L'ESSERE ANGELICO

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L’essere angelico che attendiamo

Viene quando si è pronti

Meritarlo significa amarsi per amare

L’essere angelico che attendiamo

Muta continuamente forma

Quando si crede preso

L’abbiamo già perso

L’essere angelico che attendiamo

Ci invia continuamente segnali

Avvisi mai colti

Perché troppo pieni di noi e troppo vuoti d’amore!

L’essere angelico che attendiamo

È una ricerca continua d’amore

Cercata però su falsi piani

Lontani dalla vera sede … il Cuore

E per questo continuamente perso

*

BARTOLO MADARO

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER (4° parte)

Mas

Il poterci unire a Lui quando siamo arrivati giù, e poter essere il suo custode, ci fa comprendere il rapporto in cui, come veste dell’uomo terrestre, il corpo eterico-fisico sta con ciò che lo pervade quale forza superiore dell’Io e dell’astrale. Nasce nel corpo fisico come una realtà, una specie di forza che lo rende capace in certo modo di separarsi dall’essere animico: tuttavia, resta unito, non cede, perché nell’epoca attuale l’esercizio occulto non deve andare tanto oltre da danneggiare il corpo: v’è in effetto una forza nella formazione occulta, che conduce sino alla possibilità  che l’eterico e il fisico coltivino forze interiori distruttive.

L’incontro con il Guardiano non è verificabile senza la possibilità di avvertire il pericolo di inoculare forze distruttive nell’eterico-fisico. Il rimedio è coltivare devozione, amore per gli altri, interesse per il mondo. Inoltre praticare i noti cinque esercizi. Dallo sperimentare interiore soltanto si comprende il rapporto degli involucri esteriori con l’essere spirituale dell’uomo, quando si sente l’entità esteriore come custode di quella interiore.

Si protende lo sguardo di là dal Guardiano fin giù nel mondo fisico. L’uomo guarda giù nel mondo fisico e vede l’immagine di se stesso come uomo. Egli osserva in sé il corpo astrale, ma questo che si palesa ora come una immagine riflessa, è diretto verso il basso, non vuole sviluppare le forze per affluire al mondo spirituale: rimane aderente al fisico, non si eleva. Il discepolo vede anche l’immagine riflessa dell’altro essere, il cui corpo astrale fluisce verso l’alto: ha il senso che questo scorra entro il mondo spirituale. Si dice: “Tu stai di nuovo laggiù; al posto dell’altro essere sta un uomo davvero differente laggiù: è un uomo migliore di te, il suo astrale tende verso l’alto, sale come il fumo: il tuo corpo astrale tende in basso verso la Terra”.

L’uomo acquisisce un senso dell’Io che vive in lui, mentre guarda quaggiù e riceve la terribile impressione: “In te spunta una tremenda risoluzione: uccidere l’altro che senti migliore di te”. L’uomo sa che questa decisione non proviene completamente dall’Io, perché esso è lassù. E’ un altro essere che parla quaggiù in lui, ma questo istiga alla risoluzione di uccidere l’altro. Egli sente di nuovo la voce, che prima ha dato l’ispirazione, ma ora come una tremenda voce: “Dov’è tuo fratello?” e da questo Io si sprigiona la voce opposta a quella di prima.

Prima l’ispirazione era: “Per esserti unito con le potenze benefiche dell’altro, tu ti riverserai con queste all’ingiù e farò di te il custode dell’Altro”. Ora da questo essere che l’uomo riconosce come Sé stesso si sprigionano queste parole: “Non voglio essere il custode di mio fratello”. Da prima la decisione di uccidere l’altro, poi la protesta contro la voce che era ispiratrice. “Dal momento che hai voluto unire il tuo gelo a quel calore, ti nomino custode dell’Altro”. “Non voglio essere il custode” è la protesta.

Quando si è avuta questa esperienza immaginativa, si sa che, invertite, le qualità più nobili del mondo spirituale possono divenire le più malefiche nel mondo fisico. Il discepolo deve essere preparato a un simile pericolo: che istinti molto bassi si manifestino in lui come segno della sua spiritualità che chiede di essere svincolata dall’essere sensibile. Nel fondo dell’anima, per l’inversione della più nobile volontà di sacrificio, può nascere il desiderio di uccidere il proprio fratello.

Si sperimenta gradatamente come questo uomo terrestre, così come è situato sulla Terra, sia il rovescio di ciò che era in origine.

La conoscenza antica si è dovuta smorzare, così come gli istinti e le forze inferiori, perché l’orrore originario in cui domina Arimane diminuisse e venisse indebolita la sua forza. L’insieme di queste forze si è dovuto attutire perché esse dominassero sull’uomo soltanto in modo che con i suoi concetti e le sue idee egli potesse trasferirsi negli altri esseri. Quando si cerca di far penetrare un concetto in un altro essere, quando si cerca di immergere una rappresentazione nell’essere di un’altra persona, tale rappresentazione è l’arma – ora spuntata – con cui Caino trafisse Abele.

E che quest’arma sia stata smussata rese possibile che ciò che ad un tratto è stato cambiato nel proprio contrapposto, si trasformasse in evoluzione. Così l’uomo in lenta evoluzione, lungo un crescente processo di conoscenza, può evolvere ciò che egli non ha potuto esplicare nel mondo fisico perché in questo è divenuto istinto di distruzione, e lo evolve a poco a poco, prima nella conoscenza “oggettiva” – che è l’attuale – poi nella conoscenza “immaginativa”, che già penetra nell’essere dell’altro, nella conoscenza ispirativa che penetra ancor più profondamente, nella intuitiva che penetra sino alla identità con l’altro (in cui la cainità è  estinta).

Si comprende così gradualmente cos’è effettivamente l’Io. Il corpo astrale, considerato nella sua natura più intima, è il grande Egoista: l’Io non vuole soltanto sé, ma sé anche nell’altro, vuole anche passare dentro l’altro. La conoscenza, come viene conseguita sulla Terra, è questa brama smorzata di penetrare nell’altro: (man mano che si spiritualizza perde il carattere cainico), (e, per converso, la “decainizzazione” della conoscenza significa la sua ascesa). Si tratta di un’ascesa dell’egoismo oltre se stesso.

Dal momento in cui, procedendo nell’esperienza interiore, l’Io continua ad avere per noi maggior valore che gli altri, nasce l’errore: è posto il germe della magia nera, quando non si accompagni lo sviluppo interiore con l’apprezzare gli interessi degli altri più dei propri. L’uomo non sperimenta veramente il suo corpo astrale: ciò che egli sperimenta è l’astrale, quale viene riflesso dall’eterico. E l’Io non è il vero Io, ma ciò che di esso si riflette nel fisico.

Perciò se egli sviluppa l’astrale e l’Io prima di aver conseguito un’attività interiore – pensiero libero dai sensi – indipendente dall’eterico-fisico, può nascere in lui l’istinto a nuocere, a ignorare gli altri. La forza dell’egoismo deve essere estesa agli altri, ossia agli interessi generali del mondo. L’ideale deve essere poterci immergere nell’altro, proponendoci di non cercare in lui noi stessi con i nostri interessi, bensì di trovare che l’altro Essere è più importante di quello che noi stessi siamo. Esso è il vero Io, cercato oltre l’Io riflesso; tale la chiave della via R+C. Il nostro vero Io è quello dell’altro.

Deve avvenire che i nostri propri affetti, i nostri istinti, desideri, velleità, passioni, non possano più scaldarci o darci motivo di vita, ma che, familiarizzandoci col corpo astrale, ci si familiarizzi col gelido isolamento e con questo stimolo ci si apra a un calore più vero, cioè all’interesse caldo che scorre dagli altri e che vuole riunirsi alle forze benefiche che emanano dall’altro Essere. Non si può salire in alto se non si vuol guardare in basso questo duale quadro di Caino e Abele (se stessi e il rappresentante dell’Io superiore), ma anche l’intermediario fra sé e le Gerarchie. Ciò che si può chiamare l’errore di Lucifero consiste soltanto nel fatto che qualcosa che era adatto per l’uomo della Luna, e cioè di compenetrarsi di egoità, è stato da lui inserito sulla Terra. Sul piano terrestre, o sensibile, l’ego è il responsabile dell’egoismo.

La forza dell’ego deve essere realizzata fuori dal sensibile, perché operi positivamente. Nel sensibile l’ego opera sempre distruttivamente. Perciò il discepolo segue la via del “pensiero libero dai sensi”.

I desideri, (non quelli che provengono dalla vita interiore, che sono luciferici), ciò che attira dal di fuori, ciò che attira verso esseri e cose, di guisa che per interesse personale si segue tale attrazione, tutto ciò dunque che seduce dall’esteriore al godimento, gli uomini imparano a conoscerlo come impressione di Arimane. Si impara altresì a riconoscere come impressione arimanica tutto ciò che incute paura dal di fuori. Due poli corrispettivi sono godimento e paura. Ciò che i materialisti negano, ossia la presenza immanente dello spirito dovunque essi vedono materia, produce la paura: e quando i materialisti che la paura si avvicina dai substrati della loro anima, dall’astrale, allora essi si stordiscono, escogitano nuove teorie materialistiche.

Solo quando si giunge a vedere o a concepire Arimane, ci si può difendere da esso: allora si vede che egli ci sta spiando dalle seduzioni del piacere, dalle impressioni della paura. Ovunque l’uomo sogna vi sia materia, epperò forma esteriore, in realtà fa sorgere Arimane. E’ il più grande inganno è la teoria materialistica della fisica, cioè degli atomi materiali, perché questi in realtà non sono che le forze di Arimane. La paura andrà sempre più assediando l’uomo, o il gelido egoismo o il degradante piacere, finché egli non riconosca se stesso come un Io indipendente e nella indipendenza di tutti gli altri Io.

Con la comparsa del Cristo in corpo fisico è stato provveduto perché l’uomo potesse fortificarsi, accogliendo l’impulso Cristo, contro la necessaria influenza esercitata da Arimane.

Nella purificazione di Caino e nel suo ricongiungersi per amore con Abele v’è il segreto della calma e della sicurezza, del sicuro riposo: nell’essere umano l’astrale inferiore deve poter effondersi tranquillo nella sede peculiare della volontà fluente verso il mondo esteriore.

L’Io dell’uomo, quanto più evolve, tanto più tende ad effondersi. Qualsiasi entità si intenda conoscere richiede che in essa si immerga la nostra coscienza dell’Io. Questo è l’impulso sano dell’Io a “uscire” e a diffondersi, a trasferirsi nell’altro, e a far vivere oltre in quell’essere ciò che prima ha vissuto soltanto in sé (nel sé). Questa tendenza ad allontanare da sé la propria coscienza (riflessa, che dà lo stato di veglia), si palesa in un gradino più basso nel sonno. In effetto l’astrale e l’Io, offrono all’iniziato l’immagine di un sole circondato dai suoi pianeti che si moltiplica e si diffonde verso altre entità. L’uomo per mezzo di ciò che dalle riproduzioni del suo Io gli viene riflesso di queste altre entità riconosce la loro natura.

Nella loro forma esteriore, gli animali, come esseri singoli, le piante meno di essi e ancor meno i minerali, sono immaginazioni di Arimane.

Venendo coscientemente dominate e smorzate le impressioni esteriori dei sensi, viene a trasformarsi quell’anima cosciente che appunto si forma per mezzo di esse. L’anima cosciente viene purificata, affinata, tratta verso il suo interno: può invertire il suo movimento: si trasforma in coscienza immaginativa: che è la sua vera formazione. Tale formazione è contraddetta dall’accentuazione del senso dell’Io contingente nella civiltà moderna, persino nel campo del pensiero, in cui di solito si tiene ad avere il proprio pensiero, il proprio punto di vista: mentre i pensieri non ci appartengono e l’anima cosciente appartiene a quell’Io che tende ad effondersi nell’Infinito e che ovunque si riconosce nell’altro.

