Anno XXI n. 12
Dicembre 2016


In questo numero:
Anno XXI n. 12
Dicembre 2016



Un nostro amico e lettore (F. A.) ha scritto le righe che leggete qui sotto. Gli ho chiesto il permesso di pubblicarle anche su Eco. Mi sembrano un forte grido dell’anima: perciò più vere di molte altre cose.
In catastrofi come queste dei terremoti resto ammutolito dal mistero che si manifesta. Mistero perché c’è qualcosa di incomprensibile in fatti come questo: la ragione non riesce a cogliere un senso che sente esserci ma non sa decifrare in chiari pensieri.
E tutti i pensieri con i quali mi do contezza dell’accaduto, tipo le spiegazioni scientifiche, e tutte le problematiche relative – come il fatto che le comunicazioni non ci sono state o sono impossibili ecc. – giuste e necessarie, sacrosante , non mi danno però la sensazione di essere al cuore del fenomeno, al suo senso o causa: alla sua essenza!
Forse dovremmo cambiare metodo e chiederci al posto del perché, come faceva Goethe, il come. Ma anche questo non credo sarebbe sufficiente qui! È così grande il mistero che mi viene incontro, che sembra impossibile anche solo inquadrarlo. Non comprenderlo ma anche solo tipicizzarlo.
Ed è sempre così quando ciò che chiamo vita e ciò che chiamo morte, al di là delle vuote parole, si manifesta visibile e con simile potenza. Anche trascurando il senso della natura e la sua aseità, il senso del mondo che mi attornia, dell’universo nel quale sono posto, qui, la vita e la morte dell’uomo è così forte, che abbaglia la mia ragione…
E più lontana da me è questa morte, meno ne sono coinvolto (non sono parenti, amici e conoscenti, non sono io! ) più mi è chiaro che la mia ragione incontra il mistero. Perché quando sono io che sto morendo, o vedo morire una persona amata o un amico, il mio sentire, i miei sentimenti sono al massimo della loro intensità, ed in qualche modo vivo assieme al mistero la sua realtà, vivo fuso con essa e in qualche modo sento la sua essenza, la vivo anch’io, ed è talmente intensa che non riesco nemmeno a ricordarla quando è passata (come l’amore…): quando è passata la sento come sento un sogno che ho sognato, qualcosa del passato che ha lasciato una traccia nel presente della mia persona, della mia memoria, tenue di fronte al massiccio mondo del presente, ma indelebile.
Questo mistero che grida la sua presenza è il senso della vita umana. Ed è un passo, solamente un passo, di ovvietà, di ragionevolezza, che compio per relazionare questa catastrofe indicibile con la mia vita personale. La quale mi chiede di avere un senso anch’essa. Di essere collocata in qualche modo armonicamente all’interno di questo universo e di dare un senso anche alla mia comparsa ed poi alla mia futura scomparsa. E qui non so più cosa pensare, il pensiero quotidiano non ce la fa! Ognuno, a questo punto, fa i propri calcoli e va nella propria direzione: religiosa o ideologica, filosofica o di oblio.
Ma resta il mistero che grida la sua presenza. Finché l’anestetico del tempo non prende il sopravvento.
Fino al suo prossimo apparire.

«Perversi difficile corriguntur et stultorum infinitus est numerus», Ecclesiastes, 1-15
«I perversi si correggono con difficoltà, e il numero degli stolti è infinito»: chissà se questo verso dell’Ecclesiaste, citato da un irredimibile paganaccio come me, farà riflettere coloro che sono stati ammaliati e sedotti – e non son pochi – dalle dornacchianti sirene e da quelle verdimontane gianicolensi, ma la vedo veramente dura.
E ancor più dura vedo la possibilità che i malvagi e i perversi da se medesimi si correggano o da altri vengano corretti. In ambedue i casi – per gl’incantati persuasi e per gli insinuanti incantatori – al presente stato delle cose, un radicale mutamento di rotta, è cosa senz’altro possibile – molte sono le cose possibili sotto il cielo – ma non poco difficile. Perché, generalmente il tempo migliora i buoni e peggiora i cattivi, o – come recita l’antichissima sapienza etrusca, l’òva più tu lle còci, e più le rassodano.
Ne è lampante esempio il comportamento, veramente indegno, della dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica di Dornach nel caso accaduto di recente. Nel precedente mio articolo, era riportato lo scandalo – e la totale follia – della pubblicazione in un libretto, voluto ed edito sotto l’egida della dirigenza del Goetheanum, di uno scritto di Helmut Zander, docente universitario, storico delle religioni, e teologo velenosamente avverso alla figura spirituale e umana di Rudolf Steiner. Lo Zander non è un semplice avversario, leale anche se polemico, bensì un nemico che non si tira indietro – secondo il costume bimillenario della nota parte avversa – di fronte alle più sordide calunnie e alle più spudorate menzogne pur di trascinare nel fango e coprire di letame il fondatore della Scienza dello Spirito, e delegittimare così l’intera Antroposofia come il prodotto di una personalità patologica, dedita a immorali pratiche tossicologiche.
Stephen E. Usher, ha espresso a voce alta la sua indignazione, e chiesto a chiare parole che la direzione della Società Antroposofica e i dirigenti del Goetheanum responsabili di un sì osceno sconcio ne traessero le logiche conseguenze, dimettendosi e sparendo dalla scena. Gli è stato risposto con una serie di scuse e considerazioni talmente equivoche, nonché accampando motivazioni talmente inconsistenti, da suscitare un ben amaro riso in chiunque abbia veramente a cuore le sorti della Scienza dello Spirito, donata al mondo da quel Rudolf Steiner, che proprio loro contribuiscono a diffamare.
Ma come si dice nelle amene lande della polemica Etruria, quando si cerca di rimediare una minestra venuta male con l’aggiungervi ingredienti vari, si riesce di regola solo a peggiorarla sino a renderla schifosa e totalmente immangiabile. Ed è nello stile politicante, oramai da decenni invalso nella dirigenza della Società Antroposofica Universale, il negare l’evidenza, il parlare di sviste, di dimenticanze, di “non siamo stati capiti”, “siamo stati equivocati”, e il rivendicare – in perfetto american style – un procedere assolutamente politically correct. Ma un tale procedere nel solco di una correttissima politica può ingannare e illudere solo gl’ingenui e gli sprovveduti, incapaci di distinguere – o anche solo sospettare – la realtà oltre la “bella” apparenza. Ma si tratta solo di marketing, ossia di prostituzione morale.
E anche questa volta, costoro non si sono smentiti. Le indignate contestazioni di Stephen E. Usher erano precise e colpivano impietosamente nel segno. Sarà per la sua formazione universitaria in matematica e fisica – studi da lui perseguiti prima di darsi a quelli economici e sulla Tripartizione dell’Organismo Sociale – ma il suo pensiero è quanto di più chiaro, essenziale, addirittura scarno e sfrondato di inutili orpelli, nel porre con geometrica limpidità il problema dell’aperto tradimento nei confronti dell’insegnamento di Rudolf Steiner, nonché quello dell’ingratitudine più nera nei confronti della sua eroica persona, che nel donare agli umani la Sapienza Celeste si è consumato come un roveto ardente.
Alle chiarissime e spietate considerazioni del coraggioso antroposofo d’Oltreoceano, la dirigenza del Goetheanum e della Società Antroposofica risponde in maniera sfumata, approssimativa, esibendo stupore e sconcerto che simili aperte accuse le venissero rivolte, e accampando scuse su scuse: tutte patetiche e puerili. La minestra, già di pessimo sapore, è così diventata totalmente immangiabile. Per autogiustificarsi, e in qualche modo far colpa a Stephen E. Usher di pretestuose e ingiuste accuse, i dirigenti della corporazione antroposofazzica – vera lobby “american style” – hanno messo in atto molta dialettica. Ma Massimo Scaligero ha insegnato quanto la dialettica – naturalmente, non quella aurea di Platone, di Hegel, e affini – sia veste menzognera di oscuri istinti e stati d’animo, nonché menzogna essa stessa: essa è lo strumento principe del Signore dell’Oscuro Pensiero.
Che contro la persona di Rudolf Steiner e la sua opera si siano scagliati – con profusione di moltissima dialettica – tradizionalisti come René Guénon, Julius Evola, i RR.PP. gesuiti Otto Zimmermann, Giovanni Busnelli, Giuseppe Messina, e Henri de Lubac, era cosa prevedibile e addirittura scontata. Ma Massimo Scaligero – in Dallo Yoga alla Rosacroce – scrisse, oltre 45 anni fa, che contro la Scienza dello Spirito erano previsti non solo attacchi dall’esterno, ma soprattutto dall’interno della cittadella. Oggi – a meno di voler esser ciechi, o di mentire coscientemente a se stessi – assistiamo non solo all’attacco, perpetrato all’interno della Società Antroposofica e della stessa Comunità Solare, nei confronti della Scienza dello Spirito e della Via del Pensiero, ma addirittura alle persone stesse di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, calunniando e diffamando la loro intelligenza, la loro salute mentale, e persino mettendo in dubbio la loro moralità.
Affinché il candido lettore possa giudicare personalmente e liberamente dei fatti, trascrivo integralmente – dopo averli diligentemente tradotti dall’anglica lingua – quanto apparso su Deepening Anthroposophy, Issue 5.2 Continued: | October 14, 2016:
«Cari colleghi antroposofici.
Facendo seguito alla pubblicazione 5.2 del 4 ottobre, ho edito la risposta della direzione del Goetheanum all’articolo di Stephen Usher. (Questa risposta scritta c. 6 ottobre, è stampata un’altra volta più sotto). Mi piacerebbe, per gli antroposofi, avere una possibilità – a chance – di intendere questi due punti di vista, in quanto questo accadimento – incident – ci riporta lo sguardo ad una delle questioni più essenziali per i rappresentanti dell’antroposofia nel nostro tempo: Come accostare il compito di difendere l’immagine di Rudolf Steiner, sia con coscienza, sia in libertà. Stephen Usher ha chiesto l’opportunità di pubblicare una risposta alla recente posizione della dirigenza del Goetheanum. Segue la sua risposta e le opinioni – views – sono le sue proprie.
Thomas O’Keefe
*
Risposta di Stephen E. Usher alla Direzione del Goetheanum
Stephen E. Usher risponde a Jean-Michel Florin e Bodo v. Plato, che avevano commentato il suo articolo “Il caso della pubblicazione del Goetheanum Rudolf Steiner Bilder”.
Stephen E. Usher | 11 Ottobre, 2016
La mia risposta in tre punti:
*Nota. Dietro suggerimento degli editori di Deepening Anthroposophy e di Ein Nachrichtenblatt, mi si conceda affermare, ch’io ritenga che Mr. Beck abbia preso una decisione indipendente di non pubblicare sulla base di ragguagli ch’egli aveva ricevuto dal rappresentante del Goetheanum, Mr. Nilo».
Lo scritto di accusa di Stephen E. Usher è apparso anche in lingua tedesca, a beneficio del milieu antroposofico germanofono, in Ein Nachrichtenblatt PLUS del 28 settembre 2016, e riportato, venerdì 14 ottobre 2016, sul blog dal nome significativo di Clement als trojanisches Zugpferd, che nella lingua di Dante suona Clement come cavallo di Troia, ove lo scritto di Usher è comparso con il titolo, che suona come una esplicita e dura accusa, di »Das Goetheanum ist ein Haus, das mit sich selbst uneins geworden ist«, ossia “Il Goetheanum è diventato una casa divisa con se stessa”.
Il testo comparso in lingua tedesca riporta la seguente firma:
Stephen E. Usher, Ph.D.,
Mitglied der Anthroposophischen Gesellschaft in Amerika und in der Ersten Klasse der Freien Hochschule für Geisteswissenschaft seit über 40 Jahren
Mentoren: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger,
nella quale il Dr. Usher dichiara di essere socio della Società Antroposofica in America e membro della Prima Classe della Libera Università di Scienza dello Spirito, ossia della Scuola Esoterica, da oltre 40 anni, avendo avuto come mentori: Dietrich von Asten, Ernst Katz, Herman Poppelbaum e Georg Unger.
Evidentemente, Stephen E. Usher – e questo gli fa molto onore – prende sul serio l’impegno sacrale assunto di fronte alla potenza sacra di Michael, il “Fiammeggiante Principe del Pensiero”, di assumere come propri la causa e il destino dell’Essere Anthroposophia, di difenderla contro gli attacchi dei nemici di Essa, e di essere apertamente di fronte al mondo un degno rappresentante di Essa nel pensare, nel sentire, nel volere, nelle azioni, nella parola e negli scritti. Lo stesso impegno sacrale mi fu chiesto da Hella Wiesberger, da Gianandrea Balastèr e dagli altri membri del Lascito di Rudolf Steiner nel novembre 1985, e a tale sacrale impegno – assunto da me con piena consapevolezza e senza veruna riserva mentale – mi sforzerò finché avrò vita e respiro di restare fedele. Ma si vede che, a Dornach, Bodo von Plato e i suoi accoliti, e nella Città Eterna l’Innominato e la sua cerchia, la pensano diversamente. Nel caso romano – che sia così ho potuto verificarlo di persona – per dirne solo una, mi venne chiesto di venir meno ai miei giuramenti sacri, dando una “interpretazione creativa” di essi, il che fece vomitare lo stomaco delicato di questo vecchio lupaccio.
Dopo queste considerazioni, nella pubblicazione americana, segue – a mo’ di una par condicio di tipo speciale – la “giustificazione” della dirigenza del Goetheanum, che per me è un capolavoro di malafede e ipocrisia, rivestita per di più di ben scadente dialettica. Eccola:
«Immagini di Rudolf Steiner
Nel libretto che accompagnava la Mostra del Goetheanum “Rudolf Steiner Bilder”, Stephen E. Usher ha trovato una citazione disturbante proveniente dal biografo di Rudolf Steiner, Helmut Zander. Senza considerare il contesto, o indagare circa l’intenzione, egli ha inviato il suo articolo critico a molti indirizzi.
Allora, quale ne è il retroscena?
Allestita nelle stanze della biblioteca, la Documentazione del Goetheanum esibiva una piccola e accuratamente selezionata mostra – exhibition – di incontri immaginari con Rudolf Steiner, dimostrata attraverso fotografie, pitture, sculture e testi scritti. Questa mostra è stata aperta alle visite dal 26 febbraio all’8 luglio di quest’anno. Ottanta copie del summenzionato libretto accompagnatore, “Rudolf Steiner Bilder”, contenevano ventidue testi, che descrivevano incontri reali e immaginari con Rudolf Steiner.
Uno di questi testi era una citazione presa da Helmut Zander, che esprimeva una immagine contraddittoria e dubbia di Rudolf Steiner. Questa citazione era stata specificatamente scelta per dipingere un esempio caratteristico di che cosa disgraziatamente – unfortunately – circola come immagine di Rudolf Steiner nella pubblica arena e specialmente nei circoli accademici in Germania. Nell’approntare la mostra al Goetheanum questa citazione presa da Zander poteva venire neutralizzata molto più efficacemente di qualsiasi sorta di confutazione – refutation – o occultamento – concealment.
È stata naturalmente una svista – an oversight – il non aver menzionato questo contesto nella prefazione del libretto. Johannes Nilo, leader della Documentation, curatore della mostra e autore della prefazione, non si aspettava che il libretto sarebbe stato interpretato in maniera diversa o tratto fuori dal contesto della mostra, come Stehen E. Usher ha ora fatto, vari mesi dopo la chiusura della mostra.
Ci dispiace sinceramente che ciò sia avvenuto e speriamo che il valore positivo della mostra non venga danneggiata retrospettivamente da una polemica potenzialmente fuorviante – misleading – che circola nella Società Antroposofica. Avremmo apprezzato se Stephen E. Usher avesse condotto indagini con uno dei responsabili, prima di mandare a giro – sending out – la sua critica.
Per la Direzione del Goetheanum
I portavoce – the spokesmen –
Jean-Michel Florin e Bodo von Plato
Goetheanum, 20 ottobre 2016».
Beh, che dire?! Evidentemente, gli stimatissimi signori Jean-Michel Florin e Bodo von Plato, portavoci autorizzati della dirigenza della lobby che, facendo il bello e il cattivo tempo, governa in quel di Dornach, prendono i loro lettori – antroposofi e non – per tonchi totali. Vorrebbero far credere che una mostra, allestita al Goetheanum – centro dell’intera vita (se è vita, quella, ormai) della Società Antroposofica su Rudolf Steiner, creatore della stessa Antroposofia, sia stata supportata da un opuscoletto, un librettino – a booklet, nel testo inglese – stampato in sole 80 copie. Ad una mostra dove per oltre cinque mesi vanno migliaia di persone, soprattutto in occasione degli eventi artistici e assemblee di Pasqua e di Pentecoste?! Forse costoro intendono dare a bere agl’incolti e agli sprovveduti, che una menzogna e una diffamazione nei confronti di Rudolf Steiner sia cosa meno grave, in fondo – a loro dire – trascurabile, se stampata in sole 80 copie. Anzitutto, che ne abbiano stampate solo 80 copie di quella schifezza, è una menzogna così rozza che non vi crederebbero neppure i poppanti. E, comunque, siccome Stephen E. Usher visitò il Goetheanum e reperì il libretto quasi a fine settembre, è credibile che ottanta copie abbiano lasciato, mesi dopo la chiusura della mostra, copie invendute? No, evidentemente non lo è!
Rudolf Steiner, all’inizio dell’aureo libro L’Iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori, parla del sentiero della devozione e della venerazione nei confronti della verità e della conoscenza, come di una condizione imprescindibile per percorrere il cammino della Iniziazione. Parla altresì dello speciale stato interiore che fa talvolta esitare con sacro timore nel girare la maniglia per entrare in quella stanza che per il discepolo della Scienza dello Spirito è un “santuario”. Parla della venerante gratitudine verso chi, in quanto Iniziato e Maestro, ci dona la Conoscenza spirituale e la Via per realizzare l’Iniziazione. E parla pure della mancanza della devozione e della venerazione nelle “intelligentissime” anime moderne, come di uno dei massimi ostacoli al cammino occulto. Evidentemente, quelle pagine e quelle parole vengono irrise e accantonate come ingenuità.
Ma la cosa più indigesta e indigeribile – a me è veramente rimasta sullo stomaco – è il capolavoro di ipocrisia che è la pretesa di una sorta di “neutralità”, da loro ostentata, tra Rudolf Steiner e Helmut Zander. La secca e tagliente risposta di Usher ne fa giustizia.
La dice lunga la espressione tedesca cavallo di Troia, esprimente bene sia la callida tattica che la finalità distruttiva, la quale si pone la parte avversa nei confronti della Scienza dello Spirito di Rudolf Steiner e della Via del Pensiero Vivente messa al centro di essa da Massimo Scaligero. A mio modo di vedere non vi è dubbio alcuno che sia i dirigenti dornacchiani, sia il dissimulante Innominato coi suoi famuli, siano dei simili cavalli di Troia – per non dire qualche altra cosa, che la decenza mi vieta di proferire, ma non di pensare – naturalmente operanti ad majorem gloriam della parte avversa.
A questo punto, se uno vuol vedere la verità, è ben difficile non scorgere l’abissale degenerazione della Società Antroposofica. Il candido lettore ne tragga coraggiosamente e spregiudicatamente tutte le conseguenze che logicamente e moralmente ne discendono.

Leggo le righe di molte persone. Gli approcci, gli atteggiamenti sono diversi ma alla fine il succo delle domande è quasi sempre il medesimo. Come ciò a cui poi rispondo. Comprendo queste situazioni: chi pratica non ha concluso ma inizia e, per molto, moltissimo tempo, può ritrovarsi in un mare di problemi, dubbi, incertezze. Nonostante si abbia compreso la necessità dell’azione, la mente e le sensazioni paiono ancora capaci di moltiplicare i problemi. Che si dissolveranno quando verrà dominato il turbinio dell’anima, quando verranno lasciate indietro le sensazioni che, dal corpo sciamano nell’anima. In questo stato di cose non c’è mai soluzione che assomigli ad una parola magica, ad un esercizio più segreto. Come per un muratore che costruisca qualcosa, servono piombo, mattoni, cemento e operoso lavoro. Quasi tutta la “medicina miracolosa” sta nella semplicità e nel proprio disciplinato lavoro.
Per questo motivo, dati gli spunti di questa breve nota che sono quesiti posti da amici lettori, cercherò di essere semplice e sintetico…anche perché, oltre le nostre personali esperienze (che davvero possono essere complicatissime), la Via interiore o l’Opera, o come si voglia chiamarla, è, pure lei, essenzialmente assai semplice: dura, lenta, impietosa, frustrante e altre cento cose…ma in sé è semplice.
Solo noi facciamo il possibile – roba che va in addebito all’anima – a essere smodatamente complicati: come fronzuti alberelli che il lavoro interiore denuda, fa spogliare del fogliame…foglia dopo foglia: è la porta stretta, la cruna dell’ago. Si chiama “semplificazione”: allora il mondo traspare, cioè diviene trasparente e sorge un senso di liberazione; con la parola mondo intendo tutto, anche ciò che percepiamo come un gran pezzo di noi stessi.
Non si tratta, come paventato da molti, di perdere qualcosa: come non muta il colore degli occhi, così tutto rimane (persino il carattere fondamentale) ma rimane come le vesti che possiamo indossare o appendere in armadio. Il problema è solo di disidentificarci dai vestiti: è illusione poterlo fare con le forze attraverso le quali c’è stata una prolungata identificazione: per questo lo spiritualismo superficiale non porta a nulla: è necessaria l’azione interiore capace di mutare la direzione delle forze, modificare la forma naturale con cui si danno nell’ordinario. Parlo del pensare-sentire-volere che c’è, non di astrazioni. I cinque esercizi ausiliari, che sono anche i più conosciuti, operano in questa direzione.
Altra illusione spiritualista è la rappresentazione che si parta e dopo un po’ si giunga a qualche destinazione. Non è così. Il lavoro spirituale è simile all’infinito, con esso cavalchiamo i secoli e con volti diversi svolgiamo un tratto per volta del nostro compito: ecco la necessità di giungere a congrue immagini della vita cosmica e terrestre e del suo divenire, che andrebbero pensate e sentite. Giungere ad una visione più completa di noi stessi – non come auto affabulazione ma in chiari pensieri conquistati con forza e amore – porta conoscenza e salute all’anima. Così cambia la prospettiva, cambia il nostro rapporto con la vita che si consuma velocemente.
Per camminare sulla Via dello Spirito è meglio misurare le cose con il metro dello Spirito: in una singola incarnazione si fa il possibile, talvolta l’impossibile…ma non tutto. Perciò essere asceti o guerrieri è la stessa cosa, poiché si impara ad avanzare e a combattere come guerrieri, talvolta vincendo, spesso venendo sconfitti…e tutto ciò ci addestra, ci matura al punto tale che per il mondo comune diveniamo incomprensibili: nel mondo ma non del mondo. Per mezzo dell’indifferenza o distacco giungiamo all’inesauribile pietà: vuoti di noi stessi possiamo ospitare gli altri. Per il pensare ed il sentire comune, qui i contro-sensi abbondano e farebbero scandalo.
Mi scrivono che le discipline forse accrescono orgoglio e superbia: l’hanno sentito da personaggi che ci mettono tutto per far del male straparlando di quanto esso sia bene. Le discipline emanano dai protettori dell’umanità e questi, per i mollaccioni, sarebbero il male? Non dimenticate l’ intuizione del sacro che riponete nel cuore e anche un po’ di sana logica non guasterebbe. Comunque con l’esercizio giornaliero corretto, sincero anche se con mille scivoloni, presto – se il timone viene tenuto ben saldo – sono incertezze che passano.
