

 

“Bardo”

 

Accanto a questo percorso “iniziatico” nello spazio egli compie un percorso temporale, in cui vengono riprese le figure della società celtica.

A COSTANTINOPOLI: Parte come marinaio (Guerriero), la guerra, più che altro la subisce e diventa insegnante (Bardo)

A NAPOLI:  il popolo in festa lo acclama chiamandolo “Bardo”, in realtà è al culmine del suo essere guerriero, è addirittura Dittatore (Re)

A CAPRERA:       Si dedica all’agricoltura e alla pastorizia. Come parlamentare e Gran Maestro Massonico assume il ruolo di guida etica, sociale e spirituale (Druido). Per tutti, però, è il grande guerriero.

Questi due percorsi portano con sé diversi aspetti:

= A differenza di un percorso iniziatico interiore accaduto nel mondo e non nell’anima del ricercatore.

= Non sono tappe di un percorso interiore cosciente e volontario,Garibaldi è trascinato dagli eventi di destino che gli si fanno iincontro.

= Non è un percorso che modifica tanto l’interiorità di Garibaldi, quanto modifica invece le persone, le società e le nazioni nel cui contesto esso si trova.

È la via del Galvano di Wolfram von Eschenbach, ma questa è presentata, come deve essere, connessa a quella interiore di Parsifal. Si crea così una situazione sbilanciata e non consona ad uomo moderno. Come mai ?

Tristano ed Isotta

 

Il suo incontro con Anita avviene in circostanze straordinarie. Ancora una volta sono le forze del karma che conducono per mano Garibaldi. Le modalità con cui questo incontro avviene lo uniscono in un contesto che va ben oltre le comuni vicende della vita.

Per comprenderlo bisogna guardare oltre, avventurarsi in grandi incontri tra innamorati descritti nelle antiche culture. Essi narravano, però, non solo avvenimenti terreni: erano anche descrizioni in cui l’amata (l’anima) veniva sottratta al marito (io inferiore) e fuggiva con il bel principe (l’io superiore). Il racconto celtico di Tristano e Isotta è in questa dimensione.

L’incontro di Garibaldi ed Anita ripercorre queste tappe, ma qui tutto è nel mondo fisico. I due amanti, come rapiti in un incantesimo, si incontrano e si riconoscono. Fuggono dal marito di lei; novello re Marco, e danno vita ad una stupenda storia d’amore che culmina con la morte di Anita.

Garibaldi vede per la prima volta Anita attraverso un cannocchiale.

Isotta è in lingua celtica Adsiltia (colei che è guardata!) e in tedesco medievale Isolde (fermezza di ghiaccio), qualità che ben si adattano alla storia ed al carattere di Anita.

In realtà quella di Tristano ed Isotta è una storia che si rifà all’antico racconto mitologico greco di Perseo ed Andromeda; quando ancora il mondo greco celebrava la via eroica del guerriero. E cosi vediamo Anita cercare il marito tra i morti sul campo di battaglia come le donne di Ilio nel poema omerico.

La vita amorosa di Garibaldi continua, imprevedibile, ad intrecciarsi alle vicende di Tristano. Questi nel poema decide, consigliato dall’eremita Ogrin, di restituire Isotta a Marco e così pure Garibaldi deve, costretto dalla vita, abbandonare la sua Anita, morta, alla famiglia Ravaglia per la sepoltura. Dopo molte peripezie Tristano in preda all’angoscia per aver perduto la sua amante acconsente a sposare Isotta dalle Bianche Mani, proibendosi però di consumare il matrimonio. Lei lo porterà alla morte.

Questo motivo si ritrova in tutto il mondo nordico: Sigfrido è costretto a dimenticare Brunilde e a sposare Crimilde; secoli dopo Shakespeare ne riprenderà alcuni elementi per il suo “Romeo e Giulietta”.

Garibaldi prova a consumare un matrimonio “borghese”, ma anche la sua

Isotta dalle Bianche Mani (Giuseppina Raimondi) lo delude ed il matrimonio ha la durata di un giorno. Invece di condurlo a morte, però, la vicenda fa da preludio alla impresa dei Mille. Garibaldi ritrova in un certo senso la sua amata quando dalla torre di Faro guarda attraverso il cannocchiale  le sponde della Calabria che di lì a poco avrebbe conquistato.

Ferite e malattia  

Il tema delle ferite è molto importante nella tradizione culturale celtica e la loro descrizione e la parte anatomica colpita non sono mai arbitrarie, ma richiamano la connessione del corpo fisico dell’uomo con le forze spirituali che lo edificano. In questo senso possiamo leggere anche le ferite di Garibaldi.

La prima ferita grave avviene il 15 giugno del 1837, poco prima di compiere trent’anni. Una pallottola si infila nel collo e miracolosamente si ferma sulla carotide. Il tema della ferita al capo e della decapitazione è frequentissimo nel ciclo arturiano. In particolare ricorda l’episodio dell’incontro di Galvano con il Cavaliere Verde (Sir Gawain and the Green Knight). È lo scontro con la forza della Natura: perdendo il capo, il mondo fenomenico dei sensi e mettendosi nelle sue mani ci si svela il mondo spirituale che opera in essa e comincia così il mondo iniziatico.

Garibaldi vive anche le potenti forze elementali del Sud America, quando è ferito. È giunto nel Rio Grande del Sud per fare il commerciante, diviene dopo un anno corsaro e questa ferita, nel suo primo vero combattimento lo inizia alla guerra. Le successive ferite sono elementi ancor più archetipici.

Le ferite alla caviglia e alla coscia in Aspromonte fermarono il suo spirito rivoluzionario ed egli consegnò definitivamente l’Italia nelle mani del re

Vittorio Emanuele II. E’ la ferita nel tallone di Achille e nella coscia di Artù, per entrambi il segno della fine della loro attività.

Anche la malattia reumatica che lo accompagnò per buona parte della sua vita nasconde un segreto. Certo i reumatismi in un marinaio non sono rari, ma al di là delle cause fisiche, in una vita come quella di Garibaldi è necessario vedere quale aspetto della sua attività spirituale si presenta qui.

I reumatismi compaiono durante la sua esperienza in America. È l’incontro dell’antico iniziato irlandese con la statua maschile. Egli doveva provare uno stato di irrigidimento fisico di inverno nel corpo.

Così, prima, a Costantinopoli sorse la febbre, quale eco della sensazione di calore che l’iniziando dei Misteri d’Hibernia doveva suscitare in  sé  davanti alla statua femminile.

Questa iniziazione così particolare produsse quella strana combinazione tra l’idealista fantasioso, ma inconcludente nel pensiero ed il vecchio marinaio che, bloccato dai reumatismi doveva essere portato in giro a braccia. In mezzo a ciò, però, sorse in lui la figura del Cristo ed egli poté comunque agire come cavaliere di Michele.

Un momento emblematico si ha nel giorno della morte della madre, l’antica chiaroveggenza di cui il Maestro era, nella vita precedente, dotato, ritorna in quanto si ripresentano quelle condizioni favorevoli, la tempesta (la forza degli elementi) e l’attacco reumatico (la particolare capacità di irrigidimento fisico) che furono gli elementi tipici dell’antica iniziazione celtica.

Il ciclo epico irlandese

 

Anteriormente alla saga di Artù, diversi altri racconti celebravano il mito del re eroe e guerriero. Sono questi racconti in cui si evidenzia maggiormente l’elemento pagano, quella vivida religiosità che già prevedeva l’evento del Golgota.

