E’ uscito il numero 3 della Rivista della comunità dei cristiani
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Poter trovare il senso intimo ed univoco di quanto ci accade intorno non è compito facile: in ogni punto di una simile indagine, il collegare un certo numero di modi di presentarsi della verità mediante una connessione logica formale, attraverso una dialettica all’uopo mobilitata, può condurre lontano dalla verità lungo una “fuga” per la tangente dialettica, la quale finisce col divenire sufficiente a se stessa, essendo ormai staccata dal tema centrale.
Massimo Scaligero
| Da «Architrave» anno I n° 3, Aprile 1948. |
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Se questa nota fosse ambiziosa e rigorosa potrebbe iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per se, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile. La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque (magari con un piccolo aiuto).
Nella sua indagine, Rudolf Steiner osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito. Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo. Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo) dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.
Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita. In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero: la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.
So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante (con la sua aristotelica potenza) sebbene tale dato di fatto rimane sempre il più negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.
A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio e se davvero fosse così il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra. Purtroppo così non è, la confusione regna e per ‘esperienza interiore’ si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile. Questo è un errore ma vi sono errori ancora più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile.
Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono Chiese, Scuole sapienziali, Correnti spiritualistiche.
Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) malsane correnti d’aria se non avesse a fondamento una esigenza di obbiettività scientifica. Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione e atto di fede…spensierato.
Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.
La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.
Ebbene, nel divenire scientifico è quasi “vergognoso” constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portò alla radice epistemologica, indicando come, alla base dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione. Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione. E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.
La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.
In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”.
Così, allo stesso tempo, le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.
Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza?
A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?
Anche questo è un evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.
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Pensare Massimo
.Era di malinconia il giorno
in cui invisibile mi eri al fianco
ben sapendo quale uscio
come d’uopo avrei varcato
con la sconosciuta, flebile
ma sempre viva speme…
A volte solo l’odore dei libri
può bastare perché
la brama con la fatica
di troppo leggere
può durare giorni da fugare.
E il momento in cui
il cuore senza sforzo ma
fedele s’allinea a un pensiero
– che apparentemente arrovellando
tenta imaginare sempre il Logos –
come un lampo è colto
dal grande sacrificio Tuo,
angelo custode massimo
in attesa del mio accordo,
per porTi inerme e in toto
nelle mani di un’anima
meno che apprendista,
una rosa ingenua che non sapeva,
né credeva d’esser bella e di più :
capace di essere viva
e in continuo fiorire
profumando l’aree d’intorno…
O Spirito Divino
che in Lui e con Lui
risvegliasti le rose d’inverno:
fa che io sia fedele
a ciò cui mi destinasti.
Permetti il mio puro sbocciare
in rosario sacro di pensieri
nella stagione delle rose.
L’essenza del mio profumo vero
allieti ogni giorno donato.
Immersi in profondità del dolore,
il ricordo vivente dell’Oro
ognuno guidi alla Forza Solare,
perla serrata in ruvida ostrica.
E tra tutti i fiori
nel giardino del mondo
sarà solo Pensare di Te:
dell’Amore Immortale.
( S. S )

Istruzioni date da quelli che hanno percorso il Sentiero, a quelli che desiderano calcarlo
Così nell’introduzione di C.W. Leadbeater viene tra le altre cose descritto questo trattato, che costituisce un opera di rilevanza per quanto riguarda l’esoterismo occidentale ed il suo sviluppo, risultando essere anche il lavoro piu conosciuto, tradotto e diffuso in tutto il mondo con svariate ristampe, della scrittrice e teosofa inglese (per diverso tempo stretta collaboratrice di Mme Blavatsky) Mable Collins (Saint Peter Port, 9 settembre 1851 – 31 marzo 1927).
Come apprendiamo dal frontespizio, siamo al cospetto di un “Trattato scritto per coloro che ignorano la sapienza orientale e desiderano riceverne l’influenza” (più oltre viene specificato che si tratta di regole “scritte per tutti i discepoli”) “Ricevuto e trascritto da Mabel Collins”.
Ricevuto e trascritto in forma ispirativa, giacchè:
“a seguito di lunghe e strenue fatiche, un giorno mi ritrovai fuori dal mio corpo, e venni portata dal luogo in cui mi trovavo ad un altro molto diverso. Come una bambina venni presa per mano da un essere molto elevato che mi mostrò quel che avrei dovuto vedere e mi insegnò come comprenderlo. Oltrepassammo l’ampio ingresso di un vasto salone e ci fermammo di fronte a uno dei muri. Osservai con grande gioia, poiché era di una bellezza incredibile. Scintillava di pietre preziose: dal pavimento fino al soffitto che quasi scompariva nelle altezze, ogni centimetro ne era ricoperto e il bagliore scintillante era incantevolmente bello. Venni invitata ad osservare attentamente e vidi che le preziose pietre erano disposte formando segni e disegni. Più della sola mia attenzione si rese necessaria; abbisognavo della assistenza attiva della mia guida per vedere che tali segni e disegni erano lettere che formavano parole e frasi. Ma divenni capace di vederle, e mi venne detto che avrei dovuto accuratamente ricordare tutto ciò che riuscivo a leggere, e metterlo in forma scritta una volta ritornata nel mio corpo. Fu ciò che feci. …e questo è il modo in cui i primi aforismi de “la luce sul sentiero” presero forma, in poche parole e poche frasi. Per poterle vedere e leggere io stessa ero stata portata presso il muro sul quale sono scritte, nel luogo in cui tutti coloro che vi entrano possono a loro volta leggerle e che è reso noto ai lettori di questo libro come l’Aula dell’Apprendimento. Alla stessa maniera ottenni l’intero contenuto di questo piccolo libro”.*
Nell’introduzione il Leadbeater indica il Maestro Hilarìon come trasmettitore diretto alla Collins dei contenuti a sua volta da lui ricevuti da parte del suo Maestro: “il Veneziano”.
In origine vi era un testo scritto a mano, sottoforma di brevi aforismi in sé compiuti, in epoche molto lontane (tanto che “prima del tempo di Cristo gli uomini ne avevano già dmenticato la data e il nome dell’autore”) su 10 foglie di palma: tre righe su ogni foglia, disposte nel senso della lunghezza. Il Maestro Veneziano le tradusse in greco dal sanscrito antico e vi aggiunse le proprie spiegazioni le quali formarono assieme ai trenta aforismi il contenuto trasmesso alla Collins nel 1885. E’ interessante notare, tra le altre cose, l’aspetto di complementarietà di tali spiegazioni, che portano completamento e spesso una sorta di contrappeso agli aforismi, come a voler fornire gli strumenti volti ad evitare tentazioni dogmatioche e unilaterali.
A titolo di esempio seguono i primi tre aforismi accompagnati dal commento (espresso nel punto 4.):
1 .Uccidi l’ambizione
2. Uccidi il desiderio di vivere
3. Uccidi il desiderio del benessere
4. Lavora come lavorano quelli che sono ambiziosi. Rispetta la vita comequelli che la desiderano. Sii felice come chi vive per la felicità.
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Questi libri hanno lo scopo di affrettare l’evoluzione di coloro che sono sul Sentiero, e presentano degli ideali che gli uomini del mondo non sono generalmente disposti ad accettare. Un individuo sarà capace di intendere realmente l’insegnamento solo in quanto lo vive. Se non lo mette in pratica, il libro rimarrà per lui suggellato, ed egli lo crederà inapplicabile ed inutile.Ma qualsiasi sforzo sincero di viverlo getta subito luce su di esso, e solo in tal modo questa perla di valore inestimabile può essere apprezzata.
C.W. Leadbeater
(Questo libro) è stato scritto per coloro che sono alla ricerca di quella verità che oggi vive in forma seminale, atta a produrre i suoi frutti domani; coloro che non permangono avvinghiati a ciò che è già stato ma attendono con dedizione a ciò che è ancora in divenire. Quanti desiderano comprendere gli insegnamenti de “La luce sul sentiero” devono crearli come qualcosa di proprio, amandoli al contempo come qualcosa affatto propria, così come una madre da alla luce il proprio figlio e lo ama in quanto altro e separato da sé. I primi quattro insegnamenti sono tali per cui, ove propriamente compresi, aprono il varco d’accesso all’esoterismo.*
Rudolf Steiner
* mie traduzioni dal testo “The archetypal Feminine in the Mystery Stream of Humanity” di Manfred Schmidt-Brabant e Virginia Sease, pgg 70-71.
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Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 53
Socialità
L.I. Elliot La Decima Gerarchia
Poesia
F. Di Lieto Vento d’estate
Esercizi
Grifo La strada essenziale
AcCORdo
M. Scaligero La nuova Eucarestia
Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative
Considerazioni
A. Lombroni La dinamica del pensare
Pubblicazioni
G. Burrini Alberi e Miti – Antichi mestieri
L. Tancredi Alchimia musicale
M.M. Maccari Christus Mundi Redemptor
Ascesi
F. Giovi L’azione del soffio vitale nell’occultismo
Architettura
V. Leti Messina L’espressione architettonica di R. Steiner
Musica
Serenella L’ABC della musica
Inviato speciale
A. di Furia Abbasso il karma, viva l’antisocialità inosservata
Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro
Il Maestro e l’opera
E. Erra Massimo Scaligero, spiritualista per vocazione
Juvenilia
Y. Uchiyama Vita del pensiero come impulso sociale
Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner
Scienza dello Spirito
R. Steiner Le Gerarchie spirituali
Costume
Il cronista Palestre
Redazione
La posta dei lettori
Siti e miti
O. Tufelli Oplontis
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Carissimi,
ho per tutti voi una piccola strenna…natalizia (sì, natalizia…se non vi spiace).
E’ noto che Goethe diceva di sentirsi a più agio nel periodo dell’anno in cui le giornate si allungano.
Le sue forze creative, la sua ispirazione, favorite dalla letizia che gli infondeva l’inoltrarsi verso la stagione nella quale il sole più splende, erano particolarmente deste.Invece quando, dopo trascorso il mese di luglio, le giornate iniziavano ad accorciarsi, una particolare ombra di tristezza veniva avvertita come imprigionante lo spirito, ostacolandogli la fecondità creativa.
Per lui era una gioia quando, nel cuore dell’inverno, il processo s’invertiva e le ore di luce duravano ogni giorno di più.
Con la luce, alla quale segue il calore, viene in aiuto all’uomo, da fuori, tutto l’universo.
Gli spiriti della natura gli si affollano intorno per dargli, senza sua fatica, ciò che nell’inverno egli si vede negato e deve conquistarsi a prezzo di gran sforzo. Da Natale a Pasqua i giorni danno sempre più luce si prepara infine ciò che sboccia a Pentecoste:
“Quando piove, del maggio ai primi albori,
su tutto, un lieve volteggiar di fiori,
e la verde dei campi acconciatura
risplende ad ogni umana creatura,
Elfi piccini, ma dal grande cuore,
dove possan giovare, accorron là:
incolpevole o reo, nel suo dolore
li muove ogni infelice alla pietà.
(Goethe, FAUST II, I atto. Vers. di V.E.)
Tutta la natura offre all’uomo i suoi doni. Essa così parla all’uomo: “Sciogliti da te stesso, abbandonati a me nella luce e nel calore. Ed io ti porterò là, dove riceverai un dono prezioso”.
L’uomo, fiducioso, si abbandona alla grande madre, il suo essere sembra dissolversi nel procedere verso l’estate, come in un sognare. E s’arriva a S. Giovanni:
“La splendente bellezza dei mondi
a scioglier mi move, dal fondo dell’anima,
al cosmico volo le forze divine
della propria mia vita,
ad abbandonarmi, per cercare me stesso,
fiducioso, sol nella luce
e nel calor dei mondi”
(Steiner, CALENDARIO DELL’ANIMA, S. Giovanni. Vers. di F. C.)
