PEREGRINANDO INTORNO AL LIMITE

alpinista-

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta granché poiché risolve la questione con questa breve definizione:”Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto:”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite o è sbagliato o rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto: “Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al geniale filisteo di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua esatta proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, è già rinverdito e spruzzato di fiori colorati.

Con questa immagine intendo dire che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi che fanno e disfano pensieri, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Persino la “quercia austriaca”, tal Schwarzenegger, lo seppe: cito con incerta memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Nelle pesantissime accosciate, giunto volitivamente all’estremo, aveva superato il limite della fatica fisica e nervosa.

Ho citato un personaggio noto nelle palestre e nei media, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, atleti di triathlon, alpinisti che si fanno otto/dieci ore di alte vie con zaini strapieni, i quali dopo aver sputato l’anima, vanno oltre il bosco di cui ho parlato sopra.

E che dire di quelli come il compianto Valerj Brumel che superò, per sette volte il limite mondiale di salto in alto: questione di pochi centimetri ma oltre la capacità del mondo intero!

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto con altri sacchi. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante e vi sentirete sfiatati come balene dopo una lunga apnea. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: improvvisamente subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero (lo sentite come fosse trasparente da levarsi nell’aria), il cuore è in pace e non schizza nel petto.

Avvertite con chiarezza che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi aveva potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno – non è vero, qualcuno sì – nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo (e allo schianto) di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze naturali: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamata “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto possibile, realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre funzionali e organizzate bistecchine di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per abituale estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo. Inutile (?) ricordare che si sta parlando dell’ignoto pensare antecedente al suo rifrangersi sminuzzato nelle infinite immagini delle cose del mondo, e che, nella testa, rimbalzano dappertutto: schegge che feriscono.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, possiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela, né tanto meno gli allegri compagni della minestra dell’amore incondizionato: puro e insensato slogan data l’ordinaria struttura dell’uomo che, per avere uno straccio di autocoscienza deve, in primis, respingere ogni altra cosa, in una occulta tessitura d’odio o se questo termine non piace, chiamatela antipatia strutturale. Per cui l’amore vero, così spesso evocato a parole, è ancora un bellissimo istinto: certo, viene dallo Spirito ma passa per il corpo come istinto. A suo modo, persino la psicologia sa distinguere due condizioni dell’amore: quello captativo e quello oblativo. Quando non sia oblativo – lo è troppo poco o non lo è quasi mai – si guasta o fugge via: ricordatevi gli amori perduti.

Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative come i suddetti compagni, vi sta ingannando. Se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto oggi se ne abbia sentore.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso, senza timore ma con rispetto, e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. La morte può diventare un’amica fedele. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza di sé con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Bon alors, revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo (affinché la scomodità sia perfetta) tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante! Il limite di che cosa? Il limite del dannato senso corporeo di voi stessi: l’unica cosa che l’uomo ama con tutta la sua forza.

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, disciplinato, (magari con diversi tentativi di scatto in avanti: le eccezionalità piacciono agli Dei) persino sistematico, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota. Siano accosciate o scarpinate reclamano pazienza.

Ma poiché un giorno si potrà essere capaci di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “Va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare e se mi fai questa domanda mi sembra che tu sia ancora lontano dall’attenzione di cui stiamo parlando”. Totale immobilità del tutto dinamica.

Ad un certo momento che non può essere predeterminato ma di certo suscitato dall’intensità prolungata, sacrificale, si può sperimentare la concretezza della frase, ripetuta da Scaligero, a non pochi praticanti: “La concentrazione è autocorrettiva”. Frase che poté sembrare vuota o beffarda nel lungo rosario dei tempi della disciplina, quando niente ci aiutava nei nostri ingessati sforzi. Esiste nell’esercizio una potenza di saggezza e siamo noi, soltanto noi che possiamo non percepirla o persino rifiutarla. Fenomenologicamente essa ascende dal cuore ma perché essa ascenda è l’essenza del pensare nostro che deve liberarsi dalla testa e scendere verso il cuore: ciò che pigri e testoni non vogliono capire. A ciò si riferisce il dott. Colazza quando scrive del cervello che lascia libero il concetto (Pag. 50 della ristampa di Ur, 1980). In pratica, questo è ciò che manca a chi non supera il mistico nominalismo. Mi sembra evidente, persino esibito, come ho mostrato nel precedente articolo circa l’uso ossessivo di termini o nomi “alti” ma che vivono come primitivi sentimenti religiosi nell’anima. 

Vi pare difficile? Allora mettiamo in chiaro una cosa: esiste uno spiritualismo (teosofico, antroposofico, pseudomistico, magistico, new age, ecc.) che usa paroloni, immagini sacre ma è sterile, vuoto come un guscio di lumaca: lì non v’è nulla da “superare”, basta fingere valori e gonfiare se stessi come mongolfiere.

Comprendo il bisogno di fingere valori e virtù: l’anima priva di disciplina scivola verso il suo elemento animale. Osservate ciò che domina gli animali, siano predatori o prede: nel linguaggio nostro viene chiamata paura. Anche l’animalità umana vive nella paura, solo che nell’uomo essa è come attutita dalle giustificazioni. La dialettica, contro cui Scaligero spese molti capitoli dei suoi libri, è l’intellettuale manifestazione della paura. E dialettici lo siamo tutti.

L’alternativa sapete qual’è: non fingere e darci dentro, nonostante la nostra miserabilità – una tra le poche cose vere che ci appartengono – con rassegnata determinazione, diventando decisamente indifferenti ad aspettative e speranzuccole. La chiave è sempre quella: ferrea determinazione volitiva – arto dell’Io – che non si occupi né si preoccupi, fosse anche l’anima visitata da beata visione o da oscuri pericoli.

L'Hacker e l'Anima

Snow

Un capitolo di un libro di fantascienza. Magari richiederà un piccolo sforzo per essere compreso, dato il linguaggio molto “informatico”. Ma fa pensare… 🙂

Da “Snow Crash” di Neal Stephenson:

«Sono qui sul Raft in cerca di un software – di un antivirus, per la precisione – scritto cinquemila anni fa da un sumero di nome Enki, un hacker neurolinguistico.»

«Che cosa vuol dire?» domanda Mr. Lee.

«Una persona capace di programmare le menti di altre persone per mezzo di flussi verbali di dati, noti anche come nam-shub.»

Ng è completamente privo di espressione. Aspira un’altra boccata dalla sigaretta, butta fuori il fumo verso l’alto, come un geyser, lo osserva mentre si diffonde contro il soffitto. «Qual è il meccanismo?»

«Nella testa abbiamo due tipi di linguaggio. Quello che stiamo usando adesso è acquisito. Modella il nostro cervello mentre lo impariamo. Ma c’è anche una lingua che risiede nelle strutture profonde del nostro cervello, che tutti possiedono. Queste strutture consistono di circuiti neurali elementari che sono necessari al fine di permettere al nostro cervello di acquisire forme di linguaggio più alte.»

«Infrastrutture linguistiche» dice Zio Enzo.

«Già. Immagino che “struttura profonda” e “infrastruttura” significhino la stessa cosa. Comunque sia, in particolari condizioni, è possibile accedere a quelle parti del cervello. La glossolalia – il parlare con il dono delle lingue – è l’output, l’effetto che si produce quando le strutture linguistiche profonde si impadroniscono delle nostre lingue e parlano, sostituendo le forme più alte e acquisite di linguaggio. Tutti hanno conosciuto questo fenomeno per un certo periodo.»

«Stai dicendo che esiste anche un aspetto di input?» dice Ng.

«Esattamente. Lavora in modo contrario. In particolari condizioni, le orecchie – o gli occhi – possono collegarsi alle strutture profonde, prescindendo dalle funzioni linguistiche più alte. Ovvero, chi conosce le parole giuste, può pronunciarle, o mostrare dei simboli visivi, e superare così le difese degli individui per raggiungere direttamente il loro tronco cerebrale.

Come un pirata informatico che irrompe nel sistema di un computer, aggira tutti i sistemi di sicurezza ed entra nel cuore della macchina, assumen-done il controllo assoluto.»

«In una tale situazione, i proprietari del computer non possono fare niente» dice Ng.

«Esatto. Perché loro accedono alla macchina a un livello più alto, che è stato ormai superato. Allo stesso modo, una volta che un hacker neurolinguistico entra nelle strutture profonde del nostro cervello, non possiamo più liberarcene, perché, a un livello così elementare, non siamo neppure in grado di controllare il nostro cervello.»

«Cosa c’entra tutto ciò con la tavoletta di argilla della Enterprise?» domanda Mr. Lee.

«Mi segua. Questa lingua – la lingua madre – è eredità di una fase precedente dello sviluppo sociale umano. Le società primitive erano controllate da regole verbali chiamate me. I me erano come piccoli programmi per gli umani. Ebbero un ruolo fondamentale nella transizione dalla società dell’uomo delle caverne verso una società organizzata e agricola. Per esempio, c’era un programma per scavare un solco nel terreno e piantare il grano. C’era un programma per cuocere il pane e un altro per costruire una casa. Esistevano anche me per funzioni di più alto livello, come la guerra, la diplomazia e i riti religiosi. Tutte le abilità necessarie a far funzionare una cultura autosufficiente erano contenute in questi me, che erano scritti su tavolette o trasmessi oralmente. In ogni caso, i me erano custoditi nel tempio locale, che fungeva da archivio dei me, controllato da un sacerdote-re detto en. Quando qualcuno aveva bisogno di pane, andava dall’eri o dai uno dei suoi sottoposti e prelevava il me della panificazione dal tempio. Poi seguiva le istruzioni, avviava il programma e, quando aveva finito, si ritrovava con una pagnotta.

«Era necessario un archivio centrale, tra le altre cose, perché alcuni dei me dovevano essere utilizzati a tempo debito. Se il me dell’aratura e della semina fosse stato eseguito nel periodo sbagliato dell’anno, non ci sarebbe stato raccolto e sarebbero tutti morti di fame. L’unico modo per assicurarsi che i me venissero utilizzati al momento giusto consisteva nel costruire osservatori astronomici per controllare i cambiamenti di stagione nel cielo.

Così i sumeri costruirono torri “con le cime coi cieli” – con diagrammi astronomici in cima. L’ en osservava le stelle e dispensava i me agricoli nelle giuste stagioni dell’anno, perché l’economia funzionasse.

«Mi pare il problema dell’uovo e della gallina» dice Zio Enzo. «Come fece una tale società a organizzarsi, in origine?»

«Esiste un’entità informatica nota come metavirus che causa il contagio dei sistemi informatici con virus personalizzati. Potrebbe trattarsi di un principio fondamentale della natura, come la selezione darwiniana, oppure di un’informazione che fluttua in giro per l’universo sulle comete e le onde radio – non ne sono sicuro. In ogni caso, è questo il suo effetto: qualunque sistema informatico di una certa complessità prima o poi viene infettato da virus – virus generati al proprio interno.

«A un certo punto, in un passato lontano, il metavirus infettò la specie umana e, da allora, non l’ha più lasciata. Per prima cosa, produsse un vero e proprio vaso di Pandora pieno di virus del DNA: vaiolo, influenza e così via. Salute e longevità divennero cose del passato. Un lontano ricordo di questo evento si è conservato nelle leggende della caduta dal paradiso, secondo cui l’umanità fu estromessa da una vita serena e confinata in un mondo infestato da malattie e dolore.

«Alla fine, quell’epidemia si è come stabilizzata. Di tanto in tanto, compaiono nuovi virus del DNA, ma, in generale, i nostri corpi sembrano aver sviluppato una certa resistenza nei loro confronti.»

«Forse,» dice Ng «i virus che attaccano il DNA umano non sono infiniti, e il metavirus li ha già creati tutti.»

«Può darsi. Comunque, la cultura sumerica, la società basata sui me, era un’altra manifestazione del metavirus. Solo che, in questo caso, si presentava in forma linguistica, anziché colpire il DNA.»

«Mi scusi» dice Mr. Lee. «Sta forse dicendo che la civiltà è cominciata come un’infezione?»

«La civiltà nella sua forma primitiva, sì. Ogni me era una specie di virus, derivante dal principio del metavirus. Prendiamo, ad esempio, il me della panificazione. Una volta entrato nella società, è diventato un’informazione auto-sufficiente. È semplicemente un problema di selezione naturale: chi sa fare il pane vivrà meglio e sarà più adatto a riprodursi di chi non lo sa fare. Naturalmente, i me verranno diffusi e chi li propaga funge da portatore di questa informazione autoreplicante. Ciò la connota come virus. La cultura sumerica, coi suoi templi pieni di me, non era che una raccolta di virus vittoriosi accumulatisi nel corso dei millenni. Era una operazione di franchise, solo che aveva le ziggurat al posto degli archi dorati e tavolette di terracotta anziché raccoglitori a tre anelli.

«Il termine sumerico per “mente”, o “saggezza”, è identico a quello per

“orecchio”. Ecco cos’era quel popolo: tante paia di orecchie con attaccati dei corpi. Ricevitori passivi di informazione. Ma Enki era diverso. Enki era un en che, guarda caso, era particolarmente bravo a fare il suo lavoro.

Aveva la rara abilità di scrivere nuovi me – era un hacker. Fu, di fatto, il primo uomo moderno, un essere umano pienamente cosciente, proprio come noi.

«A un certo punto, Enki si era reso conto che a Sumer ci si stava fossi-lizzando. La gente continuava a mettere in pratica gli stessi vecchi me, senza inventarne di nuovi, senza pensare con la propria testa. Ho il sospetto che si sentisse solo, essendo uno dei pochi esseri umani coscienti al mondo – forse l’unico. Si era reso conto che, per far sì che la razza umana progredisse, ci si doveva liberare dalla morsa della civiltà virale.

«Così creò il nam-shub di Enki, un antivirus che si diffuse lungo gli stessi canali dei me e del metavirus. Raggiunse le strutture profonde del cervello e le riprogrammò. Da quel momento in poi, nessuno comprese più la lingua sumerica, o qualsiasi altra lingua che avesse origine nelle strutture profonde. Separati dalle strutture profonde comuni, gli uomini cominciarono a sviluppare nuove lingue che non avevano nulla in comune tra di loro. I me smisero di funzionare e non fu più possibile scriverne di nuovi.

Venne bloccata l’ulteriore trasmissione del metavirus.»

«E come mai non sono morti tutti per mancanza di pane, visto che avevano perso il me della panificazione?» domanda Zio Enzo.

«Qualcuno, probabilmente, è anche morto. Tutti gli altri dovettero usare le funzioni più alte del proprio cervello per trovare una soluzione. Si può dunque dire che il nam-shub di Enki è alle origini della coscienza umana: per la prima volta, abbiamo dovuto pensare con la nostra testa.

Prese anche avvio la religione razionale e, per la prima volta, la gente cominciò a pensare a problemi astratti come Dio, il Bene e il Male. Ed è da qui che proviene la parola “Babele”. Letteralmente significa “Porta di Dio”. Attraverso questa porta, Dio poteva raggiungere la razza umana.

Babele è una porta nella nostra testa, la porta aperta dal nam-shub di Enki che ci ha liberato dal metavirus e ci ha dato la capacità di pensare, che ci ha fatto passare da un mondo materialistico a uno dualistico – un mondo binario, dotato di una componente fisica e di una spirituale.

«Probabilmente, seguì un periodo di confusione e scombussolamento generale. Enki, o forse il figlio Marduk, cercarono di reimporre l’ordine nella società, sostituendo il vecchio sistema dei me con un codice di leggi: il codice di Hammurabi. In parte ebbe successo. In molti posti, però, si continuava a venerare Asherah. Era un culto incredibilmente tenace, una forma di regressione a Sumer, che si diffuse sia oralmente sia con lo scambio di fluidi corporali: c’erano delle prostitute del culto, e venivano anche adottati orfani a cui si trasmetteva il virus tramite l’allattamento.»

«Aspetta un attimo» dice Ng. «Ora torni a parlare di, un virus biologico.»

«Esattamente. Questo è il punto, per quanto riguarda Asherah. È tutte e due le cose insieme. Osservate l’herpes simplex, ad esempio. Quando entra nel corpo, l’herpes punta dritto al sistema nervoso. In parte rimane nel sistema nervoso periferico, ma per il resto si fionda come una pallottola nel sistema nervoso centrale, e si insedia permanentemente nelle cellule del cervello, attorcigliandosi attorno al tronco cerebrale come un serpente attorno a un albero. Il virus di Asherah, che potrebbe essere paragonato a quello dell’herpes, o magari identificato con esso, passa attraverso le membrane cellulari per raggiungere il nucleo e scombussolare il DNA della cellula, proprio come fanno gli steroidi. Ma Asherah è molto più complicata di uno steroide.»

«E quando altera il DNA, cosa succede?»

«Non l’ha studiato nessuno, tranne, forse, L. Bob Rife. Forse, la lingua madre viene spinta a un livello più superficiale, e la gente diviene più adatta a parlare con il dono delle lingue e più suscettibile ai me. Questo virus, inoltre, mi pare che tenda anche a incoraggiare comportamenti irrazionali, o a indebolire le difese delle vittime nei confronti delle idee virali, o a causare la loro promiscuità sessuale, o forse tutte e tre le cose.

«Ma a ogni idea virale corrisponde un virus biologico?» domanda Zio Enzo.

«No. Solo ad Asherah, per quanto ne so io. Ecco perché tra tutti i me e le divinità e le pratiche religiose che furono oggetto di venerazione a Sumer, soltanto Asherah è ancora radicata ai giorni nostri. Un’idea virale può essere sconfitta – come è successo col nazismo, i pantaloni scampanati e le magliette di Bart Simpson – ma Asherah, avendo un aspetto biologico, può rimanere latente nel corpo umano. Dopo Babele, Asherah continuò a di-morare nel cervello umano, e a essere trasmessa di madre in figlio e di amante in amante.

«Siamo tutti soggetti all’azione delle idee virali. Come nell’isteria di massa. Una musica, che ti entra in testa e continui a canticchiarla per tutto il giorno e, alla fine, l’attacchi a qualcun altro. Gli scherzi. Le leggende metropolitane. Le religioni strampalate. Il marxismo. E per quanto intelligenti diventiamo, esiste sempre in noi questa parte irrazionale profonda che ci rende potenziali portatori di informazioni autoreplicanti. Ma essere colpiti fisicamente da una forma grave del virus di Asherah ti rende molto più vulnerabile. L’unica cosa che impedisce a simili fenomeni di impadro-nirsi del mondo è il fattore Babele: il muro di mutua incomprensione che divide in compartimenti stagni la razza umana e blocca il proliferare dei virus.

«Babele ha portato a un’esplosione del numero delle lingue. Faceva parte del piano di Enki. Le monocolture, come ad esempio un campo di grano, sono soggette all’infezione, mentre le colture geneticamente varie, co-me le praterie, sono estremamente resistenti. Dopo qualche migliaio d’an-ni, si è sviluppata una nuova lingua, l’ebraico, dotata di eccezionale flessibilità e forza. I deuteronomisti, un gruppo di monoteisti radicali del VII-VI secolo a.C, furono i primi ad approfittarne. Vissero in un periodo caratterizzato da un nazionalismo e da una xenofobia estremi, e per questo fu per loro più facile respingere idee straniere come il culto di Asherah. Forma-lizzarono le loro vecchie leggende nella Torah e, con essa, fissarono una legge che ne assicurava la diffusione nella storia – una legge che praticamente diceva: “fai una copia esatta di me e leggila ogni giorno”. E fomen-tarono una sorta di igiene informativa, la fede nella duplicazione rigorosa e una grande cura nella gestione delle informazioni che, come avevano compreso, erano potenzialmente pericolose. Con loro, i dati divennero materiale soggetto a controllo.

«Può darsi che siano andati oltre. Ci sono prove dell’accurata pianifica-zione di una guerra biologica contro l’esercito di Sennacherib, quando questi aveva cercato di conquistare Gerusalemme. Quindi, i deuteronomisti potrebbero avere avuto un loro en. O forse conoscevano i virus abbastanza bene da sapere come utilizzare le epidemie naturali. Le abilità coltivate da queste persone furono tramandate in segreto di generazione in generazione e si manifestarono duemila anni dopo, in Europa, tra i maghi della cabala, i ba’al shem, maestri del nome divino.

«In ogni caso, così nacque le religione razionale. Tutte le religioni mo-noteistiche successive – dette dai musulmani, a ragione, “religioni del Libro” – hanno in qualche misura inglobato queste idee. Il Corano, ad esempio, afferma ripetutamente di non essere che una trascrizione, la copia esatta, di un libro che sta in Paradiso. Naturalmente, chiunque ci creda non oserà alterare il testo in nessun modo! Idee come queste furono così effi-caci nel prevenire la diffusione di Asherah che, alla fine, ogni centimetro quadrato del territorio dove aveva prosperato il culto virale – che andava dall’India alla Spagna – fu sottoposto all’influenza dell’Islam, della Cristia-nità o dell’Ebraismo.

