IL TORMENTONE

 porcellini

Cos’è un tormentone? Nell’accezione più popolare è una battuta, di solito comica, facilmente assimilabile che viene ripetuta molte o troppe volte. Può essere insopportabile perché tormentone è anche l’accrescitivo di tormento.

Mette radici nella zona crepuscolare, sognante, della mente.

Se posto questa nota nella sezione di Scienza dello Spirito, sono in tema o è una disattenzione? Vediamolo subito.

Il tormentone di cui parlerò è questo: “Bisogna fare tre passi nella morale e uno nella conoscenza”.

E’ il sigillo che troviamo posto al termine di ogni biascicamento che vorrebbe passare per antroposofia virtuosa. Verbum dei? No! Sbarra doganale del Dottore? Non mi pare.

E’ un vero peccato che Rudolf Steiner non abbia mai pronunciato (scritto) questa frase.

Essa gira abbondantemente solo nelle teste e nel sistema ritmico dei disattenti, dei pessimi lettori e dei tanti che usano l’affettato di antroposofia coerentemente: come fosse salame. Gustoso nei panini delle scampagnate  spiritualistiche.

Possiamo però risalire con facilità a dove (la fettina) è stata tagliata, additivata  e vuotata da (gusto e) senso e contesto.

Rintracciamo la sua origine vera e non bastarda in un sottotitolo (Il controllo dei pensieri e dei sentimenti) del capitolo “I gradini dell’iniziazione” del libro L’iniziazione di Steiner, dove dopo gli esercizi di meditazione/contemplazione sul seme e sulla pianta, l’Autore indica due ulteriori esercizi volti all’osservazione di due momenti che sostanziano l’elemento animico dell’entità umana: il momento del desiderio, della brama per qualcosa e il momento che segue l’appagamento del desiderio.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che queste discipline potrebbero non essere esenti da pericoli qualora lo sguardo interiore non fosse sufficientemente puro e sovrapersonale, qui l’immobilità dell’Io puro dovrebbe già essere una potenza/condizione realizzata.

In questo tipo di osservazione lo sperimentatore immaturo potrebbe correre almeno tre rischi: il più immediato è quello di venir coinvolto dalla forza delle brame altrui (occultisticamente si parla dell’ignificazione della luce astrale), il secondo (non impossibile ma più difficile) è dato dal potere magico che porterebbe al dominio sull’altro essere; infine il terzo potrebbe essere l’insorgenza, nello sperimentatore, di qualità interiori pessime, come il cinismo, la mancanza di rispetto ed il disamore verso l’oggetto dell’esperimento, ampliabile poi a tutti gli esseri umani.

Per l’estrema delicatezza insita in tali esercizi, Rudolf Steiner spende 107 (centosette) righe a incorniciare con tenore interiore e prudenza quanto su esposto. E in queste pagine troviamo le righe saccheggiate (la corsivizzazione delle parole che seguono è mia, il corsivo di “aurea” è di Steiner):

“Chiunque quindi cerchi di penetrare per visione diretta nei segreti della natura umana, deve seguire l’aurea regola della vera scienza occulta. E questa aurea legge dice: “Per ogni passo che fai nella conoscenza delle verità occulte, devi al tempo stesso fare tre passi verso il perfezionamento morale del tuo carattere”. Chi segue questa norma può fare gli esercizi del genere di quello che ora sarà descritto.”

Facile osservare che difficilmente il problema possa porsi, poiché in genere questi esercizi non li fa nessuno e tanto meno li realizza!

L’unico problema che rimane seriamente in campo riguarda l’incapacità di informazione corretta, di lettura corretta e di studio vero di uno tra i libri fondamentali dell’antroposofia.

Poi per la capacità di comprendere il livello del discorso, credo che siamo di due gradi sotto lo zero.

E, per carità, neppure sfioriamo in cosa consista la “vera scienza occulta”…rammento ai lettori solo la chiarificante appendice del ’18 al libro, che ho copiato su Eco per chi vuole, poco tempo fa.

Rimane il mistero dello sconsiderato successo del tormentone.

Quale moralità viene invocata dai molti “antroposofi allegri”? Quella kantiana del “tu devi”, o quella rabbinica dei mille e un precetti? Oppure la dogmatica cattolica?

Probabilmente, essendo pensata (?) come una specie di res incognita, essa pare simile a ciò che Steiner raffigurò umoristicamente con la frase “Cara stufa, il tuo dovere morale è di riscaldare la stanza!”. Già: poiché la moralità si manifesta pure nell’azione che vista dall’esterno con occhi filistei (ipocriti) è alquanto incomprensibile…e non parliamo nemmeno se e quando essa attinga dalla nostra libera intuizione ideale!

Dice il Dottore: “L’atteggiamento che pervade i rosacroce è la sapienza attiva, la possibilità di attingere alla sapienza per agire nella vita. Per i rosacroce il parlare continuamente di partecipazione sentimentale è anzi pericoloso, perché appare come una specie di voluttà astrale. Alla bassa voluttà del piano fisico, corrisponde sul piano astrale la tendenza a voler solo sentire senza conoscere.” (La saggezza dei rosacroce, pag. 13. Ed. Antroposofica).

Il perdere di vista la priorità del conoscere rispetto ai soggettivi sentimentalismi è stato oggetto di netto e severo biasimo da parte di una figura iniziatica come il dott. Colazza.

Il soggetto del tormentone è la psiche.

La psiche, illegittima figlia della coscienza assoggettata al corpo, è meccanica.

Lo sanno bene i veri occultisti, lo sanno persino gli psicologi: premi il bottone scelto e la psiche reagisce con assoluta prevedibilità. Falsi veggenti, cartomanti e arruffapopoli sono veri artisti naïve in questo genere di cose.

Nella vuota ripetizione di questo vuota affermazione, la psiche è felice (appagata) per la propria vuota virtù.

E’ lo scudo che la ripara dalla conoscenza molesta che, in ogni caso, si dà al fine di superarla: non è neppure un’affermazione che vorrebbe tracciare un confine  tra il virtuoso ed i peccatori ma solo uno tra le innumerevoli scorciatoie (a prezzo stracciato) per la continua riaffermazione di sé, per la fame di autostima di cui la psiche ha un’implacata necessità.

Del sé impostore che grava sulla coscienza. Ottundendola.

ASVERO, L'EBREO ERRANTE

Asvero

Cari amici, oggi vi voglio raccontare di Ahasverus (o Asvero): l’Ebreo errante.

E’ una leggenda tratta dalla mitologia cristiana alla quale si possono dare diverse interpretazioni.
La più evidente è quella di vedere nell’ebreo errante la personificazione metaforica del popolo ebraico nella sua diaspora, ma Asvero è anche il simbolo di tutti noi, anime viandanti affamate di spirito, in cammino verso la Meta lontana, ed io ve la racconterò con le parole di Goethe.

Sto leggendo la sua autobiografia intitolata: “Dalla mia vita – Poesia e Verità” un libro molto interessante perchè, seguendo il racconto della sua vita, ci si trova immersi nei fatti e nelle atmosfere del secolo diciottesimo…..e poi raccontate da Lui , dal grande Goethe!

Egli descrive, anche, come gli venne l’idea di elaborare epicamente la storia dell’Ebreo errante, dramma che comunque, per vari motivi, non portò mai a termine, ma credo valga la pena di leggerla dalle sue parole:

“A Gerusalemme viveva un calzolaio al quale la leggenda dà il nome di Ahasverus.
Poichè dunque egli, nella bottega aperta, si intratteneva volentieri coi passanti, li stuzzicava, e alla maniera socratica incitava ciascuno secondo il suo carattere, i vicini e gli altri del popolo si fermavano volentieri da lui; vi passavano anche Farisei e Sadducei, e, accompagnato dagli Apostoli, il Redentore stesso compariva forse talvolta da lui.

Quantunque i pensieri del calzolaio fossero rivolti solo alle cose terrene, egli fu preso da un particolare affetto per Nostro Signore; e questo si espresse sopratutto nel fatto che egli tentò di convertire al proprio modo di pensare e di agire l’alto Uomo del quale non comprendeva l’animo.

Si mise perciò ad insistere con Cristo perchè uscisse dalla contemplazione, non andasse in giro per il paese con quegli oziosi e non allettasse il popolo a lasciare il lavoro per seguirlo nella solitudine: infatti una moltitudine di gente radunata, diceva, era sempre eccitata, e non sin poteva aspettare nulla di buono.

Dal canto suo il Signore, cercava di fargli comprendere simbolicamente le sue idee ed i suoi fini più alti, ma ciò non dava alcun frutto in quell’uomo grossolano. Perciò, quando crebbe l’importanza di Cristo ed Egli divenne anzi un personaggio pubblico, il calzolaio benpensante fece sentire la sua voce con sempre maggiore asprezza ed impeto, profetizzò che ne sarebbereo necessariamente derivati disordini e ribellioni e che Cristo stesso sarebbe stato costretto a dichiararsi capo di partito, la qual cosa non poteva certo essere nelle sue intenzioni.

Svolgendosi poi gli avvenimenti nel modo che sappiamo, con la cattura e la condanna di Cristo, Ahasvero si eccita ancor più violentemente allorchè Giuda, che apparentemente ha tradito il Signore, entra disperato nella bottega e racconta lamentandosi il suo gesto
malriuscito…..Ahasvero, per nulla mosso ad indulgenza per questo racconto, inasprisce invece ancor di più le condizioni del povero ex-apostolo, cosicchè a costui non rimane altro che correre ad impiccarsi.

… Allorchè Gesù, condotto a morte, passa davanti alla bottega del calzolaio, il sofferente cade sotto il peso della croce e Simone di Cirene viene costretto a trascinarla avanti.

Qui si presenta Ahasvero, alla maniera di quelle persone dure e guidate solo dalla ragione le quali, quando vedono un infelice per propria colpa, non sentono alcuna compassione, ma anzi, spinti da un senso di giustizia prematura, accrescono il male con i loro rimproveri. Egli esce fuori e ripete tutte le precedenti ammonizioni che ora trasforma in violente accuse.

Il Sofferente non risponde, ma in quel momento l’amorosa Veronica asciuga il volto del Salvatore col lino, e quando lo toglie e lo solleva in alto Ahasvero vi scorge il volto del Signore, ma non quello che soffre nel presente, bensì un volto meravigliosamente trasfigurato ed irraggiante vita celeste. Abbagliato da questa apparizione, distoglie gli occhi ed ode le parole:

“Tu dovrai errare su questa terra, finchè non mi rivedrai in questa figura”.

Il colpito ritorna in sè solo dopo qualche tempo e trova deserte le strade di Gerusalemme perchè tutti si sono affollati sulla piazza del giudizio;…. disperazione e desiderio di Lui lo trascinano via,

……ed egli comincia il suo eterno cammino.”

ALCUNE PAROLE NECESSARIE A FARE CHIAREZZA

Massimo-Scaligero

Da parte di alcune persone vengono rivolte ad Ecoantroposophia critiche e obbiezioni varie, che a me non sembrano ben fondate e, per dirla tutta, non mi sembrano fatte sempre con animo sereno. Alcuni collaboratori di questo blog hanno pubblicato scritti – articoli e commenti – di contenuto critico, e lo hanno fatto perché ciò sembrava loro necessario di fronte alla Verità. Negli scritti in questione, hanno mostrato – con un linguaggio estremamente chiaro ed argomentazioni circostanziate – quali fossero i motivi di forte dissenso nei confronti di posizioni francamente non condivisibili dal punto di vista della Scienza dello Spirito.

In taluni casi, si è trattato di una critica sulle idee, ed io penso che sia sempre fecondo poter dibattere, anche criticamente, con persone le quali, pur errando, sono alla ricerca della Verità. Naturalmente, nessuno dei collaboratori di Ecoantroposophia ha la pretesa al monopolio della Verità e della sua rivelazione, pretesa che lasciamo volentieri, tutta intera, alla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, che da oltre diciassette secoli, con generosa abbondanza, si fa un dovere di procurare le maggiori sciagure al nostro amato paese e al mondo tutto.

Ma la lotta delle idee, sul piano terreno, è la vita dello Spirito. Si lotta con avversari che si rispettano, le cui idee non sempre si condividono, ma dei quali si stimano l’intelligenza, la lealtà, l’integrità morale. Personalmente, ho avuto ed ho amici carissimi, ai quali io sono stato e sono unito da una sorta di concordia discors, mai venuta meno sul piano ideale, e da una assoluta «fratellanza d’armi» giammai offuscata da nube alcuna.

Vi sono, purtroppo, altri individui che leali «avversari» non sono punto, e tanto meno fraterni amici nella vita. Individui che non cercano la Verità, e non hanno il culto della Verità. Ci siamo trovati talvolta nella necessità di denunciare le menzogne, le calunnie, le gratuite invenzioni, le imposture di costoro, e in taluni casi le abbiamo bollate a fuoco. Costoro non sono avversari delle nostre idee, cosa che avremmo apprezzato e che non ci avrebbe affatto diviso umanamente da loro, bensì nemici della Verità – e quindi anche nostri – e di «ogni bel vivere», per dirla dantescamente. Discutere con loro è cosa del tutto inutile, perché a loro proprio nulla cale della Verità e delle idee, che peraltro non hanno, ma solo il perseguire loro fini, dei quali non è ora il caso di parlare in questo articolo. Non risponderò, dunque, in questo articolo alle ingiurie, alle diffamazioni, alle coscienti e volute menzogne, alle minacce.

Ma è giusto dare una risposta a coloro che, forse trascinati da eccessiva tensione polemica, possono aver equivocato quanto detto, in tempi diversi, da Isidoro, da Savitri, da altri ancora, ed infine anche da me. Per cui cerchiamo, con parole le più chiare possibili, di dissipare fraintendimenti ed equivoci.

Abbiamo parlato della Concentrazione – quindi non del semplice «controllo del pensiero», pur assolutamente necessario – come dell’«esercizio a sé sufficiente». E c’è chi, di fronte a questa affermazione, si è stracciate le vesti. Ma questa affermazione non è nostra, bensì di Massimo Scaligero, e la si può ritrovare in varie “registrazioni” di sue riunioni, ad alcune delle quali ero personalmente presente e delle quali ne serbo chiaro ricordo. Ed è veramente comico, inoltre, che nella divampata polemica alcuni collaboratori di Eco vengano accusati di avere una vera e propria «ossessione» (i nostri avversari sono troppo buoni…) per la Concentrazione. In verità, non è proprio così. O meglio, non è ancora così – parlo per me – per debolezza di forze e insufficienza di dedizione. Ma in futuro – parlo sempre per me – cercherò di meritare meglio tale critica e obbiezione. Ma, anche in questo caso, l’espressione «ossessione per la Concentrazione» non è una «novità» dei nostri avversari, perché una tale espressione ritorna anch’essa sovente nel linguaggio che Massimo Scaligero adoprava nelle sue riunioni, tenute due volte a settimana, in Via Anton Giulio Barrili 12, a Roma. Espressione anch’essa immortalata dalle “registrazioni”. Il fatto è che Massimo Scaligero usava tale espressione in senso affatto positivo, auspicando che una tale unilaterale «ossessione per la concentrazione» vi fosse, e lamentandone malinconicamente, invece, l’assenza nei discepoli della Scienza dello Spirito. Auspicava l’insorgere di una tale «ossessione» come segno di quella «determinazione assoluta», che l’ottimo Isidoro, con espressione nipponica, ha chiamato kimé, che il grande Jigoro Kano – erede della Scuola Yawara dell’antico Jujitsu e fondatore del moderno Judo – persino immortalò nel suo Kimé-no-kata.

Il fatto che noi sosteniamo – e lo sostiene eziandio Massimo Scaligero – essere la Concentrazione l’«esercizio a sé sufficiente», non significa che ciò sia vero per tutti , e per ciascun singolo in ogni caso. Perché – ed è facile constatarlo – ben pochi sono capaci di tanta forza, di tanta «eroica» dedizione, da inverare la Concentrazione come esercizio realmente a sé sufficiente. Ben pochi – ahimé, troppo pochi – sono capaci di quella positiva «ossessione» per la Concentrazione, cui alludeva il nostro Maestro, ossia di una così intensa e unicitaria dedizione, tale da meritare ch’essa sia veramente (e non velleitariamente) l’«esercizio a sé sufficiente». Ben pochi sono capaci di una tale tensione interiore, e pochissimi tra questi pochi sono capaci di realizzare la continuità di tale dedita tensione, di mantenerla appassionata e intensa nel tempo.