Così, andando più oltre, da S. Giovanni si arriva al cuore dell’estate, al vero e proprio Mistero dell’estate, che possiamo chiamare “Natale occulto”, perchè esso è il vero parallelo o meglio il contrapposto estivo del Natale invernale.
Nel fervore di luglio, circa intorno alla seconda domenica del mese, quando lo spirito dell’uomo è tutto effuso nello splendore e nel calore del cosmo esteriore, avviene una comunione, che è una vera fecondazione, dell’anima umana con lo spirito dell’universo:
“Io sento, come preso da incantesimo
nell’apparenza dei mondi,
il tesser dello spirito.
Esso ha ravvolto l’esser mio
nell’ottusità del sensibile,
per donarmi forze, che il mio io
è impotente a darsi
nella sua limitazione.
(Steiner, CALENDARIO DELL’ANIMA, III settimana da S. Giovanni. Vers. di F. C.)
Ecco che qui la natura dà le forze, il dono promesso, all’io umano che si è abbandonato a lei.
Questo dono è lo stesso spirito cosmico, l’oro cosmico del Logos solare, che l’io riceve quando nel suo volo sognante al di là di sé stesso, nelle lontananze dello splendore e del calore estivi, il suo essere occulto giunge fino al Dio dei mondi, che regge e vivifica il corso dell’universo.
Questo dono dell’oro solare cosmico all’anima umana è veramente l’alimento spirituale che, insieme alle mature messi dorate, l’universo spirituale somministra all’uomo ogni estate attraverso la percezione e l’esperienza del mondo sensibile, affinchè l’individualità umana abbia ristoro e riacquisti le forze consumate nel travaglio invernale.
Nella IV settimana da S. Giovanni il Calendario dell’anima dice:
“Custodir nell’intimo
il dono dello spirito:
è questo il monito severo
che avverte l’anima mia,
affinchè maturando i doni divini,
fruttificando in seno all’anima,
rechino frutti all’essere interiore
dell’io.
(vers. di F. C.)
Questo dono di Dio, questo tesoro spirituale, immerso nell’anima umana nelle nozze cosmiche dell’estate, diviene poi il “figlio spirituale” che nasce nell’interiorità dell’anima a Natale.
E’ un onda crescente, fino al misterioso culmine sopra accennato, che si svolge nel crescere delle giornate dell’anno; è una sottile onda di gioia in cui le forze individuali sono portate da un empito cosmico, sollevandole dal sacrificio interiore poiché chiede all’anima solo di abbandonarsi alle forze universali agenti dall’esterno. Nel cuore del mese di luglio interviene una sosta: in tale sosta avviene, senza sforzo individuale, il sogno divino dell’estate: il dono dello spirito all’anima. In seno al tripudio della luce e del calore.
Aggiungo come nota che quanto descritto avviene, di solito, oltre la coscienza umana: esercizi e sensibilità portano alla percezione di quanto avviene. Allora basta poco o un attimo: la percezione balena!
Va anche ricordato che, comunque, per l’anima è sempre Natale invernale, è sempre il Natale estivo, ecc. Questi tempi dell’anno si dispongono in successione temporale sul piano fisico: hanno però un rapporto non temporale nello spirituale. Solo che nelle stagioni competenti le rispettive influenze predominano, dando il tono complessivo alla vita dell’anima.
Dopo le “nozze occulte” estive si produce nell’anima un analogo processo di gravidanza che dovrebbe compiersi mediante il concorso di una attività interiore cosciente dell’anima…e non occorre che continui, non vi pare? ![]()
Rastignac
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Se isoliamo artificiosamente dal contesto spirituale la celebre frase della Tabula Smaragdina: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto…”, avremo pressoché già raggiunto la sintesi di questo articoletto. Infatti se il rigo viene decontestualizzato e letto nominalisticamente esso appare di significato scarso o nullo. A dirla tutta, ad un’anima sana e concreta frasi simili si presentano come sciocchezze che nella realtà non trovano alcuna conferma e nel pensiero paiono vuote. Pensate: in basso i piedi, in alto la testa; in basso i campi di grano, in alto sfilacci di nuvolo…differenze? Ma no! Eppure per tantissime persone (un esercito!) potrebbero quasi essere la stessa cosa. Più o meno. Forse quanto sto dicendo è solo un’assurda iperbole o un gioco. Ma non sto giocando affatto. Non è forse vero che i nostri Padri latini coniarono l’allocuzione “Semel in anno licet insanire” che Orazio, elegantemente modificò in “Dulce est desipere in loco”?
Essi, con la robusta, asciutta sensatezza che contraddistinse lo splendore della Civiltà Romana, limitavano l’insanire ed il desipere a pochi e opportuni momenti. Ora viviamo in un periodo di civiltà nella quale le regole e i riti, vista la proclamata sparizione della Trascendenza e del Sacro, si sono ridotti ai 245 articoli del Codice della Strada (avente evidenti tracce misteriosofiche, vista l’interpretazione personale e difforme tra le diverse pattuglie), alla compilazione del Mod.730, all’IMU ed a labirinti documentali e onerosi non dissimili. Questo nel presente, mentre nel futuro la Tecnologia ci renderà onnipotenti come ci viene assicurato da Emanuele Severino che, da raffinato nichilista quale egli è, pur tuttavia non annichilisce il proprio pensiero ed è pure serissimo con sé stesso, perciò non scherza.
Allora: è “normale” insanire o desipere per alcune ore tutti i santi giorni quando si legge un testo di Antroposofia o si tiene una conferenza (o la si ascolta) sul medesimo argomento o si discute su un Forum dedicato?
Di sicuro esagero ma pregherei i lettori a sforzarsi d’immaginare per un momento quante sono e sono state le persone che accostandosi all’Antroposofia da due diverse direzioni (quelli che hanno approfondito alcune correnti sapienziali e quelli che non sanno nulla ma sono dotati d’impulso verso il Trascendente), dopo una brevissima immersione scappano a gambe levate: non è possibile contarle singolarmente ma a legioni sì.
Certo, avevano appena sfiorato la superficie, ma molti s’allontanano disgustati. Disgustati di che? Non dall’Antroposofia che rimane e forse rimarrà per loro una cosa sconosciuta ma piuttosto dalla banalità piatta, volgare e frammentaria che viene proposta troppo spesso come fosse Antroposofia.
Qualche “fuggitivo”, nonostante la vista del panorama desolato trova tuttavia la strada essenziale verso la Scienza dello Spirito per un retto impulso interiore che, come ogni intuizione veritiera non è irrazionale ma sovrarazionale, contenente perciò anche tutta la logica del reale: egli acquista i testi di Rudolf Steiner (e di Scaligero) e mentre li legge sbarra porte e finestre alle chimere di cartapesta che vagano per le strade.
Come esempio, ricordo “forte e chiaro” le parole che un vecchio amico, brillante studioso e scrittore nonché asceta e sperimentatore di Scienza dello Spirito, espresse con animo incupito decenni orsono mentre eravamo fradici reduci dall’ascolto di una conferenza indecentemente comica su temi antroposofici: “Se non conoscessi Steiner per mio conto, abbandonerei tutto o mi accosterei al Buddhismo che almeno è serio!” : era lo sfogo di una profonda malinconia e di indignata impotenza per lo spregevole vandalismo (perpetrato da importante rappresentante) di cui eravamo stati testimoni.
Gli animi ingenui suppongono che l’Antroposofia sia una, ma questa è illusione, di quelle gravi che lasciano dietro a sé danni. Innanzi tutto le antroposofie sono tante quante sono le anime che si dedicano a questa via di conoscenza: ognuno trae dalla Scienza dello Spirito quanto può ed elabora il quantum assimilato secondo le proprie forze e le inclinazioni di carattere e di destino: ciò è un fatto inevitabile che comporta conseguenze di vario genere a seconda dei casi.
E’ invece un fatto gravissimo che il ricercatore possa trovare l’unica relazione sicura con l’Antroposofia attraverso le Opere di Steiner, essendo divenuto accadimento rarissimo o eccezionale la connessione con indicatori e studiosi dotati almeno d’onestà, correttezza e rispetto. A scanso di equivoci dovrebbe essere chiaro che non alludo a ladruncoli o maniaci nel senso comune.
Il vuoto, ai nostri giorni si presenta come una generale incapacità di seguire Rudolf Steiner da parte dei sedicenti discepoli.
Tale affermazione significa semplicemente che si sta perdendo la disciplinata coerenza conoscitiva per quanto riguarda l’attività del pensare. Steiner non sembra chiedere moltissimo quando indica il modo della lettura: pensare i pensieri nella concatenazione offerta, dunque ripercorribile. E’ il limite estremo (quello esterno) della Scienza dello Spirito. Pensare con rigore attento i pensieri affinché scatti, nel pensarli, il potere della sintesi in cui inizia a risorgere la forza di Vita di quanto giace nel pensiero indicato dalla parola scritta.
Con questa semplice operazione si entra nell’Antroposofia, al contrario “sforando” con pensieri estranei o ulteriori si esce dall’Antroposofia. L’opera a cui ci si attenga, proprio quando pare riduttiva ci conduce nel Mondo Spirituale mentre quando sembra ampliare i nostri orizzonti ci abbandona con il sudario dello Spirito: la sua impronta razionalistica. Quest’ultima è il risultato di molti decenni privi (volutamente privi!) di disciplina interiore.
Chi non pratica l’esercizio interiore non possiede gli organi interiori per riconoscere e dominare le soddisfazioni che irraggiano dall’astrale inferiore. Perciò sente tali soddisfazioni e le giudica come un chiaro indizio della giustezza della via intrapresa.
Parlo del pensare perché esso contiene, in profondità, anche tutto il resto ossia il volere pre-corporeo ed il sentire puro. Mettere il pensiero nella categoria della manifestazione di “un freddo egoismo” contraddice tutta l’Opera di Rudolf Steiner e palesa platealmente la pseudo conoscenza di un’antroposofia lontana anni-luce dall’Antroposofia vera. E’ una cretinata colossale, ma è quello, come si suol dire, che passa il convento. Uno strano convento in cui si entra se ci si ammattisce a contatto con la sapienza spirituale. E’ il luogo dell’anima dove il desipere si sorregge su tre colonne:
La prima è l’ordinaria lettura, spesso ingorda e affrettata, dei molti (troppi) testi – occhi sul libro e testa altrove – cioè la bulimia psichica nell’assumere o ingurgitare notizie spirituali identificate in frasi riconoscibili. Questo modo bramoso e primitivo di procedere riproduce semplicemente il subumano circuito animico del pettegolezzo ma viene anche chiamato, con involontaria blasfemia, approfondimento antroposofico.
La seconda si evidenzia come la disarticolazione o chirurgica macellazione dei testi e dei cicli, ormai considerato “pratica” e legittima anche in sede di stampa specializzata. Essa, già discutibile e sospetta quando la si usa su resoconti di scienza del sensibile, viene accettata dai molti persino contenti di avere con facilità e rapidità il concentrato della sapienza esoterica garantita come il riassunto dei più importanti pensieri steineriani e delle più recenti novità dell’O.O.
La terza è l’evoluzione della seconda. Qui la coscienza ordinaria confidando in una astratta familiarità con ogni sorta di immagini raccattate mediante razionalismo enciclopedico, ricuce, con il filo deduttivo, ircocervi ovviamente inorganici e innaturali che paiono corretti solo perché sdoganati dalla estrema cura dei particolari e dal supporto massiccio di elenchi bibliografici e indici informativi a cui abboccano gli eruditi, gli ingenui e gli stolti. Alludiamo, per meglio comprenderci, a scritti che, per esempio, giustificano una Filosofia della Libertà con una mole (decontestualizzata) di comunicazioni tratte dalle comunicazioni antroposofiche. Ecco l’antroposofia come produzione sterminata e cicaleccio continuo.
