DEGRADAZIONE O REINTEGRAZIONE

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Il ricercatore delle vie spirituali, che poi un giorno – si spera – diviene operatore, cosa se ne fa dei nostri giorni, del mondo che gira intorno a lui?

Non occorre edificare qualcosa per dare corpo all’interrogativo, visto che all’esperienza di tutti appare piuttosto evidente il suo rovescio, ovvero cosa fa il mondo di noi. Poiché viviamo un tempo assai simile a quanto un chicco di riso senziente e cosciente potrebbe provare dentro una pentola a pressione.

In ogni tempo l’uomo ha dovuto soddisfare un quantum di doveri nella società e nella famiglia ma il poco o molto che rimaneva per lui era simile al silenzio che vige tra la nota precedente e quella successiva. Silenzio, pausa, vacanza che, assieme al sacro, è defluita dalla vita comune in cambio di seducenti sciocchezze indotte dall’industria culturale, alacre produttrice di miraggi non statici ma tesi a rodere quel poco di anima che è il nostro bagaglio naturale.

Ora il mondo sta divorando l’integrità interiore che ognuno portava in sé quasi sino alla metà del secolo scorso.

Detto ciò non si vuole rivangare i “bei tempi andati” che in realtà furono sovente duri ed impietosi. Osservo soltanto che essi non aggredivano la stabilità di una certa dignità che sempre appartenne all’umano. L’andare “avanti” significa, di solito, un ulteriore decadimento, una discesa verso gli inferi cioè sotto la desta coscienza dell’Io e della sana presenza dell’anima.

Ora all’uomo moderno vengono offerti prodotti a largo spettro: ogni gusto possibile purché si sia rinunciato al gusto, estrinsecazioni di vitalità purché si abbia abdicato alla vita, attivismi di ogni genere purché l’attività venga sacrificata.

Ad esempio, viene offerta l’intera gamma del soddisfacimento delle perversioni mentali. Si strilla nevroticamente nei confronti della incivile efferatezza della corrida mentre si gode alla vista filmica di sevizie, di massacri sul ring, di impietosi documentari di operazioni chirurgiche. Ciò è voyeurismo sadico.

Invece coloro che ambiscono la regressione di qua dell’Io possono affidarsi a partite (di calcio) dove il gioco di squadra e la collettiva simulazione della passione sostituiscono l’emozione comunitaria e l’esistenza personale in un circoscritto ambiente di studiato squallore.

Un buon training all’isteria è procurato dal settore rosa della (si fa per dire) letteratura, dal gossip dei rotocalchi, dagli eroi tesi e contraffatti di quasi tutti i film. Alla regressione alla schizofrenia, provvedono i giochi stupidi, come il contare a ritroso, i giochi intelligenti delle parole incrociate e, in genere l’assuefazione allucinatoria di sequenze cinematografiche.

Tutte le malattie hanno il loro banco di smercio.

Credete stia esagerando? Allora trovatemi un individuo equilibrato: con tutti i suoi difetti e le sue qualità esso, seppure raro, porta una distinzione avvertibile: pare un santo senza estasi.

Tanti si illudono di essere fuori dal giro perché scelgono prodotti alternativi o spregiano la letteratura popolare, oppure amano solo il jazz freddo col suo sinuoso invito alla demenza e spregiano le smancerie: nessuno consuma tutti i prodotti e le opzioni tra i banchi danno una sufficiente illusione della libera scelta, mentre la servitù è il trovarsi dentro questo immenso magazzino in cui ogni scelta è già coatta.

Pure il magazzino culturale offre ogni possibile apparenza: basta rinunciare ad ogni sostanza, alla nozione di reale e di falso. Così si sente almeno il bisogno dell’informazione cronachistica: il susseguirsi di accavallati accadimenti vuoti di significato.

L’uomo queste cose le sente ma non sa di sentirle. Simile a chi si assoggetta alla droga, egli ottunde ciò che sentirebbe se non chiudesse porta e finestre con l’aiuto di una dose ulteriore. Cosa rischia di sentire? Un dolore intenso e totale. Da cosa dipenderebbe, in ultima analisi, ciò che chiamo dolore? Rispondo con una sintetica frase di Adorno: “Essere dalla parte della propria degradazione”. E’ un’ottima intuizione, ma capita sempre che le cose grandi sembrino piccine o di poco conto.

Le doppiezze segrete che si usano come rifiuto del degrado sono quasi innumerevoli. Ad esempio si può fingere di agire per umiltà, ma l’umiltà consapevole di sé non è, non esiste vera. Si può fingere di ricavare significati eternamente umani nella obliqua contemplazione dello spettacolo dell’abiezione, ma sostanzialmente traendo da questo il gaudio per la propria immagine.

A questo proposito ricordo come una metà dei giovani che ascoltavano Scaligero negli incontri settimanali sentiva l’anima alleggerirsi quando l’oratore spendeva qualche battuta umoristica verso una domanda troppo ingenua o mal posta. Ad una parvenza di crocifissione altrui ecco il sentirsi più bravi, intelligenti. Ma la stessa presenza di Scaligero spegneva subito questa tendenza. Poi ai giovani molto può anzi deve essere perdonato.

Tornando ai bottegoni delle meraviglie, all’industria dell’inganno, dove non c’è oggetto che non puzzi del lezzo del Caprone (leggete Cose preziose di S. King dove la paccottiglia infima vale diabolicamente al massimo grado), c’è un sofisma che difende il sonno di chi vi è del tutto inserito ed impedisce a qualcuno che potrebbe uscirne, di destarsi: si stima che nelle artefatte arti di massa si manifesti la sostanza e la vitalità del tempo.

E’ il tempo dell’amore per il cibo guasto. Il sofisma su cui poggia il vizio è l’identificazione del popolare con il prodotto di grande consumo, così il fascino del circo equestre è diventato seduzione della letteratura industriale, del cinematografo, della televisione e della navigazione elettronica. Da questi, attraverso travestimenti poco avvertiti, sventolano i valori oscuri del tempo.

I fautori della tradizione, per carattere e cultura, hanno compreso tutto ciò ma mancano di risposte vive: chi rimanda ad “organismi tradizionali” che hanno perduto la metànoia necessaria, chi invita a “cavalcare la tigre” senza fornire sella e redini agli aspiranti cavalieri.

Solo la tradizione vivente può offrire la possibilità di formare, dentro sé, un centro permanente di forza talmente concreto da poter attraversare senza danno la demonia che pervasivamente infuria senza tregua, persino respirandone la tossicità sino a trasmutarla in una continua occasione di rettificarla per il bene del mondo e per la salute dell’anima.

Ho chiamato vivente quella tradizione che sa suscitare nell’anima, come intimo ricordo l’essere dell’uomo e della stessa Creazione: ricordo, non rappresentazione culturale. Possibilità che sorge come potere del pensare-sentire-volere se questo riesce ad animarsi oltre la barriera del personale.

Possibilità che può prendere partenza dallo studio di Teosofia e Scienza Occulta qualora si intenda un percorso immediato, cioè mediato dal pensiero puro. Nella natura di queste righe per “pensiero puro” intendo soltanto un pensiero agile, attento e purificato da qualsivoglia invadenza personale: un pensare attivo per intima forza propria, già svincolantesi dal sistema nervoso. Infatti il suo svincolato scaturire ha spazio in una condizione non ordinaria di quiete.

Qui non parlo di ciò che il Trattato del Pensiero Vivente indica magistralmente: l’aprirsi nell’umano alla possanza adamantina dello Spirito, ma solo del minimo essenziale per quello che rosicrucianamente si indica come “studio” e che dalla qualità dello studio potrebbe generarsi purché si diventi capaci di estrarre immagine quasi da ogni singola parola.

Dunque solo un pensiero purificato e sostenuto da un amore per la verità che abbia la forza di una passione sovrumana. La necessità di concentrazione e meditazione potrebbe sorgere organicamente, come un forte invito di saggezza sorgente dai frutti vivi dello studio.

Allora, come i primi raggi del sole danno luce, così l’alba della luce interiore offre salda pienezza all’esistenza: con essa una vasta gratitudine, bene espressa da Goethe: “Essere sublime, tu mi dai tutto ciò che avevo chiesto”. E’ l’inizio di una immensa avventura.

L’AVVERSIONE ALLA VIA DEL PENSIERO E ALLA CONCENTRAZIONE

MAX

A quanto pare la Via del Pensiero, alla realizzazione della quale Massimo Scaligero ha consacrato l’intera sua vita, Via ch’egli – ricordiamolo sempre di nuovo agli immemori e agli ingrati – con infinita abnegazione e sacrificio, ci ha trasmesso, suscita alquanti concitati stati d’animo. Viene da chiedersi il perché di cotanta esagitazione di sentimenti verso di essa, e perché pur di non affrontarla si cerchino affannosamente tutte le vie e tutti i sentieri traversi, tutti gli escamotage, nonché tutte le più raffinate giustificazioni dialettiche, psicologiche, religiose, e persino esoteriche.  

Naturalmente, le vere “ragioni” di cotanta concitazione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione non vengono confessate, o almeno non apertamente confessate: talvolta neppure a se stessi. Generalmente, le ragioni reali vengono più o meno abilmente “mascherate”, perlopiù con grande dispendio di parole e di dialettica. Anche qui vi è da chiedersi il perché di tanto timore nel confessare agli altri – ma soprattutto a se stessi – una tale paura, e il perché della necessità di un tale “mascherare”, travestendole, le vere ragioni di un rifiuto, di un’opposizione, di una vera e propria avversione. Al punto tale che si è disposti ad addentrarsi sempre più in una sempre più intricata giungla di menzogne, consapevoli o meno, pur di narcotizzare la paura e l’angoscia che, prepotenti, salgono dal profondo dell’anima. Ma paura di che?  

Visto che questo lupaccio dalle “anime belle” – quanto poi “belle” avremo modo in futuro di constatare – viene imputato di non esser punto – neanche un pochino – cristiano (il che è semplicemente vero), anzi di esser un impenitente e incallito “pagano” (il che è più vero di quel ch’essi non pensino), e gli si vuol fare l’immeritato onore di essere buddhista (troppo onore…), shivaita (troppo buoni…), o addirittura taoista (veramente lusingato…), nonché molt’altro ancora, cercherò di mostrare, rifacendomi all’insegnamento del Buddha Shakyamuni, la natura di una tale compulsiva paura e le sue celate, ben mascherate, radici profonde.  

Se non si vuol proprio barare alla grande con se stessi, e se si vuole invece guardare freddamente in faccia la realtà, bisogna ammettere che la condizione dell’essere umano, da ogni punto di vista, non è delle più “felici”. Egli affronta la vita, l’esistere, in uno stato di tramortimento, che è uno stato di profondissima ignoranza. Tramortimento come stato di coscienza, ossia nel precipitare in quella corporeità che Orfici, Pitagorici e Platonici significativamente chiamavano soma-sema, ossia “corpo-tomba”, “corpo-prigione”, la fulgurea forza del pensiero vivente si assottiglia, si diminuisce e si spegne nel riflettersi nel sistema nervoso e negli organi di senso, lasciandovi affiorare solo uno smorto riflesso della metafisica vitalità spirituale propria al suo stato incorporeo prenatale. La vitalità spirituale che sfugge al disanimato pensare fluisce, invece, corrompendosi, nella soggettiva emotività e nella compulsiva istintività.

Massimo Scaligero nell’Appendice, intitolata Della Concentrazione Interiore, al Trattato del Pensiero Vivente, III ediz., pp. 129-130 così descrive la condizione conoscitiva e morale dell’attuale uomo moderno:

“Il pensiero, quale viene quotidianamente sperimentato dal moderno uomo razionale, è il continuo deterioramento, ora deduttivo-induttivo, ora istintivo-cerebrale, di una forza superiore, che è in sé corrente sintesi di Luce e di Vita. Qui il pensare ha interno a sé il sentire, il sentire ha interno a sé il volere. In una zona supercosciente, le tre facoltà dell’anima, pensare, sentire, volere sono una sola splendente forza. Se, come tale, cioè con il suo originario potere di Luce di Vita, simile forza scendesse nell’organismo umano, lo distruggerebbe. Per incarnarsi, perciò, questa forza si scinde in tre correnti, delle quali una soltanto, il pensare, diviene cosciente: ma diviene cosciente a spese del suo riflettersi nell’organo cerebrale. Rinunciando al proprio elemento sottile di vita, il pensiero diviene smorto riflesso, ombra, dotata di moto in cui non c’è più anima, o luce interiore: è il moto dialettico, così caro ai moderni filosofi, materialisti, o spiritualisti: il pensiero dell’impotenza. Le altre due correnti, il sentire e il volere, mantengono bensì il loro elemento di vita, ma a condizione di vincolarsi alla subconscia sfera somatica, cioè al corpo senziente e al corpo vitale, o eterico, così che la loro dynamis si altera e ascende alla coscienza rispettivamente sotto forma di flusso emotivo e di flusso istintivo”. 

La diagnosi freddamente realistica  di Massimo Scaligero così prosegue, pp. 130-133 e segg., mettendo in evidenza tutta intera la patente contraddizione dello stato di impotenza conoscitiva dell’uomo animalmente identificato alla univoca dimensione corporea:  

“Normalmente l’uomo si trova in stato di sogno rispetto al vivo sentire e in stato di sonno profondo rispetto al vivente volere: è sveglio soltanto nel pensiero privo di vita. Questa privazione di vita rende il pensiero indipendente dalla sua corrente sintetica originaria, onde l’uomo è bensì libero nel pensiero, ma di una libertà astratta, priva di potere sulle cose, perché priva di spirito. Il vuoto guscio di questa libertà normalmente si riempie di contenuto istintivo: per tale ragione l’uomo giustamente si ritiene libero, ma viene sostanzialmente manovrato dagli istinti. Non essendo cosciente dell’originaria forza sintetica, il pensiero non riesce a distinguere sé dai contenuti sensibili, così come non riesce a compiere una reale sintesi della molteplicità del mondo, che gli viene incontro mediante le percezioni sensorie: non riesce se non a compiere parziali sintesi concettuali e a muovere secondo la relazione dialettica delle quantità misurabili. Lo sbrindellamento del pensiero viene appena sanato dalla logica del pensiero fisico-matematico. La reale forza-pensiero invero si scinde in serie continue di rappresentazioni, il cui piccolo caos viene appena ordinato dal formalismo logico. Gli istinti e gli stati emotivi spadroneggiano nella coscienza, grazie a questa impotenza del pensiero, forte soltanto sul piano dell’astratta quantità o del meccanicismo assoluto: incapace di riconoscere l’origine di questa sua minima forza”. 

Così come fece il Buddha Shakyamuni, 2600 anni fa, nel parco di Isipatana, col dare a “coloro che hanno poca polvere sugli occhi” e al mondo tutto le Quattro Nobili Verità, Massimo Scaligero mostra al contempo diagnosi, etiologia, prognosi e terapia dell’antico e ormai cronico male umano: 

“La concentrazione restaura, sia pure ogni volta per breve momento, il dominio dell’Io nell’anima, in quanto esige dal pensiero il movimento secondo il potere sintetico originario: ciò consegue mediante un tema voluto per sé, come mezzo per l’unificazione e l’intensificazione della corrente del pensiero normalmente dispersa. Mediante l’attenzione rivolta illimitatamente a un tema o ad un’imagine o a un concetto, che deve campeggiare esclusivamente nella coscienza, il pensiero ritrova la propria unità originaria, la forza dell’Io.

L’errore generale umano, così come l’errore di taluni che presumono ritrovare la dimensione sovrasensibile, senza rendersi conto di muovere da una coscienza dialettica, consiste normalmente nel fatto che la presenza reale dell’Io nell’uomo non è diretta, ma continuamente riflessa dal corpo fisico e perciò dal corpo senziente, o psiche, rispondente a ciò che induisticamente viene chiamato kàma rupa, e dall’esoterismo occidentale « corpo astrale », cioè dal corpo animico vincolato alle categorie corporee. Nell’uomo comune, in effetto, all’impulso metafisico dell’Io, continuamente si sostituisce l’impulso psichico del corpo astrale. Mediante il corpo astrale, la corporeità fisica, con le sue potenze istintive e le sue demonìe emotive, giunge a manovrare il pensiero. Una simile situazione caratterizza specificamente l’uomo moderno, il cui pensiero è caduto talmente nella cerebralità, da giungere persine a dubitare di una propria autonomia rispetto all’organo cerebrale e di costruire dottrine e teorie fondate sulla persuasione di una priorità dei processi cerebrali sul pensiero: che è la condizione del mondo animale. L’animale infatti non pensa, ma opera mediante un saggio « pensare » adialettico, la cui immediatezza muove dalla sua corporeità fisica, sorretta da forze della propria incorporea « anima di gruppo »”.

Se vi è, dunque, una colpa originaria – l’avidya delle dottrine dell’Oriente hinduista e buddhista  – questa è proprio lo stato di tramortita ignoranza nella quale l’uomo ristagna ormai da innumerevoli millenni. Questa ignoranza si è talmente connaturata all’essere umano che questi, nella maggior parte dei casi, neppure concepisce una condizione diversa da questo stato di coscienza semispento, da lui scambiato per condizione normale originaria spontaneità : non conosce, non intuisce, né tampoco concepisce la realizzazione di uno stato di completo risveglio. Ma ciò che l’uomo non conosce, e tuttavia oscuramente presente nella sua agitata vita emotiva e nella sua compulsiva vita istintiva, egli lo teme. L’essere umano teme il completo risveglio, teme la conoscenza che si attui come dissolvitrice della tramortita ignoranza, perché la natura sentimentale, emotiva, istintiva in lui è avida di servaggio alla natura corporea.

La natura – la natura caduta e deformata in modo davvero caricaturale rispetto allo stato primordiale dell’uomo delle origini – vive in una condizione di potente identificazione all’essere corporeo. Ma questa identificazione – che è una mera illusione, una maya, perché come farebbe l’essere aspaziale, atemporale e immateriale dell’anima a identificarsi con la corporeità spaziale e materiale, vista l’assoluta eterogeneità dei due termini: anima e corpo? – non è una mera convinzione intellettuale, sia pure erronea, che possa essere perciò corretta mediante una sana logica sul piano concettuale. L’identificazione con l’essere corporeo – ed è proprio questa identificazione che diminuisce, spegne la consapevolezza dell’anima ed alimenta l’ignoranza che la genera – è data da una potente attrazione magnetica per il corpo, attrazione che il Buddha Shakyamuni chiama col suo vero nome: brama ardente, sete divorante. La stessa sete divorante che l’essere umano impara a conoscere e sperimenta dolorosamente dopo la morte, e dalla quale egli deve disavvezzarsi.

In realtà, secondo il Buddhismo, in questa “sfera di brama”, kamadhatu, in questo mondo di “brama ardente”, kamaloka, l’essere umano è immerso sempre durante la vita, ma non se ne accorge perché il vero aspetto di questo mondo di passioni divoranti, con la loro consumante demonìa, passioni e pulsioni istintive che si scatenano nella ricerca e nell’appagamento del piacere, durante la vita corporea è come coperto da un velo d’illusione. Ma allorché il corpo, con la morte, viene meno, la “brama ardente”, la “sete divorante”, essendo animiche e incorporee, rimangono, ma in tal caso manca l’agognato oggetto della brama e viene meno il velo d’illusione che durante l’esistenza corporea celava il vero, insospettato, aspetto della ricerca del piacere e della soddisfazione della brama.

Ma lo stato di tramortito stordimento, nel quale si trova l’essere umano soggetto all’identificazione corporea, non genera soltanto la brama, ma anche le sue venefiche sorelle: la paura e l’avversione. La paura è la paura di perdere l’illusorio possesso dell’oggetto della brama, e in maniera più radicale la paura di perdere la stessa brama dalla quale si è posseduti, perché essendo incapaci di essere coscienti di essere, si trae un illusorio senso di sé dall’identificazione col mero esistere. Non si conosce la gioia di essere, e si insegue affannosamente nell’in-significante e sempre agitato divenire l’inafferrabile appagamento della voluttà di esistere. 

La brama e la paura generano a loro volta l’avversione nei confronti di ciò che ostacola l’appagamento della bramosa voluttà, o minaccia di sottrarre l’oggetto della brama, o impedisce la conquista abile o brutale dell’oggetto della bramosa cupidigia.  Brama, paura e avversione sono le tre malefiche figlie dell’ignoranza, e a loro volta con la loro azione riversano nell’anima angoscia e dolore. Tutto ciò non solo tramortisce e rende come ebbro lo stato di coscienza dell’essere umano immerso nell’ignoranza, ma paralizza pure le forze dell’anima, la quale ben difficilmente riesce ad uscire da un tale stato di servaggio e di abiezione.  

A questo punto è semplice comprendere donde nascono paura e avversione nei confronti della Concentrazione e della Via del Pensiero. Semplice da comprendere, ma non certo facile da ingoiare e digerire: almeno non per le “anime belle”, e in particolar modo non per l’ego, ossia per quella figura contraffatta e caricaturale che la natura inferiore si costruisce per simulare la presenza di un Io consapevole e libero. Mentre è vero esattamente il contrario: l’ego è menzogna, e non vera e consapevole conoscenza; l’ego è schiavitù – più o meno travestita – agli stati d’animo, agli istinti, e soprattutto allo stato di morte del pensiero riflesso, e non libertà, che neppure riesce autenticamente a concepire.