Qualcuno mi dice ciò che riporto integralmente:”Perché la mente cerca sempre di insinuare il dubbio che è la concentrazione a creare il problema e io devo escogitare sempre nuovi trucchi per non lasciarmi cadere nel giochetto”.
Niente trucchi: guardate la pietra: realizza la potenza della propria immobilità: seppur diversa è analogica alla forza di rimanere nella concentrazione: questa a differenza della pietra è dinamica, ma come la pietra può essere indifferente a tutto. Non lo è ancora? Ripetizione e ritmo: 10, 100, 1.000 volte, e mai col pilota automatico: ripeto: indifferente a tutto il resto. Anzi, poi si scopre che i “disturbi” sono buoni compagni: permettono di “toccare con mano” cosa la concentrazione non è! Invitano l’operatore ad operare con più intensità, insegnano il sacrificio.
Non sono pochi quelli che mi dicono qualcosa sulla percezione dei defunti. Scrivono che questi vengono a salutare, spesso avvolti in un’aura soffusa e dorata, sempre nel dormiveglia: molti hanno questa facoltà, che dura o che perderanno: sì, i defunti prendono congedo, poiché in termini di stato dell’essere essi vanno molto lontano.
Comunque si possono sempre aiutare anime e altri esseri non incarnati, conosciuti o sconosciuti: prendi la Scienza Occulta e racconta loro, a bassa voce, la metastoria dall’Antico Saturno in poi. Fallo giornalmente per, almeno, un quarto d’ora, con disponibilità e simpatia o amore. Si forma intorno a te come un anfiteatro (puoi immaginarlo o meno) sulle cui gradinate prendono posto tanti che hanno bisogno di conoscenza in forma di pensiero: per essi è concreta liberazione. La loro sete è concreta e tu fornisci loro l’alimento prezioso.
C’è chi scrive: “Ho compreso che il lavoro su Pensiero e Volontà va messo avanti a tutto”.
Appunto: vedrai che l’equilibrato rapporto del Pensiero nel Volere e Volere nel Pensiero rimette ogni cosa al suo posto: l’unico problema è di tener duro, costi quel che costi.
La volontà non è percettibile direttamente: ha due aspetti: uno è l’arto che muovi, le gambe mentre cammini. Qui la volontà è nascosta dalla corporeità. La volontà pura è metafisica, perciò impercettibile. Con la concentrazione e l’atto puro la estrai indirettamente. Quando inizi a tenere l’attenzione sulla rappresentazione dell’oggetto, sembra attenzione che si irrobustisce, ma ciò che la rende capace è il volere. Viene il giorno in cui il pensiero della concentrazione si estingue ed il suo posto nella coscienza viene preso da una trascendente corrente di luce/volontà pura (quella anteriore alla nascita): essa è folgore, è pensiero vivente; con essa trapassi dalla corporeità fisica al mondo della Forza che è il corpo eterico (di cui il fisico è espressione malata, raggrinzita).
Questo è esoterismo reale e non viene capito, non lo si vuole capire.
Questa potenza è priva di orgoglio e di tutti i sentimentalismi che agitano, ciechi, la nostra vita comune. Magari saranno solo attimi ma vedrai che brucia tutto. Poi torni qui, nel mondo: l’esperienza è passata ma l’anima ne è rimasta colpita: difficilmente potrebbe ancora prostrarsi davanti ai simulacri e agli altari dissacrati.
Amici cari, lo ripeto sempre, è solo una questione di fare, tener duro nonostante le infinite turbolenze dell’anima. Tu resisti e loro poi si accucciano. Il pensare ordinario scricchiola e infine cede: il primo grado della scala: la sua consumazione e il Silenzio: che diventa uno stato in cui entri o esci a tuo piacimento. Con il silenzio inizia la possibilità dell’animadversio, ossia la capacità di rivoltarti da te stesso come un calzino: così si affaccia nell’anima, portata allo zero, l’albeggiare dell’Infinito. Ho scritto più volte intorno al Silenzio. E’ la tela su cui le forze spirituali tessono le realtà. Grazie al cielo esiste ancora un briciolo di pudore: osservo che della “percezione pure” non si parla, almeno non a vanvera. Il fatto è che ci si può accostare alla percezione pura in qualunque momento. Chi abita in città, può, ad esempio, sedersi su una panchina e guardare una siepe, un grande albero e non fare altro: ossia senza dar spago ai pensieri che si affacciano alla coscienza. E’ un buon esercizio e fa bene perché acquieta il sistema nervoso e risveglia bei sentimenti che ci avvicinano al miracolo del vivente.
Ma non è ancora percezione pura il cui veicolo è la soppressione assoluta dell’attività rappresentativa. Per giungere a questa condizione deve instaurarsi il silenzio dell’anima: le parole devono essere dominate, devono cessare. Vale lo stesso per le immagini: dalle immagini volute si può passare alla loro estinzione. Collaterale a ciò sorgono gradi di silenzio: dapprima il silenzio della testa, poi il silenzio dell’anima. Occorre che si formi un particolare “allineamento” nei corpi sottili, allora subentra un profondo riposo. E da questo riposo, quello che s’affaccia allo sguardo è ciò che chiamiamo percezione pura. Tendere, volere la percezione pura è una specie di sforzo insensato.
C’è chi ha parlato anche di questo e con queste ultime righe non desidero tagliare le ali a nessuno: consiglio solo di non tentare gesti che sono inutili prima di aver raggiunto un grado realizzabile di Silenzio interiore.

Visto che, oramai da alquanto tempo, vengo pubblicamente ed eziandio cristianissimamente infamato coi titoli – cosa della quale, peraltro, vado fierissimo – di impenitente eretico e irredimibile paganaccio, nei confronti del quale sarebbe, a loro dire, auspicabile e necessaria una adeguata “profilassi” al fine di neutralizzare la diffusione da parte mia del veleno dell’eretica pravità e dell’imperdonabile paganità, mi seduce la tentazione di godermi ulteriormente e più meritatamente cotale pessima fama. E per meglio meritare tanta nefandissima fama mi funge molta vaghezza di prender esempio da uno dei personaggi a loro tra i più invisi.
Quell’impenitente e irriducibile paganaccio di Arturo Reghini – nei confronti della cui grandezza personalmente nutro la più fervida e delinquenziale ammirazione, scandalizzando assai le molto timorate “anime belle” – nella sua rivista Ignis, edita nel lontano 1925 (fra 9 anni sarà un secolo fa…) aveva inaugurato una rubrica intitolata Vexatio Stultorum, ove egli esercitava con mordace sarcasmo la sua ferocissima vessazione nei confronti degli ipocriti, degli infingardi, degli opportunisti, degli arroganti, dei mestatori di ogni risma, dei presuntuosi ignoranti e degli stupidi presuntuosi. Naturalmente, così facendo il buon Arturo Reghini, ai suoi tempi, si faceva nemici a frotte, donde per lui in abbondanza insulti, minacce, aggressioni, denunce, persecuzioni, ostracismo, persino tentativi di omicidio ad opera della parte avversa, e il ridurlo alla fame più nera. Ma tant’è, ché per farsi nemici mortali, da sempre, non è affatto necessario dichiarare guerra: è sufficiente, sin troppo, il dire la verità! E – provare per credere – nulla è più odiato del dire la verità: specialmente se si tratta di verità che si vogliono nascondere, o travestire di più nobili panni.
Una di queste non proclamabili verità è proprio quel “trasbordo ideologico inavvertito”, che porta a manipolare menti fragili e animi sentimentali, poco scaltri e pochissimo avvertiti e smaliziati. Con tale spregiudicata e infida tattica, la parte avversa attua una lungimirante strategia di penetrazione, alterazione, neutralizzazione delle varie correnti spirituali, e successivamente raccolta delle molte smarrite e disorientate pecorelle, le quali facilmente poi vengono “convertite” e condotte a “più sicuro ovile”. Per chi a tale strategia non si piega, invece, per chi resiste o osa mettere i bastoni fra le ruote, si pongono in atto i sistemi più brutali: calunnia, diffamazione, delegittimazione, ostracismo, minacce orali, telefoniche ed eziandio telematiche.
E sono, invero, i più vari i mezzi adoprati alla bisogna per una sì “nobile” – si fa per dire – intrapresa. Uno dei più sozzi, a mio personale giudizio, è quello di far svolgere un’abile denigrazione dei Maestri proprio da parte di chi si trova all’interno della Comunità spirituale fondata, formata, e impulsata dai Maestri. Naturalmente, all’inizio di una cotale intrapresa, è necessaria alquanta prudenza, e non poca abile dissimulazione, in modo da riuscire a penetrare nei punti nevralgici della Comunità. Indi, una volta scomparsi i Maestri, operare progressivamente nel tempo all’attuazione dello spregiudicato piano di disgregazione della Comunità. Solo un po’ alla volta, e solo uno dopo l’altro cadono i “veli”, che celano le reali – e inizialmente inconfessabili – intenzioni di coloro che, nelle società segrete del Settecento, sarebbero stati definiti “insinuanti”. Ma – cursus velocior in fine – quando il giuoco diventa sempre più scoperto, e solo pochi “veli” restano da sollevare, è ormai tardi, troppo tardi, e addirittura si possono deridere come “ingenui sempliciotti” – mi riferisco a casi concreti verificatisi, da me direttamente constatati – coloro che propongono alla Comunità spirituale di ritornare alla purezza originaria, all’attuazione delle intenzioni dei Maestri, nelle modalità ascetiche apertamente, e dettagliatamente, indicate e prescritte dai Maestri.
Da una parte, si descrive come “sorpassata” l’Ascesi indicata dai Maestri e si propongono, al loro posto, vie e metodi mirabilmente “aggiornati”, a loro dire più rispondenti ai bisogni concreti delle anime “belle”, “bellissime” e/o in corso di progressivo – work in progress, dicono di là dall’Atlantico – animico “abbellimento”. Dall’altra, si procede – dapprima con prudenza, poi sempre più apertamente – a delegittimare i Maestri, denigrandone l’intelligenza, il modo di vivere, e persino la moralità. Sono, questi, strumenti antichi della parte avversa: rodati e perfezionati nel corso di una ventina di secoli.
Per fortuna nostra, e sfortuna loro, vi sono a giro dei lupacci cattivissimi, i quali non si bevono le panzane propinate dagli “insinuanti” al fidente popolo catecumeno, mantenuto in estatico stato di continua attesa di novelle “rivelazioni”. I malfidati lupacci disgraziatamente usano andare a controllare la veridicità delle insinuate affermazioni, che come “rivelazioni” vengono ammannite agli estatici e troppo fiduciosi catecumeni, e vanno a cercare notizie che non dovrebbero cercare, e soprattutto in ambienti e luoghi ove – a parere degli infidi “insinuanti” – essi non dovrebbero davvero permettersi di andare a bracare. Ma ai lupacci piacciono bufere e tempeste di neve, e – questo sicuramente non è il più piccolo dei loro difetti – amano assai lottare e azzuffarsi: sono davvero dei pessimi soggetti, dei soggettacci impresentabili, che non è consigliabile né tampoco decoroso frequentare!
Per quello che al presente ci riguarda, possiamo osservare come oggetto di sì commovente cristianissima carità, siano stati sia Massimo Scaligero che lo stesso Rudolf Steiner. Vi è chi si è meravigliato dell’affermazione di Massimo Scaligero, da me testimoniata, che “nel Mondo Spirituale è stata cancellata persino la parola Antroposofia”. Ma oggi, come vedremo tra breve, la situazione è ben peggiore di quella di quaranta e più anni fa, allorché Massimo Scaligero fece a me, ma anche ad altri, una così lacerante affermazione.
A tale proposito, voglio riportare un evento – ben grave, a mio modo di vedere – accaduto in quel di Dornach, sulle amene colline circostanti l’elvetica città di Basilea. Attraverso canali particolari, che qui non è il caso di disvelare – noi lupacci abbiamo un servizio informazioni piuttosto efficiente – sono venuto a conoscenza di una pubblicazione, edita nella maniera più ufficiale dalla Direzione del Goetheanum, nella quale non un semplice avversario, bensì un velenoso e sleale nemico della Scienza dello Spirito denigra con palesi menzogne la figura di Rudolf Steiner. Ora riporterò, diligentemente tradotto, lo scritto fattomi pervenire dall’orsolupesco servizio informazioni. Il candido lettore sarà in grado di giudicare dai fatti stessi, e non da mie “colorate”, e “aggressive” considerazioni – come mi viene rimproverato da un mio sgrammaticato critico e dal suo degnissimo “compagno di merende” – la gravità della cosa.
Un antroposofo di origine anglosassone – al momento non saprei dire se britannico o forse americano a vedere dall’ortografia di alcune parole inglesi, ma ciò non è importante – in un viaggio a Dornach si è trovato tra le mani una pubblicazione, edita in maniera ufficiale, e passato lo stupore e lo sconcerto, ma non il disappunto, così scrive:
«Il caso della pubblicazione del Goetheanum: Rudolf Steiner Bilder [sc. Immagini di Rudolf Steiner]
Al termine di una piacevole visita al Goetheanum – dal 19 al 25 settembre 2016 – ho avuto la ventura di rinvenire un opuscolo intitolato Rudolf Steiner Bilder – Immagini di Rudolf Steiner. Questo opuscolo presenta, senza alcun commento, alcuni brevi profili di Rudolf Steiner da parte di 22 diverse persone. Alcune sono persone, che conobbero realmente Rudolf Steiner, come è il caso di Friedrich Rittelmeyer, che descrive meravigliosamente la cangiante espressione facciale di Rudolf Steiner mentre svolgeva le sue conferenze. Altre sono esposizioni di persone che vissero dopo l’epoca di Rudolf Steiner. Estremamente disturbante è il breve profilo fatto da Helmut Zander (l’ultimo contributo della pubblicazione) che descrive Rudolf Steiner come un tossicodipendente e uno schizofrenico! Questa è una traduzione del passaggio di Zander:
“Sfortunatamente, non conosciamo quasi nulla su Rudolf Steiner durante il suo discepolato esoterico… Critici e studiosi si sono altresì meravigliati circa la dipsosizione psicologica di Steiner: se (parlando polemicamente) egli fosse ‘malato di mente’ o (più seriamente) soffrisse di ‘schizofrenia’. Comunque mancano più recenti considerazioni psico-medicali. O forse egli assumeva droghe? Nell’uso del tabacco da fiuto (che amava) egli potrebbe avere ingerito della cocaina (‘neve’, com’è chiamata nelle sue lettere) – forse coscientemente, forse senza saperlo? Sostanze allucinogene – se egli ne assumeva – potrebbero spiegare alcune esperienze individuali, ma non spiegano il suo coinvolgimento con tecniche meditative nel corso di due decadi e mezzo. Steiner rimane a noi celato come discepolo esoterico. Noi conosciamo molto di più Steiner come Istruttore”. –
(Traduzione in inglese di Doug e Marguite Miller).
Ci si potrebbe aspettare che nemici dell’Antroposofia presentassero una tale falsa immagine giustapposta ad altre veritiere senza commenti e senza chiarire che quella di Zander è una caratterizzazione falsa e diffamatoria di Rudolf Steiner. Ma trovo scioccante che questa collezione di profili venga pubblicata dal Goetheanum.
Riflettete soltanto sulle implicazioni: tutta la Ricerca Spirituale di Steiner sarebbe il prodotto di tossicodipendenza e di alienazione mentale. Ciò getterebbe tutta la Scienza dello Spirito nella spazzatura.
Alcuni anni fa, il mio defunto amico, Georg Unger, allora direttore della Sezione Matematico-Astronomica intese una diceria che collegava Steiner con la LSD. Era stata messa in circolazione da una certa organizzazione New Age in America. Mi ricordo che quella organizzazione dovette ritrattare l’accusa a causa degli sforzi del Dr. Unger.
Ora ci troviamo nell’assurda situazione che il Goetheanum stesso diffonde simili falsità. Il Goetheanum è diventato una casa divisa contro se stessa.
Le parti responsabili sono lo staff della biblioteca del Goetheanum: Robert Bind, Johannes Nilo, e l’assistente Jasper Bock. Sopra di loro, vi è il membro del Vorstand [sc. della Direzione della Società Antroposofica Universale] Bodo v. Plato, che è responsabile per la biblioteca. La posizione di tutte queste parti responsabili dovrebbe essere fatta finire immediatamente. Altrimenti questa casa continua ad essere divisa e deve crollare.
Stephen E. Usher Ph. D.
26 settembre 2016».
Per maggiore documentazione, voglio riportare il testo tedesco dell’allucinata dichiarazione di Helmut Zander:
»Leider wissen wir so gut wie nichts über Steiner in seiner Zeit als esoterischer Schüler … Kritiker und Wissenschaftler haben sich auch gefragt, welche psychische Disposition Steiner besass, ob er, polemisch gefragt, ›geisteskrank‹ war oder, seriöser, an Schizophrenie litt. Aber neuere psycho-medizinische Überlegungen dazu fehlen. Oder nahm er vielleicht doch Drogen? Mit dem Schnupftabak, den er liebte, könnte er auch Kokain, den ›Schnee‹ wie es in seinen Briefen heisst, zu sich genommen haben, vielleicht bewusst, vielleicht auch ohne es zu wissen. Halluzinogene Mittel mögen, wenn er sie denn nahm, einzelne Erfahrungen erklären, aber seine Beschäftigung mit meditativen Techniken über zweieinhalb Jahrzehnte geht darin nicht auf. Steiner bleibt uns als esoterischer Schüler weitgehend verborgen. Sehr viel mehr wissen wir über den Lehrer Steiner.«
Ora, chi è questo Helmut Zander che fa affermazioni così calunniose nei confronti di Rudolf Steiner? È uno scrittore tedesco, laureato in storia comparata delle religioni e in teologia cattolica, il quale ha il dente avvelenato contro Rudolf Steiner. Dal 2011, costui è professore all’Università di Friburgo, in Svizzera. Ha pubblicato una montagna di libri e articoli, nei quali con metodi alquanto spregiudicati, e soprattutto molto discutibili – e discussi – dal punto di vista della coscienziosità scientifica, ha vomitato di tutto, di più e di ogni contro il creatore dell’Antroposofia.
E poiché questo malfidato lupaccio possiede l’intera opera – edita e inedita – del fondatore della Antroposofia, sono andato a controllare – per scrupolo, pur conoscendo in partenza il risultato di tale controllo – nell’epistolario di Rudolf Steiner, che possiedo sia in versione cartacea che digitalizzata con tanto di motore di ricerca, se in esso vi fosse un qualche sia pur vago appiglio che potesse giustificare l’infamissima e velenosa calunnia di Helmut Zander circa l’uso da parte del Dottore della parola, in gergo da tossicomani, “Schnee”, ossia “neve”, a significare la cocaina, e naturalmente non ve n’è traccia alcuna.
Alcuni antroposofi – non molti in verità – son scesi in campo con lancia in resta per difendere il Dottore e la verità. Ora, sarebbe lungo riportare tutti i punti che alcuni di questi studiosi hanno affrontato della mala opera dello Zander, demolendo ogni sua affermazione con prove testuali ben documentate. Magari sarà possibile farlo in un secondo tempo, se ne avrò la voglia e lo stomaco.
Ma un aneddoto personale voglio proprio riferirlo. Mi trovavo, alcuni anni fa, nella caffetteria del Goethenum assieme a Trittolemo, il mio amico eleusino, conversando amabilmente, parlando di cose bellissime, nonché sbafandoci ottimi dolciumi e tracannando tazzone di nero e rio caffè della suddetta caffetteria. Ecco che a un certo punto passa davanti a noi un gruppo nutrito di persone, e quando ormai erano lontane qualche decina di metri, Trittolemo mi dice: «Vedi quei due in cima al gruppetto? Sono Bodo von Plato, della Direzione del Goetheanum, e Helmut Zander, venuto in amabile visita con i propri allievi». Trittolemo non mi aveva detto subito chi erano, perché, giustamente, temeva una mia probabile orsolupesca violenta reazione. Era evidente l’atmosfera di grande amicizia e familiarità tra quei due tristi personaggi. Del resto, Bodo von Plato non si è tirato indietro nell’accusare, anche per iscritto, Rudolf Steiner di razzismo, di antiscientificità e via di questo passo. Per cui, nessuna meraviglia se dentro e fuori della “cittadella” vi siano queste collusioni, e da parte di vari dirigenti della Società Antroposofica quella che in guerra si chiama “intelligenza col nemico”, ossia con la nota parte avversa. Ma perché, poi, meravigliarsi se all’interno della Comunità Solare assistiamo ad una strategia assolutamente analoga, attuata dall’Innominato & Co., nei confronti dell’opera e della persona di Massimo Scaligero?!
E poi lo strano sarei io! E poi l’arrabbione di turno sarei io! Io, che confesso d’esser un paganaccio impenitente, vorrei davvero voler un mondo di bene a tutti, ma se certa gente non mi aiuta nemmeno un pochino a voler loro bene, l’impresa per me si fa davvero disperata. Del resto, di che meravigliarsi se decenni fa un Albert Steffen e i suoi degni compagni d’avventura, non si peritarono affatto nel calunniare Marie Steiner, diffamarla in tutti i modi, e con metodi da gangsters – l’espressione è di Marie Steiner – arrivare persino a rubarle i soldi in banca, a “soffiarle” la casa editrice da lei fondata e finanziata, a sciogliere gli allievi di lei nella Sezione artistica dal vincolo di lealtà e fedeltà nei suoi confronti. Inoltre, come abbiamo avuto modo molte volte di vedere, metodi affatto analoghi sono stati appunto adoperati nei confronti di Massimo Scaligero, e di coloro che a lui erano legati e volevano rimanergli ad ogni costo fedeli: sempre ad majorem gloriam della parte avversa!
Come direbbe la mia amica romana, Roberta D., “… e poi so’ io!”. Il candido lettore ne tragga le conseguenze logiche che più gli garbano da questi eventi, che appunto sono fatti e non mie elucubrazioni.
Aveva dunque mille volte ragione Massimo Scaligero a dire quella frase tagliente, che a me fece venire un tuffo al cuore!

QUATTORDICESIMA LETTERA
Maggio 1945
LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:
IL SOLE 2
L’astronomia moderna considera il Sole come una più o meno gigantesca palla di fuoco. Esistono molte teorie sulla natura e la sorgente della sua attività; tuttavia nessuna di queste può fornire realmente una risposta soddisfacente ai molteplici problemi connessi con i vari fenomeni del Sole.
Secondo tutte queste teorie, il Sole è un corpo di materia gassosa o persino solida. Rudolf Steiner indicò una diversa concezione con la quale possiamo risolvere molti enigmi della natura del Sole e del nostro intero Universo. Egli ci dette la concezione di uno spazio negativo ovvero “antispazio”, e secondo questo antispazio il Sole che vediamo in Cielo esiste perché lo spazio del nostro Universo scompare e viene creato antispazio. Così il Sole è qualcosa simile ad un foro nello spazio universale, e l’attività del Sole è una sorta di potere aspirante che attira la sostanza presente nello spazio dentro la regione dell’antispazio. Ci riferivamo ad una tale attività quando, nell’ultima Lettera , parlavamo del Sole che attira la sostanza astrale dell’Universo verso di sé.
Comunque, prima di raggiungere il Sole, questa sostanza astrale attraversa un’evoluzione verso la densificazione che ovviamente raggiunge la sua culminazione sulla Terra. Ciò non esaurisce l’attività del Sole, che può essere paragonata col processo della digestione all’interno di un essere umano. Per digerire, una persona deve mangiare. Comunque, si può dire che il fine ultimo è la dissoluzione e la decomposizione del cibo. Per realizzare ciò, le persone devono assumere il cibo che esse sperimentano coi loro sensi. In maniera simile, l’impulso del Sole è quello di dissolvere la sostanza universale per creare la base eterica per il progresso e il rinnovamento del nostro Universo.