Ho citato le insanie percettibili e controllabili: esse sono nient’altro che le manifestazioni più grossolane del male che è l’aver portato l’Antroposofia ad un livello d’inversione in cui di Essa non rimane più traccia. Certo che attività e libri non sono spariti. Ma se Essa “sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento” e, aggiungo, dalla disperata percezione dei limiti personali o da una coerenza conoscitiva che non si ferma a metà strada, allora la Scienza dello Spirito è, in polpa e gheriglio, un cammino interiore individuale da percorrere.
Ma qual’è il punto di partenza di questa lunga strada, sconosciuta e a tutta prima inconoscibile perché è pure estranea all’ordinario caos che, con orgoglio mal riposto, chiamiamo nostro mondo interiore? Essa inizia con la lettura (lo studio) delle principali opere di Rudolf Steiner, le quali andrebbero precedute da novantanove approfondimenti delle prefazioni e dei capitoli introduttivi che indicano con matematica esattezza i caratteri e le forze dell’anima da smuovere per la successiva lettura: ciò vale per La Filosofia della Libertà, La Scienza Occulta, L’Iniziazione, ecc. E non meno per i “Cicli”, a cui è lecito accostarsi con rispetto e un’attenzione persino maggiore. Vi siete mai accorti che il Dottore offriva agli ascoltatori,prima di tutto il resto, gli strumenti necessari per seguirlo? In genere, nella prima conferenza di un ciclo, lo Steiner introduceva una sequenza di rappresentazioni poggianti su esperienze (rappresentazioni) tratte dal sensibile ma articolate in forme inusuali atte a formare una speciale sintesi di pensieri, sentimenti e impressioni che equivalgono (se portati ad atto) alla modificazione animica sufficiente e necessaria per proseguire nella comprensione sperimentale di immagini ed eventi che non poggiano più su alcun dato sensibile. Spesso ciò non viene avvertito poiché lo Steiner, con l’immenso rispetto per la libertà e l’iniziativa di ciascuno che sempre lo contraddistinse, non incitava, non coerciva seppure benignamente: esempio di amore purissimo e totale rispetto per l’individualità umana…e nemmeno questo è stato compreso dai più.
Cari lettori, non ci sono alternative o peggio l’alternativa pessima consiste nel leggere parole che, raggruppate, diventano nozioni per dispiegarsi in una sorta di sapere e chi sa di più viene persino considerato “iniziato” o la reincarnazione del tal dei tali.
Oggi sembra che (quasi) tutti accettino l’impoverimento ed il degrado delle forze dell’anima con passiva indifferenza: “Fuori piove, la penna scrive, io sono un asino. E’ lostato delle cose”. E tra non molto si arriverà ad un’ulteriore, ancora più degradata semplificazione: “ L’albero è una cosa, il tavolo è una cosa, io sono una cosa”.
Già nei primi anni dell’altro secolo Steiner notava come si fosse fortemente sbiadita la potenza del sentire paragonandola a quanto si manifestava nel salotto culturale di Maria Eugenia delle Grazie negli anni ’80 del XIX secolo. Io stesso ricordo figure di anziani antroposofi, che avevano assistito di persona alle conferenze del Dottore, spontaneamente alzarsi in piedi prima del lavoro di studio del Gruppo per invocare con vibrata solennità e devozione la Presenza del Logos Solare e degli Spiriti delle Gerarchie: imbarazzando visibilmente i soci appena di poco più giovani.
Eppure se il sentire latita, le immagini antroposofiche non trasformano l’anima, se dalla testa esse non scendono nel cuore, la Sofia rimane lontana e anche l’uomo si spegne. Occorrerebbe quello che va mancando: ardore, devozione, meraviglia: virtù dell’anima perse per strada.
Lo ripetiamo all’infinito: all’uomo di adesso urge la disciplina interiore. Subito. E’ divenuta il tentativo estremo per non affondare.
Ripetiamo ad nauseam che la Concentrazione è totalmente indispensabile. Non è certo l’unico atto interiore; la meditazione, la contemplazione, la percezione pura sono tutte operazioni fondamentali ma tutte presuppongono, attuata, la potenza, anche minima, della Concentrazione. Inoltre è l’unica disciplina che ti dà costante consapevolezza della tua condizione, del tuo “stato d’opera” senza finzioni. Perché la Concentrazione? Perché essa è l’unica operazione interiore che inizia a partire dalla condizione (occulta e palese) in cui veramente ti trovi. Se scavalchi la Concentrazione inizi da un sentire instabile, fiacco o dinamizzato dalla natura, oppure da un volere percepito sempre a posteriori attraverso il sistema nervoso e muscolare e, in tal caso, ti condanni ad un super inserimento nel corpo fisico-sensibile nemmeno contemplato dagli Dei per un’entità pensante durante la sua condizione umana.
Senza la Concentrazione com’è possibile quel grado d’attenzione che ti permette un’immersione non superficiale nel percepito?
Il temibile Hugo è troppo buono (un bignè alla crema) quando scrive di un’attenzione che non raggiunge il minuto: nemmeno a dieci secondi s’arriva. Solo dove l’attenzione permane contempli qualcosa e solo contemplando qualcosa il cuore si apre all’essere suo e tuo.
La Concentrazione lavora in profondità a tua insaputa. L’incontrollabile flusso del pensiero inconsistente rallenta un poco, a momenti s’inceppa e l’attenzione guadagna il terreno che aveva quando eri bambino e che da grande hai perduto. Leggendo le righe scritte dal Dottore scopri nessi mai prima colti; le singole parole e le frasi apparentemente più semplici acquistano forme e spessori che toccano e sollecitano l’anima; senti che il modo delle Sue parole apre porte da sempre chiuse nella tua interiorità e senti pure nella tua interiorità un muoversi di sostanze: forze dell’anima di cui forse cianciavi ma che non avevi mai sentito sul serio. E ti stupisci: sono momenti di meraviglia. Da questo momento riprenderai in mano il testo che leggevi con una speciale, intima riverenza. Comprendi in balenii o a poco a poco che il passo successivo consiste nel fare un grande passo indietro. Il senso della tua attività è permettere al libro di parlarti, di agire sulla tua anima: di lasciare che la concatenazione dei pensieri dormienti nel Testo riacquistino vita con la forza del tuo pensiero.
E’ quello che il Dottore ti chiedeva con discrezione in testa ai suoi libri; letto da tutti, fatto da pochissimi. I molti preferiscono ridurre a niente le Sue parole: “…se invece si leggono nel modo giusto comunicazioni intorno a fatti soprasensibili, ci si trova a vivere entro il flusso dell’esistenza spirituale…” L’intensità e le caratteristiche variano individualmente e su ciò vale il riserbo ma è quanto succede in chiara realtà.
Dalle molte impressioni che ricevi sorgono sentimenti profondi: intravvedi quale sia la natura spirituale di Rudolf Steiner ed il senso della sua opera. Una sacra devozione sgorga spontaneamente. Ho sentito soltanto Massimo Scaligero pronunziare il Suo nome con il genere di rispetto che gli andrebbe tributato. Comprendi che avvicinarti a Lui è ben diverso che leggere libretti in cui si raccontano “le sue vite precedenti”.
Se vivi anche per attimi discontinui nelle impressioni conoscitive che si producono nella tua anima avverti il nascere di una libertà che incenerisce dubbi, preconcetti e giudizi in quanto provenienti dalla contingente personalità. Nella superiore libertà della vivente Scienza dello Spirito, attiva e non statica, puoi anche intuire (in te stesso ma oltre te stesso) cosa in Essa sia la Via Solare ed il senso che per Essa si esprime nella disciplina della Concentrazione. Quest’ultima non rappresenta un generico “controllo del pensiero” ma è il varco diretto al Pensiero Vivente, corrente di Luce viva che nell’attuale periodo del divenire dell’uomo preme a fluire nella sua coscienza (e in tutto l’uomo, sino nella corporeità). Vedere il pensiero che pensa risponde alla desta riconquista dell’Albero Sempre Verde, alla connessione con il Logos Solare come non fu mai nell’antico e nel remoto. Come ho accennato prima, il Dottore non ti suggestiona con termini fascinosi, non sottolinea le indicazioni essenziali. Dona tutto a tutti ma non ti aiuta: non fa nulla di quanto sia tu stesso a dover (voler) fare. Dunque spetta a te l’iniziativa di comprendere la portata di cosa intenda l’Iniziato del Sole quando chiude un certo paragrafo del V capitolo della Scienza Occulta con le parole “…arrecherà i più bei frutti per l’intero avvenire”.
*
VITA SI CREA MENTRE IL DENARO MUORE
IL DENARO E’ SOLO UN SIMBOLO DELLE RICCHEZZE REALI CHE GIA’ ESISTONO.
UN SIMBOLO ASTRATTO E CONVENUTO.
IL DENARO RAPPRESENTA I NUMERI MEDIANTE I QUALI CONTARE E VALUTARE CIO’ CHE SI PRODUCE E CHE SI E’ PRODOTTO.
NON PUO’ PRODURRE RICCHEZZA ESSO STESSO.
NON PUO’ E NON DEVE.
DOVREBBE FERMARSI AL SOLO RAPPRESENTARLA NUMERICAMENTE.
IL DENARO DEVE RIMANERE INERTE SIMBOLO DI UNA VITA PRODUTTIVA CHE E’ SOLO AZIONE UMANA.
SE VIENE ADORATO E MOLTIPLICATO COME SOGNO DI INTERESSI E DI SCOMMESSE FINANZIARIE :
ALLORA VIVE DI UNA VITA CHE UCCIDE GLI ATTI DELL’UMANO.
ED I SACERDOTI FINANZIARI TENDONO AD IMPORLO COME RELIGIONE ASSURDA.
COME ARMA DI UN’ASTRATTEZZA CHE MASSACRA.
LA SACRITA’ DEL DEBITO NELL’ATTIMO IN CUI IL DENARO VIENE STAMPATO : E’ UN ATTO DI IMPOSTURA.
E’ L’ARMA DELL’ECCIDIO.
QUANDO IL DENARO VIENE CREATO COME NUMERO
RAPPRESENTA SOLTANTO RICCHEZZE REALI CHE GIA’ ESISTONO
E NON PUO’ ESSERE PROPRIETA’ DI CHI LO STAMPA.
NON PUO’ ESSERE ATTRIBUITO A CHI LO EMETTE
NON PUO’ ESSERE BANCARIA PROPRIETA’ DEGLI EMANATORI.
IL DENARO E’ DI TUTTI E PUO’ ESSERE SOLTANTO NUMERATO.
CHI LO EMETTE E’ SOLO UN ESECUTORE CHE VALUTA A QUANTO AMMONTA TUTTA LA RICCHEZZA COLLETTIVA.
E’ SOLO UN ESECUTORE DEGLI ORDINI DI TUTTI COLORO CHE ALLEANDOSI DANNO VITA AD UNO STATO.
IL DENARO E’ UN NUMERO INERTE E TALE DEVE RIMANERE.
INFINE IL DENARO DEVE ESSERE DONATO.
DEVE ESSERE DISTRIBUITO IN BASE ALLA FRAZIONE DI RICCHEZZA COLLETTIVA CHE PERMETTE UNA MINIMA VITA DECOROSA.
IL RIMANENTE E’ DELLO STATO.
DI UNO STATO CHE NON PUO’ IMPORRE TASSE E CHE LE HA ABOLITE TUTTE.
INFINE IL DENARO DEVE MORIRE IN UN LASSO DI TEMPO DEFINITO.
SOLO LA MORTE DEL DENARO SALVA LA VITA DEGLI UMANI.
UNA MORTE AD ESEMPIO DECENNALE.
DOPO : UNA NUOVA MONETA VERRA’ EMESSA
E ANCH’ESSA DOVRA’ POI MORIRE.
LO STATO STAMPERA’ OGNI ANNO (AD ESEMPIO) IL 10 PER CENTO IN PIU’ DI MONETA RISPETTO A TUTTA LA RICCHEZZA REALE COLLETTIVA.
IN UN DECENNIO LA MONETA DOVRA’ MORIRE VOLUTAMENTE INFLAZIONATA.