«Ma a causa di questa latenza – attorcigliata intorno al tronco cerebrale di chi ha contratto il virus e tramandata di generazione in generazione –

trova sempre il modo di riaffiorare. Nel caso dell’Ebraismo, arrivò con i farisei, che imposero una rigida teocrazia legalistica agli ebrei. Con la sua rigida adesione alle leggi custodite nel tempio, amministrate da specie di sacerdoti rivestiti di autorità civile, assomigliava all’antico sistema sumerico, ed era ugualmente oppressivo.

«Il ministero pastorale di Gesù Cristo si configurò come sforzo di liberare l’Ebraismo da questi condizionamenti: una sorta di eco di quanto aveva fatto Enki. Il vangelo di Cristo è un nuovo nam-shub, un tentativo di far uscire la religione dal tempio, dalle mani del clero, e di portare il Regno di Dio a tutti. Questo è il messaggio pronunciato in modo esplicito nei suoi sermoni, e rappresentato in forma simbolica dalla sua tomba vuota. Dopo la crocifissione, gli apostoli andarono alla sua tomba nella speranza di trovare il corpo di Cristo e invece non vi trovarono niente. Il messaggio era abbastanza chiaro: non dobbiamo fare di Gesù un idolo, perché le sue idee hanno un valore intrinseco, la sua Chiesa non è più accentrata in una persona, ma dispersa tra la gente.

«La gente abituata alla rigida teocrazia dei farisei non poteva sopportare l’idea di un Chiesa popolare e non gerarchica. Volevano papi, vescovi e preti. Così al vangelo fu aggiunto il mito della resurrezione. Il messaggio originario fu mutato in una forma di idolatria. In questa nuova versione dei vangeli, Gesù tornava in terra e dava vita a una Chiesa, che più tardi sarebbe divenuta la Chiesa dell’Impero romano d’Oriente e d’Occidente, u-n’altra teocrazia rigida, brutale e irrazionale.

«Nello stesso periodo, veniva fondata la Chiesa pentecostale. I primi cristiani parlavano con il dono delle lingue. La Bibbia dice: “E tutti erano attoniti e perplessi e dicevano l’un l’altro: ‘Che cosa significa tutto ciò?'”

Be’, credo di avere una risposta. Era un’epidemia virale.

Asherah era sempre stata lì, a covare tra la popolazione, dai tempi del trionfo dei deuteronomisti. Le misure di igiene informativa praticate dagli ebrei la rendevano inoffensiva. Ma agli albori del cristianesimo, deve esserci stato un gran casino, moltissimi pensatori liberi e radicali che se ne andavano in giro a irridere alla tradizione. Si tornò di colpo ai giorni della religione prerazionale. Si tornò a Sumer. E, quasi certamente, si tornò anche a parlare la lingua dell’Eden.

«La linea vincente all’interno della Chiesa cristiana rigettò la glossolalia.

Si limitò a disapprovarla per alcuni secoli e, al Concilio di Costantinopoli del 381, la condannò ufficialmente. Il culto glossolalico sopravvisse ai margini del mondo cristiano. La chiesa era disponibile ad accettare un po’

di xenoglossia purché fosse utile a convertire i pagani, come nel caso di san Luigi Bertrand che, nel XVI secolo, convertì migliaia di indiani diffondendo la glossolalia per tutto il paese più rapidamente del vaiolo. Ma, appena convertiti, si chiese a quegli indiani di tacere o parlare in latino come tutti gli altri.

«La Riforma portò con sé una maggiore apertura. Ma la dottrina della Chiesa pentecostale non prese seriamente piede prima del 1900, quando un piccolo gruppo di studenti di un Bibbia-college nel Kansas cominciò a parlare con il dono delle lingue. Diffusero la pratica anche in Texas. Qui divenne noto col nome di revival movement. Si propagò come un incendio incontrollato in tutti gli Stati Uniti e, poi, in tutto il mondo, arrivando fino in Cina e in India nel 1906. I mass media del XX secolo, l’alto grado di al-fabetizzazione e i mezzi di trasporto ad alta velocità agirono tutti da poten-tissimi vettori dell’infezione. In una sala piena di revivalisti o in un campo di rifugiati del Terzo mondo, la glossolalia si diffonde veloce come il panico, di persona in persona. Negli anni Ottanta, il numero di pentecostali nel mondo si calcolava ormai nell’ordine delle decine di migliaia.

«Infine, arrivarono la televisione e il reverendo Wayne, sostenuto dall’esteso potere mediatico di L. Bob Rife. Il comportamento promosso dal reverendo Wayne nei suoi spettacoli televisivi, volantini e franchise può essere fatto risalire ai culti pentecostali degli inizi del cristianesimo e, ancora più in là nel tempo, ai culti glossolalia pagani. Il culto di Asherah vive. Le Porte del Paradiso del Reverendo Wayne sono il culto di Asherah.»

IL “MISTERO” DELLA PERCEZIONE PURA

Percezione pura

(Percezione Pura – Marina Sagramora)

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Su Ecoantroposophia è stata molto sottolineata l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come lo chiama Rudolf Steiner in quelle pagine della sua Scienza occulta nelle sue linee generali, che furono decisive per Massimo Scaligero per il riconoscimento da parte sua della figura e della missione spirituale di colui ch’egli chiamerà il Maestro dei Nuovi Tempi, per la scelta definitiva del Sentiero spirituale al quale consacrare ogni sua energia e tutta intera la sua stessa vita.

Massimo Scaligero stesso ci indicò nella Scienza Occulta, da lui allora posseduta nella bella edizione di Gius. Laterza e Figli, Bari, 1932, le pp. 223-226 nelle quali Rudolf Steiner parla del «pensiero libero dai sensi» e della sua importanza, per il discepolo dell’Iniziazione, che ha il fatto di coltivarlo energicamente al fine di conquistare forza interiore e acquisire quella oggettività, quella sicurezza e quell’equilibrio, assolutamente necessari per non cadere in balia delle innumerevoli illusioni che fatalmente si incontrano nell’esperienza immaginativa, per non venire travolti dal vortice di quella illudente e stordente Luce Astrale, sempre pronta come un drago a divorare lo stolto e sprovveduto “occultista”, il quale – come suol dirsi, “un po’ per celia, un po’ per non morir” – per iscacciar la noia esistenziale e la routine di una in-significante vita borghese, piccolissimo-borghese, si metta a “giuocar” con la Luce Astrale e le Potenze Occulte.

A dissuadere da un cotale sciocco “giuocare” con la Luce Astrale –  che tanto piace agli attuali martinisti, kremmerziani, ecceteriani – dovrebbe esser sufficiente il leggersi con attenzione, e ben meditare, quel che scrive in proposito Sir Edward Bulwer-Lytton nel suo Zanoni, a Rosicrucian Tale, e Stanislas de Guaita nel suo Essais des sciences maudites, il quale ricorda che il novello Edipo deve essere capace di risolvere l’enigma della tetramorfa Sfinge tebana, per non incorrere nei più grandi pericoli, e che per lo stolto, l’arrogante, il debole, l’incostante e il pusillamine, vale l’ammonizione scritta sulla soglia del Tempio: scire nefas, ossia il “sapere” può essere fatale, e in taluni casi anche mortale, per la vana e sciocca curiosità umana.

Più volte è stata sottolineata, sulle pagine di Eco, soprattutto da parte di Isidoro, l’importanza dell’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, come garanzia di oggettività dell’esperienza spirituale, come misura di radicale indipendenza dello sperimentare dell’Io da qualsivoglia coinvolgimento con la vicenda corporea, coinvolgimento nella sfera somatica che porta fatalmente al di sotto e non al di sopra della normale coscienza di veglia, e trascina la vita dell’anima tra i liquami e i miasmi attossicanti del guasto sperimentare medianico. Con tutto quel che ne segue.

Solo l’esperienza del pensiero puro, come sottolinea esplicitamente Rudolf Steiner nell’Appendice del 1918 al libro Iniziazione e nelle sopra citate pagine di Scienza Occulta, apre il varco – mediante l’intensificazione volitiva e cosciente del momento genetico del pensare – all’autentica esperienza spirituale. E Massimo Scaligero pone l’esperienza del pensiero puro come essenza aurea della Via del Pensiero Vivente, come completa e insuperata Via eroica all’Iniziazione. Per cui, fu per me un colpo al cuore l’udire con le mie orecchie l’affermazione  che «la Via di Massimo Scaligero è incompleta  e superata», e leggere coi miei occhi che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», quando invece tutta l’opera di Rudolf Steiner e quella di Massimo Scaligero – ma anche la loro vita, la loro ascesi, la loro realizzazione iniziatica – dimostrano ad abundantiam la falsità di tali menzognere affermazioni. Da qui la volontà di alcuni amici di Eco di sottolineare instancabilmente l’esperienza del pensiero puro, e la centralità della Concentrazione, della Meditazione, secondo il canone della Via del Pensiero, indicatoci da Massimo Scaligero.

Ci è stato fatto osservare che in qualche modo, su Eco, abbiamo forse un po’ trascurato il tema della “percezione pura”. Devo dire che una tale osservazione, in effetti, coglie nel segno. Ora, il tema della “percezione pura”, in realtà, è per noi strettissimamente legato a quello del “pensiero puro” e ci è sommamente caro. Tanto più che Massimo Scaligero disse più volte che missione precipua di Rudolf Steiner fu quella di portare in Occidente, e nel Mondo, una Via magica della percezione.  E, nelle sue “filosofali” opere filosofiche, Rudolf Steiner descrive come, nell’atto conoscitivo umano, la realtà del mondo si scinda – per noi – in percezione e concetto, e come ciò che nell’esperienza conoscitiva è inizialmente dato come effettivamente separato venga poi dall’attività pensante del soggetto conoscente altrettanto  effettivamente ricongiunto. A sua volta, Massimo Scaligero ne La logica contro l’uomo, Tilopa, Roma, 1967, nella Seconda Parte, intitolata La Via del Pensiero, nel II capitolo, Lineamenti di una nuova scienza della percezione, pp. 162-199, dà un adamantino e meditativo percorso di pensiero nel quale illustra la natura spirituale della percezione: pagine da meditare e rimeditare a lungo.

Il problema, anzi il còmpito, è quello di avere il pensiero e il percepire allo stato puro. Ossia avere la percezione non decaduta a mera sensazione e non mescolata alla serie dei moti emotivi, istintivi e ad ogni sorta di involontari pensieri, che come un caotico ribollire riempiono la consueta, ma non normale, vita dell’anima. Lo stesso problema, o còmpito, si pone nei riguardi del pensare: avere l’attività del pensare allo stato puro, ossia detersa dal continuo interferire dell’involontaria memoria rappresentativa, di stati d’animo, moti istintivi e passionali. Si può dire che gran parte dell’Ascesi solare, che il discepolo dell’Iniziazione deve diligentemente praticare, sia vòlta ad educarlo alla oggettività del percepire e del pensare, a far tacere radicalmente quel ribollire lunare dell’anima, che generalmente riduce l’uomo ad un essere sognante e dormiente, mancipio e schiavo delle Potenze Avverse che lo dominano e lo muovono come un inerte burattino.

Senza una rigorosa disciplina de-soggettivante del pensare e del percepire, l’essere umano non si svincola dal lunare ribollire astrale dell’anima. Facilmente, percorrendo il sentiero occulto, può cadere nei mille e poi mille inganni che la sfera immaginativa, il mondo astrale tessono come un’avvincente trama d’illusioni di fronte al cercatore spirituale. Potrei riempire interi treni con tutti i visionari, gl’illusi e sinceri “chiaroveggenti”, da me incontrati, che prendono per realtà oggettive le torbide esperienze “astrali”. E potrei riempire navi da crociera con i  mistici, e le mistiche, che, datisi alle “morbide” vie dell’anima, a quel “sentire il sentire”, che Massimo Scaligero sconsiglia energicamente, sono finiti nell’immensa cloaca delle più diverse, e talvolta ridicole, infatuazioni visionarie, con l’inavvertito bramoso condimento di “erotismo astrale”, come lo definisce spietatamente Rudolf Steiner nel Corso di medicina pastorale e in moltissime altre sue conferenze.

Per cui, è veramente necessario avere le idee chiarissime sull’essere autentico della percezione, rendersi conto del “mistero” della percezione pura, dal punto di vista di quanto indica Rudolf Steiner in opere – che sono un vero e proprio “rituale” di magia solare – come Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e Filosofia della libertà. Non entrerò in merito, in questo articolo, nella descrizione della tecnica operativa della “percezione pura”, che troviamo esposta in maniera illuminante da Massimo Scaligero in molte delle sue opere. Riporterò, invece, uno scritto di Hendrik Knobel, discepolo di Rudolf Steiner, amico di Marie Steiner, e valente collaboratore di Hella Wiesberger all’interno del Lascito del Dottore. Nel tradurre questo scritto, ho posto ogni diligenza a riprodurre con la massima esattezza, a costo anche di sacrificare la “venustà del periodare” – come la chiamava Arturo Reghini – la trama di pensieri dell’autore. Se letto e meditato con attenzione, questo scritto potrà fornire al ricercatore spirituale, che voglia essere uno sperimentatore, spunti preziosi per cogliere il “mistero” della “percezione pura” dal punto di vista della Filosofia della libertà.

Lo scritto che segue rappresenta il primo capitolo dell’opera di Hendrik Knobel, Die sieben Lebensstufen. Form und Gestalt, Zbinden Verlag, Basel, 1984, pp. 9-13.

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LA PERCEZIONE PURA

di Hendrik Knobel

Conosciamo dall’Antroposofia, in quanto essa è data filosoficamente, il concetto del pensiero “puro” – che dapprima non dovrà essere qui trattato – e quello della percezione pura. Percezione pura viene qui chiamata la percezione nella misura in cui essa è “pura” di componenti concettuali.

Ora, però viene detto ripetutamente che non esisterebbe affatto percezione pura. Essa non potrebbe esistere già per il fatto che, appunto, si può percepire soltanto là dove si abbia il concetto. Io vedo “blu”, vedo “rotondo”, unicamente per il fatto che posso formare il concetto di “blu”, il concetto di “rotondo” . Se non posso formarli, allora passo oltre, senza accorgermi, al cerchio blu e non ho della impressione blu e rotondo, alcuna conoscenza. Tutte le percezioni sono perciò date in forma di concetto; nella percezione afferrata coscientemente, percezione e concetto non si lasciano separare. Se contemplo un quadro, vedo per esempio raffigurati una donna, un fanciullo (Madonna). Mi distolgo dal quadro e un amico che mi accompagnava, e che è botanico, mi dice: Hai visto le piante nel quadro?. No, non le ho viste. L’amico mi riporta davanti al quadro e mi indica il punto dove, nel quadro, sono raffigurate effettivamente delle piante. Vedo unicamente quel che concepisco, in questo caso le piante attraverso l’indicazione concettuale del mio amico. Io vedo soltanto quello che concepisco. Ciò che non concepisco, non lo vedo, non lo percepisco. Tuttavia, quel che concepisco, lo percepisco, poi, dopo, ne ho una rappresentazione.

Ora, prima che possa essere afferrato il problema vero e proprio, occorre chiarire i concetti. Che io “veda” qualcosa appena ne ricevo, comunicatomi, il concetto, è una designazione inesatta. – Perlopiù si mette il “vedo” pure tra virgolette – dovrebbe essere detto: io vengo reso consapevole di qualcosa, oppure divengo consapevole di qualcosa, e sperimento un’impressione. Si può dire: io non ho ricevuta nessuna impressione, perché soltanto dopoché io ho, oppure ho ricevuto, comunicatomi, il concetto relativo, sono divenuto cosciente della cosa e la posso ricordare? Posso, tuttavia, anche aver ricevuto un’impressione di una cosa, ma trascurare di applicare su di essa il concetto, per es., per mancanza d’interesse, e non averne quindi nessuna coscienza mnemonica (per es., una pietra incontrata sulla mia strada). Ma con ciò, sia pure, non ho ricevuto nessuna impressione? Certo, questo forse lo si ammetterà, ma di ciò io non so nulla, poiché non avendolo nella memoria, non ha per me nessun valore.

Ma d’altra parte deve esser pure detto: senza che io volga realmente alla cosa un senso (per es., l’occhio), il concetto non mi giova a niente. Quindi la percezione, in quanto impressione, è una parte essenziale del mio ricordare. Da percezione e concetto risulta il contenuto della mia coscienza mnemonica, cioè la mia conoscenza, così come Rudolf Steiner l’ha raffigurata nei suoi scritti filosofici. Bene, si dice, ma la parte essenziale della percezione non si lascia portare a coscienza nella separazione dal concetto, al massimo altro che – nella misura in cui qualcuno vi riesce – come stato eccezionale. Perciò, per il conoscere, per il conoscere generale, esso non è accessibile. È come se uno dicesse: l’acqua non può essere H2O, poiché la separazione dell’acqua in H e O è un processo puramente artificiale. In natura esiste soltanto acqua. Il fatto che Rudolf Steiner abbia potuto separare la rappresentazione, in quanto coscienza mnemonica, in percezione e concetto, è l’interessante della sua teoria della conoscenza e giustifica, appunto, il motto della sua Filosofia della libertà, “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”. Egli si comportò in tutto e per tutto come uno scienziato della natura.

Ora, però, vogliamo accostare più da vicino la domanda: la percezione pura può essere effettivamente prodotta? Per accostare un po’ questa domanda, dobbiamo stabilire che esiste percezione pura assoluta (quindi percezione senza alcuna componente concettuale) e relativa. Io posso, in natura o su un quadro che “vedo” in quanto applico su di esso i concetti di paesaggio, sole e così va, riuscire  a scoprire anche delle macchie marroni, che per me sono soltanto macchie marroni. Quindi, ricevo improvvisamente un nuovo concetto e “vedo” che esse raffigurano alcuni animali. In rapporto a questo stato di cose, degli animali allora io ho dapprima una percezione pura, perché constato delle macchie marroni e nient’altro. In questo caso, la percezione pura è relativa, proprio per il fatto che ho il concetto di “macchie marroni” e designo la cosa come tale, ma non la “vedo” come animali. Ho anche l’impressione (percezione pura senza concetto) in rapporto agli animali, in rapporto alle “macchie marroni” ho una conoscenza come rappresentazione. La stessa cosa si presenta, allorché il bambino cerca di afferrare la Luna. Egli non ha nessun concetto in rapporto alla distanza, in rapporto alla cosa, invece, ha il concetto di “falce aurea”, che cerca di afferrare come fosse un pezzo di pane. Ora, se si riesce a risalire nel lattante sino alle origini, si vedrà che nel primissimo periodo egli ha addirittura percezione pura assoluta. Egli osserva la luce, che si dirige verso di lui, perché egli la “scorge”, ma non ha ancora alcun concetto della luce. Se si riesce, da adulti, a giungere ai confini della coscienza abituale, come il lattante che è appena nato, ad eliminare tutto l’elemento concettuale, che si è accolto nella vita, allora si può giungere a ciò che chiamiamo percezione pura, a ciò che chiamiamo un aggregato sconnesso di impressioni sensoriali.

Come mai ciò è di così grande importanza? In generale, si cerca di eludere il tentativo di giungere alla percezione pura. Si rifugge dall’esperienza della medesima – come, per es., nel caso dell’affermazione, che si “vede” unicamente ciò che si concepisce, nel qual caso il vedere viene scambiato col conoscere – perché si avverte che si entra in un campo nel quale tutto diventa insicuro. La sicurezza nella vita risulta dai concetti conquistati. Potersi mantenere saldi nel campo della percezione pura presuppone interiore forza animica e saldezza nella interiorità, che possono essere conquistate mediante una intensa vita del pensiero – la quale rafforza in sé la forza dell’Io, ma che deve di nuovo venir abbandonata.

A qual fine questo rafforzamento? Su questo punto può portare chiarezza l’essenza della conoscenza. È perciò estremamente importante che, secondo Rudolf Steiner, lo scopo di tutta la conoscenza non sia la “idea”, bensì la percezione. Egli lo afferma nel capitolo Le ultime questioni, nella sua Filosofia della libertà (ed. 1929, p. 315) con la frase: «Soltanto… la percezione (sottolineatura dell’autore) inserentesi nell’universo secondo leggi è la piena realtà». – Quindi, l’Antroposofia non è una scienza dell’idea, bensì una scienza della realtà, cioè scienza dello “spirito”. Lo spirito è più che idea, è esperienza del mondo – pietra, pianta, animale, uomo, cosmo – nella percezione che in se stessa contiene l’essenza che deve essere scoperta. La tesi del “noi vediamo soltanto ciò che concepiamo”, presentata all’inizio, è una svalutazione della percezione. Essa dice: soltanto il concetto ha realtà, la percezione ha valore unicamente nella misura in cui essa si eleva al concetto – e termina in una scienza dell’idea, cioè alla fin fine in un cumulo di astrazioni.