Il Sole è l’organo di “digestione” del grande Essere cosmico dell’Universo nel quale viviamo. Entro questo Universo la Terra è la regione nella quale il “cibo” – la sostanza – viene assunta e realizzata dai sensi. Così come è stato descritto nella Lettera Tredicesima , la Terra ed anche la creazione della forma umana individuale sono soltanto, per così dire, un risultato indiretto dell’attività del Sole. La mèta finale è la dissoluzione della forma umana allo scopo di trasformare le forze e le sostanze ereditate nel germe eterico di un Universo futuro. Chiamiamo questo processo della dissoluzione della forma umana, morte. Perciò, il Sole è la porta della morte ovvero, come possiamo anche dire, la porta che conduce alla morte.
La posizione del Sole al momento della morte è di grande importanza per la vita nel Mondo Spirituale dopo la morte. Avremo da dire molto di più su ciò allorché studieremo l’ “oroscopo della morte”. La posizione del Sole al momento della nascita è altresì molto significativa, poiché mostra il rapporto dell’essere umano col mondo dei morti in una maniera particolarissima.
Dobbiamo abituarci al fatto che i singoli dettagli di un cielo di nascita sono gli indicatori di eventi che ebbero luogo durante la vita nel Mondo Spirituale prima della nascita, ovvero possono essere la chiave per una comprensione di eventi spirituali o d’influssi entro la vita dopo la nascita. Per trovare la chiave per una comprensione di ciò che è così celato dietro al Sole del cielo di nascita, dobbiamo discutere alcune peculiarità astronomiche dei cammini del Sole e della Luna.
Se potessimo contrassegnare il movimento del Sole come una linea, un tratto bianco sullo sfondo del Cielo blu, scopriremmo che il suo sentiero appare come un cerchio completo nel corso di un anno. Inoltre, se potessimo osservare la Luna alla stessa maniera per un periodo di 28 giorni e disegnare il suo cammino come una linea in Cielo, troveremmo che anch’essa si muove in cerchio attorno al nostro globo. Tuttavia se fossimo veramente accurati scopriremmo, guardando dal nostro punto di vista sulla Terra, che la Luna non si muove nello stesso circolo in cui il Sole appare ruotare. Esso è un cerchio diverso che si trova dentro all’altro, ma che è leggermente devasto, che quindi interseca il cerchio del Sole in due punti che sono opposti l’uno all’altro.
Questi punti d’intersezione sono chiamati i Nodi Lunari. Naturalmente, non possiamo vederli in Cielo, potremmo vederli soltanto se fossimo capaci di disegnare i due cerchi dei movimenti del Sole e della Luna in Cielo. Comunque, possiamo calcolare la loro posizione. Dobbiamo ora immaginare il cammino del Sole come un immenso cerchio attorno al nostro globo dentro al quale giace l’altro cerchio, quello della Luna con una deviazione di 5 gradi. Ora, dobbiamo inoltre immaginare che i due punti opposti d’intersezione – i Nodi – si muovano, o in altre parole, che il secondo cerchio deviato si muova lentamente in senso antiorario e così muove i punti d’intersezione, ovvero i Nodi, sul primo cerchio del Sole. Una completa rivoluzione del cerchio interno del cammino della Luna ai punti dei Nodi, ha luogo in circa 18 anni e 7 mesi. Poi i Nodi ritornano alla loro posizione originale sul cerchio del cammino del Sole. Entro un periodo di 18 anni e 7 mesi, i Nodi muovono attraverso l’intero cerchio solare che è indicato attraverso le posizioni giornaliere del Sole nel corso di un anno.
NODI LUNARI

Linea tratteggiata = Orbita della Luna; linea continua = Orbita del Sole; intersezioni = nodi; al centro la Terra.
Nei due diagrammi qui sopra, il cerchio continuo rappresenta il cammino apparente del Sole attorno alla Terra, e il cerchio tratteggiato è quello della Luna attorno alla Terra, al centro. I disegni mostrano i due cerchi come se fossero scorti da un punto di vista al di fuori e al di sopra della sfera di movimento del Sole e della Luna. Quindi, se possiamo metterci al centro, ove è indicata la Terra, possiamo creare l’immaginazione appropriata. Il diagramma 1 mostra la posizione del cammino della Luna e dei Nodi in un certo momento. Dunque nel diagramma 2, dopo un certo tempo, questo cerchio e i nodi si sono mossi in maniera retrograda, e sono in una diversa posizione.
Questi Nodi sono di grande significato spirituale. Essi mostrano come la sfera del Sole e quella della Luna siano intrecciate in un certo momento. I Nodi sono punti in cui la sfera del Sole tocca la sfera della Luna e fornisce così una specie di porta da una sfera nell’altra. Il Sole rappresenta, come abbiamo detto, una sorta di attività “digestiva” nel nostro Universo. Allorché l’anima lascia il corpo al momento della morte, essa è attirata verso il Sole. La luna e la sua sfera provocano un’attività che può essere paragonata con l’inalazione e l’esalazione del corpo umano, ma non con il processo che ha luogo nei polmoni e che dipende dal respiro. E’ un’attività che sta tra la testa del nostro Universo, che è rappresentata dalla Terra, e la “digestione” rappresentata dal Sole. E’ un’attività equilibrante tra l’assunzione e il dissolvimento della sostanza cosmica.
Così i Nodi Lunari – la porta dal Sole alla Luna – forniscono una relazione tra i morti, che sono nella sfera del Sole, e la Terra. Perciò, se guardiamo la posizione del Sole nel cielo di nascita, possiamo riconoscerla come la relazione individuale con il regno dei morti. Inoltre per rendere effettiva questa relazione entro la vita terrena di un essere umano, deve essere stabilita una porta dal Sole alla Terra attraverso la Luna. Ciò è possibile attraverso il movimento dei Nodi Lunari.
Un esempio lo renderà chiaro: Goethe nacque il 28 agosto 1749, il Sole era allora a 5 gradi nel segno della Vergine. Il primo aspetto di questa posizione del Sole è quello che abbiamo esposto nella Lettera Tredicesima. Accanto a questo, riconosciamo il rapporto di Goethe con il regno dei morti in questa posizione del Sole. Comunque, questo rapporto può essere realizzato unicamente nel momento in cui i Nodi Lunari aprirono una porta dalla regione della sfera del Sole verso la Terra. Non era possibile al momento della nascita di Goethe, perché i nodi non erano là dove stava il Sole, ma avvenne qualche tempo prima della nascita di Goethe, quando quest’anima era ancora nel Mondo Spirituale. Nell’anno 1747 uno dei due Nodi Lunari revolventi giunse, nel cammino del Sole, alla posizione in cui il Sole si ritroverà due anni più tardi, il 28 agosto 1749. Così venne stabilito il legame tra il Sole e la Terra. Non si tratta del fatto che il Sole natale di Goethe fosse in quel punto dell’eclittica molto più tardi. La porta tra il Sole, la Luna e la Terra può essere aperta già molto tempo prima della nascita, e in qualche caso persino dopo la nascita. In questa regione siamo posti a confronto con concezioni del tempo diverse da quelle alle quali siamo abituati sulla Terra.
La posizione dei Pianeti all’epoca in cui questa porta è aperta rivela qualcosa della relazione individuale che Goethe aveva con i morti nella sua ultima vita. Nell’anno 1747, all’inizio di marzo, troviamo, per esempio, Saturno nella Costellazione della Vergine, esattamente nella posizione nella quale stava allorché Paracelso morì il 23 settembre 1541. Dobbiamo ora immaginare che in questa posizione di Saturno nella Vergine sgorgò tutto l’anelare di Paracelso, specialmente l’essenza spirituale delle sue azioni nella misura in cui esse riguardavano il progresso dell’intera umanità duecento anni prima che Goethe nascesse. Nell’ “oroscopo-Porta del Sole” , come potremmo chiamarlo, Saturno era ritornato alla stessa posizione di quella collegata con Paracelso nella regione di queste azioni nel passato.
Che cos’è l’essenza spirituale delle azioni di Paracelso? Egli fu un famoso medico del sedicesimo secolo che aprì coraggiosamente la via all’evoluzione della medicina moderna. Egli chiese, ed adempì egli stesso alla sua richiesta, che il medico non leggesse più gli antiquati trattati sulla medicina, bensì che leggesse il “gran libro della Natura” per trovare la causa delle malattie ed i rimedi per la loro cura. Comunque, egli poteva ancora leggere il “gran libro della Natura” in una maniera diversa da quella della moderna scienza naturale.
(Continua)
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Anno XXI n. 11
Novembre 2016


La mattina di maggio era fresca. Il nonno e la sua nipotina abbordarono con lena la salita.
“Attenta, lì c’è l’ortica!”.
La mano del vecchio era scabra e forte. Idarella vi si aggrappava, usandola, nei tratti più aspri del viottolo, come una liana per sorvolare una buca, altrove per issarsi oltre le improvvise impennate dei gradoni.
“Sei stanca?” le chiedeva spesso nonno Tommaso, e lei si affrettava a scuotere la testolina boccoluta per esprimere il suo deciso ‘no’.
“Ti piace, allora, camminare!” si rallegrava lui.
Percorrevano il sentiero rurale verso il fondo del cugino Alfonso, a Poggio Torello. Un podere abbarbicato, coi suoi terrazzamenti, alle pendici più alte del monte. L’erta fiaccava le gambe, e il cuore della bambina spesso si sfrenava in un concitato galoppo. Lucertole, le prime, guizzavano tra l’erba saponaria infilandosi tremebonde nelle crepe della roccia, nei vuoti tra una pietra e l’altra delle macere che sorreggevano i giardini di limoni e le vigne.
“Se vuoi andare col nonno – aveva detto la sera prima nonna Concetta alla piccola – non ti devi lamentare, e soprattutto lo devi tenere allegro. Ha troppi pensieri”.
Tommaso aveva fatto il pastaio nei mulini del paese per tutta la vita, e forse avrebbe continuato ne! suo mestiere fino all’estrema vecchiaia se non fosse arrivata la guerra. Dopo Caporetto, avevano chiamato al fronte i giovanissimi, e tra questi anche Carminiello, l’ultimo figlio, nato quando ormai dal loro matrimonio non aspettavano altri frutti. Un miracolo, e come tale lo avevano trattato, quasi venerandolo, alla stregua di un dono straordinario.
La guerra, la morte ingiusta, l’incapacità dì colmare quel vuoto: erano questi i pensieri di nonno Tommaso, da due anni ormai, tanto ossessivi da operare una specie di materializzazione del defunto nella sua mente ferita. Per cui Carminiello riviveva fisicamente, carne ed ossa, nel mondo immaginifico del padre. E questi intratteneva veri e propri dialoghi con lo scomparso, cui attribuiva capacità di replica e di interlocuzione. Quando ciò avveniva, il realismo di quella evocazione giungeva al punto che Tommaso parlava ad alta voce animando le argomentazioni fittizie con domande e risposte. Al figlio reincarnato nella sua sfera mentale rivolgeva suppliche, comunicava moti di tenerezza, chiedeva consigli pratici, aiuti di ogni genere, anche di ordine materiale.
“Nonno, mi racconti dei briganti?” la voce della piccola scosse il vecchio dalle sue meditazioni, diradando la cupezza che gli si era stampata sul volto.
“Erano terribili, i briganti – rispose paziente – ma non cattivi. Avevano grandi barbe folte e ispide, lunghi coltelli alla cintura e spezzavano le cinghie di cuoio dei finimenti e delle cartucciere coi denti. Ma quando scendevano alla locanda di mio padre, su alle Pietre Bianche, pagavano quello che prendevano. E con me giocavano persino, mi prendevano in braccio, mi facevano toccare i loro fucili”.
“E tu non avevi paura?”.
“No, non ne avevo. A quell’età, che è poi la tua di adesso, tutto, è bello e misterioso. Mi chiedevo soltanto come facessero a vivere per anni sulla montagna, nelle grotte, senza aiuti da nessuno, senza chiese né dottori. Però, da noi alla locanda compravano anche gli scapolari benedetti della Madonna e dei santi. Ogni anno andavano per devozione alla cappella della Croce, dove sei stata tu giorni fa”.
All’inizio di maggio, pochi giorni prima, si era tenuta la processione dei bambini alla pieve della Croce, un tempietto rustico votivo, non più di un’edicola, eretta dalla devozione di contadini e pastori nella solitudine della montagna, su di un’altura che segnava lo spartiacque tra il versante della costa e la piana di Napoli.
Per un anno intero il Cristo crocefisso attendeva nella sua nicchia ombrosa l’arrivo del corteo con la ressa di vesti candide e fiori. Poche concitate ore di ingenua venerazione, di innocenza eccitata e un po’ teatrale. Le verginelle con i ceri, i chierichetti coi turiboli fumosi, gli stendardi, le preci miste alle risa e al chiacchiericcio incontenibile dell’infanzia spensierata. E infine la commozione al momento del commiato, verso il tramonto, quando tutti avevano ripreso la via del ritorno a valle, portando da quella visita un’emozione che si sarebbe protratta per giorni ancora.
“Quanto durano i fiori tagliati, nonno?” Idarella, ponendo la domanda, pensava ai bouquet lasciati nella cappelletta montana a conforto del Cristo romito.
“Perché me lo chiedi?”
“Abbiamo portato i fiori al Crocefisso. Si sciuperanno presto”.
“Non importa. È bastata l’intenzione, e la fede. A Lui non occorre altro. E le opere buone. Dobbiamo essere buoni con tutti”.
“Anche con le vipere?”.
Per chi andava in montagna la vipera rappresentava l’incontro più temibile. I bambini imparavano presto a stare in guardia contro quel pericolo.
“Le vipere sono timide, e hanno paura dell’uomo. Scappano quando lo vedono. Ma non bisogna calpestarle, allora morsicano”.
“E si muore?”.
“Non sempre. Se viene succhiato subito il sangue dalla ferita, ci si può salvare”.
“Raccontami del serpente con la stella sulla fronte, quello che veniva a bere alla chiusa del mulino dove lavoravi”.
All’incalzante interrogatorio della nipotina, Tommaso opponeva una rassegnata tenerezza. Nella voce insistente, nei gesti e modi di lei quando reclamava affetto e attenzioni, ritrovava la personalità del figlio scomparso, e ciò lo appagava, facendolo uscire dalla gabbia della solitudine e del dolore.
In un punto dove il sentiero spianava, si fermarono a prendere fiato. Tommaso poggiò il carico delle derrate su un muricciolo. Erano gli articoli da barattare col cugino Alfonso: pesce secco, pasta avvolta nella carta blu, sale, farina e soprattutto tabacco da fiuto e sigari. In cambio avrebbe ricevuto uova, insaccati, formaggio, serti di peperoncino e aglio.
“Ascolta – disse ad un tratto allertandosi, con l’indice impresso sulla bocca a intimare silenzio – questo è il cuculo. Deve avere il suo nido proprio lassù, in quel boschetto di frassini” e puntò lo stesso dito verso una folta macchia di alberi irti sul pendio poco sotto la cima del monte. L’uccello flautava il suo richiamo in un gorgoglìo dolce, ovattato dalla distanza.
Giunsero poco dopo alla proprietà del cugino Alfonso. Mentre l’uomo intratteneva il nonno coi vari convenevoli e sua moglie Assunta offriva da bere, Idarella venne fornita di un grosso pezzo di pane scuro intriso d’olio e pomodoro secco.
“Puoi andare a cercare le fragole – disse la cugina Assunta – ma sta attenta alla peschiera, hai capito?”.
La raccomandazione ancora aleggiava nell’aria che Idarella già correva lungo gli alti filari delle viti verso il fondo del podere, dove, in una radura tra gli alberi da frutto, crescevano le fragole. Le pianticelle dalle foglie dentellate ricoprivano per tutta la sua ampiezza lo slargo. Occorreva però scostare le foglie con delicatezza, frugarvi sotto tutt’intorno, per trovare quelle delizie rosseggianti.
La bambina si dedicò febbrilmente alla ricerca, e quando ne scovava intervallava il loro aromato sapore al gusto scialbo del pane condito.
Quando ne ebbe a sazietà, si dedicò alla perlustrazione della peschiera per l’irrigazione, un ampio vascone di pietre e calce ricavato a ridosso della parete rocciosa. Le piogge e i rigagnoli che scorrevano giù dalle pendici ne alimentavano il contenuto. L’acqua raccolta al suo interno, dopo aver sedimentato, appariva tersa e immobile. Faceva da specchio al cielo e ai greggi di nubi che lo percorrevano dal mare alle cime dei monti. Solo le straordinarie idrometre increspavano la superficie di quello strano lago in miniatura. Gli insetti dalle lunghe zampe e antenne remigavano da un lato all’altro della piscina, tracciando una scia variopinta.
La piccola guardava affascinata quel prodigio bizzarro, con il mento appoggiato sui bordo ricoperto di muschio. Neppure le fragole valevano il mistero di quelle creature più leggere delle piume, capaci di camminare sull’acqua senza mai affondare.
“Il pranzo è pronto!” sentì la voce della cugina Assunta chiamare dalla casa.
“Perché non hai mangiato tutto il pane?”.
“Preferisco le fragole”.
La donna rise a quella sfrontata sincerità.
Pranzarono sotto la pergola, sul retro della fattoria: pasta al ragù, frittata col pecorino e per finire un dolce rustico fatto dalla cugina, farcito con crema di limone, graditissimo. Il nonno e il cugino Alfonso, virilmente, tra una portata e l’altra indulsero negli assaggi di pinzimonio con sedano, peperoncini e aglio, intingendo tocchi di pane nella terrina posta al centro della tavola. Poi, dopo il caffè e i saluti di prammatica, il vecchio e la bambina presero la via del ritorno.
Il cielo aveva cominciato ad imbronciarsi già durante il pranzo. Grossi nembi gonfi e violacei, partendo dalla linea dell’orizzonte, avevano invaso il cielo fino a coprirlo del tutto.
“Affrettiamoci” aveva consigliato nonno Tommaso.
Conosceva gli umori capricciosi di maggio, con gli improvvisi temporali pomeridiani, ma questo prometteva di essere un uragano coi fiocchi. Strinse più forte la mano della bambina e l’involto di stoffa contenente i presenti ricevuti dal cugino.
La natura si era come irrigidita in un silenzio rarefatto e totale, in previsione della pioggia.
Questa venne prima sotto forma di goccioloni sparsi che esplodevano crepitando nell’impatto con le pietre della via, con le foglie e i rami degli alberi, poi infittendosi via via che la tempesta aumentava d’intensità. Scrosciò alla fine, flagellando la terra dalla quale la polvere si alzava in colonne biancastre.
“Ci dobbiamo riparare! – avvisò nonno Tommaso. E poi aggiunse – Hai paura?”.
La bambina scosse la testa sotto il lembo della giacca che il vecchio le aveva poggiato addosso per ripararla.
Alla pioggia violenta si unirono fulmini e tuoni: palpiti magnetici e scoppi che si schiodavano dalle nuvole basse deflagrando vicinissimi.
“Gesù, aiutateci!” implorò nonno Tommaso appena dopo che una di quelle saette, avendo zigzagato per l’aria cupa, si era infilata in una macchia di sorbi con uno schianto tremendo. Preso dal panico, il vecchio lasciò cadere le derrate che trasportava e strinse più forte a sé la bambina, procedendo a ridosso del terrapieno che fiancheggiava la strada sul lato interno.
La nuvolaglia si era abbassata, avvolgendo i due viandanti spauriti in un tenebrore che impediva di scorgere il tracciato del viottolo. Nonno Tommaso avanzava a istinto, poggiando con cautela estrema i piedi tra le asperità del terreno: uno dopo l’altro, gradone dopo gradone, nel rombare incessante della bufera, scandito dal rantolare strascinato dei tuoni e le vibrazioni elettriche dell’aria. Si mise a parlare col figlio:
“Carminiè, non te lo chiedo per me, ma per questa piccirella che è un’anima innocente come eri tu. Aiutaci a trovare la strada, per carità di Dio!”.
Con chi stava discorrendo il nonno? si chiese Idarella. Facendosi coraggio aprì uno spiraglio nel riparo di stoffa che la ricopriva. E vide, riuscì a ravvisare un lume. Sì, era una specie di fiammella che danzava sospesa a mezz’aria poco più avanti, precedendoli. Non era una lanterna come ne usavano spesso in paese per camminare di notte, e neppure una torcia stearica nella sua campana di vetro. Si trattava di una fiamma nuda, senza alcun sostegno o riparo, dorata, un alito luminoso che iridava nel punto da cui nasceva. Come un arcobaleno, o una farfalla di fuoco. La fiammella si librava nel vorticare di acqua e vento senza spegnersi, a tratti persino avvivandosi.
“Nonno, guarda, c’è una luce davanti a noi. Ci sta mostrando la via. Dobbiamo seguirla!”.
Il vecchio si sforzò di penetrare il lividore dell’aria con i suoi occhi stanchi, ma non riuscì a scorgere quello che la nipotina gli stava indicando.
“Non vedo nulla!” rispose sconsolato.
Idarella uscì da sotto il riparo della giacca e, incurante della pioggia che l’inzuppava tutta, prese la mano di nonno Tommaso.
“Vieni – disse premurosa e decisa – ti guido io!”.
L’uomo si affidò alla tutela della bambina e insieme percorsero il sentiero in discesa dietro quella portentosa staffetta.
Al bivio della Casa Rossa si fecero udire le voci di nonna Concetta e degli altri della famiglia che si erano mossi alla ricerca dei due dispersi.
La fiammella esitò per un attimo a quei rumori, alitò più forte ai richiami umani che riportavano la sicurezza e la vita. Palpitò con maggiore intensità come ogni fuoco prima di spegnersi per sempre.
Poi transitò veloce al di sopra delle teste di Tommaso e Idarella, confondendosi al vento che ne divorò il bagliore.
“Ma come avete fatto a trovare la strada in questo diluvio?” chiese la nonna.
“Siamo stati aiutati da una luce nell’aria!”.
E siccome la donna aveva assunto un’aria incredula, Idarella le puntò addosso due occhi severi:
“Ci devi credere, nonna, io l’ho visto quel lume. Brillava come una stella e si muoveva per indicarci la via”.
“È vero quello che dice la bambina?” insistette Concetta rivolta al marito. Ma questi non rispose.
Il vecchio si chiuse in un mutismo assoluto per giorni. Soltanto con la nipotina scambiava occhiate allusive, in una sorta di complice intesa. Quando gli capitava di trovarsi a tu per tu con lei, lontani dalla presenza indiscreta degli altri, le domandava:
“Dimmi, com’era quella luce?”.
E Idarella, sgranando gli occhi neri, spiegava:
“Sembrava il fuoco del camino quando brucia il ceppo, ma era molto più bella, perché aveva dentro tutti i colori…”.
“E come si muoveva nell’aria? Fammi vedere!”.
“Così…” la mano della bambina si apriva distendendosi, oscillava, fluttuava.
Gli occhi del vecchio la seguivano incantati, un po’ umidi perla commozione, un po’ tristi quando, terminata quell’innocente magia, le minuscole dita si richiudevano.