Per cui va benissimo che per molti vi sia la necessità di una varietà di esercizi, di poter attingere quindi in situazioni diverse a particolari discipline, che la propria ispirazione o l’amichevole orientamento di qualcuno più esperto di noi può di volta in volta indicarci. E anche chi segua in maniera appassionata la Via Regia di una dedizione unicitaria alla Concentrazione, può vedere necessario talvolta il ricorrere a particolari esercizi e discipline, per «fluidificare» una volontà momentaneamente rappresa, o dissolvere uno stato interiore dell’anima ostacolante il cammino scelto. Un uomo libero non sa proprio che farsene di dogmi nella sfera conoscitiva e di regolette in quella morale. In ogni momento, egli sarà capace di generare di bel nuovo la verità nella conoscenza, e di intuire l’azione necessaria nel campo della volontà.  

Viene rimproverato agli amici, che scrivono su Eco, la grande predilezione ch’essi hanno per la Filosofia della Libertà, quasi che l’amore per essa li portasse a svalutare altri contenuti della Scienza dello Spirito. Che la via della Filosofia della Libertà sia una Via più radicale, « più sicura, più esatta e specialmente più pura, sebbene per molti più difficile», non lo dice l’ottimo Isidoro, o quel lupaccio della steppa di Hugo de’ Paganis, ma è lo stesso Rudolf Steiner a scriverlo queste parole – che più chiare non potrebbero essere – nel V Capitolo della sua Scienza Occulta, parole che abbiamo già riportate in un nostro precedente articolo su questo blog.

Ma la Via della Filosofia della Libertà non si contrappone affatto, né tantomeno esclude, quanto da Rudolf Steiner viene comunicato in Teosofia, o in Iniziazione, o in Scienza Occulta, o negli altri suoi scritti. Ne è semplicemente indipendente. Offre una Via radicale di realizzazione diretta dello spirituale attraverso l’esperienza intuitiva del pensare, che abolendo ogni mediazione al proprio movimento, si realizza al contempo come forza formatrice e forma di se stesso, coincidenza di potenza e atto, unico contenuto del proprio folgorante attuarsi. Che questa realizzazione del Pensiero Vivente sia di ardua conquista, è pacifico, nondimeno essa è possibile: dapprima per una «breve eternità», che può ripetersi, poi – dis bene juvantibus – può diventare l’esperienza continua dell’Io e lo stato fondamentale dell’anima. Su quest’ultimo punto Massimo Scaligero rispose affermativamente ad una mia precisa domanda.

La Via della Filosofia della Libertà – ma anche quella della Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, di Verità e Scienza, del Trattato del Pensiero Vivente – è l’autentica «Via del Pensiero», ossia la Via del pensare che si libera di tutti i pensieri, di tutti i pensati – compresi i pensati «antroposofici» – per divenire forma di se stesso, per sperimentare in maniera vivente il proprio «vuoto folgorante». La Via della Filosofia della Libertà è una Via del tutto autonoma, che non necessita di altro che dello sperimentare volitivamente i suoi pensieri, consumandone la forma verbale, e della più intensa pratica della Concentrazione. È la Via delle Vie, che riassume in se stessa – e supera – tutte le altre.

L’Antroposofia è una «via dei pensieri», pensieri che provengono dalla rivelazione  del Dottore circa le realtà spirituali. Tali realtà non sono l’esperienza diretta e immediata di chi legge le sue opere, mentre possono divenire esperienza diretta i suoi pensieri, adeguatamente – ossia volitivamente e intensamente – pensati, che di quelle realtà spirituali sono l’essenza. Da questo punto di vista, l’Antroposofia è una Via «mediata», che – ed è giustissimo che sia così – accoglie e si appoggia sui pensieri di chi, come Rudolf Steiner, ha già conquistato l’esperienza vivente del Pensiero Vivente e la Conoscenza diretta delle realtà spirituali. Tale Via necèssita assolutamente di tutto quello che come esercizi, pratiche, atteggiamenti interiori dell’anima, il Dottore indica come necessari in Iniziazione e nelle altre sue opere scritte. Ma lui stesso disse a chiare lettere, ch’egli aveva dovuto scrivere tali opere perché le persone erano incapaci di vivere l’essenza della Filosofia della Libertà, ed erano altresì incapaci di trarre dalla propria, autonoma, «fantasia morale» l’idea vivente, l’intuizione diretta, del concreto agire secondo lo Spirito.

La Via della Filosofia della Libertà è un «atto» e al tempo stesso il «metodo» per la realizzazione di tale atto. Come tale, essa non si lega a particolari «pensieri», neppure «antroposofici», mentre tutti li può assumere nella contemplazione per dissolverli nel proprio movimento. Come tema per il risorgere della vivente forza-pensiero e per rivivere il proprio originario, «vuoto», movimento, tutto può essere adoprato come oggetto del pensiero. Massimo Scaligero indica, come utili per questa aurea operazione, brani dell’ Yi-King, dei Veda, delle Upanishad, della Bhagavad Gita, del Tao–teh–king, delle scritture sacre di tutti i popoli. E, naturalmente anche i pensieri dell’Antroposofia. Ma lo farà da una prospettiva diversa, e con un metodo radicalmente diverso dai metodi della Sapienza antica, e anche da come viene esposto nei libri «antroposofici» di Rudolf Steiner. Su questi punti Massimo Scaligero rispose a mie esplicite domande chiaramente nel senso dei pensieri sopra esposti.

La Via della Filosofia della Libertà, ossia la Via del Pensiero Vivente come Via «immediata» (senza mediazioni), e l’Antroposofia come Via «mediata» dei pensieri, sono ambedue Vie spirituali, e quindi iniziatiche, indipendenti l’una dall’altra, ma nulla vieta che esse vengano percorse e attuate insieme, per libera scelta, da uno stesso individuo.

Quando parliamo del fatto che in maniera surrettizia si cerca di far subentrare ad esse una «via dell’anima», non alludiamo ad una contrapposizione della Via “antroposofica” alla immediata e radicale Via del Pensiero Vivente – contrapposizione che non esiste e che sarebbe un vero non senso – bensì al fatto di voler «sostituire» alla Via autenticamente spirituale e iniziatica un’altra “via” di impronta sentimentale e mistica, con molte commistioni di tipo cattolico, e «rivelazioni» tratte non da autentica percezione spirituale, bensì da una «chiaroveggenza» incerta e non affidabile, che in non pochi punti contraddice quanto portato da Rudolf Steiner, come risultato di un’attività conoscitiva di limpidità matematica.

Ma talvolta coloro che propugnano una tale «via dell’anima» stigmatizzano come pericolosa ed egoistica la pura Via del Pensiero, arrivando a scrivere che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», o come disse lo scrittore di questa velenosa menzogna – e dico quello che ho udito personalmente quanto uscito dalla sua bocca – «La via di Massimo Scaligero è una via incompleta e superata». Allorché udii questa frase mi si gelò il sangue, ma ebbi il sangue freddo – è proprio il caso di dirlo – di fare parlare per molte ore l’autore di essa, affinché illustrasse ampiamente quello che voleva dire ed io scrutassi il fondo del suo cuore.

Dalla stessa fonte proviene la strumentalizzazione di frasi di Massimo Scaligero, citate in maniera incompleta e staccate dal contesto, del tipo: «la via del pensiero può diventare la via del sublime egoismo», e simili. Lo scopo di una tale macchinazione? Arrivare a portare le persone ad arruolarsi in una «voie substituée», come la chiamava un esoterista francese, con tutto quel che ne consegue.

Chi segue la Via del Pensiero e la Filosofia della Libertà non è affatto nemico dei cinque esercizi, ampiamente descritti da Rudolf Steiner nei suoi libri e nei Quaderni Esoterici, anche se agli amici di Ecoantroposophia viene polemicamente «cucito addosso un vestito» in tal senso, al fine di aver motivo muovere contro di loro una critica facile e scontata. Questi amici vogliono unicamente sottolineare l’indipendenza della Via della Filosofia della Libertà e la fondamentalità della Concentrazione come «esercizio a se sufficiente», esercizio che non deve essere confuso col semplice dominio del pensiero. Per coloro che prediligono la «via dell’anima», che non è la Via antroposofica, vi sono le varie Chiese sempre disposte ad accoglierli nel loro avvolgente – e stritolante – abbraccio.

Come disse Rudolf Steiner, citando Goethe, «Chi ha scienza e arte, ha pur religione. Chi non ha né scienza né arte, abbia religione».

VINCERE LA PAURA

 paura-terrore

Sembra strano pensare al sentimento della paura all’inizio di una primavera, quando il buio delle notti si sta riducendo sensibilmente, ma basta guardarsi intorno ed è indubbio che il sentimento della paura è il sentimento più diffuso e più generalizzato nell’umanità moderna.

Svariate sono le forme in cui si presenta, paure percepite “vicine” o un po più “lontane” nel tempo, ma comunque sempre incombenti.

Insicurezza generalizzata dell’esistenza, timore di sbagliare in campo morale e sociale, paura di perdere la salute, il lavoro o un affetto, forme che si traducono in sostanza, in paura della vita e della morte.

Vive quale sentimento di fondo, una fredda, grigia ragnatela che tenta di imprigionare sempre più gli esseri umani: paura del mondo esterno ma anche paura della propria vita interiore.

L’essere troppo identificati con il proprio corpo fisico porta con se il terrore di perderlo, ma anche il bramare con troppa intensità a una via di fuga verso lo spirito, può portare a degli squilibri nella vita psichica.

L’anima cosciente avanza e con essa avanza la possibilità di una sempre maggiore libertà per l’uomo, ma paradossalmente, pur essendo la libertà l’essenza suprema dell’umano ed il suo bene più prezioso, anch’essa fa paura ed in genere si preferisce il tepore del conosciuto al coraggio di qualcosa di nuovo, fossero anche solo dei nuovi pensieri.

Esistono anche paure che sono soltanto uno specchio delle nostre debolezze, della nostra volontà di sopraffazione, delle nostre invidie, dei nostri egoismi, delle nostre insincerità.

Queste deformazioni dell’anima ci impediscono di superare i momenti di paura, perché sono paure nascoste, non compenetrate di coscienza.

Dato che la paura è un fattore così reale nella vita dell’uomo singolo e del contesto sociale, è necessario, per tentarne il superamento, appellarsi a forze profonde dell’anima, perché non è sufficiente fare dei semplici appelli al coraggio.

Si può discernere tra elementi giustificati e ingiustificati, quali sorgenti di timore, e si può con coraggio spirituale cercarne il superamento.

Naturalmente, le capacità necessarie per distinguere fra una paura giustificata e una ingiustificata, si raggiungono soltanto con uno sforzo serio, che porti sempre più ad un’ auto conoscenza e ad una conoscenza del mondo priva di preconcetti.

Le paure possono certamente essere anche degli avvisi importanti nei confronti di pericoli imminenti ed è importante tenerne conto.

Siamo ancora capaci di provare un sano timore di fronte a certi aspetti distorti della vita che a molti sembrano normali?

Sappiamo restare vigili e quanto più possibile coscienti quando le modificazioni che la scienza ci impone in svariati campi ci assalgono in modo sempre più violento, o la rassegnazione, il relativismo, l’appiattimento e le uguaglianze ad oltranza, hanno spento questo sano campanello d’allarme, accendendone nel contempo altri non giustificati?

Il fenomeno paura è molto complesso!

Partendo da un auto osservazione, si può dire che una delle premesse fondamentali per superare la paura è il compenetrare con la coscienza i propri timori, ponendoseli di fronte, uno alla volta, e prestando attenzione alla forza che li vuole illuminare e comprendere.

Questa forza è ben conosciuta al singolo ricercatore della Verità. Quando egli si dedica in modo attivo a questa ricerca, il pensare si potenzia, così da giungere all’esperienza che la sua vita di pensiero, in un primo momento soggettiva e creduta erroneamente senza valore, si rafforza in modo tale da divenire oggettiva e percepibile come facente parte della realtà stessa del mondo.

Questa è l’unica forza capace di riunificare il particolare con il Tutto, l’unica forza capace di stemperare il sentimento della solitudine e dell’isolamento e anche l’unica strada che dia la possibilità all’uomo di raggiungere la conoscenza del mondo soprasensibile: il porto sicuro dove la paura non trova ormeggio!

Su questa via, se si vogliono raggiungere delle mete significative, è necessario ritrovare un rapporto con due sorgenti di forza che nel corso dei tempi sono andate in gran parte perdute: la fiducia e il coraggio spirituale.

E’ indispensabile ritrovare la fiducia nei confronti di una guida del proprio destino e la fiducia di fronte alla guida spirituale dell’umanità.

Se la fiducia è stata distrutta, questo non significa che non possa venir riconquistata!

Una tranquilla osservazione dei molti segni che il destino ci porta incontro, al di là di ogni cieca casualità, ci consente di ascoltare nuovamente la nostra “voce interiore”, la presenza silenziosa e forte che giuda i nostri passi nella vita.

Chi coglie questa voce, inizia a intravedere l’operare di elementi soprasensibili nell’uomo. Da questo sentore nasce la fiducia e dalla fiducia la sicurezza necessaria per tenere testa ai timori della vita.

Però, nella condizione in cui le onde di un agitarsi interiore o esteriore salissero minacciose, rischiando di sommergerci, potremmo chiedere aiuto a Colui la cui Forza può dominare gli sconvolgimenti di ogni mare.

Nei Vangeli viene descritto come “il Signore degli elementi” come “la Forza che placa le tempeste” o che “cammina sulle acque”.

Egli è Colui che ha detto: “…nel mondo avrete paura, ma fatevi coraggio, Io ho vinto il mondo”.

Per l’uomo moderno, c’è naturalmente il pericolo di considerare tali parole come espressioni di una fede che non ha più nessun collegamento con la pratica della vita. Ma se si provasse a tenerle nel cuore senza preconcetti, come se risuonassero in noi per la prima volta, potremmo trovare o ritrovare in esse tutta l’originaria potenza e ogni paura, per quanto forte, potrebbe mitigarsi al calore della sua Vita, vivendo nell’anima l’acquietarsi degli elementi.

L’anima, dopo essersi rifugiata in questi meravigliosi contenuti per meditarli, si potrà accostare all’esercizio della calma interiore che piano, piano l’aiuterà a riprendere quota e coraggio in quel volo meraviglioso che può essere la vita.

Ancora sugli Idoli e le loro inversioni di pensiero (di Savitri)

olivetti

Pochi mesi prima della morte di  Kühlewind, un caro amico di Isidoro, di Chicago (il dott. Federico Simone), ebbe occasione di parlare con K. e di intervistarlo. Vorrei riproporne alcune parti, contenute nell’articolo “Idoli” e commentarle brevemente.

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Simone: Il senso della sua opera?

Kühlewind: “Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.”

Da notare la nota di K. sulla concentrazione, per quanto riguarda Steiner e Scaligero poi.
Sarebbe interessante sapere se la sua fatica di avvicinarsi di piu’ al livello del lettore sia stata come dice di aver voluto e se abbia raggiunto lo scopo.

Simone: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita?

Kühlewind: “Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

Per chi ha letto Scaligero e quel che scrive in merito al futuro che si è appena iniziato a dispiegare, e a quello ancora da dispiegarsi, questo parere di K. sul concetto di “Padrone”,  secondo lui da Scaligero visto in maniera antiquata, può risultare risibile in merito alla tematica tutta del karma e del materialismo, e quindi del globalismo. Scaligero ha previsto in anticipo perfettamente la realtà attuale del lavoratore e della globalizzazione, conseguenze dirette, occulte e visibili, proprio del mancato riconoscimento e della mancata attuazione del vero alto rapporto karmico e spirituale tra dirigenti e lavoratori.

La degenerazione del valore spirituale dell’operaio o lavoratore si è sviluppato di pari passo all’annientamento dello spirito intuitivo e innovativo dei dirigenti, annientamento operato dall’ aver posto sul piedidstallo, in inversione completa quindi o capovolgimento, il materialismo o realtà visibile come idea prima, ossia come causa, invece che al suo giusto posto e come  conseguenza di una alienazione del pensiero.