Si avvicinano molto alle celebrazioni degli eroi del mondo greco antico, per esempio Ercole o Achille. In realtà la matrice indoeuropea è comune ed ambedue traggono origine dalle precedenti epoche della storia umana, in particolare dal mondo persiano. Anche in oneste saghe traspaiono alcuni elementi archetipici che si ritrovano nella vita di Garibaldi e dei suoi discepoli.

Garibaldi ricorda insieme Cù Chulainn, l’eroe irlandese e Fergus Mac Roich il maturo e saggio guerriero.

Vittorio Emanuele sia il re Couchobor Mac Nessa che lo stesso Cù Chulinn in quanto giovane che deve venire condotto all’iniziazione.

Cavour incarna invece Sencha Mac Ailella, il saggio consigliere e l’arbitro delle dispute.

Mazzini ricorda Bricriu Nemhthenga “Lingua velenosa”, colui che esaspera le inimicizie e semina discordia tra gli amici.

In Cù Chulainn abbiamo sia il motivo del cambio del nome che lo avvicina a Garibaldi, sia quello del confronto con il toro, come abbiamo già visto per Galvano, che li accomuna a Vittorio Emanuele.

Accanto a questo “ciclo dell’Ulster” particolare interesse rivestono pure i racconti legati alle “Fiana”. “La Fiana è una confraternita di uomini privi di radici che hanno troncato le proprie affiliazioni tribali per abbandonarsi alla pericolosa libertà della vasta terra di nessuno che si estende al di là dei confini della società organizzata. E costoro vagano, con fenomenale velocità e agilità, per le terre indomite dell’Irlanda e della Scozia gaelica,  combattendo, cacciando e mercanteggiando” (60).

Questo superamento dei limiti imposti dai legami di sangue è, naturalmente, un impulso michaelita e rappresenta la fase precedente nel cui contesto dopo l’evento del Golgota compaiono le figure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Quanto sono simili le gesta dei Fiana alle intenzioni da Garibaldi espresse a Londra nel 1854!

“Che c’è di meglio della mia idea, che c’è di meglio che raggrupparsi ad alcuni alberi di nave, e scorrazzare l’oceano temprandosi nella dura vita del mare, nella lotta con gli elementi, con il pericolo?  Una rivoluzione navigante, pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente ed irraggiungibile”.

Il cavaliere della carretta

Garibaldi intraprende il suo esilio in Sud America quando legge la notizia della sua condanna a morte sul giornale: è l’incontro di Galvano con il cavaliere della carretta. La carretta era il mezzo con cui venivano trasportati i condannati a morte, ed infatti Galvano, spaventato da questa immagine di morte, rifiuta di salirci.

I condannati a morire sono gli uomini che si incarnano, il carro, con le sue ruote, rappresenta il karma che tesse. Garibaldi salì sulla carretta. Quando fu condannato a morte in Italia andò a cercarla e a vincerla in America.

Inoltre Garibaldi si reincarna per adempiere ad un compito che è connesso con la responsabilità che ha nei confronti dei suoi discepoli. Il sacrificarsi incarnandosi per gli altri contraddistingue i veri iniziati cristiani; in questo senso Garibaldi si pone nella “Imitatio Christi” e può adempiere al compito più grande che gli assegna S. Michele.

Il cavaliere vermiglio

Il 20 aprile 1843 a Montevideo per la prima volta Garibaldi e i suoi soldati indossano la camicia rossa. Meglio di qualsiasi altro, questo simbolo rappresenterà le azioni e gli uomini legati a lui. Da allora per i nemici diverrà il “Diavolo rosso” ed egli si presenterà con quella veste a tutte le sedute del Parlamento a cui prenderà parte. La veste rossa contraddistingueva la casta dei guerrieri – re nel mondo celtico, prima e poi divenne il simbolo dei cavalieri – monaci Templari. Nel ciclo del Graal compare come armatura rossa. Dapprima è il cavaliere vermiglio ad indossarla.

Quando Parsifal giunge alla corte di Artù, si presenta anche costui che ingiuria il re e la regina. Parsifal raccoglie la sfida e lo uccide con un colpo di giavellotto. Spogliatolo però non è in grado di indossarne l’armatura e pertanto la fa trasportare dal suo cavallo. In questo contesto dunque l’armatura rossa rappresenta le forze del sangue legate ai tempi antichi che devono essere trasformate.

Sarà Galaad, il cavaliere iniziato ai misteri del Graal, a presentarsi con la croce rossa in campo bianco. Simbolo della trasformazione cristica del sangue e della riunificazione della corrente regale (rosso) con quella sacerdotale (bianco). La veste rossa è quindi connessa con l’impulso di Michele che accende la volontà e modifica i vincoli di sangue: il segno esteriore che la vita di Garibaldi si pone al servizio dell’Arcangelo del tempo e prepara le condizioni perché l’ulteriore sviluppo dell’Italia sia possibile.

L’impulso di Michele

Perché un iniziato ai misteri di Irlanda si è incarnato in Italia ed è stato l’artefice della sua riunificazione? In parte Steiner dà la risposta quando ci parla del legame che unisce il Maestro ai discepoli nella corrente di Artù.

Cavour, Mazzini e Vittorio Emanuele, da soli, non avrebbero potuto adempiere a questa missione. Tutti e quattro insieme, invece, pur scontrandosi quasi sempre sulla teoria, hanno potuto, forti nell’unitarietà dello scopo, portarlo a termine. È chiaro che così si sposta però solo il problema su tutti e quattro ed occorre indagare le reali  motivazioni  spirituali  che agiscono  nella riunificazione dell’Italia.

Le spinte nazionalistiche che investono il mondo tra le fine del 700 e il XX secolo traggono origine da reali impulsi provenienti dal mondo spirituale. In realtà le rivoluzioni che portano a questi sconvolgimenti politici in America, in Francia e poi in Italia rispondono da un lato ad un progressivo risveglio della coscienza individuale e nazionale connesso con il compito della nostra quinta epoca post – atlantica. Dall’altro recano alcuni elementi sovra – nazionali ed universali che li collocano nel periodo di reggenza di Michele.

Tuttavia ogni medaglia ha il suo rovescio e qualcosa degli avvenimenti in questione pare stridere con le fonti morali archetipiche da cui hanno tratto spunto. Le grandi rivoluzioni d’America e di Francia immettono anticipatamente nel subcosciente gli ideali di libertà nella cultura, uguaglianza nel diritto e fraternità economica che l’uomo può iniziare a comprendere e piano piano a cercare di portare a compimento soltanto con la fine del Kali – Yuga e l’inizio della reggenza di Michele nel 1879.

In realtà questi ideali angelici vengono immessi con il sangue nella civiltà umana dalle logge occidentali, delle quali la Massoneria è buona rappresentante. Ne scaturiscono alcuni elementi caricaturali drammatici in Francia, il Terrore, e il contraccolpo da essi generato porta alla dittatura napoleonica.

Come sempre Michele deve confrontarsi con il drago. La sua reggenza si prepara già nel IX secolo dopo Cristo. Le correnti dei misteri cristianizzate si pongono al suo servizio nel già ricordato incontro nell’869. Le dure correnti confluiscono nel centro dell’Europa, si pongono in un sano equilibrio dinamico che è la forza stessa del Cristo. Accanto a questo avvenimento evolutivo ne originano altri due che ne rappresentano una deformazione demoniaca.