Fulvio Di Lieto
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Sembra ragionevole, anzi necessario, fare sovente ritorno ai Fondamentali, intendendo con ciò le discipline che traghettano l’autocoscienza dal suo passivo innervamento nell’ordinario sensibile a condizioni dell’Essere piú vaste, vere e profonde. Si allude qui a quanto permette una forma di autoconsapevolezza che possa sopportare il rapporto diretto con la Potenza della Vita, illimitata e fluente come un Oceano, definita “mondo eterico” nella terminologia convenuta dalla Scienza dello Spirito. Le caratteristiche di tale mondo, come la sua sostanza, sono in totale contraddizione con lo stato terrestre del Cosmo e della coscienza di sé che di quello abbisogna per accendersi. Partendo dall’immagine di questa assoluta contraddizione, possiamo almeno realizzare che la via da seguire, avendo di necessità la moderna coscienza ordinaria come punto di partenza, non può essere altro che “una via difficile e straordinaria”, la quale, con la pur indispensabile assimilazione di temi, immagini e analogie intesi come corrette traduzioni dello Spirituale quali preambolo informativo e formativo, non presenta una realistica connessività.
Attendete un momento, prima di scandalizzarvi. Volevo semplicemente dire che dubito fortemente del fatto che un contemporaneo, attraverso la lettura di uno o cento volumi di “comunicazioni spirituali”, possa realizzare una intensificata trasformazione della sua coscienza, corrispondente, in basso, agli stati di sogno e di sonno.
Non svelo nulla di occulto o riservato se, come esempio, oso raccontare cosa succede talvolta ai membri dei sodalizi piú esoterici alle prese con i mantra dati dal Maestro: i piú pigri ascoltano e attendono il prossimo incontro; quelli a metà strada rileggono, persino giornalmente, il mantra; i piú dotati lo memorizzano e lo ripetono interiormente come monacelli in preghiera. Qualcuno, magari ricordandosi la lettura di un certo tema (di cui si è convinto che non stia bene pensarci su o parlarne con altri, quasi fosse disdicevole come fare la pipí in piazza), prima cerca di capir ben bene le frasi mantriche, poi estrae dai propri sentimenti quello che, sebbene sia oscuro e informe, pare idoneo al momento spirituale, lascia che it faccia il suo veloce tour e svanisca: ha praticato la meditazione!
Non vi sembra un quadro ben triste? Per analogia naturalista, mi ricorda certi canali idrici di pianura, verdini, torbidi e immobili: senza scintillio di vita, zanzare a parte.
La situazione potrebbe essere molto diversa se venisse, a fondamento del tutto, praticata assiduamente la Concentrazione. Questa affermazione non è trattabile: si legga qualche pagina (magari comprendendola!) di uno qualsiasi dei ventotto testi che Scaligero scrisse tra il ’60 e l’80, di Steiner il III capitolo della Filosofia della Libertà, l’appendice aggiunta nel 1918 all’Iniziazione, il capitolo finale degli Enigmi della Filosofia ecc. e forse qualche articolo apparso su questa Rivista, che in tutta modestia si sforza esclusivamente di dare al ricercatore quanto vi è di utile e possibile.
Gli amici lettori potranno pensare che, gira e rigira, casco sempre lí e dimentico la medi- tazione ma, mi scuso per il gioco di parole, il tema è pre-meditato: provate a fare le piú elevate meditazioni, beninteso eliminando dalla disciplina quotidiana la Concentrazione, e vedrete ben presto attivarsi l’“effetto domino”: caduta la Concentrazione, in pochi mesi assisterete al crollo del restante lavoro interiore. Alla luce di questa sperimentatissima fenomenologia, viste le richieste piú frequenti di chiarimenti su quanto ruota intorno all’esercizio, per il significato e la modalità del quale rimandiamo sempre ai testi di Massimo Scaligero, cerchiamo di rispondere, pregando i lettori di ricordare che quando si parla concretamente di pratica è ben difficile che il discorso sia lineare ed esaustivo per il singolo.
«Quante volte e per quanto tempo dovrei fare la concentrazione giornaliera?».
«Due volte al giorno, un quarto d’ora per volta».
Risposta vera, risposta falsa. Perché? Perché quando si inizia (e non solo) si ha bisogno di certezza e di “incartare” l’atto interiore in una regola, o contesto formale, che veicoli la volontà che non si conosce e si possiede in misura scarsamente influente.
La coscienza ordinaria non conosce affatto la volontà e la scambia con l’istinto, il desiderio o la cocciutaggine. Qualcuno, quando tenta la Concentrazione, crede persino di percepirla anteriore al pensiero: è l’errore di chi non riesce a intuire la sostanziale diversità esistente tra l’attività pensante e la psiche. Quest’ultima essendo il prodotto del dominio del corpo sul pensiero che in esso si media e si riflette per venire sperimentato dove la coscienza di sé è inizialmente desta. In tale contesto condizionato, le tensioni neuro-muscolari percepite dal pensiero possono venire pensate come volontà precedente il pensiero. È l’impressione da cui origina l’equivoco degli esercizi psicofisici che conducono lo sperimentatore ancora piú profondamente nelle categorie fisico-sensibili, viceversa allontanandolo dallo Spirituale che già è presente nell’attività pensante dello studioso delle scienze del sensibile (e anche del vostro meccanico di fiducia). Si potrebbe dire che fare concentrazione con il pensiero è già un raro evento, raggiungibile attraverso un lungo e duro lavoro di concentrazione!
Acquistata familiarità e una minima capacità nell’esercizio, l’indicazione suggerita all’inizio può diventare (deve diventare!) un limite che va superato. Poiché la Concentrazione non è, come dichiarano taluni per ignoranza o per cattiva coscienza, una fredda operazione della testa, ma segretamente sconvolge tutta l’anima umana, che in profondità, e se si accetta d’ascoltarla, parla attraverso impulsi di moralità spirituale quali dedizione, coraggio, volontà di superamento. E nonostante la monotona regolarità degli impedimenti che non elencheremo – perché sono cosí tanti da superare i granelli di sabbia del mare – la coscienza comincia ad intuire che, a far sul serio, deve fare di piú: in quantità ed intensità.
Il discepolo della Via del Pensiero, approfondendo il significato fenomenologico dell’esercizio, e soprattutto con la retta pratica della Concentrazione, che indipendentemente dai risultati contingenti lo ammaestra con adialettiche intuizioni
su quale sia il suo percorso (e su ciò che non lo è), può dedicarsi ad essa ossessivamente: dominando beninteso l’ossessione con la volontà, la sensatezza e la deliberata immersione nel generoso oblio dell’ordinario divenire, respingendo la condizione sentimentale (astrale) che brama mantenere, fuori dall’esercizio, uno stato d’eccezione permanente.
Questo è un rischio reale di cui, ad esempio, Steiner parla verso la fine del primo capitolo dello scritto La Soglia del Mondo Spirituale: «…Se infatti l’atteggiamento della meditazione si prolunga durante la vita diurna come un’impressione sempre presente, la vita stessa perde la propria scioltezza. In questo caso, durante il tempo della meditazione stessa, l’atteggiamento meditativo non potrà essere né sufficientemente forte, né sufficientemente puro. La meditazione porta i suoi veri frutti appunto in quanto si distacca per il suo atteggiamento dal resto della vita. E sulla vita esercita l’azione piú benefica se viene sentita come qualcosa di particolare e di elevato al di sopra del rimanente». Per evitare equivoci nominalistici in chi legge, si sottolinea che il Dottore parla di “meditazione” nel capitolo in questione, ma la sua raccomandazione vale per tutti gli esercizi. Del resto in righe precedenti del medesimo scritto troviamo che «…il concentrarsi in tal modo ripetutamente sopra un pensiero in cui si sia penetrati a fondo, potenzia nell’anima certe forze che nella vita ordinaria vanno disperse: essa le rafforza in se stessa».
Alla luce di ripetuti esperimenti, confortati da direttive date da Steiner ad alcuni discepoli, credo di poter indicare (in piena libertà mia e vostra) che l’idea di un ritmo intenso (inteso come ripetizione dell’esercizio) nella Concentrazione dovrebbe situarsi in spazi di tempo non superiori alle cinque ore. E se mi concedete il “beneficio d’inventario” posso aggiungere che, dopo l’esercizio, questa è all’incirca la durata della sua azione benefica contro l’eccesso di attività che il doppio arimanico esercita sulla nostra anima e sul corpo, e che ammala corpo e anima. In questa direzione, se le difficoltà pratiche sono quasi fago- citanti, possono bastare tre-quattro minuti d’esercizio, magari svolto nel bagno aziendale.
Quanto detto rimane solo un suggerimento di massima, perché fondamentalmente ognuno deve operare secondo le necessità che intuisce da se stesso.
Credo sia comunque utile impadronirsi di una concezione che si oppone a tutti i generi di visioni e regole statiche o tradizionalizzate che si sono radicate a destra e a manca. Se all’inizio avete stabilito regole ferree, ripeto: va benissimo, è la cosa giusta da fare. Poi, nel tempo, occorre svezzarsi. Per capirci senza fraintendimenti faccio alcuni esempi, come sempre tratti dalla realtà: Tizio, che di solito fa l’esercizio per una manciata di minuti, oggi sfida le proprie abitudini. Si siede, svolge il suo percorso di parole ed immagini riferiti all’oggetto che aveva posto al centro della coscienza, infine mantiene, per quanto gli è possibile, l’immagine finale. Terminata l’opera, un attimo dopo “serra le fila” e ripete l’esercizio (non lo “ripete” ma lo esegue come fosse il primo esercizio della sua vita!). Ora, giunto a metà percorso, budella e posterga iniziano a contrarsi, o forse è l’anima che si contorce. Quasi dolorante, non si sa bene se nell’anima o nel corpo, Tizio termina la seconda concentrazione, magari apre gli occhi, muove il collo, molla il filo di contrattura che gli sta agganciando il trapezio, poi raccoglie i miseri resti di sé e inizia la terza concentrazione (sí, evocando sempre il medesimo oggetto). E cosí di seguito per una o due ore filate. Risultati coscienti? Forse zero o forse Tizio ha fatto un essenziale passo in avanti rispetto a tutto quello che lui è ed è sempre stato, fino a questo momento.
Caio, che è un caro amico e, fatto piú importante, è pure uno dei rari discepoli di Massimo rimasti operativamente fedeli al cuore dell’Insegnamento, fa la Concentrazione da tanti anni. Un giorno mi ha mandato un suo motto, sapido, ma che sottende la maestria a cui è pervenuto: «Fare pochissimo, fatto benissimo!». Questo può essere il motto valido per chi domina il pensiero ordinario e usa l’intensità che potete anche chiamare “alto livello di dedizione”.
Gli esempi di Tizio e Caio valgono in generale per indicare che non esiste una regola fissa e proficua per Sempronio se non quella che lui darà a se stesso, e che cambierà quando avvertirà esigenze prodotte da percepiti ostacoli interiori o, all’opposto, da un raggiunto livello superiore di capacità. Probabilmente Sempronio potrebbe iniziare dal 2 x 10’/15’ citato in apertura, e dopo un tempo (ed esperienze dell’anima) a noi ignoto ma non inferiore a parecchi mesi, piú rafforzato e determinato, potrebbe passare a qualcosa di simile al raddoppio e a qualche “colpo d’ariete” come ha fatto Tizio. A questo punto Sempronio sta diventando realista: ha imparato per esperienza diretta che la concentrazione prolungata non fa male ma funziona, che i momenti apicali in cui contemplava l’oggetto evocato senza residui di sé o d’altro, erano i veri momenti di concentrazione, e che concentrazioni brevi o brevissime come saette di pensante volontà inegoica annunciano l’albeggiare della potenza eterica nascosta dal pensiero riflesso. Come, penso, faccia Caio.
Ora affrontiamo un argomento scabroso o doloroso (a voi la scelta del vocabolo): in sede teorica si può legittimamente arguire che la prima concentrazione della vostra vita sarà faticosa, difficile e confusa, mentre la centesima o la millesima sarà, all’opposto, riposante, facile e chiara. Nella dura realtà la situazione è ben diversa. Innanzi tutto l’esercizio com- porterà, per decenni, l’esigenza di sostanziali superamenti che con la lunga pratica verranno attraversati velocemente, forse senza le agonie dei primi anni, ma credetemi: il passaggio dalla (totale) dedizione a se stessi alla (totale) dedizione al concetto di turacciolo è un itinerario lungo e sofferto. Come, ad esempio, è piú “facile” sostenere le scomposte fatiche iniziali che alimentare la profonda quiete che si istaura molto dopo con “l’assenza di sforzo”.
Sempronio (l’unico del terzetto ad essere soltanto immaginato) ha vita dura nell’apprendi- stato, ma le delusioni si controbilanceranno con l’entusiasmo del neofita, con le appaganti meraviglie delle tante esperienze fuori dell’ordinario che sovente arricchiranno i suoi momenti di disciplina. Piú avanti scoprirà invece di scivolare impercettibilmente nell’automatismo, di non trovare piú la familiare spinta animica che lo aveva sostenuto dall’inizio, di avere sommerso l’eccezione tra i riti ritriti del quotidiano e di tentare inutilmente qualcosa di penosamente arido in uno scenario d’anima senza vita, immobile e privo di indicazioni. La morte è perennemente statica: sembra un errore parlare di attraversarla, perché sul suo terreno sei fermo, il tempo è fermo. Calarsi nell’esercizio è ciò che fai solo per fedeltà profonda perché tutto il resto è diventato fumo: prodotto di una lenta combustione che hai innescato con il Rito ma che l’ego mai avrebbe tentato o desiderato. Io spero che Sempronio non indietreggi. Sei giunto a dominare il mentale ordinario, entri nel Silenzio ed equanime e indifferente contempli l’oggetto di pensiero con forma o senza forma e, forse, resti lí, inchiodato come un baccalà, o se volete, sospeso nel limbo. Magari dopo aver sperimentato, in anni precedenti, momenti di accensione della corrente eterica centrale, attimi in cui la pura corrente del volere ha sostituito il pensare e il suo oggetto, ed il soggetto corporeo, riassorbito, nullificato, ha ceduto il comando al vero Re, a Colui che non può essere percepito.
Questa condizione è la prova finale dell’ultrasecca Opera al nero dei nostri tempi: si sta (in ciò che sarebbe stato im- pensabile tanti anni prima) lasciando con una “non azione”, o metafisica immobilità, che tutto defluisca: tutto quello che di noi era segretamente rimasto. Poi, dalla tenebra e senza merito tuo, giunge la prima radianza di un lucore paraclito: nel suo alito il cuore che in te s’era arso, rivive e riconosce con una certezza assai piú alta della tua coscienza Chi traspare nella Luce montante.
Miei cari lettori, permettetemi ancora qualcosa che su un terreno diverso è comunque legato alle precedenti righe. Vi sono persone, o meglio personalità, che da anni vanno in giro dicendo che la Via del Pensiero non arriva al Logos. Questa affermazione è falsa. Poiché alcune di tali persone facevano da tappeto quando Massimo passava ancora da queste parti, lo confesso, rimango quasi affascinato nel contemplare ciò che li muove con uno zelo diametralmente opposto al precedente, e mi spiace per gli sprovveduti che, privi delle grandi forze dell’anima moderna – il dubbio e la coscienza critica – rimangono basiti a far loro da candelieri. Astraendo da ciò che muove questi signori, vorrei far notare agli altri (non ai primi, perché sarebbe impossibile) e a quelli che mi leggono con animo aperto, che le predette personalità non hanno praticato la Concentrazione, o peggio l’hanno fallita per le loro carenze morali. Dunque, parlano di ciò che non conoscono oppure temono: in definitiva odiano l’esercizio fondamentale perché la Concentrazione li metterebbe di fronte alle loro vere fattezze, come Dorian Gray davanti al suo ritratto. Traete da voi il conseguente.
Per chi legge queste righe con interesse ma si sente fieramente pagano e teme chiesismi contrabbandati, dico soltanto, con sincera simpatia, che la Concentrazione, piú affilata di Tsumugari, è cosí pura e lucida che non ammette ombra né di Dei né di diavoli. Tentatela e metterete da subito in gioco il vero delle vostre forze.
Poi, se oltre il nudo e terso picco della Disciplina, il Sole Vittorioso si alza dalle Tenebre, siamo tutti in sacra fraternitate: voi io e, se mi permettete l’ardire, pure l’Imperatore Giuliano, Paolo di Tarso e l’Apostolo Giovanni…
Franco Giovi
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Nota 1 : ricordo ai lettori che l’attività del Dottore nella Scuola esoterica, svoltasi dal 1904 al 1914, iniziò nella preesistente Scuola esoterica teosofica che Egli modificò progressivamente secondo i contenuti della Scienza dello Spirito. Gli studenti della Scuola erano perciò teosofi. Così le comunicazioni del Maestro furono modellate, al principio, su quanto era famigliare al linguaggio e alle conoscenze degli ascoltatori.
Nota 2 : i lettori noteranno un omissis verso la fine della conferenza: infatti non ho trascritto alcune indicazioni ed i mantra relativi. Ciò appartiene alla Scuola e non ad un blog. Provo un sottile orrore quando vedo meditazioni e discipline della Scuola apparire, come niente fosse, nei siti dei social. Sciorinate alla curiosità e diletto dei curiosi. Non posso nulla affinché ciò non avvenga. Posso forse, fuori tempo e “fuori moda”, far sì che Eco non faccia parte di questa deriva. Certamente sono cose rintracciabili per chiunque ma credo facciano parte di una ricerca e di un percorso strettamente individuale.
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(BERLINO, 15/02/1904)
All’interno della cultura occidentale, lo sviluppo deve essenzialmente partire da ciò che si chiama “il controllo del pensiero”.
Benché il pensiero occidentale, disordinato e arbitrario al più alto grado, non si presti del tutto ad uno sviluppo controllato, in un seguito rigoroso dei pensieri, questo non è di meno una necessità primaria.
Dunque vorrei ritornare su ciò che ho già evocato: noi dobbiamo coltivare una sensibilità per percepire i concatenamenti illogici e mal controllati dei pensieri.
Quando agisce con forza sui suoi sensi l’uomo ordinario risente sempre di una sorta di dolore, ma è molto raro trovare degli uomini che sentano dolorosamente i pensieri incontrollati e illogici.
Eppure è una tappa che ciascuno deve attraversare, non soltanto di fronte al pensiero ma anche in rapporto alla lettura della nostra letteratura occidentale. Io non escludo nemmeno numerosi libri della letteratura esoterica, dove anche lì si trovano pensieri incontrollati.
La maggior parte degli uomini di oggi non controllano coscientemente i loro pensieri. E ogni pensiero incontrollato è rivelatore di una mancanza d’equilibrio, un rifiuto di mettersi in una giusta relazione di fronte ad una situazione. E’ come una scivolata, e una scivolata nel mondo fisico rappresenta un rifiuto di porsi in una giusta relazione in rapporto al mondo fisico.
Dobbiamo sviluppare in noi un sentimento molto forte per i giusti pensieri, condotti al bene, al punto di sentire una sorta di dolore fisico non appena sorge un pensiero che non è giusto in noi o in altri.
Nella vita quotidiana non è possibile controllare i propri pensieri in tal modo, perché il vostro coinvolgimento nella vita professionale vi obbliga in permanenza a pensieri illogici. Perché dappertutto si pensa senza logica, che ciò sia nella vita quotidiana, al lavoro, nelle professioni dette “superiori”, nelle scienze, nella storia, dappertutto incontrerete dei pensieri illogici: e troverete i pensieri più illogici nel mondo della giustizia, là dove si dovrebbe pensare con la maggior logica.
Chi vuole acquisire le conoscenze superiori e non solamente ascoltarle da quelli che le posseggono, deve incominciare a viverle interiormente.
Per questo bisogna ritirarsi ogni giorno, almeno per brevi istanti, da tutto il resto della vita. Bisogna donarsi, forse anche per cinque o dieci minuti, esclusivamente alla nostra vita interiore e a pensieri che non sono quelli della nostra cultura né della vita ordinaria ma pensieri di origine superiore, nei confronti dei quali possiamo avere confidenza.
Realizzare questo raccoglimento vivendi ed agendo in un mondo di pensieri strettamente ordinati, consacrarsi ad un tale mondo di pensieri anche per poco, ci compensa di tutta la dispersione e della lacerazione che la cultura esteriore genera. Siamo allora rinforzati e riconfortati attraverso un centro interiore e ci dirigiamo nel mondo di tutti i giorni allontanando dal nostro campo tutti i pensieri che non fanno parte della nostra vita ordinata.
Tuttavia non bisogna credere che voi siate sempre capaci di farlo. In effetti, ricordatevi solamente che quando attraversate la strada, voi non siete padroni dei vostri pensieri. Da tutti i lati, senza che voi possiate nulla, i pensieri dell’ambiente si fondono in voi, agiscono sulla vostra coscienza e giocano attraverso essa, sicché voi siete la preda della vostra coscienza.
Fintanto che non avrete la forza di sviluppare i vostri pensieri come si svolge un filo, non potrete raggiungere ciò che alla vostra interiorità si rivela. Possiamo sperare questa signoria sul mondo dei pensieri, se perverremo a riservarci un tempo infimo della vita quotidiana, e in cui ci eleviamo verso l’ideale. Quando si riesce ad amare un pensiero ideale si perviene all’affermazione interiore. Non importa che si afferri un pensiero attraverso il solo intelletto.
Prendete il primo pensiero di (qui il Dottore menziona una breve frase mantrica), prendete questo pensiero oggi, domani, ancora e sempre, finché divenga vivo. Se rifiuterete tutto quello che vi potrà mescolarsi, esso diverrà il centro del vostro essere. Vivrà e agirà in voi. Esso vi mostrerà che altri pensieri nascono da da esso, che esso è di una fecondità infinita. E vedrete ciò che dovrete superare interiormente.
Deve progressivamente svilupparsi una sensibilità che combatta ogni falso pensiero, fino alla sensazione di pungersi quando i pensieri non sono giusti. Dovete sentirlo anche leggendo libri. Se non potete sentire del dolore al contatto con i pensieri illogici, allora non potete sviluppare un pensiero giusto.
Ma voi dovete non solamente comprendere il pensiero giusto, ma dovete anche amarlo. Dovete amare un pensiero come si ama un bambino. Avete visto il vostro bambino oggi, ieri, l’altro ieri e l’amate sempre. Dovete fare lo stesso con il mondo dei pensieri. Quando credete di aver compreso un pensiero, non dovete rimandarlo lontano dalla vostra coscienza, ma piuttosto occuparvene ancora e sempre.
Se fate questo, allora avrete acquisito una sorta di corazza di pensieri, allora la fase intermedia nella quale voi siete, cessa: il combattimento contro ciò che era illogico finisce quando un pensiero diviene per voi un fatto reale al medesimo titolo di una sedia, di un tavolo, ecc….Voi diventate positivi. Chi vive nel mondo spirituale lo sa: sa anche che è sempre attorniato di pensieri che rappresentano potenze e forze agenti su di noi.
Chi è ricettivo percepisce i pensieri d’odio o di benevolenza che gli uomini si indirizzano mutualmente. Egli vede come essi entrano o rimbalzano in lui. Certi hanno una attitudine rimarchevole quando si tengono davanti a noi: essi sono là, in piedi, come attorniati da un corpo di cristallo, nel mezzo del quale essi vivono. E tutti i pensieri inappropriati rimbalzano su questo involucro di cristallo. Gli uomini che sanno vivere in maniera meditativa, sanno ordinare la loro vita a partire dal polo interiore verso l’esteriore.
Potete verificare se il vostro controllo dei pensieri è riuscito, non dicendovi: “ ora io penso in maniera giusta”, ma utilizzando un barometro che può mostrarvi fino a che punto la vostra vita di pensiero è controllata dall’interiorità. Per chi avanza sul cammino della conoscenza, questo barometro è il sogno. Chi veramente conosce questo non avrà più la medesima percezione della gente superstiziosa. Per lui, la vita del sogno assume un significato diverso rispetto a chi non è ancora giunto a controllare la vita dei suoi pensieri.