Chi coltiva i cinque esercizi e le precedenti immaginazioni coopera con le Gerarchie. E chi sappia abbracciare questa idea in tutta la sua grandezza, con dedizione, sente che presso ad ogni pericolo, lotta, terrore, egli è collegato con la trasformazione del Cosmo e muove incontro alla beatitudine del mondo spirituale. L’iniziato è forte del pensiero che rimuove ogni terrore, del pensiero che è entusiasmo e coraggio: il pensiero della cooperazione con gli Dei. E pensare ciò è già tale cooperazione.

(continua)

L’AMOR CORTESE (di R. Arcon)

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L’amore è un dono. È il dono di sé ad un altro essere che diventa piú importante di noi stessi. Donare significa però avere qualcosa da donare: non dona nulla chi non ha nulla. Donare se stessi significa essere se stessi, ed essere se stessi significa conoscersi ed accettarsi. “Conosci te stesso”, era scritto sul tempio di Apollo a Delfi. Il segreto del donare se stessi è racchiuso in questa frase: soltanto chi conosce se stesso può “essere” e quindi donare. Conoscere se stessi vuol dire vedersi da fuori, come fossimo un osservatore esterno: senza illusioni ma anche senza mortificazioni, umiliazioni e pregiudizi. Chi non si ama non può amare. Amare se stessi è l’opposto dell’egoismo, perché è conoscenza. Conoscere vuol dire pensare, chi pensa non ricorda se stesso nell’atto del pensare: il pensiero è dunque la piú immediata ed inavvertita forma di amore, amore che si dà all’oggetto della conoscenza mediante un atto cosciente di sé. Occorre intensificare la propria coscienza per conoscere ed essere e quindi per donare, dunque amare.

L’amore non nasce come un sentimento. L’amore nasce come un’osservazione, pura conoscenza. Dante non canta Beatrice iniziando con un sentimento, non dice «Amo Beatrice…» ma comincia il suo sonetto col dire: «Tanto gentile e tanto onesta pare  la donna mia quand’ella altrui saluta….» Dante vede Beatrice ed osserva il suo portamento, quanto di limpido traspare dai gesti, dalle parole. Nota l’ammirazione degli altri (il Vero Amore non conosce gelosia! Nessuno mai potrà privarci dell’essere veramente amato) e allora, alla fine, sorge in lui il sentimento: «Che dà per gli occhi una dolcezza al core che intender non la può chi non la prova». Il sentire che nasce da questo processo lucidamente vissuto è indicibile, è troppo grande per essere cantato, perché quella Dolcezza è la Vita che risorge nella zona del cuore. I tre versi successivi rappresentano il miracolo dell’Incontro. Dante percepisce lo Spirito, l’Essere vero dell’altro, di Beatrice, che è l’Essere dell’Amore. «E par che dalla sua labbia [viso] si muova uno spirto soave e pien d’amore che va dicendo all’anima: sospira». Incontrare l’altro al di là del suo apparire è un invito all’abbandono di sé: il sospiro rappresenta fisicamente proprio un lasciare la presa, quel continuo ed ossessivo afferrare il mondo per affermare la propria personalità. Tutto ciò avviene in ogni incontro, in ogni innamoramento. Se fossimo capaci di mantenere vivo quel momento, allora nulla potrebbe privarci dell’amore: nemmeno la persona amata. Beatrice toglie il saluto a Dante ma poi l’aspetta in Paradiso.

Il vero tradimento è la dimenticanza. È dimenticare l’attimo nel quale è sorto l’amore, come una folgore. Resta soltanto un tuono lontano che si disperde nell’aria e noi ci ritroviamo soli, abbiamo perduto il Sommo Bene e ce ne lamentiamo dolenti: abbiamo ragione di farlo.

Eppure esiste un modo per non perdere l’attimo e proprio Dante, in quella canzone, ce lo insegna. Si può ripercorrere il momento dell’innamoramento, si può volere, pensiero dopo pensiero, quanto abbiamo osservato nell’essere amato, quanto s’è trasformato, come per un miracolo, in amore. La canzone di Dante ci mostra proprio questo: il poeta ripercorre in breve tutto ciò che forma il contenuto dell’incontro. Alla fine gli viene restituito l’attimo della dolcezza.

La dolcezza è Luce. L’essere amato risorge nel nostro cuore come Luce, come Figura di Luce imperitura: per quanta durezza il mondo geloso della luce possa gettarci addosso nel tentativo di distrarci, di farci perdere ciò che è piú forte di lui. L’antico serpente rinnova la sua tentazione, ma quando i due si incontrano nella rispettiva luce ne viene incantato e non può piú nulla.

Allora fioriscono le rose, il giardino si ammanta di fiori e le stelle cantano. Allora ciò che è unito sulla Terra si unisce in Cielo, poiché l’uomo che ama veramente viene accolto dai Cieli. Le Vere Nozze non sono una cerimonia ma uno stato, un essere inesprimibile che perennemente si rinnova: per volere di coloro che amano. Tentare una simile prova è la ragione della vita di coloro che sentono sorgere in sé l’amore. Occorre farlo giorno dopo giorno, con calma lucidità, con la stessa oggettività che abbiamo osservato in quei gesti, in quelle parole, in quel portamento e nel cogliere attraverso questi la limpidezza di un’anima, la sua onestà e la sua modestia. Che è quanto ha fatto sorgere in noi l’amore.

Il sesso non è che un gesto. Prima viene la donazione, poi il sesso, che sarebbe soltanto una funzione animale se mancasse del moto iniziale di donazione di sé. Ma la donazione di sé non è il sesso: è la Luce ritrovata. Il sesso non è il Male: è naturale. Diventa male quando dimentica l’attimo del donarsi, quando il piacere ci travolge facendoci perdere l’essere amato: anche il piacere va donato. Il piacere è sempre un trattenere, un conservare egoisticamente la sensazione corporea di sé, questa deve necessariamente esserci, ma il segreto è non restarne vittime, non esserne incantati al punto da cercarlo per sentirci e dunque dimenticare l’altro. Quando il destino impedisce qualsiasi forma di incontro che sia piú coinvolgente di un semplice abbraccio, questo deve bastare perché c’è già tutto.

Nell’abbraccio che proviene dall’anima, e non dal corpo, c’è completa la donazione di sé sino all’apparire fisico e ci si sente tutt’uno con l’altro, lucidamente e senza lo stordimento di un piacere nel quale l’altro viene dimenticato.

La Fedeltà è il riconnettersi al momento sorgivo dell’amore secondo un ri-cordo (cuore) che non sia memoria ordinaria ma un ritrovare la via del cuore, la sorgente viva, cosí che ogni volta è innamorarsi di nuovo, rinnovare l’incontro. Che questa fedeltà divenga anche fedeltà all’impegno preso non è dato da una costrizione che ci si sia imposti ma da un muoversi secondo libertà: la decisione immancabile presa ad ogni istante, perché è il senso di tutto il nostro amare.

Allorché avvenga che il destino ci separi dall’essere amato, il ritrovare in noi l’attimo dell’incontro significa superare ogni avversità, ogni distanza. Quando veramente si sia giunti ad amare non c’è separazione. Questa diventa soltanto forma apparente perché si estende nel tempo, trascorso il quale, sino ai suoi limiti, si è uniti di nuovo.

 

Renzo Arcon

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(Immagine: «Dell’amor cortese» miniatura del XIV secolo, Staatsbibliotek Bamberg)

per gentile concessione de www.larchetipo.com/2002/mar02/etica.htm

Sotto i Monitor

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Visto che, di recente, si è fatto un gran parlare di web, computer et simili anche in campo antroposofico, ho pensato di scrivere qualche articolo per conoscere un po’ meglio questo strano universo. Perlomeno per evitare che si inizi col dichiararlo “il regno di Arimane” per poi arrivare tranquillamente ad abusarne. Alla fine la conoscenza aiuta il pensiero.

Premetto che non voglio entrare troppo nel tecnico e che semplificherò assai le cose. Mi perdonino gli utenti esperti.

Per iniziare vi proporrei di semplificarci un pochino la vita: siamo oramai abituati ad avere windows, facebook, google, ecc. che diamo tutto per scontato. Proviamo invece ad immaginare un computer molto semplice e spartano. Con un sistema operativo minimale.
Ok, ci siamo, lo accendiamo e ci appare uno schermo nero con una scritta che varierà a seconda del tipo di pc ma che dovrebbe assomigliare a questa
C:
Orribile! E dov’è windows bello colorato? Beh fingiamo di doverlo creare noi… Perlomeno accontentiamoci di rendere il nostro computer immaginario un pochino più piacevole. Vogliamo che ci accolga con una scritta allegra.  Dovremmo perciò insegnarglielo parlando la sua lingua. Scrivendo un programma.
{ printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
return0; }
Ok, lo schermo sarà sempre nero ma ora il nostro computer ci accoglierà con un bellissimo: Benvenuto nel computer di Isidoro, che perlomeno, dato il personaggio, ci rassicura.
Ora però facciamo un ulteriore passaggio e aggiungiamo un altro pezzo al nostro programma:
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
printf(“%dn” c);
return0;
}

Ora, all’avvio, il nostro pc scriverà la nostra frase e calcolerà il risultato di 5 x 25 scrivendo pure quello:
Benvenuto nel computer di Isidoro
125
Potrebbe essere l’eta del nostro Isidoro, che dite? La cosa interessante avviene però se io elimino l’istruzione del programma che fa stampare il risultato.
{
printf(“Benvenuto nel computer di Isidoron”);
int a, b, c;
a=5;
b=25;
c=a*b;
return0;
}
Il risultato sarà che avremo la stessa scritta. Come nel primo esempio. Però il computer continuerà a calcolare il risultato di 5 x 25 ed a conoscerlo con la sola differenza, rispetto al caso precedente, che noi non vedremo nulla.

Quindi ragionamoci su: con un sistema semplicissimo ed una frasetta già è possibile capire che la macchina può fare un calcolo a nostra insaputa. Pensiamo alla quantità pressoché infinita di calcoli ed operazioni che noi non vediamo in un sistema complesso come windows. E pensiamo a questo blog, oppure a facebook ove addirittura ci sono più computer collegati l’uno all’altro.

Le possibilità sono infinite, oltre a tutti i processi invisibili necessari per la “vita” del sistema ve ne potrebbero essere altri introdotti ad arte (i famosi virus informatici ad esempio). Il processo non è molto dissimile da quello del corpo umano… Tutto succede, tutto si muove, tutto vive. Ma all’esterno non si vede nulla.

A questo punto dovrei tirare qualche conclusione. Ma non lo faccio, lascio ognuno a pensare per conto suo. A me interessava farvi capire la complessità del mondo che sta dietro ai nostri schermi. Sperando di esserci riuscito penso che, per ora, basti così.
Ringrazio per la pazienza chiunque sia arrivato a leggere fino a questo punto senza avermi scagliato addosso anatemi di vario genere.

PRIMO INTERLUDIO: L’INCONTRO

YURY

L’uomo ormai percepisce nettamente la morte e la sterilità delle sue fatiche nella vita sociale.

Immaginiamo un filo d’argento che collega il percepire al suo percepito. Il primo lascia ampio movimento di vita non in senso di concessione, ma di alimento vitale (un uomo sulla luna, o comunque lontano dalla terra, si troverebbe reciso il suo filo d’argento).
Se recidiamo il filo, il percepito muore.

I sentimenti dell’uomo oggi, quando considera l’andamento della vita sociale, sono di sofferenza e impotenza nei confronti di una situazione grave, completamente preda dell’approssimazione, degli istinti, del materialismo: egli percepisce dell’organismo sociale la privazione o assenza di una spina dorsale che sostenga e lo faccia andare nella direzione giusta. L’uomo avverte una forte necessità di morale nuova, vera, rigeneratrice, che riporti armonia positiva e socialità in tutti i campi della vita. L’uomo sente che l’attuale sistema di vita non è per l’umanità e il suo progresso completo, al contrario: porta alla sofferenza e alla distruzione.