Nel nord la corrente misterica del sud si impianta direttamente in Inghilterra, dando origine alla Massoneria, la quale però nel tempo tende a fenomeni di degenerazione. Nel sud la corrente dei cavalieri si impianta direttamente nella chiesa romana, la quale a sua volta nella sua estrema degenerazione dà origine al gesuitismo.

Così al Nord la penetrazione dell’impulso luciferico penetra nel regno arimanico portando alla degenerazione quelle correnti massoniche che si allontanano dall’impulso cristico, mentre al Sud l’impulso arimanico che penetra nel regno luciferico porta a corruzione le correnti religiose nelle quali è andato sempre più perdendosi il collegamento con l’evento del Golgotha. Nell’Europa centrale viene a manifestarsi l’impulso cristico autentico nella corrente rosicruciana.

Massoneria degenerata, e Gesuitismo sono entrambe delle deformazioni del sano sviluppo michaeliano. Mentre, però, l’impulso di Michele è sovranazionale e fraternità, libertà, uguaglianza sono ideali che gradualmente devono venire in libertà conquistati da tutta l’umanità, queste due correnti non attraggono lo spirito individuale degli uomini, ma si impiantano nella loro anima inferiore ed assumono un aspetto nazionale e nazionalistico.

Paradossalmente Gesuitismo e Massoneria degenerata non riconoscono l’identità comune dei loro scopi nella loro unilateralità e si combattono, almeno in teoria, strenuamente. Garibaldi in parte viene in contatto con ambedue queste forze.

Lui è un uomo del Nord e pertanto si sente attratto dalla Massoneria come tutte le anime delle grandi personalità del Nord. Dalla Massoneria accoglie nella coscienza la dottrina spirituale, però in realtà immette in essa una quantità impressionante di nuovi impulsi che conducono ad una sua profonda modificazione. In particolare vede la necessità per la Massoneria di uscire dal settarismo per riportare i suoi impulsi nel sociale e quindi cristianizzarsi realmente e di aprirsi alle donne, cosa che poi proprio grazie a lui avvenne. Fu anche promotore e artefice della riunificazione dei diversi rami della Massoneria e venne da essi unanimemente proclamato “Il primo Massone del mondo”.

Garibaldi si rivolse, come tante grandi individualità del ‘700 – ‘800 alla Massoneria perché trovava unicamente lì, l’eco della antica spiritualità perduta nel materialismo. Ciò si spiega con la particolare costituzione animico – spirituale di Garibaldi. Egli mai percorse la via di iniziazione dell’uomo moderno.

L’io dell’uomo è oggi al contempo Parsifal e Galvano, deve poter unire il microcosmo al macrocosmo, la via di progresso interiore ed il risanamento sociale. Per le condizioni di educazione del tempo, ci dice Steiner, Garibaldi non poté percorrere appieno il percorso dei nuovi misteri in coscienza desta e per scelta libera.

Tuttavia è un soldato di Michele, sceglie cristianamente il sacrificio della sua via di Parsifal per poter aiutare i suoi discepoli a compiere la missione di reimmettere l’Italia nel giusto corso della storia, gettando le basi per lo sviluppo dell’anima cosciente.

SPIRITO : Sviluppa l’impulso di Michele

ANIMA: Segue l’impulso michaeliano come via di Galvano. E tutto protetto all’esterno, gli impulsi spirituali gli giungono dalla vita. Diviene il tramite per la creazione di un nuovo stato sociale, tanto in America del Sud, quanto in Italia. Il lato interiore non segue la via di Parsifal, ma trova conforto nella Massoneria. Il vero compito che ha Garibaldi venne espresso da Steiner a Dornach il 20 ottobre 1918, quando disse :

“E in Italia? Da dove attinge l’Italia moderna la forza impulsiva con la quale l’elemento nazionale si impone fino a chiamarsi “sacro egoismo”? Bisogna spesso cercare in profondità le ragioni degli avvenimenti del mondo, e se si risale a quel decisivo momento della storia precedente l’inizio dell’epoca dell’anima cosciente, si vede che la forza dell’Italia moderna, nei suoi diversi aspetti, proviene da quanto il popolo romano ha immesso nell’anima italiana.

L’importanza del papato per l’Italia, risiede proprio nel fatto che esso ha instillato la sua essenza nell’anima italiana, anche se, come spesso avviene agli apprendisti stregoni, ne è risultato proprio quanto non si voleva, cioè il distacco dell’Italia moderna dal papato stesso. Spesso l’intenzione cozza coi risultati ottenuti.

Le forze di sentimento e di entusiasmo, esistenti pure in Garibaldi, sono residui del vecchio entusiasmo cattolico che, invertendo la direzione, si è rivolto contro il cattolicesimo. In Italia la possibilità di poter sviluppare l’anima cosciente dovette seguire una strada particolare. Garibaldi quale iniziato ai misteri di Hibernia aveva già acquisito fino ad un certo grado l’anima cosciente. Dovette, per sacrificio sociale, immergersi fino in fondo nell’anima senziente italiana ed iniziare a trasformarla. Per fare questo dovette rinunciare ad uno sviluppo regolare in condizioni sociali migliori”.

Egli non solo si rivolse all’Italia, ma anche contribuì a portare l’America del Sud ad un maggiore grado di coscienza. Rinunciò alla vita contemplativa spirituale per immergersi da vero cavaliere michaelita nella materia. Perché individualità legate all’Irlanda dovettero sentire questo legame con Roma da un lato e con l’America dall’altro. Questo è in relazione al momento dell’evento del Golgota e che gli irlandesi poterono percepire nel corpo eterico della Terra.

In realtà in quel momento percepirono non solo la morte di Gesù sulla croce; ebbero la loro più grande immaginazione legata alla loro particolare scuola di iniziazione essi videro in America e a Roma, connessi con l’avvento del Cristo si ebbe lo scuotersi delle potente luciferiche ed arimaniche.

Compito dei nuovi Misteri è ricondurre anche queste popolazioni nel vero impulso cristiano. Garibaldi e i suoi discepoli si assunsero questo compito e combatterono per portarlo a termine. Se la storia è, come disse Hegel: “Il progredire dell’umanità nella coscienza della libertà”, allora Garibaldi vi prese parte non in uno, ma in due Mondi.

 

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Note

58) G. de Sorval, Missione cavalleresca, I libri del Graal.

59) D. Viscaux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Ed. Mediterranee.

60) Proinsiac Mac Cana, Il cielo epico irlandese.

ASPETTI PRATICI DELLA MEDITAZIONE IN COMUNE ( di F. Giovi)

 Meditazione in comune

Una delle piú elementari forme di lavoro rituale, ben conosciuta dalla maggior parte degli studiosi di Antroposofia, è lo studio o lettura di un testo di Scienza dello Spirito, in un giorno ed ad un’ora concordata tra piú amici o in un gruppo, con una cadenza d’incontro solitamente settimanale.

Questa è stata una delle colonne operative del movimento antroposofico dal tempo della formazione dei gruppi, spesso fondati dallo stesso Rudolf Steiner, alcuni dei quali ancora attivi al presente.

Tale lavoro consisteva (e consiste) generalmente nella lettura di un “detto mantrico” dello Steiner, seguito da un breve silenzio, all’inizio ed alla fine dell’incontro; poi, nel mezzo, la lettura di un numero progressivo di pagine di un’opera fondamentale di Scienza dello Spirito, come Filosofia della Libertà, Teosofia, La Scienza Occulta ecc.

Questo tipo di lavoro comune è forse divenuto sterile e ripetitivo accademismo o innalza l’anima degli associati alle luminose ed edificanti Forze attive dei Mondi Soprasensibili? L’esperienza non riesce a fornire in tal senso una risposta definitiva, poiché il lavoro descritto può portare a risultati estremamente diversi.