Le impressioni sensorie sono, invece, azioni cosmiche, verde, blu, rotondo, duro e così via. Esse sono le vesti della Divinità, nella misura in cui possano essere afferrate pure, senza la zavorra mentale. Prodotta dall’uomo. In questo senso, quindi, l’Antroposofia non è filosofia, ma scienza della natura (conforme allo spirito). Chiarendo in sé questo fatto, è possibile gettare una luce su un problema storico e scientifico spirituale, che attende ancora soluzione. Pensiamo soprattutto alla questione dell’entità di Kaspar Hauser e del suo significato per la vita spirituale [Vedi a questo proposito: Heyer, Kaspar Hauser, Tradowsky, Kaspar Hauser]. Fino ad oggi non è stato possibile descrivere come fosse Kaspar Hauser nel suo mondo mentale, così come egli viveva in esso all’inizio della sua apparizione a Norimberga. La carcerazione, durata molti anni, non è in alcun modo sufficiente a spiegare il fatto ch’egli possedesse la percezione “pura”, ch’egli mostrasse una inspiegabile acutezza a questo riguardo, che potesse vedere nell’oscurità altrettanto come di giorno, che gli animali avessero un rapporto immediato con lui. In una parola è apparso: è apparso un essere umano ed ha posseduto, come disposizione, ciò che abbiamo chiamato percezione pura. Ora, Rudolf Steiner dice sull’essere di Kaspar Hauser, ch’egli era un atlantideo disperso. Astraiamo dal fatto se ciò possa essere inteso storicamente – il cui caso non sembra si tratti – ma, se prendiamo questa espressione in senso qualitativo, possiamo ricordarci riguardo all’essenza dell’atlantideo: privo di ogni intellettualità, vivente in modo puro nella percezione, chiaroveggente, tutte proprietà che si mostravano in Kaspar Hauser e che solo lentamente si ritrassero nel corso dell’unilaterale educazione intellettuale odierna. Un’altra osservazione di Rudolf Steiner è l’indicazione straordinariamente significativa, che senza Kaspar Hauser, così come ha vissuto, non potrebbe essere trovato un accesso al mondo spirituale per l’epoca attuale. Vi è tra queste due indicazioni una connessione?

Possiamo presumerla, se pensiamo, secondo Rudolf Steiner, che se una individualità ha sperimentato sulla Terra una qualità, da quel momento in poi ognuno può possedere questa qualità. Avendo Kaspar Hauser sperimentata la percezione pura, da allora, è possibile che chiunque possa causare questo stato, cioè possa percepire in maniera pura, sia riguardo alle percezioni del mondo esterno, sia riguardo a quelle dell’interiore esperienza del pensiero (vedi la conclusione del sunnominato capitolo della Filosofia della libertà), sarebbe, cioè, conquistato in modo immediato un accesso al mondo spirituale, mediante il quale sarebbe stato possibile che, pochi decenni più tardi, venisse fondata da Rudolf Steiner un’Antroposofia, una scienza, che fosse basata su una visione del mondo spirituale.

Ora, come mai dall’essenza della percezione risulta un’immediata esperienza del mondo spirituale? Il mondo spirituale è sempre attorno a noi nella percezione sensoria. Che noi non lo si sperimenti come tale è da ascrivere, come è stato già osservato, al fatto che continuamente noi lo ricopriamo di pensieri, di sostanze di pensieri, in una misura tale che noi sperimentiamo il mondo unicamente secondo i pensieri, e perciò minimamente scorgiamo l’essenza del nostro mondo, ovvero questi pensieri (rappresentazioni) sono l’unica cosa che ci fa sperimentare il mondo (Schopenhauer, «Il mondo è la mia rappresentazione»). Se questo pensiero viene eliminato e si riesce a sperimentare il mondo dei sensi, senza concetti aggiunti, allora si disvela il suo carattere sovrasensibile, cui Goethe accennò per primo nella sua dottrina della natura sensibile-morale dei colori. Allora la natura non è più soltanto “sensibile”, bensì anche essenzialmente “morale”, epperò sovrasensibile. L’aver applicato ampiamente questo principio goethiano in tutti i campi della vita, della scienza, dell’arte, della vita sociale, è l’azione di Rudolf Steiner.

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OSSESSIONE O STRATEGIA?

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Avevo pubblicato il giorno 24 maggio dello scorso anno un breve articolo intitolato “Slogan esoterici?”. Se vi può interessare lo trovate nell’archivio di Eco in “Scienza dello spirito”: http://www.ecoantroposophia.it/2014/05/scienza-spirito/isidoro/slogan-esoterici/

Avrei voglia di ristamparlo ora, quasi un anno dopo. Esattamente com’era. Ma in quelle righe c’è troppa bonomia ed esse sono, per così dire, generiche. Lì, a modo mio, avevo cercato un filo di ragionamento e un’oncia di cortesia. Ora non ho alcun desiderio di girare intorno alla pesante contraffazione che mi è capitata sotto gli occhi curiosando tra temi cari e famigliari che vedo scorrere nel fiume delle cose pubblicate o lette.

Adesso, se non vi dispiace, svolgo il tema prendendo, posso dire a caso, come esempio, alcune righe tratte dal V capitolo della Scienza Occulta (pag 256 dell’edizione 1969).

Scrive il Dottore: “Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia.”

Riscrivo queste due righe dappertutto, le ingrandisco, le coloro, faccio in modo che esse vengano ripetute, rincarate nel tempo: così da divenire – quasi – il senso di un tutto completo. Confidando nei pigri non indico la loro esatta origine, confidando negli ingenui le firmo col nome di garanzia di Rudolf Steiner.

Né mi importa che manchi un sopra o un sotto, la loro concreta articolazione: di pensanti ricercatori non mi interessa punto. Cerco solo di ottenere nei lettori un’impressione animica immediata, meglio se poi, io insistendo, essa perdura nel tempo.

Ora abbiate pazienza: dopo le due righe scritte sopra andiamo a visitare il pensiero complessivo, comprensivo delle due righe estratte: “ Vi possono essere anche concentrazioni sopra dei semplici sentimenti; queste sono di particolare efficacia. Si prenda per esempio il sentimento della gioia per effetto di uno stimolo esteriore. Quando un’anima dotata di sentimenti sani si accorge che un uomo compie un’azione per bontà di cuore, essa potrà provarne soddisfazione e gioia; ma può inoltre riflettere sopra un’azione di quel genere e dirsi: “Chi compie un’azione buona per per bontà di cuore non persegue il proprio interesse, ma l’interesse del suo simile. E una tale azione può essere detta moralmente buona”.

Orbene, l’anima che la contempla può mettere da parte completamente la rappresentazione di quel singolo caso esteriore, che le ha procurato gioia o soddisfazione, e può formarsi un’idea generale della bontà di cuore. Riflettendo su questa, può pensare che la bontà di cuore derivi dal fatto che un’anima assimila, per così dire, l’interesse dell’altra, e lo fa proprio. L’anima può ora sentire gioia per l’idea morale della bontà di cuore. E allora è gioia derivante non da un avvenimento determinato dal mondo dei sensi, ma gioia proveniente dall’idea come tale (il corsivo è dell’Autore, la sottolineatura è mia). Se si cerca di far vivere questa gioia per lungo tempo nell’anima, si ottiene la concentrazione sopra un sentimento…(continua ancora).

Bene, come ho già scritto, trovate la completa trattazione a pag 257 della Scienza Occulta. Qui volevo soltanto evidenziare come estraendo dal contesto le prime due righe, esse oltre che apparire come una specie di indicazione tranchant assai generica, sono completamente fuorvianti, esse paiono indicare un esercizio dell’anima ben grossolano e diverso se non opposto a quanto lo Steiner cerca di far capire.

Passo avanti. Talvolta digito al pc sul motore di ricerca qualche termine usato nelle scienze spirituali, poi leggo a caso cosa riporta sul tema Tizio o Caio o la reincarnazione di Semiramide. Nel caso in questione avevo digitato Iside-Sophia. Oltre la ripetitiva offerta del libro di Scaligero, le personali elaborazioni del signor Bellucci e le follie “copia/incolla” dei mattacchioni, come succede sempre su internet, resta ben poco.

E guarda: trovo una pagina (che poi è facebook) in cui il discepolo (trattasi di Piero Cammerinesi) che per otto anni si abbeverò di continuo alla fonte di via…Scadolini (non è un refuso ma un’opzione ragionevole), imposta, esattamente due giorni dopo il mio scritto, in splendida cornice, come unico materiale visibile anche per chi non è iscritto al social, sotto la scritta “Iside Sophia”, le righe che mi permetto di incollare direttamente:

ISIDE-SOPHIA

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero

Per rafforzare il pensiero di…Scaligero, il seguito consiste in un ritaglio di un dipinto di carattere spirituale con, a lato, le seguenti righe:

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia.

Massimo Scaligero.

Infine, nello spazio che rimane sotto, troviamo questo:

Iside-Sophia (Massimo Scaligero)

La stessa Via del Pensiero rischia di divenire una via dell’orgoglio o del sublime egoismo, se non conduce alla consacrazione di sé al Divino e all’amore illimitato per il prossimo: appunto il ritrovamento della Iside-Sophia…

Ora, vi prego, ancora uno sforzo: leggete il brano completo, come fu scritto da Massimo Scaligero:

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“La ricongiunzione del pensiero con l’Io è l’iniziale moto della Volontà magica: l’atto della libertà possibile unicamente all’uomo autocosciente. La pura connessività del pensiero dialettico può portare lo sperimentatore a intuire una simile logica del pensiero vivente: l’autonomia di questo rispetto ai sensi e alla psiche, la sua possibilità di donare l’iniziale esperienza del “corpo sottile”. Ma ciò non è ancora ritrovare il Logos: anzi, questo è il momento in cui l’asceta corre il rischio di usare inconsciamente l’acquisita virtù del puro pensiero contro il Logos: secondo un residuo impulso della radicale natura egoica. Egli può diventare l’istruttore di molti discepoli avidi di dipendenza da un maestro che dialetticamente mostri di possedere la via.

La Via del Pensiero rischia di divenire una via di sublime egoismo, se non viene illuminata dalla luce della Iside-Sophia.

V’è un possibile punto d’arresto nella sfera dell’intellettualismo esoterico, dotato della sua dinamica interiore e persino dei suoi poteri: certamente limitati. Si può parlare di arresto della via, al livello di un intellettualismo esoterico organico ma incapace di connessione radicale con l’Io, ossia con il Logos. E’ la zona che può essere superata soltanto, ove si segua radicalmente l’Ascesi del Pensiero: così che apra la via al cuore, dal quale risorge la Memoria delle cose divine, la Iside-Sophia.

Per superare la zona neutra, in cui è possibile il ritorno alla viltà senziente o al tradimento dell’intelletto, occorre il trasferimento dal sussistente modo di essere dell’anima a un modo di essere originario, perduto: che era necessario perdere, per riconquistarlo da un grado di spontaneità a un grado di libertà: la Memoria delle essenze perenni, che è l’intima struttura dell’anima, smarrita: eliminata dalla coscienza dialettico-sensuale.

L’originario modo di essere dell’anima risorge nella misura in cui essa giunga a contemplare fuori di sé ciò che le è divenuto processo intimo: il formarsi dell’idea, l’imaginare creatore. Questo imaginare è il s e n t i r e liberato, che volge verso la zona in cui può accendersi, come fiamma dell’Amore Divino, la potenza dell’antica fede ridestata, la virtù dell’assoluta consacrazione di sé. Essa viene preparata dal connubio del Pensiero con la Volontà.”

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Nel confronto si notano subito alcune cose, tra cui l’inserimento di “illimitato amore per il prossimo” che non trovate nel brano originario: nobilissime e vuotissime parole che appartengono al Nostro ma ripetutamente affibbiate a Scaligero. Non ci sta nemmeno l’orgoglio ed il resto è personale sintesi…ma avvalorata dall’autorità di Scaligero (magari mi risponderebbe che “sente” che così avrebbe voluto Scaligero). Sono queste le licenze di “libero pensiero” permesse da chi mette la MORALITA’ davanti a tutto? Forse sarà attorcigliata coerenza se si appartiene a quella rete di personaggi che modificano, con scuse strampalate, persino i capitoli dei libri di Scaligero e macellano le sue conferenze?

Del resto Hugo su ciò si è sgolato. Il problema resta sempre lo stesso: esiste in tali esseri una precisa volontà di attutire o alterare l’insegnamento, anestetizzare o almeno confondere i ricercatori più giovani. Questo, perché? Personalmente sono stufo di scriverlo. Ognuno indaghi e valuti da sé…oppure lasci perdere e continui con studio e disciplina.

Invertendo la celebre frase trasmessa dall’Apollo 13 nel 1970, potrei concludere che a Houston ci dev’essere un problema, abbastanza grosso.

L’ARCHETIPO – MAGGIO 2015

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 75

Socialità
O. Tufelli De Reditu Suo

Poesia
F. Di Lieto Verso l’alto

Botanima
T. Diluvi Politiche comunitarie

AcCORdo
M. Scaligero Il realismo cristico

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni La terza via

Il Maestro e l’Opera
I. Stadera Il Karma e la terapia del pensare

Antroposofia
R. Steiner La biografia dell’essere umano

FiloSophia
M. Scaligero Compito eroico dello Spirito nell’azione sociale

Leggende
M. Mazzeo La Sedia del Diavolo

Pubblicazioni
F. Di Lieto Ritorno a Pasidonia

Esoterismo
M. Iannarelli Digressioni sul vero rapporto tra Lucifero e Cristo

Inviato speciale
A. di Furia Tertium non datur?

Costume
Il cronista In quali mani

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
E. Tolliani La Terra delle Sirene

Arretrati

Link

Archivio a-Z

Di LUCIO ANNEO SENECA

 Seneca

Lucio Anneo Seneca

Chi era Seneca? Quasi tutti sanno che fu un filosofo. Qualcuno crede di ricordare che (probabilmente) non rideva mai. Viene definito come esempio dello Stoicismo – cosa non vera – ma che comunque non disturba i sonni dell’informe uomo qualunque d’Occidente. Permane o permaneva l’impressione popolare che fosse stoico chi sapesse sopportare con imperturbabilità disagi contingenti e cosmica sfiga.

Il Nostro nacque a Cordova nel 3 (circa) avanti Cristo. Figlio del retore Marco Anneo che cercò di limitare gli eccessi del figlio nelle pratiche ascetiche.

Sposatosi, seguì una notevole carriera: divenne consigliere imperiale in tempi non facili. Così dovette subire l’esilio come amico di Giulia, figlia di Germanico. L’imperatore Caligola gli risparmiò la vita poiché fu considerato tisico, dunque prossimo a morire.

Dal 41 al 48 visse in Corsica dove scrisse il De Consolatione. Poi Agrippina gli confidò l’educazione dell’undicenne Nerone e nei primi cinque anni dall’accessione al trono del pupillo, governò insieme a Burro.

Poi cadde in disgrazia (pare che a quei tempi il cadere in disgrazia fosse uno sport popolare e pericoloso) e in modo sempre più netto, ma restò a corte anche dopo l’uccisione di Messalina. Un affresco pompeiano mostra una farfalla cocchiera di un drago: sono gli emblemi di Seneca e Nerone.

Infine venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni e, nel 63 fu costretto a togliersi la vita. La sua seconda moglie dapprima volle morire con lui, poi preferì la vedovanza.

Delle sue opere sono perdute le orazioni, le descrizioni dell’India e dell’Egitto. Rimangono invece libri di disquisizione sulle scienze naturali, l’Apocolocintosi del divo Claudio, De Beneficiis, dodici Dialoghi, De Clementia dedicato a Nerone, le Epistole a Lucilio e le tragedie.

Perché ve lo traduco? Perché mi piace lo stile, la chiarezza ed il sobrio cinismo ed umorismo – ma non privo del senso del sacro – di chi scriveva (non dimentichiamolo) pochi decenni dall’inizio del nostro tempo storico.

Da Lettere a Lucilio

Prima di tutto, o mio Lucilio, impara a godere.

Credi forse che io intenda ora toglierti molti piaceri, sol perché ti metto in guardia dal caso, sol perché stimo tener lontano da noi quel dolcissimo allettamento che è la speranza?

Al contrario: io desidero che non ti venga mai a mancare la gioia; desidero anzi che essa ti nasca in casa: e ti nascerà purché essa alberghi dentro te stesso.

Le altre gioie non saziano l’animo, spianano soltanto la fronte, sono superficiali, a meno che, per avventura, tu non creda che sia felice chi ride: l’animo dev’essere alacre, fiducioso ed elevato in tutto. Credimi: la vera gioia è una cosa seria.

O forse tu stimi che chi ha il volto spianato o, come amano dire gli effeminati, ilare, disprezzi la morte, apra la sua casa ai poveri, tenga a freno i piaceri, mediti sulla sopportazione del dolore? Solamente chi volge entro di sé questi pensieri, prova una grande gioia, anche se poco carezzevole.

Io desidero che tu sia in possesso di questa gioia, la quale non ti verrà mai meno una volta che tu abbia saputo individuarne le origini: i metalli più vili si ricavano dalla superficie del suolo quelli più pregiati invece hanno la loro vena nascosta nel profondo della terra, ma rispondono sempre e ben più copiosamente a chi scava.

Le cose di cui il volgo si compiace, danno una soddisfazione leggera e superficiale, perché qualsiasi gioia artificiosa manca di radici: invece questa di cui parlo e a cui mi sforzo di condurti è una gioia valida e tale da penetrare più addentro.

Si farà beffa di te chiunque che questa vita sia una milizia comoda e facile: non voglio che tu sia ingannato. La terminologia di una sì nobile milizia è la medesima che è in uso nell’altra, così infame, dei gladiatori: “Venir bruciati, incatenati, uccisi di spada”.

Ma almeno quegli infelici, che offrono a nolo le loro braccia e che mangiano e bevono solo per restituire col sangue, sono scusabili in quanto soffrono spesso contro la loro volontà: da te, invece, si esige che soffra deliberatamente e volentieri. Quelli almeno hanno la possibilità di abbassare le armi e di affidarsi alla misericordia della folla: tu invece non puoi arrenderti, né implorare che ti si risparmi la vita: devi morire in piedi e invitto. D’altra parte a che gioverebbe cercare di guadagnare pochi giorni o anni? Si nasce senza speranza di condono.

Tu mi dirai: “E allora come potrò salvarmi?” Tu non puoi sottrarti all’ineluttabile, puoi soltanto vincerlo: “La via si apre con la forza”.

Non serve elevare al cielo le palme e supplicare il custode dl tempio che ci conceda di accostarci più da presso all’orecchi delle statue degli dei per poter essere meglio ascoltati: Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive: e come trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo, nessuno è buono senza Dio. Ma come ci si può alzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli: in ogni uomo onesto “c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia”.

Se ti trovi dinanzi allo spettacolo di una foresta popolata di vecchi e giganteschi alberi, i cui rami, intrecciandosi tra loro, oscurano la vista del cielo, quella vista si sì alta vegetazione, quell’arcano del luogo, quell’ombra meravigliosa, così densa e continua pur nell’ampia distesa, ti testimoniano la presenza di Dio.

E così pure non ispirerà alla tua anima un senso di religioso stupore la vista di un’ampia caverna, corrosa dal tempo, alle falde di un monte, scavata nella sua vasta estensione, non già dalla mano dell’uomo, ma da fenomeni naturali? Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; noi riteniamo sacri alcuni laghi o per quel loro color cupo o per quella loro immensa profondità.

E se tu vedrai un uomo impavido di fronte al pericolo, incontaminato dalle passioni, felice nelle avversità, sereno in mezzo alle tempeste, guardare gli uomini dall’alto e gli dei a faccia, non proverai tu per costui un senso di venerazione? Non dirai tu: “ Questa è una cosa troppo grande e troppo sublime perché si possa credere che sia della stessa natura di quel piccolo corpo nel quale è racchiusa?”. Qui è discesa qualche potenza divina.

Un animo così elevato e sereno, che tutto trasvola, come su cose a lui inferiori, dev’essere necessariamente ispirato da una potenza divina. Non può essere che una cosa così grande sussista senza il sostegno di una divinità: e allora vuol dire che la parte migliore di quest’uomo risiede lassù donde è disceso.

Come i raggi del sole toccano, sì, la terra, ma stanno là donde provengono, quell’anima grande e santa, che è stata inviata quaggiù per farci conoscere più da vicino l’essenza divina, sì, si aggira tra noi, ma resta legata alla sua propria origine: lì è sospesa, verso lì mira e tende, vive tra noi, ma è qualcosa meglio di noi.

Chi ogni giorno dà alla propria vita, per così dire, l’ultima mano, non sente il bisogno di vivere ancora. E’ da questo bisogno che proviene il timore di non arrivare al domani, la brama del domani, che ci corrode l’animo. Niente è più tormentoso dell’incertezza degli eventi futuri. Il nostro spirito allora viene agitato da un inspiegabile senso di terrore, chiedendo ansioso quanto e come resti ancora da vivere.