A mio avviso K. commette lo stesso errore di inversione, nel voler dare importanza primaria al globalismo o globalizzazione tanto da dover questo condizionare e correggere, secondo l’ungherese, il pensare intuitivo, in questo caso il pensare  di Scaligero.
Ciò che K. ritiene errore in Scaligero – il non aver visto la realtà della globalizzazione in riferimento alla figura del padrone – è invece proprio lungimiranza, tant’è che Massimo sostenendo quel che sosteneva – e si può leggere nei suoi libri – indicava proprio il pericolo del  male della globalizzazione e insieme anche uno dei più importanti suoi rimedi nell’accorato richiamo a recuperare il perenne valore dirigenziale e il rapporto conseguente altrettanto sacro e occulto tra dirigente e operaio.

Un pericolo in particolare ora ricordo che lui ha indicato possibile se l’uomo non deciderà di compiere la reversibilita’ del suo pensiero: la schiavitù a vita del lavoratore con solo i minimi mezzi per sopravvivere, ossia per poter continuare a svolgere il suo lavoro. Ovviamente si parla dell’Uomo che arriverà a schiavizzare se stesso, a diventare aguzzino di se stesso, e non di distinzioni e contrapposizioni di classe. Per questo aggiungo e affermo questo: Massimo Scaligero sapeva benissimo cosa il materialismo – “idea” figlia di un capovolto sistema di pensiero – stava per portare, mentre invece K. stesso già era caduto nell’inganno, avendo rilegato nell’arcaico e nel superato proprio la figura “vivente” del “padrone”.

Il principio della figura spirituale del “padrone” è in sè immodificabile, ciò che nella realtà è avvenuto è la conseguenza del mancato riconoscimento e valore di quella figura. Va da sè che il concetto della figura spirituale dell’ “operaio” o “lavoratore” è allo stesso modo valore fisso da incarnare o verso cui tendere comunque, al di là di ogni errata equiparazione di tale significato a quello del lavoratore alienato e sfruttato (infatti qui si andrebbe in tutt’ altro discorso strumentale materialistico, Marx, pur nella sua buona fede, ebbe a innalzare a vittima alienata l’operaio e a dichiarare la lotta di classe quale stato di essere continuo del proletario, proprio in opposizione al concetto alto di relazione spirituale tra padrone e lavoratore).
Per chi fosse interessato al nobile e cruciale tema consiglio di leggere in particolare il cofanetto “Opere Sociali” di Scaligero e “Il Pensiero come antimateria”, sempre di Massimo Scaligero.

Per quanto riguarda questa altra affermazione di K:

“Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti.”

Mi ha colpito questo giudizio di K., il quale non e’ un Iniziato.

Senza operare una completa purificazione delle qualità isitintive non si sale alle vette dello Spirito.

Come è stato scritto in altro commento che condivido, l’ Opera di Massimo Scaligero – specialmente sul tema della coppia,  del Graal, e dell’Iside Sophia – contiene molto aiuto per chi volesse risolvere questo contrasto di “pensiero” e molti altri.

Hermann Keyserling

Hermankeiserling

Quasi in contemporanea con il lavoro di Rudolf Steiner, vi fu, negli anni ’20 l’attività del conte Hermann Keyserling (1880-1946), che fondò una Scuola sapienziale a Darmstadt, la quale  attirò l’interesse di molti spiritualisti occidentali di fatto e di direzione.

Sebbene la cosa sia impropria, alcuni giudicarono le sue intuizioni in linea con il sostrato epistemologico dato da Steiner, seppure in forma episodica. Fu un suo collaboratore, E. Rousselle, a dare una sintesi indicativa del pensiero del maestro.

Per K., l’istanza della cultura occidentale è la pulsione o esigenza verso una autorealizzazione. Esigenza che però non viene ancora posseduta dall’Io interiormente, come realtà di vita interiore, ma solo conosciuta dal di fuori, nei fenomeni che essa genera sul piano speculativo.

L’Io si concilia con la realtà solo razionalmente, la  cui sfera necessitante tradisce l’esigenza che l’ha prodotta: mantenendo un rapporto pseudo-metafisico con la realtà dell’Io.

Da cui la necessità di un passo ulteriore che traduca l’affermazione ideale in affermazione reale, rendendo concreta attualità l’astrazione della teoria del conoscere elaborata con l’idealismo.

La chiave delle vedute di K. è il fenomeno del comprendere: il punto in cui l’Io dice a sé: “ho compreso” è un punto di spontaneità e interiorità. Esso ha inoltre un carattere illuminativo di trasparenza assoluta di sé a sé nell’oggetto che si comprende.

Si cerchi allora di vivere la natura del significato (sinn), non di questo o quel significato ma del significato in generale: del puro elemento del comprendere identico a sé in ogni comprensione.

Per K., apparirà allora che in esso riluce qualcosa di ineffabile, una semplicità attuale e individuale che, pur contenendolo, trascende l’insieme di mezzi e forme da cui è propiziato.

Questo momento del puro comprendere è, per K., il momento dello Spirito.

Si dirà che un significato c’è ma in connessione ad una forma, è però vero anche l’opposto cioè che il venire compresa è la condizione affinché qualsiasi cosa abbia esistenza per l’Io e che quindi la funzione del comprendere è il prius assoluto: l’elemento di realtà a cui ogni esperienza partecipa.

Essendo dunque assurdo parlare di realtà nelle cose del mondo indipendentemente dall’Io, K. tende a definire una speciale funzione capace di riaffermare sull’intero ambito dell’esperienza il principio dell’Io libero e creatore.

Dunque il “senso” (sinn) è la condizione per ogni possibile esperienza e perciò tutto, nel mondo, assume il carattere di mezzo espressivo, di sostanza-simbolo che l’Io deve animare e ricreare con l’atto del suo comprendere.

La dualità, per K. si risolve tra  astratto mezzo espressivo e significato: la materia, la necessità non è altro che privazione del “senso”: la bruta “lettera” opaca a sé stessa.

Ciò porta al problema umano generale. Secondo K. non risolvibile con arte, religione e filosofia.

Gli artisti sono dei medium: la grandezza che parla in loro non coincide mai con la loro persona consapevole. La religione va esclusa poiché importa un principio di dogmatismo e autorità da una parte, di dipendenza e passività dall’altra: incompatibili col carattere auto affermativo connesso al “senso”. Peggio ancora per la filosofia, radicata in un mondo concettuale estraneo alla realtà e disgiunto dal proprio Io creatore.

Insomma, quello che importa è che l’Io non si faccia schiavo di una conoscenza astratta ma la produca interiormente come realtà vivente.

“La rappresentazione crea la realtà e non viceversa”, “La rappresentazione è incondizionata”, “L’Io può, mediante uno spostamento dei livelli di coscienza, possedersi in questa facoltà”.

Si aggiunge a ciò l’esigenza affermata dal nostro Michelstaedter: l’individuo deve assurgere al senso di una assoluta responsabilità, deve farsi sufficiente alla propria vita, non solo nel soggettivo ma anche nell’ordine del cosmo, dell’universale.

L’Io deve farsi a sé stesso l’estrema ragione, deve mettere su sé il peso della responsabilità mondiale, senza tentare di rimetterla ad altro: solo a condizione di assumerne la persona egli può tentare di superare il destino nella libertà.

Poi, in realtà, la “Schule der Weisheit” sulla metodologia dice poco: per il “come” ci si elevi dalla coscienza comune a quella del “senso”, K. si rimette a Rousselle. Vi giuro che ce l’avevo, questo “Mistero della Trasformazione”, ennesima scomparsa della mia biblioteca. E, per non affaticare nessuno, me compreso, posso dirvi che ne rimasi assai deluso. Ricordo che Rousselle distingue tre fasi: posizione, dispiegamento e trasformazione, che, mi pare, erano assai simili alla triade neoplatonica di purificazione, illuminazione ed unione. Insomma nulla di originale e ancor peggio si percepisce nettamente che Rousselle non parla per esperienza vissuta.

Questa vistosa carenza di mezzi e discipline confermerebbe l’assunto (comune ad altri pensatori e filosofi)) che Keyserling  abbia vissuto una certa esperienza interiore e abbia poi tentato di esprimerla, come al tempo fu questione per Michelstaedter, Braun, Hamelin, Weininger, eccetera.

Detto così è poco e non rende di sicuro un decente servizio al Conte. Però se poi il pensiero si volge alla Filosofia della Libertà di Steiner, siamo alle solite: Keyserling ti propone frasi luminose che poi si trasformano in nebbia indistinta. Steiner ti propone subito due quesiti e se possiedi volontà e coraggio ti porta a risponderti da te stesso…magari con quell’Io che altri hanno solo intuito e speranzosamente proposto!

SE CI FOSSE UN UOMO

 


SE CI FOSSE UN UOMO

.

Se ci fosse un uomo
un uomo nuovo e forte
forte nel guardare sorridente
la sua oscura realtà del presente.

Se ci fosse un uomo
forte di una tendenza senza nome
se non quella di umana elevazione
forte come una vita che é in attesa
di una rinascita improvvisa.
Se ci fosse un uomo
generoso e forte
forte nel gestire ciò che ha intorno
senza intaccare il suo equilibrio interno
forte nell’odiare l’arroganza
di chi esibisce una falsa coscienza
forte nel custodire con impegno
la parte più viva del suo sogno
se ci fosse un uomo.

Questo nostro mondo ormai è impazzito
e diventa sempre più volgare
popolato da un assurdo mito
che è il potere.

Questo nostro mondo è avido e incapace
sempre in corsa e sempre più infelice
popolato da un bisogno estremo
e da una smania vuota che sarebbe vita
se ci fosse un uomo…

Allora si potrebbe immaginare
un umanesimo nuovo
con la speranza di veder morire
questo nostro medioevo.
Col desiderio
che in una terra sconosciuta
ci sia di nuovo l’uomo
al centro della vita.

Allora si potrebbe immaginare
un neo rinascimento
un individuo tutto da inventare
in continuo movimento.

Con la certezza
che in un futuro non lontano
al centro della vita
ci sia di nuovo l’uomo.

Un uomo affascinato
da uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da corpi e da anime gioiose
che sanno entrare di slancio
nel cuore delle cose.

Popolato di fervore
e di gente innamorata
ma che crede all’amore
come una cosa concreta.

Popolato da un uomo
che ha scelto il suo cammino
senza gesti clamorosi
per sentirsi qualcuno.

Popolato da chi vive
senza alcuna ipocrisia
col rispetto di se stesso
e della propria pulizia.

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da un uomo talmente vero
che non ha la presunzione
di abbracciare il mondo intero.

Popolato da chi crede
nell’ individualismo
ma combatte con forza
qualsiasi forma di egoismo.

Popolato da chi odia il potere
e i suoi eccessi
ma che apprezza
un potere esercitato su se stessi.

Popolato da chi ignora
il passato e il futuro
e che inizia la sua storia
dal punto zero.

Uno spazio vuoto
che va ancora popolato.

Popolato da chi é certo
che la donna e l’uomo
siano il grande motore
del cammino umano.

Popolato da un bisogno
che diventa l’espressione
di un gran senso religioso
ma non di religione.

Popolato da chi crede
in una fede sconosciuta
dov’é la morte che scompare
quando appare la vita.

Popolato da un uomo
cui non basta il crocefisso
ma che cerca di trovare
un Dio dentro se stesso.

.

(Giorgio Gaber)

IDOLI

 idoli

Molti anni fa, leggendo la Rivista “Antroposofia” mi imbattei in un articolo più interessante degli altri. Si distingueva da quello stile accademico che incominciava ad essermi insopportabile. Era evidente ed eccezionale che l’autore rimandasse energicamente a esercizi e discipline. Fu una gradita scoperta e l’autore sconosciuto si firmava come Georg Kühlewind.

Non dimenticai questo nome, di cui alcune righe mi parvero persino famigliari. Più tardi mi capitarono tra le mani alcuni suoi libri che mi sembrarono equilibratamente modesti ma comunque interessanti perché dopotutto indicavano una via al “Pensiero Vivente”.

Mi colpì favorevolmente la libertà dell’autore nei riguardi del pesante vezzo di riferirsi continuamente all’oceano di frasi o testi del Dottore che si usano per giustificare ogni concetto espresso (purtroppo vedo che la von Halle non si è sottratta alle forche caudine di tale modo di scrivere). Vidi anche che nelle note a piè pagina citava sempre Massimo Scaligero, sebbene segnalasse una divergenza su alcuni imprecisati punti.

Decisi di conoscere un po’ meglio questa figura, diversa dai tanti, del panorama antroposofico.

Fui aiutato dalla sua biografia, apparsa, sembra su pressione dell’Editore Lindisfarne Press, aggiunta al libro Stages of consiousness, uscito nel 1984.

Si chiamava Gyorgy Székely e più tardi prese il “nom de plume” di Georg Kühlewind. Nacque da famiglia ebraica liberale il 6 marzo del 1924 a Budapest. Dal 1944 fu internato in diversi campi di prigionia tedesca sino alla liberazione, avvenuta nel 1945 a opera delle truppe americane. Dopo la guerra studiò scienze naturali e successivamente divenne professore di fisica chimica presso l’Università Tecnica di Budapest. Dagli anni ’60 incominciò a pubblicare libri di Linguistica, Psicologia e Epistemologia. Il perno del suo lavoro divenne la conoscenza e l’applicazione pratica di ciò che egli chiama “Pensiero Vivente” (Il termine vi ricorda qualcun altro? Lo vedremo poi.) sottolineando l’importanza dei processi conoscitivi rispetto ai risultati di questi. Ora sentiamo le sue parole:

“I miei primi interessi all’età di 15 anni, furono la psicoanalisi, Jung e la storia delle religioni e della cultura. A 17 anni divenni discepolo di Karol Kerenyi. La mia tendenza era quella di diventare filologo classico e d’imparare Latino e Greco. Freud e Jung mi avevano convinto che la vita non doveva essere compresa razionalmente. Studiai economia, cercai di cancellare in me tutte le abitudini, tradizioni e convenzioni. Ci riuscii. Rimase solo un deserto ( all’età di 5 anni ebbi una potentissima esperienza di essere un “io”, come quella di Jean Paul descritta da Rudolf Steiner in Teosofia). Incontrai l’Antroposofia all’età di 18 anni. Il mio sentimento fu: “è interessante, ma già la conosco, è viva in me”. Dopo la guerra vi fu un secondo incontro: Verità e Scienza e La Concezione Goethiana del Mondo. In seguito, il ciclo di conferenze sul Vangelo di Giovanni, tenute ad Amburgo, mi ispirarono e cominciai a leggere un libro dopo l’altro e continuai così per circa un decennio.

Poi sentii: “Questo è sterile, non sto facendo alcun passo sulla via del sentiero interiore (prassi) e questa pila di conoscenze che sto ammassando sembra essere soltanto un fardello – e infatti lo era! – “. A questo punto gettai via quasi tutta l’Antroposofia ma ebbi un sogno significativo e mi ricordai di un libro di Steiner che sapevo di non aver compreso: La Filosofia della Libertà. Così iniziai ad studiare quel libro e tutte le opere epistemologiche di Steiner. Volevo dare a queste ultime un’ultima chance. Senza andare ad approfondire le opere più esoteriche volevo comprendere questi lavori epistemologici per sé stessi. Dopo circa 6 mesi sapevo che in questi stava la direzione che dovevo prendere.

Vidi gli errori che avevo commesso e le incomprensioni (sentite come comprensioni) in cui ero caduto. Realizzai che il livello del  vero comprendere non è il livello utilizzato nelle altre scienze ma minimamente sfiora il gradino del vivente pensare, sperimentato. Da questo momento in poi (1958) iniziai lentamente la strada della disciplina interiore. Nel 1969 incontrai Massimo Scaligero, il pensatore antroposofico italiano. Di fatto, il nostro vero, effettivo incontro non avvenne personalmente ma solo attraverso i suoi libri, dopo l’avvenuta conoscenza personale (corsivo in originale). Da ciò emerse una amicizia profonda che mi ha aiutato e che dura ancora dopo la sua morte (1980) sebbene vi fossero questioni su cui non ero d’accordo. Eravamo tuttavia in perfetto accordo sulle questioni concernenti il conoscere e la via interiore.”