Pur di far sopravvivere lo stato di abiezione nel quale l’anima è tramortita e schiava, la natura inferiore mette in atto ogni sorta di grossolana o raffinata strategia. Vuole rabbiosamente sopravvivere a qualsiasi costo, perché la natura SA bene che l’azione dell’Io colpisce a morte la natura inferiore stessa e il suo caricaturale fantoccio, l’ego. Per la prima volta nella storia dell’uomo, con la Via del Pensiero è l’Io ad agire, e non l’anima: è l’Io che opera, e non il corpo astrale. Per cui, di fronte all’azione radicale dell’Io nel pensare, decadono e svaporano tutti i misticismi religiosi, tutti i moralismi, tutti i sentimentalismi, tutti i dialettismi dei quali si era ampiamente pasciuta per millenni la natura inferiore.

Natura inferiore che, per scongiurare il pericolo del proprio dissolvimento da parte dell’azione dell’Io, scatena l’arrogante vitalismo istintivo, in apparenza incoercibile, oppure il moralismo sentimentale. Il vitalismo istintivo è una tentazione particolarmente grossolana, facilmente smascherabile e, nella sua rozzezza, tutto sommato, meno pericoloso. Il moralismo – specialmente quello confessionale – è molto più insidioso e, per le “anime belle”, particolarmente seducente.

Da una parte, il moralismo viene usato per suscitare negli incerti, nei pavidi e nei pigri alquanti dubbi e sensi di colpa, instillando abilmente in anime deboli e pusillanimi l’idea che “la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo”, che inoltre “bisogna stare attenti a fare troppa concentrazione, perché può far male”, e via dicendo. A tale proposito, vengono usate – staccate dal contesto e contro l’intenzione del loro Autore – le parole stesse di Massimo Scaligero. Quanto vilissima, infame e in pessima fede sia l’usare le parole di Massimo Scaligero contro la sua stessa intenzione, è cosa che lascio alla valutazione e all’intelligenza del candido lettore. Il non dichiarato fine di tale subdola operazione è lo scoraggiare la pratica intensa della Concentrazione, e al contempo fornire un comodo, apparentemente verosimile, alibi alla fiacchezza interiore, alla rinuncia alla lotta, alla latitanza, alla diserzione.

Dall’altro, il moralismo viene usato per attaccare quegli animosi praticanti che vogliono rimanere fedeli all’indicazione di Massimo Scaligero. Coloro che vogliono difendere la Via del Pensiero, coloro che soprattutto vogliono realizzarla, e trasmettere tale aurea Via nella sua purezza stellare – così come l’hanno ricevuta dal Maestro – ai liberi cercatori spirituali, costoro dalle “anime belle”  vengono ampiamente e sistematicamente infamati, diffamati, e calunniati come individui “egoisti”, “immorali”, “anticristici”, “antigraalici”, “segretamente oppositori e nemici del Logos”, “invasati dagli Asura”, e via dicendo. Il candido lettore è pregato di credere che chi scrive sa bene quel che dice e si riferisce a innumerevoli, e ripetuti, precisi casi concreti.  

Ma l’attacco, pur prendendo di mira i “reprobi impenitenti”, gli “incorreggibili”, i “refrattari”, in realtà è rivolto alla Via del Pensiero Vivente in generale, e a Massimo Scaligero in particolare. Naturalmente, il tutto viene operato con una consumata arte di dissimulazione, perché difficilmente gli autori di un simile attacco confesserebbero apertamente questa loro avversione e opposizione alla Via Solare e a Colui che ce l’ha donata. E solo per un grossolano errore di valutazione nei confronti del presente lupaccio cattivissimo – veramente imperdonabile dal suo punto di vista – venti anni fa, l’Innominato si scoprì inabilmente con l’affermare in casa mia che “la Via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata”, e dicendo molte altre cose nei confronti di Massimo Scaligero profondamente ingiuste, meschine, e false.   

Ma il moralismo – e gli attacchi che da esso hanno origine – è solo un mascheramento sentimentale e dialettico delle vere ragioni, che sono molto più profonde: ragioni radicate in una zona animica e vitale molto oscura, e come tali perlopiù non riconosciute e insospettate da chi ne è vittima. 

Lo scorso 23 giugno, la nostra Savitri volle ripubblicare uno scritto di Massimo Scaligero, che apparve prima nel 1955 con l’eteronimo di Massimo nell’edizione di Introduzione alla Magia, III  volume, a cura della benemerita casa editrice Fratelli Bocca, e poi con quello di Maximus nella successiva edizione  ad opera delle Edizioni Mediterranee, sia pure con alcune improvvide alterazioni del testo, operate da Julius Evola, alterazioni delle quali lo stesso Massimo Scaligero ebbe a lamentarsi. A questa ripubblicazione sul temerario blog di Eco, volli fare un commento, che ripropongo qui di seguito con minime aggiunte e variazioni, in quanto parvemi che il momento presente e le considerazioni svolte nel presente articolo decisamente lo richiedano:

“Un grazie di cuore alla nostra Savitri per la ripubblicazione di questo articolo di Maximus “Appunti sul distacco”, originariamente apparso nel III volume di “UR”, che sin dagli anni settanta del trascorso secolo fece su di me una impressione profondissima e che considero fondamentale per chi segua la “Via Regia”, ossia la radicale “Via del Pensiero”.

Tale Via radicale, da alquanto tempo, sta ricevendo molti attacchi da parte delle “anime belle”, che l’avversano per una sorta di pavor metaphysicus, di autentico terrore di fronte alla travolgente incandescenza dello Spirito che riduce a niente tutti i valori meramente “umani”, uniformandosi ai quali molti sedicenti spiritualisti, che hanno rinunciato all’assoluta impresa interiore, ricercano una comoda giustificazione per sedare la loro buona coscienza, e una consolazione a buon mercato per il senso di fallimento interiore che la rinuncia all’impresa spirituale comporta.

La “Via Regia”, la Via assoluta, la Via eroica, instancabilmente indicata da Massimo Scaligero,  è proprio quella che percorrendo i vari gradi di progressiva intensificazione volitiva della Concentrazione, conduce alla Concentrazione profonda, alla Contemplazione dell’Essere estraformale dello Spirito, che è il “nulla” di tutto ciò che l’essere umano sensibilmente e psichicamente conosce, o si illude di conoscere.

La “natura” – ciò che in tale articolo Maximus, usando la terminologia del Samkhya-Yoga e del Vedanta, chiama “prakriti” – è ciò che l’essere umano, coinvolto dalle sue spire, teme abbandonare, teme vedere dissolversi, e un tale “spavento-terrore” – come lo chiama il Buddha Shakyamuni in un Sutra del Majjhima Nikaya – diviene facilmente avversione per la Via del Pensiero, odio più o meno mascherato per la radicalità della Concentrazione.

La Concentrazione, condotta sino alle sue ultime conseguenze, “arde” e dissolve ogni fallace appoggio dell’illusoria “natura”; recide il legame di oscura brama, di “sete”, che si cela nelle profondità sognanti del sentire, in quelle dormenti del volere; legame che avvince ferreamente l’anima alla sfera corporea, vitale e animale, oltre che alla visione illusoria del mondo.

Pur di rimanere legata a tale abietto servaggio rispetto alla natura caduta, l’ego – il simulacro distorto e caricaturale dell’Io nel corpo astrale – è disposto persino a quella forma cosciente o incosciente di “magia di patto” con potenze avverse allo Spirito, potenze antispirituali suscitatrici del “caos” ad ogni livello.

Rispetto ad una tale prospettiva di “collusione” con le forze dell’antispirito – collusione che può prendere le forme di una titanica “via della potenza”, ma anche le forme più insidiose, dolciastre e stucchevoli, quelle del più sciropposo sentimentalismo moralistico – Massimo Scaligero scrisse in Della Concentrazione Interiore, posta in appendice alla III edizione del “Trattato del Pensiero Vivente”, pp. 137-138, le seguenti emblematiche parole, che completano quanto detto in proposito nell’articolo di Maximus nel III volume di UR :

“Ma il caos ha pure una ragione profonda di essere: suscitare le forze trascendenti dell’Io, perché s’incarnino nell’umano. il semplice “umano” non ha il potere di dominare e trasformare gli istinti: al massimo può pervenire a un “patto” che le entità che manovrano l’uomo mediante gli istinti: ma ciò non è azione spirituale. Occorre donare illimitato potere all’essere trascendente dell’Io, che, in sé identico al Logos, ha tale potere come segreto dell’anima, come segreto del cuore”.

E ciò, come dice il mio amato Dante, “fia suggel ch’ogni uomo sganni”!”

A questo punto è evidente che non è certo con il moralismo, o con il sentimentalismo, o con il misticismo, che si riesce ad uscire dallo stato di tramortimento della coscienza, e a liberarsi dalla paralisi della volontà dell’anima magneticamente attratta dalla corporeità, avvinta alla corporeità in un abbraccio stritolante e mortale. Perché quel sentire mistico, sia pure in forma diversa, oggi è espressione esso pure della inferiore natura egoica esattamente quanto lo sono le più grossolane e rozze pulsioni istintive.

Certo è che la Via del Pensiero è una Via eroica, e non è una via comoda, consolante, adulante e lusingante le vanità e le paure dell’ego. A cavallo tra Ottocento e Novecento, il grande orientalista Thomas William Rhys Davids, fondatore a Londra della Pali Text Society, nella sua opera Early Buddhism, London, 1908, p.7, scrisse che: “Buddhism has no milk for babies”, ossia egli avvertì crudamente che la Via del Buddha non ha latte per bambini. Una tale espressione radicale, che indubbiamente può apparire dura, ma che è assolutamente realistica, è – a mio orsolupesco e paganaccio modo di vedere – ancor più vera nei confronti della Via Solare, della Via del Pensiero Vivente, la cui disciplina della Concentrazione esige di volere, di volere intensamente, di volere a lungo : esige la consacrazione assoluta della volontà a Ciò che è oltre il semplice umano.

Certo che l’Assoluto Spirituale, che nella sua incandescenza spirituale dissolve la natura – sia la rozza natura umano-animale, che la più “raffinata” natura animica intellettuale, razionale e affettiva  – genera paura e spavento nell’umano: solo gli stupidi e gli sprovveduti possono pensare che di fronte all’assolutezza dello Spirito non tremeranno mai e non sperimenteranno mai nella loro appassionata ricerca quello che il Buddha Shakyamuni, nel Bhaya-bherava Sutta, chiama appunto Spavento e terrore. E solo gli stupidi, gli arroganti e gli illusi su se stessi possono pensare che nel procedere sul Sentiero dell’Iniziazione non sbaglieranno mille volte, non cadranno mille e poi altre mille volte. Ma il problema vero non è certo l’errare, non è il cadere, che in definitiva sono felicissimae culpae, e come tali previste e addirittura auspicate, ossia aventi notevole importanza formatrice, educatrice e purificatrice delle forze dell’anima. I forti, i coraggiosi, errano e cadono mille e poi mille volte, ma ogni volta si rialzano e riprendono – senza concedersi tregua veruna – la lotta mortale con l’inferiore natura e contro quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Armata della Morte, e il suo Oscuro Signore.

Il problema, appunto, non è cadere, ma una volta caduti mettersi a strisciare, e – ed è proprio il caso di dirlo – con una serpentina logica terra-terra giustificare dialetticamente la rinuncia a rialzarsi, lo scegliere vilmente la latitanza e la diserzione dalla lotta in un momento veramente tragico della storia dell’uomo. Momento tragico nel quale :

“La dimensione esclusivamente razionale degrada l’uomo al livello animale: la sua intelligenza infatti è mondialmente mobilitata a soddisfare bisogni fisici e ad attuare un ferreo sistema di organizzazione economico-sociale conforme alla visione fisico-animale del mondo. Se v’è un momento primordiale della evoluzione umana, in cui l’uomo originario come entità spirituale supera il caos, occorre dire che l’attuale imporsi dell’organizzazione fisico-animale della società, è un ritorno del caos sotto forma tecnologico-scientifica. Nuovamente lo Spirito è chiamato a fronteggiare il caos, l’avvento sistematico del demoniaco. Il dramma del presente tempo consiste nel fatto che l’Io ordinario non dispone del potenziale di profondità di cui invece dispone il demoniaco. Occorre all’Io la forza da cui ha origine”.

A questo punto, le lapidarie parole di Massimo Scaligero sono di una chiarezza che non lascia spazio alcuno a funambolismi verbali o a interpretazioni dialettiche forzate. Chi vuol capire, capirà : 

“La concentrazione dà modo al pensiero di estrinsecare la propria forza pura, indipendente dalla psiche. Il pensiero eccezionalmente si sottrae al dominio del corpo astrale, cioè alla forza delle potenze istintive. Tali potenze sono in realtà forze dell’Io, cioè forze del volere di profondità, deviate verso la necessità strutturale corporea. L’Io le subisce come opposte e deviatrici, finché è un Io riflesso o dialettico, privo della propria indipendenza rispetto al corpo astrale e perciò del potere di presa su esso.

L’esercizio della concentrazione, in realtà movendo dall’Io, comincia a restituire all’Io il dominio originario sul corpo astrale. Il pensiero è l’arto immediato dell’Io. Dominando il pensiero attraverso il corpo astrale, le potenze corporeo-istintive s’impongono all’Io. Liberando il pensiero dalla soggezione al corpo astrale, l’Io riprende i comandi dell’anima e perciò del corpo, controlla e trasforma le potenze corporeo-istintive. Queste sono in sostanza forze superumane smarrite dall’Io, che l’Io ha il compito di recuperare attingendo al proprio potere superumano. Il recupero ha inizio mediante la retta concentrazione del pensiero: occorre dar modo al pensiero di manifestare la propria obiettiva forza indipendente dal corpo astrale e perciò capace di veicolare nell’anima la potenza trascendente dell’Io: solo questa può trasformare gli istinti. Colui che aspira all’Iniziazione nel presente tempo, deve anzitutto sperimentare il pensiero come forza pura, indipendente dall’oggetto o dal tema mediante cui si manifesta, epperò come attività estra-psichica: in tal modo egli apre il varco alla potenza trascendente dell’Io.

Il senso dell’esperienza è l’autonomia della coscienza dell’Io rispetto alla propria base corporea: autonomia che le consente la prima forma di conoscenza non dialettica, bensì diretta, del Sovrasensibile, e perciò della reale fenomenologia della coscienza in rapporto alla funzionale « localizzazione » corporea dei tipici movimenti dell’anima”.

Dunque, l’avversione alla Via del Pensiero e alla Concentrazione ha le sue cause profonde nell’avida brama che lega con potente magnetismo l’essere umano a quello stato di abiezione che è l’identificazione alla corporeità animale, e nello spavento-terrore che l’anima, ignorante e schiava della prigionia somatica, prova all’idea di abbandonare la propria prigione e le catene che la avvincono a un tale turpe servaggio. Questa avversione e questo spavento-terrore portano i deboli, i pavidi, gli indecisi a rinunciare all’impresa spirituale. ossia portano alla latitanza, alla diserzione rispetto alla lotta per lo Spirito e contro il dilagare distruttivo dell’Antispirito.

Avversione, spavento, e diserzione possono anche produrre qualcosa di ancora peggiore, e soprattutto qualcosa di ancora più meschino, ossia quella che si può chiamare invidia metafisica : una cosa davvero sudicietta assai. La meschinità di tale metafisica invidia porta a decidere che quel che chi ha abbandonato il campo di battaglia e la lotta per lo Spirito, ha rinunciato a realizzare, “altri” non devono realizzare, non devono conoscere, volere, tentare, osare realizzare. Gli “altri” sono quei animosi lupacci, i quali – magari in maniera tumultuosa e poco elegante – vogliono portare avanti  quella Via del Pensiero e realizzare quella Concentrazione, alle quali le “anime belle” hanno personalmente rinunciato, ritenendo poi che pure gli “altri” – ovvero i lupacci cattivissimi – non debbano realizzare, o anche solo tentare di realizzare. E tanto meno essi  devono diffondere, nella sua forma autentica, la  “eretica pravità” di una Via del Pensiero Vivente, alla quale essi son venuti meno.

Ma siccome i lupacci – pessimi soggetti dal carattere davvero poco raccomandabile – hanno davanti agli occhi la possente figura spirituale di Massimo Scaligero che la Via del Pensiero Vivente ha realizzata, e fatta conoscere coi suoi scritti, dedicando la sua vita ad orientare e aiutare – con abnegazione assoluta e il sacrificio di ogni più legittima aspirazione personale – i cercatori della realizzazione spirituale, ecco che sorge la necessità per le metafisiche – e mefitiche – invidiose “anime belle” di calunniare abilmente – cercando di demolirla o ridimensionarla – agli occhi dei suddetti lupacci cattivissimi, la sua figura spirituale, metterne in dubbio la realizzazione personale, alterarne l’opera scritta, diffondere poco edificanti aneddoti totalmente inventati. Peccato che i lupacci cattivissimi abbiano sviluppato nel corso di lunghi anni – per la loro sopravvivenza – occhi acuti ed una efficientissima “fiutoveggenza”, e sono ben lungi dal “bersi” fideisticamente e acriticamente quanto, sempre più apertamente, questi ambigui figuri vanno raccontando sul conto di una figura spiritualmente abbagliante come Massimo Scaligero, e quanto con fumosi dialettismi, conditi con stucchevole, dolciastra, sentimentalità, vanno dicendo sull’aurea Via del Pensiero Vivente.

Cosa li muove? Brama per il servaggio all’animale vita corporea, accidiosa inerzia animica, ricerca della comodità interiore, spavento–terrore di fronte alla travolgenza del puro Spirituale, avversione nei confronti della Via del Pensiero e della Concentrazione, avversione e ingratitudine nei confronti di Colui che le donò, e  “invidia metafisica” verso coloro che temerariamente si impegnano in una impresa spirituale alla quale essi hanno vilmente rinunciato.

L’ARCHETIPO-SETTEMBRE 2016

Anno XXI n. 9
Settembre 2016

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In questo numero:

ALTRI PROBLEMI CON LA DISCIPLINA (di F. Giovi)

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Due mesi fa abbiamo parlato della durata dell’esercizio della concentrazione, seppure tra varie digressioni che appartengono comunque agli svariatissimi modi di capire e sentire questo semplice esercizio che però trova tanti ostacoli nelle anime umane che, in un modo o nell’altro, ad esso si avvicinano.

Per farvi un esempio concreto di quanto la concentrazione possa essere, per cosí dire, lontana, incompresa, anche da chi legittimamente dovrebbe almeno possedere un barlume formale di cosa essa sia e di come dovrebbe venire eseguita, vi riferisco quanto mi fu narrato da una giovane aspirante maestra di scuola Waldorf. Durante il corso di formazione essa chiese un giorno alla sua docente cosa fosse e come dovesse praticare la Concentrazione. La risposta fu, piú o meno, questa: «Guarda il piattino (evidentemente c’era un piattino a portata di sguardo), concentra l’attenzione su di esso per due minuti. Questa è la concentrazione».

Eppure da Patanjali a Kremmerz, dalla Bhagavad Gita ai “tattva” della Golden Dawn, ritroveremo sempre, alla base, almeno la quiete del pensiero e l’arresto del mentale. Chi conosce e pratica qualcosa estratta da questi (e da tutti gli altri) autori e dottrine potrebbe naturalmente esigere alcune distinzioni e avrebbe molte ragioni dalla sua, ma se malauguratamente non si fosse mai accorto che, anteriore alle fascinose discipline rituali, anche la sua Via “richiede forme particolari di preparazione, di disciplina interiore e di concentrazione mentale”, allora avrebbe perso tempo nel ricercare sensazioni che surrettiziamente riescano a riempire il vuoto dell’essere, di cui è privo.

In realtà, prima della Scienza dello Spirito, la Via del Pensiero non è mai esistita: prima si chetava il mentale, si sgusciava dal mentale o si apriva il mentale a forze metafisiche. La Via del Pensiero è altro da ciò. Essa è la via del pensare che venga voluto, del pensiero potente e indipendente dal mentale; è la via del pensare risoluto, che non si arresta, che avanza senza umane limitazioni, che attraversa l’abisso per ritrovare la sua infinita natura di Vivente Luce Universale.

Dapprima il pensare, per essere voluto, abbisogna di un oggetto di pensiero verso cui convergere il suo moto: la semplificazione assoluta di se stessi e l’assoluta dedizione di quel che rimane ad un unico punto di pensiero, indipendente dal mondo sensibile e dallo stesso mondo interiore conosciuto, viene chiamata Concentrazione.

«Di quanto rigore necessita la ricostruzione interiore dell’oggetto su cui mi concentro?»

Di massimo rigore, naturalmente. Però ci sarebbe da chiarire di che genere di rigore stiamo trattando, perché i rigori sono come gli alberi di una foresta: tantissimi. Ho conosciute troppe persone che possedendo intelligenza e rigore non hanno mai sfilato il proverbiale ragno dal buco. Torniamo sempre al problema della semplicità dell’esercizio: sono davvero pochi coloro che non coltivino nell’anima la smania di ricorrere ai decori arabeschi proprio nei minuti in cui ci si misura con l’immagine del turacciolo. La Concentrazione non abbisogna di impulsi artistici né d’analisi scientifiche: è, in un certo senso, solo un affare di muscoli, ossia un problema di forza che c’è o che ci si esercita a sviluppare affinché poi ci sia. Per parecchi (visto quello che combinano) deve essere assolutamente insopportabile capire questo. Forse non riescono a prendere sul serio le indicazioni di chi ha dato, quasi oltre il possibile, tutto quello che poteva venire indicato per la pratica. Scrive Scaligero: «La saggezza dell’esercizio consiste nella sua semplicità: si evoca l’oggetto – spillo, o matita, o bottone ecc. – lo si descrive con precisione, si fa brevemente la sua storia, si individua la sua funzione. Questa operazione sostanziale, condotta con il minimo indispensabile di rappresentazioni, dà luogo infine a una imagine sintesi, o concetto, che giova trattenere dinanzi alla coscienza, obbiettivamente, come l’imagine iniziale dell’oggetto». Mio è il corsivo che ci porta al cuore di questa nota.

