DA UN DISCORSO DELL'ILLUMINATO

 Buddha

*

Wie sind die Vielen doch beflissen!

Und es verwirrt sie nur der Fleiss,

Sie möchten gerne anders weissen

Als Einer, der das Rechte weiss.     (J.W. von Goethe)

“Scorge egli ora con la vista una forma, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse. Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con vista non vigilata, egli attende a questa vigilanza, egli guarda la vista, egli vigila attentamente sulla vista.

Ode egli ora con l’udito un suono,

Odora egli ora con l’olfatto un odore,

Gusta egli ora col gusto un sapore,

Tocca egli ora col tatto un contatto,

Riconosce egli ora col pensiero una cosa, egli non concepisce alcuna inclinazione, non concepisce alcun interesse.

Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri ben presto sopraffanno colui che permane con pensiero non vigilato, egli attende a questa vigilanza, egli guarda il pensiero, egli vigila attentamente sul pensiero.

Con l’adempimento di questo santo dominio dei sensi egli prova un’intima inalterata gioia.

Chiaro e cosciente egli viene ed egli va, chiaro e cosciente egli guarda e distoglie lo sguardo, chiaro e cosciente si alza e si muove, chiaro e cosciente porta l’abito dell’ordine e la scodella dell’elemosina, chiaro e cosciente mangia e beve, mastica e gusta, chiaro e cosciente vuota sterco e urina, chiaro e cosciente egli va e sta e siede, chiaro e cosciente egli si addormenta e si sveglia, parla e tace.

Fedele a questi santi precetti di virtù, fedele a questo santo dominio dei sensi, fedele a questo santo chiaro sapere, egli cerca un appartato luogo di riposo, il piede di un albero nel bosco, una grotta nelle rupi, una caverna di montagna, un cimitero, il fitto di una foresta, un giaciglio di strame nell’aperta pianura.

Dopo quando egli è tornato dal giro di elemosina, egli si siede, il corpo diritto sollevato, e medita.

Egli ha smesso la brama mondana e ora sta con animo senza brama, purifica da brama il suo cuore.

Egli ha smesso la  languida accidia; amante la luce, savio, chiaro cosciente, egli purifica il suo cuore da languida accidia.

Egli ha smesso l’avversione, ora è libero con animo senza avversione; pieno di amore e compassione per tutti gli esseri viventi, egli purifica il suo cuore da avversione.

Egli ha smesso superbia e fastidio, è libero da superbia; con animo intimamente pacato egli purifica il suo cuore da superbia e fastidio.

Egli ha smesso il tentennare, è sfuggito all’incertezza; non dubita del bene, dal tentennare egli purifica il suo cuore.

Egli ha tolto ora questi cinque impedimenti, ha imparato a conoscere le scorie dell’animo, le paralizzanti; ben lungi da brame, lungi da cose non salutari, egli vive in senziente pensante nata di pace beata serenità, nel grado della prima contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo compimento del sentire e del pensare raggiunge il bhikkhu l’intera calma serena, l’unità dell’animo, la libera di sentire e pensare, nata dal raccoglimento beata serenità, il grado della seconda contemplazione.

E inoltre ancora, voi bhikkhu: in serena pace resta il bhikkhu equanime, savio, chiaro cosciente, egli prova nel corpo una felicità, di cui i santi dicono: “L’equanime savio vive felice”; così egli raggiunge il grado della terza contemplazione.

Ed inoltre ancora, voi bhikkhu: dopo il rigetto di gioie e dolori dopo annientamento di letizia e tristezza anteriore, il bhikkhu raggiunge il grado della non triste, non lieta, equanime, savia perfetta purezza, la quarta contemplazione.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla memore cognizione di anteriori forme di esistenza.

Egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, come di una vita, poi di due vite, poi di tre vite, poi di quattro vite, poi di cinque vite, poi di dieci vite, poi di venti vite, poi di trenta vite, poi di quaranta vite, poi di cinquanta vite, poi di cento vite, poi di mille vite, poi di centomila vite, poi delle epoche durante molte formazioni di mondi, poi delle epoche durante molte formazioni e trasformazioni di mondi.

“Là ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato, quello era il mio officio, tale bene e male provai, così fu la fine della mia vita; di là trapassato entrai io qui di nuovo in esistenza”.

Così egli si ricorda di molte diverse anteriori forme di esistenza, ognuna con i propri contrassegni, ognuna con le speciali relazioni.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli indirizza l’animo alla cognizione dell’apparire e sparire degli esseri.

Con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno egli vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

“Questi cari esseri certo non sono retti in azioni, non sono retti in parole, non retti in pensieri, biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è dannoso, fanno ciò che è dannoso; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono giù, su cattivi sentieri, alla perdizione, in un mondo infernale.

Quei cari esseri però sono retti in azioni, retti in parole, retti in pensieri, non biasimano ciò che è salutare, stimano ciò che è retto; con la dissoluzione del corpo, dopo la morte, essi pervengono su buoni sentieri, in un mondo celeste”.

Così egli con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno, vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e non belli, felici e infelici, egli riconosce come gli esseri sempre secondo le azioni riappaiono.

Con tale animo, saldo, puro, terso, schietto, schiarito di scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli volge l’animo alla cognizione dell’esaurimento della mania.

Questo è il dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è l’origine del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione del dolore, comprende conforme alla verità.

Questa è la mania, comprende conforme alla verità.

Questa è l’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Questa è la via che mena all’estinzione della mania, comprende conforme alla verità.

Così riconoscendo, così vedendo, il suo animo viene redento dalla mania del desiderio, redento dalla mania dell’esistenza, redento dalla mania dell’errore.

“Nel redento è la redenzione” questa cognizione sorge.

Esausta è la vita, compiuta la santità, operata l’opera, non esiste più questo mondo, comprende egli allora.

Costui lo si chiama, un uomo, che non è un tormentatore di sé stesso, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento di sé stesso, né è un tormentatore del prossimo, non è alacremente dedito all’esercizio del tormento del prossimo, già durante la vita è spento, estinto, si sente bene, divenuto santo nel cuore.

*

Fatico a concludere sprecando ritmi di silenzio. Per chi è digiuno di queste cose, noto un fatto già osservato da tanti: la ripetitività.

Essa non si rivolge all’intelletto (che non viene deprezzato) ma al corpo eterico e ai suoi ritmi. Provate. Fate silenzio e abbandonatevi al “modo” del discorso. Rischiate di farvi del bene.

Altro fatto: l’estrema semplicità. Tutto è coinvolto: l’ascesi ed i suoi risultati spirituali, paradisi e inferni, la legge del karma, la liberazione. Senza squilli e clangori: la pace meditativa aleggia su ogni parola.

Come parlerà il futuro Buddha? Il Dottore accenna che le sue parole plasmeranno magicamente le anime degli ascoltatori. Nei discorsi del Buddha antecedente si può cogliere non ciò che sarà ma l’immenso di ciò che è stato e si può comprendere, almeno, che, ancor più nel futuro, non sarà niente di ciò a cui gli intelletti sono avvezzi. Verità senza dialettica, direbbe Massimo Scaligero!

BREVE LODE AL DIO, ALLA FURIA E ALLA BIRRA

 

La figura di  Ódhinn è quella di essere il primo dio del Pantheon nordico: è la Sovranità cosmica, universale, forse un tantino oscura, magica e sicuramente terribile.

Vasto è il campo della sua azione: egli appare a volte come un dio guerriero, in momenti diversi come Psicopompo, in certi casi più rari diviene il dio della Fecondità.

Andrebbe forse sottolineato il “centro” di Ódhinn che i massimi filologi individuano in WAT- da cui dovrebbe derivare il nome divino.