Qui mi fermo poiché escludendo una attestazione di grande stima per la scomparsa signora S. Rihouette Coroze, il resto mi pare una superficiale divagazione sui gusti personali, artistici e non, che non aggiungono niente. Già in ciò che ho tradotto, il tutto sembra ridursi ad un discorso notevolmente piatto di successioni temporali mentre  non affiora nulla dell’intimo  percorso conoscitivo dell’anima. Forse vale riportare un’altra riga per motivi che troverete verso la fine: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen, un incontro che ha avuto un fortissimo impatto sulla mia vita.”

Da parte mia crebbe una certa  disillusione e un sospetto, dunque volli saperne di più.

Poi mi rammentai che da Scaligero giungeva, seppure col contagocce, dall’Ungheria un gruppetto di “professori universitari” che si notavano per una caratteristica comune: sembravano molto seri e per nulla spensierati.

Ricordiamoci che a quel tempo l’Ungheria era schiacciata da un regime autoritario e totalitario (il “comunismo al gulasch” era una di quelle immagini semi false ad uso dell’ingenuità occidentale, così come il crudele regime di Tito era ribattezzato “diverso” poiché intruppato con i Paesi chiamati “non allineati” ed il folle regime di Ceausescu era visto con simpatia perché era definito “nazionale”).

Era assai difficile uscire da quei Paesi e solo cariche prestigiose o provata fedeltà al Partito permettevano rari e giustificabili visti d’uscita.

Il fatto che Gyorgy Székely venisse considerato poi un’audace “primula rossa” dell’antroposofia è del tutto ridicolo. Infatti…

Pochi mesi prima della sua morte, un mio caro amico di Chicago (il dott. Federico Simone) ebbe occasione di parlare con Kühlewind e di intervistarlo. Estraggo qualche domanda e risposta.

S.: Il senso della sua opera? K.: Gli antroposofi parlano di cose che non percepiscono, di entità angeliche, di sfere spirituali conosciute solo attraverso la lettura di conferenze. Quello che manca è il lavoro interiore sulla concentrazione del pensiero, sul percepire puro, sul meditare. Ho cercato di rendere tali operazioni più comprensibili di quanto aveva fatto Massimo Scaligero che molti non sono ancora riusciti a comprendere. Se Steiner aveva scritto e parlato da un livello altissimo e aveva descritto la concentrazione in poche occasioni, colte da pochi, Scaligero si è avvicinato di più al livello del lettore, ma usando un linguaggio difficile. Io mi avvicino ulteriormente con un linguaggio più semplice. Di Scaligero ammiro di più il libro “Luce”. L’ho conosciuto personalmente, ho visitato più volte il suo studio e ho avuto frequenti scambi epistolari. Inoltre ho letto tutte le sue opere in italiano.

“S.: Quali sono stati i motivi di disaccordo che lei cita? K.: Mah! Sono solo due. Il primo riguarda la figura del “padrone”. Scaligero gli dava un’importanza di vecchio stile, direi tipicamente italiana, in un certo senso arretrata e sentimentale, scollegata alla realtà economica moderna e globalizzata. Il secondo è che Scaligero, straordinariamente dotato, è salito alle vette dello Spirito con relativa facilità, ma proprio per questo non ha operato una completa purificazione delle qualità istintive, perciò i temi sulla “coppia” non sono corretti. L’uomo contiene la donna interiore e viceversa. Scaligero sostiene come fondamentale l’incontro con l’altro termine binomiale per la realizzazione graalica.”

(Qui Simone nota che il dissidio continuò per anni e che in una lettera di Scaligero a Kühlewind che lo affrontava su questo tema, Scaligero rispose che capiva la posizione di Kühlewind ma che in realtà le cose stavano così).

Tutto ciò non mi bastava, anzi avvertivo più incongruenze di prima, perciò scrissi e telefonai ad alcuni tra quelli che possedevano alcune caratteristiche importanti: erano stati da Scaligero settimanalmente per un decennio, erano rimasti fedeli alla sua figura e al suo insegnamento, possedevano un’ottima memoria ed erano pure persone serie e senza bende di velluto sugli occhi (davvero pochi!). Ecco l’iceberg balzato dagli abissi:

Tra i “professorini ungheresi” che venivano a Roma v’era anche chi aveva la camicia pulita ma i polsini lisi e le tasche vuote (non coniugando viaggio e cibo alcuni amici di Scaligero fecero ogni volta colletta). Uno in particolare: si chiamava Ivàn Biczò che si sposò una romana de’ Roma, Rosaura. Era l’incarnazione della fedeltà e della disciplina interiore. Usciva dall’Ungheria tra mille difficoltà, non essendosi omologato al Partito. Al contrario di György che andava e veniva a Roma e a Dornach senza intoppi. György a Roma, annotava, registrava e faceva lo stesso negli incontri (mi vien detto “assai polemici”) con Scaligero. Emulo di Max Heindel trafugò più che poteva. Ciò al punto che neppure ‘comprese’ quello Scaligero diceva, minimalista con le parole, così semplici e separate da silenzi: no, György voleva sapere di più, pertanto non vi fu vero collegamento, come a suo modo  egli stesso lo conferma nelle strane righe corsivizzate  dell’autobiografia riportata sopra.

Poi apparvero libri con una terminologia inusuale per l’antroposofia, quali “Pensiero Vivente” o “Percezione pura” (die reine Warhrnehmung)

A ognuno il suo: i Biczò hanno fatto la fame, fu tolta loro la casa e riassegnati a 20 metri di umiliante coabitazione. György non gli aiutò ma al contrario gli vessò, forte della tessera del Partito Comunista in tasca e della sua attività di delatore. Il figlio dei Biczò, Giovanni, per il rifiuto di aderire alla Federazione giovanile del Partito Comunista, fu picchiato a sangue con calci in faccia (essendo vivo e vegeto può confermare ciò che scrivo in qualunque momento). Del resto è merito di Rosaura e Giovanni se molti libri di Scaligero sono stati tradotti e stampati in Ungheria (ripeto: Ivàn è morto ma Rosaura e Giovanni vivono a Budapest e parlano italiano. Dunque se qualcuno volesse la prova di quello che ho scritto…) sebbene György girasse il mondo prendendosi tutti i meriti.

Negli ultimi tempi della vita di Massimo, gli mandò una lettera in cui derideva Graal in termini ingiuriosi al punto che seppur con la proverbiale mitezza, Scaligero chiese a Leopoldo Ceracchini di disegnare una caricatura del (vile) magiaro pesantemente significativa.

Mi fu pure comunicato (ma non ho prove in merito) che Mimma, in tempi successivi recatasi a trovare gli amici di Budapest, fu da lui maltrattata sino alle lacrime.

Per caratterizzare, almeno un poco l’uomo, rileggete le sue parole: “Circa nel 1967 incontrai il buddismo Zen….”. Nell’intervista del 2006 al mio amico, raccontò l’accaduto (uno splendore sintomatico).

“Prima di terminare il nostro incontro lo interrogai sulla sua scelta ‘Zen’ ed egli mi rispose che molti anni prima, al termine di una sua conferenza, un’ascoltatrice gli aveva suggerito che parlava come un maestro zen (!) e che riflettendo su questa impressione si era dedicato allo studio dello Zen”

Devo aggiungere altro? Farei un torto al vostro pensiero, credo.

Confesso d’aver barato: ho descritto  i fatti come si sono svolti ma ho omesso un particolare, per me essenziale: avevo trovato interessanti i libri di K. ad una lettura veloce e superficiale, mentre si disfacevano come sabbia se li pensavo sul serio: dopo tanti decenni, al pensiero attivo hanno resistito solo i testi di Steiner e Scaligero. Ciò per me è obbiettivo come il granito delle Dolomiti.

Troppo severo? E’ una categoria assai stretta. Che Kühlewind abbia seguito la propria strada mi è indifferente. Ma che sia stato uno di coloro che, facendo il suo, abbia storpiato e minimizzato la virile, dirompente carica dell’Insegnamento, espresso da Scaligero con l’avvallo dei Maestri della Rosacroce, forse converrete come non sia cosa da prendere alla leggera.

La smania o mania di trasformare questo e quello in idolo è una deviazione che non cessa mai. Spesso all’insaputa di chi viene idolatrato, anche esistendo lo scombiccherato  fenomeno di simulacri minimi che darebbero la vita pur di apparire degni di considerazione. E’ un suggestivo bisogno di dipendenza sia nei primi che nei secondi, esprimentesi in una relazione, più o meno sottile, tra incubo e succubo (suona sgradevole, non è vero?).

La via limpida che richiede preparazione, disciplina interiore e concentrazione mentale totalmente individuale, viene battuta raramente, non attrae, essendo a conti fatti una scomodissima ascesi che non conduce a poteri personali.

Ora, buona parte dello spiritualismo, serve per divagare, oppure diviene un ingrediente – associato frequentemente al sesso – a cui ricorre chi va a caccia di esperienze torbide che sono i surrogati che suppliscono ad una inesistenza di sé.

Ciò porta più che raramente oltre il campo soggettivo, mentre è reale il pericolo di finire in situazioni spiritualmente regressive e pericolose per l’anima della quale, ossessivamente, ci si preoccupa a parole.    

DAVANTI AL DILEMMA

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Nelle antiche culture, il “Bivio” rappresentava un punto di svolta nella vita dell’eroe-iniziato.
Nei Misteri l’iniziando doveva trovare la via di bivio in bivio e dimostrare così il grado della propria maturità.
Là, dove colui che era legato alle apparenze del mondo sensibile vedeva soltanto oscurità, il discepolo dello Spirito doveva trovare la direzione.
Egli non doveva deviare e naufragare né a destra né a sinistra.

Al tempo nostro, subentrano “dilemmi” nel corso della vita di ogni uomo – anche di quello che considereremmo la persona più metodica o mediocre che possa esserci – e richiedono decisioni.
E’ sintomatico per l’epoca dell’anima cosciente che il dilemma non sia più il pesante privilegio dell’iniziando, ma sia divenuto un fardello comune a tutti gli uomini.
Ai dilemmi dell’anima cosciente appartiene la problematica posta dalla civiltà moderna.
Da quando l’ingenuo ottimismo ottocentesco intorno al valore del progresso si è vaporizzato, l’ottimismo deve essere continuamente restaurato attraverso nuove scoperte e tecnologie che rendano più facile e desiderabile la vita.
Ma ciò nonostante, l’espressione “benedizioni portate dalla cultura e dalla tecnica” ha acquistato un significato ironico, sempre più amaro.
Da tempo, l’indagatore che possiede ancora una qual coscienza morale, sta sempre dinanzi al problema se debba conservare riserbo sulle sue scoperte oppure renderle di dominio pubblico (ma poi, forse, la medesima scoperta verrà fatta in un altro Paese o laboratorio, e tenerla chiusa nel cassetto sarà stato inutile…).

Ormai da molto tempo gli scienziati hanno considerato il loro lavoro come “moralmente neutrale”. Mezzo vero e mezzo falso poiché riflette il primo atto, quello dell’esperimento, ma tappa occhi e orecchie a quello che sarà il secondo atto: l’impiego del prodotto che ne consegue.
Ma al momento dell’impiego o spesse volte dopo che il vaso di Pandora è stato aperto, subentrano scrupoli (tardivi) o intensi sensi di colpa.
Si pone la questione: l’acutezza della coscienza sia andata di pari passo con l’affinamento “sattvico” dell’intelletto? La maggior parte delle impressioni e dei giudizi suona nel senso che lo sviluppo morale dell’umanità sia rimasto vergognosamente indietro, almeno di alcuni secoli.

Mi rammento (ho rintracciato) alcune parole pronunciate dal prof. A.V. Hill negli anni ’50 del secolo scorso quando assunse la Presidenza della British Association di Londra: “ Migliorare le condizioni della vita umana mediante lo sfruttamento di conoscenze scientifiche è una delle più elevate avventure dello spirito. Ma sarebbe pericolosa illusione credere che tale miglioramento possa compiersi fuori di una società basata su fondamenti morali” e dopo alcuni esempi con cui non voglio tediare nessuno, terminò il discorso con queste parole: “ Quando noi, secondo fondamenti etici, ci rifiutiamo di compiere il male perché così subentri il bene, potremmo compiere il bene quando le conseguenze evidenti fossero cattive?”.
Ciò suona quasi come il grido disperato di san Paolo: “Il bene che io voglio, non lo compio, ma il male che non voglio, questo lo compio”.
Però, nell’appello del prof. Hill, formulato alla metà del XX secolo, risuona un’eco che proviene dal Medio evo: il dualistico mondo dei dati di fatto e delle esigenze morali. Qui si parla come se l’uomo dovesse trarre le proprie determinazioni morali da un “aldilà dei fatti naturali” per trapiantarle entro il mondo che sta davanti l’indagatore. I valori morali si trovano nel mondo “di qua” come elementi estranei ad esso, come furono spiegate le dottrine della rivelazione nel Medio evo.
Tra i più alti valori a cui l’umanità dovrebbe attenersi, se non vuole trasformare insospettati benefici in distruzioni senza fine, lo scienziato della natura degli anni ’50 ascrive la fede nella inviolabilità dell’individuo umano.

Con tutto il rispetto per le idee esposte, si può percepire – nell’impostazione del problema – la forza del passato: non è forse insito in tale impostazione di “trapiantare principi morali” un presupposto oggi non più valido?

Attraverso l’Opera di Steiner si trova un atteggiamento fondamentalmente nuovo nei riguardi del dilemma.
Si può riconoscere l’uomo come il punto nel quale e per il quale si compie la bipartizione del mondo, ma che questa possa venir superata nel suo conoscere e nell’agire.
La realtà non conosce questa separazione che esiste solo per l’uomo, e anche per esso transitoriamente. Mediante la proiezione della scissura fra mondo dello spirito e mondo della materia su una pretesa struttura complessiva del mondo, sorge la “teoria dei due mondi” di un platonismo erroneamente inteso.

L’uomo è parte di un mondo unitario e guardando a lui ci si innalza oltre la teoria dualistica; l’autoconoscenza, come tracciata in Filosofia della Libertà sulle fondamenta della natura umana, svela anche l’origine della moralità nell’uomo.
Non vi è bisogno alcuno di trovare fuori di lui una esigenza morale, non occorre nemmeno aggiungere alla “realtà-uomo” un comandamento di fede circa l’inviolabilità dell’individuo, poiché la stessa sua dignità può essere rintracciata tra i dati che il mondo ci offre.
Nell’immagine completa dell’essere umano è data al contempo l’inviolabilità dell’io. Ciò che fu esigenza sollevata dal di fuori, diviene parte integrante di una complessiva conoscenza dell’uomo.

Dalla medesima fonte antropologica sgorga anche la visione della facoltà di libertà dell’io che sperimenta se stesso come atto spirituale: la scoperta dell’intuizione morale è al contempo scoperta dell’io quale essere spirituale incarnato.

La facoltà dell’intuizione in campo etico è la chiave di volta per la compiutezza dell’essere umano.
Ma da qui deriva l’importanza del dilemma per l’uomo. La libertà morale non è affatto semplice libertà di scelta tra due motivi, come a lungo fu sostenuto, ma è una facoltà creativa.
Oggi il destino conduce ogni uomo in situazioni in cui nessun principio già dato o accettato per tradizione può essere di aiuto: l’uomo può (con il linguaggio della Filosofia della Libertà) trarre dal mondo delle idee comune a tutti gli uomini che sviluppano conoscenza, quella sola intuizione che egli sperimenta corrispondente alla situazione da affrontare.
Invece di agire secondo principi tradizionali, egli diventa “giusto” riguardo alla situazione che ha dinnanzi.
Essa esige da lui “semplicemente quella decisione” che è sempre un vero nuovo inizio.
La decisione non si può evincere dai due termini del dilemma. Ciò significa che colui il quale agisce nell’epoca dell’anima cosciente deve procedere oltre l’esperienza del dilemma, verso una decisione perfettamente nuova.

Oltre le due possibilità che all’intelletto si presentano ugualmente non motivate, grazie alla corrispondente intuizione subentra una terza possibilità finora rimasta nascosta.
Afferrarla è percezione spirituale ed è anche giudizio sul da farsi.