E in qual modo potremo noi evitare quest’ansia? In un modo solo: non proiettando la nostra esistenza nel futuro, ma restringendola al presente. Si sente sospeso al futuro solo chi vive l’oggi inutilmente: quando invece avremo pagati i nostri debiti verso noi stessi, quando avremo la certezza che non c’è nessuna differenza tra un giorno e un secolo, soltanto allora potremo dominare dall’alto il corso dei giorni e degli eventi futuri e ridere al pensiero della fuga del tempo. Come infatti potrà turbarci la varietà e la mutabilità degli eventi, se saremo certi contro l’incerto?

Tu aggiungi: “Mi lascerai almeno il diritto di provare un po’ di di dolore o di timore?”. Ma quell’ “un po’” diventerà “parecchio”, “molto” e via di seguito e non si fermerà più quando tu lo vorrai. Per il saggio è diverso. Egli, anche se non si sorveglia rigorosamente, sta sempre al sicuro, perché sa arrestare un pianto o un piacere nel momento che vorrà. Ma noi, che troviamo tutt’altro che facile fare marcia indietro, la cosa migliore è che non ci mettiamo in marcia per niente.

A me sembra che molto acutamente abbia risposto Panezio ad un giovane che gli chiedeva, come ad un saggio, della sua disponibilità agli umani amori: “Del saggio,” gli disse, “ne parleremo un’altra volta: quanto a me e a te, che del saggio siamo ancora lontani, non è proprio il caso che incappiamo in una faccenda così vulcanica e prepotente, che ci asservisce vilmente ad un’altra persona.

Infatti, se questa ci corrisponde, ci eccitiamo ancora di più appunto perché ci corrisponde, se ci rifiuta, ci sentiamo feriti nell’orgoglio; e così, come vedi, tanto un “sì”, quanto un “no” in amore fanno male: del primo diventiamo schiavi, col secondo dobbiamo fare guerra: tanto vale che, consapevoli della nostra debolezza, rinunciamo all’amore e ce ne stiamo per i fatti nostri”.

Dunque non abbandoniamo la nostra debole anima nelle mani né del vino, né della bellezza fisica, né dell’adulazione, né di alcun allettamento. E quel che Panezio ha risposto a quel giovane sull’amore io lo dico per tutte le passioni. Per quanto ci è dato possibile, evitiamo i luoghi sdrucciolevoli, dato che neppure su quelli asciutti ci reggiamo bene in piedi.

ISIDE SOPHIA-UNDICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

UNDICESIMA LETTERA

Febbraio 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

GIOVE – MARTE

(Continuazione)

 MARTE

L’orbita del Pianeta Marte racchiude quella della Terra. Marte, dunque, è il primo dei Pianeti superiori che sono oltre l’orbita della Terra, mentre i pianeti inferiori sono all’interno di questa orbita. Attraverso l’aspetto del sistema copernicano dell’Universo, siamo usi a guardare la Terra come moventesi in un circolo intorno al Sole. La Terra come Pianeta è certamente mobile, ma forse non sarà lontanissimo il momento in cui dovremo pure considerare i movimenti del Sole, e in realtà sia il Sole che la Terra si muovono non in circolo bensì in forma di lemniscata: l’una disegnata dietro l’altra. Non è ancora giunto il tempo di esporre questa visione, e inoltre non è questo il luogo per parlare dettagliatamente di essa. A questo punto, se solo immaginiamo che il Sole si muova in forma di lemniscata, e che questa lemniscata è, per così dire, avvolta nel sentiero del Pianeta Marte, allora abbiamo il quadro necessario per le nostre investigazioni in queste ricerche. Inoltre, l’astronomia ci dice che il Pianeta Marte è più piccolo del globo della Terra. Noi naturalmente ci aspetteremmo il contrario, ma il suo diametro è solo leggermente al di sotto della metà di quello della Terra. In questo secolo e in quello passato abbiamo trovato un gran numero di minuscoli corpi planetari che sono così piccoli che non possiamo vederli ad occhio nudo e che si muovono entro l’orbita di Marte. Alcuni di essi superano persino quest’orbita penetrando in quella di Giove. Così abbiamo in Marte un Pianeta che è più piccolo della Terra, inoltre un gran numero di minuscoli Pianeti -i planetoidi – sono dentro la sua orbita. Possiamo così considerare Marte, da un certo punto di vista, come un corpo celeste che consiste di un Pianeta principale e di una moltitudine di minuscoli corpi, che hanno il carattere di Pianeti, entro l’intero sistema solare.

Come possiamo accostare questo Pianeta Marte e la sua sfera da un punto di vista spirituale? Nell’ultima Lettera abbiamo parlato di Saturno come del quadro della memoria cosmica del periodo di evoluzione dell’Antico Saturno, e di Giove come eredità dell’antico Sole. Ciò suggerisce di considerare Marte come una sorta di ricapitolazione dell’Antica Luna, che precede l’evoluzione della Terra: ossia l’evoluzione del nostro attuale Sistema Solare. Non abbiamo ancora descritto in maniera dettagliata nelle nostre Lettere l’evoluzione dell’Antica Luna. Dovremo certamente farlo qualche volta in futuro, ma per il momento dobbiamo limitarci a pochi commenti guida. Naturalmente possono essere trovati dettagli ne La Scienza Occulta di Rudolf Steiner. L’evoluzione dell’Antico Sole era giunta ad una fine ad un certo punto del suo sviluppo. Allora tutte le sostanze e gli esseri fisici che erano stati creati scomparvero. Risulta una “notte cosmica” durante la quale tutti gli Esseri gerarchici e la loro creazione ascesero a piani superiori di pura esistenza spirituale. Dopo che questa “notte cosmica” fu terminata, venne ad esistenza un nuovo “Pianeta”. Prima di tutto, dovette essere ricreato tutto ciò che era già esistito sull’Antico Saturno e sull’Antico Sole. Così queste evoluzioni passate vennero ripetute in più brevi cicli evolutivi del “Pianeta” che nel linguaggio occulto è chiamato Antica Luna.

Qui la sostanza venne ancor più condensata e divenne in parte “acqua”. Accanto ad essa inoltre esistevano lì calore e “aria” o luce come residui dei precedenti cicli dell’Antico Saturno e dell’Antico Sole.

I successivi fatti dell’evoluzione dell’Antica Luna sono essenziali per le nostre investigazioni: insieme con la densificazione delle sostanze fisiche, che ebbe luogo e che in realtà era un altro passo ancora più lontano dall’origine divina, gli antenati della razza umana erano ora dotati del potere della coscienza. Dobbiamo ricordare che all’interno della precedente evoluzione dell’antico Sole, l’antenato dell’umanità era diventato il portatore del corpo eterico o vitale. Egli non aveva ancora raggiunto la capacità di sperimentare eventi attorno e dentro di esso, in relazione al suo proprio essere quale entità separata che poteva sentire questi eventi come gioiosi, dolorosi, interiormente sommoventi ecc. Come le piante vengono in esistenza col Sole sorgente in primavera e in estate, ed appassiscono col declino del calore e della luce estiva, così l’antenato dell’umanità dell’Antico Sole si sprofondava interamente negli eventi intorno a lui senza collegarli a se stesso come un essere con un’esistenza interiore separata.

Questa capacità venne impiantata nell’antenato dell’umanità, in un certo momento dell’evoluzione dell’Antica Luna, dall’attività degli Spiriti del Movimento, che sacrificarono una parte del loro proprio essere. Collegato con l’inserimento del corpo di coscienza o “corpo astrale”, vi è un evento che mutò l’intero corso dell’evoluzione. Certe Entità spirituali causarono una ribellione, all’interno dell’Antica Luna, contro il corso normale dell’evoluzione. Può suonare strano che all’interno del mondo degli Dèi possa aver luogo una ribellione. Da un certo punto o livello dell’esperienza gerarchica, ciò può sembrare un atto di opposizione contro il corso normale; tuttavia, da un “piano” ancor più alto di evoluzione cosmica, esso può esser visto come una necessità che gli Eccelsi Esseri dell’ordine gerarchico iniziano per la necessaria esecuzione dei loro “progetti” divini. Essendo stati dotati i nostri antenati dell’umanità della facoltà di sperimentare gli eventi nel loro ambiente e gli eventi dentro di loro, come dolori e gioie ecc. , le Potenze ribelli giunsero a far uso di questa facoltà per indurli nella tentazione di credere che il mondo interiore, creato dalle sensazioni del corpo astrale, fosse una “realtà” in se stesso, separato dall’esistenza del resto dell’Universo. Così sopravvenne una scissura nell’intero Universo dell’Antica Luna. Vi furono i fatti obbiettivi e le Entità spirituali da un lato, ove tutto ciò che esisteva era una parte del loro essere, e dall’altro lato vi fu un mondo interiore di esperienza dentro i nostri antenati, che fu gradualmente allontanato dalla sua “origine” da quegli Spiriti potenti, ma ribelli. Questi Spiriti Ribelli cominciarono a dimorare dentro l’umanità come un’altra “realtà” accanto a quella del mondo esteriore. Questo sviluppo fu accompagnato da una condensazione della sostanza fisica. Possiamo comprendere che ciò fu forse un altro passo estremamente decisivo dell’essere umano verso la sua indipendenza e verso l’acquisizione del potere dell’ “Io”. Inoltre, ciò fu un allontanarsi dalla sua origine spirituale: dagi Dèi. Non potendo l’essere umano sull’Antica Luna far questo da sé, poiché non aveva ancora raggiunto lo stato dell’autocoscienza, spiriti potenti, ma ribelli, lo fecero attraverso l’essere umano. Possiamo intendere meglio questo evento se cambiamo l’espressione “un altra realtà fu creata dentro il mondo delle esperienze interiori dell’umanità” in “questa realtà interiore fu considerata sempre più come l’unica realtà nell’Universo e l’altra venne dimenticata”. Ciò era accaduto dall’epoca di quell’avvento sull’Antica Luna in poi attraverso lunghe ere di evoluzione, e noi in quanto esseri umani dell’ “era storica”, in realtà abbiamo raggiunto il punto più basso di questa discesa nella separazione dall’origine divina. Questo è l’evento principale dell’evoluzione dell’Antica Luna. Esso mutò molte cose: per esempio, la relazione tra il Mondo Spirituale e quello fisico, e il carattere del regno dell’umanità, così come di quei regni che esistevano allora sotto di lui. Uno studio della Scienza Occulta contribuirebbe immensamente nei confronti di una comprensione di ciò che è stato indicato così brevemente nella descrizione sopra ricordata. Questa intera evoluzione dell’Antica Luna viene “rimembrata” nella sfera di Marte. Lo spazio racchiuso nell’orbita di Marte è uguale allo spazio che occupava il Pianeta Antica Luna; inoltre la sfera di Marte, che è lo spazio racchiuso nell’orbita del Pianeta, è il dominio degli Spiriti del Movimento. Questa Gerarchia fu appunto quella che dotò l’antenato della razza umana del corpo astrale che, all’inizio, non era destinato ad allontanarsi dalla sua origine e tuttavia in seguito divenne il veicolo per la ribellione nell’Antica Luna.

Perciò, ora siamo giunti alle seguenti conclusioni:

1) Marte e la sua sfera sono il quadro mnemonico dell’Antica Luna e l’attività fondamentale degli Spiriti del Movimento deve essere collegata con la dotazione all’essere umano di un corpo astrale.

2) Poiché vennero usate da Spiriti ribelli queste forze astrali, per le loro intenzioni cosmiche, di questo fatto e delle sue conseguenze deve essere presente nel nostro Marte una “memoria”. Questa è la creazione da Marte e dai suoi abitanti degli impulsi di egoismo e di aggressività, così come di autoattività, nel corpo astrale umano prima che noi entrassimo nella vita sulla Terra.

3) L’impulso a creare un mondo interiore, indipendente, di sensazioni, sentimenti ed emozioni, sebbene causato dagli eventi e dagli esseri esteriori, ha un profondissimo significato. Come abbiamo detto, questa “realtà” interiore divenne la “sola realtà” per la coscienza dell’essere umano della nostra epoca.

Perciò, la nostra attuale percezione del mondo come consistente di sostanza materiale è dovuta all’attività di Marte sull’essere umano, in special modo sul corpo astrale nel periodo dell’incarnazione. Può suonare fantastico, tuttavia è vero che il fatto che noi sperimentiamo il mondo come materiale è dovuto alla storia evolutiva del corpo astrale umano. Noi stessi abbiamo creato il mondo della materia dura e solida: noi stessi abbiamo creato il materialismo, per il fatto che gli Spiriti ribelli nell’Universo ci hanno insegnato, ci hanno detto, dentro il nostro corpo astrale attraverso lunghe ere dell’evoluzione cosmica, che le nostre proprie sensazioni ed esperienze animiche dell’Universo che ci circonda sono una realtà in se stesse e che , alla fin fine, sono l’unica realtà. Essi insegnarono all’essere umano ad obliare la propria origine divina, ad aver fiducia unicamente nelle sue proprie esperienze animiche. Il corpo astrale, o corpo animico, in origine era destinato soltanto a rendere coscienti le esperienze sensorie cosicché i sensi potessero divenire un limpido, non distorto, specchio dell’Universo, ma la coscienza – il corpo animico – che rende coscienti le sue percezioni, reca l’eredità dell’egoismo e dell’autoconservazione.

E il “grande egoismo”, che vive nel corpo astrale come un’iniezione velenosa, infine desiderò avere proprio per sé tutto ciò che arrivava nell’ambito dei sensi. In esso non doveva esser lasciata traccia di qualsivoglia azione proveniente da un Mondo Spirituale. Noi abbiamo realmente portato a compimento ciò. Nella nostra coscienza abbiamo realmente creato un mondo nel quale lo Spirito non può più manifestarsi. Diviene per noi cosciente un mondo attraverso il fatto che è l’immagine del nostro freddo egoismo. L’impulso a distaccarci dagli Dèi e ad essere indipendenti, che venne immesso nel corpo astrale, ci conduce ad interpretare le percezioni sensibili come provenienti da un mondo che è abbandonato dagli Dèi: che è soltanto un meccanismo, un’immagine della nostra propria incapacità di percepire vita e spirito.

Questa capacità di creare il nostro proprio mondo attraverso le forze del corpo astrale, nel cielo di nascita di un essere umano è espressa nella posizione di Marte e nei gesti e nei movimenti di Marte durante lo sviluppo embrionale prenatale. Vogliamo ora illustrare questo fatto in alcuni esempi.

La capacità ereditata nel corpo astrale di creare “il mondo dei sensi” avviene attraverso impulsi di ribellione contro l’Universo voluto da Dio. Se immaginiamo che quest’impulso potesse non esser stato elaborato o potesse esser stato vinto, percepiremmo attorno a noi un mondo abbastanza diverso. L’impulso ribelle ci ha condotto in un mondo nel quale noi siamo noi stessi e soli, circondati da un Universo che nella sua freddezza spirituale e nella sua disanimazione ci lascia liberi. Comunque, dopo che abbiamo raggiunto l’autoconoscienza – l’ “Io” – l’impulso ribelle ha perso la sua giustificazione cosmica. Ora, e sempre più in futuro, il corpo astrale deve diventare il veicolo per la creazione di una coscienza che interpreta le percezioni sensibili come provenienti dal mondo dell’ “origine”: da un Mondo Spirituale. La Scienza dello Spirito anela alla percezione del Mondo Spirituale che è operante e si manifesta dietro il velo delle esperienze sensibili. Perciò essa deve accettare il metodo scientifico della nostra epoca, tuttavia non può accettare le teorie di un’età che soffre gravemente a causa di quel grande “impulso ribelle”.

Essendo Marte collegato col corpo astrale, esso è sicuramente collegato col grande “impulso ribelle” che abbiamo descritto, ma in esso troviamo pure un’espressione di quelle forze nell’anima umana che anelano a vincere le attività negative e distruttive del corpo astrale, o corpo animico. Il corpo astrale è stato compenetrato dall’impulso dell’egoismo e dell’aggressività. Questo impulso può essere vinto da un potere che è quello opposto – il potere dell’amore e della compassione. Allorché, nelle Lettere precedenti, parlavamo di Saturno nella Costellazione dello Scorpione, menzionavamo il fatto – rivelato da Rudolf Steiner – che il Buddha, il Maestro dell’Amore e della Compassione, andò su Marte in un certo momento per vincere il declino su quel Pianeta. Il declino su Marte era causato da quell’impulso ribelle che aveva creato egoismo e aggressione. Così possiamo vedere in Marte il guerriero – il facitor di guerre – così come egli veniva sperimentato in tempi antichi. Ma da quando il Buddha è giunto su Marte , vi è un altro impulso che anela a portare amore e compassione giù nelle percezioni umane del mondo obbiettivo. E’ l’impulso che anela a liberare il mondo dall’incantamento dell’illusione dell’esistenza della materia. Questa illusione è creata là dove le percezioni sensibili incontrano l’attività del corpo astrale e lì deve essere vinta. Il corpo astrale è stato creato già prima della nascita; perciò l’atto della redenzione può essere massimamente efficace soltanto nello “status nascendi” del corpo animico. Ciò ha luogo entro la sfera di Marte ed è lì che il Buddha ora è attivo. L’insegnamento del Buddha può benissimo essere considerato come un insegnamento della purificazione delle percezioni sensorie. Se immaginiamo quest’impulso trasferito alla sfera di Marte, ove è impressa la “grande ribellione”, possiamo capire benissimo che nel tempo a venire esso crescerà sino ad esser un potere che vincerà il mondo di Maya, ossia dell’illusione, e muterà la natura di Marte.

L’anima umana passa pure attraverso il mondo di Marte nella vita dopo la morte. Se prendiamo le descrizioni di Rudolf Steiner in Teosofia sulla vita dopo la morte, troviamo una conferma di ciò che è stato detto più sopra. La sfera di Marte corrisponde alla prima regione del Mondo Spirituale descritta in Teosofia. Rudolf Steiner dice: “Nella prima regione del Mondo Spirituale l’uomo è circondato dagli Archetipi spirituali delle cose terrene. Durante la vita terrena egli impara a conoscere soltanto le ombre di quegli Archetipi, afferrandole nei suoi pensieri. Ciò che sulla Terra viene semplicemente pensato, in questa regione è sperimentato. L’uomo si aggira tra pensieri, ma questi pensieri sono esseri reali. Quello che durante la vita egli ha percepito, opera su di lui nella sua forma di pensiero. Ma il pensiero non appare come un’ombra nascosta dietro le cose: è realtà piena di vita, realtà che genera le cose.

L’uomo si trova per così dire nella fucina di pensiero ove sono create e plasmate le cose terrene, poiché nel Mondo dello Spirito tutto è moto e attività piena di vita”. Gli esseri umani sperimentano, anche in questa sfera, in qual modo apparteniamo alla realtà corporea fisica come un’unità; in qual modo noi siamo intessuti nell’esistenza delle cose fisiche. Rudolf Steiner parla di uno dei pensieri fondamentali dell’antica sapienza indiana del Vedanta: << Il saggio impara già nella vita terrena ciò che altri sperimentano solo dopo la morte, e cioè ad afferrare il pensiero della sua parentela con tutte le cose, il pensiero: “Questo sei tu”. Nella vita terrena ciò costituisce un ideale a cui la vita del pensiero può dedicarsi; nel Mondo dello Spirito è un fatto immediato che l’esperienza spirituale chiarisce sempre di più. In questo mondo l’uomo stesso diviene sempre più conscio di appartenere nella sua vera essenza al Mondo Spirituale.

Egli percepisce se stesso come spirito tra spiriti, come una parte degli spiriti primordiali, e sentirà in se stesso la parola dello spirito priomordiale: “Io sono lo spirito primordiale”. (La saggezza dei Vedanta dice: “Io sono Brahma”, cioè sono una parte dell’Essere primordiale da cui discendono tutti gli esseri) >>. Se gli esseri umani portano dentro se stessi il potere di quell’Essere primordiale omnicreante, allora noi dobbiamo essere responsabili, per l’apparire del mondo fisico, attraverso la nostra natura di Marte che ci ha legati al mondo fisico mediante le nostre percezioni sensibili e la nostra coscienza di esse.

Incontriamo qui il medesimo fatto che abbiamo elaborato più sopra, solo da un angolo differente. Dopo la morte, l’anima umana sperimenta nella sfera di Marte gli Archetipi spirituali degli oggetti fisici nel mondo. Possiamo sperimentarli in questa sfera poiché prima che entrassimo in essa siamo stati liberati e purificati nella nostra anima da forze quali l’egoismo e l’aggressione. Ora siamo capaci di sperimentare la teoria degli oggetti materiali come illusione. Diventiamo seguaci del Buddha che ha vinto l’inganno causato dai sensi terreni. Prima della nascita, acquisiamo nella sfera di Marte la capacità di percepire con i nostri sensi corporei il mondo terrestre nel quale entriamo, tuttavia mediante le nostre percezioni sensibili siamo capaci di creare un mondo d’illusione – di materia – oppure un mondo che è la manifestazione degli Archetipi, dei pensieri degli Dèi. Da Marte veniamo dotati della capacità di fare l’una cosa o l’altra; ciò è lasciato alla nostra libertà. Sarà sempre una lotta dentro la nostra anima individuale quella nella quale noi procediamo: la via della nuova creazione oppure quella del declino del mondo. Questa lotta individuale appare nei movimenti di Marte prima della nascita. Essa mostra le possibilità che un essere umano ha portato giù sulla Terra, tuttavia non mostra la decisione che sta entro il regno della libertà umana.