Nella maggior parte delle persone, la vita onirica è un terribile caos. Questo s’arresta completamente per colui che si dona, durante un certo tempo, alla vita meditativa. I sogni allora acquistano un profondo senso simbolico. Il barometro del controllo dei pensieri è la regolarità, la bellezza dei sogni. Quando procediamo “alla meno peggio” nella vita esteriore, i nostri sogni ne sono solo il riflesso disordinato. Quando ci ritiriamo nei brevi momenti della meditazione per divenire forti e possenti di fronte a tutto ciò che ci assilla, i nostri sogni assumono un significato simbolico. Così dobbiamo sforzarci di esercitare un controllo e domandarci: cosa significa questo sogno che mi si presenta così?
C’è anche differenza tra i sogni elevati e i sogni ordinari. Non è vero, come si è scritto, che i sogni abbiano tutti il medesimo valore. La vita che l’uomo dispiega nello stato di sonno è completamente diversa presso colui che sviluppa il suo corpo spirituale e presso colui che non lo fa. Chi ha avuto esperienze spirituali lo sa. Chi conosce solo ciò che apportano i suoi occhi, le orecchie, la lingua, che è totalmente assorbito dal mondo dei sensi può, durante il sonno, sentire solo una reminiscenza confusa delle sue esperienze sensoriali.
Invece ciò che elaborate spiritualmente, durante la meditazione, è qualcosa che stimola lo spirito e lo mette in attività: qualcosa che portate ovunque andate, sia col vostro corpo o senza di lui. Poi, quando i nostri sogni cominciano ad essere regolari, quando formano dei piccoli drammi con la loro evoluzione e le loro azioni ordinate, allora entra in azione ciò che si chiama la vera vita spirituale.
Ma questo è solo il grado più basso. Ciò che deve venire immediatamente dopo è il fatto seguente: quando voi riservate dei momenti dedicati al vostro progresso interiore – ma che non devono essere sottratti alla vita professionale, perché la teosofia non deve sottrarre nulla alla vita professionale – voi noterete presto qualcosa che apparirà nella vita interiore in coloro che consacrano un certo tempo alla meditazione. Noterete che vi ricorderete dei vostri sogni in tutt’altra maniera che prima.
Più l’uomo si sviluppa, più questa continuità di coscienza diviene tale che voi diventate obbiettivi nel vostro Io. Finché vi identificate col corpo, finché non siete divenuti uno con lo spirito, non potete sviluppare la coscienza del sé quando siete disincarnati, vale a dire durante lo stato del sonno. Da là viene lo stato incosciente della maggior parte dell’umanità durante il sonno. La continuità di coscienza, che vi rende svegli durante il sonno come lo siete nel corpo fisico, si manifesta inizialmente molto lentamente, così come il prolungamento di questa coscienza notturna nella vostra vita quotidiana.
Qui voi avete una misura, qualche cosa che può servirvi da barometro in rapporto alla vita fisica. La capacità di resistenza di fronte alla vita ordinaria è accresciuta. Il corpo deve diventare come un utensile. Voi potete allora guardare questo corpo “dall’esterno”, disteso, al vostro lato. Vivete nello spirito quando cominciate a ritirarvi da ciò che è legato al corpo. Grazie a questi mezzi non siete sprovveduti di fronte alla vita, ma ancora più adatti ad affrontarla, perché la conoscenza dello spirito accresce le vostre capacità. Importa che voi riserviate una parte della giornata per donarvi a pensieri elevati che non abbiano nulla a che vedere con il triviale egoismo, con l’ambizione e il piacere ordinario dei sensi, momenti in cui lasciate questi pensieri rischiarare la vostra vita quotidiana. (…ceteris omissis…)
Non è il successo esteriore, non ciò che possiamo raggiungere che ci fa avanzare, ma in ogni istante è la vita in ciò che è eterno. Non raggiungeremo niente se vi tenderemo con avidità. Non dobbiamo vivere nel futuro ma unicamente in ciò che è eterno: là, la malaerba non può prosperare ed il soffio dei pensieri eterni cancella questa macchia della nostra esistenza.
Così come noi lavoriamo sul nostro corpo mentale per mezzo del controllo dei pensieri, dobbiamo lavorare sul nostro corpo astrale per mettere in ordine la memoria. Anche essa deve venir controllata, messa alla prova. Essa esercita su tutta la vita una influenza di grande importanza. Bisogna che vi disabituate, quando guardate indietro, verso gli atti compiuti, a non avere rimpianti egoistici. Ciò di cui voi avete il ricordo deve essere là soltanto per imparare a far meglio. Se orientiamo la nostra memoria in modo che non guardiamo indietro non importa come, ma facendone la retrospettiva, compresa dei dettagli più insignificanti, di modo tale che questa divenga una scuola d’apprendistato, allora rafforzeremo la nostra colonna vertebrale psichica.
Attraverso un tale controllo della memoria si elabora la visione astrale. Il corpo astrale diventa un organo di volontà da utilizzare. Per farci una giusta concezione di fronte alle rappresentazioni sortite dal ricordo, dobbiamo perdere l’abitudine di piangere, dobbiamo superare simpatia ed antipatia.
Quando siamo signori delle nostre facoltà delle nostre rappresentazioni e delle facoltà di ricordo, abbiamo raggiunto provvisoriamente il nostro scopo. Comprendiamo allora che chi non esercita questo controllo deve sentirsi sempre dipendente da ogni corrente spirituale del suo ambiente come un giunco agitato, spinto qua e là da ogni pensiero. Non vi è altro mezzo per accedere ai mondi mentale e astrale che quello di svilupparsi così interiormente. Chi la sera organizza la sua facoltà di memoria conferendole una struttura regolare e raggiante rispetto alle formazioni vaghe delle sue immagini, in particolare quelle che provengono dalle parti superiori del cuore e della testa, riscontra di vivere la vita nel mondo a partire dalla propria vita interiore. Niente può turbare l’uomo che ha raggiunge questo stadio. I più esecrabili pensieri si allontanano da lui, come se non l’avessero toccato. Grazie al lavoro meditativo, ha formato una corazza spirituale attorno a sé.
Rudolf Steiner

A quanto pare, le ultime considerazioni svolte su questo temerario blog da quel povero lupaccio spelacchiato di Hugo hanno suscitato davvero alcune concitate reazioni, le quali del resto erano – almeno in taluni casi – ampiamente previste, per non dire del tutto scontate. Al solito, secondo un malvezzo da troppo tempo sempre più imperante e dilagante a tutti i livelli nella bella Terra d’Ausonia, da parte dei più non si entra punto nel merito specifico dei contenuti trattati, ma – con quello stile politico e confessionale tipico di certa parte avversa – si delegittima semplicemente la credibilità dell’esecrabile ed esecrando lupaccio della steppa, infamando la sua correttezza e onestà, persino mettendo in dubbio la sua buona fede ed eziandio la di lui salute mentale. E per questi nobilissimi e cristianissimi motivi, il povero Hugo non deve essere né letto né tampoco ascoltato: conciosiacosaché egli viene condannato ad essere – come veniva proclamato un tempo nel gelido ed eloquente latino del Sant’Uffizio – haereticus vitandus.
Vi è chi bellamente, sulle pagine di un noto social network, fa presente – ci siamo permessi di “ortopedizzarne” un minimo l’ortografia e la punteggiatura, eccessivamente erratiche, senza toccarne affatto i contenuti, e lasciando invece perdere la sintassi – che :
«[…] la Scienza dello Spirito NON è solo un metodo ascetico, sia pure di “ascesi del pensiero”: E’ una “cosa”, i contenuti di pensiero sparsi nell’immensa opera di Rudolf Steiner, e un “come”, vale a dire la disciplina di cui sopra. Accade allora che in giro vi siano due “vezzi” opposti, per dirla in termini semplici e parziali: il primo è quello di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi” che ignorano l’ABC della disciplina; all’opposto vi sono quelli che sfruttano a loro piacimento solo la disciplina, ovviamente nella loro personale interpretazione, che spesso viene distorta, non so quanto inavvertitamente…, in questo caso “tardobuddhista-neopagano” viene, usata come una clava per picchiare sul resto del mondo…».
Più oltre, sempre il mio “simpatico” critico, dall’erratica ortografia, così ammonisce il responsabile della suddetta pagina del social network:
«[…] facciamo scorrer via certi “paganismi” nell’angolino che li riguarda… all’Antroposofia “fai da te”, che non è poi Antroposofia, anche se sul blog in questione si fregia di questo nome ha già fatto abbastanza danni…».
And finally, sempre costui, – anche qui, senza toccare minimamente i contenuti e la sintassi, ho dovuto far ampia opra di chirurgia ortografica – rivolgendosi ad un suo telematico dialogante sul suddetto social network, così prosegue:
«[…] capiamoci bene: la questione non riguarda certo la libera ricerca spirituale o la pratica della concentrazione fatta in ambienti diversi da quello steineriano o scaligeriano: Ben vengano i meditanti di “altre tribù”! Questo tipo di concentrazione, tuttavia, ha avuto dei padri ben precisi che l’hanno trasmessa come centro di un determinato sistema iniziatico e spirituale che si chiama, specificamente, Antroposofia. Essa ha, esercizi compresi, ben determinati contenuti, che formano un tutto organico e “sinfonico”. Ora se ci si richiama esplicitamente e pubblicamente a tale “etichetta” sarebbe bene che, per onestà intellettuale e fedeltà, si mantenesse una certa qual aderenza ai contenuti di essa, oppure si riconoscesse francamente di “utilizzarne” alcuni aspetti, negandone altri, per propria “equazione personale” e libera scelta. Invece il signor “HdP” fa un’altra operazione: si considera “paganamente al disopra” e svillaneggia tutti quelli che, anime “belle” o meno, si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano, con dei risvolti a mio avviso quasi patologici. Ora se è in qualche modo comprensibile come non pochi utenti di “figlie” dell’antroposofia, medicina, pedagogia, agricoltura, ne usufruiscano senza volersi curare della “madre”, non mi sembra condivisibile un comportamento del genere da parte di chi si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri” , parlando poi da un podio “eco-antroposofico”: tutto qui: Rudolf Steiner, per inciso, raccomandò che la Anthropos Sophia NON andasse per il mondo disgiunta dal suo nome… Insomma: se la “cattoantroposofia” è biasimevole, la “paganantroposofia” è addirittura un ossimoro…».
Beh, devo confessare che proprio peccato d’origine fu il mio, che già nella mia adolescenza incontrai l’India spirituale sul mio sentiero, e fu amore a prima vista: sicuro retaggio di antiche vite. Ma quel che mi colpì della antichissima spiritualità indiana fu la sua assoluta a-dogmaticità e l’istanza della radicale sperimentabilità. Ossia il fatto che l’esperienza spirituale umana è a fortiori multiforme, e il Divino o, se si vuole, l’Assoluto, è direttamente – e radicalmente – sperimentabile dall’uomo, indipendentemente da qualsivoglia mediazione sacerdotale e di qualsivoglia istituzione.
Lo stesso Massimo Scaligero ricorda spesso il detto: «La Realtà è una, le verità sono molte». Parole che ricordano quelle molto simili – anzi identiche nel loro interiore contenuto di verità – dei Veda, là dove nel Ṛgveda Samhita, 1.164.46, da Dîrghatamas (purohita, ossia sacerdote del fuoco vedico, e sacerdote capo del Re Bharata, Aitareya Brahmana, VIII.23, uno dei primi Re, dal quale l’India prese il nome tradizionale di Bharata, nonché Ṛshi della più antica e nobile stirpe: quella degli Angirasa) è detto: «Ekam sat, viprâḥ bahudhâ vadanti», ossia che la Realtà è una, la Realtà è l’Uno, e i saggi le dànno molti nomi. E Massimo Scaligero, in scritti e in colloqui vari, affermava sovente che ogni essere umano ha inevitabilmente la sua verità, parziale e forzatamente unilaterale frammento, più o meno esteso e profondo a seconda della maturità spirituale di ogni singolo essere umano. Ossia, la frammentaria, parziale e unilaterale verità del singolo essere umano è quanto dal suo punto di vista – quel che nella sapientissima India era chiamato darśana, appunto “visione” – egli è in grado di percepire della Realtà Una. E nei colloqui che avevo periodicamente con lui, più volte Massimo Scaligero mi citò il mirabile detto di Protagora – ch’egli addirittura difendeva dalle critiche di Socrate – nel quale il sofista ellenico affermava che: «L’uomo è la misura di tutte le cose: delle cose che sono in quanto sono, e delle cose che non sono in quanto non sono».
Ma questo non implica affatto che le differenti verità siano tutte equivalenti, ch’esse di conseguenza si appiattiscano tutte in un informe magma e in uno scipito relativismo, in quanto esiste ben una gerarchia delle singole e diverse verità, le quali – a seconda della maggiore o minore potenza del pensare del soggetto conoscente – saranno maggiormente vicine o maggiormente lontane dall’unica Verità-Realtà, da quell’Uno Unissimo che è unica Verità, perché appunto unica Realtà. Ma alcuni pochissimi, veramente assetati d’Incondizionato, affamati di Assoluto, possono rompere il guscio-limite umano, rompere ogni limite conoscitivo umano, di modo che per essi non esistano più “opinioni” e “punti di vista”, ma solo e unicamente l’unica Realtà, alla quale essi sono avvinti con Intelletto d’Amore.
E una tale gerarchica molteplicità di verità – quali aspetti dell’unica Realtà-Verità – non esclude per niente che nel mondo come lo sperimentiamo, in questo sempre più immondo mondo, non vi sia e non agisca distruttivamente anche la menzogna, la non-verità coscientemente, volutamente, affermata e proclamata con il fine palese o segreto di nuocere altrui, spargendo cotal menzogna come veleno nelle anime e nel mondo.
Quando, a fine giugno del 1970, incontrai per la prima volta Massimo Scaligero, io avevo già incontrata la Scienza dello Spirito, nell’agosto del 1969, attraverso la generosa mediazione di L.C., e nel successivo gennaio 1970 avevo preso la decisione di consacrarmi alla Via del Pensiero e, tra mille difficoltà, iniziata la pratica degli esercizi. L’incontro con Massimo Scaligero si svolse in un’atmosfera molto particolare, in quanto allora erano presenti con me, nel suo studio all’ultimo piano in Via Cadolini, il mio amico L.C. – e su questo punto condivido totalmente quanto afferma Marina Sagramora, ossia esser colui che ti fece conoscere il Maestro l’amico più grande della tua vita – personalità fortemente “magica”, il musicista romano A.S., israelita praticante, ed io che provenivo dall’ascesi buddhista e che mi sentivo profondamente legato al Buddhismo Mahayana. Una delle cose – per me particolarmente importanti – che Massimo Scaligero mi disse – già in quel primo incontro, ma che ripeté molto spesso in seguito – fu che io non dovevo “credere” a niente: che non dovevo credere una cosa perché la diceva lui, Massimo Scaligero, o il mio amico L., o i cosiddetti antroposofi, dei quali, del resto, allora, non sapevo proprio un bel niente. Non dovevo “credere” a niente, bensì dovevo sperimentare di persona, e verificare autonomamente e faticosamente tutto : verificare ogni volta e in ogni caso – soprattutto quando era scomodo farlo – se una cosa, una idea, una pratica, un esercizio, fossero veri, giusti, corretti, efficaci, fecondi nel cammino di conoscenza e di realizzazione spirituale, che avevo scelto di intraprendere. E non accettare nulla che non reggesse alla prova, alla spietata verifica, di questo “dissolvente universale” di questa scomoda sperimentazione diretta. Furono altri a chiedermi di “credere” e di piegarmi ad una passiva e acritica “obbedienza”, e la mia riottosità a tali imposizioni me li rese nemici mortali.
In Massimo Scaligero, io ritrovavo quell’atteggiamento radicalmente “scientifico” che tanto amavo nella posizione conoscitiva del Buddha Shakyamuni, il quale ponendo ex abrupto l’istanza dell’esperienza diretta – “unica regina sovrana in questo campo”, direbbe Arturo Reghini – invitava a non credere. E come riporta un autore francese, Hervé Clerc, in Le cose come sono. Una iniziazione al buddhismo comune. Adelphi, Milano, 2015, pp. 22-23, il Buddha:
«Ai Kâlâma, abitanti di una piccola città del regno di Kosala (uno dei due regni in cui insegnava, nel Nord dell’India), egli raccomanda di non tenere per vero nulla di cui non abbiano personalmente accertato la veridicità e sperimentato il carattere benefico. Pensate da voi. Vedete con i vostri occhi. Siate i maestri di voi stessi, dice il Buddha.
Nessuno è tenuto a prendere tutto, a credere a tutto. Non c’è bisogno di credere alla reincarnazione, ad esempio, per essere buddhista. Non c’è bisogno, di fatto, di credere a nulla. Un buddhista non crede, vede. E quando non vede, aspetta di vedere, pazientemente.
Alcuni maestri zen – versione cinese del buddhismo (riconfigurata dai giapponesi) – affermano persino che per vedere è preferibile non credere, tenersi a monte delle credenze, con le braccia penzoloni, la bocca aperta, candidi come un bimbo, senza cercare né inseguire nulla. […]
Il buddhista è asaddha : senza fede ma non senza fiducia, senza apriori, senza partito preso, senza dogmi, senza credo ma non per questo inquieto. Egli crede a quel che vede».
Più oltre, alle pp. 137-139, il nostro lucido e simpatico autore d’Oltralpe prosegue nella descrizione dell’incontro del Buddha Shakyamuni con i suoi alquanto perplessi interroganti, e vale la pena di trascrivere l’intero pezzo per il beneficio e l’utilità del candido lettore :
«I Kâlâma.
Se tutte le verità sono trascinate da una stessa corrente, inestricabilmente mescolata di luci e di ombre, di verità e di errori, come orientarsi? Come decidere tra chi dice bianco e chi dice nero?
Già duemilacinquecento anni fa questo dilemma assillava i Kâlâma, gli abitanti della piccola città di Kesaputta, nel regno di Kosala. C’era a quei tempi, nella piana del Gange, un po’ come in Grecia nello stesso periodo, un’abbondanza di insegnamenti e di insegnanti, ognuno dei quali offriva la sua visione del mondo, le sue ricette di condotta, le sue tecniche di concentrazione, denigrando le altrui. Tra queste offerte discordanti i Kâlâma non sapevano più dove sbattere la testa. E dato che il Buddha passava da Kesaputta, lo interrogarono. «Vengono da noi asceti, brahmani. Ci espongono la loro dottrina, ciascuno descrive come buona la propria via e critica la via degli altri. Poi arrivano altri asceti, altri brahmani. A loro volta ci presentano la loro dottrina come veritiera e denigrano quelle degli altri. Tutto ciò ci detta nella perplessità, non sappiamo più dov’è la verità, dove l’errore».
Oggi, come i Kâlâma, siamo a confronto con visioni del mondo venute da orizzonti diversi, ognuna aspira alla verità e denigra più o meno apertamente quelle degli altri. La stessa domanda si pone per noi : come orientarsi?
Alla domanda dei Kâlâma il Buddha rispose con questo consiglio «unico nella storia delle religioni», dice Walpola Rahula, autore di What the Buddha Taught [sc.: Che cosa insegnò il Buddha]. Il Buddha spiegò loro, in sostanza, che il miglior criterio per orientarsi nella vita era il proprio giudizio fondato sull’esperienza : «Non lasciatevi guidare da resoconti orali, dalla tradizione, dal sentito dire, dall’autorità dei testi religiosi, la mera logica, le deduzioni, l’apparente competenza di chi parla,, la verosimiglianza, il piacere della speculazione, non lasciatevi guidare neppure da questo pensiero : “È il nostro maestro”. In compenso, quando constatate di persona che certe cose sono malsane (akusala), che conducono alla sofferenza e al male, allora rinunciatevi… ma se constatate di persona, con occhi ben aperti, che certe cose sono benefiche (kusala), allora sì, accettatele e mettetele in pratica». (p. 2).
Non accettate l’autorità di sacerdoti, filosofi, sapienti o maîtres à penser. Riflettete da voi, vedete con i vostri occhi e non attraverso lo sguardo altrui, sperimentate di persona. Pensate da soli. Tale fu l’insegnamento del Buddha ai Kâlâma.
Nella storia della verità, ancora da scrivere […], il buddhismo resterà la sola dottrina che proclama delle verità con l’espressa consegna di non aderirvi.
Un buddhista abbandona tutti i «punti di vista», anche i veri, e a maggior ragione quelli falsi. E quando li ha abbandonati non parte in cerca di nuovi punti di vista. Resta tranquillo, senza cercare «nessun sostegno, neanche nella conoscenza» (Sutta Nipata).
Come un padre getta i figli in mare, persuaso che sia il modo migliore per imparare a nuotare, così il buddhismo getta le sue verità nel fiume del tempo, ha fiducia che riusciranno a galleggiare da sole. Il tempo sembra dargli ragione».
E questa è sempre stata nel tempo – costantemente – la mia convintissima posizione. Quando, nell’agosto del 1969, incontrai L., pur ancora adolescente, avevo già letto molto della letteratura “occulta” e spirituale che vi era a giro allora in Italia. Ma per la prima volta, in L. io incontrai un autentico occultista – anzi un vero mago – che non mi diceva con altre parole quello che aveva letto nei libri, che io pure avevo letti, bensì quello che lui stesso aveva direttamente, personalmente, sperimentato. A quel tempo, mi accorgevo in pochi secondi se qualcuno mi riferiva semplicemente quel che aveva letto nei libri, facendolo poi passare o meno per proprio. E così L. riuscì a far breccia nella mia posizione di trincerata difesa a oltranza. Ma, più vastamente, e radicalmente, ciò fu ed è per me ancor più valido nei confronti di Massimo Scaligero, il quale mi invitò da subito a passare risolutamente all’azione, alla coraggiosa esperienza diretta. Egli, come il Buddha Shakyamuni, porgeva al ricercatore della Conoscenza l’aureo invito : «Ehi, phassiko», ossia: vieni e vedi!
Del resto, Massimo Scaligero così si esprime nel opuscolo dattiloscritto, da lui fatto apparire anonimo, REGOLE PER LO SVILUPPO INTERIORE secondo LA MODERNA SCIENZA DELLO SPIRITO, ch’egli porgeva a coloro che ricercavano una connessione operativa con la Scienza dello Spirito :
«I seguenti esercizi vengono comunicati come presupposti, metafisicamente fondati, di una disciplina rispondente alla formazione interiore dell’uomo di questo tempo, perciò come sostanziale terapia di ogni alterazione della vita psichica e degli effetti di pratiche irregolari, orientali o occidentali.
La Scienza dello Spirito, di cui gli esercizi sono espressione, non è una religione bensì un metodo di conoscenza, che dà modo al religioso, cristiano o buddista o islamico, ecc. di ritrovare le fonti vive della propria religione e al tipo agnostico o ateo di questo tempo, di riconoscere da sé sperimentalmente lo Spirituale da cui il suo sentimento ateo muove.
La Scienza dello Spirito lascia gli uomini liberi, non cerca proseliti: non ha nulla da dire a coloro che sono paghi della propria verità: parla solo a coloro che avvertono la contingenza della propria verità».
Direi che più chiari di così – oserei dire: più scientifici e meno dogmatici di così – sia veramente difficile essere. Massimo Scaligero mi chiese il coraggio di praticare, di voler sperimentare il Pensiero Vivente, e non di “credere”, o di “diventare cristiano”. Non me ne fece mai parola. Anzi, sin da quel primo incontro e nei successivi, mi invitò ad approfondire il Buddhismo, in particolar modo quello Mahayana, e a tale proposito mi donò alcuni suoi scritti, uno dei quali è stato da me tradotto e pubblicato su questo audacissimo blog, mi rivelò retroscena particolari della storia del Buddhismo stesso, e mi dette esercizi specifici dei quali nel tempo molto mi sono giovato. Quanto poi alla Religiosità Olimpica e ai Misteri dell’antico Mondo Classico, Massimo Scaligero – non richiesto, ossia di sua autonoma iniziativa – una volta così mi disse, suscitando in me stupore e gioia : «Un giorno torneremo al Politeismo!». Mi assumo la totale responsabilità circa la veridicità di questa mia testimonianza.
