TEOSOFIA

 Teo

Racconto un breve fatto avvenuto oltre quarant’anni fa. Discutevo amichevolmente con il parroco di una parrocchia molto influente. Costui era giovane e simpatico, dirigeva la chiesa e le molte attività connesse con vivacità ed intelligenza. Parlavamo di religione. Io gli feci notare alcune contraddizioni che appaiono nei vangeli canonici. Lui si arrestò: quasi sentii il lavorio delle sue “cellulette grige” per dirla alla Poirot. Poi, sorridendo mi rispose con un tono di scusa: “ E’ troppo tempo che non leggo i vangeli, da quello che mi ha detto, dovrei riprenderli in mano”. E ci salutammo da amici.

Ho narrato questo episodio perché mi piacerebbe sentire qualcosa di simile da parte di coloro che hanno intrapreso la via della scienza spirituale. Più esattamente ho sentito qualcosa del genere, però non troppo spesso, da persone che da molti anni calcano questo sentiero. Essi si accorgono che, ripresa la lettura di testi rimasti a prender polvere, la comprensione di capitoli, pagine e singole righe è cambiata. Anche molto.

Questo è un esempio sperimentabile della circolarità della ricerca. Fin dai tempi del mito, l’eroe attraversa mezzo mondo, grandi avventure e difficili prove per poi ritornare a dove tutto ebbe inizio ma con i grandi cambiamenti che hanno forgiato a nuovo la sua anima.

Molti invece, salpata l’ancora, lasciato il porto (e dimenticato a casa il portolano), si avventurano all’orizzonte, vengono rapiti da tripudio panico o da inconsci meccanismi e dimenticano ciò che può dare senso e certezza all’incursione nell’illimitato mare.

Perché dico questo? Beh, uso il rasoio d’Occam personalizzato e posso dire di non aver (quasi) mai inteso bocca che pronunci la parola “spirito” senza che questa esca morta come un pesce appeso da giorni oppure – più raramente – accompagnata da un paio d’occhi spiritati o lucidati da un recondito orgasmo su cui non desidero indagare. In ambedue i casi la suddetta parola è priva di un contenuto che dovrebbe esserle più appropriato. Ciò non è “cosa da nulla” qualora provenga da sé dicenti discepoli della scienza spirituale.

Così non mi sono ancora spiegato sufficientemente.

Prendiamo in mano un testo base della scienza spirituale: il libro non voluminoso che il Dottore ha intitolato “Teosofia”. Esso, a leggere una delle introduzioni riportate, per l’Autore (e per chi lo leggesse) non è una cosa tra le tante. Scrive lo Steiner: “Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. Alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile”. Dunque con queste parole, non casuali, il Dottore avverte – visto il ruolo della Filosofia della libertà per una Scienza dello spirito – che il testo è importante e per qualcuno fondamentale. Posto a fondamento.

Allora? Dobbiamo fare molta attenzione che una prosa semplice non induca ad una semplice lettura. Dal XXXIII capitolo de La mia vita mi permetto di estrarre alcune righe (in caso contrario sarei costretto a ricopiare l’intero capitolo, comunque chi vuole può leggerselo per intero): “A chi abbia letto le spiegazioni precedenti, prendendo solo conoscenza del loro contenuto, le verità che vengono presentate ora sembrano semplicemente affermazioni arbitrarie. Diverso è il caso per colui la cui esperienza di idee abbia subìto un rafforzamento in seguito alla lettura di ciò che era stato esposto in connessione con l’osservazione del mondo sensibile”.

In questa ultima frase ritroviamo quanto, nel primo capitolo di Teosofia, guida la semplice e attenta osservazione: dalla “ordinaria” esperienza che attraversa la nostra vita nel mondo sensibile ai concetti corrispettivi di corpo, anima e spirito.

Allora ritorno a quanto ho scritto sopra. Per quale motivo si può parlare e straparlare di gerarchie o di fantomi mentre incontriamo il vuoto quando si tratti invece di concetti sperimentabili – a noi intimi e presenti – come anima e spirito? Sì, è possibile, partendo dal sensibile, giungere ad un concetto nitido e cosciente di “spirito”.

Se fossimo costretti ad ammettere che da quelle parti c’è il vuoto, su cosa reggerebbe il resto dell’edificio?