Secondo Rudolf Steiner, l’attuale aggravamento della questione sociale vede la sua risoluzione nella applicazione della tripartizione dell’organismo sociale.
Restituire e donare libertà ed indipendenza (e quindi la vita, che oggi non ha più) al settore culturale, spirituale, permetterebbe lo sviluppo di nuove pure idee  e la conseguente inoculazione, in tutti i settori, di liberi e indipendenti impulsi, a costruire il settore giuridico, garante dell’uguaglianza, della libertà per tutti, e a stimolare una equa e fraterna espressione della vita economica.
Così come una ascesa del pensiero verso la libertà dai sensi donerebbe alla sede mediana del sentire il suo giusto e riscattato ritmo, allo stesso modo le conseguenti azioni concrete dell’uomo nel mondo avrebbero la loro legittimità e incidenza vitale nella società: i  nuovi pensare, sentire e volere che sviluppano l’armonia dell’agire umano, di un sano organismo sociale.

Attualmente la corruzione del pensiero ha ragione della promulgazione e dell’applicazione di quei rimedi e di quelle leggi, che nulla possono se non aggravare ancora di più la menzogna e le difficoltà sociali in cui l’uomo versa.
La comprensione della tripartizione dell’organismo sociale permetterà  all’uomo di sceglierla ed applicarla in libertà e convinzione.
Per ora non ci è dato che studiarla, farla conoscere. Ciò che potrà portare alla sua applicazione risiede nella “fede” che essa venga riconosciuta la soluzione al caos mondiale, risiede nella volontà di comprensione di questo nuovo rapporto tra libere ed indipendenti parti vitali, essenziali, che compongono l’organismo sociale; potrà risiedere nella grave necessità in cui l’uomo riterrà di dover abbandonare i vecchi sistemi inutili, inefficaci ed aggravanti l’equilibrio della società umana.
Solo riuscire ad immaginare un uomo che, spoglio di tutte le illusioni e disgustato di tutta l’ingiustizia, stanco di essere schiavo di leggi esterne a lui, decida da solo, senza forzatura ma per sua volontà di scegliere l’applicazione di un ordine sociale basato sulla tripartizione, può cominciare a rendere l’idea di cosa sia la Libertà insieme al suo legittimo portatore. Non più una filosofia, non più solo una fantasia morale, non più solo un Io. L’uomo vero comincerà la vita vera nel vero mondo.

Ma per tutto ciò occorrerà che l’uomo prima sperimenti la morte del suo schiavo sè inferiore, che “ri-conosca” il suo vero Sè. Solo questa forza di morte e di resurrezione potrà donare nuovi e fertili impulsi alla vita all’organismo sociale, all’umanità che ora versa nell’errore, nella sofferenza, nella disperazione, nella mortificazione, nell’illusione creata dai suoi pensieri privati della vita, nella prigionia della sua morale, nella schiavitù della sua volontà.

Un’ “azione” concreta a priori, un antecedente assoluto, può realmente “far toccare con mano” la fonte della vita: far immergere le nostre dita nell’acqua sorgiva della terra.

E’ azione dell’anima che strappa i suoi veli, per rivelare nella semplicità nascosta la verità più prossima che si offre a noi ogni giorno, e la realtà fedele che incontriamo per prima ogni giorno è il nostro primo pensiero di veglia.

L’antecedente assoluto può essere ritrovato mediante quell’Azione dell’ Anima che, come nella donna e nella madre, si compie ogni giorno: nell’offerta voluta e fedele di sè, alla Purezza e Preziosità della Vita dei suoi bambini, tempio di luce interiore; purezza, innocenza, e sacralità che solo lei può vedere nel semplice e innocente loro gioco.


“Ciò che farete a uno di questi piccoli, lo farete a me”
.
Curarsi della luce interiore è rivolgersi al Logos. A coLui che è morto per noi e in noi dimora in attesa della nostra accensione della luce.

“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”
Sia la metamorfosi della vita dell’anima che il suo frutto ci riguardano individualmente.
Ossia l’Iside Sophia e La Luce che dobbiamo trovare e attivare dentro di noi.
Misteri profondi donati all’uomo dall’inizio, per essere da lui, e a se stesso, “svelati”.
Per entrare nel regno della Libertà e della Verità.

Savitri

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lavoro di donnegiochi di bambini

(S. Trismosin «Lavoro di donne e giochi di bambini» Splendor solis, Londra sec. XVI)

☆

PRIMO INTERLUDIO: L’ INCONTRO

Per una mancanza di tempo e solitudine avevo svolto la mia meditazione scegliendo un orario piuttosto infelice: postprandiale. Per giunta la temperatura della stanza indicava il trapasso avvenuto da una timida primavera ad una estate prepotente. L’esercizio si consumò in una lotta contro il sonno. Mia, con molti forse, fu la vittoria: alla centesima volta in cui la coscienza tentava di svanire ricevetti una specie di energico calcio nell’anima: mi parve che qualcosa si spezzasse in mille frammenti, come se una parete di vetro si fosse frantumata nella coscienza, e l’esercizio terminò accompagnato da una lucidità straordinaria.

Stavo interiormente immobile, quasi a gustare meravigliato il modo stravagante del passaggio dall’impotente dormiveglia a quel brusco eccesso di coscienza, quando in quest’ultima si accesero immagini nette e roteanti che mi rapirono in una specie di gorgo velocissimo; avvertii tra le immagini il mio corpo che crollava, abbandonato sulla poltrona, e prima di ogni possibile reazione mi ritrovai nell’immensa libreria di un severo e maestoso edificio. Ero entrato nel paradiso di ogni studioso o lettore.

Tavoli di titaniche proporzioni sostenevano ogni sorta di volumi, tutti in sintonia di dimensione con i tavoli. Mi sedetti su una sedia libera e mi guardai attorno; mi accorsi allora che, pur nel piú profondo silenzio, le altre sedie, massicce e di legno scuro, erano occupate da uomini, e che uomini! Crani nobilissimi, barbe venerabili, rughe cesellate dall’intelletto, qua e là porpore cardinalizie: l’adunata universale di tutti gli studiosi, i sapienti, i pensatori del mondo. Le pareti impossibili a misurarsi ad occhio nudo in altezza, erano coperte da maestosi ripiani completamente pieni di libri.

“È il tempio della Sapienza” pensai, avvertendo un sentimento di profonda umiltà ed esultanza davanti a questo insieme di impressioni cosí intense e venerabili.

Improvvisamente una voce bambina, limpida e scherzosa, ruppe il silenzio ed i miei sentimenti: era in effetti una bambina di otto o nove anni al massimo che, accostatasi, mi strattonava con fermezza la manica. Mai dimenticherò come una vocina allegra ed infantile possedesse tanta profonda autorità:

«È ora che tu esca da questo posto se vuoi la vera conoscenza».

Guardai con nostalgia le nobili figure sedute ed intente, allora lei continuò:

«Lasciali qui seduti, non troveranno mai quello che cercano davvero».

Queste parole scandite in tono canzonatorio mi parvero un po’ crudeli, ma dovevo fare quello che lei diceva. Uscimmo e fuori c’era il sole, alto nel cielo, e lungo un torrentello serpeggiante alcune donne lavavano e battevano le stoffe bagnate; vicino a loro sul prato, alcuni bambini tra lievi schiamazzi giocavano a quei giochi che furono di tutte le nostre infanzie… Mi attraversò folgorante il pensiero «La vera conoscenza è lavoro di donna e gioco di bambini». Una frase simile dovevo già averla letta da qualche parte, ma capirla! Durante questa breve riflessione l’ambiente circostante cambiò completamente: non piú il sole ma la luna che con i suoi intensi e delicati raggi illuminava un mare. Mi ritrovai solo al limite della battigia: dal mare emerse Lei, ma trasformata in una splendida fanciulla di diciassette o diciotto anni apparenti, perché tutto di Lei era attuale eppure antichissimo. Notai i capelli d’ebano e la leggera curva epicantica dei suoi occhi: mille sentimenti si agitavano nella mia anima, ma la gola e la testa completamente paralizzate non mi permettevano di concepire, di parlare, e ciò divenne la cosa piú importante: io ora dovevo riconoscerLa, darLe un nome manifesto, proprio ciò che non potevo. L’angoscia e l’impotenza mi devastarono.

Fu il cuore che allora si mosse e dal cuore salí un mantram, una parola, quasi un urlo: «Madre» che conteneva tutto: sorella, madre, amante, speranza estrema, sostanza della vita.

Con gesti semplici ma sacerdotali, pervaso da devozione immensa, presi da terra una tonaca bianca e delicatamente coprii le sue membra nude. Sorrise e mi accolse nel suo abbraccio: il suo sorriso ed il suo abbraccio sostennero tutto il mio essere che si completava.

Diffusa in beatitudine infinita la coscienza vacillò e mi ritrovai in una stanza: un cubo malandato senza finestre e senza porte con al centro un tavolo semplice, di forma quadrata, con una candela sopra che rischiarava perfettamente il luogo. Mi sentii solo e la solitudine aumentò e portò con sé abbandono, amarezza e sconforto. Udii una voce affettuosa e serena: accasciato come ero alzai gli occhi e vidi una sconosciuta bionda, di pelle bianca, insignificante. Non capivo «Guarda meglio» mi disse la sconosciuta. Riconobbi allora i Suoi occhi. La sconosciuta sorrise e con la Sua voce che guariva l’anima mi disse: «Non temere, sarò sempre con te, il tuo compito è riconoscermi, ricordati, il mio è di non abbandonarti mai».

Qui il racconto si ferma. Posso soltanto aggiungere che in alcuni momenti della vita, dal profondo del sonno o in rare meditazioni alcune esperienze avute paiono confermare la sua promessa di non abbandonarmi. Permane inoltre il sentimento che al momento della morte Essa sosterrà il mio cuore nel severo giudizio e condurrà la mia anima sulla strada dei viventi.

Franco Giovi
( Primo Interludio: L’ Incontro – LA VIA SOLARE )

Una Volontà Solare (di A. Onofri)

arturo onofriscrittoregiovannetti olympia

L’alto movente, ch’ eccita ogni stasi

del passato a riprender contatto

col volere che intima nuove fasi

in avanti alla terra, urta di scatto

le resistenze nere

illuse di volere.

 

Volontà d’ uomo è solo movimento

verso il proprio rinascere immortale

e il desisterne è morte, è il fuoco spento

d’antichi dei, nel corpo minerale

ove l’ uomo è feticcio

irreale e terriccio.

 

Dal cherubico volto di Michele

splende in mondialità, senza arrestarsi,

l’ uomo che crea divine parentele

fra il suo futuro e gli esseri scomparsi,

che fu lui stesso, ma

senza sua volontà.

 

Raggia, da quel divino aspetto, il fuoco

della parola-dio, che uccide il mostro

superstite nel nostro sangue fioco;

e in quel volto risuscita, ma nostro,

l’ onnipotente aiuto

già da noi ricevuto.

 

Ora il nostro risveglio umano è l’ atto

che induce, fatto spada eccelsa, stasi

del passato a riprender contatto

col voler nostro, ch’ eccita altre fasi

in avanti alla terra.

E santa è questa guerra.

*

Arturo Onofri

GNOSI DEL CUORE

GNOSI DEL CUORE

di

Maximus

Il pensiero dell’uomo moderno, in quanto riflesso e dialettico, sarebbe normalmente in stato di errore, se non avesse come continuo correttivo la realtà fisica, l’obbiettività sensibile, cioè, rigorosamente, l’assunzione fisico-matematica del reale.
Esiste bensì un vero sovrasensibile, ma il pensiero può attingerlo unicamente se volge ad esso mantenendo intatta in sé la direzione appresa nel suo impersonale sperimentare l’obbiettività fisica.