LA MORTE FINANZIARIA DEL DENARO RESTITUIRA’ LA VITA INTERIORE ED ESTERIORE AL CUORE ED ALLA MENTE DEGLI UMANI.
SOLO LA MORTE DEL DENARO GLI IMPEDIRA’ L’ACCUMULO CHE LO RENDEREBBE MATERIA ASTRATTA DI CONCRETI SACERDOTI FINANZIARII.
VERI STREGONI DELL’ASSURDO IMPOVERIRE PRELEVANDO RICCHEZZE
ESTORTE IN BASE A UN PRETESO DEBITO CHE NON C’E’.
E CHE NON DEVE ESISTERE.
SOLO RICCHEZZA VERA E REALE
MORALMENTE PRODOTTA MEDIANTE DEDIZIONE E AMORE VERSO CIO’ CHE SI PRODUCE.
IMMERSI IN UNA PROSPERITA’ MINIMA E DI BASE
CHE E’ ATUTTI DOVUTA IN QUANTO FIGLI VIVENTI DI UNA CIVILTA’ IN CUI SI CREDE.
CIVILTA’ DA CUI SONO ESCLUSI TEMPORANEAMENTE I BARBARI CHE NON NE CONDIVIDONO GLI ASPETTI E CHE NON RIESCONO AD ESSERE LEALI.
AVE DIVINO SOLE DELLA MERAVIGLIA CHE SI INNAMORA DEGLI APICI IDEALI.
MENTRE TENDE A REALIZZARLI NELLA LEALTA’ DI PURISSIME INTENZIONI.
HELIOS FK AZIONE SOLARE
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ORO OLTRE IL DESERTO CAP.3
(OROLDES)
1/9011
AFFILATA GLORIA SOLARE
OVE LA SUPERBIA SONNOLENTA E’ GRANDE :
IL BEOTA SI PASCE DI SE STESSO.
UBRIACO DI TERRA.
EBBRO DEI TELLURISMI REGREDIENTI.
UNA FORZA DI FOLLIA SPINGE LE ANIME A PERDERE L’ESSENZA DEL SOLARE.
UNA TORPIDA NEBBIA AVVOLGE LE COSCIENZE.
PORTANDOLE A BLATERARE NEL FIELE
MENTRE INVERTONO E DEFORMANO I VALORI DEL CUORE SACRO DELL’INTELLIGENZA.
PALLIDO IL MEDIANICO INSUPERBIRE
HA UNA FEDE CIECA NEL SUPPURARE ALLUCINATORIO DEL PROPRIO INFETTO SENTIRE.
TITANICA L’ISTERICA FIDUCIA NEL GHIGNO DEL MENTITORE
DOMINA LA TREMULA UMANITA’ DI CHI VOLGE AL DELIQUIO.
TELLURISMI REGREDIENTI OTTUNDONO IL SENTIRE
MENTRE LA VOLONTA’ SI IMMERGE NEL VOLUBILE ESAGERARE.
PICCOLE VANITA’ OTTENGONO IL POTERE DEL GIGANTISMO OCCULTO.
RIUSCENDO COSI’ AD UNIFICARE L’INTERIORITA’ NELL’ATTIMO INCOERENTE
CHE OTTIENE LA MASSIMA POTENZA NEL FARFUGLIARE DELL’ANTI INTELLIGENZA.
L’UMANA PERSONALITA’ E’ FRANTUMATA E MORTA
LA RAZIONALITA’ PERDUTA GIACE FRA LE MACERIE DELL’INDIVIDUALITA’ TRAVOLTA.
MA DINANZI ALLA LUCE DELL’IDEA SI MOSTRA LA MENZOGNA CHE
– COERENTE CON L’ASSUNTO COMPITO DI DIABOLICA INCOERENZA NELL’AVVERSO –
ABITA E INDOSSA E USA IL VOLERE ED IL SENTIRE DELLA CROLLATA INTELLIGENZA.
LA PAZZIA E’ SEMPRE MALVAGIA.
L’INDOLE PROFONDA NE LIMITA EVENTUALI MANIFESTAZIONI ESTREME.
MA L’ENTE DEL MENTITORE NE ABITA LE CARNI.
L’ESSENZA DELLA SANTITA’ ABITA SEMPRE I LUOGHI DELLA VERA INTELLIGENZA
COSI’ COME LA MALVAGITA’ PERCORRE SEMPRE SENTIERI DI FOLLIA.
MEDIANITA’ MORTE E FOLLIA DANZANO ASSIEME I RITMI DI UNA SPONTANEITA’ INFETTA CHE SORGE DAGLI INFERNI.
FALSA SPONTANEITA’ CHE SOLO IL –PALESE O NASCOSTO- BESTEMMIARE HA COME SCOPO.
DINANZI AL PENSIERO CHE VIVE AL COSPETTO DELL’INTELLIGENZA
-NELL’ATTO CHE CONTEMPLA IL CONCETTO RICORDATO-
SI SVELA IL CONTESTO OSCURO DI CIO’ CHE NEGA IL SOLE INTERNO AL CONCEPIRE.
NELL’ASCESI VENGONO VISSUTI GLI ATTI INTERIORI CHE PORTANO AL MENTIRE.
VENGONO AFFRONTATI COME OSTACOLO CHE NEGA L’UNIRE DELL’IDEA .
OGNI ATTO COMPIUTO NELL’ASCESI DEL PENSIERO LACERA I NODI DEL MENTIRE.
ATTUA UNA DEDIZIONE CHE E’ L’ESSENZA DELL’INTELLIGENZA.
OLTRE LE CARNI CEREBRALI SPLENDE IMMATERIALE LA VERA INTELLIGENZA.
SPLENDE E RESPIRA NELLO SCULTOREO LAMPO IN CUI LA VERITA’ CONSACRA E L’UOMO E’ FRA GLI DEI.
OLTRE LE CARNI CEREBRALI L’IDEA SCORGE GLI ABISSI DI FOLLIA E COME TALI LI DISVELA.
E COME TALI PER IL SOLO FATTO DI ESSERSI ACCESA : LI COMBATTE.
CONSUMANDOLI.
ARDE E SI ACCENDE L’ESSENZA DI OGNI FORMA.
ARDE E SI INNALZA.
E SPLENDE.
E LO SPAZIO CONQUISTATO AL BENE :
FRA LUOGHI IMMATERIALI CHE NON CONOSCEVA :
VIENE STRAPPATO AI GORGHI DI FOLLIA CHE LO CONTAMINAVANO.
ED E’ PURIFICARE.
E’ PURIFICARE I NODI SERRATI IN CUI VENGONO ALTERATE LE SCELTE INTERIORI.
E’ INTACCARE E CONSUMARE IL CAOS DEL BIOLOGICO FURORE CHE VUOLE BESTEMMIARE.
LA SOLA IMMATERIALITA’ E’ NELL’ATTO COSCIENTE DEL PENSARE
CHE CONTEMPLANDO L’ESSENZA DEL CONCETTO RICORDATO
VIVE REALMENTE NEL POTERE DA CUI L’INTELLIGENZA SORGE.
VIVE NEL RESPIRO SOVRUMANO DA CUI L’UNICA SANITA’ SI TRAE E DISCENDE.
NEL MISTERO DELL’ASCESI IN CUI L’ATTO CONTEMPLANTE DELL’IDEA DIVENTA RITO :
UN PALESE VALORE SOVRUMANO ACCENDE NELL’AUREO
ZONE DELLA COMPAGINE INTERIORE CHE ALTRIMENTI VERREBBERO SOPRAFFATE DAL CORPOREO.
SOVRUMANITA’ SI AGGIUNGE ALL’UOMO CHE CONTEMPLA IL PENSARE
E CHE -COSCIENTE NEL SILENZIO IN CUI RIASSUME I TRATTI DELLA SINTESI-
RESPIRA E VIVE OLTRE IL QUOTIDIANO CONTINUO PARLARE CEREBRALE.
SILENZIO CONOSCENTE CHE RIUNIFICA LE PARTI DEL RICORDO.
SILENZIO CONOSCENTE IN CUI LE POTENZE DELLA FORMA
OFFRONO IL PROPRIO PURISSIMO VOLERE COME SPAZIO OCCULTO
IN CUI LA PIU’ ALTA POTENZA DEL SOLARE PUO’ INCARNARSI NELL’UMANO.
LOGOS DELL’IO E DEL CUORE.
LOGOS APOLLO.
ESSENZA DELLA FOLGORE.
HELIOS FK AZIONE SOLARE
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QUARTA LETTERA
Luglio 1944
LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE
(Continuazione)
Possiamo trovare pure l’immagine di questi eventi dentro la forma umana. La cassa toracica umana è una immagine reale del Cancro. La cassa toracica circonda e protegge gli organi interni, in special modo il cuore e i polmoni; e tuttavia, nella misura in cui la cassa toracica separa gli organi interni dall’esterno, vive dentro la cassa toracica il desiderio di venire in contatto con il mondo esterno. Questo desiderio può giungere sino ad essere egoismo; il desiderio di possedere tutto quello che giunge alla portata dell’essere. Dobbiamo adesso immaginare che quest’immagine della cassa toracica è soltanto pallidamente indicata negli eventi descritti sopra, perché gli esseri connessi con gli eventi del Cancro dell’Antico Saturno sono ancora molto dipendenti dall’aiuto degli Spiriti dell’Amore. Essi non hanno neppure raggiunto la coscienza dell’Io simile a quella umana, così dobbiamo vedere in qualche modo il peso di questi eventi nella Costellazione del Capricorno. Ciò appare ora come le giunture nella forma umana, in special modo nei gomiti e nei ginocchi. Così troviamo di nuovo il rapporto con gli eventi nel quarto ciclo di Saturno. Abbiamo detto che gli avvenimenti dei Gemelli e del Sagittario appaiono entro la forma umana come la parte superiore delle braccia seguite dai gomiti. Comunque, si può chiedere: “Che cosa hanno a che fare i gomiti con gli organi dei sensi?”. Se non si fa l’errore di immaginare gli organi dei sensi unicamente come li ha oggi l’essere umano, si può trovare la soluzione. Se immaginiamo le percezioni soprasensibili degli Spiriti dell’Amore che compenetrano i corpi di calore e nell’atto della compenetrazione, per così dire, creanti organi di percezione sulla superficie della “pelle” di quei corpi, possiamo allora sperimentare quanto segue: fuori dei corpi di calore – il luogo di dimora degli Arcangeli – l’influenza degli Spiriti dell’Amore è qualcosa di simile a linee “rette”, ma essa nel penetrare la pelle di quei corpi viene ritorta, e così viene creato una specie di organo – come una giuntura – che cambia la “direzione” esterna in una “direzione” interna. Solo dall’esatto rapporto tra ambedue le “direzioni”, attraverso un organo di senso simile ad una giuntura, possono aver luogo le corrette percezioni. Questo, per esempio, è il modo come agisce l’occhio umano, in quanto sorta di organo di senso Archetipico simile ad una giuntura. Nel caso del gomito, come immagine del periodo dell’Antico Saturno, avremmo un attivo organo di senso perché esso è usato per la nostra attività proprio come dobbiamo immaginare gli organi di senso ispirati dagli Spiriti dell’Amore: come organi attivi, creativi.
Il successivo gradino dell’Antico Saturno, il sesto grande ciclo, conduce oltre lungo questa linea. Finora vi erano facoltà di percezione create dentro le creature di calore, e adesso durante questo ciclo viene instaurata una sorta di digestione. Gli eventi dentro Saturno sono non solo percepiti, bensì le sostanze di calore nell’ambiente circostante vengono pure accolte nell’essere di calore. Là esse attraversano una specie di “metabolismo”; così hanno luogo processi di nutrizione e di escrezione.