Se, ad esempio, il gruppo di lavoro si accontenta di sedersi e abbandonarsi, per antichi e subconsci retaggi, o per pigrizia, alla formula del ex opere operato, in realtà attende che l’ambiente circostante (lettura compresa) lavori al suo posto: crei premesse, condizioni e sviluppo. Il carattere di questo tipo d’incontro è meccanico, piú simile ad una sonnambolica liturgia che al tentativo di conoscenza e trasformazione interiore.

In realtà è passato un secolo di accelerati mutamenti da quando il Dottore aveva indicato talune modalità d’incontro: l’uomo è cambiato.

Il sentire sovrapersonale possedeva ancora radici, seppur limitate, nell’anima dei giovani discepoli degli anni Venti a fianco dell’ordinaria vita di sentimento. L’entusiasmo alimentato dai possenti pensieri cosmici, dal rinnovamento ideale e cultuale cristiano e dai nuovi impulsi artistici quali l’euritmia, l’arte della parola ecc., manteneva accesa in molti di costoro, per l’intera vita, una sorta di fiamma interiore, un calore «che perfeziona tutto dal principio alla fine» (G. Pontano).

Si è potuto constatare che diversi tra questi discepoli diretti di Steiner, ora non piú incarnati, apparissero nell’avanzata maturità come involucri trasparenti di luce flammea, precorrendo da vivi la vestizione spirituale che l’entità umana assume quando, abbandonato il corpo minerale, attraversa la Soglia.

L’uomo è cambiato, i tempi mutati: in questi anni la piú sincera garanzia che qualsiasi tentativo esoterico si fondi su solida roccia è data innanzitutto da azioni interiori che, principiando dall’Io cosciente, strappino pensiero e volontà dal decorso ordinario e naturale.

Come sentenzia Geber nel suo Libro delle Bilance: «Solo con giuste premesse i risultati non potranno essere che veri», cosí i risultati di un lavoro in comune dipendono subito dal grado di corretta attività svolta da tutti i partecipanti.

Le qualità che appaiono quali condizioni necessarie per un vero lavoro in comune sono:

il rigoroso rifiuto di ogni forma animica di antipatia e di critica verso qualsiasi membro del gruppo, almeno per il tempo dell’incontro;

uno stato d’animo elevato, ma non ebbro da smarrire una decisa polarizzazione della coscienza nei confronti del tema in svolgimento;

lo sforzo di evitare ogni disponibilità interiore verso pensieri estranei: in special modo quelli di sapienziale collegamento ad altri pensieri rammentabili in relazione al medesimo tema;

la concentrazione assoluta nella lettura: non sulle frasi già lette, ma permettendo all’attenzione pensante il passaggio dal pensiero precedente al pensiero successivo, attenendosi alla comprensione immediata (la “scorza” di Goethe), poiché la capacità sintetica del pensiero è già attiva nel pensiero che pensa, non fuori o dopo di esso;

infine la cosa piú difficile: non fare altro, nient’altro durante il lavoro.

L’elenco probabilmente può bastare: ma poiché in sintesi è piuttosto semplice, a causa di un malanno generalizzato e chiamato ipertrofia dell’ego, tutto viene spesso complicato, impedendo al puro essere del Pensiero di ri-animarsi, rianimando la potenza inerte e non costrittiva che giace nelle parole e frasi del testo di studio che non deve essere culturale o oggetto del giudizio critico ma «deve risorgere immune nell’anima secondo un atto diretto, non prevenuto da alcun itinerario che non sia il pensiero stesso nel proprio immediato movimento» (M. Scaligero).

 

Affinché la meditazione in comune, comunque difesa dagli ostacoli personalistici per la propria natura adialettica, non naufraghi per carenza di forza al terzo o quarto incontro, abbisogna del supporto vitale della disciplina giornaliera individuale dei pochi partecipanti.

Oltre alla magia del pensiero, ritmizzata come concentrazione, che rimane l’asse portante di tutte le discipline interiori, possono essere indicati gruppi di tecniche ad esempio simili alle direttive di preparazione comunicate nei fascicoli di «Ur» come istruzioni individuali di catena (se separate da ogni sensazionalismo magico). In effetti le discipline della ricapitolazione serale del giorno trascorso, della predeterminazione delle azioni del giorno successivo o, in alternativa, l’atto puro realizzato in brevi episodi su tutto l’arco del giorno e la pratica del silenzio interiore, oltre ad affinare gli “strumenti del rito”, producono una sostanza dinamica nella disciplina che favorisce il sottile rovesciamento della visione del mondo dell’operatore: una sorta di “spostamento dei lumi”. In parole povere vengono assunte dalla coscienza come realtà primarie gli impulsi e le impressioni interiori che sorgono dagli esercizi, e come realtà secondarie le possenti ma passive esperienze ricevute dal sensibile quotidiano: è una scissione di Mondi per la quale l’arte sarà l’entrare e l’uscire dall’uno o dall’altro con rapidità, inafferrabilità, rifiutando la sottile presa del ricordo mistico, magico o sensuale.

Il rito in comune diviene una concentrazione di moltiplicate forze interiori: la coscienza meditativa può aprire un varco vuoto alle forze eteriche precorporee; inizia ad albeggiare una sensazione di libertà, mobilità ed ampiezza mai prima sperimentata.

Per ottemperare ad una disciplina individuale organizzata e quasi continuativa vanno imparate corrispondenti strategie: è necessario conciliare determinazione (tanta!) e coraggio con una progressione attenta e delicata, poiché le forze istintive, se incalzate frontalmente, reagiranno contro l’operatore con un impeto incontrastabile. Se la preparazione intensificata “tiene”, l’asceta sperimenta in sé nuovi e radicali assetti interiori, come ad esempio il diventare letteralmente due esseri diversi: uno che domina l’altro che esegue (a ciò fa riferimento M. Scaligero in Yoga, Meditazione, Magia(1), e che, ripetiamo, va preso alla lettera), oppure la percezione di Mahâkâly ânanda: la gioia pura del Volere che spezza ogni limite, e altro ancora.

Queste note d’antefatto a quanto Massimo Scaligero aveva comunicato ad alcuni discepoli per un iniziale rito meditativo in comune, si giustificano a causa della grande forza necessaria affinché il tentativo non divenga una farsa inutile. In essenza, due sono le caratteristiche indispensabili: la prima è che tutti i partecipanti siano completamente attivi; la seconda che qualsiasi rito esige da sempre un assoluto rigore formale, interiore ed esteriore. Scaligero stesso confermò ciò, in incontri diretti e con esempi concreti che non sono stati piú dimenticati.

Per stabilire e mantenere il massimo livello negli atteggiamenti e nelle operazioni suggerite può essere imprescindibile l’abitudine alla consapevolezza di compiere ogni azione in presenza del Logos, sentito o intuito con elementare ed inconfutabile immediatezza.

Franco Giovi

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Rito è ciò che si compie, mediante ripetizione e ritmo, come atto volitivo predeterminato, che colleghi l’animico-corporeo con lo Spirituale: rito sia pure in forma lineare, è il riunirsi un determinato giorno, ad una determinata ora, per studiare insieme Filosofia della Libertà. Rito in senso sacro può cominciare ad essere l’incontrarsi ad una determinata ora, di un determinato giorno, per meditare insieme.