Nei nuovi tempi, le discipline della concentrazione e della meditazione debbono muovere dall’iniziale veridico rapporto del pensiero con la realtà sensibile.
Oggetto di tali discipline è l’accordo della natura animico-fisica con l’essere animico-spirituale.

L’uomo ha nel pensiero il veicolo di tale accordo.

In quanto il pensiero giunga a pensare secondo il proprio puro movimento, implica la cooperazione eterica dei due sistemi di forze, animico-fisico e animico-spirituale: perciò reca potenzialmente la connessione dell’Io con il cuore, ossia con il centro delle correnti eteriche: nel quale Divino e umano s’incontrano.
La forza che in tal modo si sviluppa, si può ravvisare come un potere di donazione assoluta dell’Io, tanto più essenziale quanto più centrifugo.
Essa nasce dall’etere del calore del cuore, allorché l’accordo tra uomo inferiore e uomo superiore viene realizzato dall’Io.

Mediante le rette discipline, viene riaffermata, sia pure temporaneamente, ogni volta, una gerarchia continuamente violata, sino ad inversione di essa, dalla esperienza quotidiana, inevitabilmente influenzata da eccesso di sensazioni prive di elaborazione interiore.
Tale elaborazione è possibile anche a posteriori, nel momento del raccoglimento e della meditazione: avviene allora una purificazione del sangue mediante il pensiero, analoga a quella che si compie nei polmoni mediante l’ossigeno.

Nel cuore il sangue dell’uomo inferiore e il sangue dell’uomo superiore si incontrano, determinando un equilibrio, per virtù del quale il sangue etericamente comincia a realizzare in sé l’Archetipo dell’uomo integrale.
Nel cuore, in realtà, il sangue parzialmente si smaterializza o si eterizza, trapassa in flusso eterico, resurrettore di vita, secondo un processo inverso a quello per cui, da una condensazione dell’etere cosmico e dalla conseguente differenziazione di esso in quattro eteri, nacque la forma fisica.

L’uomo può accendere la forza del Sole nel cuore: mediante il centro eterico del cuore, egli può produrre volitivamente l’etere del calore: ciò equivale a dire che egli può immettere forze rinnovatrici nel mondo.

L’uomo può realizzare la sua natura divina, se ne ritrova la forza originaria nell’essenza dell’Io.
Una simile possibilità, nell’uomo moderno, è quotidianamente contrastata dal pensiero dialettico, che per la sua natura riflessa, esprimendo la direzione opposta allo Spirituale, di continuo sbarra il passo alla luce eterica ascendente dal cuore.

Si può dire che la sintesi dinamica dei quattro eteri nell’uomo corrisponde a quella che lo Yoga Tantrico chiama corrente di Kundalinî.
Tale sintesi può essere realizzata dal pensiero che non soltanto liberi se stesso mediante lo ekâgrata assoluto, ma giunga ad attingere alla propria Luce di Vita, scaturente dal cuore.
Muovendo dall’etere del pensiero, l’uomo può accendere nel cuore le forze creatrici del Sole:
può ripercorrere a ritroso, mediante illuminazioni via via più intense, il processo cosmico grazie al quale egli da natura sidereo-divina si è degradato a una natura terrestre-animale.

Anche la scienza comincia a comprendere che l’uomo non discende dall’animale.
La concezione dell’origine animale dell’uomo, è invero un pensiero patologico, germe di malattia e di impulsi intellettuali distruttivi. Gli animali sono le forme vitali-fisiche, che l’uomo espulse da sé per incarnare la propria forma.
E’ decisivo per il destarsi dell’elemento solare del cuore, l’atto della conoscenza, grazie al quale nell’uomo non si vede un essere animale asceso alla forma umana, bensì il contrario: l’azione di un principio trascendente che ha potuto assumere la forma vitale-fisica, in quanto ha escluso da sé la natura animale.
Riconoscere questo principio è già metterlo in movimento: il suo moto si attua nell’etere del cuore.

Giova rendersi conto di una diversità radicale di metodo: mentre l’asceta antico muoveva dal sistema sanguigno per agire sul sistema nervoso, mediante il respiro, l’asceta di questo tempo muove necessariamente dal sistema nervoso, ma non può operare sul sangue mediante il respiro, bensì mediante il pensiero svincolato dal sistema nervoso, cioè affrancato dalla natura animale.
Normalmente ogni attitudine psichica o psicologica, o pseudoyogica, oggi tende a revivificare il dominio antico del sangue sul sistema nervoso, cioè ad alimentare il mondo delle brame e degli istinti contro l’Io.
L’asceta di questo tempo è sul giusto sentiero, se può riconoscere la via eterica verso il sangue, come la Via al pensiero liberato, che restituisce l’unità degli eteri disintegrati.
Solo possedendo la Via del Pensiero, egli può ritrovare la via metafisica del respiro.

Il veicolo che dà modo all’Io di operare etericamente sul sangue – cioè sugli istinti e sulle passioni – è l’autonomia che il pensiero può conseguire rispetto all’organo cerebrale e perciò al sistema nervoso.
Come insegna la reale Scienza Iniziatica, la sede sovrasensibile del pensiero è il corpo eterico (linga sharira): qui esso è una corrente di Vita incorporea.
Nel processo dialettico il pensiero si deteriora sino all’annientamento dell’elemento di Vita.
Normalmente la dialettica nasce da tale annientamento.
Non v’è individuo, oggi, che in tal senso non sia giocato dalla propria dialettica, cioè dal pensiero cerebrale, in cui risuona la sua natura inferiore, onde gli è inevitabile assrvire il pensiero all’errore.

L’errore è la dialettica, non il pensiero.

Il vero pensiero non può errare: un errore è sempre parvenza di pensiero.
Un errore veramente pensato cessa di essere errore: ma ritorna errore, se il pensiero non è capace ogni volta di nuovo il proprio momento di verità, o momento eterico, indipendente dal corpo eterico-fisico.
In realtà nel corpo fisico, gli eteri sono mossi, anche se non penetrati, dagli Ostacolatori dell’uomo.

La conoscenza di sé è, ancora una volta, nei tempi moderni, la chiave della liberazione dell’uomo.
Il suo corpo minerale appartiene alla Terra, il suo corpo eterico appartiene all’elemento solare che domina la terrestrità.
Giova non dimenticare che il mondo eterico è “fuori” dello spazio fisico, in quanto è lo spazio interiore degli enti e dei mondi, il vero spazio.
Nella dialettica, l’elemento terrestre viene portato a prevalere sull’elemento solare: questo prevalere, esprimendo la degradazione degli eteri, è la causa del male umano.
Colui che sa distinguere la dialettica e riesce tuttavia a continuare a pensare con deliberata determinatezza, in sostanza comincia a muovere nel corpo eterico superiore, là ove l’Io può operare sugli istinti e le passioni, in senso inverso a quello mediante il quale gli istinti e le passioni normalmente si trasformano in dialettica, asservendo il pensiero.

In forza di una transitoria struttura, l’Io è fondato sulla corporeità, illegittimamente mosso dagli istinti e dalle passioni, ossia da ciò che genera il male umano e la necessità della distruzione corporea.
Il fondamento invece è l’Io, non il corpo.
L’esercizio della soppressione della dialettica, mediante la concentrazione pura del pensiero, realizza l’indipendenza del principio interiore dalla psiche e dal corpo: porta la corporeità a fondarsi sull’Io, restituendo ai quattro eteri la funzione creatrice originaria.

Il segreto dell’opera è la restituzione dell’armonia dei quattro eteri e la loro sintesi: l’Io, in quanto mette in moto il potere del proprio Archetipo cosmico, suscita tale sintesi, impronta della propria virtù il corpo eterico, rendendolo indipendente dalla specifica correlazione che necessariamente sul piano fisico lo oppone alla forma sensibile degli enti.
Mediante tale animazione del corpo eterico, l’asceta riproduce volitivamente l’etere del calore, trasformandolo in forza d’amore, in quanto è capace di superare il limite soggettivo e di trapassare nell’altro: l’amore diviene il potere magico dell’Io, rispondendo alla sua originaria funzione redentrice rispetto agli eteri degli elementi impegnati nella struttura corporea.
Il corpo viene ricongiunto con la propria originaria potenza, dal Fuoco mediante il quale la coscienza ridesta in sé, come pensiero vivente, la virtù saturnia: virtù del primordiale elemento della creazione, ravvisabile ora come Spirito Santo operante.

Rastignac

MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 3° parte )

Mas

Allorché si “percepisce” come i pensieri abbiano forza propria, per mezzo della quale essi pensano se stessi in noi, si verifica un accordo del sentimento e della volontà. (Il pensiero si isola da essi, essi lasciano libero il pensare e ne vengono alleviati). Il sentire, si potrebbe dire, diviene sempre più attivo e la volontà si lascia temperare di più dal sentimento. Sentimento e volontà cominciano ad essere in armonia più di quello che prima non fossero sul piano fisico. Allora non si può più concepire un impulso volitivo senza sviluppare con esso un sentimento. Molto di quello che facciamo desta amarezza o sollievo: come se un giudice dall’interno giudicasse.

Occorre coltivare un senso che permetta di riconoscere la differenza tra il sentire egoistico, che tende verso il godimento, e il sentire non egoistico, rivelantesi come un dovere interiore spirituale (che è il sentire rivolto all’altro, al mondo, che sente per ciò che è, non per ciò che interessa personalmente).

Sempre più si realizza che sentimento e volontà sorgono da noi stessi, mentre il pensiero si manifesta in noi: si comincia a percepire l’egoità soltanto nel sentimento e nella volontà, mentre i doni della saggezza (dopo la liberazione del pensare e il suo silenzio) dai quali ci si sente pervasi, si sentono come quello che ci unisce al mondo intero.

Si comincia poi a sperimentare questa interiore attività di sentimento e di volontà, contessuta di interiore simpatia o antipatia. Si comincia a dirsi: “Se tu compi questa o quell’altra azione, è vergogna, perché tu possiedi una determinata saggezza”. Di un’altra azione si potrà sentire: “E’ bene che tu la compia, perché sei aperto a questa determinata saggezza”. Nel sentire comincia naturalmente a sorgere un controllo di sé. Un sentimento di amarezza ci assale quando si sente sorgere in noi una volontà che ci spinge verso qualche azione non giustificabile di fronte alla saggezza di cui ora siamo partecipi in quanto abbiamo potuto aprire un varco ad essa nell’anima.

Analogo processo si verifica per il pensiero. Di fronte ad un pensiero di cui si può sapere di averlo formato secondo l’impersonale saggezza, si sviluppa un senso di gratitudine per la fonte da cui scaturisce. L’inverso è che ci si rimprovera e ci si vergogna per un pensiero che contraddice tale saggezza.

Questo controllo in realtà non è un fatto razionale, non proviene da critica intellettuale, ma sorge come moto immediato del sentire in quanto il sentire sia sempre meglio educato. Colui che è soltanto intelligente o logico, colui che critica, non può arrivare a questa possibilità, che sorge nel sentimento. In taluni momenti, è come si sentisse la saggezza (dopo il superamento del pensare e l’armonizzarsi del sentire col volere) venirci incontro dall’alto fino al basso. D’altra parte si sente come nel nostro corpo scorra incontro ad essa un senso di “vergogna”: ci si identifica con questo sentimento e ci si volge a ciò che vi è di saggezza come a qualcosa che viene data da fuori di noi.

Occorre pertanto non dimenticare come questa più alta e profonda vita del sentire sia preparata da una interiore e ritmica vita del pensiero. Nel sentire il pensare ritrova i germi della sua forza.

Il dolore di dover biasimare può presentarsi come un segno di evoluzione esoterica. Quanto più si sente piacere nel dover biasimare e nel trovare che il mondo è ridicolo, tanto meno si è maturi. Occorre suscitare gradualmente un sentimento che sviluppi in noi sempre più una vita che ci permetta di contemplare sciocchezze ed errori non con occhio canzonatorio, ma con un occhio bagnato di lacrime (un altro però asciutto).