Ritornando all’inizio di questa descrizione della natura di Marte, possiamo ora comprendere meglio perché esso consista del corpo principale che in astronomia chiamiamo Marte, così come di una moltitudine di “asteroidi”. La sfera di Marte è una regione di lotta cosmica nella quale un vecchio e rigido mondo combatte con un giovane Universo colmo di Luce che qui è soltanto un germe della futura evoluzione cosmica. Perciò, possiamo immaginare che il Pianeta principale una volta venne scisso in molti minuscoli Pianeti da una lotta che ebbe luogo nell’Universo. Così il Pianeta principale è diventato più piccolo persino di quello della Terra.

Nella Lettera successiva elaboreremo la posizione di Marte negli oroscopi di una quantità di personalità storiche che ci metteranno in grado di verificare quel che abbiamo detto di Marte in questa Lettera.

(Continua)

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IL "PROMETEICO" IDEALISMO MAGICO DI RUDOLF STEINER

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Quelli che propongo allo studio del benevolo lettore, e ancor più alla ripetuta meditazione del cercatore spirituale, sono alcuni testi di Rudolf Steiner risalenti alla fase cosiddetta filosofica – che io, piuttosto, ben amerei chiamare «filosofale» – della sua vita. Si tratta di testi di per sé molto brevi, ma ciò non tragga in inganno il lettore, perché sono molto profondi e il loro significato potrà essere còlto solo da chi li approfondisca meditativamente. Sono testi che risalgono a quel periodo della vita di Rudolf Steiner, nel quale egli ancora non si era manifestato apertamente come Maestro e Istruttore spirituale. Poté assumere apertamente tale oneroso còmpito solo dopo che colei che era destinata a diventare la sua più stretta e fedele collaboratrice spirituale, nonché la compagna della sua vita, la giovane Marie von Sivers, gli pose a Berlino la domanda decisiva, che sola permise a Rudolf Steiner di rispondere col donare al mondo quella Scienza dello Spirito, che tante anime assetate di Conoscenza liberatrice andavano cercando.

Prima di quella domanda, invero così carica di destino, Rudolf Steiner poté esprimersi unicamente attraverso il linguaggio filosofico e scientifico perché – così scrisse in un documento biografico da lui redatto a Barr, in Alsazia, per Edouard Schuré, e pubblicato da Hans Werner Zbinden e Hella Wiesberger in Briefwechsel und Dokumente, GA-262, Verlag der Rudolf Steiner-Nachlassverwaltung, Dornach, 1967, p. 9 – non gli era lecito parlare pubblicamente di ciò che, come idee occulte, scaturiva dalla sua esperienza iniziatica: «E le Potenze occulte, che stavano dietro di me, mi dettero soltanto quest’unico consiglio: “Tutto nella veste della filosofia idealistica”». Ora, se la forma del suo linguaggio era quella scientifica e filosofica dell’idealismo, la sostanza era veramente quel «filosofale» idealismo magico del quale, in maniera così enigmatica, parla Novalis.

In realtà, l’opera filosofica di Rudolf Steiner, ruotante tutta attorno alla sua Filosofia della Libertà, col suo carattere accentuatamente «prometeico», è la parte più esoterica, e come tale più segreta, ossia quella che, malgrado la sua forma «pubblica», rimane la più arcana e la più difficile da accostare. E questo perché. in tali opere «filosofiche», Rudolf Steiner non dona, semplicemente rivelandole, una serie di verità spirituali, le quali debbano poi essere passivamente e dogmaticamente accolte dal lettore, bensì indica un metodo mediante il quale il sincero ricercatore spirituale possa trasmutarsi nel libero – totalmente autonomo rispetto ad una qualsivoglia rivelazione dall’alto – e attivo produttore della propria verità, la quale viene sperimentata come individuale nella sua manifestazione e al contempo universale nella sua essenza.

Quel che si rivela scomodo, per non dire sommamente antipatico, all’accidioso uomo moderno, sia pure sentimentalmente sincero spiritualista, è lo sforzo, il lottare coraggioso e instancabile, che tale idealismo magico esige. Al massimo, un tale uomo moderno giunge a concepire la necessità di capire intellettualmente determinate verità, non di sperimentarne la dirompente azione trasformatrice dell’anima. Si cerca così una spiegazione “gnoseologica” del processo della conoscenza, non di vivere il concreto processo della conoscenza. Non si ama uscire da una comoda passività, ricercante mere convinzioni intellettuali, che rimangano esangui opinioni del cerebrale pensiero riflesso. In realtà, è indifferente che tali convinzioni o opinioni intellettuali siano spiritualistiche o materialistiche, idealistiche, fenomenologiche o logico-empiriche: in nulla esse mutano l’abietto servaggio dell’uomo alla caduta natura animale, che lo domina e che è del tutto indifferente alle convinzioni intellettuali mediante le quali egli si narcotizza di fronte al vuoto di senso, alla non significanza della sua vita, alla sua angoscia esistenziale. All’Oscuro Signore, tirannico dominatore dell’uomo, poco importa con quale metallo siano forgiate le sue catene, purché esse lo avvincano fortemente alla sua indegna condizione di schiavo. Addirittura una” catena di petali di rosa” può legare più fortemente ed efficacemente, in quanto inavvertita, di una catena d’acciaio, la quale sentita dolorosamente può suscitare ribellione e sforzo di liberazione.

Solo l’uomo che voglia prendere decisamente nelle proprie mani la responsabilità della propria vicenda, che voglia farsi faber fortunae suae, ossia «facitore del suo proprio destino», uscendo da uno stato di minorità spirituale e sottraendosi dalla tutela di potenze benevole e avverse, spirituali e antispirituali, che lo aiutano asservendolo, o lo seducono distruggendolo. Ma, come ammonisce Massimo Scaligero in tutta la sua opera, ma particolarmente in Iniziazione e Tradizione e in Avvento dell’Uomo Interiore, per l’uomo il realizzarsi della libertà non è affatto fatale, cioè essa non si realizza per via spontanea, per naturale evoluzione della precedente condizione umana. Anzi occorre dire senza infingimenti che la libertà può sorgere unicamente lottando aspramente proprio contro la condizione umana “naturale”. Di tale condizione “naturale”, come di tutte le condizioni, l’attuarsi della libertà deve fare il “vuoto”: ne deve eliminare l’automatica, per così dire “meccanica”, falsa spontaneità. E questo fa sì che l’autentica libertà non sia amata, anzi venga temuta, respinta e persino odiata. L’essere umano preferirebbe di gran lunga abbandonarsi ad una forza a lui esteriore, che lo dirigesse, lo sopraffacesse, lo estasiasse, lo beatificasse, e lo portasse per rivelazione a conoscere e per impulso istintivo ad agire. Magari illudendolo pure di esser lui a conoscere e ad agire. Questa visione fatalistica dello spirituale è dura a morire. Ma se non si avrà la forza e il coraggio di farla morire, sarà il fatalismo, più o meno mascherato, che farà morire l’uomo: l’uomo che non avrà la forza e il coraggio di voler essere libero.

Ora, se l’uomo vuole veramente realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore, ad una tale visione fatalistica, “naturalistica”, falsamente spontanea,  e alle sue consolanti “comodità”, egli deve totalmente e definitivamente rinunciare: cosa ch’egli difficilmente concepisce e desidera. Ma proprio in questo sta la radicale differenza tra la via eroica e la via egoica. Come dire la differenza tra il sapiente e audace Promèteo e lo stolto e pavido Epimèteo, il quale con poco senno accetta quegl’infidi doni degli Dèi, che suo fratello Promèteo saggiamente lo invitava a rifiutare. Ed è altresì questa la differenza tra la quieta, passiva, saggezza pastorale di Abele, e l’ardente operare attivo di Caino che lavora, trasformandola, la terra. La saggezza di Abele, e poi di Salomone, è passivo accoglimento di una rivelazione benignamente elargita dall’Alto, mentre la sapienza di Caino, e poi di Hiram, è frutto delle facoltà che l’essere umano attivamente si conquista, con le proprie forze, elaborando la sua esperienza terrestre.

Rudolf Steiner, sin dai suoi primi scritti “filosofici” o, per meglio dire, “filosofali”, indica una prometeica e cainita via di conoscenza e di azione. Infatti già ne Le opere scientifiche di Goethe, Fratelli Bocca Editori, Milano, 1944, nel capitolo La conoscenza goethiana, pp. 82-84, con parole che più chiare non si potrebbero pronunziare e che valgono forse oggi ancor più che allora, così scrive:

«È vero che in tutti i campi della coltura abbiamo da registrare progressi; ma non si può affermare che siano progressi in profondità. E pel valore d’un’epoca solo i progressi in profondità sono decisivi. Invece la nostra si potrebbe caratterizzare dicendo ch’essa dichiara addirittura irraggiungibile all’uomo ogni progresso in profondità. Siamo diventati pusillanimi in tutti i campi; e soprattutto in quelli del pensare e del volere. […] Oggi non si vuole pensare, ma soltanto guardare coi sensi. Si è perduta ogni fiducia nel pensiero; non lo si ritiene capace di penetrare nei segreti del mondo e della vita; si rinuncia addirittura ad ogni soluzione dei grandi enimmi dell’esistenza. La sola cosa che si ritiene possibile è ridurre a sistema i dati dell’esperienza. Ma si dimentica che, così pensando, ci si avvicina ad un punto di vista che da molto tempo si credeva superato. Ad una considerazione più profonda, il battere sull’esperienza dei sensi, respingendo il pensiero, non appare diverso dalla cieca fede delle religioni nella rivelazione. In sostanza, tale fede poggia sul fatto che la Chiesa trasmette verità bell’e pronte alle quali si deve credere; il pensiero può sforzarsi di penetrare nel loro significato più profondo; ma non gli è dato investigare la realtà stessa e arrivare per forza propria al fondo delle cose. E la scienza sperimentale che cosa esige essa dal pensiero? Esige che ascolti ciò che i fatti asseriscono, e poi ordini, interpreti, ecc. tali asserzioni. Anch’essa vieta al pensiero di penetrare autonomamente nel nòcciolo delle cose. Lì la teologia chiede al pensiero cieca sottomissione ai dettami della Chiesa, qui la scienza gli chiede sottomissione cieca ai dettami dell’osservazione dei sensi. Qui come lì non si dà valore al pensiero autonomo penetrante nelle profondità. […]

Si parla oggi di limiti della conoscenza perché si ignora dove sia la mèta del pensare. Non si ha un’opinione chiara su ciò che si vuol raggiungere, e si dubita di poterlo raggiungere. Se oggi qualcuno venisse a mostrarci a dito la soluzione dell’enimma del mondo, non se ne ricaverebbe nulla, perché non si saprebbe che cosa pensare di quella soluzione.

Precisamente lo stesso accade col volere e con l’agire. Non siamo capaci di porre alla nostra vita dei còmpiti ad assolvere i quali le nostre forze siano idonee. Si sognano ideali indefiniti e confusi. E poi si piange se non si raggiunge quello di cui non si ha neppure una vaga idea, e tanto meno un’idea chiara. Chiediamo un po’ ad uno dei pessimisti contemporanei, che cosa egli voglia veramente, e che cosa egli disperi di raggiungere. Non lo sa. Sono tutti nature problematiche, inferiori a qualsiasi situazione, e a cui tuttavia nessuna situazione è sufficiente. Non mi si fraintenda. Non voglio certo esaltare il pedestre ottimismo che, pago dei godimenti volgari della vita, a nulla aspira di superiore e perciò di nulla sente la mancanza. Non voglio condannare chi sente dolorosamente la profonda tragicità del nostro dipendere da circostanze che paralizzano ogni nostra azione. E che invano tentiamo di mutare. Ma non dimentichiamo che il dolore è il prezzo della felicità. Guardiamo una madre: com’è dolce la sua gioia nel vedere prosperare i suoi figli, quando sa di averla conquistata con le fatiche  le cure e le sofferenze del passato! Ogni uomo che pensi rettamente, dovrebbe respingere una felicità che gli venisse pôrta da una qualche potenza esteriore, non potendo sentire come tale una felicità offertagli come dono immeritato. Un creatore che avesse intrapresa la creazione dell’uomo pensando addirittura di dargli in dono la felicità, avrebbe fatto meglio a lasciarlo increato. Se quanto l’uomo compie viene sempre crudelmente distrutto, ciò aumenta la sua dignità; ché, in tal caso, egli deve sempre di nuovo creare e produrre, e la sua felicità sta nell’essere attivo, sta in ciò ch’egli stesso può compiere. La felicità donata è pari alla verità rivelata. Degno dell’uomo, però, è solo il cercare la verità da sé, senz’essere guidato né dall’esperienza né dalla rivelazione. Quando una volta ciò sarà pienamente riconosciuto, le religioni rivelate avranno esaurito il loro còmpito. Allora l’uomo non potrà più nemmeno volere che Dio gli si riveli o gli largisca in dono le sue benedizioni. Se qualche potenza superiore guidi i nostri destini verso il bene o verso il male, non ci riguarda; noi stessi dobbiamo prescriverci la via da percorrere. L’idea più elevata di Dio resta pur sempre quella che considera essersi Egli totalmente ritirato dal mondo, dopo aver creato l’uomo, abbandonando questi interamente a se stesso».

Difficilmente si potrebbe trovare un’altra concezione altrettanto radicale e altrettanto poco “mistica”, nel senso che si dà oggi al misticismo, il quale peraltro nulla ha a che vedere con l’Alta Mistica dell’Antichità o del Medioevo. Neppure un Max Stirner e un  Friedrich Nietzsche giunsero di gran lunga alla radicalità dell’esperienza concreta – concretamente vissuta – che viene prima realizzata e poi proposta da Rudolf Steiner. Una tale esperienza, dal carattere apertamente “prometeico” e “faustiano”, unisce con estrema audacia al contempo l’empirismo più estremo e l’idealismo più radicale: per questo una tale visione del mondo, una tale concreta esperienza, è idealismo magico, proprio nel senso che Novalis dava a queste parole. Per lo stesso motivo, una Chiesa o una confessione religiosa che pretenda detenere il monopolio e l’amministrazione del Sacro, non può che odiare un tale idealismo magico ed opporsi ad esso, combattendolo col ferro e col fuoco, ed anche col veleno. Come dimostrano gli attentati manu militari alla vita di Rudolf Steiner, avvenuti a 15 maggio 1922 a Monaco e il 17 maggio 1922 ad Elberfeld, l’incendio del Goetheanum il 31 dicembre 1922, e infine l’avvelenamento perpetrato nei suoi confronti il 1° gennaio 1924.

Una conseguenza di questo idealismo magico, radicalmente prometeico, cainita e faustiano, ci viene mostrato nei paragrafi successivi de Le opere scientifiche di Goethe, alle pp. 84-85:

«Chi riconosce al pensiero la facoltà di percepire oltre ciò che possono scorgere i sensi, deve necessariamente attribuirgli anche degli oggetti che stiano oltre la realtà puramente sensibile. Ora gli oggetti del pensiero sono le idee. In quanto il pensiero s’impossessa dell’idea, esso si fonde con la base primordiale dell’esistenza cosmica; ciò che agisce fuori, penetra nello spirito dell’uomo; esso diventa uno con la realtà obiettiva alla sua più alta potenza. La percezione dell’idea nella realtà è la vera comunione dell’uomo.

Il pensiero, ha rispetto alle idee, la stessa importanza che ha l’occhio rispetto alla luce e l’orecchio al suono. È organo di percezione.

Questa concezione è in grado di riunire due cose che oggi si ritengono del tutto inconciliabili tra loro: il metodo empirico e l’idealismo quale concezione scientifica del mondo. […]

L’unica concezione della realtà che possa veramente appagare, è il metodo empirico unito a un risultato idealistico dell’indagine. Questo è idealismo, ma non un idealismo che persegua un’unità delle cose nebulosa e sognata, bensì un idealismo che cerca il concreto contenuto delle idee della realtà, non meno sperimentalmente di come l’odierna indagine iperesatta cerca il contenuto dei fatti.

Accostandoci a Goethe con tali vedute, riteniamo di penetrare nel suo vero essere. Ci atteniamo all’idealismo, mettendo però alla base della sua elaborazione, non il metodo dialettico di Hegel, ma un empirismo superiore purificato».

L’empirismo superiore purificato del quale qui parla Rudolf Steiner è l’Ascesi del Pensiero mediante la quale si svincola l’atto pensante dal sistema nervoso e dai sensi e lo si rende organo di percezione del proprio momento genetico, della propria estraformale forza fulgurea, della stessa realtà sovrasensibile. L’atto concreto che invera tale empirismo superiore purificato è la Concentrazione che, per intensificazione volitiva del proprio momento genetico, giunge a realizzarsi come Contemplazione della propria pura, “vuota”, forza.

Sulla base di questo idealismo empirico, Rudolf Steiner ne Le opere scientifiche di Goethe, arriva a capovolgere – oserei dire con temeraria audacia faustiana – la visione radicalmente pessimista di Eduard von Hartmann, per il quale peraltro ha parole di grande lode. Infatti, così scrive a p. 86:

«Le ragioni che Hartmann adduce in favore del pessimismo, vale a dire dell’opinione che nulla al mondo possa pienamente appagarci e che il dispiacere superi sempre il piacere, io vorrei designarle addirittura la fortuna dell’umanità. Quanto egli adduce è per me soltanto una riprova di come sia vano aspirare alla felicità. Noi dobbiamo appunto desistere da ogni simile aspirazione e cercare la nostra destinazione unicamente nell’adempiere senza egoismo quei còmpiti ideali che la nostra ragione ci segna. E che cos’altro significa ciò se non che dobbiamo cercare la nostra felicità solo nell’operare, nel creare senza posa?

Solo colui che è attivo, e precisamente attivo senza egoismo, non cercando alcun compenso alla sua attività, adempie la sua missione. È stolto voler ricevere un premio alla propria attività; un vero premio non esiste. Qui Hartmann avrebbe dovuto continuare a costruire. Avrebbe dovuto mostrare quale possa essere, date tali premesse, l’unica molla spingente di tutte le nostre azioni.. può, quando viene meno la prospettiva di raggiungere una mèta agognata, essere unicamente l’altruistica dedizione all’oggetto stesso al quale dedichiamo la nostra attività; può essere unicamente l’amore. Solo un’azione compiuta per amore può essere un’azione morale. Stella polare dev’essere per noi nella scienza l’idea, nell’azione l’amore».

E qui giungiamo ad una concezione dell’agire umano, ad un agire radicalmente libero, per il quale non ho trovato altri esempi in Oriente e in Occidente, nel Mondo Antico e in quello Moderno. Non solo, ma il fondamento conoscitivo di tale idealismo magico o idealismo empirico conduce ad una visione dell’Assoluto o del Divino, che non può non risultare totalmente indigesta a quelle confessioni religiose, che concepiscono Dio quale arbitrario Creatore dal nulla dell’Universo e come Signore, paternalisticamente benevolo o spietatamente tirannico padrone delle sue creature, mentre lo stesso essere umano viene da esse  concepito quale pecora da governare, pasturare e mantenere in uno stato di disciplinata obbedienza all’interno di un gregge ben inquadrato, all’interno del quale è obbligo accontentarsi della “rivelazione” elargita dalla gerarchia ecclesiale e vietato farsi domande sugli “imprescrutabili misteri” della Divinità, sugli “insondabili motivi” della Sua volontà. Dalla concezione confessionale viene considerata virtù la “santa ignoranza”, la rinuncia a voler conoscere e virtù viene considerata altresì la pronta obbedienza a quei “comandamenti” della Divinità, che l’umana gerarchia ecclesiale comunica quale “rivelazione”, che deve essere obbligatoriamente accettata e non conoscitivamente sondata. L’uomo è un essere creato dal nulla dalla Divinità trascendente, dalla quale è separato da un abisso incolmabile. Il voler conoscere, da parte dell’uomo, il fondamento ultimo dell’Essere, il ritenersi emanati dall’Uno e non creati dal nulla, il considerarsi un dio decaduto dal suo stato primordiale, o in esilio, e tuttavia consustanziale al Divino, all’Uno, del quale è emanazione, e quindi capace di riconquistare lo smarrito stato primordiale e la coscienza dell’identità col Fondamento dell’Essere o la comunione col Divino, con l’Assoluto, con l’Uno, viene considerato dai pretesi detentori e amministratori in regime di monopolio di una sedicente “rivelazione”, come sacrilega rivolta contro Dio, come criminale atto di superbia e disobbedienza contro il volere divino, che è blasfemia voler investigare o, ancor peggio, contestare e contrastare.