Ci si riunisce, con la massima puntualità: qualche minuto di silenzio, poi uno di voi legge un mantra del Dottore (per esempio quello di Michele) o un brano dei Vangeli, poi si fa penombra o oscurità – ad evitare la reciproca visione fisica – e si medita.

Fino a che il gruppo non sia veramente formato ed armonico, è meglio che ciascuno faccia la sua personale meditazione, cercando di dare il meglio, l’assolutamente meglio di sé.

Occorre un segnale per terminare insieme! Uno di voi può prendersi l’incarico di sorvegliare il tempo (minimo mezz’ora), a dieci minuti prima della fine dare un tocco sul tavolino, cinque minuti prima un secondo tocco, un terzo per terminare (ciò per prepararsi alla fine della meditazione).

Al termine, qualcuno recita ad alta voce i primi 14 versetti del Vangelo di Giovanni. Un minuto di silenzio e congedo reciproco, cercando di mantenere il piú a lungo possibile il tono conseguito.

Un simile lavoro insieme può essere prezioso, condurre molto lontano, se si è capaci di fedeltà alla via del Pensiero.

…Intanto vi auguro il vero lavoro, quello che si compie superando ogni volta, almeno pochi attimi al giorno, la propria possibilità umana, cosí che possa essere sentita la Forza che urge nel mondo, la reale unica presenza dello Spirito: contro cui è schierata tutta la mediocrità umana, con i suoi dialettismi e persino con i suoi conati esoterici(2).

Massimo Scaligero

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(1)M. Scaligero, Yoga, meditazione, magia, Ed. Teseo, Roma 1971, p. 96
(2) da una lettera di M. Scaligero all’Autore del 15 agosto 1970

per gentile concessione http://www.larchetipo.com/2001/giu01/esercizi.htm

RIPENSIAMOCI UN PO' SU

deserto 2

Cari amici, nonostante vi voglia bene, cercherò il più possibile di essere molto noioso. Necessariamente noioso perché c’è ben poco da dire, molto da ridire. Avete letto l’articolo di Scaligero, quello del ’48? Da lì a poco avremmo avuto tre decenni che, confrontati con i giorni nostri furono quasi paradisiaci – intendo come atmosfera interiore – e già Massimo Scaligero parlava della tragica situazione del comprendere. Se la capacità di comprendere era, eufemisticamente, in crisi, se il capire era in massima parte capitombolato nel bestiale, univoco riconoscimento delle parole, fate uno sforzo d’immaginazione che realizzi l’attuale situazione. Ed essendo anche figli del proprio tempo non illudetevi di essere rocce svettanti fuori dalla corrente.

Cerco sempre di non pappagallare Scaligero ma ripeto sempre che la comprensione è atto difficile e anche chi si sforza realmente di capire, deve di solito combattere con se stesso per molto tempo poiché non ci si rende capaci di osservazione e di pensiero come se si passasse dalla cucina al soggiorno. E’ il motivo per cui il Dottore principiava il titolo di molte conferenze (e qualche scritto) con la parola “Enigmi”. E’ un assetto dell’anima il rendersi conto che il mondo e l’anima umana ci compaiano davanti come misteri. Essendo alimentati dalla sub-natura ci si abitua a credere che si comprenda con una sorta di infusione automatica e in effetti nel mondo pietrificato la comprensione viene da sé, non essendoci nulla di comprendere al suo morto livello. Nel mondo morto si inglobano parole come Spirito, Graal, Karma, Gerarchie, ecc. Perciò si opera poi nel male come consuetudine e senza sforzo: la banalità della Arendt applicata alle cose del mondo spirituale.

Spero che qualcuno intuisca ciò che intendo seppur goffamente. Così spero che qualcuno capisca che c’è davvero bisogno di tracciare sempre a nuovo le medesime cose: esse volano via come fossero segni sulla sabbia sferzata dal vento.

E’ possibile non accorgersi che tutto è defluito, che l’anima è stata anestetizzata: rimane una parvenza meccanica, capace di riprodurre meccanicamente le formule della conoscenza e degli atti interiori. Ciò non produce nulla. Gli orologi, complessi e mirabili, non fanno le uova.

Allora: il sano punto di partenza di una disciplina (di ogni disciplina) che non dissipi nell’illusione l’entità umana ma la inveri attraverso una sempre più intensa attivazione di forze dell’anima dominate, prende le mosse dalla lucida coscienza di veglia: l’ordinaria coscienza di veglia che si sviluppa nella percezione del sensibile.

Ciò andrebbe sottolineato e ripetuto all’infinito poiché tale coscienza viene facilmente elusa nello spiritualismo ingannatore e inoltre l’anima è così squassata da onde, flutti di sue rappresentazioni, fantasie e risacche di rumori al punto che la “normale” percezione sensibile diviene, nella concretezza della vita, assai poco sperimentata. Pochi realizzano la propria destità quando sono svegli: non si fermano per constatarla, costringerla ad essere per pochi secondi.

Volgere lo sguardo al portacenere e vedere il portacenere per quello che è, cioè un portacenere, sembra essere divenuta un’impresa pre-iniziatica. Non sto esagerando: fermatevi un momento, guardate in voi stessi, osservate se un attimo prima eravate desti o sognanti o dormienti davanti a ciò che vi circondava.

Occorre guadagnare una propria capacità d’attenzione, l’attento osservare, cioè il punto di partenza della rigorosa scienza della materia, a cui però, con un atto inusitato, eccezionale, cercherete di aggiungere l’unico elemento presente ed imprescindibile ad ogni osservare: il pensiero.

Non si tema di perdere la faccia ad acquisire una capacità che fu tralasciata o forse mai avuta. Quando ero giovane e strapieno di me stesso, giudicai come troppo banale la disciplina dell’attenzione: in un libro di Ramacharaka (Raja yoga, Lezione VI) avevo a portata di mano un ottimo esercizio: prendere un oggetto e osservarlo a lungo, per più giorni, affinando l’osservazione anche e specialmente quando essa sembra essere giunta ad un punto morto. Scrivere su un quaderno cosa si è visto dell’oggetto osservato e aggiungere, giorno dopo giorno le caratteristiche sfuggite nei giorni precedenti.

Naturalmente tentai l’esercizio, ma svogliatamente. Non immaginavo nemmeno che avrei dovuto penetrare e attraversare tutto il ventaglio dell’impazienza, della noia, della saturazione personale, dell’aridità interiore e tanto altro: così persi una occasione, giacché ero affascinato da “cose più importanti”.

Il pensare è sempre integratore attivo del percepito, che viene poi colto come dato, come fatto, come somma di tutti i dati e fatti che vanno a costituire il mondo.

E’ importante comprendere che il pensare, per l’ordinaria consapevolezza, non viene mai avvertito in sé e per sé. Per l’ordinaria consapevolezza viene a mancare sia il pensiero come realtà a se stante, sia il momento in cui il pensare si aliena in altro da sé e la coscienza lo coglie (a posteriori) come oggetto che appare, cioè come riflesso interiore dell’oggetto apparso: la rappresentazione che sorge in noi. Dove il concetto c’è ma non si vede.

E’ il pensiero che non viene visto dall’uomo, che vede il tavolo, l’albero o costruisce con le rappresentazioni la propria cultura…finanche il proprio esoterismo. L’esoterismo è insignificante se non supera la condizione rappresentativa comune agli oggetti del mondo.

E’ il pensiero che spiega il mondo, i suoi nessi, i suoi significati, ma che in sé non è stato ancora spiegato.