WAT- indica la furia divina, profetica – da cui l’antico irlandese fāith, veggente, profeta – lo spirito poetico (latino vātēs): l’essere che è fuori di sé, assorto in una dimensione sovrumana.

Adamo da Brema scriveva: “Wodan id est furor”. Dunque, pur nel rispetto delle interpretazioni, a partire da Tacito, che lo assimilano a Mercurio e leggendo dei suoi molti appellativi, il carattere più ricorrente e fondamentale è centrato sull’elemento della furia.

Ódhinn, dio della furia è bensì colui che possiede la sovrumana capacità di trasformazione e proprio nella sua furia si trascende attingendo ai doni della saggezza, della profezia e dell’invulnerabilità.

Egli è perciò il dio delle rune, che non sono semplici segni grafici bensì simboli di una conoscenza oscura e profonda. Le rune sono un momento eterno, possederle è poter afferrare i fili dell’esistenza.

Per possederle, Ódhinn si è sacrificato a sé stesso, appeso per nove giorni all’Albero Cosmico. Questo albero è Yggdrasill: ai suoi piedi c’è la dimora delle Norne che intessono i destini.

Anche gli dei si riuniscono intorno a Yggdrasill, come le divinità greche si riunivano in cima all’Olimpo. Ma le radici di Yggdrasill rimandano alla fecondità: infatti Ódhinn dona eternità a coloro che caddero in battaglia. Nel Valhöll li nutre con cibo perenne. Lì gli eroi vengono trasportati dalle Valchirie, dee del numero 9, simbolo dei cicli del mondo.

La battaglia sulla terra, teatro di morte per i prescelti, è lo spazio della furia di Ódhinn. Anzi, in tale contesto vanno sottolineati personaggi come gli “orsi” (berserkir) o “lupi mannari” (ulfhedhnar): figure di guerrieri molto speciali: indossavano peli d’orso o di lupo e venivano presi in battaglia da un furore sovrumano e incontenibile che li rendeva insensibili alle più tremende ferite (ciò è documentato).

Sono bestie di Ódhinn i lupi e i corvi che banchettano con la carne dei morti in battaglia. Morte che come ho già detto apre le porte del Valhöll. Là, i caduti bevono abbondantemente idromele e birra.

La birra è legata intimamente al dio, poiché mediante una bevuta rituale può essere raggiunto lo stato di “furia”.

E. Zolla scrive: “E’ chiaro che le bevute rituali implicavano una qualche precisa operazione di controllo dell’immaginazione, che consentiva di impadronirsi della pericolosa bevanda. In questo senso si deve intendere l’equiparazione della bevuta alla “cavalcata rischiosa”, all’impiccagione rituale, alla battaglia (caro R***o, ricordi quanti stupendi rituali abbiamo officiato? Doveva essere la saggia spinta spirituale dei nostri avi!).

Così la coppa ripiena del liquido inebriante è fullr e trabocca (come poi il sacro calice del Graal), del liquido della vita.

E, come minimo, rende poeta chi beve, come riferisce lo Hávamál:

Ubriaco divenni,

del tutto ubriaco

presso il savio Fialarr

poiché è eccellente la birra

ove dopo riacquisti

ciascun uomo il suo senno.

*

Già! Le nostre genti erano molto legate alle antiche tradizioni (il Dottore fu laconico: “Bevono molto”). Ecco dimostrato come le cose, ora, vadano male: acqua e caffè la fanno da padroni!

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Seconda Parte – prima visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
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Tavola V
  Prima visione della seconda parte

Equilibrio nell’ ordine cosmico operante nella sfera terrestre.

Quattro sfere s‘interpenetrano a croce formando il globo; all’interno si congiungono in forma di cubo gli estremi centrali, come interazione luce/tenebra (bianco e blu) e generano il verde/materia. (cfr. Rudolf Steiner O.O. 320)

Se la tavola viene ruotata di 90° a sinistra troviamo dei paralleli con la tav. I :

Nelle ali interne/esterne

Nei due capi, qui rappresentati (quale Giano bifronte) nella sfera blu come Luna/Padre sormontata dalla sfera rossa come Sole/Cristo.