La visione del mondo di Rudolf Steiner, il suo “prometeico” idealismo magico, il suo audace e “faustiano” idealismo empirico, è precisamente l’opposto. Infatti, così scrive, sempre ne Le opere scientifiche di Goethe, pp. 140-142:

«In quanto la nostra teoria della conoscenza è arrivata alla conclusione, che il contenuto della nostra coscienza non è solo un mezzo per formarci un’immagine del mondo, ma che questo fondamento stesso, nella forma sua più propria, si manifesta nel nostro pensiero, non possiamo fare a meno di riconoscere immediatamente, anche nell’azione umana, l’incondizionato agire di quel fondamento stesso. Noi non conosciamo una guida del mondo che fuori di noi stessi ponga alle nostre azioni uno scopo e una direzione. La guida del mondo ha rinunziato al suo potere; ha messo tutto nelle mani dell’uomo, annientando la sua propria esistenza separata, e ha impartito all’uomo il còmpito di continuare l’opera. L’uomo si trova nel mondo, scorge la natura, e in essa un accenno a un intento più profondo, determinante. Il proprio pensiero lo rende capace di riconoscere quell’intento, di farne suo possesso spirituale. L’uomo ha penetrato il mondo e si mette all’opera, a proseguire quegli intenti. Con ciò la filosofia qui esposta è la vera filosofia della libertà. Essa non fa dipendere le azioni umane né dalla necessità naturale né dall’influsso d’un creatore o guida sito fuori del mondo. Tanto nell’uno  come nell’altro caso l’uomo non sarebbe libero. […] 

Ma noi dobbiamo respingere anche l’influsso da parte di una guida dei destini umani sita fuori del mondo. Anche in questo caso non si potrebbe parlare di vera libertà, poiché essa guida determinerebbe la direzione  dell’azione umana e l’uomo non avrebbe che da esigere i suoi comandi. Egli non sentirebbe l’impulso all’azione come un ideale che da sé si propone, ma come comando della guida. Quindi anche qui il suo agire sarebbe condizionato, non incondizionato. Egli non si sentirebbe libero alle spalle, ma dipendente; un semplice mezzo di esecuzione per gli intenti di un potere superiore.

Abbiamo veduto che il dogmatismo cerca la ragione per cui una cosa è vera, in un al di là della nostra coscienza, a noi inaccessibile (transsoggettivo), mentre, al contrario, la nostra opinione vede la ragione della verità di un giudizio nei concetti che stanno nella coscienza e confluiscono nel giudizio. Chi immagina un fondamento fuori del nostro mondo di idee, pensa che la ragione ideale per cui una cosa viene da noi riconosciuta per vera, sia un’altra da quella che la fa essere oggettivamente vera. Così la verità è intesa come dogma. E ciò che nella scienza è il dogma, nel campo dell’etica è il comandamento. L’uomo, quando cerca nei comandamenti gli stimoli al suo agire, opera secondo leggi il cui fondamento non dipende da lui; egli pensa una regola prescritta alla sua azione dal di fuori: agisce per dovere. Parlare di dovere ha un senso soltanto per questa concezione. Agire per dovere, significa sentire la spinta da fuori, e riconoscere la  necessità di seguirla. Ma la nostra teoria della conoscenza, là dove l’uomo si presenta nella sua compiutezza morale, non può ammettere un simile agire. Noi sappiamo che il mondo delle idee è l’infinita perfezione stessa; sappiamo che, con esso, gli stimoli al nostro agire stanno in noi; per conseguenza dobbiamo ritenere morale soltanto quell’agire in cui l’azione fluisca solamente dall’idea dell’azione che vive in noi».

Ora, sappiamo bene come l’abelitica, epimetèica e salomonica concezione religiosa esiga proprio quell’agire, sottomesso ed obbediente, credente e temente, che l’uomo veramente libero – l’uomo cainita, prometèico e faustiano – non potrà mai ammettere, perché sentirà sempre quella sottomissione a credere al dogma e a obbedire a comandamenti e precetti, emanati, prescritti e imposti da una qualsivoglia autorità ecclesiale, come una ottusa cecità dell’intelligenza e una degradante schiavitù della volontà, nata per essere libera. Questa è la radicale differenza – differenza al tempo stesso conoscitiva ed etica – la inconciliabile contrapposizione, l’insanabile contrasto tra la visione dell’uomo come emanato dall’Uno e la visione dell’uomo creato dal nulla. Più volte ho avuto modo di dire come sarebbe oltremodo opportuno che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno. Ma pare la gelosia ecclesiale di vedersi sfuggire le proprie pasturate pecorelle e l’invidia metafisica nei confronti di coloro che sono uomini liberi o che come uomini liberi vogliono realizzarsi, non consenta ai custodi dell’infallibile dogma e della virtuosa conformità morale di tollerare la temeraria altrui libertà, l’altrui indipendente evoluzione conoscitiva e morale.

Ma ora veniamo ai testi di Rudolf Steiner, nei quali viene espressa una visione che fatalmente – per usare una efficace e brutale immagine del nostro Isidoro – «colpirà come un pugno allo stomaco» tutte le “anime belle” che sono affannosamente alla ricerca di un sicuro “ovile”, di un pastore che dica loro che cosa esse devono credere essere vero e che cosa, invece, devono credere essere buono; un pastore che li assolva dalla pericolosa fatica di pensare autonomamente, di correre il rischio di smarrirsi nel labirinto del dubbio nel quale il farsi troppe domande, l’osare servirsi della propria “imperfetta” ragione – a loro dire –  fatalmente le trascinerebbero.

* * *

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Il primo testo risale al periodo nel quale Rudolf Steiner lavorava all’Archivio di Goethe a Weimar, ed è firmato, nonché datato l’8 febbraio 1892. Quindi nel periodo nel quale egli lavorava alla stesura della sua Filosofia della Libertà. Steiner risponde ad un formulario che gli era stato sottoposto e, per prima cosa, scrive in testa al formulario stesso, come richiestogli, quale sia il suo motto, la sua divisa. La sua risposta, dirompente, fu:

«An Gottes Stelle, den freien Menschen!!!»,

Ossia:

«Al posto di Dio, l’uomo libero!!!».

E rispondendo alla domanda quale fosse nella poesia il personaggio da lui preferito, scrisse: Promèteo. Mentre alla domanda quali fossero i suoi eroi preferiti nella storia, mise al primo posto Attila – cosa della quale moltissimo si è  compiaciuto il mio amico Attila, re degli Unni, detto Flagellum Dei – e poi Napoleone I e Cesare.

***

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Il secondo testo, anch’esso datato e firmato, si trova in un taccuino o blocco di appunti, ove leggiamo:

«La Storia è in verità l’evoluzione del genere umano alla libertà. Solo lo spirito che si sente dipendente da Dio, si svincola per la libertà e conosce se stesso.

An Gottesglauben Stelle

Glaub ich an den freien Menschen 

Al posto della fede in Dio

Io credo nell’uomo libero.

Dr. Rudolf Steiner

Quaderno di appunti, 1892».

* * *

Più diffusamente egli si espresse in un testo, anch’esso autografo, redatto su richiesta del filosofo Eduard von Hartmann, da Rudolf Steiner molto stimato, che gli si aveva rivolto in una lettera, scritta da Gr.Lichterfelde, nel luglio/agosto 1892, lettera che non trascriviamo per la sua lunghezza. La data e la firma al testo autografo di Rudolf Steiner vi furono apposte successivamente dallo stesso Eduard von Hartmann. Il testo venne pubblicato in Beiträge zur Rudolf Steiner Gesamtausgabe, Nr. 87, Ostern 1985, la bella e importante rivista del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nella quale apparvero tanti articoli di Hella Wiesberger, scritti con rigore scientifico, ma anche con quella angelica intelligenza del cuore che la caratterizzava.

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«Professione di fede dell’idealismo empirico

I. Dio come oggetto del rapporto religioso.

Dio deve essere pensato come la concreta unità dei due momenti, nei quali per la coscienza umana si scinde il mondo formato: il lato dell’esistenza obbiettivo dato, e quello soggettivo prodotto dallo Spirito. Attraverso la scissione dell’esistenza in questi due lati, l’entità divina è inerente al nostro spirito cosciente non come concreto Agens, bensì come idea astratta, che può divenire un contenuto non mediante l’immersione in qualsivoglia elemento obbiettivo, bensì unicamente attraverso il reale, continuativo processo evolutivo dell’umanità. Questo processo evolutivo è il vivere di Dio e, nel conclusivo risultato finale del medesimo, la totale entità di Dio è giunta a manifestazione.

II. L’uomo in rapporto a Dio e al mondo.

L’evoluzione umana è un incessante superamento delle due sunnominate polarità, dunque un continuativo giungere a manifestazione di Dio. Nella scissione dell’unità originaria del mondo in oggetto e soggetto sta la ragione dell’imperfezione umana. Questa imperfezione si manifesta nel campo dell’agire come non-libertà. Non liberi noi siamo unicamente in quelle parti della attività, nelle quali non si è ancora compiuta la compenetrazione di soggetto e oggetto. In questo caso stiamo sotto l’imperio dell’oggettivo. Quest’ultimo svanisce immediatamente, allorché noi abbiamo compreso lo spirito di una cosa, e la dominiamo in maniera corrispondente alla sua propria essenza. Vista da questo punto di vista, l’evoluzione umana è al contempo una evoluzione divina, e addirittura un incessante processo di liberazione.

Rudolf Steiner, 8.12.1892».

Questi testi che, qui tradotti, vedono per la prima volta la luce in lingua italiana, sono a mio avviso di una importanza capitale per l’essere o il non essere della Comunità Solare. In un momento nel quale sono fortissime, ed abbastanza esplicite, le spinte ad operare surrettiziamente un “trasbordo ideologico inavvertito” verso quella che un esoterista francese del trascorso secolo chiamava una “via sostituita”, trasbordo che si risolverebbe poi in una insana e improvvida “cattolicizzazione” della Scienza dello Spirito, nella deformazione, nella paralisi, nello smarrimento di ogni autentica operatività interiore individuale e comune, è bene che queste idee vengano espresse con la massima chiarezza, che vengano meditate a lungo e profondamente.

Il prometeico e faustiano idealismo magico di Rudolf Steiner, il suo idealismo empirico, sono la base conoscitiva ed operativa della pratica della Concentrazione che, instancabilmente, alcuni risoluti amici si sforzano, ogni volta, di indicare ai veri cercatori dello spirito, come la completa e insuperabile Via eroica del Pensiero.

RICAPITOLAZIONE (di F. Giovi)

l'uomo con la valigia

Vorrei sottoporre all’attenzione degli amici che seguono questa nostra – mi sale spontaneamente dall’anima l’aggettivo “gloriosa” – Rivista, una disciplina poco conosciuta che viene talvolta praticata, ma sporadicamente ed in momenti direi quasi di necessità per l’anima.

A me piacciono le storie. Mi trovo d’accordo con il “Re” della narrativa americana, Stephen King, quando fa dire ad un suo personaggio: «Non si è mai troppo grandi per ascoltare storie. Uomo e bambino, bambina e donna, mai troppo grandi». Dunque, inizio da una storia vissuta in prima persona, dalla quale spero potrà risultare abbastanza chiaro il poco di cui parlerò dopo avervela raccontata. Ma in essa c’è già tutto o quasi.

Un giorno mi fu presentato – si dice per caso – un signore, credo sulla cinquantina. Dopo la rituale stretta di mano e un paio di convenevoli, volsi un po’ d’attenzione allo sconosciuto e… mi prese (mi piombò dentro) un piú che notevole stupore. Sí, chiamiamolo stupore, perché di esseri umani spiritualizzati nella mia vita ne ho incontrati pochini, e tra essi c’era pure un vero Iniziato. Non chiedetemi il come me ne accorsi. Almeno questo posso farlo e basta.

Iniziai allora a chiedergli questo e quello. Volevo sapere in quale corrente sapienziale aveva attinto per una trasformazione cosí netta e profonda. Vi tolgo subito la curiosità: (in questa vita) da nessuna! La conversazione procedeva e a poco a poco apprendevo qualcosa della sua vita. Risaltava un momento catartico, una improvvisa illuminazione veicolata da un grande dolore? Nulla di questo o di simile. Il signore lavorava da molti anni come viaggiatore di commercio ed i luoghi dove operava erano molto distanti tra loro. Macinava da decenni ore su ore sulle strade. Naturalmente – cosí fan tutti – la sua compagnia era la radio accesa. Poi un giorno avvenne una cosa da poco, minuscola: si stufò di ascoltare la radio.
E iniziò, in alternativa, a ricordare il passato.

Attenzione: non a rimuginarlo come capita talvolta a tutti. No: piú semplicemente a ricordare. Ogni giorno, nei suoi lunghi e solitari viaggi, partendo con la memoria dei fatti piú recenti, imparò ad inoltrarsi nel passato e poi nel passato remoto. Lentamente portò a coscienza i fatti della sua vita, ogni azione compiuta, le scelte e le tante persone che incontrandolo con le buone o le cattive avevano influito sul suo percorso di formazione. Riportò alla luce le azioni e le interazioni, anche quelle che definiamo come insignificanti.

Credo che la colonna portante di questo lavoro interiore fosse, per Grazia o facoltà prenatale, la capacità di non giudicare nessun fatto ma semplicemente di osservarlo spassionatamente.

Cosí poté osservare come ogni disavventura, ogni incontro che di norma bolliamo come pessimo o sgradevole, avesse dato il suo contributo non meno di ciò che consideriamo gradevole o felice. Perciò una grande equanimità si impadroní della sua anima. A seguire si avvide che tutti i passati avvenimenti suscitavano in lui una profonda gratitudine. Sottolineo: tutto il vissuto della sua esistenza. La gratitudine si trasformò in amore: un amore per il mondo e gli uomini vasto e possente come un oceano tranquillo.

Egli – osservai – viveva la vita comune in questo oceano che lo aveva già trasmutato senza che un sentimento o un pensiero egoico interferissero nel cambiamento. Mi sovvenne il vecchio adagio che dice che chi è santo non sa di esserlo. Questa è la storia.

Se la contemplo mi sale nell’anima la stessa meraviglia che provai quel giorno, e a livello piú personale una nota di umorismo. Pensate: nessuna corrente spirituale, niente etichette, metafisiche allo zero, cioè tutte le cose che spesso gravano sul groppone ma raramente ingravidano davvero l’anima. Davvero può tanto la “ricapitolazione”: sciolti i nodi, le contratture e i lividi e le ustioni che non guariscono mai e ci intrappolano sotto la soglia della coscienza dove nulla viene dimenticato.

Ricordo a chi si interessa alla notevole pluralità delle vie interiori, che la ricapitolazione è un’opera fondamentale in quel complesso sistema sciamanico o tolteco che Castaneda portò alla ribalta del mondo intero. Difficile dire quanto vi fu di finzione letteraria, ma alcuni tratti per bocca del suo Maestro appartengono davvero alla conoscenza spirituale. Con un certo limite: una maestria su determinate forze eteriche e un’assoluta cecità per il cosmo astrale.

Secondo l’indole personale i discepoli si dividono (semplificando) in Sognatori e Cacciatori. I primi pervengono a forme di consapevolezza intensificata con il controllo del sogno, i secondi con il controllo del comportamento.

Per i Cacciatori la pratica piú importante è la ricapitolazione del passato, affrontata però con metodi e fini assai dissimili dai nostri. La ricapitolazione è l’atto di riprendere l’energia che si era spesa nelle azioni passate. Ricapitolare comporta il ricordare persone, sensazioni, luoghi vissuti, iniziando dal presente e retrocedendo fino ai primissimi ricordi, per poi spazzarli via, uno dopo l’altro, col supporto di positure e tecniche respiratorie indubbiamente basate sulla fenomenologia di correnti del corpo eterico.

Mi sembra che immersi unilateralmente nei cospicui fenomeni eterici, i discepoli di tale via plasmino un carattere di lottatori contro la morte – ingannare la morte diviene lo scopo – e che per questo siano disposti a pagare un alto prezzo: cancellare la propria umanità o almeno renderla cosa indifferente per aprirsi un varco in un cosmo vasto, imperscrutabile e totalmente indifferente all’umano.

Nella Scienza dello Spirito a cui noi ci riferiamo, vedasi il breve capitolo su l’esercizio del ricordo, che si trova nel Manuale pratico della Meditazione di Massimo Scaligero. Lo sperimentatore, rievocando gli eventi del passato, si abitua ad isolare dal fatto il suo animus, la condizione emotiva, sino a contemplare obiettivamente quest’ultima con la medesima spassionatezza con cui si contempla il contenuto della concentrazione. Cosí avviene un “solve” che libera i contenuti profondi dell’anima dall’istintualità che li imprigionava e, in ultima analisi, deformava una parte non secondaria del nostro essere.

In sede occulta avviene una trasformazione di forze sovrasensibili specialmente collegata alla sede mediana (sentire) per cui il sapere viene avvertito come sorgente dal nostro intimo e non piú in guisa di comunicazioni ricevute da fuori.

Questa differenza è di grande importanza per l’anima: subentra il senso che il fondamento delle cose sia al centro di essa, cosa verissima che ci attrae ancora di piú verso l’interiorità sentita come il reale centro del mondo.

Può subentrare una calma sconosciuta che, come scrive Scaligero, realizza la vera natura dell’anima: ciò che con il mio racconto iniziale ho tentato di suscitare, almeno come immagine, per chi legge queste righe.

Franco Giovi
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Per gentile concessione della Rivista Antroposofica www.larchetipo.com

KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

Riceviamo dal nostro amico, utente di Eco e discepolo di Scaligero. Trattasi di una stesura del Maestro di uno scritto, che da Lui rivisto apparve poi come capitolo definitivo in “Logica contro L’uomo” con il titolo “L’illusoria liberazione. Krishnamurti”. Ringraziando di cuore volentieri pubblichiamo.

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krishnamurti

KRISHNAMURTI E LA FACILE LIBERAZIONE

La figura di J. J. Krishnamurti visse un grande momento, quando nel 1929 egli ebbe il coraggio di sciogliere l’Ordine della Stella d’Oriente che si era formato intorno alla sua persona come intorno al novello “messia”. Per la verità, il Krishnamurti non ora responsabile di questo: era stato allevato nell’ambiente del secondo periodo della Società Teosofica, quello di Annie Besant, dove, ancora prima che egli nascesse, era stato preannunciato come la nuova incarnazione del Cristo nel Secolo Ventesimo.

Krishnamurti a un certo momento ebbe il buon gusto di sfatare egli stesso la leggenda e di congedare i fanatici che si erano raccolti intorno a lui da tutte le parti del mondo, aspettando da lui una spinta interiore che non erano capaci di dare a se stessi.

In quella occasione Krishnamurti incontrò il nucleo più fedele dei seguaci e parlò loro pressappoco in questi termini: “Amici, io non sono quello che voi credete: perciò è giunto il momento di congedarci. D’altra parte è evidente che voi non cercate lo spirito, ossia la liberazione, bensì un’autorità da cui dipendere. Ma finché dipenderete da qualcuno o da qualcosa non sarete liberi. Le via invece è la liberazione da tutto ciò che costringe ad una determinata condizione.”

In questa direzione si andò da allora enucleando il nuovo insegnamento di Krishnamurti. Egli ebbe allora l’aria di congedare i suoi discepoli, in quanto dipendenti dalla sue autorità, ma questa autorità ricominciò lo stesso giorno con il nuovo insegnamento riguardo alla liberazione dall’autorità. Dal verbo della liberazione i dipendenti discepoli furono ancora maggiormente attratti verso di lui, stimolati soprattutto da tre motivi della nuova dottrina: l’eliminazione delle regole, la tacitazione della coscienza del passato, o della memoria, la fine dello scrupolo di una disciplina del pensiero.

Krishnamurti cominciò a promettere la pienezza della vita spirituale a chi cessa di obbedire a norme, a chi cessa di pensare, a chi cessa di essere condizionato dal passato. Non ci voleva altro a galvanizzare discepoli in tutte le parti del mondo, ossia la genia vasta di coloro che oggi aspirano a non pensare più, a non sentire responsabilità di norme, di passato, di relazioni assunte con il mondo.

L’equivoco si regge sul fatto che ormai generalmente si identifica la dialettica con il pensiero: l’illimitato discorsivismo ha in ogni campo eliminato il reale pensiero. Per cui un rimedio urgente per l’uomo – dapprima almeno per i più responsabili – dovrebbe essere una rieducazione del pensiero. Ma è la rieducazione che oggi terrorizza i più, perché implicherebbe una revisione interiore, una rigorosa moralizzazione di se stessi. Ecco che invece viene Krishnamurti a incoraggiare, in nome di valori superiori dell’anima, la eliminazione dei residui scrupoli di un valore del pensiero.

Quando Krishnamurti ebbe il coraggio di togliersi il cliché del messia e di sciogliere l’Ordine della Stella, mosse indubbiamente secondo un’ispirazione superiore: al cui livello però non ebbe la forza di tenersi per controllare se stesso: un momento di luce, che gli impedì bensì il grave abuso di passare per la nuova incarnazione del Cristo, ma che per contrapposto accese in lui l’orgoglio di un nuovo “maestrato” che tuttora dura e convoglia discepoli su tutta la Terra: il maestrato di cui pur aveva l’aria di voler liberare i discepoli.