Perché Scaligero consiglia l’uso parco di immagini? Non mi meraviglierebbe se qualcuno dicesse pressappoco: «Con piú immagini prolungo il tempo dell’esercizio, faccio di piú» oppure: «Un vero approfondimento della natura dell’oggetto necessita di molte rappresentazioni» (come ripeto sempre, traggo quello che scrivo dall’osservato reale, e frasi come queste sono state pronunciate). In tal senso il massimo di cui sono stato testimone fu introdotto da una domanda estranea al tema di un colloquio che verteva su aspetti degli esercizi. Mi fu chiesto se sapevo di che colore fossero i caschetti degli operai in fabbrica. Perplesso ma disponibile iniziai a dissertare sui colori diversi che indicano gradi e mansioni, ma non trovavo nesso e perché. Allora, sospendendo la condiscendenza, interruppi la mia risposta e chiesi al mio interlocutore quale fosse la relazione tra i caschetti e il tema dell’incontro. La risposta, data con tono pratico e sereno, fu all’incirca questa: «Per ricostruire l’immagine della matita devo sapere esattamente quale sia ogni singolo passaggio, dal legno alle tecniche industriali di produzione e distribuzione con tutte le relative immagini».

Capite? L’amico non faceva concentrazione ma, secondo la sua natura analitica, rifuggendo dal vero processo dell’esercizio, lo sostituiva con il meglio arimanico: un lunghissimo, rigoroso, esatto processo cognitivo-razionale aderente al sensibile e basta (va da sé che il tempo infinito da lui dedicato all’esercizio era anzi un tempo troppo breve per uno che voleva sapere tutto sulla matita). Non cito un esempio fragoroso per rubacchiare il sorrisetto di qualche lettore, ma per destare tutti i lettori ad un atto di autosservazione critica da cui ricavare (possibilmente) la constatazione che spesso, o quasi sempre, anche in questo breve atto di ascesi, forma, stile e altre diavolate prevalgono sull’azione intrapresa.

Permettetemi di ragguagliarvi circa un fatterello che succedeva immancabilmente, due volte su tre, quando andavo a Roma per incontrare Massimo Scaligero. L’incontro mi sembrava sempre troppo breve e preziosi minuti venivano rapinati da telefonate a cui Massimo rispondeva asciuttamente ma (me infelice) con la consueta calma. Tra le altre c’era sempre la telefonata sulla concentrazione a cui Scaligero invariabilmente rispondeva dicendo di non preoccuparsi se si ignorava qualcosa dell’oggetto e se le immagini (rappresentazioni) usate erano pessime o inesatte. Una volta, dopo la telefonata e a mo’ di commento, mi disse: «Pensa che c’è gente che crede che le immagini della concentrazione debbano imitare la realtà ed essere perfette, e mi tocca ripetere sempre che ciò non ha alcuna importanza, proprio nessuna».

Cosa tento di dire con questi esempi e ricordi? Che l’esercizio non abbisogna della “scienza del turacciolo” o della perfezione delle immagini, ma solo del fatto che ogni pensiero che attraversa la coscienza sia voluto, sia concatenato al precedente e al successivo e non passi dal materiale che compone il turacciolo alla crisi medio-orientale o alla telefonata di Tizio. Questi scivoloni succedono di continuo, ma l’impegno è che non succedano.

Ma poiché le promesse e gli impegni odorano d’astrazione, mentre trattiamo di cose molto concrete, vi suggerisco una tecnica correttiva che, se ripetuta ogni qualvolta tradite la catena di pensieri strettamente connessi alla ricostruzione del concetto su cui avete determinato di concentrarvi, poco per volta funziona e rafforza l’elemento operativo dell’anima. È molto semplice: poniamo che abbiate passato in rassegna colore e forma dell’oggetto e poi, senza sapere quando, come e perché, vi trovate a discutere con Padreterno sui “massimi sistemi”; confabulate con Lui a vele d’intelletto aperte, poi avvertite confusamente che qualcosa non va e allora vi ricordate che avevate stabilito un rapporto sveglio e volitivo con un turacciolo… un guizzo dell’anima, un sussulto del corpo… siete tornati all’esercizio. In questo caso, siate sinceri, il consiglio di Scaligero (che andrebbe normalmente preso come oro colato!) di ricapitolare coscientemente fin dove s’è verificata la biforcazione, risulta inattuabile, perché la coscienza desta ha dato forfait, perché vi siete persi a sfarfalleggiare nel sogno. C’è poco merito e nessuna forza nello svegliarsi: il primo round è a vostro sfavore.

Però l’atleta vero accusa il colpo ma non abbandona il match (che atleta sarebbe?). Imparate da lui – siete o non siete atleti dello Spirito? – schivando valutazioni e pensieri personali (e sentimenti!), ricominciate dall’inizio, anzi, cominciate a fare l’esercizio senza tener di conto il passato prossimo e basta. Tempo permettendo, se qualcosa o qualcuno vi rapisce a due pensieri dalla fine, anche in questo caso ripetete tutto, come si fa nelle arti e nello sport. È dura, ma credetemi, nessun esoterista vero vi dirà mai che la faccenda non sia seria e difficile: siete al contempo il vasaio e il vaso, e con l’impegno del vasaio il vaso viene forgiato da una pasta informe. Accanto alla vita di tutti i giorni, la “grande opera” di dare una forma all’anima è l’impresa umana assoluta.

Il rigore dev’essere azione, non rappresentazione. Non dite mai a voi stessi: «Ho tempo, ora mi chiudo in camera per un’ora e tento il miglior esercizio possibile, con la massima volontà, con l’aiuto delle Potenze Superiori ecc.» perché non andrà cosí, e probabilmente uscirete da quella stanza, dopo un’ora, disgustati e sconfitti. Probabilmente non vi accorgerete nemmeno che queste capocciate sono persino un po’ ridicole se non riuscite a rendervi conto d’aver tentato di ridurre l’Opus Solare ad una preconcetta e macchiettistica (astratta) rappresentazione personale che, anche a spremerla per tutta la vita, è solo un nulla che non produce niente. Tentare una disciplina esoterica dall’interno di una rappresentazione è un errore cosmico, ma non lo si nota, e anche questo è strano, poiché l’operatore dovrebbe, prima o poi, accorgersi che la coscienza impegnata nell’esercizio rimane troppo fedele alla coscienza di tutti i giorni: non cambia mai.

Non dovreste nemmeno pensare: “Ora mi siedo e faccio concentrazione”. La concentrazione va fatta con immediatezza (se l’intento è profondo non richiede trenta secondi di inutili chiacchiere interiori), con l’animo scevro e sciolto da speranze o certezze: ci sia solo flusso di pensieri voluti e concatenati che attraversano il vuoto cosciente: pochi e chiari, né belli né carini.

Ora cogliamo anche l’occasione per sfiorare certi interrogativi che forse non dovrebbero nemmeno esistere, ma che invece ronzano sempre come mosconi rabbiosi da una stanza all’altra. Nel ricostruire l’oggetto interiore: due amici si confrontano, ne parlano e, alla fine sono piú confusi di prima. Non dovrebbe esserci una certa coincidenza? Non facciamo tutti la stessa cosa? Non necessariamente. Ricordatevi che sia noi che l’esercizio stesso cresciamo, evolviamo e mutiamo. Esiste anche una soggettività strutturale inevitabile: c’è chi pensa con lentezza ogni pensiero e chi è piú veloce. Vi sono individui quasi incapaci di evocare immagini: essi devono usare soprattutto parole (beninteso mentali). Altri pensano quasi tutto, persino la matematica, mediante immagini. E tra queste due tipologie estreme stanno i molti che dovrebbero utilizzare un po’ di parole ed alcune immagini. In pratica il neofita tenderà ragionevolmente ad usare ciò che per lui è terreno familiare e sicuro: non ha alcuna importanza che sia lento o veloce, che usi parole o immagini; importante è solo che venga dedicata un’attenzione eroica al pensiero che si pensa, con qualsiasi veste o forma lo si vesta per pensarlo.

Ad ogni modo, le immagini sono piú potenti delle parole e l’asceta tenterà progressivamente un maggiore uso di immagini. Divenendo molto capaci, si potrà tentare il solo uso d’immagini: pratica piú difficile ma anche molto potente. Con essa si avverte l’inizio della separazione dall’organismo fisico. Però state attenti: può riuscire una volta e diventare un mezzo caos la volta successiva. Allora, equanimi, si torni indietro riutilizzando le necessarie parole e ritentando con una maggiore potenza di distacco, magari dopo una breve e sana ricapitolazione delle tappe raggiunte in precedenza.

«Non riesco nemmeno a iniziare, i pensieri mi scappano da tutte le parti…»

È possibile che una persona adulta che ha studiato davvero i testi della Scienza dello Spirito sia ancora tanto distratta e indisciplinata? Uno che ha seguito e compreso, puntualmente, le modificazioni saturnie? In sede teorica sembra un’assurdità. Invece è del tutto plausibile che una parte di sé non voglia fare la Concentrazione vera e propria, perché essa è una reale strada esoterica e non è fatto raro che contro il Vero dello Spirito serrino i ranghi in scellerato accordo tutti gli esseri e le forze contrarie (praticamente il mondo intero… dentro e fuori).

Sedersi e fare la Concentrazione è il primo atto sacro che s’accende sulla strada dei Nuovi Misteri: l’Io lo decide e suscita la Volontà. Con essa si sa volere il pensiero sino all’Origine che soltanto pensiero non è, essendo la corrente eterica centrale dell’uomo e dell’universo: Colei che i discepoli tantrici veneravano con il nome di Kundalini nell’uomo e Mahāshakti nel cosmo delle Gerarchie.

Fingendo di non aver scritto le precedenti righe, devo ammettere, per mia esperienza, che ci sarebbe un esercizio utile, figlio della vecchia Teosofia e del professor Ernest Wood (1883-1965), che trovai in un volumetto edito per la Scuola, stampato tra il ’30 e ’40 del secolo scorso. Il titolo era: “Concentrazione” e nelle pagine introduttive un docente aveva sollevato una sensata riflessione perduta o mai raccolta dalla Didattica. In sintesi il presentatore osservava come la Scuola si rivolge all’apprendimento di molte conoscenze ma dimentica completamente la possibilità e le occasioni di educare nei giovani le facoltà conoscitive stesse e si augurava che il libro fosse un apripista per un nuovo approccio pedagogico. Poi ci fu la seconda Guerra Mondiale. C’era in questo libretto un esercizio che funziona, che può servire ma che non deve venir equiparato in alcun modo alla Concentrazione, poiché appartiene alla vecchia Via Lunare, di cui alcuni, o molti, ancora abbisognano per riepilogarla definitivamente: confonderlo con quello che urge ai nuovi tempi sarebbe un grave errore che allontanerebbe il ricercatore dalla Via Solare. Non è un esercizio particolarmente difficile ma la spiegazione (che va seguita alla lettera) potrà sembrare complicata.

Ci si isoli in una stanza a prova di irruzioni improvvise, con un tavolo, una sedia, un foglio di carta bianca e una matita. Comodamente seduti, riducete il mondo al foglio che vi sta davanti. Con la matita disegnate un cerchio al centro del foglio. Scriveteci dentro il nome di un oggetto (tappo, bicchiere, orologio, accendisigari ecc.). Lo sguardo e il pensiero si concentrino sulla parola scritta, poi lasciate che il pensiero esca dal cerchio e afferri il pensiero piú vicino. Se l’attenzione è buona, il pensiero attiguo sarà collegato all’oggetto- pensiero inscritto nel cerchio (es.: nel cerchio “orologio”, pensiero consecutivo “cinturino”, “lancetta” ecc.). Si tenga nella mente il “cinturino”, si tracci con la matita un raggio dal perimetro del cerchio a metà foglio, si scriva “cinturino”, poi con l’attenzione e la punta della matita si scivoli dalla parola lungo il raggio, cioè lungo il precedente segno di matita, sino al cerchio. Si riporti tutta l’attenzione alla parola dentro il cerchio e si ripeta la precedente operazione con un altro pensiero attiguo tirando con attenzione concentrata una nuova riga da un diverso punto del cerchio sino alla compilazione della nuova parola (es.: “lancette”, ma potrebbe essere anche un attributo come “impermeabile” o “costoso”), importa solo che l’attenzione rimanga incollata alla punta della matita e che questa ritorni sempre alla “parola-immagine-concetto” che sta dentro al cerchio. Si riparta dalla parola dentro al cerchio per la terza volta, si ripeta l’operazione finché l’anima (richiamata 30, 50 o piú volte) si stanca di uscire con pensieri dal cerchio. Questo continuo riportare indietro il pensiero si traduce in silenzio interiore, introversione del mentale e ad un’esperienza che potremo chiamare “atmosfera contemplativa”, perché ci sentiamo totalmente immersi in una sostanza animica che sembra appartenere ad un mondo diverso. L’esperienza è concreta, perciò arricchisce la nostra ampiezza psicologica e percettiva riducendo, per contro, l’inutile e dannosa bulimia del pensiero ordinario: male generale, dunque non avvertito, dei nostri giorni.

Mi ero ripromesso di aggiungere qualcosa circa l’equilibrio e la salute del corpo fisico visto come base inevitabile della nostra attività interiore (la richiesta c’è stata), ma per non apparire dilettantesco e superficiale al giudizio sapiente degli amici medici, tra i quali c’è chi collabora a questa Rivista, vi prometto tra qualche tempo una nota sul tema formulata nel modo accademico, cioè impaludata dai riferimenti scientifici a sostegno.

Franco Giovi

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http://www.larchetipo.com/2007/dic07/esercizi.pdf

VISSUTA DI SOLE ( di F. Di LIETO)

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Guarda:
Questa è la pietra
vissuta di sole.

Ancora ne conserva
il calore.

Sentila contro
la carne:
palpita,
brucia.

Noi viviamo
di essa
fatta grumo
di calce,
saziamo il nostro cuore
di ciclopi.

Senti al tocco
della mano
il riverbero
estenuarsi:
in te si trasfonde
una parte di luce.

(Fulvio di Lieto)

da TERRA NUVOLE ED ACQUE

L’ETICA DELLO STRAVOLGIMENTO

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Superficialità, disattenzione, cultura orizzontale fanno credere che la magia non operi nel mondo e, in effetti, la magia celeste è pressoché invisibile per la coscienza terrestre sicché i miracoli vengono chiamati coincidenze.

Però la magia oscura è quotidiana, è presente nella manifestazione: la sua natura è quella di incantare, di pietrificare, partorire incubi che soggiogano l’anima.

Chi fosse sempre desto difficilmente non si accorgerebbe del gesto magico che potrebbe imprigionarlo, della mano che traccia il pentacolo nel quale perde pezzi di sé. Ma chi è sempre desto, chi è capace di tale disciplina da osservare senza tregua l’orizzonte? Un attimo di sonnolenza, un momento di giustificata spensieratezza ed ecco che una forza del male si apre il varco per conquistare la nostra anima.

E’ possibile rispondere ai gesti dell’incantamento con gesti disincantati, alle formule diaboliche con il pensiero più spregiudicato. Ma l’innocente, o meglio l’ingenuo incauto non possiede la disciplina desta ed instancabile e non si salva sul momento. Se, dopo, avverte nell’anima qualcosa che somiglia a scontento, irritazione, ascolti questi fastidi preziosi. Gli stanno dicendo che è stato raggirato: meglio entrare nel dubbio che farsi stolido come un sasso per venire spaccato nei frantumatori. “Sai, vi sono diverse specie di aweysha. Alcuni possono fare aweysha per mezzo del semplice parlare. E’ sempre un aweysha, benché più naturale. Ma con chi crede solo in se stesso ed è sempre presente a sé, non vi è uomo al mondo che possa fare aweysha. Chi crede solo in se stesso e riflette prima di agire, con costui nessuno può fare aweysha.”

Ecco un esempio per non rimanere nel limbo delle righe precedenti: un termine della magia oscura è lo sostituire al verbo essere il credere di essere o il credere che sia. Queste locuzioni sono velenose poiché attingono al potere della parola credere.

Accettare il verbo credere falsifica tutto. Sentite l’assurdità pleonastica di un: “Credo che l’idiota sia meno capace del saggio” e la follia lieve di un “Credo che due più due faccia quattro”. Il credere serve a disgregare la verità oggettiva. Questo verbo va sostituito, nella formazione consapevole dell’uomo, con conoscere o almeno sapere e, ai minimi termini con congetturare e supporre.

Uno dei modi per arrestare la carriera del pensiero è questo: se, per avventura si mostrino le sciagure portate dall’unità d’Italia, la formula paralizzante è: “Allora lei tornerebbe alla divisione in Stati regionali?”. Se si depreca l’orrido spettacolo dei macelli: “Allora lei preferisce il vegetarianismo?”. Oppure, quando si mostri la triste condizione di un uomo gettato alla cura di aziende ospedaliere: “Vorrebbe forse che la gente si curasse da sola?”.

Certo, non dico che il pensiero possa sempre fornire ricette ma almeno potrebbe capire come stanno le cose. Il fatto che una cosa non sia evitabile non significa che non possa essere criticabile. Capire non è accettare.

La magia oscura mira a disgregare la vocazione, la parte dello Spirito. Essa pretende, se si risponde invocando l’ineffabile, a chiamare l’ineffabile ineffabile, cioè a classificare ciò che non è classificato, se non altro nella categoria delle cose sottratte alla definizione: definirle in maniera che esse possano aggiogarsi al fumoso, impreciso. Dannandole all’esaltazione dell’irrazionale oppure alla goffaggine delle asserzioni false per parzialità (basta guardarsi attorno, dall’articolo giornalistico alle dichiarazioni spiritualistiche).

Rifacendomi al precedente articolo, essa costringe a perdere il contatto con la realtà presente, chiedendo al passato giustificazioni e precedenti, al futuro garanzie. Così l’operazione nefasta è compiuta e l’uomo colpito è stato “legato” (envoûté).

Carattere della magia oscura è che, una volta ceduto al primo gesto di difesa, si è prigionieri senza scampo: sovente sia la coraggiosa pertinacia come la disorientata viltà possono essere solo effetti morbosi, così che uscire dal groviglio esige una purificazione estenuante di digiuni psichici poiché basta una trascuratezza e tutto il lavoro viene a cadere (“Sei pessimista se parli così”. Sì lo sono! Poiché non ho visto nessuno a sciogliersi dai nodi se non con l’aiuto di imprevedibili folgori a ciel sereno).

Per esempio, basta omettere una considerazione e lo spirito che possiede il malcapitato, riprende immediatamente a tessere sofismi (“Ti reputi diverso dagli altri? E se tu stessi sognando? Cerca testimoni a tuo favore. Trovami testimoni credibili. Procurati prove tangibili. Trovaci dei precedenti.).

Oppure passa al ricatto sentimentale (“Sei forse solo al mondo?” “Hai pensato ai tuoi cari?” “Recherai dispiacere a qualcuno”). Più in uso è questa formula: “Come puoi sederti a contemplare quando il tuo prossimo è rattristato, con quale diritto prendi per te il tuo tempo mentre il primo dovere è servire la comunità che tanto ti ha dato…”.

Aut aut falsissimi, perché la scelta fra individualismo e collettivismo, tra prodigalità ed avarizia, tra sacrificio ed edonismo non si risolve mai con una astratta volontà di essere “dalla parte giusta”, non fosse altro che così non si sceglie ma si è scelti.

Si paralizza l’uomo innocente in modi assai facili. Per esempio investendolo con affermazioni di questo tipo: “Tu hai un alto concetto di te stesso”, “Si vede da come ti comporti che ti ritieni superiore a tante persone”. Giunge la paralisi se l’innocente darà peso all’accusa invece che alle prove dell’accusa (ciò vale anche per il Sito che ospita le mie corbellerie. Viene di continuo criticato: il malanimo vigliacco – che di questo si tratta – c’è, ma prove non le porta mai.). Da quel momento si sentirà tratto ad agire come persona sospetta, a stabilire una falsa cordialità con persone indifferenti a lui per il destino che da lui le separa, a porsi quesiti vani sulla dignità delle persone più insignificanti, cioè penserà a vuoto e come il tarantolato, dovrà ballare. L’accusa di superbia ha colpito. Ed è solo un esempio.

E’ meglio che l’individuo non abbia troppe idee su se stesso (questo è ciò che l’asceta può fare anche radicalmente). Va superato l’invito all’autoconoscenza quando questa è una bufala che si svolge poi sul terreno dei pensieri vuoti o fiacchi: se uno crede di essere onesto o malvagio è già ammaliato.

Narra un racconto dello chassidismo che un rabbino stava alla finestra e chiedeva ai passanti cosa avrebbero fatto trovando a terra del denaro. A chi gli rispose che l’avrebbe portato al proprietario, rispose: “Sei uno sciocco”. A chi lo assicurò che l’avrebbe intascato disse: “Sei un mascalzone” e solo quando un passante replicò che non sapeva se sarebbe stato indotto a fare il bene o il male, egli levò le braccia in segno di giubilo, riconoscendo in quello il saggio.

Non lasciarsi irretire nelle categorie dei cretini intelligenti: non si abbia la supponenza di valutare come ininfluente la loro catalogazione, per loro è una necessità ma non esiste determinazione psichica che non sia contagiosa: batteri o virus dell’anima.