Essenziale è l’immagine dell’IO spirituale che contraddice la sua natura (in realtà, la sua natura-Logos viene contraddetta) nel divenire io umano, che aderisce alla natura e la sperimenta “finita”. Come se a un albero poderoso che va crescendo in splendore e nutrisce in sé rigogliosi animali (ricordare gli animali sacri e lo Zodiaco), che soltanto da da questo albero possono aver nutrimento, venisse praticato in un determinato punto un foro, così che da questo punto in poi si dissecchi, si raggrinzisca e con lui muoiano quegli esseri che da lui hanno nutrimento; così appare il corpo fisico umano all’occhio spirituale.

E l’uomo sa che da quando l’albero era vivo e gli animali anche (era il Paradiso), Lucifero spinse l’uomo (l’Io) entro la vita del suo corpo originario, che perciò appassì. Spinto entro la struttura di luce del suo originario essere arboreo-animale (eterico-astrale), l’Io perdette il proprio ambito, uscì dal regno della forma originaria, ottenendo fuori della forma delle aperture, che sono i sensi fisici.

Così dal piccolo spazio del corpo raggrinzito, l’uomo cominciò a percepire soltanto ciò che è fuori, e questa estroversione verso il mondo sensibile diviene la misura del suo rivolgersi alla propria interiorità. L’interno, un tempo, era il vero spazio: era l’Eden. L’uomo ne è stato cacciato: è stato espulso dalla sua interiorità, è stato espulso dalla vastità e dalla beatitudine.

Allorché il discepolo gradualmente riesce a rendere libero il suo corpo animico, a renderlo indipendente dal fisico e dall’eterico, è bene che si armi soprattutto contro le influenze degli altri corpi astrali. Quando l’astrale comincia a liberarsi, non essendo più difeso dall’involucro eterico-fisico, diviene attaccabile da tutto ciò che a quel livello può ricondurlo alla sua sede inferiore: altre forze astrali possono sopraffarlo. (La inconsapevolezza di ciò è quella che paralizza Parsifal al primo suo incontro con il Graal: il suo astrale è libero, ma senza difesa, rispetto alle altre forze astrali. Gli manca la forza tutelatrice dell’anima cosciente: la compassione).

*

Hanno diritto di agire nel super-mondo soltanto quelle individualità che rinunziano ad esercitare sugli altri qualsiasi influenza personale, e perciò recano agli altri la più benefica vita dello spirito. L’ideale del R+C è non voler arrivare a nulla a cui abbia interesse la sua personalità contingente; egli elimina tutte le decisioni e le azioni che dipendano dalla sua simpatia o dalla sua antipatia. Ciò che per un R+C vi è di più indifferente è in verità il proprio insegnamento. Tale insegnamento ha importanza proprio in quanto egli non vi attacca alcun interesse personale, ma tiene assoluto ad esso solo in quanto possa essere di aiuto ad altre anime.

Nessun R+C vorrà mai imporre ad alcuno il proprio insegnamento: neppure alla propria epoca, se egli sa che esso non può giovare a tale epoca. (Rudolf Steiner, in sostanza ha dato ciò che rispondeva alle esigenze dell’epoca e inoltre ciò che determinati gruppi o determinati discepoli erano in grado di chiedergli).

Per la superiore educazione dell’astrale, il discepolo non si lascia attrarre da ciò che tende ad attaccarsi a lui: per amore non vincola a sé alcuno: il suo amore agisce in forma interiore e reale verso gli altri. Instaura così una libertà ignota (Cristo) che opera come autentico amore. Nella sua educazione l’astrale trova la propria giustificazione soltanto quando i suoi interessi egoici non hanno natura personale – quella che finisce con l’incalzare con moltiplicata forza – quando egli è capace di abbracciare, come fossero propri, gli interessi dell’umanità e del mondo.

A questo punto come un contrappeso all’egoismo del corpo astrale, quanto più le forze egoistiche si agitano nell’astrale divenuto libero, tanto più si sente sorgere un senso di solitudine, di glaciale isolamento. Questo isolamento glaciale ha il compito di guarire della tentazione di lasciar prendere il sopravvento all’egoismo; e si sarà veramente preparati se a questo punto si potrà sentire tanto l’impulso ad essere tutto per mezzo di sé e per sé, quanto l’avvicinarsi del glaciale isolamento. Questo diviene uno stimolo ad accendersi della presenza del Cristo. L’Io si riempie del suo eterno essere.

L’impulso della “guerra di ciascuno contro tutti” ancora non si desta nell’anima, perché il corpo fisico e l’eterico sono stati preparati in modo che questo desiderio è attutito, non lo si vede, in quanto non si può vedere il proprio corpo astrale. Qui un simile impulso già vi è in germe: il discepolo lo sperimenta come gelo ed orrore, che chiede di essere risolto in pura conoscenza ed amore. Gli istinti distruttivi smorzati si traducono in conoscenza.

Un’anima umana durante la sua evoluzione, se non sviluppa una saggia coscienza di sé, può essere capace di ciò che è l’opposto delle più alte capacità di abnegazione. L’ispirazione di Caino, prima della seconda perdita dell’Eden, risuona dall’alto pressappoco in questi termini: “Per esserti tu unito con le potenze benefiche dell’altra entità (Abele), tu ti riverserai con queste verso il basso. Io farò di te il custode dell’altro essere. La risposta della parte dell’essere che rappresenta Caino è invariabilmente: “Non voglio”.

Eccone il senso. Si supponga che il discepolo sia passato dinnanzi al Guardiano, e abbia celebrato la sua unione con la immaginazione del Paradiso. Egli sperimenterà se stesso in un corpo astrale che si apre verso l’alto, che vuol fluire verso l’alto, e vedrà l’altro come un “IO” il cui corpo astrale invece spiega le sue forze verso il basso. Sorge allora questa coscienza: “Tu vali meno di questo altro essere: ciò che vale in lui è la sua possibilità di aprire il suo astrale verso il basso: così può riversare in giù le sue forze dall’alto”. Si ha a questo punto l’impressione di aver abbandonato il mondo fisico.

Le forze che dal corpo astrale dell’altro essere scorrono verso il basso, fluiscono nel mondo fisico e vi agiscono come forze benefiche: si ha l’impressione che esso faccia scendere come una pioggia benefica spirituale ciò che gli viene dalla sua natura spirituale. Mentre noi stessi non possiamo dirigere il nostro astrale verso il basso, l’essere astrale dell’altro vuole in effetto andare verso il basso.

Allora si giunge alla decisione spirituale di portare il nostro isolamento verso questo secondo Essere, di unirci a Lui, così che il nostro gelo si scaldi al calore di Lui. Si ha allora per un momento l’impressione che la coscienza stia per spegnersi: ci sembra di aver compiuto una specie di uccisione o combustione del nostro essere interiore.

Nell’auto-coscienza, che già si sentiva come spenta, irrompe allora qualcosa che ora soltanto si impara a conoscere: la forza dell’Ispirazione. E’ la conversazione tipica con un essere che si impara solo ora a conoscere, perché esso ci dà la sua ispirazione. Pressappoco egli dice: “Poiché tu hai trovato la via verso l’altro e ti sei unito alla sua pioggia di sacrificio, ti è permesso ritornare sulla Terra con lui, in lui, e io nomino te a suo custode sulla Terra”.

(continua)

terza parte isidoro

ISIDE SOPHIA – Ottava Lettera (Parte I)

Denderah

OTTAVA LETTERA

Novembre 1944

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO

Sino ad ora abbiamo tentato di creare una conoscenza dello Zodiaco. In questo e nei prossimi numeri sarà nostro compito porre le fondamenta per una comprensione del mondo planetario.

Il mondo delle Stelle Fisse che circonda il nostro sistema solare è concentrato nel circolo dello Zodiaco. Ci sono molte Costellazioni al di fuori dello Zodiaco delle Stelle Fisse, ma tutti questi gruppi di Stelle sono in qualche modo profondamente collegati alle dodici Costellazioni dello Zodiaco. Troviamo, per esempio, al di sopra delle Costellazioni di Ariete e dei Pesci quelle di Perseo, di Andromeda, Cepheus, Cassiopea e molte altre. Se penetriamo più profondamente nel retroscena spirituale dei miti collegati con queste Costellazioni, troviamo un’espressione degli stessi fatti che appaiono nelle Costellazioni di Ariete, dei Pesci ecc. Se passiamo attraverso lo Zodiaco e guardiamo le Costellazioni al di sopra e al di sotto delle immagini familiari di Toro, dei Gemelli e del Cancro, troviamo in esse una sorta di “commentario” cosmico del dodecuplo Zodiaco.

perseo

Così il mondo delle Stelle Fisse è rappresentato dalle dodici Costellazioni dello Zodiaco. La dodecuplicità è la manifestazione dello spazio. Ivi troviamo i fatti che portarono alla creazione del nostro Universo, che esiste nello spazio, ed anche l’immagine Archetipica della forma umana che sulla Terra manifesta se stessa nello spazio.

Nelle Lettere precedenti abbiamo descritto la creazione di questo Universo nello spazio come l’evoluzione dell’Antico Saturno. Non abbiamo ancora descritto quegli stadi di evoluzione nei quali questo Universo, estendentesi nello spazio, venne compenetrato dalle forze della vita e della coscienza. Ciò rimane da fare nei prossimi numeri. Abbiamo stabilito una prospettiva nella creazione del nostro Universo da un punto di vista dello spazio, ed abbiamo collegato questo col dodecuplo Zodiaco. Entriamo in un mondo abbastanza diverso se guardiamo l’Universo planetario. Qui siamo posti di fronte ad una settuplice relazione. Nei tempi antichi gli esseri umani contavano cinque Pianeti in aggiunta al Sole e alla Luna. Questo era il mondo planetario che poteva essere percepito ad occhio nudo. Oggi non sembra esser più settuplice, poiché abbiamo scoperto qualche Pianeta in più – Urano, Nettuno e Plutone – con l’aiuto del moderno telescopio. Potrà accadere in futuro, con telescopi ancora più potenti e forti, che molti più Pianeti verranno scoperti appartenere al nostro Universo. Inoltre, dobbiamo tener bene in mente che tutti questi Pianeti, che vennero trovati con l’aiuto del telescopio, sono al di là del regno dell’Universo umano, poiché essi non possono essere visti dall’organismo umano senza aiuto. Essi possono essere visti unicamente mediante strumenti, attraverso un meccanismo – il telescopio – il quale in quanto macchina è “al di là” della natura umana e appartiene ad un mondo diverso. Poiché qui stiamo parlando della relazione tra l’essere umano e le Stelle, dobbiamo limitare la nostra prospettiva strettamente alle limitazioni dell’organismo umano non aiutato da strumenti.

Ciò non ci vieta lo studio di quei Pianeti novellamente scoperti, ma per una conoscenza di tal genere dovremmo entrare nel mondo del Superumano. In numeri successivi possiamo avere un’opportunità di far ciò, ma per adesso dobbiamo tenerci entro i limiti del regno umano.

Troviamo un settuplice mondo planetario in rapporto con l’essere umano. Per i sensi umani normalmente sviluppati, senza mezzi artificiali, sono accostabili sette corpi celesti entro il nostro Universo solare: Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio e, accanto ad essi, i corpi del Sole e della Luna.

Ogni cosa che nell’Universo appare in rapporto col numero sette è un’immagine del tempo. Movimento entro il tempo è evoluzione, che è dire creazione in stadi o intervalli. Quando abbiamo dovuto descrivere l’evoluzione dell’Antico Saturno, siamo stati forzati ad esporla in un settuplice aspetto (i sette cicli dell’Antico Saturno), perché ciò che fu creato poteva esser dato unicamente “nel tempo”. Tuttavia, l’essenza di questa evoluzione, l’immagine Archetipica della forma umana, appare nello “spazio”, nel dodecuplo Zodiaco.