Questa evoluzione viene causata da due specie di Esseri Spirituali. Gli “Angeli” o “Figli del Crepuscolo”, e gli “Spiriti dell’Armonia” o “Cherubini”. Nell’Antico Saturno gli Angeli hanno una coscienza ancora più bassa degli Arcangeli. La loro coscienza potrebbe essere paragonata con il grado di coscienza che oggi hanno le piante, ed essi pure agiscono sui corpi di calore in una maniera pallidamente simile. Essi provocano questo primordiale metabolismo che è simile alla circolazione della linfa nelle piante, ma non potrebbero farlo da soli. Li aiutano elevati Esseri Spirituali, chiamati Spiriti dell’Armonia. Questi hanno acquisito il potere di dirigere le correnti cosmiche di calore. Se noi fossimo capaci di dirigere volontariamente la nostra corrente sanguigna, allora avremmo una pallida idea di ciò che questi Esseri possono fare. Consistendo di calore, questa corrente di sangue cosmica appare da fuori come suono. E’ l’”Armonia delle Sfere”; per questo, questi Spiriti sono chiamati Spiriti dell’Armonia. L’ordine nel quale essi dirigono le correnti cosmiche, che da un lato è calore e dall’altro volontà, è così bello e armonioso che appare come musica celeste.
Ambedue le Gerarchie insieme creano il metabolismo primordiale. Possiamo trovare questo stadio di evoluzione rimembrato nella Costellazione del Leone e dell’Acquario. La costellazione del Leone può essere trovata, in Febbraio a mezzanotte, alta sull’orizzonte meridionale. E’ una Costellazione veramente notevole. Al di sotto vi è l’Idra e sopra di essa, verso il cielo settentrionale, il corpo dell’Orsa Maggiore. In questa Costellazione sono inscritte le azioni degli Angeli. Essa pure è strettamente collegata col cuore. Il leone sulla Terra ha un rapporto peculiarissimo tra il battito del cuore e il respiro. Si può dire anche che il corpo di questo animale è principalmente orientato verso il cuore. Esso è, preso come un tutto, un grande “cuore”, e perciò è il “re degli animali”.
Senza grandi difficoltà, ora, possiamo vedere in questa regione il metabolismo di calore come è stato creato dentro i corpi di calore su Saturno, perché il cuore è ancora oggi l’organo centrale del metabolismo del calore connesso col calore del sangue.
La Costellazione dell’Acquario può essere vista, verso la fine di Agosto nelle ore di mezzanotte, tra la Costellazione dei Pesci e il Capricorno. Le nostre vecchie mappe Stellari la mostrano come una figura umana che riversa acqua da un’anfora negli spazi celesti. In questa regione sono inscritte le azioni degli Spiriti dell’Armonia. L’acqua che viene riversata nell’Universo non è, naturalmente, acqua terrestre. E’ la corrente di calore che gli Spiriti dell’Armonia dirigono attraverso l’Universo dell’Antico Saturno. Dentro il corpo umano, la circolazione della corrente sanguigna è ancora l’immagine dell’attività di quegli Spiriti Divini. Sappiamo che, talvolta, parliamo persino del suono dello scorrere impetuoso della corrente sanguigna. Gli avanbracci e i polpacci sono pure collegati con l’Acquario. Coloro che hanno una qualche esperienza nella cura dei bambini sanno che gli avambracci ed i polpacci sono un eccellente mezzo per la misurazione e la regolazione del metabolismo del calore, così come un controllo della velocità cardiaca.
Nella prossima Lettera concluderemo la descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno e riassumeremo le nostre esperienze sullo Zodiaco, che ci renderanno capaci di delinearne un’immagine più completa. Ciò sarà necessario dopo il nostro viaggio in qualche modo rapido attraverso questo grande giro dell’evoluzione cosmica. Possano i lettori non diventare impazienti se queste descrizioni sembrano molto difficili. Dobbiamo fare questo duro lavoro per stabilire una reale e fondamentale conoscenza dell’Universo Stellare, che si dimostrerà utile in molte maniere.
Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.
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Un’amica, dal nome pugnace, pone una domanda, anzi due, che sorgono del tutto naturali a chiunque affronti il cammino spirituale con senso di responsabilità.
La prima dice: «Detto questo però rimane in me sempre una domanda. Dunque, è giusto e doveroso lavorare alla propria evoluzione personale e dedicarvi tutte le forze possibili, ma questo basta?». La risposta, doverosa, è sì e no! Ma perché una tale duplice risposta? Veramente, ce ne sarebbe anche una terza, in stile Rinzai Zen – la Scuola buddhista, sino-giapponese, dell’«urlo e il bastone» – ma i tempi oggi sono ben poco propensi ad accogliere questi upâya, ossia questi oltremodo salutari «espedienti», o upâya-kaushalya, questi «abili mezzi», davvero poco convenzionali, che gl’imprevedibili e tempestosi Maestri della Scuola della «Illuminazione improvvisa» in Oriente amavano «compassionevolmente» usare, con indubbia efficacia, su quei discepoli temerari, che avevano lo «sciagurato» e «felice» coraggio di affidarsi – come del resto fecero Naropa con Tilopa, e Milaraspa con Marpa – anima e corpo alla loro guida.
A dirla tutta, tali sistemi – per nulla sentimentali e molto poco rispettosi delle varie «ortodossie» accettate – a Massimo Scaligero non dispiacevano affatto, e qualche volta…
Una risposta non può prescindere dalla concretezza delle singole persone asceticamente operanti. Ossia è importante chi opera, come opera, che cosa faccia, perché e a qual fine egli percorra il sentiero dell’ascesi. Ogni essere umano ha la sua «storia» invisibile, il suo «passato» cosmico, la sua «tradizione interiore». Una risposta «radicale» sarebbe quella di ricordare che essendo in definitiva il mondo – per la coscienza spiritualmente sveglia – cittamâtra e vijñâptimâtra, cioè solo pensiero e sola coscienza, l’azione verace, l’azione autentica, non può che essere quella «interiore», e che ad essa nulla manca per operare ad una integrale trasformazione di sé e del mondo. Il Samâdhirâjasûtra, o Sûtra regale della contemplazione, afferma: «O figli dei Vittoriosi, i tre regni non sono altro che mente». La scuola Cittamâtra o Vijñânavâda del Buddhismo Mahâyâna sostiene appunto che i fenomeni, così come noi li percepiamo, non sono altro che mente, non esistono se non come «apparenze», come percezioni che si inverano dentro e non fuori della mente e della coscienza. L’unica cosa realmente esistente è la coscienza.
Un ermetista dei secoli passati (ma sono poi veramente “passati”?!) ci ricorderebbe, inoltre, che Igne Natura Renovatur Integra, che l’intera Natura – quindi l’uomo corporeo e quello interiore, la sfera degli elementi, i regni naturali e quello umano, il microcosmo e il megacosmo, vengono tutti trasformati, trasmutati, rinnovati attraverso l’opera del «fuoco». Ma non si tratta del selvaggio fuoco distruttore, che viene usato nell’industria e nelle cucine, e spesso purtroppo anche per distruggere uomini, natura e mondo. Si tratta piuttosto di un «fuoco» di natura non «esteriore», bensì «interiore», di un fuoco «occulto», non visibile, ma ben operante e trasmutante. E la «pietra» che scaturisce dalla lavorazione che il «fuoco ermetico» fa della «materia prima» è chiamata la «medicina dei tre regni», per la sua virtù trasmutatrice e risanatrice della natura umana e di quella naturale.
Ma ben pochi sono capaci di percorrere e realizzare l’arduo sentiero di quella nobile Scuola buddhista, e pochissimi sono in grado di scorgere o accendere il trasmutante fuoco ermetico, del quale con grande profondità ed entusiastico amore parlava cinque secoli fa Enrico Cornelio Agrippa nel suo De Occulta Philosophia.
Lo stesso Massimo Scaligero avverte nella prefazione del suo aureo Trattato del Pensiero Vivente: «Il presente trattato, anche se logicamente articolato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi». Ricordo come negli ultimi tempi – e ne parlò persino nell’ultimo incontro del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – egli contrapponesse sempre più spesso il «realismo eterico» o «realismo del pensare», o «realismo del Logos», al volgare realismo che vede cose, oggetti, esseri, ed eventi, come esistenti «in sé», al di fuori e indipendente mente dall’atto del conoscere che li invera nella coscienza.
E la cosa che più ripugnava a Massimo Scaligero era quel «realismo antroposofico», grossolanamente primitivo, che si figura l’essere umano con gli «arti» della sua costituzione occulta, e l’Universo coi suoi mondi, come fossero delle matriosche russe o delle scatole cinesi, rigidamente concepite e infilate una dentro l’altra, in una forma spesso decisamente rozza rispetto all’immagine del mondo, alla quale erano e sono tuttora capaci di sollevarsi taluni scienziati seri e onesti.
Vi è da dire che per molti il muoversi nell’atmosfera del pensiero puro, il sollevarsi con la concentrazione al momento dinamico del pensiero, che vuole il proprio atto pensante indipendentemente dalla mediazione di qualsiasi contenuto pensato, anche «spiritualista», è qualcosa che li manda in debito d’ossigeno, fa loro «mancare l’aria», e l’incandescente «fuoco sidereo», che anima un tale volitivo pensare, viene sentito come «raggelante», e addirittura come «mortifero» nei confronti della spensierata natura animale. Tutto ciò è più vero di quel che in genere non si sospetti: ma qui sta il coraggio richiesto, qui è la prova che viene raramente superata e frequentemente, invece, viene astutamente evitata – con la sentimentalità, col misticismo, con l’attivismo esteriore, con l’«impegno» politico, con il vacuo e inconcludente intellettualismo, col praticare l’ascesi al risparmio – e in molti casi tragicamente fallita.
Dunque, dobbiamo affermare che sì, è giusto dedicare tutte le forze possibili alla realizzazione dell’Ascesi della resurrezione del pensiero, e che questa è al contempo condizione assolutamente necessaria e totalmente sufficiente, e che ciò basta e avanza. Il problema è che di una tale dedizione assoluta si deve essere realmente capaci, e non si deve meramente o sentimentalmente o misticamente sognare di esserne capaci, perché questo sarebbe un patetico scambiare il desiderio per la realtà. Tale assolutezza deve essere attuata, ad essa si deve tendere con tutto se stessi, ma appunto essa è tutta ancora da attuare, non già bella e attuata. Le parole di Massimo Scaligero, da lui scritte alla fine degli Anni Cinquanta del trascorso secolo nell’Avvento dell’Uomo Interiore e già proposte tempo fa su queste pagine, furono per me sin dalla prima volta che le lessi la divisa interiore, il punto di riferimento assoluto del mio orientamento interiore:
« La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza».
Per cui, anche se alla domanda della nostra amica dal nome pugnace è possibile rispondere no, una tale risposta non può che essere provvisoria nella misura in cui non si sia ancora capaci della richiesta assolutezza, ma si opera energicamente a creare le forze e l’intensità di coscienza per attuarla!
Quanto alla seconda domanda, che così suona: «Che cosa importa al mondo se io evolvo? Aiuta qualcuno la mia evoluzione personale? I frutti di questo lavoro si devono tradurre anche in azioni nel mondo che mi circonda o questo è da considerarsi un di più perché è più importante dedicare tutte le forze per arrivare al Pensiero-Folgore?», essa riguarda proprio la motivazione o l’impulso che ci spinge a voler percorrere il sentiero dell’Iniziazione. Al mondo importa moltissimo se il discepolo pratica intensamente l’Ascesi del pensiero, perché il «fuoco» di una tale pratica dissolve molto dei guasti liquami che infestano, deformano, ammalano il mondo umano e non umano.