Si può dire che per l’intuizione “sono oggi divenuti disponibili” nuovi concetti, poiché agli altri concetti si è unita l’idea dell’uomo.
Ciò è rivoluzionante per il mondo delle idee ed espresso antroposoficamente significa che il mondo che l’uomo sperimenta ha conseguito un altro carattere da quando l’entità umana è divenuta afferrabile come essere spirituale nell’esistenza sensibile. Tale mondo, per sussistere, abbisogna ora della collaborazione dell’uomo morale.
Il dilemma umano conserva la propria importanza quale indicatore della via. E’ la pressante esigenza di sviluppare l’organo intuitivo.

Il dilemma insegna a trovare il punto in cui dall’uomo si esige il non previsto, l’inaudito, ciò di cui non sono note le conseguenze, ciò che deve essere deciso “per la prima volta”.

Il termine intermedio tra concetto e percezione si definisce come “rappresentazione”. Nella coscienza comune (passata), la rappresentazione non è libera, interviene aprioristicamente. Per l’uomo che attinge dall’intuizione, Steiner chiama fantasia morale il libero immaginare che si forgia in rappresentazione sorgiva, non impedita da alcun pensato antecedente (forse è utile comprendere che la fantasia morale ha una parentela minima con quanto definiamo ordinariamente con il termine fantasia: la prima è dotata di vita fluente – nel corpo ma non del corpo – che manca alla seconda.).
Qui il mondo spirituale è tangente con l’uomo operante: tale mondo attende dall’uomo che egli faccia uso della facoltà in lui attuabile…e in ciò siamo terribilmente in ritardo.

IL CONSEGUIMENTO DELLA COSCIENZA ETERICA (di R. Benvenuti)

Due Arcobaleni

Quando noi pensiamo realmente, la connessione dei corpi sottili è diversa da quella che normalmente si dà: corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed Io, tutti e quattro connessi. Nell’attività pensante il corpo fisico viene come sciolto nella sua connessione con gli altri tre, eterico, astrale ed Io. Cosí che la coscienza si rafforza in sé e si evolve da coscienza ad autocoscienza, permanendo tale nel moto del pensare, da essere capace di avere oggettivato il contenuto del pensiero, in quello che potremmo definire “lo spazio interiore”. Ecco la differenza tra esterno ed interno e i termini interiorità ed esteriorità. I primi valgono per significare posizione nello spazio tridimensionale esteriore-fisico, i secondi per lo spazio interiore che può presentarsi come bidimensionale e nel quale vivevano gli uomini antichi. Questo tipo di coscienza “bidimensionale” era presente ancora presso i pittori vissuti fino all’epoca preraffaellita.
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Colui il quale educhi l’attività pensante mediante gli esercizi spirituali ha modo di realizzare il vivere nella dimensione extracorporea, quindi è legittimo affermare che l’uomo il quale realmente pensi è già fuori della dimensione spaziale-corporea e non si avvede di ciò. Ha luogo l’entrata nello spazio eterico. Il pensiero è la manifestazione della vita, quindi principia con la sua pura attività un’esperienza del trascendente che continuamente si fa immanente. La vita è presente mediante il pensare e a contatto con il corporeo, con la materia, la illumina e la spiritualizza. È l’inizio di una lenta spiritualizzazione di essa, il cui compimento una parte dell’umanità può compiere secondo le leggi del vero e del bene in questo operare di vita pensante.
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È secondo la medesima direzione che la coscienza umana realizzerà lo stadio che segue quello che attualmente ha, ovvero: coscienza oggettiva in quello della coscienza eterica. È con la liberazione del pensiero dal suo strumento riflettente, il sistema nervoso centrale, che ha inizio l’esperienza della coscienza eterica che è piú alta, vasta e profonda rispetto a quella da cui prende le mosse (la coscienza oggettiva). Lo spirito del tempo presente attende che l’uomo per libera iniziativa realizzi questa vita pensante. Ma l’indirizzo che l’uomo sta dando, per cosí dire, a questa attività pensante ha segno e direzione contraria, legandosi pericolosamente alla materia cercando di eternizzarla.
 
Si può dire che il dolore delle prove drammatiche che stiamo attraversando sia causato da questa prepotente unilateralità nell’uso della forza pensante. La immoralità, il male, sono figli di questo pensiero materialistico, che nel suo cieco orgoglio uccide se stesso, concependo il sensibile-materiale come realtà unica, a se stessa e di per se stessa sufficiente.
 
È bene rammentare che la moralità nasce da attività spirituale, esprimentesi in pensieri privi di elementi assunti dal percepire sensibile, quindi avente in sé tutta l’autonomia del proprio contenuto, onde l’anima umana configurandosi a se stessa per la presenza in lei del puro atto pensante, vive sperimentando l’essere se stessa in stato di libertà, e realizza cosí il vero sentirsi un essere autonomo. Non esiste vera morale priva di libertà. Come non esiste separazione tra problema morale e problema di conoscenza. Conoscenza e morale sono una essenza sola. La conoscenza non rispondente al reale è falsa, è di per sé immorale. La conoscenza vera è moralità in atto, divenuta compiuta immanenza (v. R. Steiner Filosofia della libertà). Chi sia capace di puro pensare sa che il puro pensare è spirito, essenza universa, fonte di autentica morale. Occorrono forza di pensiero e pensiero volitivo in comunione con il coraggio: «…se non ti poni come dominatore di fronte all’idea ne divieni schiavo!» (id.)
 
Prima di proseguire è bene premettere che non si intende negare o sottovalutare la materia che si dà al conoscere mediante percezione sensibile, ma attirare l’attenzione del conoscente sul momento in cui la coscienza pensante compone a se stessa il percepito quale sintesi, rappresentazione. Scoprendo cosí che la materia assunta mediante coscienza pensante eleva questa a completa realtà. Tuttavia si dimentica che è l’azione del pensare che tale la fa alla coscienza conoscente. Cosí la natura del pensiero slegato dal suo strumento riflettente, il cervello fisico, rivela il suo potere di sintesi degli elementi sconnessi dell’oggetto percepito. Cioè al suo primo apparire alla mera percezione sensibile, l’oggetto che cosí si dà sembra essere compiuto in se stesso da per se stesso, ma ciò avviene per carenza di forza pensante, onde la coscienza muore a se stessa per essere coscienza dell’oggetto: il pensiero slegato o pensiero puro ha il compito di ristabilire completezza del vero stato di fatto, l’autentica realtà.
 
La vera natura della realtà è sintesi spirito-materia. Materialista è quella concezione che, ignorando la funzione della forza ideante, tuttavia la adopera per consacrare la materia come totale assoluta realtà, fino al punto di credere lo spazio tridimensionale come reale di per se stesso, mentre alla coscienza pensante, in se stessa e da per se stessa rafforzata, lo spazio si dà come idea.
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Domandiamoci: perché siamo spinti da necessità a dover pensare in presenza dell’oggetto osservato? Perché un sano conoscere scopre che la separazione tra materia e spirito è per la costituzione dell’uomo, che essendo cosí costituito come è, in modo tricotomico (corpo, anima e spirito), mediante gli organi dei sensi corporei riceve il lato sensibile e mediante l’animico spirituale ritrova l’essenza spirituale del sensibile. Abbiamo qui la fonte, la ragione della malattia al posto della salute, che, come ebbe a rettificare il Dottor Giovanni Colazza, rispondendo a chi affermava essere la malattia un fatto morale, disse: «No, la malattia non è un fatto morale, ma un fatto dello spirito».
 
Domandiamoci quale significato abbia la verità evangelica: «Tutti i peccati saranno rimessi tranne uno, il peccato contro lo Spirito Santo». Essendo il pensiero organo di percezione superiore o sovrasensibile, esso può, intensificandosi in se stesso, percepirsi quale entità, ora percettibile nella interiorità della coscienza permanente a se stessa anche al cospetto del percepito sensibile. A questo punto si manifesta quale pensiero-Logos, essenza e fonte di etere vita-luce. Il mondo eterico è sostanza-pensiero, è Vita, pensiero eterico-luce. Allora è possibile percepire a questo stadio le entità del mondo della vita, e tra queste il Sublime Essere creatore assoluto della Vita stessa, il Cristo. Il pensiero-Logos è pensiero cristificato, ovvero puro pensare, puro spirito, Spirito Santo.
 
La risposta alla domanda quale sia il peccato conto lo Spirito Santo, sarà: il pensiero materialistico, dominante nelle scienze naturali! È questo il peccato contro lo Spirito Santo.
 
Allorquando si sia capaci di realizzare, mediante disciplina spirituale, la coscienza pura, la catarsi dell’anima di coscienza, la coscienza vivente, eterica, si è pronti per il decisivo, importante avvenimento della nostra vita che è incominciato poco dopo la metà del secolo scorso: l’incontro con il Cristo eterico, annunciato da Rudolf Steiner. Numerosi sono i richiami nelle conferenze che vanno dal 1909 al 1913-14. Nella conferenza tenuta a Monaco il 28 agosto 1909, la sesta del ciclo: L’Oriente alla luce dell’Occidente, egli cosí dice: «…Nel Cristo, abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Va tenuto presente che il corpo eterico del Cristo è unico nel suo genere, il solo capace di operare come se fosse un corpo fisico materiale: agisce, cammina, apre le porte, parla (nessun altro essere eterico può farlo), non respira, attraversa i muri (esce dalla tridimensionalità) e un altro segno lo caratterizza: non scende mai le scale!
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All’inizio abbiamo compiuto una distinzione tra i termini esterno e interno, validi per lo spazio tridimensionale, tra esteriore e interiore, validi per lo spazio dell’anima, spazio o luogo animico. Occorre ancora fare una precisazione, una distinzione tra rappresentazione ed immaginazione. La prima nasce dalla percezione sensibile e si imprime nel vivente del cervello fisico, la seconda dalla osservazione di quanto svolgentesi nella interiorità dell’anima, e precisamente nella parte di essa in cui l’elemento astrale è pervaso, interpenetrato dalla vita, l’eterico, nella terminologia della Scienza dello Spirito. L’unione dell’ente astrale con l’ente eterico, i Greci antichi la denominavano psyché, noi, italianizzandola, psiche: l’elemento vivente dell’anima, ente luogo delle immaginazioni. Nel Vangelo di Giovanni (20-11,14) la Maddalena al sepolcro vede due figure distinte di angeli che il dott. Steiner chiarisce essere uno il corpo astrale, l’altro il corpo eterico del Gesú. È per questo motivo che li possiamo chiamare entità.
 
Il pensare in movimento scioglie il legame col corporeo materiale del fisico, portando la coscienza ad un livello superiore al livello eterico. Si diventa cosí di fatto cittadini legittimi del mondo eterico, del mondo della vita. Qui, nell’ora fatale del nostro destino, il grande momento s’invera: l’incontro con il sublime eroe solare, il Cristo.
Ora portiamo davanti alla nostra anima quanto il Dott. Steiner afferma nella 6a conferenza del ciclo L’Oriente alla luce dell’Occidente: «Nel Cristo abbiamo davanti a noi un Dio che può essere trovato al di fuori e anche nell’interiorità». Piú oltre nella medesima conferenza, dice: «Da divinità cosmica, il Cristo disceso in Terra diventa sempre piú un Dio mistico, che potrà essere sperimentato nell’intimo dell’anima umana». E ancora, nel ciclo Da Gesú al Cristo, nella 10a conferenza, precisa: «La diffusione della concezione antroposofica del mondo ai nostri tempi avviene appunto perché l’uomo possa essere preparato sul piano fisico a percepire l’evento del Cristo, o sul piano fisico o sul piano superiore».
 
Quindi, sia che si manifesti oggettivamente, fuori di sé, sia nel proprio spazio interiore, dentro di sé, siamo sempre sul piano eterico: piano nel quale il “qui” e il “là” non esiste, la distinzione spaziale perde di significato. Noi siamo dentro tutto ciò che percepiamo, in quanto il nostro intimo essere si espande fuori del corpo fisico (della pelle ) e diviene uno con tutto quanto vede attorno a sé. Chi percepisce su questo piano non è l’organo fisico, bensí quello eterico. La differente modalità di percezione dipende, come anche per l’esperienza del Guardiano della Soglia (v. R. Steiner, I segreti della Soglia) dalla costituzione interiore del soggetto, dalle sue predisposizioni e attitudini, dal suo passato karmico.
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Ed è appunto per questo passato karmico che oggi ci si ritrova insieme, con il cuore acceso alla causa dello Spirito, potendo inserire in questa realtà del presente la conoscenza delle forze operanti nel retroscena degli avvenimenti inverantesi nel presente momento e l’ardua capacità di misurarsi per vincere le potenze demoniache dell’abisso. La divisione tra gli uomini è in atto. L’umanità si spacca in due, generando la razza dei malvagi e quella degli eletti. Ancora poco visibile, ma non lo resterà per molto, poco visibile.
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Urge la necessità che vi siano uomini realizzati nella coscienza eterica, che consentirà loro il grande incontro con il Cristo presente nel mondo eterico.
A noi, che conosciamo il sentiero della conoscenza dei Maestri Rosacroce ed il loro appello, è rimesso nel nostro cuore un impegno antico: essere i realizzatori dello Spirito, percorrendo veramente questo sentiero nel presente momento, unico nella storia di tutti i tempi per la sua gravità e particolarmente irto delle difficoltà poste dalle potenze demoniache, in una battaglia occulta in cui si decide della salvezza del mondo. Portiamo veramente presente nel nostro cuore il monito del Maestro dei Nuovi Tempi: «L’esperimento “Uomo” potrebbe anche fallire!»
 Facciamo sí che possa esser detto veridicamente in ciascuno di noi, nel segreto del nostro cuore: «Non sbigottir, ch’io vincerò la prova!»
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Romolo Benvenuti

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Per gentile concessione della Rivista

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LUCE OLTRE LA SIEPE

 luce siepe

Buon giorno a tutti.

Scrivo qualcosa che di certo ho già scritto quando Eco era un forum. Sicuramente non ha fatto parte delle mie note migliori e sarà così anche questa volta. Inoltre la natura del tema si presta ad infiniti “distinguo” poiché mi pare impossibile abbracciare tutto quello che potrebbe venir detto.

Il fatto è che non passa mese o anche meno che qualcuno, avuto il mio indirizzo, non mi scriva chiedendo cose complicate o terribili. Semplici, quasi mai. Allora tento comunque una risposta stringata, quasi telegrafica e mi accorgo, un’ora dopo, di non aver ancora terminato, poiché la risposta assume  il carattere di un trattato. E mentre scrivo, anche velocemente, chiedo pietà a Spiriti e Maestri per la responsabilità che mi prendo.

La domanda/richiesta che mi viene spesso fatta, tralasciando i modi diversi, è in sostanza questa: “Mi può spiegare come dovrei fare la concentrazione?”.

Qui devo specificare che, di solito, sono domande piuttosto concrete, cioè che parlano dello zero in su. Non dell’elemento interiore all’esercizio. In questo caso, più raro, rimando gentilmente il mio interlocutore alle indicazioni date da Massimo Scaligero nei suoi libri, magari indicando i Testi che credo più consoni allo scopo, sottolineando quanto sia necessaria una lettura assai attenta, ripetuta e sempre prolungata pazientemente anche nel tempo, poiché ci si trova di fronte a concetti che non sono mai assimilabili in poco tempo e con facilità.

Un’intima persuasione richiede tempo: non quello dell’orologio o del calendario…e questo al netto del superamento di ogni genere di preconcetti o altre costruzioni mentali istituzionalizzate nel nostro animo. Già questa fase di ciò che potremmo chiamare “vero percorso conoscitivo” può richiedere anni di gestazione in chi è dotato di buona volontà.

Chi ha conosciuto un onesto mentore, chi ha avuto la fortuna di aver stabilito sani rapporti con altri ricercatori, può essere avvantaggiato.

Ma chi è solo? Non pochi, ordinario ambiente sociale a parte, sono lì, con un impulso dentro, qualche libro fuori e tutto il resto è nebbia fitta.

In realtà possono essere persino fortunati, perché è molto facile che, quando cominciano a guardarsi attorno non trovino strade pulite ma gabbie e trappoloni, alcuni grossolani ma tanti che imitano caricaturalmente le vie del sacro. Per taluni, che sanno non fermarsi mai, le trappole appaiono (poi) deviazioni temporanee che sviluppano l’interiore criterio di distinzione del falso dal vero. Sono dunque inciampi positivi.