Nei due demoni sotto ai piedi, che corrispondono al lato delle tenebre (bocca doppia di drago).

prima

Tavola V

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

http://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

LA SCONFITTA DELLA NATURA NELL'ARTE e DINTORNI

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Nelle pitture più antiche è l’uomo che viene rappresentato, mentre l’ambiente circostante è fondale o accenno.

Scrive Rilke (Del paesaggio e altri scritti): ”Nelle figure dei vasi, l’ambiente, casa o strada, è solo nominato, abbreviato quasi, dichiarato solo con l’iniziale; e invece sono tutti gli uomini nudi, sono come alberi che rechino frutta e ghirlande di frutta, come siepi in fiore, come primavere in cui cantino gli uccelli. Allora era il corpo, lo coltivavano come una terra, si adoperavano attorno ad esso come intorno ad un raccolto, lo possedevano come si possiede un buon podere, la ricchezza da contemplare, l’immagine traverso la quale passavano in ordine ritmico tutte le significazioni, dèi e animali e tutti i sensi della vita”

Rilke fa risalire a Leonardo la scoperta del paesaggio: “ Guardare al paesaggio come a qualcosa di lontano ed estraneo, di remoto e astratto che trova in sé la sua compiutezza, questo era necessario se esso voleva diventare mezzo e occasione di un’arte autonoma…si cominciò a capire la natura quando non la si capì più: quando si capì che essa era l’altra parte, indifferente, incapace di accoglierci.”

Così l’uomo si distacca dal paesaggio proprio perché il paesaggio sostituisce la natura.

Mentre agli antichi bastava il nome, la menzione di “quercia”, “selva” per penetrare nelle corrispondenti associazioni, il paesaggio deve venir precisato, analizzato. Ma la sua esasperazione è la sua morte.

Il romanticismo è un tentativo di salvataggio di una natura stinta e come scrive Praz, scade nell’ingenuo espediente di una soluzione psicologica. Per cui si inscena “una violenta agitazione di umani petti con un soffiar di venti ed un tuonar di procelle”.

Così l’uomo del XX e del XXI secolo si trova, in genere, bombardato da raggi e rumori, a rimirare inquadrature fotografiche che appartengono più al sogno che al reale. Massiccia entra nelle coscienze l’industria del sogno con l’allucinazione cinematografica e televisiva.

Per non apparire troppo pessimista dirò che la luce è ancora gioia e conoscenza, la tenebra è ancora sciagura e tuttora ci afferra sgomento quando si contemplano gli spazi sconfinati.

Infatti l’illimitato, lo sproporzionato della natura post-copernicana sono il tema della poesia cosmica ottocentesca.

C’è un “ma” grande: per concorrere a giungere ad un universo di dismisure concorre il telescopio, come, col microscopio si disintegra la terra visibile. Certo, la tecnologia viene sempre considerata neutrale, però non è un caso che quando essa scende in campo vince sempre sull’umano.

Vediamo da vicino il doppio fenomeno: il telescopio ed il microscopio sono utilissimi ma introducono l’occhio (e la mente umana) in spazi siderali e vetrini dove non esistono forme consacrate e la coerenza delle immagini è data da convenzioni, da ipotesi. Si giunge ad affermare che ogni spiegazione del mondo visibile può essere soltanto rivelata dal mondo che è invisibile all’occhio nudo e se questo invisibile viene rivelato soltanto da strumenti, si instaura un mondo scientifico che demanda agli strumenti le causalità del mondo, espellendo da esso il divino, il destino, il senso umano dei moti celesti. L’uomo non è più un microcosmo.