A mio parere, sul campo esistenziale le antiche sfide sono consentite, in nuova veste. Sono allegre, leggere: come la rinuncia agli spettacoli, decadenti o orridi, che la civiltà del meccanicismo psichico fornisce in abbondanza, opponendosi al costume di tolleranza generale. Come il rifiuto di rendere utile, consolatorio, positivo il proprio pensiero.

Citato uno, cito pure un secondo: lo shassidita Rabbi Nachman dice: “Meglio il malvagio che sa di essere malvagio del buono che sa di essere buono”. E davanti agli ovvi beni di fortuna o di carne, sia solo lecita una giocosa astinenza o un tragico piacere fin tanto che la meditazione non sciolga dalla meccanica e fornisca la retta ispirazione: che almeno si stia nell’ironia umana, nella lucidità dinanzi al reale, piuttosto che nella dubbia santità rapita fuori di sé.

Qualsiasi lettera rimane morta finché si miri a ricavarne dei precetti o si creda di dover comporre una sorta di casistica di cose lecite ed illecite, di costumi raccomandabili o riprovati. Provare: la lettera cade come scorza importuna se si scioglie la mente dall’ossessione della legge.

Due mali di estrema gravità sono: a) la soddisfazione di avere la coscienza a posto, b) gli scrupoli tormentosi. Da questi derivano le azioni che sono impedite di palesarsi con spontaneità. Chi indossa tali atteggiamenti crede di dover essere positivo in tutte le cose, di dover far servire a qualcosa la sua azione o il suo pensiero, di doversi unire ad un gruppo per aver ragione, di doversi appoggiare ad una istituzione per avere carismi o autorità. In pratica soltanto chi ha posto al centro di sé la Via allo Spirito può percorrere libero le vie di chi è vincolato e nemmeno ciò è un assoluto salvacondotto che lo ripari da delusioni, tradimenti e imbrogli.

Dai FRAMMENTI di Federico von Hardenberg (Novalis)

Novalis

Capiremo il mondo quando capiremo noi stessi, perché esso e noi siamo metà integrativi. Noi siamo figli di Dio, germi divini. Un giorno saremo ciò che è nostro Padre.

Che non ci sia in noi una facoltà che abbia la stessa parte che ha il mondo solido fuori di noi, l’etere, quella materia visibile-invisibile, la pietra filosofale che è dovunque e in nessun luogo, che è tutto e nulla? Noi la chiamiamo istinto o genio; dappertutto è precedentemente. Essa è la pienezza dell’avvenire, la pienezza dei tempi – nel tempo ciò che la pietra filosofale è nello spazio: ragione, fantasia, intelligenza e senso sono soltanto le sue singole funzioni.

In ogni caso il mondo è il risultato di una azione reciproca fra me e la divinità. Tutto ciò che è o nasce, nasce da un contatto di spiriti.

L’universale in ogni momento rimane poiché esso è nel tutto. In ogni istante, in ogni fenomeno agisce il tutto. L’umanità, l’eterno è onnipresente poiché non conosce né tempo né spazio. Noi siamo, viviamo, pensiamo in Dio poiché questo è il genere personificato. Esso non è un universale, un particolare per il nostro senso. Puoi dire forse che sia qui o là? E’ tutto, è ovunque. In esso viviamo, siamo e saremo. Tutto ciò che è autentico dura eternamente, ogni verità.

Se il mondo è quasi una precipitazione della natura umana, il mondo degli dei è una sublimazione di essa. Entrambe avvengono uno actu. Non c’è precipitazione senza sublimazione. Quel tanto di agilità che là va perduto, qui è guadagnato.

Noi siamo contemporaneamente nella natura e fuori di essa.

Tutto ciò che è visibile è attaccato all’invisibile, l’udibile al non udibile, il sensibile al non sensibile. Forse il pensabile al non pensabile.

Il pensiero puro, l’imagine pura, la sensazione pura sono pensieri, imagini e sensazioni non suscitate da un oggetto corrispondente, bensì sorte al di fuori delle così dette leggi meccaniche, della sfera del meccanismo. La fantasia è una tale forza extrameccanica: magismo o sintetismo della fantasia. La filosofia appare qui interamente come idealismo magico.

Se Dio poté diventar uomo, può diventare anche sasso, pianta, animale e elemento e forse in questo modo esiste una continua redenzione nella natura.

In certi scritti d’altri tempi pulsa un cuore misterioso che indica il punto di contatto col mondo invisibile, il divenire di una vita. Goethe deve diventare il liturgo di questa fisica – egli sa perfettamente il servizio nel tempio.

Con l’invisibile noi siamo più strettamente legati che col visibile.

L’uomo deve essere un autostrumento perfetto, totale.

La nostra vita non è un sogno, ma deve diventarlo e forse lo diventerà.

Tutto ciò che è involontario deve trasformarsi in volontario.

Il nostro corpo deve diventare volontario, la nostra anima organica.

L’uso attivo degli organi non è altro che pensiero magico, taumaturgico, o uso arbitrario del mondo dei corpi; infatti la volontà non è altro che magica, energica capacità di pensiero.

L’ignoto, il misterioso è il risultato ed il principio di tutto. Ciò che non si lascia afferrare è in uno stato imperfetto e bisogna renderlo a poco a poco afferrabile. La natura è per sé inafferrabile.

Ogni persuasione è indipendente dalla verità naturale. Essa si riferisce alla verità magica o alla verità miracolosa. Della verità naturale ci si può persuadere soltanto in quanto diventa verità miracolosa. Ogni dimostrazione si basa sulla persuasione ed è quindi solo un ripiego quando manchi la completa verità miracolosa. Tutte le verità naturali, dunque, si fondano anch’esse sulla verità miracolosa.

Quanto più grande è il mago, tanto più arbitrari il suo procedimento, la sua sentenza, i suoi mezzi. Ognuno fa miracoli a modo suo.

Il saggio perfetto si chiama veggente.

Rientrare in se stessi significa per noi astrarre dal mondo esterno. Analogamente presso gli spiriti la vita terrena è una contemplazione interiore, un entrare in se stessi, un’azione immanente. Così la vita terrena scaturisce da una riflessione originaria, da un entrare primitivo, da un raccogliersi in se stessi, che è così libero come la nostra riflessione. Viceversa la vita spirituale in questo mondo scaturisce da uno sfondamento di questa riflessione primitiva. Lo spirito si risviluppa, riesce da se stesso, rielimina in parte quella riflessione e in quel momento dice per la prima volta “io”. Qui si vede quanto sia relativo l’uscire e l’entrare. Ciò che chiamiamo entrare è veramente un uscire, una ripresa della forma iniziale.

Un uomo che diventa spirito è nello stesso tempo uno spirito che diventa corpo. Questa specie di morte, se posso esprimermi così, non ha niente a che vedere con la morte comune: sarà qualcosa che potremmo chiamare trasfigurazione.

Ogni caso è meraviglioso, un contatto di un essere superiore, un problema, un dato del senso attivamente religioso.

Erigere mondi non basta al senso che penetra in fondo: ma un cuore che ama sazia la mente che aspira al sublime.

La distinzione fra poeta e pensatore è soltanto apparente e va a svantaggio di entrambi. E’ un indizio di malattia e di costituzione morbosa.

I corpi sono pensieri precipitati e cristallizzati nello spazio.

Chi nella spiegazione dell’organismo non ha riguardo all’anima e al legame tra questa ed il corpo, non andrà molto avanti.

Un giorno l’uomo dormirà e veglierà ad un tempo continuamente. La maggior parte della nostra stessa umanità dorme ancora un sonno profondo.

COMMENTANDO

Lamanuense-di-Dubovac-©-Andrea-Lessona-615x410

Un mio vecchio amico (anzi più che un amico poiché col tempo è diventato un fratello) ha scritto da qualche parte l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi che procede con la Concentrazione.

Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene poiché ha calcato sul tanto per non burlarsi dei lettori attivi, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di condizioni e situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme come sempre – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati a ottantanove gradi verso il minimo.

Purtroppo i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che così non è, che così non può essere e che, se qualcuno parla così, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato come ottusa manovalanza dagli agenti klingoniani.

Questo perché, anche sul gradino più elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero (quello che “non paga dazio”): già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti e i grandi sistemi, sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.

Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi alle pagaiate in canoa e riprendere a correre dopodomani. Come sembra logico! E’ un vero peccato che cozzi contro la realtà: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei il raffreddore per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, diverrei un perfetto raccoglitore di ogni germe vagante in vena di conquista e così via.

Questo perché il corpo è un insieme interconnesso e non v’è organo che venga sollecitato separatamente dagli altri organi: non v’è per il fegato un lunedì di lavoro e il martedì di riposo (come tutto sia “collegato” lo si osserva, senza sforzi particolari, persino nel cadavere aperto per bene in autopsia completa, se lo si guarda conoscitivamente e spregiudicatamente).

Nell’anima, le forze sono ancor più frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: in tale modo che, ad esempio, separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.

Tutto l’uomo interiore interviene in un atto così radicale com’è la Concentrazione (nemmeno la coda di paglia che abbiamo tutti ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno estremo l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire…mentre il sentire vero, il grande organo di percezione interiore, inizia a liberarsi dalla tenebra che lo imprigionava proprio nel falso sentire. Pensate ad un occhio che volesse vedere solo se stesso: che funzione avrebbe? Questo è il falso sentire, il coccolo degli spiritualisti.

La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, così essa azzera implacabilmente il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose degli istinti e delle brame: così comincia a far nascere nell’anima la terza delle tre potenze che mai l’uomo terrestre aveva conosciuto nella loro realtà originaria. Il volere è la spada leggendaria che nessun soggetto riflesso impugnerà e brandirà mai: mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo e di cui è poco più di un secreto.

Mi sa che le persone abbiano un sesto senso, chiamato con più (im)pertinenza fifa nera: che funziona da sé solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo reclami a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te…sono dolori e patteggi o molli.

Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, succede che non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. Era successo qualcosa di positivo, dunque ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto discepolo.

Comunque, se uno non ha avuto per improbabile destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare che i sospirati mutamenti possano diventare reali. Anche l’uomo fatto può volere la luna, come un bambinello, ma stando sicuro perché sa bene che non l’avrà mai.

Questa non è una critica ad un fratello, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate righe. Ad esempio, quando egli scrive di varianti per generare più intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho/abbiamo scritto in vari commenti, cioè che la tristemente famosa “immagine sintesi” è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale o artificioso di rappresentazioni) si dimentica del consiglio più semplice e rude.

Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli più attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e di questo ne parlavano con Scaligero, ossia che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero semplicemente potuto ripeterlo più e più volte.

Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che alla “saturazione”, la saturazione dell’anima, che nel mondo del sensibile trova analogia in un bicchiere che va riempito fino all’orlo da dove poi il liquido trabocca, non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito, divenuto familiare, di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi. Allora: riempire il bicchiere è analogicamente l’esercizio, il traboccare (ciò che trabocca) inizia ad essere quello che si realizza: realizzare qualcosa non è mai l’esercizio ma quanto va oltre esso.

Naturalmente, chi è furbo più di una volpe, cambia spesso l’oggetto…per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio loro a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, esattamente come i muscoli del corpo fisico i quali si rafforzano combattendo resistenze progressivamente più elevate (Milo docuit).

Può essere, per un certo tempo che spesso non è minimo, che il lavoro interiore sia per l’anima come l’andare da un dentista: paghi molto per gustarti sgradevolezze e dolori di ogni tipo, tenendo conto che il dentista sei tu, ossia un pasticcione autodidatta che si impratichisce sopra la soglia della propria sopportazione.

Qui però ho esagerato: superate le tensioni corporee che immancabilmente duettano con lo sforzo interiore, la ripetizione voluta dell’esercizio dapprima disturba la spontaneità dell’anima (astrale), poi diviene un vero sforzo per il pensare che attraversa la scura, appiccicosa selva dell’astrale: il cervello, veicolo del pensiero ordinario, si stanca e si inceppa. Sembra davvero impossibile pensare. E’ un buon momento poiché precede il disincagliarsi del pensiero dall’organo che abitualmente lo media attraverso il corpo fisico. Il motivo del tanto sta in questo. Semplicemente.

Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stata ripetuta cento o mille volte.

Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal principio alla fine dell’esercizio.

Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovrebbero essere inderogabili:

a) la prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio, più volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso, le stesse immagini.

b) la seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto catena di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.

Queste due, per lungo tempo non sono regole, ma piuttosto intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima con più energia e determinazione secchiate abbondanti di pura insistenza e vagoni di pazienza.

Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata nell’età del ciuccio. C’è chi dirà che non è vero ma nel sistema limbico è così: la Chiesa imbarazzata si è decisa di cancellarlo dalla carta geografica dello spirito ma il Limbo vive in noi e tiene tutto.

E’ da esso che galleggia sulla soglia crepuscolare della coscienza comune la strana visione che una Via iniziatica sia simile a via X o ad un viale alberato Y: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è una aspra e stretta mulattiera, invisibile per le anime ipovedenti, che parte dai limiti inferiori: da un basso che più basso sarebbe impossibile, per giungere a Tir-na-nÓg.

Perdendo un pezzo di sé ad ogni passo. Non il sé ma tutto ciò che di solito crediamo sia parte di noi: qui perdendo si diventa più forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo e che siamo. Spoliazione ineludibile per una frazione di ora ma che poi può diventare l’intimo carattere stesso dell’anima: essa tinge l’intera anima. E’ bene ricordare che non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.

Dobbiamo sempre ricordare che, nel campo dello spirito non esistono parole umane e che “ l’iniziato che vuole esprimere ciò che ha sperimentato in una sfera sovrasensibile è costretto ad esprimere ciò coi mezzi della rappresentazione sensibile. Per cui non si deve pensare che la sua esperienza sia adeguata ai mezzi da lui usati per esprimerla” (R. Steiner: Dagli Atti del IV Congresso Internazionale di Filosofia – Bologna 1911). Dunque qualsiasi esperienza interiore che non sia rappresentazione tolta dal sensibile deve – se necessario – venire enunciata con  parole usuali ma con un senso diverso: anche questo sforzo necessario è una continua disciplina dell’esoterista che tenti di abbandonare la dialettica per giungere a momenti noetici. Tant’è che spesso sceglie il silenzio.

Insomma, un lavoro interiore che porti a qualcosa è un lavoro severissimo e pian piano, esso assorbe tutto il vivere: certamente gli esercizi indicati dai Maestri richiedono solo brevi frazioni di tempo…però nel tempo i loro effetti riorganizzano la vita. Persino la spontaneità, che deve esserci, che è salutare, muta: la spontaneità naturale diventa cosa diversa.

La coscienza umana impara ad essere una condizione meditativa che, in immobile trasparenza, continuamente si plasma nel variabile.

Molti tra tanti amici che leggono queste righe meditano nella solitudine di una stanza e forse nella solitudine umana generale. Non è facile dirigersi nella direzione opposta a quella che pare abbia preso il mondo: ebbene, si facciano coraggio. Anche se soli non sono mai soli, non sono abbandonati. Intorno al meditante, con animo fattivo, amoroso, si raggruppano i Messaggeri e se, per dedizione alla disciplina, i mari interiori si placano e s’acquieta il vortice abissale (come le cascate dell’Iguazú ma senza fondo) che per essi appare spaventosamente l’uomo, allora possono entrare e uscire portando in dono suggerimenti e sottili aiuti: ciò non va cercato. Succede.

Per non incorrere in equivoci, molto di cui sopra si rivolge ai neofiti…tenete in conto che anche alla più decisa e dedita creatura umana occorrono tempi di maturazione lunghi o molto lunghi. Poi, in effetti, l’esercizio regale, la Concentrazione e la Concentrazione Profonda, penetra subito in profondità: se la Volontà è stata risvegliata, l’opera è immediata, la via è aperta.

Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: poi basterebbero tre minuti…

LA PIETRA E LA FOLGORE DEL LOGOS

MAGG 14 LUGL 2016 FKHSIFS 059

EPPURE INTERNO AL CUORE IL PALPITO S’IRRAGGIA.

IRROMPE OVE LA MORTE E’ TESA E VUOLE L’ADDENSARE.

IRROMPE E SFUGGE IL SOGNO AL MALE LACERATO.

 

AVVIENE L’ATTO DEL MORIRE NEL CENTRO DELL’OLTRAGGIO

MA RESURREZIONE IMPOSSIBILE SUBENTRA NELL’ISTANTENEO IRROMPERE SOLARE.

FRANTUMANO CERTEZZE FONDATE SULL’ORRORE CHE VOLEVA INVADERE IL REALE.

 

NETTA NELLA SUA PURA LUCE LA FERREA ESSENZA CREA DALLA MORTE L’ORO.

 

E ORO SI IMPRIME VITTORIOSO OVE LA MORTE INELUTTABILE VIENE STRAPPATA AL FATO.

POSSENTE MORTE INELUTTABILE CHE UN ANCORA PIU’ POSSENTE FOLGORE DEL DIO TRASMUTA IN  VITA  ETERICA DELL’AUREO.

INPENSABILE ED INCONCEPIBILE ATTO REDENTORIO VIENE PENSATO OVE L’INTELLIGERE CONTEMPLA IL CONCEPIRE.

 

MENTRE L’UMANO CHE SPERIMENTA IL FRANTUMARSI DEL FATALE ARRETRA DINANZI ALLA VOCE MINERALE

CHE ANCORA COCCIUTA NEGA CIò CHE PUR AVVIENE NELLO SPERIMENTARE IN ALTO L’AUREO CHE RISANA.

INFINE  – SOVRAMENTALE – L’ATTUARSI DELL’IMPOSSIBILE SANARE E’ LA REALTA’ LIMPIDA CHE NELL’INTELLIGENZA FOLGORA EVIDENTE.

 

ED UN’ARPIA SCOMPARE DAL DESTINO MENTRE IL NUME ANGELICO RISPLENDE OPERATIVO.

 

FATTI SEGUIRANNO NEL REALE.

CONSEGUENTI ALL’ATTO FOLGORANTE CHE ANCORA NELL’INVISIBILE AVVAMPA IMMATERIALE.

REALE TRASMUTAZIONE DEL PESANTE CHE  – VISITATO DALLA FOLGORE CONCESSA E CONQUISTATA –  ORA LIBERATO PREPARA LE VESTI DELL’EVENTO.

 

ATTO DELLA FOLGORE NEL LOGOS:  AVVIENE E S’ATTUA

FRA GLI INFINITI ATTI CHE ANCORA ATTENDONO I VARCHI ESTREMI CHE POTREBBERO IRRAGGIARLI.

LA PIETRA E LA FOLGORE DELL’IO CHE LA TRASMUTA IN ORO.

 

ASCESI CORONATA DI TEMPESTE CHE NELLA DEGNITA’ DEI CUORI SPALANCA LA TRIVIALITA’ DEL MONDO ALLA DIVINITA’ DELL’IO CHE LA REDIME.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

GENFEBMARZ 2013 FK 034

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L’ARCHETIPO-AGOSTO 2016

Anno XXI n. 8
Agosto 2016

larchetipo-agosto

Solleone 3

In questo numero:

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ISIDE SOPHIA-TREDICESIMA Lettera (Parte II)

Denderah

TREDICESIMA LETTERA

Aprile 1945

LA NATURA DEL MONDO PLANETARIO:

IL SOLE 1

(Continuazione)

GLI EVENTI IN CIELO

L’evento più importante in Cielo attualmente è il nodo di Venere nella Costellazione di Ariete e in quella dei Pesci. Durante i mesi passati abbiamo visto Venere come la brillante Stella vespertina nel Cielo occidentale, ma presto scomparirà completamente dalla nostra vista. Nello Zodiaco si muove in maniera retrograda verso il Sole, e il 25 aprile starà direttamente sopra il Sole. Dobbiamo immaginare che in realtà sta tra il Sole e la Terra; solo l’angolo nel quale la vediamo dalla Terra ci appare come stesse sopra il Sole. Questi nodi di Venere, che avvengono allorché essa sta di fronte al Sole – cioè nello spazio tra il Sole e la Terra – hanno luogo in intervalli ritmici di circa 19 mesi, ed ogni volta essi hanno luogo in Costellazioni diverse dello Zodiaco.

Se disegnassimo un’immagine come un cerchio su un foglio di carta, e dopo l’osservazione dei movimenti di Venere per un periodo di 8 anni segnassimo i nodi – le congiunzioni inferiori allorché Venere è di fronte al Sole, e le congiunzioni superiori allorché Venere è dietro il Sole – faremmo una sorprendente scoperta. Troveremmo che tutte le congiunzioni hanno luogo ai 5 angoli di un pentagramma regolare inscritto nel cerchio. In un intervallo di 8 anni avremmo sempre un nodo ed un a congiunzione superiore in ogni angolo di questo pentagramma.

PENTAGRAMMA DI VENERE

foto

L’attuale nodo di Venere ha luogo in Ariete e nei Pesci. Dobbiamo ora immaginare che in questo punto dello Zodiaco uno dei 5 angoli di un enorme pentagramma sta sospeso nei Cieli.

Perciò, questo angolo in Ariete e nei Pesci deve essere stato la scena di altre congiunzioni di Venere con il Sole.

L’ultimo nodo, ed anche l’evento culminante che fu la congiunzione inferiore, ebbe luogo in questo angolo attorno a Pasqua del 1937. Quattro anni più tardi, alla Pasqua del 1941, avvenne una congiunzione superiore all’incirca nella stessa posizione.