Altri invece imparano la cosa peggiore che può capitare ad un’anima: imparano a credere di sapere. Se il karma non porge loro un aiuto, rimangono crocifissi alle menzogne più assurde, dalle quali potranno liberarsi solo dopo la morte. Tutto ha un significato, anche questo. Non v’è tenebra che non contenga un atomo di luce.

Poi, in realtà, a leggere e rileggere bene testi come Tecniche della concentrazione interiore e il V capitolo di Scienza occulta si dovrebbe sapere anche più del necessario…ma nella vita le cose sono spesso più indistinte e complicate.

Così succede che persino le indicazioni date dal Dottore per un corretto modo di leggere ciò che viene dopo (penso a Teosofia o alle prefazioni e al capitolo introduttivo della Scienza Occulta), non vengono colte da uno su cento (mentre stavo scrivendo queste cose è intervenuto Hugo con un importante articolo sul livello che lo Studio esige: leggetelo con attenzione).

La barchetta del mentale allora si incaglia subito, anzi – perdonate la metafora – resta nell’imbrago sulla riva. E, purtroppo, così deve essere, così è sempre stato: la Tradizione perenne, quale sia stato il volto che abbia preso nei tempi, segue sempre e comunque il rigore assoluto datole intemporalmente dallo Spirito e l’uomo, quale entità autocosciente è la cosa più lontana dallo Spirito che possa esserci nel Cosmo. L’uomo, a differenza del sasso o del filo d’erba, odia lo Spirito con il meglio della sua coscienza.

Lo so, è un paradosso, ma è un paradosso bello grande e concreto e non basta certo blaterare di spirito per ribaltare lo stato delle cose.

Ma il senso di questa nota è davvero semplice; vuole essere un rapido ripasso di ciò che gira intorno alla disciplina e che non dovrebbe mai essere considerato come un aiuto interno alla disciplina che, fondata interamente sul soggetto, non può ricevere aiuti. Cercare aiuti nella concentrazione è aver sbagliato indirizzo, città e Paese!

No. Sto parlando di tutto quello che è tangibilmente utile e sommamente inutile. Anzi, essendo l’uomo istintivo sempre in agguato, potrebbe gironzolare per l’animaccia l’impulso allo sconfinamento, ossia il credere che azioni di qualunque tipo possano entrare come parti in causa nell’esercizio che, invece, essendo assolutamente interiore non ha nulla a che fare con l’esteriore mondo dei sensi.

Chiarito questo punto non irrilevante, possiamo passare in rassegna quelle cose che, poste là dove devono stare, potrebbero favorire o sfavorire la condizione in cui si fa o si tenta di fare la più importante tra la notevole quantità degli esercizi che Maestri e Iniziati hanno divulgato attraverso la parola scritta.

a) l’ambiente: tenendo ben presente che importa ciò che si fa e non dove lo si fa, di solito è saggio fare l’esercizio in una stanza chiusa, dove il rischio di una improvvisa interruzione sia ridotto al minimo. Se si vive in famiglia, oltre la porta chiusa, sarà cura dell’operatore far capire alla propria tribù che, per i prossimi 15 minuti egli non dovrà essere chiamato o altro, per nessun motivo. Con molto tatto e moltissima fermezza. Inoltre, cellulari o fissi, se presenti, devono venire preventivamente staccati o spenti. Conviene essere svegli su queste cose e accollarsi con rassegnazione l’eventuale mancanza d’attenzione e le sue conseguenze;

b) postura: il migliore assetto del corpo è da seduti, soprattutto senza incrociare gli arti inferiori. I circuiti non vanno chiusi come nelle asana del popolare Hatha Yoga. La colonna dorsale è eretta e la testa può essere leggermente piegata in avanti. Meglio che in ciò non vi sia tensione o sforzo; al caso un cuscinetto lombare aiuta la posizione. Le mani cadono sulle ginocchia o sui braccioli della sedia/poltrona. In relazione allo stare seduti è buona abitudine il vestire comodamente e quando ciò non sia possibile, evitare costrizioni eccessive come la cintura e i lacci delle scarpe troppo stretti;

c) altro: si eviti di compiere l’esercizio in piena digestione o subito dopo un pesante esercizio fisico: in ambedue i casi le attività del metabolismo favoriscono la sonnolenza proprio quando si dovrebbe essere svegli come grilli.

A questo proposito mi ricordo che quando Scaligero era tra noi, scorrevano fiumi di caffè, che è un buon stimolante del sistema nervoso centrale. Qui tutto verte sul buon senso e la sensibilità personale. A qualcuno ciò non serve, ad altri possono bastare quantità minime: anche le droghe “buone” andrebbero amministrate con cura e senza inutili esagerazioni.

In alcuni casi (parlo di individui sani) Scaligero consigliava l’assunzione di alcuni medicinali omeopatici ad alta diluizione.

In un ambito ancora più individuale e lontano da contesti di disciplina o pseudo-analogie purificatorie, talvolta sarà utile una breve doccia, né troppo fredda né troppo calda. Non fa male lavarsi (spesso) le mani con acqua corrente, meglio ancora dai gomiti alle dita.

Però, lo ripeto, non date assolutamente a queste cose un carattere rituale o apotropaico: nulla di tutto ciò ha qualcosa che lo leghi direttamente alla disciplina della attenzione totale polarizzata su un tema o un’immagine.

Piuttosto è l’intensità immessa nell’esercizio che, specie nei tempi in cui tutto è presente come potenza ma con l’atto che si realizza a tratti e scossoni, provoca indirettamente alcune “esperienze” interessanti, ma forse è meglio che ognuno constati da sé queste cose. Esse possono essere la prova che l’esercizio “funziona”, ma potrebbero venire anche valutate come sottili distrazioni.

Ne è prova che, quando l’assorbimento voluto nel quid meditativo giunge ad un buon livello, le percezioni straordinarie che vengono avvertite nel corpo o nella psiche, tendono a scomparire. Scompaiono persino eventuali lampi di veggenza che qualcuno portava ancor prima attraverso profondi retaggi.

L’anima, con il lavoro interiore, non si complica ma si semplifica e se la via allo spirituale è corretta, lascia cadere tutto quello che non le è necessario, mondo ordinario compreso.

Sulla linea di confine tra mondo ed esercizio mi pare assai importante sottolineare una modalità che Massimo Scaligero non incorniciò nei suoi libri, ma che fu causa di correzioni piuttosto severe con non pochi tra coloro che andavano a visitarlo.

E’ scorretto – e chi conosce il senso dell’atto pensante nell’uomo dovrebbe intuirlo – inghirlandare l’anima o tentare aiutini, nel momento immediatamente precedente l’esercizio. Rilassamenti psicofisici, preghiere rappacificanti o altro del genere non possono e non devono essere la “spinta” della concentrazione: nel migliore dei casi, sono altro: non è il loro posto.

In concreto, posate le onorevoli posterga sul supporto (sedia o poltrona) si parta immediatamente con l’esercizio, convergendo tutto l’impegno possibile alla sua esecuzione: pura azione senza  trascinare con sé alcun ninnolo. Si “scaldi” l’anima in altri momenti.

Quello che cerchiamo di attuare nella concentrazione, sul primo vero gradino di essa, è “l’accordo del pensiero con la volontà”. Già questo è un tentativo possibile ma una realizzazione difficile.

Socialità

Soul search

In un mondo in rapido e frettoloso cambiamento, il terreno di scontro più duro, per ciascuno, è il rapporto con l’altro. La spinta verso l’ individualismo, se da un lato ci permette di fare e pensare cose che, fino a soli pochi decenni fa, erano inimmaginabili, dall’ altro ci pone sempre più di fronte alla necessità di imparare a stare in noi stessi ma insieme agli altri, nella maniera corretta.   

Il dilemma è sempre tra il lasciarsi sopraffare dal cosiddetto senso comune e il perseguire, ostinatamente, un individualismo fine a se stesso. Eppure nel mondo bisogna viverci, per quanto si cerchi o si scelga di sottrarsi ai riti di massa, il tempo degli eremitaggi è concluso. Qual è, allora, il giusto modo di rapportarsi agli altri?

Qualche anno fa, acquistai alcuni libri di Scaligero; rimasero lì, nella libreria, per parecchio tempo, provavo ad aprirli e mi sembravano incomprensibili, a volte m’ infastidiva anche solo guardarli o toccarli. Un forte senso di avversione mi possedeva e m’ impediva di andare oltre. Eppure, allo stesso tempo, avvertivo un’ attrazione fortissima e mi scervellavo per capire  e sanare quella frattura interiore.     

 Anche quando, tempo dopo, iniziai molto timidamente a leggere qualche riga, uno strano sentimento veniva evocato, misto d’imbarazzo, indegnità, incapacità di capire e dolore, un dolore a tratti così intenso da essere incapace di sostenerlo.

Solo molto tempo dopo tutta la faccenda ha iniziato a chiarirsi e le sue parole più belle e terapeutiche, per me, sono state: “Si comincia da quel che si è”. Parole che, tuttora, continuano a lavorarmi dentro, ricollegando esperienze incomprese, sanando concetti errati e giudizi impietosi nei quali si è continuamente impastoiati.

Questa esperienza è servita come pietra di paragone per tutto il resto: quanta dell’avversione che provo per un mio simile, è dovuta a mie proiezioni? Quanta parte giocano i non visti di me, nel propendere o meno verso una comprensione e accettazione piena dell’altro?

In fondo, il giudizio che do di me stessa è sempre, di gran lunga, peggiore di quello che temo da parte altrui, ma se manca questa consapevolezza, continuerò a colpevolizzare l’altro e alimentare lo scontro.

In definitiva lo spirito di avversione siamo noi a stimolarlo nell’altro, non accettando fino in fondo la sua personale esperienza di vita, le sue tempistiche ma pretendendo, a volte esigendo addirittura, che l’altro accetti quanto diciamo per una supposta e nascosta (spesso solo a noi…) pretesa di superiorità.  Quanto conta, in ciò che diciamo, il bisogno di approvazione? Che ruolo ha, nell’ interazione con l’altro, la necessità di essere riconosciuti?

Il gioco è tutto qui: l’altro mi porta me stesso in tutte le sue sfaccettature e, lungi dall’ illusione di poter controllare alcunché, non saprò mai fino in fondo cosa ho stimolato in lui con le mie parole o i miei atti. Posso solo crescere nella responsabilità che ciò che penso, dico e faccio ha effetti precisi per me e per il mondo.

L’errore è previsto, fa parte del percorso, ma ciò a cui è necessario prestare attenzione è la fascinazione rispetto all’errore, il sentimento di autocommiserazione e colpevolezza che blocca qualunque iniziativa per porvi rimedio e, automaticamente, ci vincola ad esso, sancendo l’incapacità di renderlo mattone da costruzione invece che pietra d’ inciampo.

Sesshū Tōyō e la pittura Zen

 “Come può il pittore penetrare nello spirito della pianta, ad esempio se vuole dipingere un ibisco, come fece Mokkei (Mu-chi) nel XIII secolo nel suo famoso quadro del Tempio di Daitokuji a Kyoto? Il segreto deve essere svelato dalla pianta stessa.”

D.T. Suzuki

enso-shinko-isan

Nel mostrare un fiore
il suo segreto è rivelato.
Kashyapa si apre in un sorriso:
l’intera assemblea non sa cosa fare.

Mumonkan

Un rotolo di carta di fibra di riso.

Delicatissima.

Sfondo bianco, yohaku, a rappresentare il Vuoto che tutto riempie;  che nulla essendo, tutto è.

All’artista e al suo pennello il compito di far sorgere visivamente le forme materiali  incessantemente alternantisi in dinamico diveniente equilibrio, rivestendone l’eterna immutevole mutevole essenza con schizzi di china nelle infinite sfumature del nero, indicando l’indicibile.

E’ Zenga, la pittura Zen.  

Le origini di questa manifestazione del dō possono essere fatte risalire al XIV secolo, allorché si diffuse tra un numero sempre crescente di monaci e devoti del Buddhismo Zen l’arte della pittura monocromatica che prenderà il nome di Sumi-e (ove sumi sta ad indicare l’inchiostro di china nera, utilizzato in differenti concentrazioni).

L’arte esercitata dai Gasō (monaci pittori) è a tutti gli effetti parte costitutiva della disciplina interiore da essi coltivata, ed il pennello costituisce l’equivalente dell’arco, della spada, della tazza da thé e degli altri strumenti caratteristici di altri approcci alla Via. Se è vero che nel tempo  Zenga non è stata di esclusivo appannaggio monacale (esiste per esempio una corrente che possiamo definire “laica”) è altresì corretto affermare che non possa esistere pittura Zen separata dalla disciplina interiore, essendo il possesso e l’affinamento di particolari doti tecniche qualità necessaria ma non a sé e da sé sufficiente. 

Vediamo in breve alcuni aspetti pratici: bisogna innanzitutto considerare che la ruvidità e la sottigliezza del tipo di carta utilizzato la rendono estremamente ricettiva nei confronti della china, tendendo dunque ad impregnarsene rapidamente. Lo stesso dicasi per il pennello. Ne consegue che, terminata la lunga fase di preparazione (la quale prevede un meticoloso rito di approntamento di inchiostro e pennelli e durante la quale l’artista deve raggiungere un elevato grado di concentrazione mantenendo al contempo salda e chiara l’immagine del soggeto che andrà di li a poco a trasporre) l’esecuzione dovrà essere rapida e precisissima, onde non ritrovarsi con il lavoro rovinato da un’eccessivo flusso di inchiostro. La rapidità e la precisione che necessitano sono l’immediato portato della culminazione del processo meditativo/concentrativo.

Tradizionalmente i soggetti della pittura Zen sono: paesaggi (sansui-ga), calligrafia, ritratti e caricature (doshaku quando raffiguranti monaci o personaggi popolari, o chinso quando riguardanti maestri o monaci di rango; in quest’ultimo caso se essi recavano uno scritto autografo del soggetto raffigurato sottintendevano il raggiungimento del satori da parte del discepolo). 

Uno degli artisti maggiormente rappresentativi per quanto riguarda la pittura Zen è Sesshū Tōyō.

sesshu

Nato nel 1420 ad Akahama, villaggio della provincia di Bitchū (odierna parte occidentale della Prefettura di Okayama) Sesshū Tōyō è stato uno dei più importanti maestri giapponesi di  Sumi-e  del medio periodo Muromachi (1336-1573). Nato nella famiglia Oda, di tradizione Samurai o contadina a seconda delle fonti, fu cresciuto ed istruito per diventare un monaco Rinzai. Il nome Tōyō (Salice) gli fu assegnato nel 1431, all’età di 10 anni, in occasione dell’inizo del suo noviziato presso il tempio Zen Hōfuku-ji; il nome proprio prima di tale data è ignoto (mentre altri nomi che assunse o gli furono assegnati nel corso della sua vita furono Unkoku e Bikeisai). Fin dalla più tenera età mostrò spiccate attitudini per le arti visive, che più tardi sotto l’egida del maestro Tenshō Shūbun germogliarono fino a renderlo uno dei più grandi artisti giapponesi della sua epoca, in grado di adattare elementi artistici marcatamente cinesi al gusto ed alla sensibilità estetica ed artistica giapponese, sviluppando uno stile caratterizzato dalla forza impressa ai tratti  nonché da una grande intensità espressiva, per una produzione incentrata soprattutto su paesaggi, temi inerenti al Buddhismo Zen e decorazioni a tema floreale o animale.

Sebbene i templi Zen dell’epoca esplicassero anche funzioni culturali, inizialmente il maestro più importante per il giovane artista fu la natura, particolarmente generosa e spettacolare nei dintorni del tempio Hōfuku-ji. Un certo atteggiamento nei confronti della natura era  d’altronde  elemento che già informava di sé il comune sentire orientale e giapponese in particolare (basti solo pensare alle divinità shintoiste – kami – che nell’estrinsecarsi del loro armonico rapporto con uomini e natura si identificavano tanto con defunti e figure umane storiche quanto con le diverse espressioni dei regni della natura). Non fu dunque difficile l’incontro tra tale sentire e l’importanza data dallo Zen alla meditazione sulla natura, sulla sua mutevolezza e illusorietà a cui consegue tra le altre cose il “samadhi della gioia”; illusorietà e gioia che già troviamo appaiati nel Buddhismo Mahayana, e che, come possiamo leggere in Zen buddhist landscape arts of early Muromachi Japan di Joseph D. Parker, “rifiutando nel profondo il portato di un mondo stabile che fornirebbe le basi a delusione e attaccamento..risultarono ideali per i propositi euristici e soteriologici dei monaci delle Cinque Montagne”.