Pensiero da cui comunque non si esce, essendo il primo mediatore di ogni comprensione, di ogni giudizio: persino l’affermazione che il pensiero sia un mero fenomeno prodotto da interazioni elettrochimiche oppure sia un sottoprodotto dell’anima o più radicalmente l’affermazione che neppure esista se non come una insostanziale chimera: tutto ciò, in primo luogo, è semplicemente giudizio di pensiero (lo so che qualcuno lo sa ma so anche che per i più occorrono anni per “metabolizzare” questo fatto. Lo so a mie spese).

Se si è svegli innanzi a tale fenomenologia o alla comprensione logica di essa, si giunge alla consapevolezza che le indagini sui testi sapienziali, la lettura più o meno sistematica dell’Opera di Steiner o l’amena lettura di un infimo rotocalco, e a valle di ciò le relative valutazioni e giudizi, passano tutti per l’impersonale potenza mediatrice del pensiero. Certo! Le differenze ci sono ma sfuggono in un battito di ciglia. La situazione non cambia anche quando i ricercatori pigri – sono legioni – s’imbarcano nelle evasioni pseudo-yoghiche, nei magismi mollaccioni o nei turgori moralistici: in cui il messaggio segretamente sussurrato oppure gridato è indurre a pensare che non occorra pensare, che il pensiero è un incomodo da cui sfuggire.

Vedere innanzi a sé questo inafferrabile proteo non può essere opera di filosofi, di moralisti o di dietologi, non fosse altro che per l’ovvia impotenza di tali direzioni che non escono dall’ordinario rumine dell’astrazione materialista: verso qualsiasi tema possano rivolgersi. Del resto ogni tematica che coltivi le libidini dell’anima ci allontana dall’opera essenziale: passare dai pensati al pensiero.

Colazza e Scaligero indicano il massimo evento possibile per l’uomo contemporaneo all’incirca con l’identica frase: “ Giungere a vedere il pensiero come si vedono gli oggetti del mondo” (il pensiero, non il pensiero di qualcosa!).

Non è vero che la concentrazione coinvolge soltanto il pensiero: è atto di pensiero ma, al suo interno chiama in causa le potenze fondamentali dell’anima.

Il segreto della concentrazione è la volontà. La concentrazione senza volontà non è concentrazione.

Il segreto della concentrazione è il sentire. La concentrazione non si attua senza il sacrificio del “sentito”, del sentire attivo soltanto nella sua invasiva passività: per cui quasi mai si sente ma invece si viene sentiti. La volontà è sconosciuta, il sentire è ignoto. Con la disciplina affiora il volere.

Questo è un aspetto fenomenologico spinoso. Come rispondevo ad un amico, ciò che sembra non esserci non è detto che non ci sia. Il mancamento del sentire ordinario, il suo “sonno” (parola del Dottore nei mantra della Classe) è il presupposto per lo scambio corretto tra il pensare ed il volere ed è simultaneamente il presupposto per la liberazione del sentire ( che cela il più possente organo di percezione spirituale) dal passivo sentimento personale, quello che ci inchioda al “noi” della corporeità.

Infatti la prima meditazione che trovate in Tecniche della Concentrazione configura sinteticamente tutta l’opera interiore. Sembra però immensamente difficile riconoscerla viva, operante come archetipo del proprio lavoro. E’ piuttosto facile non capire la sua sintetica importanza. E’ piuttosto strano che venga evitata come la peste da parecchi discepoli che sembrano rivolgersi ad una bizzarra ortodossia davanti alla quale pare oltraggiosa l’individuale  attività di pensare autonomamente e con logica.

Ma sono sempre le stesse cose – penserà educatamente qualcuno – ed è vero, verissimo.

E possono essere dette e ridette per tutti gli anni che passano prima che qualcuno le comprenda.

Occorre un mucchio di tempo per accorgersi già soltanto che il pensiero è almeno altrettanto reale della sedia su cui mi siedo (facile farci atto di fede ma questo fa parte delle sciocchezze): un tipo serio può farcela ma metta sul proprio conto molto o moltissimo tempo poiché ciò deve essere pura esperienza.

Non fa alcun male ricordarsi che la disciplina chiamata “controllo del pensiero”, pur essendo già molto impegnativa, non è la “concentrazione”. Sebbene quest’ultima, nella maggioranza dei casi, prevede una notevole e prolungata pratica con il controllo. Va da sé che senza una certa capacità di dominare i pensieri, l’avvicinamento verso uno stabile, continuato e totale flusso d’attenzione verso un unico oggetto di pensiero è assai difficile o impossibile.

Essendo due discipline contigue ma diverse ed essendo la concentrazione più difficile del controllo di una deliberata successione di pensieri voluti, ho notato una certa reticenza in molti che pur si esercitano regolarmente con il controllo, a tentare la concentrazione vera e propria.

Ma se si giudica la cosa equivalente ad un dover scegliere significa che ci si è inventati un falso problema: superata una sottile paura dell’ignoto, ci si potrà accorgere che tra i due esercizi non v’è contrapposizione, che l’anima, in fasi diverse, può avere necessità di rafforzarsi ora con l’uno o con l’altro dei due. La concentrazione è superiore al controllo dei pensieri.

Solitamente molti terminano il controllo del pensiero e proseguono con la concentrazione. Ciò può andare bene ma è anche bene ricordarsi che le regole fisse servono soltanto finché l’anima non trova autonomia e coraggio di seguire i suggerimenti che le giungono dalla sua stessa interiorità. In merito a ciò il ventaglio di opzioni è piuttosto vasto. Ad una estremità del ventaglio esiste anche la possibilità di dedicarsi completamente alla concentrazione dal momento in cui ci si siede.

E “l’immagine sintesi”? Qualcuno potrebbe essere turbato per quanto sto per dire: quando si maneggiano i pensieri con una certa pratica, quando ci è del tutto famigliare il percorso voluto, ci si accorge anche che l’immagine “tappo” o “ matita”, assieme alla sua evocazione possiede tutti i concetti subordinati dai quali è stata formata. E’ già sintesi. Siamo capaci di ciò. Esattamente allo stesso modo in cui se ti chiedo un ago non mi porti un frigorifero.

E’ allora che basta dedicare tutta (tutta) l’attenzione cosciente sull’immagine, una qualsiasi purché sia in essa riconoscibile adialetticamente la somma dei concetti che fanno di un ago…un ago.

Il lavoro successivo è solo il mantenere desta e focalizzata l’attenzione con l’esclusione di tutto il resto del mondo, noi stessi compresi, continuativamente. E’ fondamentale che, a un certo punto, l’immagine, nonostante sia prodotta volitivamente da noi, venga sperimentata come fosse autonoma, capace di starci davanti per forza propria: la volizione che la sostiene diventa così sottile che quello che abbiamo considerato (conosciuto) come “sforzo”, può abbandonare la scena: si contempla.

Ora una digressione. Molti hanno letto che, in ultima analisi, l’immagine finale può essere qualsiasi cosa (un segno, una luce, un nulla). Se questo è un risultato non v’è nulla da obbiettare, ma se diventa un trucco, se dall’immagine si salta ad altro, ci si inganna alla grande. Il “segno”, il “nulla” deve farsi da sé, essere forte, pregno, concreto…persino un po’ più reale dell’immagine che lo aveva preceduto. Nessuno dice che deve esserci per forza il segno di luce o il nulla: spesso, per l’operatore fraudolento, pasticcione, il “nulla” è proprio il niente e null’altro.