“Nessuna autorità” dice Krishnamurti, ma non v’è discepolo che non viva sotto l’egida dell’autorità della nuova fede mistica: essendo eliminato dalla coscienza l’elemento della conoscenza, funziona appunto il credo nello spontaneo, nell’incondizionato, che viene da sé: il credo più insidioso, per chi s’illude di liberarsi di ogni credo.

Le varie forme di liberazione consigliate da Krishnamurti, non risultano atti interiori, bensì atteggiamenti di liberazione rispetto a determinati prodotti del pensiero, o del pensiero e del sentimento e della istintività: comunque dei pensati. Dietro i quali la fonte di essi rimane intatta, e perciò pronta a riprodurli,  per insufficiente coscienza del determinarsi della mediazione da un immediato pensare che, di continuo chiamato in causa, inconsapevolmente  riproduce nella sua riflessità: onde il discepolo di un tale maestro trascorre tutta la vita a liberarsi dei prodotti di un ignoto pensiero. Il contingente atteggiamento liberatorio automaticamente li riproduce, essendo essi congeniali al contenuto psichico dell’atteggiamento, o della percezione di sé in un presente imaginativamente attualizzato e illusoriamente portato fuori della dimensione del tempo.

Il contenuto psichico è la radicale non volontà di liberazione inspirata da altro essere che l’Io, fingente la facile liberazione, la più sentimentalmente accettabile, che presume espellere dalla coscienza le condizioni spazio-temporali, senza voler conoscere con che le espelle e se veramente le espelle. Si tratta infatti di rappresentazione di una libertà radicale, la cui fittizietà consiste nell’essere rappresentata senza consapevolezza del rappresentarla: libertà provvisoria a cui in effetto si giunge mediante serie di immagini di eliminazioni di stati interiori condizionanti.

L’eliminazione non può evitare di compiersi anch’essa mediante imagine dello stato da eliminare. Questo stato, tuttavia, in taluni casi può anche esserci realmente e l’immagine della eliminazione funzionare come atto eliminatore. Ma permane l’equivoca presenza di un pensare che, rappresentando e imaginando, attua tali provvisori superamenti senza ritenersi pensiero, in quanto come pensiero deve essere stato esso stesso superato o eliminato: pensiero che, perciò, sta ben nascosto, in quanto tutto ciò di cui viene liberata la coscienza in effetto non è il pensiero, ma, come si diceva, Il suo morto prodotto, Il pensato.

Sono dunque simultaneamente chiamati in causa un pensiero inconscio e un pensato eliminando, tra i quali Krishnamurti non mostra di possedere la capacità di distinzione, rispetto all’assunto della libertà. Il problema di venir liberato, infatti, si pone solo per il pensiero, non per il pensato, né per tutto ciò che, al livello del pensato, si assume: non avendo senso l’essere liberi da stati d’animo o istinti o il lottare contro essi, o l’assumere atteggiamenti di libertà verso di essi, dando ad essi una realtà che non hanno, se non come proiezione del pensiero riflesso. Del quale sembra che il Krishnamurti voglia liberare i discepoli, ma evitando con cura che essi possano concepire necessario un metodo perché ciò sia attuabile: onde i discepoli siano sempre in stato di dipendenza dalla somministrazione del viatico delle “conversazioni”, in cui sempre di nuovo il pensiero riflesso riflette la liberazione di sé e la redenzione del sentire e del volere.

Massimo Scaligero

TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA PER L'ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

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Qualche inutile parola sul lavoro che leggerete in calce.

Tra me e l’autore corre una storia lunghissima, quasi una vita e assai tormentata. Per non annoiare i lettori dirò solo che, tra incontri e scontri, egli mi diede molto e forse qualcosa ho potuto dare anch’io a lui. Siamo stati per tanto tempo i punti fermi di due movimenti, di due modi di accostare la Scienza dello Spirito e molti degli scontri che impensierivano l’ambiente orientato intorno a Scaligero, ebbero come attori principali lui e me.

Ma in profondità ci fu un legame vero che forse mai si è spezzato, anche nei momenti scuri.

D’Andrea proveniva dagli insegnamenti della Potenza, io, dopo la magia rituale, dalla via di Ramana. Ed avemmo grandi difficoltà nel riconoscere la Via dei Nuovi Tempi. La mia “conversione” verso Massimo Scaligero iniziò con La via della volontà solare ed egli, poco dopo, con Dell’amore immortale.

Poi, all’inizio del ’70, ci rapportammo direttamente all’autore di quelle opere.

Rapporto decisivo per le nostre vite…però vorrei sottolineare che esso non smorzò mai la nostra autonomia di ricerca: pur adorando Scaligero, per noi (e per altri amici vicini) sarebbe stato impensabile quel modo di accogliere che non tenga conto dello sperimentare in noi ogni ogni cosa che poteva esserci stata data e che a ciò sostituisce invece un atteggiamento devozionale, talvolta chiesastico.

Di questa autonomia fanno esempio le righe qui sotto. Sono una tangibile dimostrazione di come, magari ingenuamente (sono passati quarant’anni da quel tentativo), si volesse afferrare, punto per punto, la fenomenologia dell’attività del pensiero: oggetto sconosciuto sino a pochi anni prima.

Il “modo” non mi trova granché d’accordo, lo sforzo e lo spregiudicato titanismo personale invece sì.

Isidoro

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TENTATIVO DI UNA METODOLOGIA

PER L’ESPERIENZA DELLA GENESI DEL CONCETTO

di Massimo D’Andrea

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Si deve partire dallo stato chiamato coscienza di veglia.
Nella coscienza di veglia quotidiana ordinaria, l’uomo si trova con la propria attenzione su due mondi: il mondo esterno a lui, con le sue cose, oggetti, molteplicità statiche e movimenti, le sue leggi, gli altri, ecc. ed il suo mondo interno, con i propri sentimenti, sensazioni, emozioni, istinti, stati d’animo, pensieri, ricordi, ecc. ecc.

L’attenzione è continuamente oscillante su questi due mondi.

Noi partiremo dal momento in cui l’attenzione è volta al mondo interiore: p.e. un sentimento, un pensiero.

Ora osserviamo che l’uomo sta guardando, ascoltando ciò che avviene nella sua interiorità.

E’ da notare che il mondo continua ad esistere, però lui ha soltanto un vago senso di quello che accade fuori di lui.

Deve spostare l’attenzione da dentro a fuori di lui per sapere qualcosa del mondo.

Se non sposta l’attenzione fuori di lui ma, questa, resta volta alla sua interiorità, del mondo esterno lui pur sempre riceverà qualcosa.

Questo qualcosa, che l’uomo riceve dal mondo quando la sua attenzione è volta interamente alla sua interiorità lo chiameremo: percezione.

La percezione è perciò quello che del mondo ricevono i sensi senza nessuna partecipazione da parte dell’uomo.

La caratteristica di ciò che proviene dal mondo esterno all’uomo, quando la sua attenzione è volta all’interiorità, è la non distinzione delle cose; la unicità di quello che gli viene, come un tutto; in breve la non distinzione tra una percezione e l’altra.

Questa caratteristica è molto importante da notare.

Finché la sua attenzione non è volta al mondo, l’uomo del mondo ha soltanto una grande indistinta percezione.

L’uomo esiste nelle sue interiorità, come avvolto da essa.

Poi guarda il mondo. Semplicemente.

Allora il mondo sorge dalla sua molteplicità indistinta e diventa forma, colore, suono: ciò che l’uomo vede e sente e tocca quando la sua attenzione è volta al mondo, dopo essere stata diretta alla sua interiorità

Ciò che sorge davanti all’uomo del mondo, quando la sua attenzione è volta all’esterno di lui, dopo essere stata diretta alla sua interiorità, senza alcuna partecipazione attiva da parte sua lo chiameremo: osservato.

L’attività in questione la chiameremo: osservazione.

L’uomo esiste dentro la sua interiorità e dentro il mondo. Come in un tutto. E’ avviluppato in questo tutto.

Ora attenzione.

Normalmente si passa da questa posizione a un’altra in cui ciò che viene osservato, con la sola attenzione diretta al mondo, viene ulteriormente distinta e si ha la relazione spaziale, le cose si distinguono naturalmente le une dalle altre e si sa cosa sono senza ulteriore movimento.

Da qui normalmente si passa, per saperne di più su ciò che sorge così davanti a noi, alla ricerca dei pensieri attinenti alle cose.

Ma a noi non riguarda perché è un processo senza coscienza dell’autore di esso.

Torniamo al momento dell’osservazione semplice.

L’uomo può da qui, con la stessa semplicità con cui guarda il mondo, portare questa attenzione volontariamente su una cosa sola.

Finché guarda la cosa non avrà altro che una osservazione, diciamo così, specificata.

Lui, l’uomo è niente.

Si osserva però che il resto del mondo, che non rientra in ciò che si osserva, cade nel semplice percepire, ridiventa percezione.

Ora ciò che osserva è ancora un qualcosa di cui non sa nulla.

E’ soltanto l’osservato.

Osservato che è distintissimo da ciò che non lo è.

L’uomo vive ora nel mondo, distinto da esso senza saperlo.

Ora l’uomo può rivolgere l’attenzione che ha posto al mondo, e che ha fatto sorgere l’osservato, alla stessa attività che compie con l’osservazione. Questa attenzione sull’attività dell’osservare lo porta a vedersi come soggetto: come colui che la compie.

L’attenzione sull’osservare lo conduce all’autore di questa: che chiamerà Io.

Con questo atto, con questa attenzione, che volta all’osservazione lo riconduce al suo punto di origine, che l’uomo chiama Io, l’uomo pone come esistente, come essere sé stesso. Pone sé stesso come Entità nel mondo.

Ora può ritornare a guardare fuori e dove dirigerà l’attenzione troverà degli “oggetti”, per il fatto che sono distinti dagli altri. Lui li vede distinti.

Fermando l’attenzione su uno di essi, lui lo vedrà fuori di sé.

Se guarda al proprio osservare troverà sé stesso.

Se guarda ciò che osserva troverà un Altro.

Un Altro non ancora specificato. Solo forma finita tra forme.

Se l’uomo osserva attentamente, si accorgerà che con l’atto di osservazione sull’osservare avrà un dato che è il primo e che è certo, essendo lui l’autore, o l’origine, dell’attività con la quale guarda gli oggetti ed il mondo: sé stesso: Io.

Ora vediamo che l’uomo può osservare il mondo fuori di lui e troverà che può formarsi un’immagine del mondo.

Esatta come il risultato dell’osservazione. Analogamente può cercare di farsi un’immagine di sé ed avrà, siccome l’immagine dell’Io non può avere forme sensibili come l’oggetto esterno, un qualcosa che chiamerà anche Io, ma è solo il risultato dell’attività immaginativa: il concetto di Io.

Il concetto di Io è la prima forma concettuale che qui possiamo sperimentare. Ma avrà anche le caratteristiche dell’oggetto da cui è tratta: l’esistenza: l’essere.

Questa immagine – concetto dell’Io, come essere è la riflessione “immaginativa” dell’Io che è portata a coscienza dalla attività immaginativa.

Questa attività la chiameremo: Pensare.

Dunque abbiamo tre attività o meglio due movimenti attivi e uno passivo: l’osservare, il Pensare ed il percepire.

Se guardiamo meglio il momento in cui l’attenzione viene posta all’osservare, ci possiamo accorgere che è simile, anzi è il Pensare. Il Pensare è ciò con cui guardiamo l’osservare. Questa attività, il Pensare, posto all’osservare ci conduce alla sua origine: l’Io.

Ciò che viene compiuto allora è l’incontro del Pensare con il soggetto dell’osservare. Quando torniamo allo osservare, il Pensare si stacca da esso e porta con sé ciò che ha incontrato: il contenuto del Pensare che poi chiamiamo Io: il concetto di Io.

Mediante il Pensare, quando lo rivolgo all’oggetto osservato, pongo in relazione me stesso e l’oggetto. Il Pensare sull’oggetto pone me stesso come altro e, all’altro, il pensare trova la stessa caratteristica dell’Io: Essere.

Mediante il Pensare pongo l’oggetto come esistente fuori di me.

Ora guardo l’oggetto poi passo ad altri. Vedo altri oggetti.

Posso immaginarli e poi osservare l’immagine. Farò lo stesso processo che volgo alla percezione. Però sono degli enti davanti a me che io pongo con l’immaginare. Essendo Enti io ne colgo sia le differenze sia le caratteristiche comuni. Ciò che di comune trovo tra loro sarà il colore e la forma.

Però posso soffermarmi in questa considerazione a mi accorgerò di altre caratteristiche comuni che il pensare sull’oggetto immaginato mi svela.

Queste caratteristiche comuni che osservo, per esempio la forma quadrata di due quadri, diventa a sua volta oggetto di osservazione.

Posso accorgermi che anche altri oggetti hanno in comune lo stesso oggetto che il mio pensare tiene davanti a me.

Questo oggetto è un concetto.

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Trieste, 3-4-5-6-7-8 agosto 1975

 

PASQUA IN SICILIA

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Il lunedí 2 aprile del 1787, alle tre del pomeriggio, il veliero partito da Napoli quattro giorni prima entrò nel porto di Palermo. Cosí Goethe descrive l’approdo nel suo diario: «Siamo finalmente entrati in porto …e un lieto spettacolo si è subito presentato ai nostri occhi. … A destra il monte Pellegrino, con le sue forme graziose in piena luce, a sinistra la spiaggia adagiata via via con le sue insenature, le sue sporgenze, i suoi promontori. Ma quel che produce l’effetto piú suggestivo è il verde tenero degli alberi, le cui cime, illuminate da dietro, ondeggiano davanti alle case, nell’ombra, come grandi sciami di lucciole vegetali».

Goethe viaggiava col giovane pittore Christoph Heinrich Kniep, incaricato di ritrarre con disegni e schizzi gli scenari e i monumenti piú suggestivi visitati. «Egli è andato a riprodurre uno schizzo preciso del monte Pellegrino, il piú bel promontorio del mondo» scrive il poeta in data 3 aprile.

L’8 aprile, Pasqua, Goethe al suo risveglio annota: «L’esplosione di gioia per la Resurrezione del Signore si è fatta sentire fin dall’alba: i petardi, i tracchi, le bombe, i serpentelli, sparati davanti alla porta delle chiese …fra il suono delle campane e degli organi, le salmodíe delle processioni e i cori dei preti».

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Con il suo amico disegnatore, Goethe rimase a Palermo fino al 18 aprile. Ma l’incantesimo della città non riuscí a spegnere la sua curiosità scientifica e intellettuale, e un certo suo gusto per l’avventura. Visitò col Kniep la villa mitopoietica del principe di Palagonía: «Abbiamo trascorso tutta la giornata di oggi [9 aprile] dietro alle pazzie del principe di Palagonía, ma anche queste stravaganze ci son parse tutt’altra cosa da quel che ci fanno credere i libri o i racconti della gente».

S’improvvisò anche detective per scoprire quanto di vero ci fosse sull’origine palermitana del Conte di Cagliostro, alias – stando alle malevole dicerie correnti in Francia – tale Giuseppe Balsamo, oriundo transfuga della città. S’ingolfò in un ginepraio anagrafico che lo irretí, sviandolo dalla verità del personaggio.

Poi Monreale e la tomba di Santa Rosalia, stupori che non avrebbero aggiunto nulla di eccezionale al suo spirito indagatore dei processi della natura e dell’arte.

Ma il giorno prima di lasciare Palermo, il 17, nell’Orto Botanico, un lampo ispirativo illuminò nella sua mente l’archetipo della pianta originale, la Urpflanze: «Mi sono sforzato di esaminare in che cosa realmente tutte queste varie figure si possano distinguere l’una dall’altra. E le ho trovate piú simili che diverse».

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Ecco quanto Goethe sintetizza, una volta tornato a Roma, della sua esperienza: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto».
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Leonida I. Elliot
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DEL PENSARE SCONOSCIUTO

uomo in naturaRimango sempre un po’ stupito (o stupido) quando vedo sorgere, come i funghi dopo una pioggia, incertezze di tutti i tipi che riguardano la preminente posizione del pensiero anche quando la si raffronti con la restante organizzazione dell’entità umana.

Sarà perché ho fatto le scuole di una volta, in cui anziché cominciare coi cromosomi, davano un principio chiaro e solido: l’immagine generale del mondo conosciuto.

Regno minerale, regno vegetale, regno animale e l’Uomo a coronamento; che si distingueva con un bel salto per la capacità di pensare coscientemente.

Tempi ingenui o maggior chiarezza di visione?

Certo è che quasi tutti i grandi esponenti dell’Arte e della Scienza e direi indipendentemente dalla propria visione del mondo, materialisti o idealisti che fossero, hanno mostrato per il pensiero un rispetto, un entusiasmo o una sacra riverenza, si chiamassero Goethe, Conan Doyle o Rutherford. Ciò faceva parte di un carattere generale.

Il limite dovremmo conoscerlo piuttosto bene: tutti a usare il pensiero, nessuno a considerarlo per sé stesso. Sul versante magico-occultistico-religioso era ed è anche peggio: il pensiero veniva e viene certamente usato ma assai spesso valutato come un nemico dell’esperienza trascendentale e qui il mio Oriente, compreso in superficie, banalizzato, tradotto per cretini, non aiuta.

Situazione curiosa ma non tanto: è connaturata: se uno cammina, guarda il paesaggio o tende al punto d’arrivo, saggiamente non presta attenzione alle gambe che lo portano verso quel posto.

Ciò vale anche nelle attività dove il pensiero regna sovrano, come nella scienza della fisica o della matematica (non accenno ai filosofi che non esistono più). Ho chiesto spesso a matematici e ricercatori qualcosa in merito. Qualcuno mi ha persino confidato di avere l’impressione come di entrare in un altro mondo più reale, più certo…ma se arrischiavo un accenno sul pensiero come un fenomeno in sé, scattava sempre una difesa e coglievo un netto rifiuto dell’anima verso una tale impudente stravaganza.

Un giorno colsi al volo come l’anima del sapiente fisico che mi stava davanti, letteralmente si schivava per non beccarsi lo shrapnel dell’orribile idea che gli lanciavo in quel mondo concettuale in cui si muoveva la sua immagine del cosmo, perfetto come l’insieme che forma l’orologio.

Siccome non sono nato ieri e ho avuto grande interesse per i rapporti comunicativi e culturali, posso dire d’aver trovato, nel tempo, tantissimi disposti a pensare: pensare qualsiasi tema ma mai nessuno che potesse prendere in considerazione il pensare.

Sto dicendo una sciocchezza: in verità ho trovato parecchi affascinati dalle ricerche scientifiche che, guidate e devotamente sostenute dal diavolo, scambiano l’effetto con la causa, così giungendo a pensare che il pensiero sia vibrazione, onda magnetica, reazione elettrochimica e altre cose del genere, ora poi si fotografa la zona del cervello che si attiva in una determinata attività…e il dubbio, se c’era, scompare.

Magari scompare forzatamente anche la ventennale ricerca del MIT che annunciò, fuori da ogni dubbio, che vent’anni di meditazione modificano sensibilmente l’amigdala, ossia tutto il contrario.

In opposizione allo scientismo ruvidamente primitivo, in molti ambienti che si dicono ispirarsi alla Scienza dello Spirito fa da ospite fisso uno spiritello misticheggiante che, sgomitando da destra a sinistra, tende ad imporre la pretesa della primogenitura al sentire e, in casi assai più rari, al volere. Ho letto le impudiche dichiarazioni di un medico antroposofo che si dichiara modestamente border-line con l’antroposofia (se questa è coerenza!) e che deduce la supremazia del sentire per il fatto che questo sta in mezzo al pensare e al volere: è cioè la zona dell’equilibrio. Da questo giudizio discende l’antipatia verso le opere di Scaligero…così “incomprensibile”, cerebrale e ostile all’animo femminile..! Parlo di persona concreta e molto attiva nei gruppi antroposofici (sarebbe interessante vedere cosa dinamizza queste creature). 

Anche in questi casi vige il primitivismo della forza apparente poiché ad uno sguardo infantile la forza delle emozioni e dei risultati volitivi si impongono in chi, forse inconsapevolmente, limita sé stesso nel sensibile.

Ma senza il coraggio di accompagnarsi a Freud che non aveva torto se, nell’osservazione medico-psichiatrica, constatava come la libido fosse la forza più attiva e pervasiva nell’uomo comune. L’occultismo serio avrebbe potuto dargli ragione, vedendo nell’uomo un coacervo di bramosia al 90%: l’uomo comune fatto e strafatto di brama (la “sete” menzionata dal Cristo).

Eppure non occorre essere “iniziati” e nemmeno asceti per riconoscere (osservare) che quelli che di solito chiamiamo sentimento o volontà ci portano dritti dritti nella sensazione corporea: stimolatori delle funzioni corporee per eccitare l’anima, per far godere l’anima di momenti di eccitazione. Così questo circolo (vizioso) si chiude: per questo si assumono droghe: chimiche o “spirituali”. Con la loro assunzione il circuito anima-corpo-anima è soddisfatto ed energizzato. Ciò viene scambiato per “elevazione”. E quando ogni presupposto nasce da ciò, tutto il successivo discorso non può essere che errato, errato appunto dal fondamento. E poiché nessuno vuole o possiede la forza di svellere le proprie radichette, i tentativi di dialogo appaiono impossibili: pure perdite di tempo.