Evidentemente è possibile essere ciarlatani anche presumendo il contrario. Il mondo delle parole vuote.

Contro cui Scaligero spese interi capitoli dei suoi libri e che il Dottore aborriva: non esiste una sua opera che non poggi scrupolosamente sul reale, sperimentabile da ogni sana costituzione umana. E non c’è pensiero che, elevandosi, partendo dalla attenta osservazione della realtà, non segua poi il tracciato della concatenazione logica e dell’obbiettività scientifica. Ciò esige dal lettore una fatica di pensiero ardua. E già questa sembra merce rara. Il primo gradino della conoscenza spirituale su cui sembra difficile salire.

Il Dottore prosegue: “…ma un libro antroposofico giustamente composto dev’essere un risvegliatore della vita spirituale nel lettore, non una somma di comunicazioni. Il leggerlo non dev’essere una semplice lettura, ma un’esperienza viva, accompagnata da interiori sconvolgimenti, tensioni e soluzioni. So bene quanto ciò che ho dato nei libri sia lontano da suscitare, per sua propria forza interiore, una tale esperienza nelle anime che li leggono. (…) Ma solo questo stile può essere un risvegliatore: poiché il lettore deve suscitare in se stesso il calore e il sentimento: non può lasciare che, in uno stato di coscienza smorzata, essi vengano a lui semplicemente “travasati” dall’autore”.

E’ certo il bisogno, per il lettore, di un “approfondimento rafforzante che si raggiunge per mezzo degli esercizi”. Chi segue ora le indicazioni date da Massimo Scaligero non dovrebbe avvertire in ciò un ostacolo insormontabile.

In effetti, come ho detto e ridetto in altri momenti, Scaligero e prima di lui il dott. Colazza, davano immediatamente ai ricercatori alcuni esercizi (prima tra tutti, la disciplina della concentrazione) e mi risulta dalle testimonianze trasmesse, che anche il Dottore usasse questo approccio con molti tra coloro che poi divennero suoi discepoli.

Dalle castronerie che fioriscono in ogni stagione pare che pochi abbiano nell’anima la virtù della intellettuale modestia che aiuta l’asceta o il ricercatore a scorgere la limitatezza del proprio intelletto: in questo senso i dotti possono avere più difficoltà di altre persone.

Poiché qui non si tratta di sapere questo o quello ma di usare il pensiero, ovvero l’organo interiore che partecipa, quale indispensabile elemento, alla conoscenza umana e che, simultaneamente, opera in ciò che è eterno.

Alcuni tendono a sottovalutare il pensare e a porre più in alto “l’intima vita del sentimento”. Dicono che alle cognizioni superiori non ci si elevi per mezzo di ”arido pensiero”, bensì mediante il calore, la forza immediata del sentimento. Quelli che parlano così temono che un pensiero chiaro smorzi i sentimenti. Nel pensare quotidiano, rivolto solo alle cose utilitarie, avviene certo così. Ma nel caso di pensieri che guidano alle regioni superiori dell’esistenza accade l’opposto. Non esiste alcun sentimento o entusiasmo che, in fatto di calore, bellezza ed elevatezza, sia paragonabile ai sentimenti accesi dai puri e cristallini pensieri che si riferiscono ai mondi superiori. I sentimenti più alti non sono quelli che si presentano “da sé”, ma quelli che si conquistano con un energico lavoro di pensiero”.

Allora, cari lettori, nel testo su cui abbiamo puntato l’attenzione, quale potrà essere “un energico lavoro di pensiero”? Non occorre nemmeno proseguire oltre il primo capitolo di Teosofia per porsi questa domanda.

Mi pare che le mezze misure siano brutalmente assenti: se si legge il capitolo come si fa con “una semplice lettura” cosa succede e cosa rimane? Non succede proprio nulla ed al massimo si giunge a ricordare una scaletta di elementi che sono, più o meno, solo parole.

Oppure si evoca in immagini ciò che ad ogni parola corrisponde e si unisce immagine con immagine senza tralasciare nemmeno una congiunzione. Questo è arduo già nei limiti di poche pagine, dunque è un lavoro possibile a piccoli o piccolissimi passi: occorre tempo e fatica per completare l’intero capitolo (uso la parola immagine nell’accezione in cui essa contenga il proprio contenuto concettuale e non immagine come svolazzo casuale di farfalline cerebrali).