Rimane la poesia, nei due precedenti secoli, che invita ancora a contemplare e seguire la natura, ma in disaccordo con la scienza, la società e l’economia. Languendo in quanto svanisce il senso d’armonia tra lo svolgere della notte nel giorno, di una stagione in un’altra: divengono cose da “degustare” come spettacoli e come spettacoli, alla fine annoiano.

Il precursore di Baudelaire, Pètrus Borel, proclama noioso che le foglie siano verdi e non violette o azzurre.

L’impressionismo, nello sforzo di stabilire un’armonia tra uomo e natura, si fonda sulla accreditata teoria della luce, accettando la frantumazione della natura, vedendola come mera funzione di vibrazioni.

Appunto: il mondo visibile a occhio nudo è rinviato ad un mondo invisibile, alla luce dello spettroscopio: gli impressionisti non possono che disintegrare il mondo nel momento in cui spingono la natura come fascio di pure ondulazioni. Peccato che, oltre una infinita pluralità di punti luminosi, l’occhio percepisca, di fatto, delle forme: vedo il vaso e non una spruzzaglia di puntini. Questi ci vengono “svelati” da strumenti ravvicinanti.

Un notevole passo di Proust illustra il vacillamento dell’occhio spodestato: “ Esistono illusioni d’ottica le quali provano che noi non identificheremo gli oggetti se non facessimo intervenire il ragionamento. Quante volte su una vettura non scopriamo una lunga strada chiara che inizia a qualche metro da noi, mentre abbiamo dinanzi un muro violentemente illuminato che ci ha dato il miraggio della profondità…questo disorientamento dei ragionamenti lo chiamiamo visione”.

Vi rendete conto di cosa dice? Magari una coerenza alla “visione” chiede solo che l’arte divenga delirio…o miseria: la natura è vinta!

Infatti “tanti sono gli artisti originali e altrettanti mondi abbiamo a disposizione…tale l’universo nuovo e perituro che è stato creato, e durerà fino a che la nuova catastrofe sia scatenata dal nuovo pittore o scrittore originale”.

Sorge un nuovo congegno sociale, si chiama “Industria culturale” in cui possa affermarsi il paradosso di Wilde: “la natura deve imitare l’arte, la regola dell’artista dev’essere non tanto di tenersi alle proposte della natura, ma di non proporle nulla che essa non possa, non debba tosto imitare” Gide, Journal des Faux Monnayeurs.

Mi pare che Gide dica semplicemente che l’artista deve fare cose che siano destinate ad essere accolte e divulgate attraverso i mezzi di massa, gli attuali media (sapete che volo basso).

Il dato biologico ancora resiste: la curva della temperatura del corpo segue l’arco che il sole descrive negli spazi, il sonno sopravviene dopo il crepuscolo per sciogliersi la mattina, di fatto il corpo
della donna soggiace al calendario lunare e la gestazione nei nove mesi corrispondenti alla distanza fra un solstizio e un equinozio, persino il linguaggio comune contiene le metafore tra cielo e corpo.

Ancora per quanto? Il corpo stesso inizia ad adattarsi alle condizioni industriali, nonostante la lentezza del processo: metamorfosi da mammifero a insetto sociale?

Se queste osservazioni vi sembrano poco divertenti, mi pare che il Dottore, in circoli riservati (come la Comunità dei Cristiani), comunicò previsioni a scadenza alquanto breve che potrebbero rovinare le notti dei ciecottimisti. Ora non si grida più nel deserto e farlo ad una massa sociale liquida (informe) che non vuole sapere di non sapere è tempo perso. Ci sono ancora, qua e là, individui. Ciò è grandioso, semi-divino. Il resto è rovina o non è nemmeno quello. La rovina emana una dignità particolare, un senso di arcana riverenza che si perde negli sciami di gite collettive organizzate.

EMANUELE (di V. S. SOLOV’ËV)

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Emanuele


Nell’ombra dei secoli si è ormai dileguata
quella notte in cui, stanca di male e di affanno,
la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque
Dio-è-con-noi.

Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri:
i re più non scrutano il cielo,
e i pastori non ascoltano nel deserto
come gli angeli parlino del Signore.

Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato
non può essere ormai più corrotto dal tempo;
e il Verbo nato in quell’evo remoto, sotto a una greppia,
ti rinasce nuovo nell’anima.

Sì – Dio è con noi: ma non già sotto l’azzurro padiglione,
non al di là dei confini dei mondi innumerevoli,
non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste,
non chiuso nella sopita memoria dei secoli.

È qui Egli, adesso; e tra l’effimera vanità,
nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi
un segreto onnigioioso: – impotente è il male,
e eterni noi siamo: Dio è con noi.

 

AUDACIA INTERIORE E FILOSOFIA DELLA LIBERTÀ

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Rievocavo, nelle ore nelle quali una dolcissima melanconia è fedele compagna alla mia insonnia, quanto era emerso in vari colloqui tra una persona amica e me, circa la centralità che Massimo Scaligero dava alla Via del Pensiero e alla Concentrazione. E ogni volta i nostri scambi di idee mi riportavano alla mente quel che Massimo Scaligero, in vari colloqui, mi aveva detto, e che io custodisco nella memoria del mio cuore, come un prezioso tesoro. Le sue parole – comprese quelle ch’egli disse nell’ultimo colloquio del 25 gennaio 1980, poche ore prima che ci lasciasse – le porto scritte a lettere di fuoco nella mia anima e sono per me «bevanda della memoria», nonché un criterio radicale di distinzione tra ciò che costituisce l’essenza della Via Solare e ciò che non lo è.

Più volte nei nostri periodici, Massimo Scaligero mi disse come la missione di Rudolf Steiner – missione che Rudolf Steiner riconosceva essere sua propria – fosse quella di portare all’Occidente, e all’umanità tutta, una Via magica del pensiero e della percezione: una Via che fosse al contempo rigorosamente scientifica ed iniziatica. Sin dalla sua giovinezza, egli aveva lottato, prima per conquistare, e poi per indicare nelle sue opere, una tale Via che da una parte porta alle sue estreme conseguenze le istanze del metodo scientifico di rigore logico e sperimentale, e dall’altra una Via iniziatica nelle forme di un audace idealismo magico.

Risulta dalla stessa biografia di Rudolf Steiner, come questi sia partito da un confronto serrato con la filosofia kantiana, che nella seconda metà del secolo diciannovesimo avrebbe avuto, soprattutto in Germania, una immensa influenza, con la matematica, con la fisica, la chimica, le scienze naturali, le quali pure passavano di scoperta in scoperta e vedevano aumentare a dismisura la loro influenza sulla visione del mondo e sulla vita di innumerevoli persone. In particolare, il giovanissimo Rudolf Steiner riteneva – come mi diceva Massimo Scaligero e come si evince altresì da molte delle sue vicende biografiche – che l’esperienza del momento originario del pensiero e dell’essenza sovraindividuale, universale, dell’idea fossero comuni, oltre che a lui, anche a scienziati e filosofi, perché egli non si spiegava come costoro potessero avere una intuizione matematica, scoprire una legge fisica, chimica o biologica, di valore universale, senza avere coscienza come tali intuizioni e leggi fossero «idee», e senza essere coscienti del momento «dinamico», «vivente», del pensare producente tali «idee». In effetti, egli dai suoi diciotto sin oltre i suoi quarant’anni cercò di riscontrare in scienziati e filosofi la coscienza di tale momento originario del pensare, la consapevolezza del momento ideante del pensare, del quale in maniera evidente essi usufruivano, sino ad avere ogni volta cocenti delusioni. Egli stesso riferisce ne La mia vita come, di fronte alle risposte sprezzanti di un fisico, al quale si era rivolto esponendo le proprie idee e che dimostrò tutta la propria chiusura mentale e l’incomprensione totale rispetto a quanto gli veniva esposto, dovette «ammutolire».