Ritornando al giovane Tōyō, un aneddoto  narra della sua non soddisfacente applicazione allo studio dello Zen, dovuta al troppo tempo dedicato al disegno e alla pittura, che gli valse come punizione l’essere legato ad un pilone all’ingresso del tempio, cosa che non gli impedì di disegnare un topo sul pavimento, usando i piedi e le sue lacrime al posto dell’inchiostro, rendendolo in maniera talmente realistica da far trasalire il suo maestro allorché la sera stessa si avvicinò per liberarlo.

Intorno al 1440 Tōyō  lasciò Bitchū  e si stabilì nel tempio Zen Shōkoku-ji  a Kyoto (al tempo capitale non solo politica ma anche  culturale ed artistica del Giappone), studiando col famoso maestro Zen Shunrin Suto. Il tempio era adiacente al palazzo imperiale degli shogun Ashikaga, e la supervisione dell’edificio e degli ambienti circostanti era affidata a Tenshō Shūbun, che era il pittore più conosciuto dell’epoca e che divenne presto maestro di pittura di Tōyō. Anche lo stile e la scelta dei soggetti di Shūbun, così come quello di molti altri pittori Zen nipponici, erano influenzati dagli artisti di epoca Sung (960-1279), le cui opere erano altresì altamente apprezzate e ricercate anche da artisti e collezionisti. Sebbene non vi siano lavori che possano essere fatti risalire con certezza a questo periodo dell’attività artistica di Tōyō risulta  probabile che essi siano state eseguiti in accordo con tale stile.

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Tenshō Shūbun – Leggendo in un boschetto di bambù

Dopo 20 anni di permanenza a Kyoto, Tōyō fu affidata la responsabilità del tempio Unkoku-ji, nella Prefettura di Yamaguchi sita nella parte occidentale dell’isola di Honshu. Fu in questo periodo che assunse anche il nome di Sesshū  (barca innevata), com’era consuetudine per i monaci giunti ad un certo grado di evoluzione spirituale, contravvenendo però all’usanza che voleva che l’appellativo scelto contenesse almeno una sillaba del nome del maestro, giacché egli preferì riferirsi ai pittori Josestu e Shūbun. Yamaguchi, oltre ad essere diventata un importante centro artistico e culturale, era anche un punto di partenza per numerose spedizioni alla volta della Cina, e nel 1468 , aggregandosi ad una spedizione dietro invito di Norihiro Ōuchi (Signore di Yamaguchi e non soggetto all’autorità dello Shogun per gli affari con la Cina in quanto possessore di uno speciale permesso commerciale), Sesshū poté finalmente recarvisi. La sua missione consisteva nel reperire opere artistiche cinesi per conto di benestanti committenti giapponesi, nonché nel compiere visite e studi presso templi Zen. Più che le espressioni artistiche dell’epoca, che sotto la dinastia Ming si erano molto allontanate dallo spirito e dall’estetica che avevano caratterizzato quelle di era Song, furono questi ultimi assieme alla natura cinese ad impressionare positivamente Sesshū, la cui opera artistica  si ritrovò comunque in breve tempo a conseguire crescenti riconoscimenti (pare, ma non è storicamente accertato, che avesse ricevuto anche alcuni incarichi dal Palazzo Imperiale a Beijing; in particolare si narra di un invito a decorare i muri delle hall del Ministero dei Riti).

Nel 1469 Sesshū fece ritorno in patria, stabilendosi a Kyūshū (nella prefettura di Ōita) giacché a causa della guerra di Ōnin non poté stare a Yamaguchi. Qui aprì un suo studio (Tenkai Zuga-rō – Padiglione di pittura creato dal Cielo) dove dipinse ed insegnò, non tralasciando al contempo di effettuare diversi viaggi in varie zone del Giappone. La scelta di non tornare a Yamaguchi o a Kyoto fu probabilmente dettata anche dall’esigenza di preservare la propria tranquillità e soprattutto quell’indipendenza dal potere politico e/o religioso che, primo fra gli artisti giapponesi, era riuscito a garantirsi (fu inoltre il primo ad apporre firma e sigillo alle sue opere, seppur cominciando a farlo solo in età avanzata ed in maniera discontinua). Nel 1478, invitato da Kanetaka Masuda (Signore della Provincia di Iwami) si recò a Masuda, nella Prefettura di Shimane, dove creò due giardini Zen, per tornare successivamente di nuovo a Yamaguchi dove ricostruì il suo studio, vedendosi pure riconosciuta l’indipendenza creativa allorquando la famiglia Ōuchi gli concesse una sorta di vitalizio non condizionato ad alcuna esclusività riguardante la sua produzione artistica.

Per molte delle svariate opere d’arte attribuite a Sesshū Tōyō si pone un serio problema di veridicità. Alcune sono a lui attribuite sulla base dell’alto livello qualitativo, della provenienza o di particolari iscrizioni. Per molte altre, recanti la sua sigla o firma, potrebbe anche trattarsi di lavori aventi la sua impronta stilistica ma eseguiti da suoi studenti. La parte più corposa di lavori a lui attribuibili con certezza è custodita presso il Tokyo National Museum. Oltre a due paesaggi relativi al periodo di permanenza in Cina sono ivi presenti tre dei lavori più significativi della maturità: due sono kakemono (rotoli da appendere)  rappresentanti l’autunno e l’inverno, mentre il terzo è un paesaggio dipinto utilizzando la tecnica Haboku (che prevede sovrapposizioni di strati e schizzi di inchiostro che lasciano i contorni non ben definiti).

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Il Rotolo lungo delle Quattro Stagioni (Sansui Chōkan), dipinto probabilmente nel 1486, viene generalmente considerato il capolavoro di Sesshū Tōyō nonché la più importante opera della pittura ad inchiostro giapponese. Si tratta di un makimono (rotolo orizzontale) lungo 15 metri ove è rappresentato il succedersi delle quattro stagioni, a cominciare dalla primavera fino ad arrivare all’inverno, eseguito come offerta orante in onore del tempio Ruriko-ji di Yamaguchi. L’iscrizione che chiude il rotolo recita: nel diciottesimo anno di Bunmei (epoca compresa tra ōnin e Chōyō, il cui diciottesimo anno risulta essere il 1486), in un pacifico giorno di Kahei (dodicesimo mese dell’anno), l’anziano Tōyō Sesshū, che occupò la prima sedia al tempio Tendo (il riferimento qui è ad un episodio accaduto durante il viaggio in Cina), dipinse nel suo sessantesimo anno di età. E’ interessante notare come laddove la traduzione riporta il termine “dipinse”, nell’iscrizione originale il termine utilizzato è hitsu-ju, il quale fa riferimento all’atto del ricopiare sutra o preghiere.  Sebbene sia evidente l’influenza cinese in quanto a temi e stile, il rotolo mostra cionondimeno il suo pieno carattere giapponese grazie a tratti più marcati, a contrasti più netti fra tonalità chiare e scure ed effetti spaziali più appiattiti rispetto a quanto era in uso nella pittura Sung. Custodito a Hōfu (piccolo centro nei dintorni di Yamaguchi) fu dichiarato in epoca Meiji patrimonio nazionale ed oggi viene esposto al pubblico solo durante il mese di novembre.

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E’ d’uopo segnalare altre due opere paesaggistiche: una è il rotolo orizzontale della Collezione Asano (Odawara), eseguita nel 1474 su richiesta dell’allievo Tōetsu, caratterizzata da uno stile più libero e tenue; l’altra, conosciuta come rotolo “Amano-Hashidate”, eseguita nel 1502 circa e custodita presso il Kyōto National Museum e che risulta molto realistica e ricca di dettagli, tanto da rasentare la resa topografica di un luogo particolare.

Tra le opere di Sesshū si annoverano anche dipinti direttamente correlati al Buddhismo Zen, il più noto dei quali fu eseguito nel 1496 e consiste in un rotolo raffigurante Hui K’o nell’atto di recidere sacrificalmente il proprio braccio per dimostrare la sua serietà a Bodhidharma.

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Sebbene l’influenza dell’era Sung abbia caratterizzato maggiormente il lavoro di Sesshū, in alcuni casi sono rintracciabili anche espressioni ad essa non ascrivibili, come nel caso di uno dei suoi migliori pannelli decorativi, ornato con uccelli e fiori e facente parte della collezione Kosaka di Tokyo, il quale si fa notare per l’uso delicato di colori nonché per l’abilità nell’armonizzazione fra rappresentazione realistica e aspetto decorativo; elemento quest’ultimo molto affine alla tipologia di pittura decorativa che fiorì in Cina nel corso dell’epoca Ming.

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Tra i vari eminenti pittori nella storia del Giappone Sesshū Tōyō è da molti considerato il più valido e importante, tanto per motivazioni prettamente artistiche quanto per altre attinenti al suo status di monaco  ed uomo di cultura, capace di valorizzare e rendere al meglio la pittura sumi-e e gli elementi di Buddhismo Zen che la informavano, trasformando altresì una forma di espressione artistica importata dalla Cina nel XIV Secolo in un qualcosa di tipicamente giapponese.

Salutato già in vita come uno dei più grandi del suo tempo, tale riconoscimento è perdurato, tanto che molti altri artisti hanno tratto palese ispirazione dalla sua opera (talvolta firmandosi direttamente con il suo nome) ed alcuni si sono riuniti nella Unkoku School onde perpetuarne la tradizione.

Sesshū Tōyō ripose per sempre il pennello, congedandosi da questo mondo l’8 agosto del 1506.

TENERE INSIEME LE COSE

Tenere insieme le cose

Tenere insieme le cose

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

(Mark Strand)

FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ E L’AUDACIA DI VOLERE IL PENSARE

Liberta'

Uno dei concetti tra i più equivocati della Scienza dello Spirito è quello dello «studio». Eppure, proprio dal punto di vista ascetico, esso è fondamentale. Perché un tale concetto è equivocato? Rispondere ad una tale domanda è tra i compiti più ingrati, perché una tale risposta non può che essere amara per chi la deve dare e sicurissimamente non gradita (per usare un eufemismo…) per chi la riceve. Per chiarire il tema sarà necessario fare una quantità di citazioni – un piccolo florilegio policromatico – a mio avviso assolutamente necessarie, viste le molte idee confuse ed errate che circolano a questo proposito. Non avendo questo scritto come finalità quella di soddisfare esigenze «estetiche» o «edificanti» di qualsiasi tipo, ma solo di parlare con chiarezza e di stimolare la ricerca interiore del lettore, non vi è motivo di preoccuparsi del fatto che il testo possa risultarne appesantito.

Il concetto di  «studio» è così tanto equivocato, perché all’essere umano nulla è tanto difficile quanto il combattere le abitudini. Massimo Scaligero usava chiamare le abitudini «le rughe dell’anima»: il segno evidente di un «invecchiamento», di uno «spegnimento» della vitalità interiore, di quell’ «ardore» spirituale, di quella «giovanilità» dell’anima, che devono invece  accompagnare l’essere umano sino all’ultimo giorno – anzi sino all’ultimo istante – della sua vita terrena.

Infatti, le ‘buone’ abitudini ci vuole molto tempo ad acquisirle – dovrei dire a conquistarle – e, se non costantemente coltivate e stimolate, le si perdono molto rapidamente. Mentre le ‘cattive’ abitudini le si acquisiscono subito, e poi ci vuole molto tempo a sradicarle. Molto tempo, e sforzi vigorosi, faticosi e, soprattutto dolorosi. E il ricaderci è tra le cose più facili del mondo, perché le ‘cattive’ abitudini consonano con la «natura» dell’uomo: la natura inferiore e corrotta dell’uomo, beninteso!

Anzi – bisogna dirlo esplicitamente – il ricadere nelle ‘cattive’ abitudini è ancor più facile dell’acquisirle la prima volta, perché nel ricadere in esse opera una  «base» già preparata, ossia un cedimento, un indebolimento della compagine interiore, già operato dalla precedente «acquisizione». E, a rigor di termini, non si dovrebbe parlare di abitudini «buone»: si dovrebbe parlare di un habitus, di un ethos, ossia di un «costume» interiore, che non è affatto la stessa cosa. Le ‘buone’ abitudini non esistono affatto, e ciò è eloquentemente mostrato da quanto sia difficile acquisirle (costano sforzo, fatica, dolorosi superamenti interiori) e quanto, invece, sia poi facilissimo perderle. Basta  «rilassarsi», ossia «rilassare», allentare la tensione della volontà, e molte conquiste interiori possono andare perse.

Ci accorgiamo benissimo quando un esercizio – sia esso la Concentrazione o la Meditazione – sia pure correttamente eseguito, è diventato un’«abitudine», quando ci siamo «impigriti», quando siamo scaduti in una ripetitiva routine, e non diamo più tutto di noi stessi. Inavvertitamente, abbiamo perso l’habitus – non l’«abitudine» – di portarci al limite estremo di noi stessi: a quel limite estremo ove, per uno schianto interiore, «moriamo» e «risorgiamo». Questo portarsi al limite estremo di se stessi davvero non diventa mai una «abitudine». La natura in noi non ama morire. Non ama morire né la natura inferiore e volgare, né quella sedicente «spirituale».

Ed è per questo motivo che molti – troppi – oggi proclamano la necessità di una «via dell’anima»: perché il carezzare e il lusingare la natura e le abitudini dell’anima, non esigono lotta e non implicano sforzo. Arturo Reghini scriveva ad un suo sapiente amico che «l’acqua scivola naturalmente su un piano inclinato, mentre bisogna compiere un ‘lavoro’, uno sforzo, per riportarla in alto». Come sa bene chiunque dalla fisica abbia appreso come l’energia potenziale si trasformi in energia cinetica, e viceversa. Si proclama – con una forma di condiscendente e ingannevole «compassione» – che «una completa austerità sia insopportabile a molti, anzi ai più, i quali hanno bisogno di una più ‘morbida’, consolante e illudente, via dell’anima». Dietro la scelta di una tale ‘via animica’ vi è sempre la rinuncia all’impresa interiore, l’accettazione della sconfitta e la resa senza condizioni nei confronti della natura inferiore.

Massimo Scaligero affermava, con la maggiore chiarezza possibile, che «tradire non è il cadere bensì, una volta caduti, mettersi a strisciare e voler giustificare poi dialetticamente a se stessi e agli altri il livello della caduta».

Nella Scienza dello Spirito il concetto dello «studio» viene equivocato proprio per questo motivo: perché – per non andare in rotta di collisione con la natura inferiore – se ne riduce la pratica al livello «accettabile» all’istinto di sopravvivenza, reazionario e conservatore, tipico di tale natura, la quale tutto vuole fuorché morire, togliersi di mezzo, permettere all’essere umano di risorgere da un antico e abietto servaggio, divenuto appunto «abitudine». Una pessima, anzi la peggiore, la più esiziale, delle abitudini: quella che, permettendo alla natura di sopravvivere, rende l’essere umano mortale.

Il concetto di  «studio» viene equivocato perché, nello stato di neghittosa passività dell’anima,viene sommamente equivocato il pensare. In tale stato di accidiosa passività dell’anima, l’essere umano ritiene che il mondo esista ex se, ossia preesista a lui, fuori di lui, indipendentemente e senza di lui: senza il suo conoscere, senza il suo pensare. Ma non dovrebbe occorrere scomodare Aristotele, per rendersi conto che se c’è un «fatto», questo è frutto di un «atto», e che l’«atto» presuppone una «potenza». In India, gli Shivaiti direbbero che l’«atto» manifesta la Shakti, la Potenza del Supremo, Shiva Parameshvara. L’immagine del mondo, quindi, in quanto «fatto», ossia come scenario che si dispiega ai nostri occhi, presuppone un «atto» immaginante tale scenario, un momento genetico, producente tale immagine. Di tale «atto» immaginante l’apparire del mondo non si è normalmente consapevoli, ma tale  «atto» è pensare, anche se non è pensare riflesso, ossia dialettico, espresso in rappresentazioni e in parole.