Molto del karma problematico del mondo viene pareggiato, trasformato, mutato dal silente lavoro interiore dei votati alla concentrazione e alla meditazione. Ma è proprio il dedicare tutte le forze alla pratica interiore per realizzare il Pensiero Vivente, che dà poi la possibilità che la realtà spirituale e l’intensità vissute nel sacrario dell’anima «tracimino» poi nella spontaneità delle azioni quotidiane, sino a gradualmente trasformare le consuete attività del vivere quotidiano in un Rito di concentrazione o meditazione ininterrotto, come l’osservazione della vita di Massimo Scaligero mostrava a chi aveva occasione di contemplarla e in qualche modo di parteciparvi. Ma per arrivare a ciò molta è la strada da percorrere.
Non occorre proporsi «impegni» esteriori non richiesti, coinvolgimenti che possono rivelarsi velleitari e devianti. Quel che è richiesto è semplicemente, fuori dei momenti consacrati al lavoro interiore, di vivere con empatica partecipazione e vigile presenza ai doveri effettivamente richiesti, eseguendo gli atti necessari al quotidiano operare come atti di consacrazione al Divino, come veicoli dell’azione dello Spirito attraverso noi. Agire con distacco dai frutti dell’azione, nishkâmâ karman, agire per amore dell’azione stessa, «liberi di brama e di passione», kâmâragavivarjitam dice il Supremo nella Bhagavad Gîtâ, con totale presenza e attenzione.
Il proporre come azione ulteriore «doverosa», al fine di «superare l’egoismo», un coinvolgimento nell’agitazione politica, col pretesto di «portare lo Spirito nella politica», è qualcosa di estremamente grave, qualcosa di veramente equivoco, che porta rapidamente alla paralisi e alla perversione delle forze interiori e al tradimento. Contro le contaminazioni di esoterismo e politica – di qualsiasi colore e a qualsiasi scopo – Massimo Scaligero ha usato sempre parole di fuoco e messo in guardia, senza mai cedere a verun compromesso. Anche se oggi assistiamo persino al fiorire di «corsi» nei quali si insegna – naturalmente a pagamento – come si possa e si debba portare lo Spirito in quella immensissima cloaca che è la politica italiana e internazionale.
Meglio tenersi lontanissimi da tali «avventure»…
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Alcuni amici, con i quali condivido da lunghi anni la pratica della concentrazione e della meditazione, e che quindi sono per me “fratelli e sorelle d’armi” nella Via del Pensiero Vivente, mi chiedono a volte quale sia la mia posizione nei confronti delle Vie dell’Oriente, vedendo come a volte io citi volentieri testi della Sapienza d’Oriente, o come talvolta ne tragga immagini che, secondo una mia personale valutazione, possano rivelarsi feconde per la pratica interiore.
Una tale domanda è ben comprensibile, perché questa epoca oscura, malvagia e stupida, è anche l’epoca della massima confusione spirituale. E come mi ha fatto notare recentemente una persona, da me molto stimata proprio riguardo alla suddetta “fratellanza d’armi”, la volgarità plebea dell’attuale minestrone sedicente “spiritualista”, sia in salsa tradizionalista sia in salsa new age, riduce l’esoterismo all’essere una mera “una veste culturale, un sentiero di multiforme conoscenza, di spiritualismo tradizionalista, una Gnosi teosofica”. Tutto ciò a chi segue, con sincerità interiore, l’Ascesi del Pensiero non importa un bel niente, perché la realizzazione del pensiero-folgore attraverso la concentrazione è semplicemente l’annientamento di tutto ciò. Da questo punto di vista, per chi voglia radicalmente realizzare lo Spirito, la Via del Pensiero-Folgore non è ‘una’ via tra le vie, come da taluni si vorrebbe che fosse, e come viene stucchevolmente predicato dall’attuale neo-spiritualismo, che concepisce la tolleranza come uno stanco “tanto diciamo tutti le stesse cose”, e ne trae come corollario un dolciastro ‘compito-dovere’ di un ‘amorevole’ stare “tutti insieme appassionatamente”, ad ogni costo e a forza: tutto ciò è solo menzogna e ipocrisia.
La Via del Pensiero-Folgore non è neppure la Via più alta in una ipotetica piramidale gerarchia delle vie. Per chi – non concedendosi illusione veruna – guardi con concreto realismo alla costituzione interiore dell’uomo attuale, decaduto ad un livello di abiezione mai in precedenza raggiunto, ed alla sua condizione di estremo pericolo, in una “civiltà”, che non si deve esitare a chiamare barbarie – la quale erode e sgretola a velocità sempre crescente le forze dell’uomo interiore – l’Ascesi del Pensiero Vivente, la Via del Pensiero-Folgore, non può essere che la “unica Via”, perché essa è l’unica che svegli l’uomo interiore dal tramortimento, dalla narcosi paralizzante, nella quale egli si trova, e solo la concentrazione è il Rito che opera alla resurrezione del conoscere vivente dal cadavere della morta riflessità.
Senza questo Rito della resurrezione del pensiero vivente, senza questa operazione della concentrazione profonda, vòlta a denudare la potenza folgorante dell’atto del pensare da ogni forma e da ogni contenuto – anche spiritualista – ogni “sapere” e ogni “pratica” si rivela inutile e fuorviante. Non è che nello Yoga originario, nel Taoismo, nel Buddhismo Theravâda, Mahâyâna, Vajrayâna e Zen ad esempio non vi siano contenuti di valore eterno, ma tali contenuti – forme e manifestazioni nel divenire storico di una estraformale e immanifestata Sapienza Perenne – per l’uomo attuale, incapace persino di pensare una sedia per un minuto senza distrarsi, tali contenuti sono semplicemente inesistenti. così come inesistenti sono il Pitagorismo, il Platonismo, l’Ermetismo, la Kabbalah, l’Alchìmia, in quanto egli nel pensiero riflesso li riduce ad un mondo di vuote parole, permeate da una poltiglia istintivo-sentimentale, la quale è solo un patetico surrogato della loro autentica vitalità spirituale, che si è incapaci di far sorgere nell’atto vivo del pensare.
Nell’indicare la concentrazione profonda come unica via all’esperienza della nuda potenza del pensare, Massimo Scaligero è stato un Maestro unico. È stato ed è mio unico Maestro.
Ritorno spesso col pensiero agli incontri che nella mia giovinezza ebbi con Massimo Scaligero. Il primo incontro fu mediato da un amico, artista romano, che avevo conosciuto nell’estate precedente, avvenne nel 1970, sul finire della primavera. Colui che ci ha fatto conoscere Massimo Scaligero è e rimarrà sempre il nostro più grande amico, perché, mediando l’incontro con il Maestro, egli ci ha sicuramente fatto il più grande dono della nostra vita. Il debito di gratitudine verso un tale amico è illimitato e felicemente impagabile. Egli si rivelò essere uno di coloro che nel Buddhismo venivano chiamati Kalyâṇa-mitra, ossia “nobili amici”, “ammirevoli amici” o “amici virtuosi”. Ma se vi fu uno con il quale si sviluppò questa Kalyâṇa-mitratâ, questa “mirabile amicizia spirituale”, per antonomasia questi fu proprio Massimo Scaligero, ed io ringrazio ogni giorno il Cielo e i Numi di un sì prezioso e incomparabile dono.
Quando incontrai Massimo Scaligero, ero molto giovane, molto ignorante, molto entusiasta e molto sciocco. E questa fu la mia fortuna! Perché non sapendo praticamente nulla dell’Ascesi Solare ch’egli indicava, non avevo pre-giudizi, né pre-clusioni o pre-formazioni. Io venivo dalle vie orientali: dal Buddhismo Theravâda, Mahâyâna e Zen, e dallo Yoga. Ma quello che mi veniva indicato da Massimo Scaligero era talmente diverso e inaspettato, che non potevo paragonarlo a nulla di quanto dell’Oriente, nella mia adolescenza aveva nutrito la mia anima. Mi ponevo di fronte a quello che da lui mi veniva mostrato come un foglio bianco, o una tabula rasa. Perciò – con la foga dei miei 19-20 anni – gli chiedevo tutto: come si pratica il controllo del pensiero, la concentrazione, la concentrazione profonda, la meditazione, la contemplazione, la percezione pura, l’ascesi della volontà, come si compie l’elaborazione meditativa dei testi della Sapienza Sacra, e via dicendo. Massimo fu estremamente generoso, e soprattutto molto paziente. Perché di sciocchezze, inevitabilmente, ne facevo tante e continuai a farne una caterva. Ma siccome dai miei errori e dalle molte sciocchezze compiute ho imparato non poco, ho deciso di seguitare con acceso entusiasmo ad espormi alla possibilità di novelli e fecondissimi errori.
Quel che con inaspettata sorpresa scoprii, fu come Massimo Scaligero mi invitasse ad approfondire molto lo studio – meditativamente inteso – della Sapienza d’Oriente. A tale proposito mi dette una serie di indicazioni di autori e di opere, ma anche indicazioni operative, che custodisco nel cuore come un raro, prezioso, piccolo tesoro. Egli rinnovellava in me – me ne resi gradualmente conto in seguito – passando attraverso la rinascente vita del pensiero nella concentrazione e nella meditazione, dei contenuti di un’antichissima sapienza, ch’egli vedeva connessi con la mia “storia interiore”. Un chiarimento a proposito di questa spregiudicatezza e imprevedibilità dell’atteggiamento interiore di Massimo, tutt’altro che dogmatico, può venire da quel che ha scritto di recente Franco Giovi nel suo eloquente articolo, Aspro e duro è il terreno…, apparso ne L’Archetipo di Giugno 2013, ove dice:
«Comunque ognuno di noi è diverso ed è anche un mistero, poiché un filo occulto lo lega ad altri tempi, ad altre vite. Sia chiaro: non incito a tornare indietro, ma quel filo è solido e con la disciplina interiore affiora e tocca la coscienza di oggi. Massimo Scaligero lo chiamava ≪la propria tradizione interiore≫ a cui, continuava, ≪bisogna essere fedeli≫.
L’intellettuale, intellettualizzando, dedurrà un gran contrasto tra il nuovo, dato da Steiner, e l’antico ormai abbandonato. Se ci si ferma alla superficie, potrebbe essere davvero cosi, ma in profondità le cose cambiano, poiché in realtà non v’è alcuna frattura, alcun contrasto.
Come si giunge alla odierna Scienza dello Spirito? Per puro caso o dopo aver fatto “tabula rasa” di ciò che fummo? Certamente cosi non è. Le forze che ci hanno guidato verso la Scienza dello Spirito sono forze antiche, e l’agonia sofferta nella volontà di comprendere il nuovo messaggio dello Spirito nasconde un avvenimento grande: la metamorfosi della tradizione interiore, ovvero ciò che non cessa mai di esistere; che per esistere è capace di morire e risorgere: impegno della sopranatura, amore possente che scavalca i secoli e le personalità apparse e scomparse in essi. Il filo mai spezzato è amore immortale: nella personalità in cui temporaneamente abitiamo, difficilmente palesa il suo volto».
A me colpiva lo straordinario clima interiore nel quale in Oriente si svolgeva la ricerca spirituale, la ricerca del Divino, che è al contempo la ricerca della assoluta libertà. Mi colpiva soprattutto l’intensità sacrale dell’Ascesi, lo stato interiore dell’anima, ieratico, limpido, di cercatori assetati di Assoluto, cercatori capaci di volontà energica ed eroica. Questo clima di spiritualità “guerriera” era ciò che sentivo a me più congeniale, e in Massimo Scaligero lo vedevo come un ideale vivente incarnato. Era ciò che mi ricordavano continuamente le parole della Sapienza dell’Illuminato.
‘Guerrieri, guerrieri’. Perché, o asceti, siamo chiamati guerrieri? Perché lottiamo per la suprema sapienza e per l’eccelsa virtù, per questo siamo chiamati ‘guerrieri’! Anguttara Nikayo.
Queste parole del principe Siddhârtha Gautama, della stirpe guerriera degli Shâkya, e per tale motivo chiamato, una volta conseguita l’Anuttarâ-samyak-saṃbodhi, ossia la ‘insuperabile, perfetta, Illuminazione’, Buddha Shâkyamuni, l’Illuminato Asceta degli Shâkya, mi hanno sempre profondamente colpito, sin da quando le lessi per la prima volta, nella mia ormai lontana giovinezza.