La settuplicità, in quanto immagine del tempo, è altresì manifesta nei sette giorni della settimana. Essi sono una immaginazione dell’intera evoluzione universale, non solo dell’Antico Saturno, ma anche degli stadi passati e futuri.

Perché la settuplicità è un’immagine del tempo? Il fatto che la dodecuplicità, che è rappresentata dallo Zodiaco, è collegata con lo spazio può essere compreso da un punto di vista geometrico, giacché il cerchio è la forma che è giunta a riposo ed ha potenzialmente le altre forme geometriche dello spazio bidimensionale dentro di sé.

Dobbiamo trovare la legge fondamentale della settuplicità. Una volta che l’abbiamo trovata, abbiamo una base per una comprensione della sequenza interiore dei sette gradini. Se, per esempio guardiamo qualcosa che esiste nell’ambiente circostante, troviamo che esso ha un passato ed anche un futuro. Tra passato e futuro esiste il momento presente. Se guardiamo i fiori sulla nostra tavola, sappiamo che essi crescevano nel passato e che deperiranno o appassiranno, ma tra questi due stadi essi sono qui nel tempo presente. Così essi esistono non solo nello spazio ma anche nel tempo.

Nella misura in cui gli oggetti esistono nel tempo, possiamo osservare tre gradini: passato, presente e futuro. Questi tre gradini non sono altro che una settuplicità semplificata. Troviamo che i primi tre gradini sono sempre delineati insieme in quello che chiamiamo “il passato”. Qualsiasi cosa che appartenga al passato in realtà porta sempre il segno di tre stadi di sviluppo. Se le nostre osservazioni sono fatte in maniera completa, troviamo ciò ovunque come legge fondamentale. Anche ciò che chiamiamo futuro rivela se stesso come una triplicità. In mezzo a questi due, passato e futuro, sta il presente come singolo momento nel tempo. Così l’evoluzione o lo sviluppo nel tempo rivela se stesso come una settuplicità.

Inoltre, se le nostre osservazioni sono fatte in modo ancor più esatto e accurato, troviamo che i tre gradini su entrambi i lati dei piatti della bilancia di passato e futuro hanno una relazione interna l’uno con l’altro. Così il primo gradino del passato appare esser collegato con l’ultimo sul lato del futuro. Il primo stadio della settuplice sequenza di qualsiasi evoluzione è in relazione col settimo stadio, il secondo col sesto, il terzo col quinto, e in mezzo sta il quarto che, in quanto presente, collega il passato col futuro.

GL39

Se proviamo a realizzare ciò come immaginazione, cominciamo a formare una figura simile al “settuplice candelabro” del Vecchio Testamento, e realizziamo che il candelabro a sette bracci che stava sull’altare del Tabernacolo era un’immagine di ciò che il popolo ebraico doveva sviluppare nel tempo. Mosè, il fondatore della nazione ebraica, conosceva questo compito. Gli ebrei dovevano creare un corpo capace di servire come vero recipiente per l’Essere del Christo che discendeva. Ciò poteva essere compiuto soltanto nel corso del tempo. Perciò Mosè creò l’immagine del tempo nel settuplice candelabro come una luce confortante sul lungo e faticoso sentiero del suo popolo.

Se oggi realizzassimo questa legge fondamentale del tempo, allora la nostra vita culturale e personale potrebbe essere meno caotica e disturbata. In molte circostanze fuggiamo da ricerche spirituali con la scusa che “non abbiamo tempo” o, se abbiamo un impulso, spessissimo diventiamo impazienti e vogliamo realizzarlo all’istante. Non possiamo riconoscere che dal tempo del suo concepimento sino alla sua realizzazione esso deve svilupparsi gradino per gradino fino a che si sia evoluto a compimento; altrimenti, questo seme può essere rovinato da una nascita prematura. Talvolta dimentichiamo che possiamo dover aspettare sette anni, oppure tre volte sette anni, o anche un intervallo di tempo più lungo fino a che i nostri impulsi e le nostre idee possano essere realizzati.

Dobbiamo imparare nuovamente le leggi segrete del tempo al fine di divenir più sani nella nostra vita animica e persino nella vita del nostro corpo. La settuplicità è la legge fondamentale del tempo, ma ci sono altri misteri del tempo dei quali non possiamo ora parlare.

Questa legge può esser trovata ovunque nel nostro Universo, ma essa rivela l’essenza del suo interno ritmo dinamico nella vita di un essere umano. Se guardiamo nella vita di un essere umano adulto, possiamo distinguere pure tra il passato, il presente e il futuro di lui o di lei. Il passato di ognuno di noi è la nostra Gioventù che include fanciullezza, infanzia e persino la vita embrionale. Più risaliamo indietro nel passato più troviamo una forma di dipendenza dalle Potenze protettive che ci circondano. Non siamo ancora signori di noi stessi; altri esseri devono aver cura di noi. Comunque, procedendo nella vita diventiamo gradualmente indipendenti. Qualsiasi età abbiamo raggiunto attualmente, troviamo che abbiamo, in una certa misura, liberato noi stessi da qualche potenza protettrice. Il bambino neonato è stato separato dal corpo della madre. In seguito noi, come persone pienamente adulte, separiamo noi stessi da molti altri rapporti. Quale che possa essere il “presente” di una vita umana, esso è sempre la manifestazione di un singolo essere che ha liberato se stesso da una precedente condizione di esistenza. Questo singolo essere, essendo divenuto indipendente da precedenti condizioni, è il potere determinante nel suo proprio terzo gradino d’evoluzione: il futuro. Nella misura in cui il singolo essere è divenuto indipendente nel suo “presente”, egli sarà capace di manifestare se stesso nel futuro come singolo essere di contro al retroscena delle condizioni dalle quali egli ha emancipato se stesso. Così, la vita umana rivela tre gradini di evoluzione nel tempo:

Passato: dipendenza da molte altre condizioni ed esseri.

Presente: emancipazione e indipendenza.

Futuro: manifestazione e attività come singolo essere individuale.

 

(Continua)

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TRE GESTA (di V. S. SOLOV’ËV)


Il caos e la violenza dopo “La morte di Orfeo” – Chrispijn Van Den Broeck, 1558 – Uffizi

.
TRE GESTA

Quando la docile pietra si scoprirà

dinanzi allo scalpello nella sua luminosa bellezza,

e la potente fiamma dell’ispirazione

avrà dato corpo e vita al tuo sogno,

giunto al limite sacro

non creder l’impresa compiuta:

dal corpo divino non attendere

amore, o Pigmalione.

L’amore abbisogna di una nuova vittoria.

Strapiomba lo scoglio sul baratro.

Te, Perseo, te, Alcide,

Andromeda chiama angosciata.

Verso l’abisso balza l’alato destriero,

s’erge e si abbassa lo scudo di specchio:

specchiatosi, il drago sprofonda

inghiottito nella voragine.

.

Ma risorgerà l’occulto nemico:

non dar fiato al corno di vittoria.

Ben presto, ben presto si muterà in banchetto

funebre il convito della felicità e dell’amore.

Si spengeranno i concenti di gioia;

saranno di nuovo e dolore e lacrime e tenebre…

Euridice, Euridice

non per il tuo amore fu salva.

.

Ma sorgi: non piegarti

con anima stanca dinanzi al fato:

inerme, indifeso,

sfida la morte a mortal tenzone.

E alla soglia crepuscolare,

nella folla dell’ombre piangenti,

ammaliati gli dèi

ti riconosceranno, Orfeo.

Le onde del canto trionfante

hanno scosso le volte dell’Ade,

e restituisce il Signore

della pallida morte Euridice.

*

EURITMIA: LA NUOVA ARTE

Avviene talvolta, mentre aspettiamo un treno o un amico, di osservare due o tre persone che parlano tra loro senza poterle udire, perché distanti da noi. Come risaltano, allora, i gesti delle mani, delle braccia, del corpo intero.

In una sala da concerto, se osserviamo sul podio il direttore d’orchestra lo vedremo muovere le braccia, le mani e il tronco, in un gestire che, oltre a dirigere, vuole accompagnare la musica degli strumenti.

Appaiono, questi gesti, come un rattrappito movimento che vorrebbe accompagnare lo scorrere del linguaggio o della musica per rafforzarlo.

Questi movimenti che sfuggono istintivamente alla gente quando parla o quando ascolta o fa musica, appaiono un alcunché di rudimentale, come un residuo atrofizzato di qualcosa di grande.

Ma la loro presenza non può forse alludere ad una forma originaria, in primordiali epoche di evoluzione, quando il corpo, non ancora condensato al livello odierno, si muoveva leggero per accompagnare i movimenti dell’anima?

Potremmo raffigurarcela quest’anima solo candore, solo verginità e calore!

Quali gesti erano degni di accompagnarla mentre esprimeva i sentimenti che sgorgavano da se stessa: meraviglia, devozione, autoaffermazione, amore o nostalgia?

Con quali gesti esprimeva l’irrompere del mondo esterno in lei: il fuoco, il vento, le onde del mare, il lampo e il tuono?

Rudolf Steiner ha individuato l’originario gesto, tutto interiore, da cui si sono sviluppati, nell’udibile, parola e canto e, si potrebbe dire, portando avanti il lavoro della natura, lo ha amorosamente coltivato e sviluppato nella sfera del sensibile secondo leggi oggettive, per donare all’uomo una nuova arte.

Così è nata l’euritmia: parola visibile, musica e canto visibile, gesti che si esprimono usando il corpo umano in movimento, rivestito di veli colorati e leggeri come palpiti di primavera.

Per l’Euritmia ora si trattava di trovare la persona giusta in grado di incarnare e portare nel mondo, per la prima volta, il nuovo dono spirituale.

Ciò avvenne nell’anno 1912 a Berlino.

In una famiglia di antroposofi morì, giovane e inaspettatamente, il padre, un valente ballerino classico.
La moglie Clara Smits, allieva esoterica
di Rudolf Steiner, rimasta sola con la figlia Lory che amava la danza e la ginnastica, si rivolse a Lui per avere dei consigli per la futura vita della figlia.

L’incontro avvenne nella Motzstrasse a Berlino.

Egli chiamò la ragazzina per conoscerla. La osservò a lungo e dal colloquio comprese che attraverso lei il destino chiedeva qualcosa di nuovo.

Fu così che, grazie a una serie di intenti diversi, si potèdare inizio, proprio in quell’occasione, a un’arte del movimento nello spazio, sino ad allora inesistente.

Lory fu subito disposta a qualsiasi sacrificio. Iniziò lo studio dell’anatomia umana, si concentrò sul passo umano, studiò i movimenti dell’antica danza greca, fino ad esercitarsi a scrivere con le dita dei piedi per adattare il suo giovane corpo ad un compito così alto: essere la prima donna ad incarnare l’euritmia!

La scoprirono ad origliare dietro la porta dove il Dottore teneva le conferenze di Antroposofia.

LoriQuando Steiner lo seppe le permise di entrare e di ascoltare il ciclo sulle Gerarchie Celesti….Lory aveva sedici anni!

Nei primi tempi l’euritmia fu praticata ed insegnata in piccolissime cerchie su suggerimenti continui del Dottore, poi la signora Marie Steiner se ne prese cura e, nonostante l’inizio del periodo bellico, la nuova arte crebbe in diffusione ed anche nei contenuti.

Le arti non sono mai nate semplicemente da intenzioni umane concepite intellettualmente, ma sono sempre nate quando vi erano cuori disposti a ricevere impulsi dal mondo spirituale e sentivano la necessità di incarnare questi impulsi, di realizzarli nell’una o nell’altra materia.

Le “ materie” dell’euritmia furono e sono: l’aria e lo spazio……e poi movimenti, colori, suoni musicali, parole e forme….una gioia e una magia anche per lo spettatore!