Nonostante il fatto che coscienza e volontà siano stimolate al massimo grado possibile, tralasciando eventuali fenomeni ultrasensibili che possono prodursi in vari momenti ma non necessariamente, tre importanti virtù o potenze vengono ormai destate: il silenzio profondo, la quiete del sistema nervoso e l’indipendenza dell’immagine (di cui ho parlato sopra) che, come scrive Scaligero, può rimanere stabile o muoversi, comunque continuamente alimentata dalla volontà più profonda che si veicola attraverso una condizione di coscienza vuotata da ogni riflesso della corporeità e totalmente priva di rappresentazioni o echi di immagini estranee che riducono la forza messa in moto e che riconducono sempre al senso corporeo.

Con ciò si indicano momenti eccezionali, non condizioni stabili o da rievocare con la facilità della coscienza ordinaria.

Non credo si possa caratterizzare tale apice con parole: è un’attività che coincide con una condizione di riposo assoluto e di liberazione. E’ già molto. Il passo successivo consiste nel lasciar cadere l’immagine. Questo è difficile perché tale azione ulteriore non va pensata: essa è un puro atto (decisione) della volontà. Quest’ultima non è la volontà ordinaria ma l’essere della volontà che la dedizione assoluta nella disciplina ha sollecitato.

Quando la possente corrente del volere si desta e riempie la coscienza, l’immagine cade oppure rimane come pura forma. Come pura forma il suo essere qualcosa non ha più alcun significato: se il significato svanisce, con esso svanisce anche il soggetto comune che dava significato all’immagine, a se stesso e al mondo sensibile.

Con la sparizione dell’immagine, la coscienza si riempie (o si proietta) nel sovrasensibile: quello delle forze interne o quello di altri mondi. Forse è corretto sottolineare che anche il carattere famigliare della coscienza muta sebbene permanga una sottile identità di sé con sé.

Il modo ed il cosa dipendono da diversi fattori: tra i principali campeggia la struttura animica individuale e la preparazione precedente. Ora si fa concreta l’importanza dei cinque ausiliari, delle meditazioni e delle letture meditate: nella misura in cui hanno modificato la sostanza dell’anima, rendendola capace di essere nel vento, nel vuoto, negli abissi: finché c’è traccia di riflessità ciò è impossibile.

E’ invece possibile che questi ultimi passaggi siano realizzabili – sono fulminei – in condizioni particolarmente favorevoli ma inadeguate. L’anima non ha abbastanza forza per sopportare altri mondi. In questo caso sorge immediatamente sgomento, paura o orrore: di solito è orrore cieco, insopportabilità assoluta, ma anche questa condizione è rapida: l’anima si ritrae subito nella oscura sicurezza della corporeità fisico-sensibile, all’incirca come avviene nel sobbalzo alle soglie del sonno. Ciò indica soltanto che il ricercatore potrebbe riuscire ma deve conquistare ancora maggior forza e maturità.

Vi sono ancora tante situazioni intermedie: la via è relativamente semplice, noi siamo indiscutibilmente assai complicati: su ciò facciamoci due risate: non modificano la nostra contraddittoria situazione ma saranno sempre meglio che piangerci addosso.

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 SETT. 2015)

28 E 29 SETT 2015 FK 016

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT.2015)

 

1/18016

FERREA LOGICITA’ DELLA MEMORIA

 

 

INTERNA ALLE FORZE DELLA BASSA CEREBRALITA’ AGISCE LA CERTEZZA DEL MENTIRE.

 

ESTREMA ARROGANTE POTENZA CHE CONSIDERA IMPOSSIBILE L’ATTUARSI DELLA VERITA’ NEL RITO DELL’IDEA.

NELL’ATTO DELL’ASCESI.

NELL’INNALZARSI DELLA SINTESI VOLUTA.

 

VENATURA DI ENERGIE CHE

– SICURE DEL MENTIRE –

VORREBBERO RIDURRE ALL’INSINCERITA’ TOTALE

OGNI VITA INTERIORE DEL PENSARE.

 

ENTE VOLITIVO DEL MENTIRE CHE SA DI NON POTER PENSARE.

 

MA INFINE   – COME SE UNA TENUISSIMA QUALITA’ AUREA AVESSE IL POTERE DI FRANTUMARE LA ROCCIA  –

LA MINERALE ENERGIA FRANTUMA E ARRETRA.

 

POICHE’ LA CERTEZZA E’ INTERNA AL COSCIENTE TENTATIVO DI MANTENERE CONTEMPLATA L’ESSENZA DELLA SINTESI.

E DA TALE VOLUTA CONTINUTA’ NEL CENTRO DELL’IDEA :

SORGE UNA VERITA’ CHE E’ UN VALORE.

 

IL SOLO VALORE FONDAMENTO DELL’INTELLIGENZA.

 

LOGICA CONTINUITA’ NEL MANTENERE INTATTA LA MEMORIA.

 

E’ L’IMPOSSIBILE LOGOS DEL PENSIERO.

 

LOGOS SOLARE.

 

STRETTAMENTE CONGIUNTO ALLA  PRESENZA DELL’IO NEL CONTEMPLARE.

 

IO CHE IN TALI FLUSSI DI VOLITIVA CONTINUTA’ NELLA MEMORIA  :

AUREA SACRITA’ RESPIRA.

 

ATTRAVERSO L’UNICA VIA DEL LAMPEGGIANTE FERRO DELL’ARCANGELO

CHE IN TALE AGIRE SORGE E SI IRRAGGIA.

 

PERMEANDO DI SCULTOREE QUALITA’ IL REALE.

______________________________

 

2/18017

INCENDIO CHE RESPIRA

 

 

L’UMANO PERFIDO OMAGGIARE LE ISTANZE DI VERGOGNA.

LA BRAMA CHE CONVINCE E CHE COSTRINGE AI PIU’ SORDI COMPROMESSI.

 

CORRENTE CEREBRALE CHE SENZA ARGINI DILAGA.

PRONTA AD OGNI MALE POICHE’ E’ DIMENTICATA L’AUTORITA’ DELL’ANIMA CELESTE.

 

TUTTO IL VISCIDUME MALPENSANTE E’ CERTO DELLA PROPRIA CORRUZIONE.

 

EUFORICO NELL’ABBANDONARSI AL TURPE :

COLTIVA SOTTILISSIME MENZOGNE CEREBRALI.

 

L’ENTE CHE ABITA QUELLE CONVINZIONI E’ COME UN’AGGHIACCIANTE PERSONA NON UMANA

CHE VIVE ALL’INTERNO DEI PENSIERI ELABORATI DAGLI INDIVIDUI DECADUTI.

 

UNA MALATTIA E UNA PIAGA.

UN AMARO INEBRIARSI FRA LE ESSENZE PIU’ MALIGNE.

 

EPPURE INIZIANO AD ARRETRARE QUANDO SUBISCONO IL BAGLIORE DEL SILENZIO.

 

UN SILENZIO CONTEMPLANTE CHE PER POTERSI MANIFESTARE : LAVA.

 

IL SILENZIO DELL’IDEA CHE PER POTERSI CONTEMPLARE  :

INNALZA INESORABILMENTE I LIVELLI DI PENSIERO OLTRE IL CEREBRALE DECADUTO.

OLTRE LA MORTE.

 

NEL VUOTO IN CUI LA VOLONTA’ IMMESSA NEL CONTEMPLARE  :  SPLENDE.

 

UN IMPOSSIBILE VALORE SI CREA.

UMANAMENTE IMPREVEDIBILE POICHE’ UMANAMENTE INCONCEPIBILE.

EPPURE –MEDIANTE FEDELTA’ LOGICA-  :  UMANAMENTE REALIZZABILE.