Una vicina comparazione mostra che questo angolo del pentagramma si è mosso leggermente in maniera retrograda dal 1937. Nel 1937 era esattamente tra la testa dell’Ariete ed uno dei Pesci. Ora, nel 1945, è entrato completamente nei Pesci, e per i futuri 100-120 anni questo angolo si muoverà lentamente attraverso i Pesci. Non solo questo angolo è in movimento, ma l’intero pentagramma sta lentamente ruotando nello Zodiaco come i raggi di una gigantesca ruota cosmica. Noi viviamo in un’epoca nella quale uno dei raggi della ruota sta allontanandosi dall’Ariete e sta entrando nei Pesci. Soltanto dopo altri 300 anni circa l’umanità sarà nuovamente testimone di questo evento.

Proprio come il volto di un essere umano tradisce le sue emozioni e le sue esperienze, questo evento esprime la vita interiore dei Mondi Spirituali. Nella sfera di Venere possiamo incontrare le Entità Spirituali che sono le guide e i Guardiani delle comunità umane; per esempio quelli delle nazioni. Così, se la “Stella a cinque punte” di Venere (che è il pentagramma creato dalle congiunzioni di Venere col Sole) inizia un nuovo ciclo con l’entrata dei Pesci, dobbiamo aspettarci che sia un’espressione di grandi decisioni degli Spiriti dei Popoli. Nel guardare negli eventi del Cielo, potremmo dire che possiamo percepire qualcosa come un grande consiglio degli Spiriti di Popolo a causa dell’allarmante situazione sulla Terra.

Un evento simile ebbe luogo alla fine del XVII secolo allorché Pietro il Grande divenne Zar di Russia ed occidentalizzò il suo Paese con grande energia. Sarebbe molto interessante studiare la storia di quei giorni strettamente in rapporto con gli eventi attuali, e attraverso un tale studio troveremmo una migliore comprensione di molte tendenze che divengono manifeste oggi in Europa.

Il presente nodo è collegato pure all’anno 1937, che fu il periodo della cosiddetta Guerra Civile in Spagna, e soprattutto con il periodo precedente lo scoppio della guerra tra la Germania e la Russia nella primavera del 1941.

Ciò indica altresì i problemi dell’umanità così come essi si rivelano da un punto di vista spirituale. Il transito dall’Ariete ai Pesci suggerisce il problema Oriente-Occidente dell’umanità moderna che è rappresentato in Europa, in una specie di via miniaturizzata, nella polarità di Spagna e Russia. Così, se siamo coscienti di questo evento venusiano in Cielo, impariamo ad ascoltare l’Apocalisse dei prossimi cinquanta e persino cento anni, che è il necessario risultato del giudizio spirituale degli eventi attorno a noi.

(Continua)

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L’ANIMUCCIA E LA CONCENTRAZIONE ( di F. Giovi )

-Gran-Sasso-

(Gran Sasso d’ Italia)

Nell’articolo del mese scorso avevo accennato ad una nota del gennaio di quest’anno. L’ho ritrovata e riletta. Gran cosa non è ma, batti e ribatti, è parte di quello che sto dicendo da un buon quarto di secolo. Non considero L’Archetipo una sorta di seconda scelta, perciò per farla stampare l’ho rivisitata completamente e implementata con molte aggiunte.

Quanto ho scritto in questa nota è, per certi aspetti, diverso da quello che ho scritto il mese passato: lí mi rivolgevo all’importanza della disciplina sull’anima, qui invece l’anima viene considerata come il grande ostacolo che l’operatore trova lungo la via interiore. Il punto di vista può sembrare diverso, ma basta semplicemente intendere cosa l’anima può significare. Se ci comprendiamo su questo, l’eventuale contraddizione sparisce.

Però è possibile che qualcuno possa sentirsi irritato a causa dell’apodittica frase che segue: “Solo chi è capace di attraversare l’anima e uscirne conosce la concentrazione”.

E chi la fa davvero ha subito compreso cosa essa significhi.

Perché, vedete, sarebbe sempre il momento del grande rintocco di mezzanotte in cui una voce possente grida ai danzatori di smascherarsi: solo cosí cadrebbero le infinite interpretazioni, i logoranti “distinguo” e le polemiche poco serie su cose serissime.

Scrissi un giorno che anche i sassi si concentrano. Mica è una battuta! Dal punto di vista delle dottrine della Potenza, i sassi esprimono al massimo e costantemente la potenza della immobilità: in ciò realizzano una concentrazione assoluta. Le piante invece esprimono la potenza della crescita e della riproduzione. Gli animali la potenza del moto… e l’uomo?

Già, l’uomo (homo o vir: pure questo è un bel problema che quasi nessuno desidera risolvere dentro sé)! Egli contiene naturalmente in sé le potenze elencate, e non ditemi con sussiego che lui però possiede l’anima, perché quella ce l’ha anche il mio cane che, per intelletto associativo, ha pure una cagnesca visione del mondo e certe cose le comprende anche meglio degli uomini: a naso.

Forse l’uomo (dico “forse” perché c’è una casistica che fa cadere le braccia e non solo quelle…) possiede l’intuizione del proprio Principio che i fratelli minori, quelli degli altri regni, non hanno: ciò permette che le sue esperienze acquisiscano durata e conservazione fuori dalla giostra del mero percepito.

È un’intuizione costante, almeno quando egli è desto, ma pur essa tende ad attutirsi considerevolmente quando le acque inferiori lo immergono troppo oltre la sua statura. È davvero notevole la capacità umana di farsi canale di forze ‒ sono entità, sono sempre entità ‒ aliene e distruttrici.

Tale capacità negativa, in tempi antichi, era meno perniciosa (né bianca né nera) e per quei tempi, pur essendo in parte persino naturale, veniva sorvegliata, controllata e talvolta indirizzata a scopi positivi.

Genericamente ora passa col nome di medianismo, medianità. Un nome non dice molto, specie se viene automaticamente associato a tavolini a tre gambe, ma possiamo comprendere meglio se immaginiamo i due piatti della classica bilancia. Poniamo su di un piatto la presenza del Principio e sull’altra la sua Assenza (come intuí Pascal, nel mondo il vuoto non ci sta, per cui “assenza del Principio” significa solo che se Lui non c’è, è stato sostituito da altro). Cosí ogni piatto si alza o s’abbassa a seconda di quanto pesa di piú o di meno l’altro. Possiamo anche immaginare che i due piatti, nell’ordinario, non stanno mai fermi: mai i “giudici” coincidono.

L’uomo ordinariamente è quasi sempre veicolo di qualcos’altro. Quando viene afferrato da un dilagante istinto o passione e compie le azioni sotto l’azione di quelle forze, il suo Principio pesa assai poco.

Non tengo lezioni di morale, che del resto mi pare materia di una cattedra sempre affollata: essere deprivati dell’Io è una condizione che vale per il criminale , il quale, afferrato da parossismi, compie i piú atroci delitti, e per il santo  che fa opera sovrumana quando viene rapito dalla sublime estasi spirituale. Ora vale pure per il dialettico che usurpa il trono non suo col vuoto e lesivo mondo delleparole.

La tirannia dell’Altro muta la propria fisionomia con i tempi, sa stare alla moda. Nel tempo dell’intelletto, pur di scansare il Principio, diventa “idea dominante” e funziona benissimo: subordina la coscienza dell’uomo all’ideologica passione che naturalmente si tinge di colori diversi per le singole anime, fornendo un’ammirevole impressione di libertà personale. In tale senso, dal condizionamento della natura e passando per il condizionamento delle regole, siamo giunti al condizionamento ideologico: un bel passo in avanti!

Qualcuno penserà subito alla Politica. Se vuole può farlo, ma non sarebbe esatto, poiché avviene per tutte le attività umane. Anche per le scienze. Ma qui è necessaria una distinzione tra quanto è prodotto dal rigoroso pensiero e quanto si presenta come un portato animico. Difficile è distinguere le due cose, giacché l’uomo è complesso e la sua interiorità disordinata, ma quello che risalta è che, quando l’anima personale prende il sopravvento con umori e predilezioni, quello che viene espresso si avvicina molto ad una sorta di leggiadría fantasticona e demenziale anche in rigorose figure scientifiche.

Spero comprendiate che non parlo di Anima ma di animuccia: quella di scarsa realtà che grava sul corpo fisico-sensibile allo stesso modo per cui il corpo la condiziona totalmente. E questo insano connubio dobbiamo tenercelo dalla nascita alla morte! È con l’animuccia che abbiamo a che fare per tutta la vita, abituati come siamo a darle una importanza sproporzionata e immeritata, poiché essa è la generosa fonte di tutte le nostre ambasce e dei nostri malanni: essa prospera con la nostra mancanza di centralità, con la nostra eterna confusione.

Poi, quando questa si incarica di decifrare le Vie dello Spirito, produce ineffabili pasticci: è lei che produce la babelica lotta del “tutti contro tutti”, anche tra coloro che, in buona fede, raccolgono mosche dicendo di fare disciplina del pensiero.

Molti, tra questi, mentono, pur non sapendo di mentire… Perché?

Perché, se la concentrazione non esce oltre l’anima, non può assolutamente chiamarsi ancora concentrazione. Da qui i mille equivoci (sempre in buona fede, spero).

Se la concentrazione inizia e termina nella sfera dell’animuccia, chiamiamola tentativo, chiamiamola inizio… chiamiamola pure prima tappa del controllo del pensiero… ma non chia- miamola con un nome che non le appartiene.

Come una linea ferroviaria consta di scali intermedi, cosí la concentrazione non principia dallo scalo di partenza e non rappresenta la stazione finale: essa è il trenino, il veicolo. Ma è con il trenino che si passa per il tratto significativo, e questo accade quando con il veicolo si oltrepassa il confine dell’anima.

Va messa e rimessa sempre in chiaro una cosa: l’anima (animuccia) teme ogni superamento: da reazionaria assoluta e ingorda, usa e userà ogni strumento a sua disposizione per non permettere alla coscienza pensante di disincagliarsi da essa. Non va sottovalutata, poiché userà le possenti forze corporee per sabotare ogni punto del tragitto. Userà tutti i sentimenti alti e bassi – fa lo stesso – e la debolezza insita nel pensiero riflesso (perciò corporeo: cioè riflesso dalla corporeità) per rendere difficilissimo il percorso.

L’asceta può superare l’impasse solo quando riesce a suscitare una forza con uno sforzo o atto piú potente, e questo non è facile.

Faccio un esempio al negativo. Un valido collaboratore di un tempo, preferí abbandonare l’arena adducendo come motivo portante che le situazioni di contrasto gli rovinavano per una settimana l’esercizio interiore (ricordatevi per piacere che è solo un esempio e niente altro). In parole povere, l’anima, turbata, non gli permetteva una buona condizione dell’anima.

Cose come questa, che comprendo e rispetto in quanto scelta personale, non dovrebbero accadere se non al neofita. Ad un esperto mai. Anzi, l’esperto avrebbe avuto ottime occasioni per separare o superare il maltempo animico, l’impulso polemico, lo stato d’animo e i pensieri parassiti dall’esercizio che richiedeva, nel caso, una dedizione o intensità maggiore.

Certo, non si può sostenere ogni giorno o piú volte al giorno una lotta senza quartiere: a volte possono mancare in simultanea l’energia e il tempo… ma sono pure imprescindibili all’esercizio momenti di determinazione e volontà anche straordinarie, tali da portarsi oltre il limite dell’anima. Sennò che staremmo a fare con l’indicare cose come il puro pensiero, la sua origine extra-corporea ed extra-animica?

Allora vivremmo la Via spirituale in una condizione di menzogna, allora dovremmo respingere il contenuto della Filosofia della Libertà, gli incalzanti insegnamenti di Scaligero, sempre ripetuti in tutte le sue Opere (senza ritagli ad usum di questo o quello) come contenuti da noi troppo distanti. I buoni propositi, con le cento iniziative al seguito, sono aria fritta: sincerità e coerenza di osservazione e pensiero con se stessi e con il mondo sarebbero un viatico migliore: se si svuota il pensare dai pensieri, resta poco, ma quel poco è piú reale e non indulge in sciocchezze.

Sono cosí tanti gli ostacoli che l’anima frappone tra l’approccio al dominio del pensiero e la concentrazione profonda, che sarebbe impossibile farne un elenco, e persino quando si impara a superare ciò che in un certo senso è grossolano ‒ come lo sono le invadenti impressioni corporee ‒ non dovrebbe esserci arresto ma un’ulteriore azione della volontà.

Poi può succedere di entrare in una condizione di sofferenza animica diffusa che, sebbene non sia localizzata come l’emicrania o il mal di denti lo sono nel corpo, ha il carattere della insopportabilità (il Dottore ne parla in un ciclo tradotto, ma non chiedetemi quale).

Questa insopportabilità è simile ai “muri” che esistono su vari livelli dei mondi invisibili. Lí, ovviamente, non esistono confini sbarrati come nella sfera sensibile, ma se si cerca di penetrare in sfere che superano la nostra maturità, e ciò è possibile, si può entrare in una oppressione assoluta che ci respinge: è una sofferenza totale che nel mondo sensibile equivarrebbe al tentativo di attraversare un muro di pietra, ma nel Mondo spirituale è peggio, poiché afferra tutto il nostro essere. Si potrebbe anche caratterizzare l’esperienza come una sorta di giudizio interiore (a cui si viene sottoposti) cosí potente che potrebbe annichilire tutto ciò che siamo.

Già prima di questo, la scelta di ritirarsi dal dolore (preagonico, lo chiama Scaligero, mica scherzando), o di continuare nonostante tutto, si offre continuativamente all’asceta: se rincantucciarsi nell’anima o uscire da essa: in una realtà piú alta, dove affanni personali e dolenzie di ogni tipo sono temporaneamente superati.

Almeno qualche volta l’esperimento andrebbe fatto. Uno fa l’esercizio e sa di non aver concluso nulla. Perché non ritentarlo? E ritentarlo ancora?

Quel che segue l’ho narrato molte volte… ma non fa male ripetere, anzi! Pure il Risvegliato lo sapeva, e in tale maniera comunicava. Un giorno, un giovanotto telefonò disperato a Scaligero. Aveva in mente il suicidio per ragioni e pulsioni che sono fuori da questo contesto. Massimo, dopo aver cercato di calmarlo, lo implorò di fare una concentrazione. Poi ci fu una seconda telefonata, e Scaligero convinse il disperato a fare ancora una concentrazione. Non so quante furono complessivamente le telefonate. Non furono poche. Ma, miracolosamente, l’autorità delle parole di Scaligero funzionò ed il giovane s’imbarcò in ore di ripetuti esercizi… finché, nella telefonata finale poté comunicare stupefatto a Massimo che tutto il dolore e la furia autodistruttiva che lo perseguitavano s’erano dissolti, erano spariti come d’incanto. Poi, il giorno dopo, guarda caso, anche i motivi sensibili che avevano travolto il suo animo si erano soluzionati per il meglio.

Io e altri vecchi sciocchi par mio abbiamo fatto cose simili molte e molte volte, decisi ad andare oltre la coscienza somatica, egoica (cioè ordinaria), a costo di schiattare. Anche con l’handicap pregresso di emicranie o in condizioni scomodissime, perciò dopo poco assai invadenti o dolorose. E taccio intorno a situazioni interiori come quella narrata che riguardò un discepolo di Scaligero.

Funziona? Non sempre ma talvolta sí, anche se mi piacerebbe raccontare storie di mali di testa magicamente scomparsi.

Però, quello che apprendemmo “sul campo” è che gli ostacoli possono venire superati e l’animuccia vinta (se si vince l’animuccia si superano simultaneamente gli ostacoli che provengono dal corpo). Se parlo di abnorme quantità, è solo perché devi attraversare un piccolo inferno per trarre dall’interiorità l’intensità necessaria, e l’uomo, in condizioni relativamente “normali”, non attiva l’intensità nemmeno a pagarlo a lingotti d’oro, non la conosce!

Chi, attraverso la concentrazione, riesce talvolta a passare oltre l’anima, osserva con sincera curiosità l’affanno di moltissimi a darsi regole per aprirsi allo Spirito che, evidentemente, in questo modo di pensare è sempre fuori dall’uomo.

È evidente che la comprensione dello Spirito come interno al proprio Io è rimasta un’astrazione, mentre le mille regole paiono la salvezza per le anime, ora presenti, ma portatrici di forti impulsi vetero-testamentari.

In queste ultime vige frequentemente un particolare disgusto nei confronti dell’ego, si sentono quasi indignate dalla sua miseria, dai suoi vizi… ma chiedo ai lettori, che razza di ego è quello che naviga controcorrente verso la propria estinzione? Dall’ego non si esce, è inutile indignarsi con se stessi (e con gli altri, soprattutto con gli altri) – pura perdita di tempo – mentre nella pratica del dominio di sé fa capolino il Principio.

Perché il Principio è ciò che subentra quando il pensiero cosciente e voluto supera il limite dell’anima. Perché a quel punto nulla resta della mia natura e dei suoi abiti, e virtú, vizi, convinzioni, carattere eccetera: tutto il mio mondo personale svanisce, è svanito. Piú radicalmente: svanita la riflessità, svanisce anche l’ego! Seppure rapido come una folgore, è un grave e grande momento: il nostro essere, quando vive in questo mondo, non sperimenta mai il pensare e percepire senza un continuo ricondursi al senso dell’Io corporeo, di continuo rivolgendosi alla sensazione di sé.

Invece, in quel momento, c’è “solo” l’Io puro che vede e sente, e non un suo riflesso verso cui rivolgersi, e anzi se questo fosse, per cosí dire, presente, si disintegrerebbe a causa dell’infinito terrore che il cosmo senza appoggi palesa al soggetto. Il veggente non veduto, il conoscente non conosciuto non è una caratterizzazione poetica o suggestiva, ma solo una tra le piú felici definizioni riassunte a posteriori da uno sperimentare indicibile: l’Io puro che sperimenta non può venire “sperimentato” da alcun ulteriore soggetto, perciò da nessuno.

L’Io si erge sull’abisso, l’Io può contemplare l’infinito e l’infinita potenza che si manifesta. Lí il pensare è forza vera, e si sa che appartiene al Cosmo: nel Cosmo il pensiero domina. Cosí non può certo “pensare” a stilare sofismi e regole di qualsiasi tipo, ovvero la produzione industriale dell’animuccia.

E pazienza se tutto questo può sembrare a tanti un glifo senza senso, impalpabile, persino innaturale. È… naturale che sia cosí. Solo sulla strada della concentrazione queste sono cose ben piú reali della vita di sogno che si vive nel costante crepuscolo pieno d’ombre del nostro tempo terrestre.

Franco Giovi

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per gentile concessione di

http://www.larchetipo.com/2014/dic14/

MARTINA VON LIMBURGER: INDICAZIONI MEDITATIVE

MARTINA VON LIMBURGER SCHUELERIN(1) .

Martina von Limburger

Tentativo di una sintesi di varie indicazioni di Rudolf Steiner riguardo alla meditazione

Ciclostilato come manoscritto – Stampa vietata

Amburgo, S. Michele 1953

Premesse

Forse io sono attualmente una dei soci più anziani della nostra Società. E così accade che non di rado mi si preghi di dare indicazioni sul meditare. Ritengo perciò che la cosa più giusta sia di far parlare Rudolf Steiner stesso. Nell’anno 1906 potei entrare nella cerchia più ristretta dei suoi discepoli ed ebbi così spesso l’occasione di parlare con lui, sia da sola sia insieme ad altri. Ho raccolto qui liberamente alcune sue spiegazioni sulla meditazione, espresse in varie occasioni ed altre ne ho accluse traendole da conferenze. È rimasto escluso quanto sulla meditazione vi è nei libri, perché è generalmente noto ai soci.

Martina von Limburger

bubu luglio2016002

La meditazione e la concentrazione non sono speciali cose misteriose – sono attività spirituali rafforzate al massimo che, nei gradini più elementari, si presentano anche nella vita ordinaria. Meditazione è una dedizione dell’anima potenziata illimitatamente quale l’abbiamo nei più bei sentimenti della vita religiosa. Concentrazione è un’attenzione potenziata al massimo che dobbiamo impiegare anche nella vita usuale. La caratterizziamo come attenzione quando non lasciamo fluttuare arbitrariamente sugli oggetti le nostre rappresentazioni e sentimenti, bensì quando ci concentriamo per dirigere il nostro interesse su un unico oggetto.

Questa attenta osservazione può essere illimitatamente rafforzata soprattutto con il collocare al centro della vita dell’anima alcune rappresentazioni date dalla Scienza dello Spirito. In tal modo, con l’esclusione di ogni altra cosa, di tutte le preoccupazioni e gli affanni, di tutte le impressioni dei sensi e gli impulsi di volontà, di tutti i sentimenti e di ogni pensare, l’intera nostra vita dell’anima può venir concentrata per un dato tempo in queste rappresentazioni poste al centro della vita dell’anima. Dobbiamo tuttavia tener presente che non ha tanto importanza il contenuto della rappresentazione, quanto l’attività, l’interiore attività che svolgiamo nella dedizione a tale rappresentazione. E spesso è necessario un ripetuto, lungo esercitarsi, talvolta per decenni, a seconda della diversa disposizione individuale, finché l’anima non sia interiormente sufficientemente rafforzata per sviluppare quelle forze che altrimenti dormirebbero assopite in lei e che mediante tale attenzione e dedizione illimitatamente rafforzata scaturiscono da essa.