Già questo lavoro, se rigoroso, permette – come scritto dal Dottore – l’accendersi di intense impressioni nell’anima: forti e puri sentimenti. Gli faccio da modesto eco: non quelli che ascendono dalla caotica oscurità corporea: questi sono fiamma accesa dalla luce. Nascono come preludio delle altezze.

Quando ci si sia familiarizzati con le singole parti costitutive, l’anima stessa avverte che ciò non basta: l’uomo è sintesi.

Lo sforzo successivo allora diventa il riunire ogni parte pensata e sentita, in un’unica sintesi. Il fatto che si possa avvertire – quasi fosse sensazione fisica – come il pensare si tenda ben oltre l’ordinario, che venga come strappato dai noti ormeggi, dev’essere esperienza.

Solo in questo caso l’anima comprende d’aver avviato un processo meditativo che stacca una parte di sé dal sensibile. Basta un attimo ma è un attimo che “funziona” anche per i capitoli successivi. Intemporalità che vale lungo i tempi.

In nessun capitolo successivo troviamo l’identica forma di percorso. Ogni capitolo offre un modo di percorrerlo diverso, la maggiore difficoltà che è possibile incontrare è bilanciata dalla capacità sviluppata precedentemente.

Come in ogni attività disciplinata, l’esperienza precedente non ci rende meccanicamente più capaci ma la familiarità con stati non usuali del pensiero e dei corrispondenti sentimenti ci offre maggiore abilità per continuare l’impresa. Questa ora sta alla lettura ordinaria come la scalata dell’Everest sta a fronte di una foto del gruppo di monti: c’è un certo riconoscimento ma trattasi di esperienze completamente diverse.

Se qualcuno mi ha seguito fin qui, potrà chiedersi a buon diritto se il paziente e deciso operatore si trova tra le mani un libretto oppure un laborioso tratto della propria vita. Datevi da soli la risposta.

Ecco che i capitoli finali (quelli più controversi nello stile, apparentemente assertivo) si articoleranno come forza a malapena trattenuta: qui le immagini ed i concetti sono come porte che quasi non riescono ad ostacolare l’abbagliante luce che trapela. Qui l’anima può avvertire il timore di aprire tali porte: è prova di quanto coraggio e amore si possiede davanti al rischio della visione del mondo spirituale. E’ l’interiore sconvolgimento di cui scrive il Dottore. Davvero l’anima può venire scossa. Il ricercatore scopre quanto sia più facile coltivare la virtù dell’umiltà a confronto dell’assenso alla grandezza e alla potenza che può riempire l’anima.

Senza una disposizione di destino o una saggia maturazione dell’anima, so di accennare a qualcosa che appare (troppo) difficile.

Ma, chiedo ai lettori, da quando e da dove è spuntata la fantastica opinione che le vie iniziatiche siano “facili”?

Il fatto che una corrente esoterica sia stata resa attuale, cioè rispondente alle modificazioni occulte dell’uomo, preparate da centinaia d’anni di trasformazione della sua coscienza e che le indicazioni esoteriche possano venire comunicate in diverso modo, ossia conformi alle modalità di vita culturale e sociale in cui è pur possibile il discepolato, non ha diminuito di una virgola le difficoltà di una vera via iniziatica. “E‘ arduo passare sulla alata lama del rasoio”, recita la Kaţha-upanishad. E’ solo che l’arduo si è trasferito nel campo del Soggetto, nella libera sfera dell’Io pensante: perciò si può scegliere in gran lusso: la realtà o le sceneggiate.

Riguardo al tema di queste righe, mi pare di aver letto che Steiner, con Carl Unger si comportò in questa maniera: come talvolta accadeva, apparentemente incurante del batticuore del giovane ingegnere, sprecò poche parole e nessun incoraggiamento. Nemmeno un vero e proprio incontro seppure breve. Gli diede una copia di Teosofia e gli disse di tornare quando (e se) fosse stato pronto. Unger, se ricordo bene, tornò – passati più di tre anni – con i mutamenti interiori idonei ad un discepolato occulto.

Un quadro indicativo sin nei particolari, non vi sembra?  

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