E siccome le accuse che, dopo scomparsa di Massimo Scaligero, mi furono rivolte da varie persone della mia città e di Roma – risultate poi tutte collegate tra loro – ossia le accuse di essere “buddhista”, “orientale”, “yoghico”, “pagano”, “non cristiano”, et alia multa, sono le stesse identiche accuse che l’innominabile Innominato osò pronunciare in casa mia nei confronti di Massimo Scaligero venti anni fa – precisamente nel 1996, ripetendole poi l’anno successivo – alla presenza di un’altra persona la quale, se volesse ricordare, potrebbe benissimo testimoniare la veridicità di quel che vado affermando.
Naturalmente, l’Innominato mi fa veramente troppo immeritato onore – e lo dico assolutamente convinto e senza traccia alcuna di quella stucchevole e ipocrita “umiltà”, che la parte avversa tanto volentieri affetta – paragonando la posizione spirituale di questo vecchio lupaccio cattivissimo a quella di Massimo Scaligero. Ma nel tempo – mercè l’esperienza acquisita in tante furibonde battaglie e una qual certa innata orsolupesca “fiutoveggenza” – sono arrivato a capire sin troppo bene il motivo di tanto immeritato onore fattomi, ossia il fatto che gli attacchi rivolti dall’Innominato e dai suoi assecli alla mia selvaggia e socialmente poco presentabile persona avevano l’esclusivo fine di aggredire la figura spirituale di Massimo Scaligero e la Via del Pensiero Vivente da lui donataci, nonché manodurre, mediante un ben scaltro “trasbordo ideologico inavvertito”, la Comunità Solare da lui fondata, paralizzarla, disperderla e, ove possibile, in parte recuperarne i membri nelle file confessionali.
Detto questo, personalmente io non ho assolutamente nulla contro coloro che, secondo il mio “simpatico” critico, sono vittime del “vezzo” «di “buttarsi sul cosa”, dimenticandosi il “come”, per cui magari in giro vi sono torme di medici, pedagogisti, euritmisti “antroposofi”, che ignorano l’ABC della disciplina». Non ho assolutamente nulla contro di loro per il fatto che non fanno gli esercizi offerti, e non imposti, dalla Scienza dello Spirito, perché il farli è frutto di una libera scelta, la quale a sua volta dipende dalla maturità interiore personale, dalla propria storia umano-cosmica, dall’aver avuto dai Numi il dono degli “incontri” giusti, e molto altro ancora. Può dispiacermi, certamente, nel caso di singole persone, che stimo moltissimo e reputo oneste e mature, il fatto ch’esse non pratichino gli esercizi, e questo può essere – se si vuole – un difetto, una debolezza, ma non è assolutamente una colpa.
Non esiste, non può esistere, non deve esistere la “libertà obbligatoria”, e il consacrarsi al Sentiero della Conoscenza è una libera scelta, alla quale nessuno può essere costretto. Il fare gli esercizi indicati dalla Scienza dello Spirito non può essere che frutto di una tale libera scelta. Il non scegliere di fare gli esercizi della Scienza dello Spirito, alla quale molte persone sono sinceramente devote, nulla toglie al valore morale di tali persone.
Uno, pur aderendo pienamente alla concezione spirituale del mondo proposta dalla Scienza dello Spirito, magari valutando male le proprie forze, può non sentirsela di assumersi un impegno assoluto, implicante una consacrazione totale di sé alla Via e al Mondo Spirituale. Lo posso capire. La Via è indubbiamente molto aspra e difficile, richiede grandi sacrifici che mettono a dura prova anche i più volenterosi, esige totale abnegazione. Essa esige l’amare l’Ascesi per se stessa e non per la gratificazione di eventuali risultati, che possono anche non venire per lungo tempo, o non esser esattamente quelli che una insufficiente conoscenza e una aspettazione egoica potrebbe ingenuamente prefigurarsi.
Semmai, quel che è veramente inammissibile è che i dirigenti della Società Antroposofica facciano di tutto per scoraggiare in vari modi la pratica interiore – come hanno fatto per lungo tempo – e calunnino luminose personalità spirituali come Marie Steiner, Giovanni Colazza, Massimo Scaligero. E, negli ultimi tempi, si è visto persino il triste spettacolo di dirigenti della Società Antroposofica criticare lo stesso Rudolf Steiner, con accuse pretestuose e assolutamente false, giungendo ad unire la lor propria voce a quella di nemici dichiarati della Scienza dello Spirito, facenti parte delle “truppe d’assalto” della confessionale parte avversa. Ed è vergognoso il silenzio che a tale proposito domina tra le file antroposofiche e, come vedremo, non solo.
Da un po’ di tempo, poi, non è che tra gli “scaligeropolitani” – come il mio amico C., energico e valoroso “asceta d’altra dottrina”, chiama scherzosamente gli abitanti di “Scaligeropoli” – le cose vadano proprio a meraviglia, e che nell’ambiente abbondino rose e fiori. Anzi, sicuramente qui è molto più insidiosa e pericolosa l’azione surrettizia di sostituzione ed alterazione dei contenuti originari, la quale giunge persino alla falsificazione dei testi scritti del Maestro – come abbiamo avuto modo più volte di constatare e denunciare – volta a denaturare e disgregare la Comunità Solare, azione operata dall’Innominato e dai suoi – coscienti o non coscienti: poco importa – assecli. In questi quasi trentasette anni dalla dipartita di Massimo Scaligero, con un crescendo dapprima prudente e poi sempre più sfacciato, ne abbiamo viste proprio di tutti i colori.
Hugo de’ Paganis non «si proclama una sorta di “santo pagano” e unico o quasi “interprete dei Maestri”», e non si considera affatto «“paganamente al disopra”» e non «svillaneggia tutti quelli che anime “belle” o meno si muovono differentemente, “legati alla potenza d’Oltretevere” o “innominabili di Monteverde” o meno essi siano», come afferma sul noto social network il mio acidulo critico, attribuendomi addirittura persino «dei risvolti a mio avviso quasi patologici». I fatti sono fatti, e non opinioni o interpretazioni tendenziose dettate da stati d’animo. Ed è un fatto che Massimo Scaligero – come, non richiesto, testimoniò in varie riunioni più volte Alfredo Rubino – caricò le spalle di questo eretico lupaccio della immane responsabilità di orientare la comunità spirituale nella sua città. Massimo Scaligero indicò con assoluta chiarezza e precisione che cosa doveva essere fatto e come doveva essere fatto, e soprattutto indicò con ancor maggiore chiarezza e precisione che cosa mai e poi mai avrebbe dovuto essere fatto. E di questo egli parlò persino nell’ultimo incontro rituale, avvenuto in Via Cadolini il 25 gennaio 1980 – dunque poche ore prima della sua dipartita – incontro al quale erano presenti altre persone, le quali oggi paiono non ricordar o non voler ricordar più.
Ma dopo la sua dipartita, si cominciò a dire – nella mia città e in quel di Roma – che prima c’era Massimo Scaligero tra noi, e che dopo ch’egli ci aveva lasciati «i tempi erano cambiati» e che, di conseguenza, doveva essere cambiato anche il modo di praticare la Scienza dello Spirito: sia a livello individuale che nelle riunioni rituali. Dapprima, tentarono di convincermi con grande dispendio di parole e di dialettica, affermando che «dovevo non essere così “rigido”», e che «dovevo dare una “interpretazione creativa” a quello che Massimo Scaligero aveva detto»; poi, resisi conto che io ero totalmente refrattario a simili adescamenti da cortigiane, si passò apertamente a cristianissime forme di brutalità morale nei miei confronti – ingiurie e minacce – e a calunniare, diffamare cristianamente il sottoscritto – rigorosamente alle spalle – e a isolarlo il più possibile dagli amici, sino al tentativo di ostracismo totale. Le accuse, prima proferite molto coraggiosamente alle spalle e poi sempre più apertamente e brutalmente, persino nelle riunioni rituali, cinicamente e sacrilegamente profanate, sono – allora come oggi – che sarei stato e sarei tuttora unilaterale, eccessivamente fissato con la Concentrazione e la Via del Pensiero, che trascurerei gli esercizi di equanimità, positività, e spregiudicatezza, virtù delle quali essi, invece, mi davano – e constato che tutt’oggi mi dànno – così fulgide e convincenti lezioni. Venivo e vengo cristianissimamente accusato del fatto che trascurerei i necessari «tre passi nella moralità», che sarei “pagano”, “orientale”, “yoghico”, “buddhista”, “essenico”, “anticristico” e “antigraalico”. E – sempre cristianissimamente, s’intende – venivo pubblicamente imputato di essere clinicamente “paranoico”, accusato di soffrire di “paramnesie” per cui mi sarebbe sembrato di “ricordare” eventi diversi dalla realtà, di essere addirittura posseduto dagli Asura. Miracolo ch’io non sia stato consegnato al braccio secolare al fin d’esser combusto!
Come ho avuto già modo di raccontare, dolore, stupore e sconcerto suscitò in me l’udire direttamente uscire dalla bocca dell’Innominato – ex suis ipsissimis verbis – analoghe accuse da lui rivolte a Massimo Scaligero. E questo è un fatto, e non una mia soggettiva “impressione”, una mia personale e interessata “interpretazione”, o una mia patologica “paramnesia”, e men che meno da parte mia una impudente invenzione o una volontaria menzogna: chi era allora presente a casa mia all’incontro con l’Innominato, se vuole, può ricordare e testimoniare la verità di quel che ho detto.
Ora, come ho avuto modo più volte di scrivere, sed repetita iuvant – che tra i doveri imprescindibili e più sacri di chi è stato investito della pesante responsabilità di essere un orientatore, e non un dis-orientatore, vi è quello lottare e difendere la Verità contro la menzogna, di difendere il Maestro – non fosse altro che per il gioioso dovere di una illimitata gratitudine nei suoi confronti – contro le infamie e le sporche calunnie che, in maniera aperta o celata, e soprattutto da parte di coloro che meno dovrebbero, vengono vigliaccamente portate contro di lui con la determinata volontà di distruggerne l’opera spirituale.
Massimo Scaligero, nel luglio del 1971, mi accolse – ritualmente – nella Classe Esoterica trasmettendomene i contenuti, con l’onere di comunicarli come “Lettore di Classe” ad altri che se ne dimostrassero degni. La stessa cosa fecero Hella Wiesberger, Gianandrea Balastèr ed altri membri del Lascito di Rudolf Steiner e di Marie Steiner, nel 1985, ed io presi su di me con totale serietà, con sincerità, senza veruna riserva mentale, tutti gli impegni sacrali che l’appartenenza alla Classe Esoterica comportava. E mi lasciò alquanto amaro nel cuore, e disgustato nell’anima, sentirmi dire da una persona, risultata poi strettamente legata all’Innominato, che «io dovevo dare una interpretazione “creativa” agli impegni che avevo preso, alle promesse sacre, ai giuramenti solenni che avevo fatto». In effetti, la stessa persona mi aveva già più volte dimostrato in passato quanto valessero per lei promesse e giuramenti sacri, allorché, tanto per fare un esempio, avendole io ricordato uno di tali giuramenti, per di più da essa messo per iscritto, dapprima negò sfacciatamente di aver mai fatto un tale giuramento e persino che esistesse un tale suo scritto, poi di fronte all’evidenza cartacea, pretese di cavarsi disinvoltamente d’impaccio dicendomi: «Ma quelle sono solo parole». Lascio all’apprezzamento del candido lettore il concetto di una verità “a geometria variabile” di una tale persona, e taccio del resto.
Tra gli impegni sacri che si assume chi entra nella Scuola Esoterica – impegni che io, a suo tempo liberamente assunsi e ai quali cerco, tutt’oggi, malgrado i miei molti difettoni, con ogni mia forza di essere fedele – vi è quello di assumere su di sé il destino della Scienza dello Spirito, di far propria la causa di essa «davanti a tutto il mondo con tutto il suo pensare, sentire e volere». «Non in modo diverso si può essere membri di questa Scuola», viene detto sin dalla prima Lezione di Classe.
Quanto alla veridicità, sempre nella Classe Esoterica, così vien detto:
«Noi dobbiamo sentirci responsabili fin nelle parole che diciamo, sentirci responsabili al di sopra di ogni cosa, del fatto che qualsivoglia parola che noi diciamo deve essere esaminata, nel senso più severo, così ampiamente che noi possiamo presentarla come verità. Poiché affermazioni non vere, anche se esse, per così dire, provengono da buona volontà, sono qualcosa che agisce in maniera distruttiva all’interno di un movimento occulto. Su ciò non vi deve essere alcuna illusione, anzi su ciò deve regnare la più assoluta chiarezza. Quel che conta non sono le intenzioni, giacché esse l’essere umano le assume molto facilmente, ma è la Verità obbiettiva quella che conta. E appartiene ai primi doveri di un discepolo dell’esoterismo, ch’egli non si senta in dovere semplicemente di dire quello ch’egli ritiene essere vero, ma c’egli si senta in dovere di esaminare se ciò che egli dice sia effettivamente Verità obbiettiva. Poiché unicamente se, nel senso della Verità obbiettiva, noi serviamo le Potenze divino-spirituale, le cui forze passano attraverso questa Scuola, noi potremo attraversare tutte le difficoltà che si porranno di fronte all’Antroposofia».
A me queste parole – come direbbero Massimo Scaligero e il mio amato Dante – mi han sempre fatto «tremar le vene e i polsi», per l’immane responsabilità che comporta l’aver incontrata la Scienza dello Spirito, e ancor di più l’esser stati accolti nella Scuola di Michele, E che nel tempo le cose siano andate ben diversamente da quanto espresso nell’ammonizione di cui sopra, risulta dalle parole – per me dolorosissime: nell’udirle mi venne un tuffo al cuore – che Massimo Scaligero disse a varie persone, oltre che personalmente a me: «Nei Mondi Spirituali è stata cancellata persino la parola “Antroposofia”!».
Ora, per vedere quanto grande sia in certi ambienti questo “amore” per la Verità, basta vedere quel che scrive un “amico” e “compagno di merende” del mio sereno (si fa per dire…) critico, su un forum, da sempre molto caustico peraltro nei confronti del presente blog, forum che si vorrebbe dedicato alla Scienza dello Spirito, mentre è estremamente “morbido” nei confronti della potenza straniera d’Oltretevere. Costui, prendendo spunto da un mio precedente articolo così scrive, il 14 aprile 2016, sul forum del quale è magna pars:
«Stamattina ho letto l’articolo di Hugo de Paganis su Ecoantroposophia.it dal titolo Il disvelamento avversato (del 08/04/2016) e ne sono rimasto particolarmente colpito.
E’ un articolo molto lungo, prende spunto da un episodio di menzogna perpetrata (a fin di bene) a Massimo Scaligero, da non precisati discepoli, segue con i vari tipi di menzogna possibili: alcuni per vanità e ambizione smisurata, ma altri mentono persino dicendo la verità perché sono essi stessi la menzogna, come insegnava Scaligero nelle sue ultime ore. Ne è conseguita da parte del nostro Hugo che una “diffidente prudenza” sia stato il leitmotiv di tutta la sua vita».
Il sostenere che possano esistere “menzogne perpetrate a fin di bene”, è cosa che a questo cattivissimo lupaccio della steppa fa letteralmente gelare il sangue nelle vene e nelle arterie, mozzare il respiro, ed anche arruffare per il raccapriccio tutto il pelo della sua vecchia pelliccia. È un fatto che l’esiziale principio che “il fine giustifica i mezzi” – una delle massime operative della mai troppo esecrata compagnia – abbia mostrato lungo 2000 anni tutta la sua indubbia efficacia pratica nel promuovere gli “idealistici”, “disinteressati”, e cristianissimi interessi di quella possente organizzazione di potere politico-economico, che troppo a lungo ha presieduto ai destini dell’Occidente, e non solo.
Che, poi, il “fine”, al raggiungimento del quale sia giustificato – a loro dire – l’uso della menzogna, o la violenza spinta, quando serva, sino al brutale assassinio, sia o possa essere davvero “buono”, è cosa di cui, se costoro permettono, è lecito fortemente dubitare. Basti pensare alle vergognose calunnie e alle sfacciate menzogne che per venti secoli son state dette sugli Antichi Misteri, sulla Religiosità Olimpica, su Sapienti e Iniziati del Mondo Classico, alle calunnie e alle persecuzioni sanguinose nei confronti della religiosità antica, alla distruzione di templi e sedi dei Misteri come il Telesterion di Eleusi, il Serapeum di Alessandria, o il massimo Tempio di Iside, ossia l’Iseum di Philae nell’Alto Egitto, rievocare l’assassinio a tradimento per mano cristiana di Giuliano, Imperatore e Iniziato, l’assassinio su commissione eseguito con inaudita ferocia – a pro’ del “santo” patriarca di Alessandria d’Egitto Cirillo, eretico monofisita – della Epopta e Ierofantide Ipazia, nonché quello di tanti altri Iniziati, la persecuzione dell’antica Gnosi, del Manicheismo e delle comunità cristiane non “ortodosse”, la sfacciata menzogna – autentico “falso” in atto pubblico – della cosiddetta “Donazione di Costantino”, smascherata nel Rinascimento dall’umanista Lorenzo Valla, le menzogne dette sui Rosacroce, le calunnie, le menzogne dette sul Conte Alessandro di Cagliostro, la sua persecuzione bestiale e il suo assassinio, l’opera di insozzamento postumo della sua figura spirituale, nonché la denigrazione della sua corrente iniziatica. E molto altro che, per motivi di spazio e di noia, taccio.
Per non parlare della vasta opera di calunnia e di persecuzione da parte della suddetta, non precisamente idealistica, organizzazione di potere politico-economico, che di religiosi panni si veste e si traveste, nei confronti di Rudolf Steiner, compreso il suo avvelenamento e la vergognosa persecuzione giudiziaria da parte del parroco Max Kully di Arlesheim, l’incendio del Goetheanum, l’infiltrazione di agenti informatori e provocatori nella Società Antroposofica, il furto del testo della Classe Esoterica, la vergognosa persecuzione sempre da parte della stessa potenza straniera d’Oltretevere di Massimo Scaligero – cosa che io appresi direttamente dalla sua stessa bocca, oltre che da altre fonti fededegne – e tante altre belle cosucce che, se scritte tutte, supereremmo in volume la stessa Enciclopedia Britannica.
Ora, il “compagno di merende”, amicissimo del primo critico di cui sopra, nel forum sul quale scrive, così prosegue varie righe dopo:
«D’altra parte devo ammettere che sono stato toccato dalla parte dell’articolo che parlava della coerenza di azione. Ovvero degli antroposofi che fanno la comunione nonostante la scomunica. Certo le citazioni che Hugo inserisce ad hoc nel suo discorso, fanno vedere uno Steiner molto critico con la chiesa, ma ce ne sono anche altre in cui ad esempio disse a Padre Trinchero, membro della classe esoterica, di non lasciare l’abito, ma di proseguire la sua azione nella chiesa».
Mi duole doverlo dire, e dargli così un ulteriore dispiacere, ma io non inserisco affatto pretestuosamente “citazioni ad hoc” nel mio discorso, bensì io riferisco e documento fatti, e potrei documentarne tranquillamente varie migliaia di tali fatti, punti dell’opera e della biografia di Rudolf Steiner assolutamente chiari circa la sua posizione assolutamente negativa – malgrado il poderoso sforzo compiuto da parte dell’anonimo redattore della rivista romana sedicente “scaligeropolitana” per dimostrare il contrario – nei confronti della chiesa cattolica e la distruttiva azione di questa a livello spirituale, sed transeamus.
Quanto al fatto che il barnabita Giuseppe Trinchero appartenesse alla Classe Esoterica, questa è semplicemente una fiaba. È vero ch’egli incontrò a Dornach Rudolf Steiner ma, stando alla vasta documentazione in mio possesso, non risulta ch’egli abbia mai fatto parte della Classe Esoterica : qui il nostro “compagno di merende”, che pensa di esser lui molto abile e noi molto stupidi, semplicemente “affabula”, pensando che i suoi lettori, non potendo verificare quello che egli dice, riterranno quanto da lui semplicemente raccontato – e non documentato – sia perlomeno verosimile. Purtroppo per lui, vi è chi verifica e controlla: sui documenti.
Giuseppe Trinchero era un sacerdote barnabita, che inizialmente si era molto impegnato e compromesso nel movimento modernista, sul quale fece pure la sua tesi di laurea all’università di Bologna, sostenuta col Prof. Francesco Acri, cattedratico fanaticamente cattolico : movimento modernista contro il quale la chiesa cattolica fu durissima, giungendo col Papa Pio X a imporre a ogni sacerdote il giuramento antimodernista e a comminare varie scomuniche. Il Padre Giuseppe Trinchero era poi passato su posizioni mistiche e antirazionalistiche, e ciò nonostante per tali sue posizioni ebbe numerose grane con le gerarchie ecclesiastiche, subendo da esse censure varie e addirittura, per un certo periodo, anche la sospensione a divinis.
Il Trinchero venne in contatto con Rudolf Steiner e l’Antroposofia appena un paio d’anni prima della scomparsa di Rudolf Steiner, e poco più di un anno prima che questi si ammalasse. Ho copia di vari documenti autografi del Trinchero, ma non della sua appartenenza alla Classe Esoterica, tanto più che alcune tendenze sue spirituali mostrano una sua qual certa divergenza rispetto alla Scienza dello Spirito su non pochi punti, che a giudizio, non solo mio, paiono fondamentali. Egli tradusse e pubblicò, presso la casa editrice Fratelli Carabba di Lanciano, l’opera del Dottore Nietzsche, lottatore contro il suo tempo e, con la casa editrice di Ciro Alvi, l’Atanòr di Todi-Roma, l’opera di Guenther Wachsmuth Le forze plasmatrici eteriche, alla quale fece pure una prefazione da lui apertamente firmata. Per un po’ di tempo, frequentò il cenacolo della baronessa Emmelina de’ Renzis, che si riuniva in Via Gregoriana a Roma, ma non il Gruppo Novalis, diretto da Giovanni Colazza in Corso Italia. A quell’epoca, in Italia non era stata istituita la Classe Esoterica : addirittura era fallito il tentativo di un viaggio di Ita Wegman per consacrare la Classe in Italia. Solo dopo la seconda guerra mondiale, il Lascito di Rudolf Steiner incaricò Giovanni Colazza di fondare e consacrare, per la prima volta in Italia la Classe Esoterica. Padre Giuseppe Trinchero conobbe l’Antroposofia, tramite alcune amicizie, intorno al 1922. Due anni più tardi, si recò a Dornach, per la prima volta, per ascoltare alcune conferenze di Rudolf Steiner. Vi ritornò poi solo una seconda volta nel 1932, per continuare ad avere contatti con la Società Antroposofica. Padre Giuseppe Trinchero, già sospettato di eresia dalla curia genovese. a causa del suo primo viaggio a Dornach, venne denunciato alle autorità ecclesiastiche superiori dall’Arcivescovo di Genova e dal Sant’Uffizio. Di ritorno dal suo primo viaggio svizzero il Trinchero fu spedito, come misura disciplinare, alla residenza coatta nella Casa barnabita di Monteverde, a Roma. Nel 1935, si trasferì presso la sorella Clotilde a Trofarello, nei pressi di Torino, suo paese natale, famoso – così mi comunica il nostro “eleusino” Trittolemo – per i suoi ottimi asparagi. Nell’ottobre del 1936, chiese e ottenne di rientrare nell’Ordine dei Barnabiti, e si trasferì a Genova ove morì il 1° dicembre 1936. E questo è tutto. Quindi, come dicono gli ispanici, entonces nada : di una sua partecipazione alla Classe Esoterica non mi sembra proprio sia il caso di parlare.