Queste parole del Sublime Buddha mi toccavano – sin da allora – profondamente nell’anima, perché evocavano quell’intenso clima spirituale di energica lotta interiore, che è assolutamente necessario alla realizzazione spirituale, e mi sembravano contrastare da una parte con la tragicità dei tempi nei quali ci è stato dato in sorte di vivere, e dall’altra con la dispersione, il rapido sgretolarsi delle forze spirituali dell’uomo interiore, operato da questo mondo moderno in preda ad una parossistica demonìa economicistica e consumistica, accompagnata da una sorta di smarmellamento dell’infiacchita volontà, dal narcisismo di un intellettualismo pseudo razionalista, vacuo e vanitoso macinatore di inutili parole, dalla narcotica e svirilizzante azione ‘consolatrice’ di una decadente, menzognera, religiosità dogmatica, la quale da sempre ha avuto il terrore dell’autentica e diretta esperienza spirituale, e l’ha costantemente perseguitata con ogni sua forza e perfidia.
Di fronte ad un tale quadro, indubbiamente angosciante se si ha la forza e il coraggio di contemplarlo nel suo crudo, inattenuato realismo, la parola del Buddha ha la forza di scuotere dal suo torpido sonno la coscienza e di accendere energicamente la spenta e paralizzata volontà dell’ottuso uomo moderno.
In questo mondo, sempre più stupido, oscuro e malvagio, sarebbe essenziale, anzi vitale e salutifero, l’esser svegli, attenti, consapevoli, e invece gli esseri umani sempre più si muovono distratti, scentrati, storditi ed ebbri. E oggi, come 2600 anni fa, suonano severamente ammonitrici le parole del Sublime nel capitolo sulla vigilante attenzione, l’Appamâdavaggo del Dhammapada:
«La vigilanza è la via per non morire, la negligenza strada alla morte. I vigilanti non muoiono, i negligenti son come morti. […] Attraverso la riflessione, la vigilanza, la restrizione, il controllo, il saggio si costruisce un’isola che i flutti non sommergeranno»,
e quelle, più oltre, nel capitolo ‘dei fiori’, il Pupphavaggo:
«Come chi vada cogliendo fiori, così la morte coglie la vita degli uomini distratti: come un’inondazione che si abbatte su di un villaggio addormentato».
Queste ultime parole si rivelano addirittura paradigmatiche nel mostrare tutta la fragilità e lo stordimento, l’inconsapevolezza della condizione dell’uomo attuale, esposto – come mai prima – ai più grandi pericoli, che mettono in forse il suo stesso essere. Unica via di salvezza – per vincere le forze del caos distruttore e giungere ad attuare il proprio autentico essere – per l’uomo è conoscere e realizzare lo Spirito: realizzarlo direttamente, e non accontentarsi dei surrogati intellettualistici o sentimentali di una religiosità fideistica e dogmatica, oramai svuotata di ogni senso. Ciò conduce al difficile Sentiero dell’Iniziazione per il quale vale, oggi come un tempo, l’ammonimento – già da noi altrove, in precedenza, riportato – della sapienza vedica:
Sorgete! Svegliatevi! Avendo accostato i Maestri, imparate! Poiché quel Sentiero è come il filo del rasoio, difficile da percorrere, arduo da superare! Così dice il Sapiente. Katha-Upanishad, 1.3.14
Quel che dall’Oriente possiamo trarre come alimento per l’Ascesi Solare, non sono tanto delle tecniche ascetiche, che nella Scienza dello Spirito non mancano di certo, bensì quanto riusciamo a trasformare in idee-forza e in slancio interiore. Purtroppo – lasciatemelo dire – l’ambiente dei seguaci della Scienza dello Spirito – a parte le doverose e quantomai rare eccezioni – è ben lontano dal dimostrare la serietà, l’energia, la devozione, la dedizione, l’eroicità, la radicalità, il senso del sacrificio, l’oblio di sé, l’abnegazione, la compassione, il coraggio, che si riscontrano presso molti seguaci del Buddhismo e dell’Induismo.
Quando nelle cerchie della Scienza dello Spirito si sente parlare di una “via dell’anima”, che – al dire di taluni – sarebbe più adatta a molti, della pretesa necessità di un “sentire” da porre in atto come necessario correttivo di una “unilaterale” via del pensiero, facilmente destinata – sempre a loro dire – a trasformarsi in una “via del sublime egoismo”, non ci si rende conto, che spesso nel caso del correttivo proposto non si tratta affatto del sentire celeste – espressione, attraverso il pensare vivo, della presenza dello Spirito nell’anima – bensì di una emotività traentesi dalla natura inferiore, la quale facilmente trova mille travestimenti e inganni per proporre una via più comoda all’ego, pauroso ed avido di torpida inerzia, che vuole permanere così com’è. Tant’è che una tale sentimentale e facilmente eccitabile emotività di regola difficilmente riesce a scorgere le deviazioni – per lo più inavvertite – e le deformazioni – anche le più grossolane ed evidenti – della Via, che suscitano facili, passeggeri o ostinati, entusiasmi. Un tale imbelle e volubile sentimentalismo teme, avversa e odia l’azione prosciugante di ciò che Massimo Scaligero chiamava calor cogitationis, ossia l’avvampante fuoco del pensare, nel quale l’umida emotività egoica si sente essiccare e congelare. A mio giudizio, dovrebbero essere ben meditate le severe parole di Massimo Scaligero, il quale in Kundalini d’Occidente scrive che:
«In epoca di crisi e di pericolo – come la nostra – il sovrasensibile ha le più alte possibilità di proiezione di energie nell’uomo, della massima donazione di sé. Ma perché l’uomo possa pervenire alla propria liberazione, occorre, da parte sua, una partecipazione autentica e completa, un impegno che nasca dalla sua interiorità profonda».
Egli, parlando ad alcuni di noi, affermava che oggi – proprio in questa epoca oscura e malvagia – sono possibili le più audaci realizzazioni spirituali, che invece sono più rare in epoche più “spirituali” e “tradizionali”, epoche nelle quali molti, anche con “qualificazioni” di ordine superiore, tendono ad “addormentarsi” nell’inerzia sognante nell’anima, mentre il pericolo scuote e sveglia le forze dell’Io. Quella dell’Io è una Via di Sapienza e d’Amore che richiede – anzi esige – a colui che, risoluto, la vuole percorrere: coraggio, coraggio, coraggio e graalico Intelletto d’Amore.
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SI…PUO’….FARE!!!
Negli ultimi giorni abbiamo visto una notizia molto particolare balzare e rimbalzare nel flipper massmediatico. Tralasciando i professionisti della “notizia shock” ab-usata per indicare tanto gli accadimenti più seri quanto quelli rientranti nel campo del “tittytainment” tale evento è stato presentato da alcuni come una “possibilità straordinaria”, da altri come “un traguardo fantascientifico” o come “progetto complicato” con tutti gli annessi e connessi (o disnessi e sconnessi) del caso in quanto all’etica e all’opportunità.
Di cosa stiamo parlando? Tenetevi forte: è roba da far girare la testa! Anzi, a quanto dice il neurochirurgo Sergio Canavero la testa si trapianterà proprio del tutto. Certo, ci vorranno ancora un paio d’anni, ma che volete che siano data l’epocalità della cosa?
Il progetto si chiama HEAVEN/GEMINI (Head Anastomosis Venture with Cord Fusion), ma l’idea non è recentissima dato che i primi passi a livello pratico risalgono al 1970, allorquando la prima unione cefalosomatica venne realizzata dal Dr. Robert White utilizzando due macachi. Il ricevente visse ben 8 giorni, a quanto pare in maniera normale (!) e senza complicazioni di sorta.
Lo stesso Dr. White ebbe a scrivere qualche anno dopo: “…Ciò che è stato realizzato nelle cavie animali..è pienamente realizzabile nella sfera umana. Per sapere se tali procedure sensazionali troveranno mai giustificazione in campo umano dovremo attendere non solo le continue conquiste della scienza medica ma, in maniera più appropriata, le giustificazioni morali e sociali di tali imprese”.
Ma la tecnologia allora disponibile non permetteva ancora di passare anche all’atto pratico sugli esseri umani poiché l’impossibilità di connettere tutti i nervi della spina dorsale avrebbe comportato la paralisi del corpo dal collo in giù.
Cionondimeno nel 1999, il Dr. White predisse che “…ciò che era stata da sempre materia di fiction scientifica – la leggenda di Frankestein, nella quale un intero essere umano veniva costruita cucendo tra loro parti di diversi corpi – diverrà realtà clinica nel XXI secolo…il trapianto di cervello, almeno ad uno stadio iniziale, sarà un trapianto della testa a tutti gli effetti (o trapianto di corpo a seconda dei punti di vista) …considerando i significativi miglioramenti nelle tecniche chirurgiche e nella gestione post-operatoria…è ora possibile considerare l’applicazione delle tecniche di trapianto della testa agli esseri umani“.
Sembra dunque giunto il momento fatidico, perlomeno stando a quanto pubblicato dal Dr. Canavero stesso sulla rivista Surgical Neurology International(http://www.surgicalneurologyint.com/article.asp?issn=2152-7806;year=2013;volume=4;issue=2;spage=335;epage=342;aulast=Canavero): il sopracitato problema della connessione sarebbe stato risolto grazie ad un particolare tecnica di taglio chirurgico (definita nella pubblicazione “clean cut”) e all’utilizzo di polimeri inorganici (chiamati fusogeni o sigillanti di membrana) che dovrebbero «ricucire» la lesione midollare rendendo dunque possibile la continuità del midollo spinale fra donatore e ricevente.
Senza scendere troppo nei dettagli (chi fosse interessato può facilmente trovare maggiori ragguagli sul web nonché nell’intero articolo sul sito della rivista sopralinkata) : la testa del ricevente (tetraplegico o affetto da patologia neuromuscolare degenerativa) verrebbe portata ad una temperatura tra i 10°C e i 15°C, per essere poi chirurgicamente asportata da parte di una equipe medica, mentre una seconda equipe provvederebbe al contempo all’asportazione della testa del soggetto donatore (deceduto a seguito di un trauma cranico puro oppure di un ictus fatale). La bassa temperatura permetterebbe il corretto svolgimento dell’operazione da concludersi nel tempo massimo di un’ora. Tempo permettendo il donatore sarebbe altresì sottoposto ad un’autotrasfusione di sangue da rimettere poi in circolo ad anastomosi compiuta.
Concluso l’intervento si trasferirebbe il ricevente in terapia intensiva dove rimarrebbe sedato per tre giorni indossando un collare cervicale, dopodiché avirebbero sedute di fisioterapia fino al massimo recupero funzionale possibile.
A livello psicologico viene invece prefigurato un intervento volto ad occuparsi dell’identità e dell’immagine corporea. Inoltre gli psichiatri dovrebbero tra le altre cose occuparsi di monitorare un corretto decorso dal punto di vista delle aspettative del paziente rispetto all’allotrapianto, affinché esse siano mantenute positive ma realistiche.
Le ultime fasi della sperimentazione dovrebbero svolgersi avvalendosi della solita collaborazione dei primati oltreché di soggetti umani, in condizione di morte cerebrale e prima di un eventuale espianto di organi.
Per quanto riguarda invece il dilemma etico esso viene esposto chiamando in causa il racconto di Thomas Mann “Le teste mozzate” (1940)*, in particolare considerando il fatto che quella che il Dott. Canavero indica come “HEAVEN created chimera” avrebbe la mente del ricevente ma in caso di riproduzione la prole erediterebbe il patrimonio genetico del donatore.
Ad ogni modo, nel giro di un paio d’anni il progetto HEAVEN “potrebbe portare i suoi frutti”. Non so se in questo caso sia necessario aspettare i frutti, da cui riconosceremo. Forse la semina è già più che sufficiente.