Ciò che qui importa in modo particolare è l’esperienza attraverso la quale l’anima, mediante l’attività ora descritta, giunge a disciogliersi e a rendersi libera come essere animico-spirituale sempre più dalla realtà fisico-corporea. In tal modo, col tempo, si perviene a collegare un significato autentico alle parole: ora tu ti sperimenti quale essere animico-spirituale senza servirti dei tuoi sensi e delle tue membra; tu ti sperimenti fuori del tuo corpo fisico. E si è raggiunto un punto fecondo nella propria evoluzione, quando si è pervenuti ad osservare a partire da questa esperienza animico-spirituale, da fuori del corpo fisico, la propria corporeità con tutto quanto nel mondo fisico le è collegato, così come si ha dinanzi a sé un oggetto del mondo fisico. Di regola, si riesce a liberare in questo modo dagli strumenti corporei le capacità pensanti, le capacità rappresentative dell’anima, in special modo dal cervello e dal sistema nervoso, cosicché si sa di essere in un libero tessere del pensare completamente basato su se stesso, tuttavia fuori del sistema nervoso e del cervello.

La prima esperienza ci dà la consapevolezza di sapere: tu vivi pensando come nell’ambiente che circonda la tua testa; tu vivi e tessi così come di solito ti sperimenti allorché ti servi dello strumento del tuo pensiero, ma ora sai esattamente che questa vita e questo stare nel pensare si realizzano fuori del tuo capo. E soprattutto rimane indimenticabile – allorché la si sia vissuta una volta – l’impressione che si prova nel reimmergersi nel sistema nervoso e nel cervello, di come entrambi offrano una resistenza materiale, cosicché ci si deve immergere con violenza nell’elemento corporeo, dopo che ci si è sperimentati al di fuori di esso per un certo tempo.  

Ciò che a tutta prima, mediante l’attività ora descritta si riesce disciogliere dall’elemento corporeo è la capacità rappresentativa del pensiero, e non ancora l’attività del sentimento e quella volitiva dell’anima. A questo risultato porta solo l’illimitato accrescimento della dedizione. Una rappresentazione per questa accresciuta facoltà di dedizione dell’anima la offre il confronto con il sonno, nel quale l’anima dell’uomo nella completa immobilità del corpo viene separata da questo. è dedita all’andamento universale del mondo. Niente del nostro pensare cosciente s’intromette in questa condizione di sonno.

Questo stato naturale deve essere suscitato volontariamente mediante la meditazione, tuttavia con la differenza che in questo caso l’accresciuta capacità di abbandono deve condurre ad uno stato di coscienza più elevato. Mediante un atto volontario dell’anima il ricercatore spirituale deve portare al silenzio tutti i sensi, così come nel sonno viene distolta l’attenzione da qualsivoglia impressione del mondo esteriore. Tuttavia, mentre l’anima nel sonno s’immerge nell’incoscienza, con la facoltà di dedizione spirituale essa si desta entro la corrente divino-spirituale delle forze universali ad una coscienza nei confronti della quale l’abituale coscienza diurna appare uno stato di sonno.

Con tali disposizioni animiche l’investigatore dello Spirito, attraverso una totale immobilità della vita di rappresentazione legata al cervello e dell’intero organismo della parola, raggiunge la facoltà di sviluppare interiormente la medesima forza che, altrimenti, ad opera del corpo fisico, si manifesta l’esterno nel pensare e nel linguaggio.

Il momento più adatto per immergersi nella meditazione si dimostra essere la mattina poco dopo il risveglio. Al nostro risveglio dobbiamo anelare a ritornare prima possibile di nuovo nel mondo spirituale. Ora però coscientemente, reimmergendovisi mediante la nostra meditazione, così come ci prepariamo la sera ad entrare nel mondo spirituale.

Al momento del risveglio il meditante deve permanere, alcuni momenti, in maniera pienamente cosciente, nella quiete spirituale. Allorché fa ciò, egli accende il fuoco sacro, il calore interiore, che sono necessari per il suo anelito animico. Tuttavia, durante la meditazione che segue ci si deve sforzare di plasmare i pensieri in modo chiaro, acuto e determinato, quale agire animico svolgentesi in piena coscienza e consapevolezza. Al contempo, il proprio organismo fisico ed eterico deve rimanere intoccato, poiché in una e corretta meditazione si giunge a sperimentarsi, fuori dell’organismo fisico ed eterico, nel contenuto di forze di pensiero novellamente sviluppate. Attraverso ciò si giunge all’esperienza personale in una condizione di relativa oggettività. La si contempla e la si ri-irradia in forma di pensiero quanto si esperimenta nell’etere.

Quanto a lungo si deve meditare? Questo non lo si può esprimere in concetti temporali. Si persista tanto a lungo su ciascuna parola fintanto che si possa sviluppare mediante essa forza interiore. Si deve meditare con l’intero essere.

Correnti di vita spirituale fluiscono sempre attraverso il mondo. Tuttavia, fintantoché ci occupiamo con gli abituali pensieri giornalieri, quelle correnti non possono fluire in noi. Le parole delle nostre meditazioni sono porte aperte nei mondi spirituali, esse sono messaggeri alati che sollevano in alto l’essere umano nei regni sovrasensibili. Esse hanno la forza di dischiudere la nostra anima cosicché possano riversarsi in noi i pensieri delle nostre grandi Guide, i pensieri dei “Maestri della Saggezza e Armonia delle Sensazioni”. Perché ciò possa avvenire deve regnare in noi il più profondo silenzio. Le parole che al risveglio facciamo vivere nella nostra anima e che ci sono state date dai grandi Maestri dell’Umanità, non devono essere usate come argomento per speculare. Il resto della giornata ci offre il tempo per rifletterci sopra. Durante la meditazione dobbiamo tenere lontano ogni riflessione sul contenuto di quelle parole. Tuttavia dobbiamo anche ben guardarci dal ripetere le parole solo senza badare al senso e meccanicamente. Dobbiamo piuttosto aver chiaro che queste parole schiudono alla nostra anima il riversarsi in essa delle Entità Divine, così come il calice del fiore si apre per accogliere in sé i raggi del sole. Elevate Entità Spirituali si riversano su di noi durante la meditazione, ma soprattutto i pensieri di quelli che chiamiamo i Maestri dell’Umanità. Essi ci guidano e ci sono vicini durante la meditazione. 

Di notte troviamo i discepoli con i loro Maestri sul piano astrale, poiché colui che nella meditazione ha creato un legame con il proprio Maestro, possiede il collegamento che lo conduce a Lui. Questo processo si svolge durante la notte.

Ogni uomo, mediante l’immersione nelle scritture corrispondenti, può giungere ad un tale scambio e pervenire così al suo Sé superiore. Quello che fra qualche migliaio di anni sarà il nostro Sé superiore, riposa ora nel seno dei Maestri. Ed anche la reale conoscenza del nostro Sé superiore dobbiamo cercarla là dove oggi già la si deve trovare: presso le più eccelse Individualità. Questo è il rapporto del discepolo con il Maestro, mediante la meditazione.

La forza delle parole della nostra meditazione non è soltanto nel loro contenuto, ma soprattutto nel loro ritmo e nel loro suono. Dobbiamo ascoltarlo, allora attraverso di esse il mondo spirituale risuona nella nostra anima. Per questa ragione una formula di meditazione non si può senz’altro tradurla in una lingua straniera. Quanto possediamo in lingua tedesca di formule di meditazione è stato anch’esso tratto direttamente dai mondi spirituali. Ogni formula, ogni preghiera, suscitano i massimi effetti nella loro lingua originaria.

Impariamo a vivere nel suono delle parole, allorché immettiamo vera vita nelle nostre immagini di pensiero. Ciò si può raggiungere col formarsi di ogni singola parola una rappresentazione contemplabile sensibilmente, ad esempio per la parola “schöpfen” –  in tedesco ‘versare’, ‘creare’ –  come si versa (schöpft) acqua da un vaso. Così nella meditazione tutte le parole devono ricevere vita interiore concreta.

Tutte le rappresentazioni spaziali esistenti sul piano fisico, devono essere eliminate durante la meditazione; ma tutto quanto si collega alle impressioni dei sensi, come colore, luce, suono, odore, è presente invece anche nel mondo astrale. Per questa ragione è bene crearsi delle rappresentazioni possibilmente piene di contenuto; poiché in tutto quanto i sensi percepiscono, si esprimono Entità spirituali. Esse fanno fluire la loro essenza spirituale in colori, suoni, odori. Così, per la parola “Luce”, si deve risvegliare in se stessi una rappresentazione chiara, piena di luce, mentre si sperimenta come correnti piene di luce si riversino su di noi.

Immergendosi in tal modo in certi concetti e in pensieri eterni, si creano nel proprio corpo eterico impressioni vivificate (Leben-erhaltende), plasmatrici di organi. Si può, così, meditare anche sul concetto “Sapienza”; tuttavia non con definizioni irrigidite, bensì risvegliando in noi rappresentazioni di sensazioni dinamiche. Se si medita in modo giusto sul concetto di Sapienza, qualcosa della Sapienza stessa fluirà a noi e dai mondi superiori ci verrà fatta ottenere l’illuminazione.

Nei tempi antichi il rapporto coi mondi divino-spirituali poteva effettuarsi solo con i mantram, attraverso il suono. Oggi l’uomo può delineare nel suo intimo l’unione con la forza del Cristo mediante la parola ricolma di significato. Quando il discepolo riesce a isolarsi completamente nella meditazione dagli influssi e rumori esterni, quando egli riesce ad escludere il corpo fisico, egli vive allora nel corpo eterico, nel corpo astrale e nell’Io. Come in un fluido magnetico nella nostra meditazione dobbiamo essere trasportati nei mondi spirituali: siamo allora nella giusta disposizione spirituale. Ma non importano le parole di per se stesse bensì che dai mondi spirituali fluisca in noi il vero senso giusto quale forza risvegliatrice di vita, che ess siano ricolme di forza del Cristo. Le parole delle formule meditative sono scelte in modo da operare in maniera assolutamente impersonale, perché esse sono una veste, in cui si può celare il Logos fluente nel mondo. A queste correnti del Logos si debbono adattare le parole, che perciò sono collocate in modo assolutamente determinato.

La nostra meditazione, allorché essa avviene in modo corretto, determinerà in noi un rafforzamento spirituale. Non si creda che tale rafforzamento non sia già iniziato, anche se non siamo capaci di sentirlo. Spesso raccogliamo solo dopo anni frutti che non ci saremmo aspettati. Chi si contenta di poco e non esige con brama e impazienza la crescita animica, otterrà sempre un rafforzamento spirituale. Poiché ogni meditazione prima o poi determina in noi un rinvigorimento di forze.

Durante la meditazione si deve lasciare fuori tutto quanto è collegato con la vita esteriore. La porta che oltrepassiamo nella meditazione è come una sottile fessura. Tutto quanto di pensieri non pertinenti la meditazione vi s’intromette, agisce quale fuoco distruttore su quanto deve germogliare nel nostro intimo. La tentazione di lasciar intromettere nella meditazione tali pensieri è enormemente grande.

Poiché attraverso la nostra meditazione vorremmo evolverci più rapidamente, cercando di lavorare per l’evoluzione dell’umanità, proprio per questo la meditazione è il campo nel quale forze ostacolatrici cercano in ogni modo di intervenire producendo danni, facendoci venire per esempio in mente gli avvenimenti della vita quotidiana. Abbiamo però un mezzo occulto per proteggerci da questi pensieri non desiderati, un mezzo per ridurli al silenzio. A tale scopo ci si raffiguri nel modo più chiaro possibile il Caduceo, un’asta splendente, intorno alla quale si avvolge un serpente nero. Ci si raffiguri poi un serpente bianco che si muove incontro all’altro. Il serpente nero simboleggia i pensieri materiali, che ci disturbano, come essi siano collegati con l’uomo inferiore, mentre il serpente luminoso rappresenta i pensieri divini del Sé superiore. Se ci poniamo dinanzi all’anima, in tutto il suo significato, questo simbolo, come il serpente chiaro si avvolga di contro a quello nero, allora questi ostacoli scompaiono, cosicché possiamo dedicarci indisturbati alla nostra meditazione.

Tuttavia si deve mettere l’accento sul fatto che quel che importa non è di raggiungere più presto possibile dei progressi. Molti discepoli a tale scopo esigono sempre nuovi esercizi. La forza animica di un uomo si dimostra proprio nel fatto che egli è capace di indugiare a lungo su un esercizio, e che da esso sa trarne forze, spesso per un’intera vita. Ogni formula di meditazione è dotata di grande forza che è sufficiente per molto tempo per risvegliare le assopite forze vitali. Più progredito è il discepolo, maggiormente si destano in lui le forze spirituali, tanto più semplici divengono gli esercizi che riceve.

La vita meditativa riposa sul fatto che rendiamo presente all’anima il contenuto della meditazione nella “ripetizione”; in tal modo la meditazione diviene una forza interiore che continuamente persiste, come avviene allorché una goccia cade sempre di nuovo su di una pietra ed infine la incava. Se presente nella nostra anima solo una volta o dieci volte, la meditazione non riesce a condensare la forza interiore, che è quel che importa. Solo con la pazienza questa forza può svilupparsi, cosicché noi diventiamo coscienti dell’eterno germe essenziale dell’uomo. Poiché quello che conta è questa forza; ma essa viene in molti modi sfuggita dall’uomo. Possiamo accogliere in noi le Potenze del mondo spirituale solo se possiamo portare loro incontro in modo giusto questa calma interiore. Possiamo conoscerle unicamente, andando loro incontro mediante la nostra vita di rappresentazione.

Parallelamente alla meditazione disinteressata, deve procedere l’entusiasmo per ogni sensazione. Questo tuttavia deve porsi accanto al rafforzamento dei pensieri. Certi mistici cercano di soffocare completamente proprio i pensieri e di curare unicamente la vita delle sensazioni.

Ogni esoterista progredisce, s’egli esegue fedelmente e regolarmente i suoi esercizi, anche quando è insoddisfatto del loro risultato. Conta anzitutto il leale anelito. Con la meditazione diveniamo effettivamente altri uomini; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo.

Si può concepire la vita esoterica in modo da considerare gli esercizi che si ricevono come un’aggiunta alla propria vita normale. Ci si accorgerebbe, tuttavia, che i progressi ottenuti in tal modo non sarebbero rilevanti. La decisione, che l’esoterista dovrebbe prendere, consiste piuttosto di proporsi di portare in relazione alla sua vita esoterica tutto quel che incontra nella vita ordinaria.

Attraverso ciò egli si crea un centro, dal quale dirige l’intera sua restante vita.

Con la meditazione dobbiamo sviluppare una grande forza, la quale utilizza le parole della meditazione quali strumenti mediante i quali a poco a poco plasmiamo interiormente nel nostro corpo astrale i nostri organi spirituali con i quali poter percepire il circostante ambiente spirituale. Le impressioni che imprimiamo nel nostro corpo astrale solo col tempo diventano durature, poiché posiamo paragonare il corpo astrale ad una massa elastica che accoglie sì impressioni, ma dopo un certo tempo riacquista la forma precedente. Queste impressioni vengono impresse nel corpo astrale durante il sonno, quando l’Io ed il corpo astrale hanno abbandonato il corpo fisico. Più forte ed intensa è la nostra meditazione, tanto più fortemente queste impressioni s’imprimono nel corpo astrale, finché alla fine divengono durature, cosicché da esse si possono sviluppare gli organi animici.

Se ci si rende sordi e ciechi alle impressioni sensorie esteriori, si solleva con la meditazione a poco a poco il proprio corpo eterico fuori del corpo fisico e ci si unisce con l’aura del Cristo, che è ora l’aura della nostra Terra. Se ci sollevassimo fuori del nostro corpo senza il contenuto della nostra meditazione, la nostra anima sarebbe sola con se stessa. Ma così viene compenetrata dal Cristo e sperimenta il detto di Paolo: “Ora non io vivo, ma il Cristo in me”.

Il meditare determina una condizione intermedia, mediante la quale può venir superato l’unilaterale elemento luciferico e quello arimanico. Nel solitario pensare e rimuginare vi è la tentazione luciferica. Nell’osservazione unilaterale, tutta tesa verso l’esterno, vi è la tentazione arimanica. Si può, invece, determinare una condizione intermedia nella propria anima, rafforzando interiormente i propri pensieri in maniera così vivente, che li si abbiano dinanzi come qualcosa di vivente, come una percezione che si oda o si veda. Questa è una condizione intermedia, che viene raggiunta con la meditazione. Il meditare non è né pensare, né percepire, è un pensare che vive nell’anima in maniera così vivente, come una percezione, ed è un percepire che non ha nulla di esteriore, bensì ha pensieri come oggetti della percezione. Tra l’elemento luciferico del pensiero e l’elemento arimanico della percezione, scorre nel meditare la vita dell’anima in una condizione intermedia divino-spirituale, che sola sorregge il progresso dell’evoluzione del mondo.

L’uomo meditante, che vive nei suoi pensieri, sì che essi divengano in lui forze viventi, vive nella corrente divina. A destra egli ha i soli pensieri, a sinistra le sole percezioni; egli non esclude né gli uni né le altre, bensì sa che le polarità si debbono mantenere in equilibrio, così come il triangolo è determinato dalla somma dei suoi angoli.  

Meditazione significa: dedizione ad alcuni pensieri e sensazioni particolarmente adatti alla nostra individualità, con i quali ci identifichiamo totalmente. Naturalmente, in questa via lo sforzo umano assai facilmente s’indebolisce perché di fatto il rinnovato proporsi questo silenzioso e intimo atteggiamento dell’anima costa grandi superamenti. Ma con il tempo si riceverà il sentimento: sinora questo pensiero lo hai sempre solo pensato. Ora esso comincia a sviluppare una propria vita, a sviluppare una propria intima vivacità. È come se si fosse realmente in condizione di generare da sé un essere. Il pensiero comincia ad acquistare un’interiore forma. Questo è un momento importante, quello di sperimentare come il pensiero sia solo un involucro per un essere vivente realmente spirituale. Cosicché ci si può dire: i tuoi sforzi ti hanno portato a creare un palcoscenico su quale si sviluppa qualcosa che mediante te ora si desta a vita propria. Questo vivificarsi del pensiero meditativo è un momento importante. Il discepolo avverte allora di venire  afferrato dall’oggettività della realtà spirituale, egli sa che il mondo spirituale in un certo qual modo si occupa di lui; sì, gli si è avvicinato.

Quel che avviene nella meditazione, dimentica di se stessa, è qualcosa della più alta importanza. Mediante tale intimo processo del meditare viene realizzato un sottile consumo di calore. Ogni processo meditativo è connesso con un sottile processo di calore e di luce. Luce e calore vengono da noi consumati durante la meditazione. Attraverso di esso si forma nella meditazione proprio un processo vitale. Anche nel nostro pensare quotidiano si verifica un processo di calore nel nostro organismo, che determina il ricordo. Ma nella meditazione non si deve arrivare a ciò. Se viviamo nel puro contenuto di pensiero, quello che consumiamo quale calore e luce non si imprime nel nostro corpo, bensì nell’universale etere cosmico. E ciò causa un processo esteriore nell’ambiente circostante. In un’autentica meditazione imprimiamo la nostra forma di pensiero nell’universale etere cosmico, cosicché nello sguardo retrospettivo su di un processo di meditazione, non abbiamo a che fare con un ricordo, ma con una percezione obbiettiva di impressioni nell’etere cosmico.

Chi è impegnato nel vero meditare, vive in un evento che contemporaneamente è un processo cosmico. Quel che accade è quanto segue: nel meditare viene consumato calore, attraverso il quale sorge il freddo. L’intero etere cosmico generale viene raffreddato. E poiché viene consumata anche luce, poiché essa viene attenuata, ne nasce oscurità. Chiaroveggentemente si può sempre osservare, quando un individuo ha meditato in un luogo: di lui vi rimane un’immagine d’ombra, che è persino più fresca dell’ambiente circostante. Si è realizzato qualcosa che può essere paragonato all’impronta su una lastra fotografica. 

Se riflettiamo a ciò, capiremo altresì come l’uomo, che nell’incarnazione successiva ritorna sulla Terra, ritrovi nell’etere cosmico le tracce dei suoi pensieri di meditazione. Qui vediamo realmente come operi il Karma. Perciò il meditante ha sempre più il sentimento: non sei semplicemente tu, colui che qui pensa, bensì avviene qualcosa, all’interno del quale tu stai, ma che si realizza oltre te come qualcosa di duraturo. Questo «sentirsi come nell’atmosfera, come nell’atmosfera del tessere e dell’essere dei propri pensieri», come se i pensieri si muovessero in onde dentro ed attraverso di noi, ciò dà il sentimento sicuro: tu ti trovi all’interno di un mondo spirituale, e tu stesso sei solo un membro tessente nel tessere generale del mondo divino. E questo è un sentimento notevole che ci giunge nella quiete animica della meditazione: non sei solo tu colui che fa compie ciò – ciò viene compiuto! Tu hai iniziato a provocare queste onde, ma esse si espandono attorno a te. Esse hanno una loro vita propria, della quale tu sei solo il centro.

È un’esperienza che ci dischiude la conoscenza del mondo spirituale. È un’esperienza di straordinaria importanza, alla quale tuttavia appartengono pazienza, costanza e abnegazione. È sufficiente questa esperienza per ricevere la piena convinzione dell’obbiettiva esistenza del mondo spirituale.

I momenti più importanti, più significativi per lo sviluppo della nostra vita esoterica sono quelli dopo la meditazione, quando facciamo penetrare nell’anima la calma assoluta, al fine di fare agire su di noi il contenuto della meditazione stessa. Dobbiamo sforzarci di prolungare sempre più tali momenti, perché col «trarsi fuori» dalla cerchia dei nostri pensieri e sentimenti giornalieri, con questo «svuotar se stessa» della nostra anima, noi ci poniamo in comunicazione con un mondo dal quale ci vengono incontro immagini, delle quali dobbiamo dire che esse non sono possono essere paragonate a nessuna altra cosa della nostra restante vita.