Per il resto, il “compagno di merende” o non sa leggere o equivoca volutamente quanto da me scritto in quel articolo e nei precedenti, che a molti – malgrado l’anonimato di vari personaggi chiamati in causa – è apparso sin troppo chiaro, al punto che in taluni casi mi son giunte da certe persone, che evidentemente si sono sentite in qualche modo coinvolte, pesanti ingiurie e financo aperte minacce, le quali peraltro mi lasciano del tutto indifferente. Ma il nostro lezioso “compagno di merende” dà una versione totalmente falsa della famigerata “riunione pasquale”, avvenuta all’Asilo-Scuola “Arcobaleno”, pochi mesi dopo la scomparsa di Alfredo Rubino. Infatti costui scrive:
«Poi c’è vicenda della scuola in cui ha insegnato Mimma Benvenuti, questa è l’unica parte in cui ho qualche riferimento in più, perché per puro caso, ero presente in quella scuola, lo stesso giorno in cui era presente Hugo. I locali della nuova scuola sono di proprietà di una persona “problematica” (corrotto e corruttore) legata alla chiesa cattolica, ma l’Innominato coscientemente si lega a tale persona».
Ma io avevo scritto – che più chiaramente non si poteva – che l’Asilo-Scuola, nella sua terza sede, si trovava in locali del Vicariato di Roma, proprietà dunque della Santa Sede, nonché sede del noviziato di una nota congregazione religiosa cattolica, e non ho mai scritto che quei locali fossero di proprietà della suddetta persona “problematica”. Se fosse stato più diligente nella lettura dell’articolo, o più probabilmente se avesse voluto fare meno il furbastro, il mio secondo lezioso critico, “compagno di merende” del suo poco ortografico “amico”, avrebbe compreso che nell’articolo avevo parlato chiaramente di tre sedi dell’Asilo-Scuola. Ma, forse, lo aveva ben compreso, e tuttavia voluto comunque pescare nel torbido, secondo una usata costumanza della parte avversa. La persona “problematica” in questione, legata ad ambienti clericali e a politicanti trafficoni, oramai da molto tempo felicemente defunta, era stata il proprietario dei locali della seconda sede della Scuola-Asilo, quella dalla quale quest’ultima venne tranquillamente sfrattata, allorché dai suoi eredi, peraltro affatto degni di lui, per quanto molto meno “geniali” e “intraprendenti”, venne deciso di usare quel terreno per una spregiudicata e lucrosa speculazione edilizia in quel di Monteverde. Nella sua “recensione” – chiamiamola così – piuttosto malevola e nervosetta, del mio articolo, egli infiora una gran quantità di grossolani errori e di sfacciate non-verità, mostrando chiaramente che tra banale incomprensione e sfacciata volontà confondere le acque, gli è sfuggito quasi tutto l’essenziale.
Ma siccome ritengo che la Verità sia di chi, in maniera leale e sincera, faccia i necessari sforzi per conquistarla, non starò a spiegare a chi mi ha dato prova di non amare la Verità dove egli si è clamorosamente sbagliato e dove egli ha voluto deliberatamente errare.
Tanto più che anche lui non si tira indietro di fronte alla navigata tattica del non rispondere nello specifico alle argomentazioni avanzate – ossia : Hugo de’ Paganis, simpatico o antipatico che sia, riferendo nei suoi scritti una serie di fatti gravissimi, ha detto il vero o no? – ma di delegittimare l’incomodo lupaccio, onde non sia ascoltato, con le sciocche e pretestuose considerazioni di un moralismo d’accatto e di una psicologia spicciola da quattro soldi, al livello di una rubrica da rotocalco per casalinghe annoiate, tenuta da una qualsiasi Donna Letizia. Infatti, egli così scrive:
«Ora dopo aver letto questo articolo, mi è venuto da pensare alla frase di Scaligero di come l’Ostile giunga a mentire persino dicendo la verità.
Chi è l’ostile? L’ostile è colui che ha o denota avversione, diffidenza per qualcosa o qualcuno. E mi sono detto se nelle stesse parole di Hugo, poteva essere rintracciata questa ostilità, ad esempio per la chiesa cattolica, o per l’Innominato, o per Mimma Benvenuti, per il coltivatore di Codroipo, per i Gesuiti, i catto-antropop ecc.
Credo che non sia difficile non essere vista questa avversione, e questo a mio avviso rende anche molte delle cose che ha detto Hugo, delle cose da prendere con le molle. Certo, a differenza di altre volte, sono riuscito a capire qualcosa di più, ma per puro caso. Il fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà. Una critica diretta, necessita di una risposta dal criticato, e anche il silenzio lo è, mentre una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità».
Il furbastro cerca di confondere le acque e si sforza di avvalorare il principio (che poi è quello dell’attuale buonismo ovunque, anche ecclesiasticamente, imperante) secondo il quale – conformemente agli invalsi riti della corrente ipocrisia sociale, per fairplay e bon ton – non si deve, non sta bene, non è educato, non è politically correct denunciare la menzogna, l’alterazione della verità, la falsificazione sfacciata dei testi dei Maestri, la denigrazione impudente della loro figura spirituale, l’opera palese o celata di paralisi, scompaginamento e dispersione della Comunità Solare. È la vecchia e sempre efficiente strategia della parte avversa, portata avanti nei confronti degli esoteristi di tutte le varie forme e tendenze, col dir loro:
«Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi».
Devo riconoscere che una tale strategia, nella sua cinica perfidia, è davvero geniale. In sostanza, essa chiede agli avversari, ai refrattari all’obbediente sottomissione, nonché all’intruppamento nel gregge da mungere, tosare e all’occorrenza arrostire bene al barbecue, la più grande tolleranza per disarmarli meglio, mentre al contempo nega loro ogni tolleranza per distruggerli meglio.
Costui mi dà allegramente del vigliacco, parlando del «fatto di parlare, senza mai dire tutto, ovvero criticare qualcuno, ma senza sbilanciarsi nel nominarlo, denota un coraggio a metà». Egli parla di «una critica a chi non si sa bene chi, la si può fare senza aspettarsi nessuna risposta, perché forse tale risposta non la si vuole sentire, non c’è un moto di riavvicinamento in questo tipo di critica, ma solo la volontà di avversare: ostilità». Quando, invece, tutti – proprio tutti – hanno capito benissimo di chi e di che cosa parlavo, tant’è che dalle persone che si son sentite toccate e coinvolte nel discorso mi son giunte ingiurie ed esplicite minacce. La politica del «riavvicinamento ecumenico» è una vecchia strategia della parte avversa, la quale stando alle esplicite parole del passato pontefice, oramai “emerito”, non significa affatto che esista una “unità trascendente delle religioni e/o degli esoterismi”, secondo che sosteneva il tradizionalista Frithjof Schuon, innamorato della “philosophia perennis”, bensì che la chiesa cattolica – extra quam, nulla salus – ha, anzi è la verità, mentre gli “altri” – religioni, esoterismi, o filosofie che siano – sono l’errore e la menzogna, e il “dialogo” è unicamente volto ad una loro “salutare” conversione alla propria ecclesiale verità, che non può e non deve essere mai messa in discussione. Ossia il tanto decantato “ecumenismo” non è altro che un fare del marketing, ossia attuare una spregiudicata strategia di mercato.
Fa parte delle più ciniche e pregiudicate strategie di mercato l’uso all’americana, al fine di delegittimare un avversario, di forme di “pubblicità comparativa”, per cui sia il mio poco ortografico primo critico di cui sopra, sia il secondo, suo degnissimo “compagno di merende” e di forum, mi accusano di aver parlato male di una persona, sulla quale in vita mia io non ho mai scritto un solo rigo, anzi non ne ho mai, in nessuna occasione, neppure scritto il nome. Et pour cause. Essi dovrebbero, a mio personalissimo giudizio, cercarsi fonti d’informazione un tantinellino più attendibili che non le “spiritose invenzioni” di un loro “amico”, tuttora incerto tra l’essere uno spiritualista da social network o un generoso “distributore di coccole”, “amico” che forse essi non conoscono a fondo.
A questo punto, all’impenitente lupaccio, eretico depravato, reo confesso di cotanta abietta miscredenza e di totale sfiducia nei confronti di coloro che con affabulante parlare ammanniscono un sì mirabil verbo al troppo fidente popolo catecumeno, è proprio passata ogni voglia di “convertirsi” a congreghe, istituzioni ed ecclesie, nelle quali brillano sì preclare cristianissime virtù.
Tra l’altro, i termini “steineriano” e “scaligeriano” non mi sono mai piaciuti. Questo ultimo, poi, fu inventato, negli anni settanta dello scorso secolo, dagli “antroposofazzi” come epiteto dispregiativo nei confronti dei discepoli di Massimo Scaligero, verso il quale la dirigenza della Società Antroposofica era, ed è tuttora, molto ostile. Mai, lui vivente, io sentìi usare una tale espressione nella cerchia dei suoi amici e discepoli, né tampoco Massimo Scaligero lo avrebbe mai permesso. Solo per una forma di cattivo gusto, segno di un avvenuto sfaldamento interiore, un tale epiteto ha cominciato ad essere usato a partire dagli anni ottanta dello scorso secolo, nella cerchia degli amici,
Io sono, per formazione scientifico-filosofica e personale elezione, un libero ricercatore della Verità, e reputo, come afferma il Buddha Shakyamnuni, che «Sabbadânaṃ dhammadânaṃ jinâti», ossia che «il dono della Verità supera e vince ogni altro dono». O – secondo la divisa di un sapiente ermetista del XIX secolo – Omnia vincit Veritas, ovvero: la Verità vince tutte le cose.
Amor mi mosse che mi fa parlare.

1/18026
LA POTESTA’ ERIGENTE
ASTUZIA E VITALISMO CORPOREO STRETTAMENTE CONGIUNTI.
I FORSENNATI NELL’INGANNARE.
VISCIDA E CONTRATTISSIMA POTENZA CHE FA APPARIRE ENORMI
I PICCOLI VALORI DELL’UMANA AVIDITA’ APPAGATA.
POSSESSIONE ENERGETICA NEL CARNEO SVILUPPO
DELL’UMANA PERSONALITA’CHE TUTTO RINNEGA
IN QUANTO HA APPETITI NELL’AVIDO.
IN QUANTO BRAMA SOLLEVARSI SUGLI ALTRI POICHE’ SA INGANNARE.
AUTOMI DI CARNE DALL’IMMENSA INGORDIGIA.
LA VITA INTERIORE E’ OSCURO BRAMARE ARMATO DI ASTUZIA
NELL’INTENSO EMANARE SPREZZANTE DISGUSTO VERSO IL CALORE DEI CIELI
BUROCRATI INDENNI FRA GORGHI GIURIDICI E TEMPESTE ECONOMICHE:
SORRIDONO INDEGNI NELL’APPARENTE TURGORE NERVOSO CHE E’ SOLO FOLLIA.
TOTALMENTE INSENSIBILI AD OGNI EVIDENZA MORALE:
RESTANO ALLIBITI DINANZI AL MANIFESTARSI VIVENTE DI UN VALORE
CHE LI SVELA MENTRE SFIORA GLI ENTI SUBUMANI DELL’INGANNO
CHE VENGONO SQUASSATI.
POICHE’ TANTO QUANTO GLI ENTI INFESTANTI DEL LIVORE:
POSSONO MANIFESTARSI GLI ENTI SCULTOREI DELLA SINCERITA’ AGENTE.
POSSONO TRASMETTERSI FORZE FORMANTI DEGNE.
PUO’ IMPRIMERSI UN POTERE CHE E’ IN SINTONIA COI CIELI.
NEL MONDO DELLE FORZE AGENTI CHE SI CONTENDONO IL REALE :
PUO’ GIUNGERE DALL’ALTO L’IMPRONTA DELLE FOLGORI.
L’ORO OCCULTO DEL REDIMERE INNALZANDO.
OCCORRE CHE SI ACCENDA NEL VIVENTE
UN’EVIDENZA SORRETTA DALLA VOLONTA’
CHE SOLO NELL’ELEMENTO LIBERO E COSCIENTE
PUO’ OPERARE QUALE AUREO VALORE.
ASCESI DEL PENSIERO CHE GIUNGE A FARSI POTENZA FORMANTE DEI MUTAMENTI DEL DESTINO.
LUCE CHE SOSTENENDO E TRASMUTANDO GLI URTI CONTRARI AL SUO MANIFESTARSI:
IMMETTE LA VIRTU’ DELL’AUREO
IN CUI SI DELINEA IL VOLTO DELL’ARCANGELO.
ESSENZA DELL’ASCESI
IN CUI LA POTENZA SCULTOREA DELLA FEDELTA’
OTTIENE FRA I LAMPI DELL’ACUME STRENUAMENTE PERSEGUITO :
LA POTESTA’ DI ERIGERE L’INCONCEPIBILE PUREZZA.
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2/18027
LIMPIDO TINTINNIO
FRA LE NEBBIE DELL’ORRORE GIOCANO A FARE I MOSTRI DELL’AVVERSO.
AVVOLTI DA UNA NUBE MEDIANICA CHE SI ESALTA NELL’INFLIGGERE DOLORE
PERCORRONO – QUALI ESECUTORI GIUDICANTI – I SENTIERI DELLA CATASTROFE BRAMATA.
NUBI DI SEVERO GIUDIZIO AVVOLGONO LA PERFIDIA DEI POTENTI NELLA NOTTE.
SONO I SENZA DEVOZIONE.
I PORTATI A STRAZIARE L’ARMONIA DELLE ANIME DORMIENTI
INCUTONO TERRORE ANIMICO PRIMA ANCORA DI AVER ESERCITATO DANNO.
UOMINI AL SERVIZIO DELLA NOTTE IN CUI OGNI SPERANZA E’ SPENTA.
ED IN CUI LA VOLONTA’ IMPIEGATA DAI MALIGNI LASCIA TRACCE OCCULTE
CHE ULTERIORMENTE PORTANO ALL’INABISSAMENTO.
SOLO UNA LUCE ACCESA OVE LE ANIME RESPIRANO SOLLIEVO :
PUO’ INCUTERE TERRORE AI PERSECUTORI ESAGITATI.
SOLO UN ARGINE SCULTOREO
ERETTO OVE IL PENSARE VIVE LA PROPRIA ESSENZA:
SOLO UNA INTERIORE E SOTTILISIMA FONTE
DI RINNOVATA FORZA ERIGENTE:
PUO’ ATTUARE L’IMPOSSIBILE RISTORO.
L’ESTREMO RISANARE.
PUO’ RESTITUIRE VITA SOVRUMANA OVE QUELL’INCUBO E’ SQUARCIATO.
COSICCHE’ UN ARGINE SI SCAGLIA CONTRO QUEL MORIRE : TRAENDONE SOLLIEVO.
OTTENENDO PREMESSE CHE IMPEDIRANNO IL MALE.
PREMESSE LA CUI IMPRONTA E’ IL SOVRUMANO.
ED IN CUI IL VOLTO DELL’ARCANGELO TORNA PLAUSIBILE AI PENSIERI.
TORNA CREDIBILE L’ESSENZA SUA CELESTE.
NUOVI CIELI INNALZATI NEL FERRO METEORICO IN CUI E’ RIPOSTA L’ESSENZA DEL SOLARE.
OVE IL LIMPIDO OCCULTO TINTINNIO DI TALE FERRO
GIUNGE A RENDERE PRECISO E OPERATIVO IL FUOCO DEL CUORE.
OVE NELL’ATTIMO TRIONFA LA CERTEZZA LOGICA
CHE SQUARCIA E POI TRASMUTA LA FOLLIA E L’ORRORE.
NEL DEFINITIVO IMPRIMERSI DEL VERO IN CUI ARDE IL SOLARE.
NELL’INSISTITO ATTO DEL PENSARE
CHE MANTENENDO UNITA L’EVIDENZA DEL RICORDO
PUO’ MANIFESTARE L’ESSENZA CHE REDIME.
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3/18028
CELESTE RAGGIO
L’ENERGIA BIOLOGICA SPESA NELL’INTENSITA’ DEL VIVERE CORPOREO
ASSURGE COME SOTTOFONDO DI CAOS NEL MENTALE.
NEGA L’IMMATERIALITA’ E LA RESPINGE.
CREA UN NODO DI EVIDENZE PRIVE DI PENSIERO
CHE PERO’ INFLUENZANO CONVINZIONI E SENSIBILITA’.
TRASCINANDO VERSO L’ANIMALE DALLE SEMBIANZE UMANE.
CREA UN FARDELLO DI FALSE SPONTANEITA’
CHE GRAVITANO VERSO LE DENSITA’ ANIMALI.
IL SENTIRE ANIMICO VIENE SOSTITUITO DALL’ORGOGLIO DEL BENESSERE CORPOREO.
UNA DENSA FORZA DI SALUTE ENERGETICA E PRIVA DI PUDORE
DIMENTICA L’ANIMA CELESTE
E LA DETESTA OVE IL SUO RICORDO A TRATTI RICOMPARE.
FUNZIONI CORPOREE E BRULICARE DI INTESTINI
OVE UNA VOLTA SPLENDEVA UN TENUE AMORE.
TUTTO INDURITO ED ISPESSITO
SENZA POSSIBILITA’ DI LIEVITA’ E ARMONIE.
CEREBRALITA’ ACCELERATA E DENSA
CHE HA COME EVIDENZE E PUNTI DI RIFERIMENTO
SOLO FELICITA’ FISICA E RANCORE
OSSIA ODIO CONTRO TUTTO CIO’ CHE INNALZA OLTRE IL BESTIALE.
IN TUTTO QUESTO INTRICO DI APPETITI E LATENTE MALUMORE
L’ANIMA E’ MORENTE.
UNA MASSA DI ENERGIE LA COPRE LA ODIA E LA DETURPA.
MA COMUNQUE E IN VARIO GRADO:
L’ANIMA CELESTE E’ SEMPRE SUL PUNTO DI RISORGERE.
OCCORRE CHE POSSA RESPIRARE ATTIMI DI ETERNITA’
NEL SILENZIO IN CUI LA CEREBRALITA’ E’ TACITATA.
QUANDO NELL’ASCESI L’APICE COSCIENTE VIVE NEL RICORDO
ACCADE CHE APRA VARCHI DI SOVRUMANITA’ PER L’ANIMA ASSOPITA
E LA PORTI AL COSPETTO DI UNA TEMPORANEA PURITA’IN CUI PUO’ RESPIRARE.
IMMERSA IN UNA VOLONTA’CHE IN QUEGLI ATTIMI E’ DEVOTA.
APICI IN CUI L’ANGELO LE TORNA CONCEPIBILE
ED IN CUI L’IMMATERIALITA’ VIVENTE LE FORMA UNA CORONA.
L’ETERNITA’ RISORGE NEGLI ATTIMI DEL SILENZIO CHE CONSACRA.
FRA LE FORZE FORMANTI CHE TENGONO UNITO IL CONCETTO CONTEMPLATO :
LAMPEGGIA E FLUISCE E IRRAGGIA LA SOVRUMANITA’
CHE PER NESSUN ALTRA VIA SAREBBE RINTRACCIABILE.
LAMPEGGIA LA DIVINITA’ SCESA NELL’UMANO
ED IL SUO SGUARDO E’ FORZA CHE REDIME
E CHE REINNALZA.
LUNGO I SENTIERI DELL’ARCANGELO.
OVE IL CELESTE RAGGIO E’ VOLTO CELESTE CHE RISORGE.
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4/18029
EFFETTI VIVENTI
LA’ OVE E’ PIU BRUCIANTE L’ALITO DEL DRAGO:
OVE I GORGHI DI CHIUSURA SONO STRATIFICATI NELL’INDEGNO:
LA’ INFINE ATTIMI DI APERTURA AL PURO HANNO RIPORTATO SANITA’.
NELL’INCENDIO UNITIVO DELL’IDEA
CHE NEL MANTENERE LA PROPRIA DECISIONE: LAVA.
LO STRATIFICARSI DI INTENSE BRAME SI TRADUCE NEL TEMPO
IN NODI DI ENERGIE IN CUI VIVE L’ESSENZA DELL’ANTIAMORE.
CHIUSISSIMA POTENZA DI VOLONTA’ NELL’ANTIUNIRE.
OSCURO E BRUCIANTE DISGREGARE PROFONDO
CHE COME PALPITANTE ANTI INTELLIGENZA: BRAMA OSTACOLARE.
GERME DI CATASTROFI E FOLLIA
NEL PIU’ INTENSO CONTRASTARE LIVIDO.
LA FORZA CHE PUO’ DISSOLVERE QUEL MALE:
PUO’ ESSERE OTTENUTA SOLO ATTRAVERSO RINNOVATA DEGNITA’
CONCESSA DALL’ALTO MENTRE SI IMPEGNA L’IO NEL RITO DELL’IDEA.
APERTURA NELL’ATTO DELL’ASCESI.
APERTURA CHE CONTIENE UNA SCINTILLA DI VITTORIA.
UN MOVIMENTO DI RISOLUZIONE
MENTRE IL PENSARE INSEGUE L’ESSENZA DEL CONCETTO RICORDATO.
MUTA IL DESTINO MENTRE LIEVISSIMA LA MERAVIGLIA
NELL’ATTIMO SI ACCENDE E POI SCOMPARE.
POICHE’ NELLA MEMORIA UMANA PERDE OGNI EVIDENZA
MA PERMANGONO GLI EFFETTI VIVENTI
CHE COME RITO TENDONO A RIPETERE L’ESSENZA
DI QUELL’EVENTO IMPREVISTO E IMPREVEDIBILE
CHE DA FUORI DEL PREDETERMINATO MUTA I DESTINI.
FRUTTO DI LIBERTA’ CHE POTEVA NON ESSERE SPESA IN QUELLA DIREZIONE.
AVE DELL’ARCANGELO FONTE DELL’IMPOSSIBILE SANARE.
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5/18030
L’IMMATERIALITA’ CINGE IL SILENZIO
LE CARNI PENSANTI CONTENGONO IL NEGARE.
VIVONO UNA VITA ESTRANEA ALL’INDIVIDUO.
OPPOSTA ALL’IO E MOSSA DALLA FOLLIA RIBELLE.
CARNE ENERGIZZATA CHE RECITA IL PENSARE
TRAE LA SUA VITA DALLO SPORCARE LE INTENZIONI LIBERE
CHE A TRATTI L’INDIVIDUO QUASI SOGNANDO ELABORA.
AUTOMI MOSSI DA BLASFEMIA
NON POSSONO CONCEPIRE LIVELLI ESISTENZIALI CONSACRATI.
PERDONO ORIZZONTI OLTRE I QUALI GIA’ NON OSAVANO SOGNARE.
LE NUBI DEL PARLOTTIO RIBELLE ASSORBONO OGNI SILENZIO.
MENTRE CUPE VOLGARITA’ DISTURBANO IL PENSARE.
TUTTO E’ INVOLUTO E SPORCO NELL’ALITO DEL TROPPO UMANO
CHE ANCHE QUANDO E’ STUPEFATTO IMPRECA.
COSICCHE’ LE POTENZE CORPOREE
PREVENTIVAMENTE VIVACIZZATE NEL BLASFEMO
RECITANO UNA VITA DI PENSIERO CHE NON HANNO
MA CON LA QUALE SCAVALCANO L’INDIVIDUO E LO SOSTITUISCONO.
EPPURE TUTTO CIO’ SVANISCE E IMPRECANDO GEME:
DINANZI AL VALORE IN CUI IL VERO PENSARE SFIORA IL SOVRUMANO.