Come dite? Potrebbe essere peggio? Beh si, in effetti…potrebbe piovere!
* Molto sinteticamente: Ambientato in India, e basato su di un mito indiano, esso vede protagonisti due amici, psicofisicamente differenti essendo uno (Shridaman) mercante brahmano spiritualmente dotato ma non fisicamente prestante e l’altro (Nanda) un fabbro e vaccaro di bell’aspetto e dal corpo curato. Shridaman sposa la bella Sita, ed i tre si recano sei mesi dopo il matrimonio (con Sita in dolce attesa) a trovare i di lei genitori. Durante il viaggio Shridaman, in preda a turbamento religioso, si decapita autosacrificandosi in un tempio dedicato alla dea Kali e l’amico, scopertone il cadavere, fa lo stesso per timore di venir accusato di omicidio. Quanto Sita, che era consapevolmente attratta fisicamente da Nanda, trova i cadaveri tenta di impiccarsi, convinta che la causa del tutto risiedesse nella gelosia dei due verso di lei. A questo punto entra in scena direttamente la dea Kalì, che erudisce Sita su quanto è in realtà avvenuto dandole al contempo la facoltà di ristabilire la situazione. Ma Sita, sopraffatta dall’emozione commette un errore, cosìcché la testa di Shridaman viene a trovarsi sul corpo di Nanda e quella di Nanda sul corpo di Shridaman. Inizialmente i due amici paiono soddisfatti della nuova situazione, ma resta da definire chi a questo punto debba legittimamente essere il marito della giovane donna. L’asceta Kamadamana, all’uopo interpellato, sentenzia che il legittimo consorte dev’essere colui che ha ereditato la testa di Shridaman (“Sposo è chi porta il capo maritale”), con gran delusione di Nanda che decide di diventare un anacoreta. Col passare del tempo però anche il nuovo corpo di Shridaman (non esattamente un tipo dalla vocazione atletica) comincia ad inflaccidirsi, tornando ad essere “uno di quei corpi che possono ben servire da complemento e appendice a una testa nobile e sapiente”. Nel frattempo viene alla luce il piccolo Sadhami (soprannominato poi Andhaka, ossia ciechino, essendo affetto da forte miopia) e Sita aprofitta di una breve assenza di Shridaman per recarsi a trovare Nada e fargli conoscere quel bambino che era anche carne della sua carne. Passarono nuzialmente insieme un giorno ed una notte, fino a quando Shridaman, tornato dal suo viaggio ed intuito dove si trovasse la moglie, li raggiunse ponendo così Sita nella condizione di dover effettuare una scelta. Non sussistendo la possibilità per la donna di poter vivere con entrambi, l’unica soluzione risulta essere il suicidio dei due, seguiti ritualmente nella stessa sorte da Sita in un rogo funebre appiccato dal piccolo Andhaka, il quale poi condurrà una vita molto spirituale e diverrà lettore presso la corte del Re di Benares.
*
Come ho già accennato in un commento all’articolo “Non è per niente facile” di Isidoro, queste righe sono nate dalla necessità di sviluppare maggiormente (almeno ci proverò!) alcuni concetti accennati in conclusione di tale scritto.
Ripeterò dunque il monito: <<mai dare per scontato l’esercizio della Concentrazione.>>, queste parole andrebbe scritte a caratteri cubitali sull’ingresso di casa.
Benché sia un tema importantissimo e di grande attualità, cercherò di non entrare in merito alla questione se i lavori sul Pensare siano più importanti degli esercizi legati a Volere e Sentire. Ci vorrebbe un altro articolo per sviluppare adeguatamente questa patata bollente!
In queste poche righe mi piacerebbe condividere con voi ciò che avverto forte in me, ovvero la impellente necessità di ridare vita alla Sophia. Può risultare utile osservare la questione da due prospettive diverse.
La prospettiva Interiore
Rimanendo nella sfera del Vivo Pensare, vi è da sottolineare che la strenuante e massacrante – nonché mortale! – ricerca di questa condizione rappresenta attualmente l’unica maniera per affermare interiormente la propria assoluta Libertà. Nel puro atto della concentrazione non vi è sostegno da parte del mondo spirituale, l’uomo si trova completamente solo a sfidare con le proprie forze il Demone della morte che, difendendosi dai colpi della “lama tagliente” della concentrazione, si rifugia man mano in una zona sempre più intima e centrale della nostra cerebralità. Ed è proprio qui che tale Demone costruisce la sua fortezza, è da qui che fa sortite cercando di distrarci distogliendo la nostra attenzione dall’assedio finale, ed è proprio qui, in questo centro quasi anatomicamente identificabile, che la finale uccisione del mostro interiore lascerà spazio per la rinascita di quell’Entità Silenziosa che ci permetterà di entrare in profondissima comunione con il Cristo eterico.
Molte più cose si potrebbero raccontare, ma è ben più importante che ognuno faccia, in piena autonomia e Libertà, la propria esperienza. Su questo Blog e su pochi altri, ahimè, si possono trovare numerossime e quanto mai preziose indicazioni per procedere correttamente sulla Via del Puro Pensare.
Mi permetto soltanto di ribadire un aspetto da molti obliato: amici miei, questa battaglia non può essere vinta con l’ostinazione e lo sforzo fisico, le stesse concezioni maturate in una vita di duro lavoro vanno messe da parte. La brama e il desiderio di ottenere un pensare libero dai sensi deve cessare, senza un astrale adeguatamente preparato e fatto germinare nell’eterico non si potrà mai, ripeto MAI, attingere al vero frutto che la Concentrazione totalizzante può dare. La Dea Ignota deve rinascere in noi e solo per mezzo della sua intercessione si potrà <<trasformare in amore e compassione la malvagità umana>> per diventare dunque <<Veri Uomini>> (Massimo Scaligero, Iside Sophia). Altrimenti si rischia di irrigidirsi troppo e di combattere così a lungo un nemico da finire con l’identificarsi col duello stesso cadendo nel tranello appositamente architettato dal Re della Menzogna. Ritroviamo la rinata Sophia, da questo non si può prescindere!
La prospettiva Esteriore
D’altra parte come si potrebbe avere un chiaro e completo quadro valutando solo le vicende che avvengono nel Microcosmo umano?
A più di un secolo dalla fine del Kali Yuga sempre più persone si sentono spinte da una forza interiore che le traina verso l’occultismo. Gli ostacolatori hanno lavorato magistralmente per dirottare questo possente impulso, diretto dall’altissimo Michele, creando tutte quelle pericolose pseudo-discipline che si raggrauppano col nome di New Age. In realtà il loro lavoro è stato talmente raffinato da riuscire anche a dirottare gran parte del movimento antroposofico corrompendone il cuore svizzero. Come ci poniamo, noi tutti, dinnanzi a questa disastrosa situazione? E’ chiaro a noi tutti che qualcosa di marcio è al lavoro nel nostro mondo e non credo che si possa rimanere indifferenti di fronte a tale spettacolo.
L’epoca del solitario ascetismo è ormai giunta al termine. Se fino a qualche secolo fa si poteva ancora agire legittimamente fin dentro la mineralità rimanendo raccolti in Silenzio Interiore, al giorno d’oggi questo non è più totalmente possibile. Anche grandi Iniziati, come Steiner e Scaligero, dovettero, a costo di grandi sacrifici, portare la loro azione spirituale nel cuore stesso della società. Ovviamente qui stiamo parlando di grandissime Individualità e ogni paragone risulta quanto meno forzoso, però anche nel nostro piccolo possiamo portare un contributo significativo.
L’amico in difficoltà, i dilaganti disastri globali che investono tutti i settori del vivere umano, il dolore che si vede sul volto dei troppi bambini maltrattati e seviziati non possono lasciarci indifferenti. Queste tragiche esperienze che affliggono i nostri compagni di cammino non devono essere da noi ignorate con. L’epoca moderna in cui viviamo non permette più un solitario ascetismo, gli impulsi Morali dovranno sempre più essere tradotti in immediata azione, sia interiore, che esteriore giacché queste due prospettive tendranno a coincidere sempre più nel mondo di domani.
Per questo motivo non me la sentirei di condannare nel modo più assoluto l’apparentemente errato comportamento di molti sedicendi esoteristi. Qui è richiesta un’azione ben più radicale e difficile della seppur giusta “difesa del Vero”, dobbiamo infatti noi, ciascuno secondo propria attitudine, accompagnare questi nostri amici nel loro viaggio. Dirò di più! Noi tutti siamo chiamati a rapportarci non solo con gli amici, ma anche e soprattutto con quelli che chiamiamo nemici. Ebbene sì, se vogliamo davvero agire con il Cristo che pulsa nel nostro Cuore, dobbiamo trovare la forza per accompagnare l’”amico in difficoltà” in ogni sua caduta, dobbiamo noi stessi volontariamente cadere per poi condividere con egli le forze della risalita che, grazie al lavoro interiore, abbiamo già distillato. Sia ben chiara una cosa, questa Opera è paragonabile per difficoltà e per impegno alla Concentrazione più pura. Allo stesso modo, in questo agire esteriore noi dobbiamo essere in grado di rinunciare alla nostra egoicità, a morire ogni volta con il nostro prossimo per poter rinascere nuovi e risanati.
L’essenza delle future società, che già comincia a farsi sentire, è la Condivisione che, per come la intendo io, non è nient’altro che una forma più moderna ed attuale della Compassione di cui l’Avalokitesvara è il divino portatore. Questo compassionevole gesto regolerà in modo sempre più incisivo le relazioni sociali future.
L’umanità con grandi sacrifici è riuscita, almeno in potenza con il gesto del Cristo, ad ottenere quel seme di Libertà totale che l’ha affrancata da ogni tipo di decaduto legame materiale legato al sangue, lo Spirito sarà il comune denominatore dei rapporti umani nelle epoche future. L’avarizia e l’egoismo dovranno lasciare spazio alla magnanimità e alla bontà d’animo giacché sarà sempre più moralmente impossibile trattenere per sé i frutti che l’incontro con il Cristo Interiore ci avrà dato. E sarà impossibile perché la stessa Dea Rinata, che interiormente ci schiudeva il frutto ultimo della Concentrazione, agisce nel vivere sociale portando proprio l’impulso della Condivisione. Questo è il ribaltamente dell’antica prassi Romana, il do ut des, giacché la Condivisione non prevede, dalla propria prospettiva, un dare per ricevere in cambio qualcos’altro, essa muove l’agire umano per assoluta volontà di dedizione e di sacrificio. E’ la stessa Volontà del Logos che si muove in noi e che misteriosamente trasporta le stesse forze che crearono il Mondo stesso. Iside-Sofia è la chiave per il recupero della forza creatrice nascosta nell’uomo, ma per ottenere questa chiave è prima necessario sviluppare un relazionarsi secondo la più alta Morale.
Questa è dunque la riflessione maturata leggendo le ultime righe dell’articolo di Isidoro, una riflessione che mi piacerebbe tradurre in un accorato appello.
La Comunità Solare è da sempre faro di Luce e di vero Amore disceso in Terra, ma per necessità karmiche il suo agire più umano si è sdoppiato in due correnti figlie che nel corso della lunga storia si sono trovate più e più volte a combattere l’una contro l’altra. Se nel passato questi scontri potevano anche essere costruttivi, ora è venuto il momento di ritrovare il punto di unione fraterna per procedere rettamente verso gli ardui compiti che spettano a tutti i suoi membri.
Lasciamo che la Sophia, che abbiamo visto essere sempre la chiave di volta in entrambe le prospettive, illumini il nostro percorso. Sotto la sua bandiera e con la spada di Michele potremo portare molta ricchezza nelle nostre anime e, come diretta conseguenza, nel mondo intero. Lasciamo che Sophia ispiri il nostro agire, accogliamola in tutto il nostro essere, facciamo sì che l’uomo ritrovi la Sophia affinché possa finalmente diventare un vero Antropo-sofo.
CIBON