Chi ha avuto la fortuna di esercitare, anche solo un poco, questa nuova arte, sa che si tratta proprio di quella gioia che pervade corpo e anima di chi la esegue, perché sente che, muovendosi nel modo suggerito ed esercitato con coscienza, corpo e anima si mettono in armonia con le leggi spirituali del cosmo.

Rudolf Steiner, anni dopo, dirà: “ L’Euritmia è davvero cresciuta sul terreno del movimento antroposofico come un dono del destino.”

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MASSIMO SCALIGERO: APPUNTI E PENSIERI DA R. STEINER ( 2° parte )

 Mas

Mentre l’uomo ha un Io individuale, nel corpo astrale vive ancora qualcosa di un Io collettivo. Questo “io animale” vive in ogni corpo astrale umano e l’uomo se ne rende indipendente solo quando acquisisce la visione astrale.

E’ la coscienza ispirativa: quindi parimenti l’atto del pensiero puro, che libera dall’animalità terrestre e porta l’anima a vivere secondo lo spirito.

Il discepolo diviene compagno degli esseri astrali; le anime collettive degli animali gli si fanno incontro come sul piano fisico i singoli uomini.

Nel mondo astrale si muovono esseri che quaggiù non possono scendere se non a frammenti, nella forma dei molteplici animali del piano fisico. Alla fine della loro esistenza essi riacquistano la possibilità di ricongiungersi con il resto di questa entità che vive nel mondo astrale. Una specie zoologica terrena è nel mondo astrale un “individuo”.

Tali individui sono stati caratterizzati nel secondo sigillo dell’Apocalisse, come aventi qualità che li fanno ripartire in quattro classi: Leone, Toro, Aquila, Uomo (l’Uomo che però non è ancora sceso nel piano fisico). Questi quattro animali dell’Apocalisse sono le quattro classi di anime collettive che nel mondo astrale hanno maggiore affinità con l’anima individuale umana.

Nel R+C il sistema nervoso deve educarsi a non prendere parte al perturbamento per acclimatazione fisica: deve venir meno l’intimo collegamento tra il sistema nervoso e il sanguigno: quest’ultimo diviene più autonomo e, in certo modo, più sensibile alle influenze del clima e del suolo, mentre il sistema si fa esso stesso più indipendente. Le variazioni climatiche debbono influire sulla corporeità, salvo il sistema nervoso, la cui funzione è solo mediatrice.

L’esoterista avverte una diversità interiore tra stagione e stagione, ma come differenziazione di un medesimo concerto di ritmi. Egli sente la la differenza di temperatura come l’uomo ordinario, ma anche qualcosa di speciale che avverte mediante il sistema nervoso, in quanto non coinvolge tale organo, per cui ad esempio, gli riesce più facile concepire in estate determinate idee collegate con il cervello fisico, che non in inverno.

Ciò dipende dal fatto che lo strumento per il piano fisico – il sistema nervoso – registra le oscillazioni dei cambiamenti di stagione: interiormente più indipendente dal complesso dell’organismo, tuttavia oscilla con esso più di quello che di solito non faccia. E’ importante in tale caso rafforzare l’attività sovrasensibile del pensiero, così che le oscillazioni non afferrino l’anima, non suscitino stati d’animo.

Una trasformazione però del corpo fisico, che può assumere aspetti seri, è che generalmente si comincia a sentire il corpo fisico più di prima: diventa più sensibile, più difficile a sopportare, per l’esistenza dell’anima.

Il midollo spinale ed il cervello divengono sempre più indipendenti l’uno dall’altro. Le parti interne del cervello diventano più indipendenti rispetto a quelle periferiche, mentre queste ultime, nella vita normale collaborano con le parti interne.

Tale dipendenza si manifesta nel fatto che per il discepolo il pensiero astratto diventa sempre meno possibile, sempre più difficile, sino ad incontrare nel cervello un’opposizione. Ma tale opposizione, che si esprime come una impossibilità all’astrattezza, è l’inizio di una presenza dello spirito.

La logica del discorso non è che la chiarezza della limitazione dello spirito. Il regno dello spirito è oltre ogni discorso. Ma ciò che può articolarsi nel discorso va riconosciuto come ciò che in primis va liberato dalla discorsività.

*

Il cervello dell’uomo, direttamente, ha pochissimo a che fare con ciò che è l’azione solare sulla Terra: indirettamente ha a che fare  come organo di percezione, in quanto per esempio, percepisce luce e colori, ma ciò appunto è mera percezione sensoria, ossia dato che per valere, esige il fluire dell’immediata luce del pensiero.

Il Sole, in realtà, vive nel cuore umano: ciò che è nel cosmo, oltre il Sole, vive nella struttura del cervello umano. Occorre osservare che qui si parla di cervello, non di pensiero: di struttura interiore del cervello e non del rappresentare che si svolge per mezzo di esso. In effetto il cervello è in rapporto con ciò che il Sole opera sulla Terra soltanto per mezzo della percezione sensibile.

Il cervello in realtà è immerso in una vita interiore cosmica così profonda che persino il Sole è un ente troppo limitante perché della sua azione qualcosa possa svolgersi nel cervello.

Quando l’uomo nella meditazione è dedito ad immaginazioni, si svolgono nel suo cervello processi che niente hanno ha che fare con il sistema solare ma corrispondono a processi al di fuori di tale sistema. E’ il remoto mondo dello Zodiaco.

*

Nella meditazione profonda, peculiare è l’effetto dell’eliminazione dell’udito. Per questo occorre arrivare a tale astrazione che anche se vi è qualcosa di audibile nelle vicinanze non si ode.

Occorre imparare ad astrarsi volitivamente da quanto è udibile.

Il corpo fisico è il corpo dello spazio, il corpo eterico è il corpo del tempo.

Se il discepolo vuol condurre il corpo eterico ad animazione e liberazione, così come prima ha dovuto “sopprimere” la percezione dei sensi, deve gradualmente eliminare anche il pensiero ordinario, naturalmente in quanto lo possegga: egli deve eliminare il pensiero astratto e passare a poco a poco al pensiero concreto, essenziale, vivente.

Egli deve passare dal “pensiero” al “pensare”, indi lasciar cadere anche questo. Egli tende a presentare al mondo spirituale la coscienza vuota: perciò lascia cadere i pensieri, sente come il pensare che vive in lui svanisca, e dilegui, per così dire, ciò che con i propri sforzi egli ha finora suscitato, come suo pensare: in compenso egli si sente meravigliosamente animato da pensieri che affluiscono in lui da mondi sconosciuti, che sono là per lui. E’ una fase di transizione della vita dell’anima che si può caratterizzare così:

L’uomo cessa di essere intelligente e comincia a diventare saggio. L’intelligenza che si elabora interiormente, per mezzo del giudizio, della sagacia, che è un bene terreno, svanisce. Si arriva soprattutto all’atteggiamento interiore di non tenerlo in gran pregio: perché si sente gradatamente risplendere in noi una saggezza donataci dagli Dei.

Di fronte a questa saggezza l’uomo diventa sempre più modesto. Si può essere superbi soltanto della intelligenza umana o della sagacia egoicamente elaborata; ma dinanzi a questa saggezza donata dagli Dei, si sente gradualmente come affluisca nel corpo eterico, riempiendolo: tanto più quanto più si sia capaci di attuarne la possente impersonalità.

Si sente andar via la vita, ci si sente nuotar via con la corrente del tempo. La corrente della saggezza è tale che ci muove incontro: mentre noi in sostanza scorriamo, per così dire, con l’ordinario scorrere del tempo, essa si riversa in noi come una corrente opposta, e si sente tuttavia questo riverberarsi in noi come una forza tessuta di tempo. Essa penetra nella testa e si riversa nel corpo, accolta in noi.

Allora non ci si sente più nello spazio: si conosce l’eterico come un essere di tempo: si impara ad incontrare Entità spirituali che ci muovono incontro come dall’altra parte del mondo, dall’avvenire, e ci donano saggezza.

Ci si prepara ad accogliere tale saggezza, sviluppando il giusto atteggiamento riguardo all’avvenire: serenità di fronte a quel che esso ci reca e perciò dinnanzi ad ogni nuova esperienza. Ciò non è possibile se si muove incontro alle esperienze con antipatia o simpatia, se non si ama il proprio Karma, o non si sia in accordo con esso.

*

L’intelligenza umana ha un valore relativo, sebbene sul piano fisico la si debba portare con noi per quanto più è possibile, quando si intenda percorrere la via ai mondi superiori. Se si vogliono acquisire sensi superiori sani, occorre prendere le mosse da una sana facoltà di giudizio; ma questa deve trasformarsi, per la contemplazione superiore, in facoltà di visione.

Ciò che è sorto prima dal nostro giudizio e dalla nostra conoscenza viene da noi stessi: ciò che viene dopo è come affluito in noi, ci è venuto incontro, ci è stato concesso. L’intelligenza deve cedere alla saggezza, che fluisce per virtù di dedizione alla corrente che ci muove incontro dall’avvenire. Si edifica la coscienza nel sentire sempre più: “Non io suscito i pensieri ma i pensieri pensano se stessi in me”.

Ma tale forza sarà sempre impedita dalla retorica spirituale, dal discorso spirituale in cui si immette la propria persona e la propria necessità di esprimersi per valere. Occorre aver cara la rettitudine nel sapere e nel conoscere, come nel parlare dello spirito: che non è il discorso forbito e logico, non è la dialettica, né la tensione oratoria, né lo sforzo egoico della espressione. Ogni volta che si tenda a persuadere altri, si fa violenza alla sua libertà; ogni volta che si creda di far passare lo spirito nel proprio discorso, per il discorso, si abbassa il livello dello spirito: vengono perdute le forze.

(continua)

L'ARCHETIPO – MAGGIO 2014

In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 63

Socialità
L.I. Elliot Le anime perdute

Poesia
F. Di Lieto Tabor

Pubblicazioni
D. Righini Album della Natura

AcCORdo
M. Scaligero L’Ampio Arco d’Amore

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Ascesi
F. Giovi Tiriamo giú qualche muro

Considerazioni
A. Lombroni La grande mondezza

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

Economia
T. Diluvi Neidhöhle – La maledizione dell’oro

Musica
Serenella L’ABC della Musica

Inviato speciale
A. di Furia Farli litigare è una libidine

Fratellanze
M. Scaligero Il Graal e la salvezza dell’Occidente

Invocazione
Eliano Il Sangue

Personaggi
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Il racconto
F. Di Lieto Come fu che bruciò la Biblioteca di Alessandria

Costume
Il cronista Naufragi

Visitatori
E. Tolliani Altri tempi

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli Paestum

Arretrati

Link

OTOÑO MENDOCINO

otoño mendocino‏

E’ vero! Qui e’ primavera….e io posto una immagine autunnale! Ebbene si’. Dall’altra parte del mondo, nel paese di Veeraj, a Mendoza…….ora gli alberi sono cosi’………

Nel vecchio forum avevamo una sezione solo per le immagini. Ce ne inserimmo poche a dire il vero. Proviamo anche qui, a tenere un album di Eco, con le immagini che ci piacciono. Poche? Si spera bellissime, semplici e dirette come questa che mi ha appena inviato l’amico Giovanni Gullo. Grazie Veeraj!

LA VIA DEI NUOVI TEMPI

 I 5 esercizi

 

Questa redazione dei cinque esercizi fondamentali, che recava il titolo di “REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo la moderna SCIENZA DELLO SPIRITO”, fu scritta da Massimo Scaligero e per molti anni diffusa come un opuscolo dattiloscritto, da lui direttamente dato ai suoi discepoli, durante i colloqui personali che avevano luogo al suo studio in Via Cadolini 7 a Roma.