DINANZI ALL’ALTO CONTEMPLARE IN CUI VIVE IL CONCETTO.
L’ATTO DELL’IDEA TACITA IL PARLOTTIO DEI MOSTRI.
INCONTRA IL NEGARE E LO SPERIMENTA QUALE REALMENTE E’:
ALTERAZIONE MALIGNA DEL REALE.
L’ATTO DELL’IDEA PERMETTE ALL’IMPOSSIBILE DI MANIFESTARSI.
RITENUTO IRREALE E ODIATO:
L’ULTIMO ORIZZONTE APPARE.
NEL SOVRAMENTALE IRROMPERE DELL’ETERNITA’.
OVE L’IMMATERIALITA’ CINGE IL SILENZIO.
E LO FECONDA DI ARMONIE SOVRANE.
IN CUI L’ANIMA RISORGE NEL CELESTE
E L’ORO DELL’OCCULTO SOLE COMPIE IL REDIMERE.
QUOTIDIANAMENTE REINNALZANDO I CIELI INTERIORI DELL’UMANO.
ALTARE IMMATERIALE IN CUI L’ASCESI CREA NUOVI DESTINI.
E L’AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI
QUANDO E’ POSSIBILE
CONCEDE LA VITTORIA.
HELIOS FK AZIONE SOLARE

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Anno XXI n. 10
Ottobre 2016



Parlare di Michele, ora che la ricorrenza si avvicina, è attingere, in un solo articoletto, ad alcune delle infinite sfaccettature che, con l’aiuto della Scienza dello Spirito, è possibile contemplare. Qui si parla di un’Entità divina, più vicina a noi di tante altre, più amica dell’uomo, ma ricordiamoci che Essa è del tutto sovrumana: perciò vicina ma anche tremendamente lontana. Ricordiamoci che solo uno tra gli Esseri divini ebbe la missione ed il coraggio (una follia assoluta!) di venire in ciò che è “fuori” dallo Spirito.
Facendosi parente stretto vostro e mio.
Allo stesso modo in cui Natale ed il San Giovanni estivo si oppongono e si completano, i due equinozi – Pasqua e San Michele – riflettono i due opposti volti di una situazione che interessa l’uomo, la natura e l’universo.
Questa situazione è quella del passaggio dalla morte alla vita e dalla vita alla morte.
La festa cristiana della Pasqua celebra in tre giorni morte, sepoltura e resurrezione. Ma certe religioni dei tempi antichi festeggiavano in autunno la resurrezione di un personaggio divino che aveva superato una prova paragonabile alla morte, come Adonis fa esempio.
Da cosa nasce questa confusione di avvenimenti che si ricollocano da un equinozio ad un altro?
Infatti si produssero due movimenti inversi: in primavera è la natura che passa dalla morte alla vita. Essa esce dalla tomba e resuscita. In autunno ripiomba nel sepolcro.
Però si produce anche un risveglio, ma questa volta nella coscienza individuale: che aspira ad addormentarsi in estate. Nelle belle giornate essa perde la concentrazione e la recupera in autunno. In autunno riprende il fardello del suo destino e del suo lavoro.
Questo “ritorno dall’evasione” la risveglia e la rende resistente all’impatto con il freddo e con il buio.
La natura soccombe, l’anima si rafforza: in un certo senso passa dalla morte alla vita.
Questa inversione fa eco nelle parole del Battista: “Bisogna che Egli cresca (il Sole dello spirito) e che io diminuisca (il sole fisico del solstizio)”.
La morte della natura è percepita da/nell’essere corporeo dell’uomo, ma il suo spirito non è subordinato a leggi naturali, ha suoi principi e ritmi.
Chiunque può percepire in sé stesso che la vita interiore è in “ragione inversa” alla vita della natura: le funzioni vitali, come per esempio la digestione o l’attività muscolare o una accelerazione della circolazione sanguigna rendono opaca la lucidità di coscienza e possono spegnerla completamente poiché è facile abbandonarsi al sonno. All’opposto, un’attenzione estrema, una riflessione intensa arrestano parte della vita dell’organismo: esempi grossolani si colgono quando, in questi casi, ci si ferma dal camminare o si trattiene il respiro.
La coscienza frena la vita, la vita disperde la coscienza.
Ritroviamo questa inversione nel contrasto delle stagioni. Possiamo constatare che l’equinozio di primavera rianima la vita nella natura ma indebolisce la concentrazione della coscienza come senso individuale, mentre verso San Michele è la natura che si placa e l’Io riprende nell’individuo la sua forza attrattiva.
Pasqua è un ritorno alla vita della natura; San Michele è un ritorno alla coscienza individuale.
Il tempo di San Michele è come se ci dicesse: “Guarda, tutto muore intorno a te. Questi colori, questa dolcezza dell’aria, questi quadri di bellezza che ti esaltavano, ora ti abbandonano. Il freddo, il buio, venti ostili ti attaccano. Rafforza te in te stesso, alimenta la luce interiore e veglia nella notte. Riconquista te stesso e supera la natura che t’abbandona. Ora è lo Spirito che in te vive, che t’invita alla gioia severa di questa festa!”
Chi desidera, legga con animo aperto i versetti che Rudolf Steiner ha scritto come “Atmosfera di San Michele” nel Calendario dell’anima.
Dei quattro Arcangeli che sono ciascuno il reggente dei quattro grandi punti cardinali dell’anno, Michele è quello che ha maggior rilievo nell’immaginazione degli uomini.
Una grande ineguaglianza regna, a questo riguardo, tra tali figure celesti: Uriel è caduto nell’oblio, Gabriel e Raphael sembrano impallidire davanti all’Arcangelo- cavaliere, Principe delle milizie dei cieli.
Già il suo Nome, “Micha-El” (Chi è come Dio) proclama forte quale altissimo “spazio” egli occupa. Egli è “colui che marcia davanti a Dio”, o ancora “il Volto di Dio”, “la folgore di Dio”, la Sua Luce.
La sua “attività” è ancora più possente quando non lo si compari solo tra i quattro Arcangeli che governano le stagioni, ma ai sette che presiedono la successione e la missione delle epoche.
Poiché Michele esprime solo una parte della sua natura nel ruolo d’Arcangelo dell’autunno.
In lui la tradizione riconosce l’Arcangelo del Sole, come in Gabriele quello della Luna, in Raffaele quello di Mercurio, in Anaele quello di Venere, in Zacariele quello di Giove e in Orifiele quello di Saturno.
La coscienza moderna non percepisce più i rapporti tra le forze planetarie e queste grandi figure della divinità, e soprattutto essa è priva della sensibilità che le permetterebbe di sentirsi connessa a tali esseri come il frutto all’albero che lo porta e lo sostiene. E comunque è l’intera struttura universale che sfugge a chi non vede o non vuol vedere come i regni inferiori hanno la loro corrispondenza nei regni che si elevano oltre l’uomo.
Molte soluzioni al problema dell’uomo terrestre e del suo ruolo, sono tuttavia contenuti in questo fatto.
Ad un piano sotto il livello che attualmente occupa l’umanità, troviamo gli animali, ancora privi di intelletto individuale; sotto di essi abbiamo le piante, prive di un proprio movimento e ancora più sotto “esistono” i minerali che, per l’appunto, hanno solo l’essere.
Da questo immenso laboratorio di forme si alza un appello, un sospiro, verso lo stato di coscienza al quale l’uomo si è elevato: poiché l’autocoscienza è il punto d’impatto del mondo fisico con il mondo spirituale interiore.
A partire dall’attività del pensiero cosciente l’uomo scopre lo Spirito e nello Spirito l’attività dei regni superiori: gli Esseri che chiamiamo Angeli egli può percepirli se medita il suo destino. Con altre forze di contemplazione si volge agli Arcangeli che hanno molteplici attributi. Egli può avvicinarsi poi ancora ad altri elevati regni ed esseri attivi nelle coorti delle Gerarchie sovrasensibili.
Secondo gli insegnamenti della conoscenza spirituale, compito degli Arcangeli è quello di governare i ritmi del corso dell’anno e la successione dei periodi della Storia umana sulla terra. Ogni sottodivisione del flusso storico dura da tre a quattro secoli e sta a significare che un altro Arcangelo-Spirito del tempo ne ha preso la guida. Il carattere del suo spirito riflette la mentalità della sua epoca. Egli è l’ispiratore comune di tutto quello che caratterizza individui e popoli entro quei tempi: è lo Spirito di un’epoca.
Nella cristianità, San Michele è sempre vittoriosamente attivo, presente.
Ricordo che in Italia, sul monte Gargano, Egli apparve e reclamò un Santuario su quel luogo. Inaugurato il 29 settembre del 492, divenne una intensa fonte di ispirazione e di miracoli. Due secoli più tardi, nuova apparizione, nuovo ordine di edificare una cappella alla sommità del Mont Tombe in Francia, luogo circondato dal mare, già in passato luogo sacro per i druidi. Diviene il noto Monte Saint Michel-au-péril-de-la-mer.
Malgrado le vicissitudini della storia, i pellegrini non hanno mai cessato di recarvisi. Si dice in Francia che non ci sia stato re che mancò ad un pellegrinaggio a Saint Michel.
Uno degli effetti dello spirito di Michele nella nostra epoca è il moltiplicare le occasioni che permettono agli uomini di incontrarsi oltre le frontiere.
Sotto l’azione della sua precedente reggenza, il pensiero fu reso universale e accessibile attraverso la filosofia. In una conferenza dell’agosto ’24 il Dottore dice: “ Anteriore al Mistero del Golgota, Egli si è dedicato alle gloriose imprese di Alessandro e all’espansione della filosofia di Aristotele”. Ora la sua reggenza (iniziata dopo l’autunno del 1879) deve creare l’universalità sul piano sociale. Michele non è più lo spirito di un particolare popolo ma di un’intera epoca e già si osserva la sua influenza. Gli uomini che hanno raggiunto una coscienza individuale, si uniscono in lingue, in blocchi. Là dove il fenomeno prende un carattere razziale, esso regredisce e ritorna ai tempi in cui il legame umano s’appoggiava al clan. Tali legami perdono ogni giorno la loro ragione d’essere. I nuovi apparentamenti nascono per interessi (idee e azioni) comuni.
Questo impulso è iniziale. Esso dovrebbe trasformare il bisogno di fusione negli ideali di una razza o di una nazione particolare in desiderio individuale di portare parte di ciò nel destino comune all’umanità, sperando che altri portino e condividano la loro particolare ricchezza di idee e creatività.
Questa tendenza non può essere un progresso se degenera nella propria caricatura: il livellamento sociale ottenuto sistematicamente con la distruzione della dignità individuale.
Il progresso sociale, secondo il carattere micaelita, non può portare che a forme di unione con il libero assenso degli individui che, sino in profondità, abbiano preso consapevolezza dell’umanità generale in misura non inferiore rispetto ad una maggiore destità dell’Io.
E’ purtroppo facile rappresentarsi la deformazione dell’uomo futuro: l’uomo-robot, privo di coscienza desta e persino fabbricato in serie.
Probabilmente questa sarà la lotta nella nostra epoca, più nostra che di Michele, poiché l’uomo stesso, con la conquistata coscienza di sé, può combattere con le proprie forze il Drago scacciato da Michele, che ora è in lui. Egli può combattere con la moralità che vive nel calore del suo sangue, con il pensiero – anch’esso reso vivente – che spazza le false astrazioni e l’inganno materiale, con la volontà di portare insieme ai suoi fratelli i destini dell’umanità a trionfare sul male che avvolge la terra.
La fioritura della coscienza individuale coincide con l’impulso micaelita di far regnare una luce universale che illumini tutto.
Tale sinergia sta in ciò che la festa di San Michele è per l’uomo contemporaneo: l’interiorizzazione della Luce.
Declinante nell’esteriore, essa rinasce nella coscienza.
La festa di San Michele dei tempi passati fu celebrata da uomini più di noi vicini alla natura della morte del mondo vegetale che resuscita al tempo di Pasqua. Al tempo odierno, lontano dalla natura, l’uomo cova i destini del suo Io all’interno della sua “buccia” individuale. Egli può sentire una affinità con una festa autunnale se vede che la Luce in lui si interiorizza e l’arma del coraggio di sopravvivere al declino di ciò che deve morire.
La festa di San Michele non celebra i grandi avvenimenti della vita del Cristo come invece lo fanno Natale e Pasqua, quando il decorso delle stagioni illustra perfettamente l’evento.
La festa d’autunno appare piuttosto come un passo sulla strada dell’avvenire dell’umanità.
Natale e Pasqua ricordano i doni portati agli uomini dallo Spirito che vive nel cosmo.
Le feste di San Giovanni e San Michele sono rivolte a festeggiare i giorni in cui lo spirito incarnato nell’uomo potrà rispondere allo Spirito dell’universo.

IL PRIMO GIORNO
3. L’orientamento della sostanza terrestre
Se vogliamo portare le Parole or ora risuonate gradualmente in rapporto con ciò che accade embriologicamente, dobbiamo considerare ancora una volta il primo versetto della Genesi, innanzitutto la prima Parola di esse: Bereschit – «In principio».
In questa Parola è predisposto, come in un seme, l’uomo intero. Nella sua prima lettera, beth, appare l’idea della casa come primo gesto per il futuro corpo umano. Beth significa casa. Nelle parole che iniziano con b come bergen (nascondere), bauen (costruire), Baum (albero), Burg (castello), questo gesto può essere avvertito anche nella lingua tedesca. L’ultima lettera, tav, contiene un gesto che agisce verso l’esterno. Anche questo può essere avvertito nella lingua tedesca, in parole che terminano in t, come Licht (luce), Blatt (foglia), Mut (coraggio), Shcwert (spada). Tav significa segno, anche segno della croce. Questo elemento alludente all’esteriore viene rafforzato tramite la schin di schith, come se una fiamma sfavillasse in scintille verso l’alto. Beth è la prima consonante pronunciata dall’alfabeto ebraico, tav l’ultima, e questi suoni s’incurvano così in un grande arco, già in questa prima parola, racchiudendo l’intero mondo consonantico udibile – come predisposizione del futuro corpo -, perché devono essere plasmatori di organi, la Parola deve creare il corpo. In mezzo tra le singole consonanti beth e tav (b e t) è collocata la sillaba resch – in tedesco resch significa testa – e questa sillaba contiene di nuovo esch, il fuoco, la scintilla divina, che rende uomo l’uomo. Ora però, in beth vive il gesto della Terra, che agisce verso l’interno, creante uno spazio interno, e in tav il gesto del Cielo, l’elemento che si rivela verso l’esterno. E così nella Parola primordiale bereschith, sono contenuti, come radice e foglietto embrionale in un seme, i pensieri di Cielo e Terra, che poi crescono come ha-schamajim veth ha-aretz, come «Cielo» e «Terra»: Bereschith bara Elohim eth-haschamajim veth ha-aretz – In principio Dio creò il Cielo e la Terra. E in mezzo come l’embrione tra radice e foglietto embrionale, così tra Cielo e Terra, cresce l’uomo.
Al primo versetto seguono le parole: ve ha-aretz hajta tohu va-bohu – «e la Terra era deserta e vuota». Come una eco, un riflesso speculare del primo versetto, appaiono tohu e bohu, come se l’elementarietà della Terra primordiale, se si presta attenzione alla sua gestualità, richiamasse, per così dire, in queste Parole le lettere t e b. La b e la t risuonano nella Parola bereschit attraverso lo spazio – la t e la b risuonano dalla profondità: tohu va-bohu – e la sostanza primordiale caotico-elementare della Terra riceve il suo orientamento. Su queste Parole RUDOLF STEINER dice (riportato a senso, non alla lettera): in tohu, forze al centro dello spazio irradiano in tutte le direzioni – in bohu di nuovo ritornano le forze della periferia a questo punto (vedi: I segreti della storia biblica della creazione). L’espressione «drunter und drüber» (letteralmente sotto e sopra) ricorda chiaramente questa serie inesprimibile di suoni, come nell’espressione italiana «sottosopra».
Questo potente evento diviene adesso visibile nella minuscola immagine embriologica nel processi di formazione dei corpuscoli polari. L’ovocellula è la più antica cellula del corpo ancora capace di suddividersi; essa è nata nel corpo della nonna del bimbo che da lei deve nascere; poi nasce nell’organismo materno già all’epoca in cui, questo stesso non è ancora nato. Penetriamo qui con lo sguardo nella corrente ereditaria della sostanza organica che, per così dire, si perde nel buio delle generazioni. Così come la sostanza elementare della Terra può essersi risvegliata dal sonno cosmico ed essere emersa dalla notte cosmica, così scaturendo dalla notte del passato, l’ovocellula appare come sostanza primordiale del corpo umano, e viene ora chiamata ad una interna dinamica, ad un contrasto tra un interno ed un esterno. Questo contrasto ha la sua espressione nella formazione dei corpuscoli polari, un evento che ha l’aspetto di un’aratura della sostanza ovulare, tramite la quale la medesima viene orientata nello spazio terrestre. Tohu va-bohu risuona dall’ovocellula, allorché essa compie il processo della trasformazione dei corpuscoli polari.
4. Della sostanza primigenia e della Tenebra
Oggi viene sostenuta universalmente l’opinione che la Genesi mosaica sia una creatio ex nihilo, una creazione dal nulla. Questa opinione non è corretta, giacché la Genesi conosce una sostanza primigenia, solo non la chiama nella maniera in uso a molti altri racconti della Creazione. La conoscenza della sostanza primigenia è il suo segreto. Al medesimo ci accostiamo se adesso ascoltiamo le Parole: ve choschek al-pĕné tehom – «e la tenebra era sulla faccia dell’abisso». Da dove viene la «Tenebra», choschek da dove viene l’«Abisso», tehom? Tehom significa anche «acqua mugghiante», «abisso», «voragine». Linguisticamente è affine con Tiamat, la marea primordiale del mito babilonese della Creazione. Questo fa sorgere Tiamat come tenebrosa figura femminile, che deve combattere contro Marduk, il dio del Sole. Se lo scrittore della Genesi adopera la parola tehom, ciò non è avvenuto per ragioni di accostamento alla tradizione babilonese, come talvolta è stato supposto. Possiamo ritenere l’autore di questo testo sicuramente dotato di sufficiente originalità. E’ proprio l’inimitabilità di questo testo: che in esso ogni parola è necessità e che possono essere fatte questo tipo di osservazioni che posseggono carattere di universalità nella più grande misura possibile. Quando il mito babilonese della creazione racconta di una lotta tra Luce e Tenebre, la sua descrizione non è falsa in linea di principio, essa tuttavia presenta, per così dire, un aspetto della cosa come se fosse il Tutto.
Supponiamo che qualcuno voglia descrivere l’estremità anteriore di un vertebrato e che descriva un’ala di un uccello. Quello che udremmo in proposito sarebbe appunto una descrizione veritiera, ma accanto ad essa ce ne sarebbero molte altre, per esempio quella di una pinna pettorale o la zampa a forma di vanga di una talpa e così via. Ma se si volessero riunire in un’unica descrizione tutte le estremità anteriori animali, lo si potrebbe fare benissimo, ma allora si dovrebbe descrivere il braccio o la mano di un uomo. L’uomo riunisce nella sua mano funzione e forma di tutte le estremità anteriori animali. Egli può allargare le braccia come se fossero le ali di un uccello, può compiere movimenti natatori e a vanga, ma non è “obbligato” a nessuna di queste attività. La sua mano è universale, ovverosia essa non è organicamente specializzata verso nessuna funzione. Ora come le singole “mani animali” stanno alla mano umana, così la storia babilonese della Creazione, e molte altre, stanno a quella biblico-mosaica. Quest’ultima, a giudicare da tutto ciò che di essa sappiamo, è la più universale e arriva, perciò, sicuramente più vicino alla verità. E se ora una tal parola, come tehom viene adoperata come avviene nella storia biblica della Creazione, viene messo al suo posto lo straordinario contenuto del sentimento ad esso innato cosicché possono esistere accanto ad esso tutti i rimanenti valori del sentimento necessari per la conoscenza della verità. Con una Parola il più grande di tutti i poeti evoca non soltanto quella certa situazione di lotta tra le Potenze creatrici, plasmatrici della Luce e dell’elementarità tenebrosa – si rifletta che poi si giunge, appunto, ad una separazione fra Luce e Tenebre -, bensì comporta altresì il pensiero di una preesistenza e quindi quello della sostanzialità primigenia.
Questa sostanza primigenia dev’essere pensata reale. Ve choschek al-pĕné tehom significa alla lettera: «E la Tenebra è sulla superficie dell’Abisso»; al-pĕné = sulla superficie. Ma pĕné viene da pani significa oltre che superficie anche volto, faccia, persona, personalità. Quindi potremmo tradurre secondo il significato delle parole: e la Tenebra era sulla faccia dell’Abisso, la Tenebra si trovava sull’essere delle Acque. Il corpo di questa entità è tehom , la tenebrosa sostanza primigenia della Terra. Con questa elementarità primordiale si congiungono gli Elohim. Giacché ora viene detto: «e lo Spirito di Dio covava sulle Acque» – lo Spirito di Dio, Ruach Elohim – covava sulle Acque, merachephet al-pĕné ha-majim. Di nuovo al-pĕné, sulla faccia. La Divinità compenetra l’essenziale elementarità primordiale col suo covante calore (5) e comincia ad ordinare e a formare la medesima come suo corpo. Ciò che qui, dall’elemento «facciale(6)», guarda fuori, è la stessa Divinità. Le «Acque» appaiono con la marea tehom santificata dalla Divinità. In queste parole si nasconde la descrizione archetipica di un potente processo di terapia, che perciò viene posto al principio dell’essere terrestre.
E se di nuovo guardiamo ai rapporti embriologici, possiamo dire: l’ovocellula porta la sostanza primigenia; neppure questa sostanzialmente è sorta dal nulla, allorché con la scissura follicolare essa entra nello spazio terrestre. L’istante della scissura cellulare follicolare è dunque un momento cosmico. La cellula sessuale femminile diventa, in realtà, soltanto in tale momento un’ovocellula, poiché essa qui – se si può dire ciò sulla base di questa rappresentazione – viene compenetrata dall’idea vivente dell’uomo nascente e perciò, nuovamente, viene plasmata come archetipo del corpo umano. Tuttavia essa porta con sé la sua sostanza da condizioni precedenti. E con la sostanza da qui porta con sé anche la Tenebra giù nell’esistenza terrestre. Giacché alla sostanza è connaturata la Tenebra. Lo mostra già il semplice fatto che il giovane, gelatinoso e trasparente embrione attraverso l’incremento cellulare e il progressivo condensamento materiale diviene opaco. A dire il vero questa è una cosa ovvia – ma non sono forse le ovvietà a rivelarci in certi momenti le leggi cosmiche? – Per il fatto che l’ovocellula è mediatrice della sostanza fisica, la portatrice della sostanza umana attraverso le generazioni, essa è pure portatrice della Tenebra. La Tenebra ha la sua missione nel mondo. Nel caso dell’uomo essa costituisce la base per l’attività dello Spirito Umano nel terrestre, come lo stoppino per l’ardere della fiamma. Ma ci si guardi dall’identificare la Tenebra col Male; solo l’abuso della Tenebra conduce al male.
(5) Vedi: RUDOLF STEINER Il Vangelo di Matteo (ciclo di conferenze, tenuto a Berna nel 1910); inoltre; Mag. HELLMUT FREY, Das BUCK der Anfänge (Il Libro degli Inizi), 1938.
(6) Vedi: La Genesi, misteri della storia biblica della creazione, ove RUDOLF STEINER, partendo dalla ricerca spirituale parla di un «elemento facciale» degli Elohim.
(Continua)
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