Il pensare è l’unica tra le attività umane che riesca a sottrarsi a tale, semi-animalesca condizione: l’unica attività che ci dia consapevolezza del mondo, di noi stessi e di capire qualcosa delle relazioni che intercorrono tra i fenomeni.

E’ persino possibile produrre una sorta di condizione patologica nella quale i sensi siano intatti e non si possa più pensare. Ripeto che questa è una condizione patologica. Però interessante, radicale. In questo stato si vede ogni cosa, si sente tutto, eccetera, ma non si sa cosa si vede, cosa si sente: non si sa nemmeno che si sta vedendo, udendo…: si vede il colore rosso ma non si sa cosa sia il colore, si percepiscono gli oggetti ma non si sa cosa siano, non si sa nemmeno cosa sia una forma, sebbene gli occhi funzioni alla perfezione: tra un portacenere e un elefante non v’è differenza alcuna.

Insomma, il pensiero, sperimentato nella sua forma più comune, è già qualcosa di immenso: una eccezionalità rara che la natura/struttura umana porta in sé come un dono sacro. So di aver già parlato di questo, ma è, al negativo, una delle condizioni più splendide per comprendere nettissimamente come, senza pensiero, l’uomo sia un nulla. Meno d’un animale, meno di una pianta.

Allora può sorgere un senso adeguato e possiamo dirci che il pensiero è già una realtà possente che, fluendo incessantemente, donandosi illimitatamente (qualcuno lo chiamerebbe Amore, parola che l’uomo ha prostituito) dà realtà al mondo e a noi stessi.

E non è nemmeno “invisibile”!

Mettetevi seduti e guardate un oggetto qualsiasi. Siete sicuri che quell’oggetto sia reale e permanente? Di solito tutti rispondono (precipitosamente) che è proprio così.

Ma per quanto tempo? Non vi siete mai accorti che, se l’attenzione pensante si dirige su altro o su un tema, gli occhi non vedono più l’oggetto? E ciò, per chi non è addestrato, capita di continuo. Voglio solo dire che l’oggetto appare e scompare e, poiché avete fiducia nelle “cose”, formulate un granitico giudizio subconscio di certezza nella stabile realtà delle stesse. Mentre è possibile che l’oggetto sia quello che appare solo perché pensato. Mi sa che dire che una tal cosa esiste anche prima e poi, sia all’incirca un grosso atto di fede.

Oppure, in alternativa, perché non sospettare che la matita o il sasso, percepiti, siano pensieri temporaneamente…visibili!

Nell’esperienza interiore infatti, una tra le situazioni che si possono sperimentare è del tutto rovesciata rispetto all’apparente sostanzialità del mondo sensibile, e chi, troppo precocemente, si vedesse in questa situazione, si annichilirebbe di paura poiché vedrebbe che si sta muovendo nel vuoto o sopra un abisso, sostenuto, come il ragno col suo filo, solo dal pensiero: come un funambolo, lì pensi e, solo per questo fatto, non cadi.

Su un gradino intermedio di esperienza è possibile osservare come la potenza che si esprime in immagini nel sognare, poi si riconfiguri secondo precise leggi acquistando una immagine finale che interrompe ogni movimento: è un precipitato.

La sua forza di fissità è il mondo finito che percepiamo con la coscienza di veglia con, talvolta, qualche dubbio: allora si insinua nell’anima la perniciosa immagine che tormentò Sigismondo: che tutta la vita sia un sogno.

Ho osato dire che matita o sasso potrebbero essere pensieri visibili, allora oso ancora, senza nemmeno usare parole mie ma di un utente di Eco che non ha mai scritto e questo è un vero peccato perché è un gigante e se pur scrivesse con delicata gentilezza schiaccerebbe involontariamente le sciocchezze dei tanti moscerini .

Lasciamogli la parola: “E’ molto semplice: basta prendere l’immagine dell’ago con la quale si fa concentrazione e avere il coraggio di ammettere che è una realtà pari a quella del muro che ci sta di fronte o quella della voce di un amico. Semplicissimo: è reale ed esistente come il muro”.

Giacché lui non è me, posso anche dirlo: una vita intensa e cinquant’anni di discipline di tutti i…colori per dichiarare…l’ovvio? Davvero è ovvio ciò che dice? E molti penseranno: “Così poco e nessuna bancherella di bamboline e manufatti antroposofici…mancano i fatti, manca l’azione e la commozione, manca persino you tube“.

Rispondo indegnamente al suo posto: “Espletate fino in fondo, scrupolosamente, fatiche e doveri che la vita vi ha posto davanti? Date un aiuto a chi ne ha bisogno? Non evitate nulla? Oltre a ciò tentate giornalmente l’azione più difficile e torturante che nemmeno il “divin Marchese” avrebbe escogitato? Avete imparato a strizzare l’anima oltre voi stessi? Se foste davvero sinceri in “pensieri, parole e opere” dovreste dirmi: “E’ impossibile fare di più!”.

Se non lo dite (con la testa gioiosamente illuminata da mille pensieri) vi state burlando di me (niente di grave) e di voi stessi (guai seri!).

Eppure ci si dovrebbe contenere: un pensiero che non abbia uno straccio di coerenza con la percezione dovrebbe essere avvertito come sospetto. Non che il pensiero non possa strutturarsi come qualsiasi altra cosa, ma implica un lavoro poiché pensare e non solo venir pensati dalla psiche e dal corpo è veramente difficile. Sulla indicazione del Dottore, fate un altro esperimento. Iniziate a leggere l’Etica di Spinosa: vi mancherà il terreno sotto i piedi alla seconda o terza riga perché non si è abituati al pensare come attività pura in sé. E’ una esperienza penosa che avverte il lettore come esso sia solo capace di riconoscere le parole. Troverete di persona come sia profondo il solco tra l’articolare parole ed il pensare pensieri. E vedrete pure come il “sapere” non aiuta.

Però in questo modo si può comprendere come l’Opera di Steiner venga letta ma raramente pensata. Era l’unica cosa (di essenziale) che il Dottore chiedeva per le sue opere. E se non viene pensata cade il palco su cui si recita l’antroposofia o si vagheggia persino il suo superamento: in sé non impossibile, ma di sicuro non da un livello in cui essa ancora non c’è, sebbene se ne parli all’infinito. Sì, miei cari, quietamente contesto la Scienza dello Spirito discorsivizzata perché, se fosse reale, sarebbe in contraddizione con sé stessa!

E’ in questo luogo inesistente che avvengono le scaramucce o le battaglie tra correnti e fazioni, di solito a colpi di brani scritti dai Maestri. Questo è il vero teatro delle contrapposizioni, delle dogmatizzazioni, cioè del niente che si oppone al niente: a gloria della consolidata liturgia delle rappresentazioni personali.

Quanto sarebbe invece necessario pensare con rigore pensieri liberi dal nostro mondo soggettivo: radicalmente, fino a consumarne l’impronta sensibile. Chi osa ciò giunge ad accendere, per uomini e spiriti, una luce nei tre mondi.

RESURREZIONE (Una poesia di Fulvio Di Lieto)

alberi

(Alberi – Marina Sagramora)

Resurrezione
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L’ipertrofia di vita è un fuoco verde
che sale dalla terra e accende il nespolo
di fiamme acute nelle nuove foglie,
e zagare candiscono il melangolo
e preparano incensi con cui giovani
sibille scandiranno vaticíni
interpretando il corso delle nuvole
e i flussi delle acque riemergenti
da polle imprigionate nella neve.
Tutto risorge, tutto si divincola
da terrestri catene, e cerca liberi
spazi di cielo in cui saggiare ali
e vuoti d’aria, e noi, materia effimera,
nella brama di esistere, provare
l’ignota ebbrezza dell’eternità.
.
Fulvio Di Lieto

PENSIERI DI PASQUA (da una conferenza di Rudolf Steiner)

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(Seconda parte di una conferenza tenuta a Dornach il 27 marzo 1921)

La conoscenza spirituale deve trovare nel pensiero della resurrezione il primo, fondamentale, punto d’appoggio, riconoscendo come anche nell’uomo, l’elemento spirituale eterno non viene intaccato da ciò che è fisico-corporeo: deve vedere nel motto paolino: “Se Cristo non è risorto, la vostra fede è vana”, una conferma di ciò che costituisce la vera essenza del Cristo, conferma che peraltro va conquistata in altro modo, in modo più cosciente, nell’epoca moderna.

E’ questo il modo in cui dobbiamo oggi nuovamente ricordare il pensiero di Pasqua: il tempo pasquale deve diventare per noi una festa interiore, una festa in cui celebriamo, per noi stessi, la vittoria dello spirito sopra la corporeità.

Poiché non vogliamo essere antistorici, dobbiamo porci davanti agli occhi l’Uomo del dolore: ma sopra la croce ci deve apparire il trionfatore, signore della nascita come della morte e che solo può innalzare i nostri sguardi agli eterni campi della vita spirituale. Solo così potremo avvicinarci nuovamente alla vera entità del Cristo. L’umanità occidentale ha abbassato il Cristo al proprio livello: come bambinello e come uomo del quale vengono sentiti il dolore e l’annientamento.

Sei secoli prima del mistero del Golgota risuonarono dalla bocca del Buddha le parole: “La morte è un male”. Altrettanti secoli dopo il mistero del Golgota, fa la sua apparizione l’immagine del Crocifisso. Si guardò alla morte, non come ad un male, ma come a cosa in realtà inesistente. Ma questo sentimento, derivato ancora da una sapienza orientale più profonda del buddismo, questo sentimento soggiacque all’altro, che scaturisce dalla continua visione dell’uomo Gesù oppresso dal dolore.

Noi dobbiamo risalire, con tutta la forza del pensiero e del sentimento, i destini delle concezioni che si sono susseguite nei secoli, intorno al mistero del Golgota. Perché è necessario ritornare ad una comprensione schietta e completa del mistero del Golgota. Va considerato che persino nell’antichità ebraica Jahve non veniva concepito come giudice universale, nel senso giuridico della parola.

La più alta rappresentazione drammatica del sentimento religioso dell’antichità ebraica, il libro di Giobbe, che descrive le sofferenze di Giobbe, esclude il sentimento di una giustizia esteriore. Giobbe è l’uomo paziente, che considera come destino ciò che gli viene inflitto dal mondo esterno. Solo gradualmente il concetto della ricompensa o del castigo, in senso giuridico, si fa strada anche nella concezione dell’universo. Ma, in un certo senso, quello che ci si presenta nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina è come un ritorno al principio di Jahve.

Noi abbisogniamo invece del Cristo che, cercato nel nostro intimo, ci appare tosto. Del Cristo che compenetra la nostra volontà, infiammandola e donandole il vigore occorrente per quelle azioni che l’evoluzione dell’umanità esige da noi. Non il Cristo come dolorante ci occorre, ma quello che aleggia al di sopra della croce, dominando dall’alto ciò che sulla croce perisce.

A noi occorre la profonda consapevolezza della eternità dello spirito, consapevolezza che non è possibile conquistare mediante la sola contemplazione del Crocifisso. E se osservate come l’immagine del Crocifisso sia stata gradualmente sempre più trasformata in quella dell’uomo sofferente e dolorante, potrete rendervi conto della forza che è venuta che è venuta acquistando proprio questa corrente di sentimento, per la quale lo sguardo dell’umanità è stato distolto da ciò che è veramente spirituale per rivolgersi a ciò che è fisico-terrestre.

Quest’ultimo elemento fu talora espresso in modo grandioso: ma uomini che, come ad esempio Goethe, riconoscevano la necessità che la nostra civiltà ritrovi il contatto con lo spirito, non si sentirono mai di seguire quella tendenza. E Goethe espresse più volte il pensiero che il Salvatore crocifisso non porta ad espressione ciò che egli, Goethe, sentiva come essenziale nel cristianesimo: l’innalzamento dell’uomo allo spirituale.

E’ necessario che si trasformino, tanto l’atmosfera del Venerdì Santo, quanto quella della Pasqua. Nella prima, la contemplazione di Gesù che si avvicina alla propria fine che quello non è che l’ altro aspetto del nascere. Non è completa la visione di chi, nel nascere, non scorge anche il morire. Una adeguata preparazione alla vera e propria scaturirà da un sentimento che riconosce nella tristezza del Venerdì Santo solo il polo opposto dell’esperienza del bambino che entra nell’esistenza attraverso la nascita. L’essenza dello stato d’animo pasquale non può esprimersi che nella consapevolezza che solo l’involucro umano viene generato, mentre l’uomo vero e proprio non nasce ed è immortale.

L’uomo vero e proprio deve entrare in contatto col Cristo, con quel Cristo che non può morire e che, quando contempla dall’alto il Crocifisso, vede qualcosa di diverso da se stesso. Occorre sentire l’importanza di quello che è avvenuto per il fatto che, dopo la fine del primo secolo, la concezione dello spirito è andata gradualmente perduta per la civiltà occidentale. E quando un numero sufficientemente grande di uomini sentirà che lo spirito deve risorgere in seno alla civiltà moderna, allora quello sarà il vero pensiero cosmico di Pasqua.

Esteriormente, questo fatto si potrà esprimere così: l’uomo non vorrà indagare soltanto le leggi naturali o quelle storiche che incombono su di lui, ma sentirà il desiderio di conoscere la propria volontà, la propria libertà: l’intima natura della volontà stessa, che conduce l’uomo oltre la morte, ma che deve essere considerata spiritualmente per poter essere riconosciuta nel suo vero aspetto.

Come può l’uomo acquistare la forza per innalzarsi al pensiero della Pentecoste, della discesa dello Spirito, dopo il decreto dell’ottavo concilio ecumenico di Costantinopoli, che dogmaticamente fece del pensiero di Pentecoste una mera frase? Come si può trovare la forza per questo pensiero di Pentecoste se non si riesce a concepire il vero pensiero di Pasqua, quello della resurrezione dello spirito? L’uomo non deve lasciarsi offuscare dall’immagine del Salvatore morente, compenetrato di dolore, ma imparare a riconoscere il dolore come necessariamente connesso con l’esistenza materiale.

Questo era un principio fondamentale dell’antica saggezza, fondata su basi di conoscenza istintiva, e questa conoscenza noi dobbiamo riconquistare oggi coscientemente. Ma questo, che l’origine del dolore sta nella connessione con la materia, era un principio fondamentale. Naturalmente sarebbe assurdo credere che il Cristo non abbia sofferto dolore per il fatto che passò per la morte come essere divino-spirituale: sarebbe in pensare irreale se si considerasse il dolore del Cristo come un dolore apparente. Quel dolore  va considerato come eminentemente reale. Ma non dobbiamo attribuirgli un significato opposto a quello che in realtà gli è proprio. Occorre riconquistarci uno sguardo d’insieme del mistero del Golgota, sullo sfondo della intera evoluzione dell’umanità.

Quando gli antichi discepoli dei misteri, nel corso della loro iniziazione, dopo i diversi gradini preparatori, si erano conquistati certe conoscenze che venivano loro presentate drammaticamente in immagini, da ultimo si trovavano dinnanzi l’immagine del più libero fra gli uomini: l’immagine del Chrestòs, dell’uomo tutto sofferente entro il proprio corpo fisico, e lo scorgevano avvolto in un manto di porpora e con la corona di spine in capo. E dalla contemplazione di questo Chrestòs doveva scaturire quella forza che rende l’uomo veramente umano. E le stille di sangue che si mostravano al veggente, all’iniziando, in diversi punti dell’immagine del Chrestòs, dovevano servire ad eliminare l’impotenza e la debolezza umane, a far prorompere lo spirito trionfante dall’interiorità dell’uomo.

La contemplazione del dolore doveva significare la resurrezione dell’essere spirituale. Doveva presentarsi all’uomo in tutta la sua profondità ciò che così si può esprimere: “Potrai essere  debitore di non poche esperienze al piacere goduto, ma se ti sei conquistato la conoscenza delle leggi spirituali, lo devi al tuo soffrire, al dolore provato. Lo devi al fatto di non esserti lasciato sommergere nella sofferenza e nel dolore, per aver trovato la forza di sollevarti al di sopra di essi”.

Perciò negli antichi misteri l’immagine del Chrestòs sofferente era seguita da quella del Cristo trionfante, che dall’alto guardava al Chrestòs sofferente come a cosa superata. Ora deve venir ritrovata la possibilità di avere davanti all’anima e nell’anima e soprattutto nella volontà, il Cristo  spirituale trionfante. Ecco ciò che dobbiamo tenere presente nel momento attuale e soprattutto in vista di quanto vogliamo operare per un sano avvenire dell’umanità.

Ma non sapremo mai concepire questo vero pensiero di Pasqua se non riconosceremo che, per parlare adeguatamente del Cristo, occorre  rivolgere lo sguardo da ciò che è soltanto terreno, al cosmo intero, a quel cosmo che il pensiero moderno ha reso cadavere. Noi oggi osserviamo le stelle e ne calcoliamo il corso, cioè calcoliamo fenomeni del cadavere del mondo: non vediamo la vita e le intenzioni dello spirito cosmico, operanti nelle stelle e nel loro corso. Il Cristo è disceso fra gli uomini per congiungere le anime umane con questo spirito cosmico: un vero annunciatore del vangelo di Cristo è solo chi riconosce che ciò che ci appare nel sole fisico è l’espressione esteriore per lo spirito del nostro mondo, per lo spirito che risorge.

La reciproca appartenenza di questo spirito cosmico e del sole deve ridiventare vivente, e devono ridiventare viventi i rapporti tra sole e luna che, all’inizio della primavera, determinano la data della Pasqua. Dobbiamo saperci richiamare a quei rapporti mediante i quali il cosmo stesso determinò, per l’evoluzione della terra, la festa di Pasqua. Dobbiamo sapere che furono i più vigili spiriti protettori del cosmo a segnare, mediante l’orologio cosmico, le cui sfere sono il sole e la luna, l’ora grande e solenne dell’evoluzione universale e umana, in cui va posta la Resurrezione.

Come impariamo a conoscere per le nostre faccende fisiche il corso delle sfere dell’orologio, così dobbiamo dallo spirituale a sentire il corso del sole e della luna, sfere dell’orologio cosmico. Ciò che è fisico e terreno va ricondotto allo spirituale, al soprasensibile. Il pensiero di Pasqua non consente altra interpretazione che quella che parte dal sovrasensibile, poiché col mistero del Golgota, in quanto mistero della Resurrezione, si è compiuto qualcosa che si differenzia in tutto dalle altre vicende umane.

La terra aveva accolto in sé le forze del cosmo ed era divenuta tale da far scaturire da sé le forze della volontà umana. Ma quando si compì il mistero del Golgota, penetrò entro il flusso degli eventi terrestri un fiotto nuovo di volontà: sulla terra avvenne qualcosa che è evento cosmico, per il quale la terra non è che la scena. E l’uomo fu nuovamente unito col cosmo.

Questo è ciò che deve essere compreso, e solo questa comprensione ci apre il pensiero di Pasqua in tutta la sua portata. Perciò davanti alla nostra anima non deve sorgere soltanto l’immagine del Crocifisso, anche se l’arte ha cerato in questa immagine le opere più eccelse. Deve sorgere nell’anima il pensiero: “Colui che cercate, non è qui”. E, al di sopra della croce, deve apparirvi colui che ora parla a voi dallo spirito, per lo spirito, risvegliando lo spirito.

Questo è il pensiero di Pasqua che deve farsi strada nell’evoluzione dell’umanità, al quale devono innalzarsi il cuore e l’intelligenza degli uomini. Da noi, al tempo nostro, non viene richiesto soltanto che ci si approfondisca nell’osservazione e nello studio di ciò che è stato creato. Dobbiamo diventare noi stessi creatori del nuovo. E fosse anche la croce, con tutta la bellezza che essa ha ispirato agli artisti, non dobbiamo fermarci davanti ad essa. Dobbiamo ascoltare le parole degli esseri spirituali, i quali anche se cerchiamo nei dolori e nella morte, ci annunciano: “Colui che voi cercate, non è più qui!”.

E quindi dobbiamo cercare colui che invece è sempre qui. Dobbiamo, a Pasqua, saperci rivolgere allo spirito, che solo può venirci offerto dall’immagine della resurrezione. Potremo così procedere nel modo giusto dall’atmosfera dolorosa del Venerdì Santo allo stato d’animo spirituale proprio della Pasqua. Solo così diverremo capaci di trovare nella Pasqua le forze di cui abbisogna la nostra volontà, per poter agire per l’ascesa dell’umanità contro le forze che ne vogliono la rovina. Noi abbiamo bisogno di questo aiuto spirituale e nel momento in cui ci si schiude ad una giusta comprensione del pensiero di Pasqua, sarà questo pensiero a ridestare in noi le forze che ci sono necessarie per lo sviluppo futuro dell’umanità.