Se dopo ogni meditazione risvegliamo in noi un sentimento di gratitudine e venerazione – un sentimento che possiamo chiamare stato interiore orante – e al contempo siamo coscienti della grazia della quale siamo stati partecipi, allora noteremo già che siamo sulla strada giusta e come i mondi spirituali ci vengano incontro.

Sullo sguardo retrospettivo

La sera prima di addormentarci dobbiamo prepararci al fatto che entriamo nei mondi spirituali, ma non con preghiere egoistiche per una fine beata o qualcosa di simile, bensì nello stato interiore di gratitudine, perché di nuovo saremo accolti nel grembo delle Entità Spirituali. Qui giuoca un grande ruolo l’esercizio dello sguardo retrospettivo. In forma di immagini, ma con successione invertita, risalendo dalla fine verso l’inizio, il giorno trascorso deve scorrerci dinanzi retrospettivamente. Al tempo stesso, per ogni esperienza vissuta nella giornata, dobbiamo domandarci: ho fatto giustamente questa cosa, non avrei potuto farla ancora meglio? Molto importante è, al contempo, imparare a guardare a noi stessi come ad un estraneo, come se ci considerassimo dall’esterno e ci criticassimo. Soprattutto dobbiamo tendere ad avere una rappresentazione della vita della giornata la più chiara possibile. È perciò molto più importante potersi ricordare i piccoli avvenimenti che non le vicende importanti. Un comandante che abbia combattuto una grande battaglia, avrà la sera davanti agli occhi l’immagine della battaglia, essa aderisce da sé alla sua anima, invece come si sia infilato o sfilato gli stivali non lo saprà più. Importante è avere un quadro il più possibilmente completo della nostra vita giornaliera. Ci vediamo per es. attraversare la strada, cerchiamo di ricordarci come erano allineate le file di case, dinanzi a quale vetrina siamo passati, quali uomini abbiamo incontrato, che aspetto avevano, quale aspetto avevamo noi stessi. Poi ci vediamo entrare in un negozio e ci ricordiamo della commessa che ci è venuta incontro, cosa aveva indosso, come parlò, ecc. Per ricordarci questi particolari dobbiamo sforzarci molto, ma proprio questo rinvigorisce le forze della nostra anima. Tuttavia non si ha bisogno di pensare che per fare ciò sia necessaria un’ora. Dapprima ci si ricorderà poco, ma infine si giungerà a percorrere chiaramente l’intera vita diurna con l’anima in soli cinque minuti, in immagini mutevoli e in tutti i particolari.

Tuttavia a questo risultato si deve tendere con pazienza; a chi faccia scorrere dinanzi a sé solo in modo superficiale gli eventi della giornata questo esercizio non serve affatto. Lo scopo a cui tende è questo: quando un uomo ha percorso una lunga via e alla fine del cammino desidera conoscere il tragitto percorso, può farlo in due modi: può collocarsi con la schiena di contro alla via percorsa e cercare di ricordare quello che sta dietro a lui. Ma può anche voltarsi per abbracciare con lo sguardo la via. Di un periodo di tempo passato, possiamo dapprima solo ricordarci con la memoria, ma non sappiamo ancora abbracciarlo contemplativamente con lo sguardo. Ma l’abbracciare con lo sguardo, che conosciamo unicamente per lo spazio, è possibile anche per il tempo. Così impariamo a leggere nella Cronaca dell’Akasha, ove è iscritto ogni avvenimento. Dapprima si riconoscono solo i fatti che ci riguardano, finché s’impara a riconoscere anche dell’altro.

A questo processo si ricollega anche la trasformazione della memoria, che nella sua astratta forma nell’esoterista scompare mentre un’altra facoltà ne prende il posto. La capacità di contemplare direttamente il passato, cosicché non si ha più bisogno della memoria usuale. Un buon allenamento (Schulung) per la memoria è anche quello di leggere prima dell’addormentarsi circa sette righe di “Scienza Occulta” e imprimersene il contenuto, senza imparala a memoria, e la mattina dopo richiamarli alla mente. Con l’esercizio si acquista presto una certa abilità che agisce in modo benefico e rinforzante sulla memoria. 

Quel che si esegue nello sguardo retrospettivo è una creazione di immagini spirituali, che portiamo con noi quale estratto nel mondo spirituale. Che ciò debba avvenire in successione rovesciata, è in rapporto con lo scorrere del tempo nel mondo spirituale, il quale si svolge in senso inverso, cioè nella direzione contrapposta alla sequenza del mondo fisico. In tal modo il mondo spirituale può fluire più facilmente in noi. Con l’abituale pensare progrediente ci poniamo in opposizione al mondo spirituale e lo respingiamo lontano da noi. Taluni esoteristi si lamentano del fatto che nella meditazione serale si addormentano, ma tali lamentele spesso non sono giustificate, poiché questo fatto può anche significare un progresso. Naturalmente ci si deve dare da fare per restare svegli; ma non è necessariamente sempre un errore se durante la meditazione serale ci si addormenta. Avviene che, dopo l’addormentarsi, l’esercizio prosegua. Svegliandosi durante la notte, si deve cercare di ricordare l’esercizio e cioè il punto in cui questo si è interrotto. Si può allora ricevere il sentimento di come l’esercizio nel frattempo abbia ulteriormente operato in noi. In questo caso, si cerchi di ricordare che cosa nel frattempo ha continuato incoscientemente ad agire in noi. Ciò può causare gradualmente la penetrazione cosciente nel mondo spirituale.  

Si faccia attenzione, inoltre, al fatto che non si deve mai meditare tra mezzanotte e l’una di notte, poiché in tale ora ci colleghiamo con azioni nocive.

Meditazione all’addormentarsi

«Ritorna a se stessa l’anima

che avvolta nel sonno

vola nei mondi spirituali,

quando la costrizione dei sensi l’opprime».

«Io mi addormento; fino al risveglio la mia anima sarà nei mondi spirituali. Lì incontrerà la Potenza dell’Essere che guida la mia vita terrena, che vive nel mondo spirituale. Là essa incontrerà il suo Genio. E quando mi sveglierò, avrò avuto l’incontro col mio Genio. Le ali del mio Genio avranno avvolto la mia anima».

Ulteriori indicazioni per la meditazione

bubu luglio2016003

Prima di iniziare una meditazione dobbiamo renderci conto con chiarezza se abbiamo il tempo di portarla a termine. Interromperla non va bene, perché allora Arimane può impadronirsene. Anche una meditazione fatta distrattamente può offrirgli questa occasione. Non si deve mai iniziare una meditazione nuova, quando la luna è decrescente, la cosa più giusta è iniziarla due giorni dopo la luna nuova. Prima o poi conosceremo i mondi spirituali attraverso la nostra meditazione, ma dobbiamo essere memori sempre del fatto che questo avvenga nel modo giusto, cioè non per curiosità, ma per aiutare l’umanità. Se faremo attenzione di non portare mai con noi nei mondi spirituali nulla delle nostre simpatie e antipatie e delle nostre piccole preoccupazioni, allora essi ci si schiuderanno e ci lasceranno entrare nel modo giusto. Per l’esoterista, non è sufficiente nemmeno la pura e semplice, seppure coscienziosa, osservanza della morale corrente, poiché codesta morale può essere sottilmente molto egoistica, ove l’uomo dica se stesso: Voglio essere buono, cosicché vengo considerato buono. L’esoterista non fa il bene, per essere considerato buono, ma perché sempre di più riconosce che solamente il bene fa progredire l’evoluzione del mondo, mentre il male e la stupidità e la bruttezza pongono ostacoli sulla via dell’evoluzione. Tutte le meditazioni, le concentrazioni e gli altri esercizi saranno privi di valore, e perfino dannosi sotto certi riguardi, se la vita non si ordina secondo queste condizioni. All’uomo non si possono dare forze, si possono soltanto portare a sviluppo quelle che già sono presenti in lui. Queste non si sviluppano da sole, perché vi sono ostacoli interiori ed esteriori. Gli ostacoli esteriori sono eliminati mediante particolari regole di vita, quelli interiori soprattutto mediante le particolari indicazioni sulla meditazione, concentrazione, ecc. Si può rendere talmente vivo interiormente quello che si pensa, talmente pieno di forza, da avere dinanzi a sé il proprio pensiero come qualcosa di vivente, in maniera così concreta come qualcosa che si oda o si veda. Questo è una condizione intermedia. Nel mero pensare, alla cui base vi sia il rimuginare, vi è l’accostarsi di Lucifero all’uomo, nel mero ascoltare, invece, sia che si tratti di percezione, sia che si tratti di sottomettersi all’autorità degli uomini, vi è l’elemento arimanico. Quando si rafforza interiormente e si risveglia l’anima, in modo da udire e vedere, per così dire i propri pensieri, allora si ha il meditare. Il fare i nostri esercizi con dedizione e serietà è lo strumento esoterico per l’allentamento del nostro corpo. Per il corpo fisico trarre fuori il corpo eterico è come quando ad una pianta, per un certo tempo si sottraggono i succhi. La pianta inaridisca e così è – anche se non lo si vede fisicamente – anche il corpo fisico: se vi è prediposizione a malattie, queste vengono fuori. Ma se il corpo eterico si abbevera nel modo giusto di verità spirituali, allora esso acquista forze nuove e queste agiscono a loro volta in maniera risanatrice sul corpo fisico. Dobbiamo riuscire a sviluppare i “fiori di loto” nel corpo eterico mediante impronta del corpo astrale*.

[* N.d. M.v.L: Vedi le esposizioni di Rudolf Steiner in L’iniziazione. Come si conseguono conoscenze dei mondi superiori. Del resto in una conferenza una volta il Dr. Rudolf Steiner parlò della rotazione dei fiori di loto. Egli mostrò ciò chiaramente sul petto dell’interrogante, così come le lancette dell’orologio ruotano sul quadrante dell’orologio stesso].

Dobbiamo sentire nella nostra anima le parole della meditazione il più possibile piene di colore e di luce, dobbiamo sentirle risuonanti nella nostra anima, vivere completamente immersi in esse. Nei colori e nei suoni dimorano entità spirituali. Mettendoci in contatto con determinate impressioni sensorie fluiscono in noi determinati esseri. Attraverso il lavoro esoterico dobbiamo appropriarci di un nuovo pensare, di un nuovo sentire e di un nuovo volere. Un pensiero una volta pensato, noi dobbiamo farlo trapassare penetrare nel nostro sentimento, e questo compenetrarlo interamente. Il pensare fluttuante in noi al momento del risveglio è il pensare cosmico che pensa in noi. Possiamo essere immersi in esso, se il sogno non viene sperimentato solo in maniera riflessa, come accade il più delle volte, ma in modo tale da esservi realmente immersi dentro, così da muoverci insieme con l’elemento animico, in maniera da essere presenti in esso spiritualmente. Con il penetrare nei mondi spirituali, i concetti che qualcuno che si son fatti sul piano fisico non aiutano uno nel modo più assoluto. Solo qualcosa può essere conservato: la facoltà dei concetti, il senso per la verità e la logica. Inoltre, la capacità di formare nuovi concetti e il senso per le nuove verità che si impareranno a conoscere.

Ciò che l’uomo sperimenta interiormente nella meditazione e concentrazione, agisce sul corpo astrale così come la luce agisce sull’occhio fisico, e il suono sull’orecchio fisico, poiché entrambi sono stati plasmati a partire dalla luce e dal suono. Mediante questa esperienza interiore della meditazione il corpo astrale riceve una nuova organizzazione. Ne vengono tratti fuori gli organi di conoscenza per i mondi superiori, così come gli organi sensori fisici sono stati tratti dalla luce e dal suono. Ma questi organi si consolidano nel corpo astrale solo in quanto vengono impressi, stampati nel corpo eterico o corpo vitale. Fintanto che il corpo eterico si trova nel corpo fisico, è molto difficile che vi si imprimano le esperienze del corpo astrale. Specialmente nei tempi antichi non era possibile che quanto si formava nel corpo astrale mediante la meditazione e concentrazione si imprimesse nel corpo eterico, se questo restava unito al corpo fisico. Se riflettiamo che veramente il mondo sensibile esiste per noi soltanto perché in esso sono stati plasmati con fine cesello gli organi, allora non ci sembrerà particolarmente strano che venga affermato che anche negli arti superiori dell’uomo, nel corpo eterico e astrale, vengano formati siffatti organi superiori. Il corpo fisico dell’uomo oggi è già organizzato, invece i corpi superiori non lo sono ancora. In colui che aspira all’iniziazione vengono formati questi organi superiori. E per realizzarli si tratta di afferrare l’astrale, là dove esso lo si può avere nella sua purezza. Oggi non è affatto facile sollevare, estrarre il corpo eterico.   

L’uomo riconoscerà sempre di più la necessità di concentrarsi realmente nel pensiero (wirklich regelmäẞig zu konzentrieren), per raccogliere l’intera vita dell’anima in questi pensieri; per dirigere l’intera sua vita dell’anima su pensieri ben precisi, che egli stesso si pone dinanzi alla coscienza, mentre diversamente egli lascerebbe fluttuare i suoi sensi di cosa in cosa, di fatto in fatto. Così sempre più egli dirigerà, anche se per breve tempo, la sua vita di pensiero su oggetti ben determinati che egli stesso si sceglie.

Si giungerà al punto che, mediante la vivificazione delle rappresentazioni della Scienza dello Spirito, in un certo qual modo, ci si metterà in una condizione simile a quella in cui si trova un uomo che è seduto in treno o su una nave, e che si deve sforzare interiormente contro lo sballottamento, tanto da non accorgersene più, e restare completamente “in sé”. Oggi questo è possibile solo con rappresentazioni della Scienza dello Spirito, ma si deve tenere presente che a tal scopo è necessaria la sempre rinnovata ripetizione, poiché quello che conta è la forza che da essa scaturisce. Allora si rimane, per così dire in sé, presenti a se stessi, calmi e sicuri. Le potenze del mondo spirituale possono “entrare” in noi, allorché portiamo loro incontro in modo giusto una tale calma. Solo così possiamo divenir coscienti, che andiamo loro incontro attraverso una tale vita di rappresentazione come è stata caratterizzata.  

Ciò che conta è di sentire che, indipendentemente dalla vita del nostro intelletto, qualcosa pensa in noi, qualcosa di cui possiamo dire: non io penso, bensì esso pensa in me. Anche se dapprima tali pensieri per noi sono poco significativi, li possiamo però rinforzare e sollecitare con un sentimento di gratitudine verso le potenze superiori. Quando dopo ogni siffatto evento, anche se per breve momento, diciamo: “Vi ringrazio, o Potenze delle Gerarchie superiori, che mi avete fatto notare una cosa simile”, allora ad opera di questo sentimento di gratitudine, di venerazione aumenteranno questi momenti nei quali mondi superiori si vogliono manifestare. Potremo dapprima conservare nella memoria quanto la percorse come oscuro sogno, ed infine potremo volontariamente determinare tali condizioni, e a poco a poco ci diventerà chiaro che questo pensare, in fondo, è sempre in noi, indipendentemente dal pensare intellettuale.

La gratitudine è la coppa che noi eleviamo agli Dèi, onde la ricolmino coi loro doni meravigliosi. Se, con tutta serietà, si sviluppa il senso di gratitudine, allora vi sarà la gratitudine, la dedizione piena d’amore per gli invisibili donatori della vita spirituale, ed è la maniera più bella di esser condotti, partendo dalla propria personalità, al soprasensibile, se questa direzione muove mediante la gratitudine. Una tale gratitudine approda infine alla venerazione e all’amore per lo spirito umano donante vita. Essa genera l’amore, l’amore genera poi il dischiudersi del cuore per le Potenze spirituali che permeano la vita. Se, dopo ogni meditazione, ridestiamo in noi il sentimento di gratitudine e venerazione – sentimento che possiamo chiamare stato d’animo orante – e diveniamo consapevoli della Grazia di cui partecipiamo, allora ci accorgeremo che stiamo sulla strada giusta, e che i mondi spirituali ci vengono incontro.  

Dobbiamo farci altre rappresentazioni su ciò che a tutta prima sperimenteremo. Ci lamentiamo, per es., che nella nostra meditazione si intromettano pensieri che ci opprimono e ci disturbano. Se riflettessimo meglio, dovremmo riconoscere che è un progresso l’esser divenuti più sensibili, poiché avvertiamo che questi pensieri sono più forti di noi. Essi ci inducono a raccogliere maggiore forza nella nostra meditazione, poiché sono esseri luciferici quelli che in noi sollecitano i nostri propri pensieri. Questi esseri sono sempre presenti dentro di noi, ma nell’andamento della vita ordinaria la loro voce è sopraffatta. Il silenzio che creiamo con la nostra meditazione ci fa avvertire che cosa accade nell’andamento della vita giornaliera. L’intera nostra costituzione, il rapporto dei nostri corpi, muta ad opera della nostra meditazione: anche se la facciamo ancora male e in maniera ancora poco abile, tuttavia traiamo fuori dal corpo fisico il nostro io e corpo astrale, e parte del corpo eterico, e così nei minuti che seguono alla meditazione possiamo avere esperienze notevoli nel nostro corpo eterico. Dai mondi superiori ci possono venire anche ispirazioni per il mondo materiale. L’anelito è quello che conta. Attraverso questi esercizi diveniamo effettivamente uomini diversi; questo avviene incondizionatamente, anche se noi non lo notiamo. Poiché in tutti questi esercizi, siano essi dati in libri o a voce, risiedono le forze che disciolgono il legame del corpo eterico e lo traggon fuori del fisico. Altra cosa è rendersi conto di tali mutamenti. Difatti l’anima può già avere effettivamente organi, ma c’è una differenza s’essa dorma o sia desta nel suo ambiente spirituale circostante. Per ridestarsi e divenir cosciente le necessitano grande forza e preparazione. Alcuni hanno difficoltà a diventar coscienti, perché si rappresentano sempre di nuovo il mondo spirituale come un secondo mondo fisico, solo più sottile, più compenetrabile. Questo è un grande ostacolo, perché non notiamo allora i delicati sintomi del risveglio. Ma chi accoglie correttamente le spiegazioni esoteriche, può comprendere come il mondo spirituale venga sperimentato al risveglio dell’anima. Per realizzare ciò ci si deve porre dapprima una volta la domanda: che cosa è realmente il pensare? Esso è sovrasensibile: con il pensare dell’uomo, noi siamo sempre dentro al mondo sovrasensibile. Noi viviamo nel pensare, ma non lo sperimentiamo in maniera immediata. Poiché quello che sperimentiamo sono i riflessi del pensare nel corpo fisico. Il cervello è lo specchio. Attraverso il discepolato esoterico l’uomo deve giungere a sperimentare il pensare stesso e non soltanto i pensieri. Si tratta di un gran passo avanti verso questa esperienza. Come ulteriore esperienza emerge il fatto che l’uomo sente irradiare da sé tutto il bene, il giusto, il vero ch’egli pensa. Egli sente ciò come un crescere verso l’avvenire, e come se plasmasse il seme per il proprio futuro. Però cresce e si espande anche quanto di non giusto, di cattivo, e di brutto egli pensa e sente. Sente irradiare ciò in maniera assolutamente reale, molto concretamente, e sa che i pensieri cattivi che egli emana, serviranno in futuro di alimento a quelli buoni. Perciò impara a capire perché nella meditazione lo sopraffanno tanti pensieri e sentimenti errati e brutti. Le potenze malvagie prediligono gli uomini che progrediscono mediante la meditazione, piuttosto che gli uomini comuni e li perseguitano ancora più intensamente, per rovinarli. Ma di fronte a chi si rappresenti dinanzi all’anima la lignea croce nera con le sette rose le potenze malvagie devono cedere. 

Nella meditazione i pensieri si devono formare in modo chiaro, acuto, preciso, essere un atto di pura spiritualità che svolgentesi in piena consapevolezza. Il nostro organismo fisico ed eterico deve restare completamente immobile nella meditazione. In una meditazione corretta si giunge a vivere il contenuto delle forze di pensiero, sviluppate fuori del proprio organismo fisico ed eterico. Lo si contempla ed esso irradia, riflettendo in forma di pensieri, quanto si sperimenta nell’etere. Si possiede lo sperimentare eterico nella propria organizzazione, si giunge allo sperimentare personale in condizione di una relativa oggettività.

L’uomo deve meditare in immagini per penetrare nella sua interiorità. In ciò agisce il culto, che veramente si accosta con fervore all’uomo: ogni elemento cultico, non solo ciò che è forma esteriore del culto, bensì la comprensione del mondo in immagini. Fintantoché si vuole giungere nella propria interiorità, alla autocoscienza con immagini e rappresentazioni astratte, non ci si riesce. Non appena ci si immerge nella propria interiorità con immagini che ci rendono concrete le esperienze dell’anima, allora ci si afferra nella interiorità.

Con lo sviluppo superiore il discepolo abbandona, anche se per breve tempo del giorno, il suo sé inferiore col quale egli si trova nella vita quotidiana, e mediante il quale entra in contatto con il mondo esteriore. Durante la meditazione egli lo abbandona a se stesso, gli sottrae, per così dire, un vigilante che di solito lo controlla continuamente, che regola in parte e in parte reprime le sue caratteristiche particolari, o perlomeno le imbriglia. Per il fatto che tale nostro io inferiore è lasciato a se stesso, sia pure per breve tempo, sbucano fuori da ogni parte angoli nascosti delle nostra natura qualità, che credevamo già vinte e la cui soppressione ci era sembrava affatto facile. L’uomo può divenire in certo modo peggiore se non esercita continuamente il più rigoroso controllo su se stesso. Dobbiamo anche essere grati agli Dèi per i nostri difetti, giacché la lotta contro di essi ci rende forti e liberi. Ma, neppure per un attimo, dobbiamo amare i nostri difetti. Se combattiamo seriamente e ci sforziamo instancabilmente, sentiremo come quanto in noi è difettoso muoia.