Nella Filosofia della Libertà viene detto con chiarezza: «Con quale diritto considerate il mondo completo senza il pensare?». E che non si parli dell’abituale pensare passivo è mostrato nelle parole:

«Solamente non bisogna fare confusione fra l’«avere immagini mentali» e l’elaborare pensieri mediante il pensare. Immagini mentali possono sorgere nell’anima in modo sognante, come vaghi suggerimenti. Questo non è pensare. Certo, qualcuno potrebbe dire: se s’intende il pensare in tal modo, in questo pensare sta nascosto il volere, e non si ha a che fare soltanto col pensare, ma anche con la volontà del pensare. Questa osservazione, tuttavia, autorizzerebbe solo a dire che il vero pensare deve sempre essere voluto».

E proprio questo è il punto: volere il pensare, il vero, autentico, pensare che deve sempre essere voluto. L’essere umano non ama affatto il pensare attivo, il pensare volitivo, perché tale pensare non è amato dalla inferiore natura, la quale giustamente vede come un tale pensare attivo e volitivo porterebbe alla sua morte, alla sua dissoluzione, cosa che l’istinto reazionario e conservatore della natura vuole evitare in ogni modo. E a tale proposito mette in atto la sua perfida sapienza e la consumata esperienza di molti millenni di dominatrice fredda e calcolatrice.

Tale potere della natura sull’uomo deve essere vinto e abbattuto, e questo può essere fatto solo col pensare attivo e volitivo. Massimo Scaligero dice, nel Trattato del Pensiero Vivente, che è necessario volere l’atto pensante, ossia: perché il pensare si scuota dal suo stato di morte e di paralisi, e ritorni vivo, è necessario volere il pensare nella Concentrazione, la quale è ben di più del semplice, e indispensabile, controllo del pensiero. La Concentrazione implica ed esige un intenso sforzo di volontà: volontà nella fase della descrizione dell’oggetto, ossia della ricostruzione della concetto-sintesi attraverso la serie delle rappresentazioni, delle quali ognuna deve essere voluta, volontà fervida, sottile, continua nella sua silente dedizione di contemplare la sintesi, volontà di rimanere immobili con l’anima di fronte al darsi della forza-pensiero. Va da sé che ciò implica attenzione illimitata ed enorme sforzo di volontà. Sino al non-sforzo, sino alla non-azione.

Lo «studio», inteso come gradino dell’Iniziazione, esattissimamente come la Concentrazione, esige illimitata attenzione e sforzo di volontà. Nel precedente articolo, Audacia interiore e Filosofia della Libertà, avevamo scritto: Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà.

Lo  «studio», dunque, deve attingere allo stesso pensare attivo e volitivo che si mette in atto nella Concentrazione, e – come ha più volte messo in evidenza Isidoro su questo blog – ogni frase, anzi ogni parola deve essere attentamente  e volitivamente pensata. Nessuna frase, nessuna parola, può essere rapidamente sorvolata, né deve attraversare l’anima in maniera inavvertita, senza dar luogo alla necessaria risonanza interiore. Questo va compiuto con tutti i testi della Scienza dello Spirito. I libri scritti di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero sono stati composti in modo da esigere tale necessario forzo volitivo di pensiero. La difficoltà che si incontra nello «studio» di tali opere non dipende mai da limiti intellettuali o di cultura, bensì da forme di «chiusura» interiore, dalla sordità del cuore, dall’opacità totale o parziale dell’anima di fronte a tali contenuti, la cui finalità è appunto quella di trasformare l’anima, introducendola all’esperienza spirituale diretta e concreta. La «chiusura» è sempre quella dell’anima nei confronti della travolgenza trasformatrice dello Spirito.    

Nella dodicesima conferenza, del 2 settembre 1906, del ciclo Alla porta della Teosofia, intitolata Sviluppo occulto – GA 95, apparso in italiano col titolo di La scienza dello Spirito – Rudolf Steiner sottolinea fortemente la necessità di una rigorosa disciplina di pensiero come base della indipendenza interiore del discepolo della Via rosicruciana – dalla quale è bandita ogni forma di fede dall’autorità – e dell’oggettività dell’esperienza spirituale. Infatti, vien detto:

«Indipendenti al massimo si è nel discepolato rosicruciano. Qui il Maestro non è più la guida, ma il consigliere che dà ad ognuno i suggerimenti sul da farsi. In pari tempo egli cura che, parallelamente all’addestramento occulto, si svolga un energico sviluppo del pensare, senza il quale non può compiersi nessuna educazione occulta. Ciò dipende dal fatto che il pensare ha una proprietà che le altre cose non hanno. Trovandoci, per esempio, sul nostro pianeta fisico, percepiamo coi sensi fisici ciò che si trova su questo piano: null’altro. Sul piano astrale valgono le percezioni astrali; e l’udito devachanico vale soltanto nel Devachan. Insomma ogni piano ha le sue proprie percezioni. Una cosa, invece penetra tutti i mondi: il pensiero logico. La logica è comune e identica per tutti e tre i piani. Così ci è dato imparare sul piano fisico una cosa che ha valore anche nei mondi superiori. Questo metodo viene osservato dal discepolato rosicruciano, il quale addestra prevalentemente il pensiero, sul piano fisico e coi mezzi del piano fisico. Un pensare penetrante viene già educato attraverso lo studio delle verità teosofiche o anche mediante diretti esercizi del pensiero. Se però desideriamo addestrare l’intelletto maggiormente, potremo studiare libri come La Filosofia della Libertà, Verità e Scienza, scritti appositamente in uno stile consente a un pensare, da essi disciplinato, di muoversi assolutamente sicuro anche nelle più alte regioni. Ci potrebbe addirittura essere qualcuno che studia questi scritti e  nulla sapesse di Teosofia potrebbe nondimeno orientarsi nei mondi superiori. Ma come detto, anche gli insegnamenti teosofici agiscono nella medesima maniera».

Ho preferito ritradurre il pezzo citato, perché la traduzione pubblicata ha subito un «intervento di ortopedizzazione» di dubbia finalità. Il termine «teosofia», che Rudolf Steiner adoperò largamente i primi tempi della sua missione pubblica e che poi abbandonò, ha qui il significato originario (e non quello che assunse il movimento occulto orientaleggiante a lui contemporaneo), viene chiarito nell’Introduzione del libro Teosofia:

«L’uomo designa come “divine” le cose più alte che gli è concesso di vedere, e deve pensare in qualche modo collegato il suo destino più alto con l’elemento divino. Di conseguenza anche la saggezza che va al di là del mondo sensibile e che gli manifesta il suo essere e quindi il suo destino potrà ben chiamarsi “saggezza divina” o teosofia. Allo studio dei processi spirituali nella vita umana e nell’universo si potrà dare il nome di scienza dello spirito. Se da essa, come avviene in questo libro, si estraggono specialmente i risultati che si riferiscono all’essenziale nocciolo spirituale dell’uomo, può venir usata per questo campo l’espressione “teosofia”, perché in questo senso essa venne usata nel corso dei secoli».

E in effetti, in tal senso tale espressione venne usata a partire sin dalla corrente neoplatonica ed ermetica alessandrina, poi nella corrente  ermetico-rosicruciana rinascimentale e settecentesca. E illustrando il primo gradino della Iniziazione rosicruciana, ossia lo studio, nella quattordicesima conferenza del 4 settembre 1906 del suddetto ciclo, così viene detto:

«L’europeo attuale non raggiungerà da solo, senza studio, la conoscenza della verità. Prima deve far nascere in sé i pensieri dell’intera umanità, deve imparare a pensare macrocosmicamente, deve dirsi: “Se altri hanno pensato questo, deve pur essere umano pensarlo, ed io voglio provarmi come si possa vivere con tali pensieri”. Non occorre giurarci sopra come fossero un dogma, ma bisogna imparare a conoscere lo sviluppo dei sistemi universali fissi e planetari della Terra e dell’uomo. Questi pensieri che ci vengono trasmessi dallo studio purificano lo spirito. Come l’edera si appoggia all’albero, finché il suo fusto non è da tanto da sostenere i propri rami, così i nostri pensieri si appoggiano degli alti pensieri altrui, fino a tanto che noi stessi non siamo capaci di formare alti pensieri. Questo studio purifica a sua volta i nostri pensieri, sicché arriviamo a pensare con una logica severa. Se per esempio studiamo un “libro molto difficile” importa assai meno il comprenderne il contenuto che trovare il filo delle idee dell’autore e imparare a pensare i suoi pensieri. Perciò non dobbiamo stimare nessun libro troppo difficile: ciò equivarrebbe ad attestare la nostra indolenza a riflettere. I libri migliori sono quelli che bisogna leggere e rileggere molte volte, che non comprendiamo subito, che occorre studiare frase per frase. Nello studio importa più il come che il che cosa si studia. Attraverso le grandi verità, come quelle che trattano delle leggi planetarie, veniamo a crearci grandi linee di pensiero, e questo è l’essenziale. C’è molto egoismo in chi dice: “Voglio maggior copia di dottrine morali e nessuna sul sistema planetario”. La vera scienza genera la vita morale».

Ora, è evidente come la Filosofia della Libertà sia proprio uno di tali “libri molto difficili”,  e che lo «studio», rosicrucianamente inteso, di essa esiga un energico pensiero volitivo. La stessa cosa vale per le opere di Massimo Scaligero – soprattutto per il Trattato del Pensiero Vivente e la Logica contro l’uomo – nelle quali, come dice Rudolf Steiner in un punto di Teosofia, già citato nel precedente articolo e in un paragrafo più sopra – durissimis repetita juvant capitibus – «Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. Chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso».  

Lo scopo profondo, perseguito dallo «studio» – in particolare dello studio della Filosofia della Libertà – viene indicato in maniera esemplare nella dodicesima conferenza del ciclo sul Vangelo di Giovanni, ove vien detto:

«Con un termine antico si chiama catarsi, o purificazione, la elaborazione del corpo astrale mediante la meditazione e la concentrazione. Questa catarsi, o purificazione, ha appunto lo scopo di eliminare dal corpo astrale tutto quanto gli impedisce di organizzarsi in modo armonico e regolare, sì da sviluppare gli organi superiori, poiché il corpo astrale è predisposto a sviluppare quegli organi e basta mettere a nudo, per così dire, le forze latenti in esso.

Abbiamo menzionato che si potrebbe ricorrere ai metodi più diversi, per determinare la catarsi. Ad esempio si potrebbe progredire assai su quella via, giungendo a compenetrarsi intimamente e a vivere tutto il contenuto del mio libro Filosofia della Libertà, fino a sentire di essere divenuti capaci di riprodurre da se stessi e fedelmente i pensieri che vi sono esposti. Se qualcuno si comporta nei riguardi di quel libro (che è scritto proprio con questo intento) come un pianista nei riguardi del compositore d’ un pezzo da eseguire, in modo da riprodurre il tutto in se stesso nel modo adeguato allora la catarsi può prodursi in grado elevato, già solo a causa della rigorosa concatenazione dei pensieri. Infatti, ciò che conta in questo campo, come nel caso di quel libro, è che i pensieri siano tutti collocati in modo da diventare operanti. In molti altri libri dell’ età nostra, in fondo, basta configurare solo un po’ diversamente la sistematica, perché si possano spostare i pensieri, ed esprimere una cosa prima e un’altra dopo. Nel caso della Filosofia della Libertà ciò non è possibile. E altrettanto impossibile spostare una pagina nell’insieme del contenuto, quanto non si possono scambiare le gambe anteriori d’ un cane con quelle posteriori, poiché quel libro è un organismo articolato, e lo studio assiduo dei pensieri che vi sono esposti produce una specie di allenamento interiore. Esistono dunque diversi metodi per produrre la catarsi. Chi non l’abbia conseguita, dopo avere studiato quel libro non deve pensare che sia inesatto quanto ho detto adesso; ma piuttosto pensi che potrebbe non averlo studiato nel modo giusto, o non con sufficiente energia o serietà».

E sullo «studio», Rudolf Steiner ritorna nella quattordicesima conferenza del ciclo La Saggezza dei Rosacroce, tenuta a Monaco il 6 giugno 1907 e intitolata L’Essenza dell’Iniziazione, ove vien detto:

«Chi poi voglia salire nei mondi superiori, dovrà abituarsi a una forma di pensare che faccia sorgere ogni pensiero da quello precedente. Un tal modo di pensare è sviluppato nei miei libri: La Filosofia della libertà e Verità e scienza. Entrambi i libri non sono scritti in modo da poter spostare un pensiero per portarlo in un posto diverso da quello ove si trovi; sono scritti piuttosto nello stesso modo in cui può sorgere un organismo, in quanto ogni pensiero sorge dal precedente. Questi libri non hanno nulla a che fare con chi li ha scritti; l’autore si rimise ai pensieri medesimi, che si elaboravano in lui, e li scrisse come essi si configuravano.

Per chi si accontenti di farlo in modo elementare, lo studio è quindi un prendere conoscenza dei fatti principali della scienza dello spirito, mentre per chi voglia salire ai mondi superiori, questi studi rappresentano un approfondimento in una costruzione di pensiero nella quale ogni pensiero è la conseguenza del precedente, sorge per così dire da se stesso».

Perché, dunque, una tale insistenza sul volitivo pensare i pensieri della Scienza dello Spirito, e in particolare i pensieri di opere come la Filosofia della Libertà o del Trattato del Pensiero Vivente? Massimo Scaligero ce lo mostra sin dalle primissime parole del Trattato:

«Il presente trattato, anche se formulato e accessibile, propone un compito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. […]

Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della  «concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta in ogni pensiero che pensa».

Nella Filosofia della Libertà viene indicato lo stato eccezionale del pensare che fa di se stesso il proprio contenuto, stato eccezionale nel quale il pensare volitivamente attivo osserva, percepisce, e contempla, nell’obbiettività dello scenario interiore dell’anima, una serie di pensieri attentamente e intensamente pensati, sino a sperimentare di essi il momento genetico o sorgivo, sino a sperimentare mediante tali pensieri vivi l’estraformale forza-pensiero libera di pensieri, ossia libera di oggetti pensati, la cui funzione mediatrice si estingue, cessa, di fronte al sorgere del pensiero vivente che non ha bisogno di veruna mediazione . Ma questo è ugualmente il processo della Concentrazione e dello «studio» iniziaticamente inteso. Infatti, nel 22° capitolo del Trattato vien detto:

«Possiamo attingere al pensiero vivente per via di determinati pensieri, che risorgano compiutamente come nostra attività».

E proprio di questo si tratta: di non leggere velocemente e superficialmente, bensì di leggere intensamente e profondamente, e non per acquisire eccentriche «informazioni» ma per sperimentare la «vita». Perché l’Io può vivere unicamente nel pensiero vivente: fuori di tale realizzazione, gli esseri umani non sono spiritualmente vivi, perché spiritualmente non conoscono. Psichicamente, invece, essi sono animalmente vivi, ossia animati e galvanizzati da una animale vita «caduta» che consuma ed erode le forze autentiche dell’anima, nutrendo con esse dèmoni.

Un siffatto lavoro di pensiero è tale che lo «studio» è un atto «rituale» – e in quanto Rito deve essere considerato «sacro» – che deve essere compiuto con lo stesso rigore, con la stessa abnegazione e dedizione, la stessa devozione e venerazione della Concentrazione e dela Meditazione. Come la Concentrazione, lo studio meditativo della Filosofia della Libertà, la meditazione del Trattato del Pensiero Vivente, richiedono il massimo sforzo interiore, la massima tensione della volontà. Come direbbe Isidoro, questo è  «un lavoro di edilizia pesante». Lo sforzo è quello di pensare intensamente, con la massima attenzione i pensieri della Concentrazione, i pensieri della Filosofia della Libertà o del Trattato, insistendo con la volontà pensante sino ad aprire il varco alla forza-pensiero, alla vita e alla luce primigenia del pensiero.

Questa è la Via Vera, la Via del Pensiero autenticamente iniziatica, quella che porta all’esperienza della morte e del superamento della morte. È la Via più coraggiosa, quella che cerca la Vita Vera con l’affrontare da vivi la morte. La Via eroica che col calor cogitationis – come lo chiamava Massimo Scaligero – col fuoco del pensare volitivo dissolve la brama dell’apparire illusorio, la paura di perdere il menzognero sostegno della natura inferiore, e accende nel cuore l’Intelletto d’Amore.