 

SEMPRE COMUNQUE E OVUNQUE.

SEPPURE IN VARIO GRADO E ATTRAVERSO INFINITI LIVELLI DI LIMPIDA POTENZA.

 

ATTO DEL PENSIERO NEL TENUISSIMO FERRO DEL LAVACRO.

IN CUI E’ POSSIBILE CHE AL CUORE DEGLI UMANI SI AGGIUNGA IL VALORE DELL’ARCANGELO.

SI AGGIUNGA LA QUALITA’ DEL NUME DELLE FOLGORI.

 

E ALLORA E’ INCENDIO CHE RESPIRA.

 

E CHE PURIFICA.

 

NEL SACRO RINNOVATO.

 

NELL’AUREO.

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3/18018

TEMPESTE IMMATERIALI

 

QUANDO L’APPIATTIMENTO TERREO DIVENNE LA SOLA VOLONTA’ ATTIVA FRA I PENSIERI :

DALL’ASPETTO BENEFICO DEL FATO GIUNSERO PER I DEGNI LE GIUSTE DELUSIONI.

GIUNSE DOLORE.

 

GIUNSERO I ROVESCI CHE PREDISPONGONO AL PERDONO.

 

MA NULLA PUO’ IL DOLORE QUANDO FRA LE ANIME SEPOLTE E DENSE

TALE E’ LO SPEGNIMENTO CHE NULLA SI PUO’ PIU’ INTUIRE.

 

E ALLORA LA VIA DELL’UNICO RISORGERE PASSA SOLTANTO ATTRAVERSO IL RITO DELL’IDEA.

 

ATTI DI IMMENSA LUCE POSSONO FERMARE IL FATO.

 

ARGINE IMPOSSIBILE CHE PURE E’ POSSIBILE INNALZARE.

ARGINE IMPOSSIBILE CHE INFINE VIENE ERETTO.

 

I LAMPI DELL’ASCESI DILUISCONO SE STESSI NEL FLUSSO DEGLI EVENTI.

E LI FECONDANO DI CIO’ CHE AD ESSI MANCAVA IN ASSOLUTO :

IL CONTATTO CON L’ETERNO.

 

IL FUOCO SOVRUMANO.

 

TRAPASSANDO IMMENSI FLUSSI DI TELLURISMO CEREBRALE :

UN TENUISSIMO POTERE DI ARMONIA PUO’ GIUNGERE AD IMPORRE LA PROPRIA LUCE.

 

PER ATTIMI PUO’ ACCENDERSI IL RESPIRO DEGLI DEI.

 

ED IN QUEGLI ATTIMI DI LUCE IMMATERIALE  :  ARRETRA MUTATO IL FATO.

 

POPOLI IMMALVAGITI

EBBRI DEL PROPRIO DOPPIO

POTREBBERO SUBIRE ATTI DI LIEVITA’.

 

ATTI DI SCONVOLGENTE LUCE.

 

CHE IMPREVEDIBILE E INAVVERTITA CONTIENE L’IMPRONTA FERREA DEL SOLARE.

 

I TRATTI DELL’ARCANGELO ATTRAVERSO IMPERCEPIBILI TEMPESTE IMMATERIALI.

 

I LUOGHI DELLA FOLGORE ED IL SUO CUORE.

 

DALL’ETERNO.

________________________________

 

4/18019

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA

 

 

VESSILLO REINNALZATO OLTRE LE TEMPESTE CEREBRALI

L’APICE DELL’IDEA RESPIRA E TENTA DI IMPORRE L’ARMONIA CHE PER ATTIMI HA SFIORATO.

 

TENTA DI IMMETTERE  IL SUO VALORE ESTREMO.

 

LA SUA QUALITA’ CHE ATTUA L’UNICO SANARE.

 

MANTENERE L’EVIDENZA DI UN CONCETTO CONTEMPLATO E’ INNALZARE ATTI DI LUCE.

 

E’ MANTENERLA OLTRE I GORGHI DI ENERGIE

CHE NULLA SANNO DEI CIELI ETERICI CONTRO CUI PURE SCAGLIANO IL NEGARE.

 

MANTENERE LA SINTESI ESTREMA DI UN CONCETTO PER POTERLO CONTEMPLARE

E’ MANTENERSI FEDELI AD UNA VERITA’ LOGICA

CHE OCCORRE CONTINUAMENTE RICREARE.

 

TALE FEDELTA’ E’ OLTRE L’UMANO.

E SFOCIA NEL RITO CHE L’UMANO ATTENDE.

 

SFOCIA LADDOVE LA VOLONTA’ GIUNTA NEL PENSARE :

SUPERANDO I DESERTI ANIMICI DELLE INDIVIDUALITA’ INABISSATE :

AMA.

 

E NELLA PURITA’ SUPREMA DEL LOGICO CONNETTERE : CONSACRA.

 

E QUANTO PIU’ COMPATTI E INESTRICABILI I GORGHI CEREBRALI INTRALCIANO :

TANTO PIU’ SOTTILE E OCCULTA LAMA RISPLENDE.

 

LAMA DELL’ARCANGELO NEL CUORE DELLE FOLGORI.

 

OVE L’IMMATERIALITA’ TORNA ESPERIENZA.

OVE VIVENTE IMPRONTA CELESTE TRACCIA GLI IMPREVEDIBILI CAMMINI.

 

FERREA LINEARITA’ COSCIENTE CHE NITIDISSIMA REINNALZA.

____________________________

 

5/18020

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA

 

IN ALTO

OLTRE LE FRONTI

VI E’ IL RESPIRO IMMATERIALE CHE SOLLEVA.

 

ATTIMO CONTINUAMENTE RINNOVATO IN CUI LA COMPLETEZZA DEL CONCETTO SPANDE IL SOLLIEVO.

PERMETTE DI ATTINGERE SANITA’ OVE LA MORSA CEREBRALE E’ TACITATA.

 

OLTRE IL PARLARE CEREBRALE

VI E’ IL CAMPO DI LOTTA FRA LE ESSENZE.

 

VI E’ LA ZONA IN CUI LE ENERGIE TENTANO IL NEGARE.

 

FRA ESSE L’IDEA GIUNGE QUALE POTERE IMMATERIALE CHE LE DISSOLVE.

 

QUALE POTERE AL CUI COSPETTO

OGNI POTENZA MINERALE SVELA IL PROPRIO NEGARE.

 

L’ATTO DELL’IDEA DISSOLVE IL GERME DELLA PIETRA.

 

ILLUMINA E DISTENDE VIE VERSO LO SCONOSCIUTO COSMO MORALE.

 

IMPONE IL POTERE CONNESSIVO DELLA LUCE CHE SI TRAE DAL CONTEMPLARE L’IDEA IN SENO ALLA TEMPESTA.

 

NON VI E’ CHE DA ESSERE SINCERI.

 

IN TALE DIREZIONE LIBERAMENTE SCELTA :

LA SINCERITA’ E’ SOLTANTO COSCIENTE VOLONTA’ CHE INSISTE NEL RICORDARE.

 

E A VOLTE IL LAMPO INCORONA TALE AGIRE.

 

IRROMPE NELLA CORRENTE DEL RICORDO LA FERREA FISIONOMIA CHE LIBERA ED INNALZA.

 

CHE IMMETTE NEI MONDI DEL PERENNE AUREO RICREARE.

 

OVE DEL SOLE FOLGORA L’ESSENZA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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L’ARCHETIPO – OTTOBRE 2015

Anno XX n. 10

Ottobre 2015