Un amico di Roma, ne fece, di sua iniziativa, una stampa, sotto forma di  libretto al quale dette un nuovo titolo: “LA VIA DEI NUOVI TEMPI”. Purtroppo l’amico romano, ora defunto, che prese la benemerita iniziativa di far stampare l’opuscolo presso la “INDUSTRIA GRAFICA MODERNA – ROMA” , non vi fece figurare, per distrazione, il nome di Scaligero come autore dei suoi scritti, cosa della quale il Maestro si contrariò assai, venendo così a mancare il necessario riferimento spirituale alla fonte dell’insegnamento di cui Massimo era il portatore.

Le istruzioni di M. S.  riguardo alla stampa dell’invito di rivolgersi ad Alfredo Rubino, per domande e informazioni sulle dottrine trattate, furono comunque rispettate in entrambe le versioni, e cioè sia sul dattiloscritto che sullo stampato dell’ “I.G.M – ROMA”.

Lo scorso anno questa redazione degli esercizi, fatta da Massimo Scaligero, con Sua introduzione e Sue considerazioni, è apparsa anche sulla rivista L’ARCHETIPO, che ringraziamo per la collaborazione (http://www.larchetipo.com/2013/nov13/esercizi.pdf ).

___________________________________________________________________________

di

MASSIMO SCALIGERO 

I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo moderno e al tempo stesso come terapia per ogni alterazione della vita psichica e per gli effetti di pratiche irregolari, orientali od occidentali.

La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione, bensí un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, a qualunque fede appartenga, di ritrovare le fonti vive della propria religiosità, e al tipo agnostico o ateo di questo tempo di riconoscere da sé i processi interiori da cui il suo sentimento ateo muove. La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità.

1° – CONCENTRAZIONE – Consiste nel riattivare le forze originarie della coscienza mediante la convergenza volitiva del pensiero su un unico tema. Si rivolge il pensiero ad un determinato oggetto, il piú semplice possibile: si pone questo al centro dell’attenzione cosciente, richiamando altri pensieri che abbiano un nesso logico con esso.

La semplicità dell’oggetto, o del tema, è richiesta dal senso pratico dell’esercizio: che tende a potenziare, piuttosto che la coscienza dell’oggetto, la forza-pensiero messa in atto mediante esso.

L’esercizio conduce all’esperienza del potenziale sintetico del pensiero, indipendentedal significato dell’oggetto. È importante, per la riuscita di esso, l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema: che deve permanere al centro della coscienza almeno cinque minuti. In seguito, questo tempo può essere aumentato, allorché si noterà un beneficio generale della vita interiore e di quella corporea, in conseguenza dell’esercizio.

È importante che questo sia compiuto senza sforzo cerebrale, ma solo per intensificato moto di pensiero.

2 ° – AZIONE PURA – È l’esercizio che dinamizza direttamente la volontà, attuando l’ascesi dell’agire per l’agire. Consiste nell’imporre a se stessi doveri quotidiani di poca o nessuna importanza, per esempio spostare una sedia, spolverare un mobile, predeterminandone il momento anche 24 ore prima. I moventi ordinari delle azioni scaturiscono per lo piú dalle relazioni sociali, dall’educazione, dalla professione ecc., raramente da iniziativa pura.

Si deve trovare nella giornata un minimo di tempo, pochi secondi, per compiere azioni volute di propria iniziativa. In quanto insignificanti, esse conseguono un fine piú profondo che le significanti: sollecitano direttamente il potenziale della volontà.

3° – EQUANIMITÀ – Consiste nel servirsi delle emozioni, per un intervento della volontà cosciente: questa, sia pure per attimi, sospende la reazione istintiva dovuta all’emozione. Si tratta di evitare all’anima la continua oscillazione tra il tripudio e l’abbattimento.

Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento artistico ne abbiano a soffrire, ignora la potenza interiore che consegue dal chiaro equilibrio del sentimento.

Dapprima non è possibile evitare gli intensi stati d’animo, quando sopraggiungono, ma è possibile esercitarsi a sospenderne per attimi la travolgenza, ritrovando al centro se stessi: indi lasciarli esprimere secondo la loro necessità.

Tale minimo controllo, con il tempo, conduce a una positiva autonomia rispetto ad essi: dà modo di assumere la loro forza senza esserne travolti.

Si può dire di possedere l’equanimità, quando si giunge a sentire come propri i dolori e le gioie degli altri, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie.

4° – POSITIVITÀ – Per mezzo di questa qualità si giunge a vedere il bello e il buono degli esseri e delle cose, in quanto si prescinde dagli aspetti negativi.

Lo spirito di tale attitudine può essere lumeggiato da una leggenda persiana del Cristo: il Cristo vide un giorno un cane morto abbandonato per la via. Egli si fermò a contemplarlo, i discepoli che erano con Lui, invece, si scostarono presi da ribrezzo. Ciò vedendo, il Cristo esclamò: «Che bei denti aveva questo animale!» Persino in quella carogna, Egli sapeva trovare il bello.

Se, secondo tale spirito, si orienta l’anima, si scorgerà in ogni cosa, o essere, la qualità positiva, il meglio, proprio quando ciò riesce difficile.

Tale attitudine esercita una potente azione formatrice sull’anima e sul corpo, in quanto il buono e il bello di un essere sono la sua realtà: con la quale la nostra realtà entra in un accordo di profondità.

5°  – SPREGIUDICATEZZA – Proseguendo nella disciplina, il discepolo si educa a non fondare il proprio giudizio esclusivamente sul passato. Deve poter trascurare, in talune circostanze, ciò che ha acquisito con l’esperienza: aprirsi senza pregiudizi a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate.

Egli si esercita a tale attitudine coscientemente. Se, per esempio, qualcuno gli dice che il campanile del Duomo veduto poc’anzi, si è spostato di 45 gradi, non deve dire súbito che ciò non è possibile: egli deve sempre sapersi riservare uno spiraglio aperto alla novità.

Chi rimane ancorato a giudizi definitivi, immobilizza la propria anima. Non vi è giudizio umano che, rispetto all’evoluzione dell’uomo, possa considerarsi definitivo. Il cercatore  deve poter essere ricettivo verso l’inaspettato: altrimenti si chiude alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere.

Occorre rendersi indipendenti dai giudizi già formati, per poter accogliere l’ignoto. Grazie a tale attitudine, il corpo fisico e l’anima vengono trasportati a uno stato di superiore luminosità.

EQUILIBRIO CREATIVO – Questo si costruisce gradualmente da sé, come prodotto dei cinque esercizi. Il discepolo deve concentrare la propria attenzione sulle qualità che ne risultano.

Se egli si impossessa di forze interiori, senza coltivare tali qualità, si troverà presto in difficoltà.

Le forze interiori si corrompono, diventando istinti distruttivi, in colui che non le congiunga con il principio superiore della coscienza.

Gli esercizi qui brevemente descritti sviluppano simultaneamente le forze e la loro connessione con l’Essenza-Logos dell’uomo. Essi derivano da un insegnamento che accompagna perennemente l’uomo, per realizzare in lui, attraverso i mutamenti e le evoluzioni, ciò che è originario.

Non v’è esperienza sovrasensibile, che possa conseguirsi con mezzi illeciti o non pertinenti, come droghe, allucinogeni, pratiche spiritistiche o di grossolana magia. L’autentica esperienza sovrasensibile esige un potenziamento delle forze superiori della coscienza, conseguibile soprattutto grazie a una rigorosa disciplina del pensiero, del sentimento e della volontà.

Questa disciplina non può essere l’escogitazione di un’acuta intelligenza umana, bensí l’espressione di una saggezza superumana. I cinque esercizi, malgrado la loro apparente semplicità, esprimono tale saggezza.

Occorre guardarsi dall’alimentare in se stessi l’illusione che le qualità risultanti dai cinque esercizi già si posseggano, solo per il fatto che si è capaci talora di positività, spregiudicatezza ecc.: tali qualità vengono sviluppate di proposito, con impegno metodico e con il preciso intento della liberazione delle forze superiori dell’anima, che danno modo al discepolo di scindere, nella quotidiana pratica della vita, l’essenziale dall’illusorio: di vedere la realtà oltre la parvenza.

 

TECNICHE INTERIORI – Le discipline dello Yoga non si addicono all’uomo occidentale. Lo Yoga, quale tecnica interiore propria ad un tipo umano ancora privo di autocoscienza razionale, ma dotato solo di coscienza sovrasensibile, oggi sviluppa le correnti astrali dell’anima, in opposizione alla corrente dell’Io, nella quale unicamente fluisce lo Spirito.

Nello Yoga lo Spirito viene contemplato come trascendente: non viene realizzato come principio della coscienza di veglia.

Parimenti, il potenziamento vitale dovuto alle tecniche respiratorie non si addice all’oc-cidentale, cui non è possibile – come del resto non è piú possibile neppure all’orientale la percezione interiore del respiro, onde il tentativo di tale potenziamento si rivela illusorio e consegue l’effetto opposto a quello atteso.

Ciò che l’antico Yoghi conseguiva mediante il respiro, l’occidentale moderno può conseguirlo mediante la percezione della forza insita nel pensiero, normalmente non cosciente ad esso.

LA VIA DEL PENSIERO – La via “occidentale” di cui sono espressione i cinque esercizi, include in sé e supera quella “orientale”: essa cura che, parallelamente all’addestramento interiore, il discepolo svolga un’energica disciplina del pensare.

Ciò dipende anzitutto dal fatto che il pensare è l’attività mediante cui lo Spirito, come Io, ha immediatamente presa nella coscienza.

Inoltre il pensare ha una proprietà che le altre facoltà non hanno.

Ogni facoltà interiore muove sul piano in cui sorge, senza superarlo, anche se scaturisce da livelli superiori. Si può dire che ogni livello ha le sue proprie percezioni.

V’è una attività, invece, che si muove simultaneamente nei vari mondi, dal fisico, all’animico, allo spirituale, ed è il pensiero cosciente.

Un pensiero logico che sia veste cosciente di una verità, risuona, anche se non lo avverte, nei mondi superiori, come una reale forza.

La disciplina da noi indicata addestra prevalentemente il pensiero, trasformandolo in una forza cosciente di ascesa.

Il pensiero, divenendo autonomo, si congiunge con le correnti superindividuali del sentire e del volere, costituendo un’unica forza reintegratrice di quel che nell’uomo è originario.

Per il discepolo è fondamentale apprendere il metodo della liberazione del pensiero.

Normalmente l’uomo passa da un oggetto all’altro, o da un tema all’altro, ma non sa di passare in realtà da un pensiero all’altro.

Muove di continuo mediante concetti delle cose, ma ignora il formarsi in lui del concetto, onde il potere di relazione da concetto a concetto viene illegittimamente usato dalla psiche legata alla corporeità: la relazione interiore originaria, viene sostituita dalla esteriore relazione logica.

La relazione originaria tra concetto e concetto è la reale forza del pensiero e risponde alla interna relazione delle cose, ma il pensiero scisso del razionalista di questo tempo, la sostituisce con la relazione stabilita dall’esterno, che ha la parvenza della verità nella forma logica: onde esistono molte logiche: ciascuno dispone della logicanecessaria alla propria limitata verità, che però afferma come tutta la verità.

Ed è l’errore.

Ciascuno ha la logica del proprio pensiero alienato. La disciplina del pensiero porta invece il discepolo dal pensiero scisso o riflesso, al pensiero che, come forza, vive simultaneamente nel mentale e nel sopra-mentale, essendo l’essenza delle cose: la logica vera.

L’uomo non è libero, finché non consegua la liberazione del pensiero, o la congiunzione della corrente viva del pensiero con l’Io, secondo il metodo proprio alla “via cosciente”, o via occidentale, cui fanno riferimento gli accennati esercizi.

Qualsiasi orientamento culturale o ideologico egli accolga prima di una tale liberazione del pensiero, lo rende strumento di una dottrina o di una corrente, pedina di un gioco che egli non può controllare: ostacola la sua evoluzione e di conseguenza l’evoluzione della società di cui fa parte.

LA VIA DEI NUOVI TEMPI _ Ecoantroposophia.