Ma questo diventar peggiori non può verificarsi, se il meditante fa sufficiente attenzione a se stesso, alla sua vita, al suo ambiente. Soprattutto l’esoterista deve aver quotidianamente davanti agli occhi, che tutto il suo anelito è quello di raggiungere il suo Sé superiore, e deve riflettere che cosa sia questo Sé superiore. Non deve credere di dover portare qualcosa incontro a questo Sé superiore, bensì deve mantenersi in atteggiamento di attesa di fronte ad esso, e tutto attendere da lui. Come un fluido magnetico nella nostra meditazione, esso deve condurci nei mondi spirituali, allora siamo nella giusta disposizione di pensiero. Ma non hanno tanta importanza le parole – le parole devono dare soltanto la veste – ma quello che conta è che da esse fluisca in noi dai mondi spirituali il senso giusto, ciò che conta è essere ricolmi della forza del Cristo.  

OLTRE IL GIARDINO ( di Arlana )

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Un giovane apprendista di un monastero Zen in Giappone era molto zelante nello studio della dottrina dell’Ottuplice Sentiero, nella recita dei sutra, nella ripetizione delle sacre sillabe dei mantra e nella pratica della meditazione. Si impegnava altresí a fondo nell’assolvere ad ogni mansione pratica affidatagli quotidianamente dall’anziano Maestro che lo istruiva.

Quel giorno toccava alla pulizia del giardino. Era un compito che necessitava di grande cura e attenzione, dato che non si trattava di un giardino comune, ma di un luogo nato come espressione ideale, sul piano terrestre, di uno spazio celeste, atto al ristoro della mente, delle membra e del cuore. La superficie non era vasta, ma molto differenziata. Vi cresceva una vegetazione che, se pure ben ordinata, appariva spontanea. Faggi e betulle svettavano alti, sovrastando edere e felci, e specchiandosi in un fiumicello. Brevi radure si alternavano a fitti cespugli. Grandi pietre levigate dall’acqua sembravano montagne in miniatura. L’autunno inoltrato aveva cosparso il terreno di foglie gialle e rossastre che le abbondanti piogge degli ultimi giorni avevano ammassato.

Bisognava tutto ripulire, badando a sradicare le erbacce che insidiavano, con il loro disordinato moltiplicarsi, l’armonia dell’insieme. Anche il ponticello in legno che congiungeva le due rive erbose era invaso da foglie e pietrisco. Occorreva liberarlo dalla vegetazione marcescente, perché rischiava di diventare sdrucciolevole. Su quel ponte transitava spesso il Maestro, durante le sue solitarie passeggiate all’aperto. Il discepolo l’aveva visto incamminarsi verso l’altra sponda, ma a metà strada si era sempre sottratto alla sua vista, per ricomparire dopo un certo tempo senza che si potesse scorgere da dove. Il giovane non aveva fatto domande, ma aveva compreso che quel ponte congiungeva due dimensioni, delle quali una gli era ancora preclusa. Molte volte egli vi si era avventurato, ma nulla era successo: aveva solo raggiunto l’altra riva, che in nessun modo si differenziava dalla prima.

La giornata di alacre lavoro, iniziata all’alba, era trascorsa velocemente sarchiando, rastrellando, riordinando. Nel pomeriggio inoltrato, il luogo appariva trasformato. Tutto era pulito, netto. Nulla sembrava piú offrire all’occhio l’immagine d’abbandono che solo poche ore prima emanava dal giardino. L’anziano monaco uscí all’aperto per osservare l’operato del suo allievo. Stette un po’ in silenzio, poi si avviò lentamente verso un grande albero rosseggiante al sole del tramonto. Scosse un ramo basso, poi un altro. Una pioggia di purpuree foglie si riversò sul terreno sottostante. Il Maestro si allontanò, poi tornò ad osservare. «Adesso è perfetto», disse, e si avviò sul ponte, celandosi alla vista del discepolo.

Nei giorni che seguirono, il giovane apprendista aveva meditato a lungo sull’importanza della “naturalezza” di un paesaggio rielaborato dall’uomo, finché giunse a sentire in sé la bellezza dell’eterno divenire di nascita, sviluppo, decadenza, trasformazione e rinascita. Il Maestro non gli aveva assegnato compiti pratici, ma solo consigliato una quieta e raccolta osservazione della vegetazione, nel giardino ora cosí ben curato. Quel pomeriggio, un riverbero di sole traspariva tra le foglie degli alberi, facendole accendere di barbagli d’oro. Il ragazzo aveva contemplato per ore, immobile, la natura che lo attorniava. Ad un tratto gli sembrò di scorgere, oltre il ponte, un paesaggio circonfuso d’un chiarore ineffabile. Si alzò e prese a camminare, lentamente. Il Maestro si era affacciato alla soglia del monastero. Lo guardò allontanarsi, giungere a metà dell’arcuato ponticello, scomparire nella luce.

 

Gemma Rosaria Arlana

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RELAZIONE SU EVOLA

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Qualcuno mi dice: “Ma mettere su Eco le parole di una personalità chiacchierata che parla (anche bene) di un tradizionalista suis generis che sputtanò l’antroposofia in lungo e in largo, forse non è il caso.”

Io credo invece che lettori pensanti troveranno interessante l’esperienza di Pio Filippani Ronconi sulla via della Potenza e della Conoscenza – perché la traccia è questa. Quanto di positivo viene riconosciuto a Evola dal Relatore andrebbe riconosciuto come corretto per due fondamentali motivi: il primo si snoda lungo un esame conoscitivo ben superiore alle chiacchiere del sūq del sedicente spiritualismo. Il secondo vale come lezione per tutti: anche quando venga superata la visione del nostro primo mentore, sarebbe una condizione da “uomini di paglia” non mantenere devozione e rispetto per quanto egli si fece positivo veicolo della nostra ricerca.

Il prof. Ronconi non è ben visto. Anche negli ambienti che si professano cultori di Scienza dello Spirito e, in qualche strano modo, discepoli di Massimo Scaligero: ciò a dimostrare l’imperante formalismo e (soprattutto) l’incapacità di penetrare in anime e situazioni diverse dalla propria.

Milano, novembre 1988.

Parlare di Evola e della sua filosofia per chi ne abbia seguito l’opera e il pensiero durante gli anni formativi della propria personalità, non è compito facile: si rischia sempre di parlare di se stessi, di scivolare, cioè, in un’autobiografia, di esporre le proprie esperienze e non di colui di cui si parla.

Ma tant’è: essendo io per ragioni cronologiche e per particolare inclinazione del mio ingegno, epigono di quella generazione che conobbe e partecipò all’esperienza singolare – vale a dire “occulta” – di Evola, mi limiterò a parlare di questa, abbondantemente testimoniata, per esempio, dai titolo della “Magia come Scienza dell’Io”, de” L’Uomo come Potenza”, della “Teoria dell’Individuo Assoluto”, della “Tradizione Ermetica”, tralasciando gli aspetti artistici e infine, politici, che in qualche modo caratterizzarono la sua produzione ulteriore.

Quindi mi esprimerò come testimone di quanto allora fu tentato o sperimentato come accesso ad una realtà sovrasensibile, su cui opera un piano di forze che sovrasta anche il divenire della storia. Per quanto, invece, possa personalmente riguardarmi, si tratterà semplicemente di fatti “accidentali” che, come elementi ambientali, fanno da sfondo ad una vicenda principale, sia per chi la impersonò – cioè Evola – che per la generazione che ne seguì l’esempio.

Il mondo in cui io conobbi l’opera, indi la persona di Evola, era una società, sì fondamentalmente conservatrice, ma in rapida trasformazione sulla quale incombeva il presentimento di un uragano ineludibile, quello della guerra, nella quale noi giovani ermetisti avremmo forgiato le nostre aspirazioni virili ed eroiche.

Mi riferisco al periodo tra le due guerre, in particolare a quel 1934 nella cui estate ritornai assieme ai miei familiari, reduci da quarant’anni di emigrazioni, dalla Spagna natale, sfuggimmo di stretta misura alla guerra civile che sarebbe esplosa da lì a poco. Il passaggio dalla puerizia all’adolescenza fu così segnato – evento quanto mai karmico – da un insieme di fatti familiari traumatici e di eventi interiori che marcarono il mio destino. Importanza fondamentale ebbe per me la scoperta dell’Oriente o, detto meglio, dell’Induismo tantrico, sulla scorta delle edizioni di Arthur Avalon è, più ancora, delle tecniche di autorealizzazione interiore che dedussi da “L’Uomo come Potenza” dell’Evola e dall’insegnamento del Gruppo già di UR.

Questo veniva a soddisfare un’ansia di conoscenza intesa ad una esperienza concreta delle realtà sovrasensibili, non tanto per sfuggire alla presa di un mondo che reputavo in estrema decadenza, bensì per dominarne la negatività attuando per via interiore la conversione dell’ignota sua potenza in una dimensione di Luce. Non lo sapevo ancora, ma si tratta di quello che il Mahâyâna denomina âśraya parâvrtti, la “revulsione dell’appoggio”, “appoggio” dato dal mondo delle percezioni sensibili, che viene meditativamente sperimentato secondo la dimensione trascendente dei suoi archetipi.

Non si tratta di un’astrazione logico-discorsiva, ma di esperienze di un mondo “al di là da forme e fattezze”, che l’interpretazione evoliana di allora ne rischiarava a tratti l’impervio cammino. L’accesso all’Oriente tradizionale era facilitato dallo studio che, come autodidatta, avevo compiuto in vari ambiti linguistici: ciò mi permetteva l’accesso alle fonti.

Ancora ragazzo avevo appreso l’arabo e il sanscrito, a cui avrei aggiunto il turco, il persiano e il greco classico, quest’ultimo per conseguire la licenza liceale classica che mi avrebbe permesso l’accesso alla Scuola orientale. Oltre l’utilità pratica di permettermi di rileggere in lingua originale i testi sapientemente citati dall’Evola a commento degli esercizi, ero attirato dallo studio delle lingue perché ritenevo – come ritengo ancora – che in ogni idioma sia imprigionata una favilla del verbo creatore, una creatura angelica che custodisce il destino del particolare popolo che parla quell’idioma.

Presi coscienza, attraverso gli esercizi quotidiani, di un’altra vocazione che urgeva nel mio spirito, con l’esigenza di una prova iniziatica, ed era questa la vocazione militare, intesa come offerta sacrificale allo spirito immortale della Nazione in cui mi ero incarnato. Questa esperienza che qualche anno più tardi avrei dovuto affrontare combattendo in Africa Settentrionale ed in Italia, fu di contrappeso spirituale agli studi orientali, questi indirizzati verso la meditazione e la realizzazione devozionale, quella orientata verso l’affermazione dello “io sono” e l’assunzione della responsabilità inerente la mia condizione di uomo.

La rilettura dei saggi contenuti in “UR – la Magia quale Scienza dell’Io”, mi rafforzarono nella mia duplice vocazione: quella sapienziale e quella militare. Oltre all’Evola, che conobbi personalmente ai miei sedici anni, presi contatto con qualche altro Autore che operava in quel sodalizio, in particolare con Giovanni Colazza, altissima personalità spirituale, di indirizzo per molti versi opposto a quello di Evola, ma da Lui profondamente rispettato – tra l’altro ne fu il paziente fino a quando si estinse, nel 1953.

Per un giovanetto precoce, quale io mi era, l’Evola de “L’Uomo come Potenza” rappresentava un generoso stimolo spirituale, anche perché mi aiutava considerevolmente a scoprire l’autentica collocazione di ciò che andavo studiando e sperimentando. Mi aiutò – proprio Lui, l’anti-borghese e l’anti-politico per eccellenza – a riconoscere il limite metafisico delle concezioni del mondo che allora, come ancora oggi, si contendevano il dominio del mondo. Non mi meravigliava, quindi, che fosse in sospetto dai regimi politici in auge, compresa la Chiesa che aveva subito individuato la Sua pericolosità.

Nella pars construens dei miei ricordi di Evola non posso dimenticare i colloqui stringati e significativi avuti con Lui al mio ritorno dall’esilio postbellico e, sempre nella sua atmosfera, i rapporti che potei intessere con i superstiti di quella straordinaria fucina d’ingegni che era stato il Gruppo di Ur, il cui impulso occulto probabilmente continua ad operare, seppur ignorato, nel destino della nazione che lo vide nascere.

Oltre alla personalità di Giovanni Colazza, il “Leo” del Gruppo, già amico e condiscepolo di Rudolf Steiner e operatori a livello rosicruciano, ricordo Massimo Scaligero, di cui divenni fraterno amico e compagno di avventure spirituali. Non posso poi dimenticare, almeno di nome, Colonna di Cesarò, Arturo Onofri – grandissimo poeta e gnostico profondo – Arturo Reghini, pitagorico studioso di aritmosofia e di “parole di passo”, e lo stesso Emilio Servadio fra i primi in Italia ad introdurre nella terapia la psicologia del profondo.

Quello di cui Evola era la presenza animatrice era un mondo vivente di autentici valori – riconosciuti anche dai filosofi “ufficiali” come Croce e Gentile. Si trattava di un sodalizio, diviso talvolta sulla via da seguire, ma unito da un afflato di solida amicizia – come quella tra Evola e Scaligero – ben lungi dalla plumbea dogmaticità para-politica dei sodalizi di questi giorni. Tra questi studiosi ed operatori dello spirito vigeva la realizzazione di quell’elemento che gli Indiani denominano anubhava (etimologicamente: “diventare la cosa meditata”), cioè l’esperienza diretta, omorganica di quello che altrimenti è l’oggetto di pensiero separato dal soggetto, quindi astratto. Ed è a questo punto che si pone il tema della natura del pensiero evoliano, del pensiero in sé, indipendente dal suo contenuto contingente al quale viene abitualmente identificato.

Veniamo quindi alla pars destruens. La critica che si può muovere al pensiero evoliano è di natura epistemologica. La realtà del pensare non risiede nei contenuti che reca alla conoscenza, bensì nell’identità che in esso si attua fra oggetto e soggetto, quella stessa identità che su una “ottava” cosmica, propria della tradizione hindu, in particolare del Vedânta, si verifica fra âtman, sé spirituale, e brahman, spirito universale, ben noti a tutti gli studiosi della metafisica indiana. Nella via del sâdhana, dell’ascesi tantrica, dall’Evola così ben sceverata, si tratta in fin dei conti, di attuare un pensare la cui natura è volontà pura, superando la contraddizione propria al pensare comune in cui si sperimentano le fattezze di un pensiero “visto al passato”, di contro ad una volontà operante “dal futuro” verso il passato. Questa, la volontà, alberga la potenza che sintropicamente si realizza nel mondo, quello, il pensiero, offre una immagine sbiadita, entropica, di un universo “trapassato” nel momento stesso in cui viene formulato.

La prevalenza che, nell’ascesi, Evola assegna alla volontà rispetto all’esperienza di un “pensiero puro” che ab interiori itinere fa realizzare il significato del mondo, impedisce nella pratica l’ultimo trascendimento per il quale “io mi realizzo come interiorità cosmica” che è il fine dei Tantra.

Pur ammirando il solido impianto filosofico dell’Evola e, soprattutto, l’impeccabile translazio dell’insegnamento tantrico entro le categorie concettuali dell’Occidente, che ne manteneva viva e operante l’originale esigenza soteriologica della mukti (la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti), io avvertivo nella pratica del suo yoga questo jato fra un pensiero astratto e una azione turgida di volontà nel suo concreto realizzarsi come potenza. Cioè a dire: “il pensiero con cui mi rappresento il mondo e che poi uso per compiere il sâdhana, cioè la disciplina, non è omogeneo ad esso, ma solo una disanimata immagine con cui non posso operare”. La immaginazione “magica” che apre la via al mondo eterico, implica la preventiva realizzazione di un pensiero libero dai sensi come da qualunque condizionamento astratto o discorsivo. Evola possedeva naturalmente questo tipo di pensiero, come suo peculiare viatico esistenziale. Da questo dipendeva fra l’altro il suo straordinario coraggio – dimostrato da numerose imprese alpinistiche compiute in solitaria – come pure, molto paradossalmente, dall’affilata logica di cui si serviva e non il contrario, come nella prassi comune.

Ricordando questa sua rara qualità, mi ritornano in mente le parole di Massimo Scaligero (Dallo Yoga alla Rosacroce, 1, 32): “capii che di Evola non ce ne poteva essere che uno solo valido e non delle copie: tutto il suo insegnamento, il suo Yoga, il suo Tantrismo, il suo “Grande Veicolo” presuppongono la qualità interiore originaria, la magia imaginativa, che per il cercatore moderno è un punto di arrivo…Essendo la coscienza imaginativa la condizione per la coscienza magica, l’arte del discepolo è ritrovare dietro il pensiero riflesso la luce imaginativa…” Ciò significa che “laddove il suo pensiero coincideva con il proprio contenuto ideale, ivi di volta in volta, si accendeva l’intuizione della Realtà, come interiorità del medesimo processo pensante”.

Questo modus operandi, che rendeva la sua personalità svincolata dalla comune mediazione logico-discorsiva, si univa ad una straordinaria impersonalità, una freddezza ed un distacco che lo assimilavano a quel saggio taoista che ”…profondamente ancorato nel fiume del sentimento contemplava sereno l’apparire e il disparire delle passioni e dei sentimenti…” Questa disposizione interiore gli conferiva anche esteriormente quel contegno, diciamo,, “poco emotivo” che, in altri tempi, era proprio al “signore” di razza, come egli lo era senza mai averlo detto. Perché egli era soprattutto un Signore del tipo che le varie culture borghesi posteriori alla Rivoluzione francese si sono sforzate di estirpare.

“Antipatico” e talvolta odiato dalle cosiddette autorità culturali dei vari regimi politici, a tacere di quelli religiosi, il suo spirito veleggiava impassibile verso lidi ignoti ai sodalizi intellettuali e politici. Pochi si avvidero della grandezza della Sua personalità. Fra costoro lo stesso Croce che, pur lontanissimo da lui ne lodava i “Saggi sull’Idealismo Magico” definendola “un’opera bene inquadrata e ragionata con esattezza”, e A. Schmidt che, negli “Annalen der Philosophie” li definiva come “il primo poderoso tentativo di fare delle scienze magiche un valore dinnanzi alla seria cultura”.

Quanto a chi vi parla, l’incontro con Evola, addirittura nell’adolescenza, servì probabilmente a conferire dimensione filosofica e compattezza spirituale a quello che, altrimenti, sarebbe stata mera curiosità intellettuale per l’Oriente sapienziale, o sul lato cavalleresco, una pura ricerca di una dimensione eroica, alla “questua” del personale Chastell Marveille, o di una Wewelsburg ideale.

Aggiungo come chiusa che Evola, proprio come conseguenza della particolare impostazione del suo pensiero, lasciò aperti alcuni problemi di natura metafisica, ma anche pratica, che si possono riassumere nelle linee seguenti: pur propugnando su tutti i livelli una ascesi “secca”, solare e virile, per antonomasia, il tema della Donna è prevalente e risolutivo nelle sue opere più significative, come quelle ispirate ai Tantra ed alla Tradizione Ermetica: nei Tantra l’esperienza – archetipa e non contingente – dello ūrdhva-retas, cioè il riflusso della luce-seme verso la sua sede apicale, tramite – naturalmente – la Donna, è essenziale nella realizzazione dell’androgino spirituale, quindi nel superamento della morte. Sul versante alchemico, che si tratti della tradizione ermetica o del Tao-chiao cinese o del cînâcâra hindu, la pratica dei ”due Vasi” è risolutiva per quello che grecamente potremmo definire tò télos tou érgou, la “Finitura della Grande Opera”. E ciò con tutti i possibili riflessi sul campo della vita contingente. Questo tema è stato affrontato dalle “Tecniche della Concentrazione interiore” di Massimo Scaligero.

Altro tema è quello dell’evoluzione, quella vera, spirituale, delle Gerarchie – coincidente con lo “spostamento dei Lumi”, che si continua sulla Terra nello sviluppo storico dell’Umanità. Collegato a questo, appare l’altro tema delle ripetute vite terrestri dell’uomo, che è fondamentale per l’intelligenza dell’ascesi buddhica. Un ultimo tema fra i tanti lasciati incompiuti è quello posto dalla Gnosi, del “Salvatore Salvato” quale funzione finale della figura dello “Iesus Patibilis”, tema da liberare ed interiorizzare, fuori dall’abbraccio dogmatico delle infinite chiese. Ciò potrebbe condurre a una ricostruzione della Gnosi quale “seconda Eva” nel ripensamento di un Cristianesimo delle origini.

In riassunto: quello che si vuole significare è che qualsiasi “visione del mondo” che si voglia ispirata al verbo evoliano deve venir dedotta dall’esperienza vivente, lo anubhava, della disciplina, il sâdhana dei suoi esercizi, non certo dall’esposizione più o meno ordinata dei suoi principi teoretici. La realtà a cui Evola tende è di natura apofatica: non cerca un sistema di pensieri che la giustifichino. A meno che non si tratti di un “pensiero puro” omorganico al suo apparire, la cui realtà risieda nel movimento per cui si manifesta, non nella “cosa” per cui si è manifestato. Solo allora il pensiero si fa POTENZA.