Se seguiamo il suo percorso, così come lo possiamo scorgere nelle sue opere scritte, vediamo come per oltre due decenni egli sia rimasto fedele a questa sua «missione» – radicale e audace sino alla temerarietà – di portare un impulso spirituale rinnovatore nella scienza, nella filosofia, nella cultura e nella visione del mondo moderna. Attraverso la raccomandazione di Karl Julius Schroer, che lo presenta all’editore Kürschner, cura – a partire dal 1882, quando aveva solo 21 anni – per la «National Literatur» l’edizione delle Opere Scientifiche di Goethe, ch’egli arricchisce di varie introduzioni, riunite poi nel primo volume della sua Opera Omnia, e di moltissime note. Seguono poi la Teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo del 1986 – quando di anni ne aveva venticinque – Verità e scienza. Proemio ad una filosofia della libertà del 1892 – che era l’ampliamento della sua tesi di laurea in filosofia, sostenuta a Rostock nel 1891 – la Filosofia della libertà. Risultati di osservazioni animica secondo il metodo delle scienze naturali del 1894 – aveva allora trentatré anni – Friedrich Nietzsche, lottatore contro il suo tempo del 1895, la Concezione goethiana del mondo del 1897, Concezioni del mondo e della vita del XIX secolo degli anni 1900-1901, che – ampliata nel 1914 di un secondo volume – diverrà gli Enigmi della filosofia. Solo al principio del nuovo XX secolo, egli scriverà I mistici all’alba dei nuovi tempi del 1901, ma affronterà il problema della Mistica medievale e rinascimentale – che è tutt’altra cosa dal misticismo, contro il quale egli si scaglia nella Filosofia della libertà – ma lo affronterà dal punto di vista della stessa Filosofia della libertà. Per non parlare di molti suoi articoli come L’individualismo nella filosofia, di ben sessanta pagine, o Haeckel e i suoi avversari, che sarà un vero e proprio opuscolo, ed un’infinità di altri suoi contributi alla scienza, alla filosofia e alla cultura in genere apparsi in riviste, giornali, opere collettanee varie.

Per molti anni, dal 1881 al 1901 – sin oltre la metà della propria vita – Rudolf Steiner operò col pensiero, con la parola, con l’azione, ad indicare una Via dei «nuovi tempi», una Via radicale per giungere alla diretta esperienza spirituale, alla concreta possibilità della Iniziazione mediante l’esperienza dell’Io libero: libero nel conoscere da qualsiasi limite, che possono essere posti contingentemente, e superati, solo dal pensare in sé privo di limiti, e libero nel volere, che non riconosce altra legge se non quella ch’egli prescrive a se stesso come frutto della fantasia morale.

La Filosofia della libertà, pur nella forma di un’esposizione filosofica, è in realtà – come lo definì il mio amico L., suscitando in me gioioso stupore ed entusiasmo – «il più potente trattato di magia mentale che sia mai stato scritto». Io oserei dirlo addirittura un «rituale interiore d’Iniziazione mediante l’esperienza del pensare puro». Che attraverso l’esperienza interiore del pensare puro, operando secondo il metodo indicato nella Filosofia della libertà, si giunga alla concreta e diretta esperienza spirituale, lo dice apertamente lo stesso Rudolf Steiner nella Seconda aggiunta alla seconda edizione (1918), alle pp. 216-218 della traduzione italiana di Dante Vigevani, che io preferisco per chiarezza e precisione, edita nel 1966 dall’Editrice Antroposofica. Vale la pena di trascriverne le parti salienti:

«L’esposizione fatta in questo libro è costruita sul pensare intuitivo, sperimentabile solo spiritualmente. […]
Con ciò si è indicato nel pensare l’elemento per mezzo del quale l’uomo si immette spiritualmente nella realtà. (E nessuno dovrebbe veramente confondere con un mero razionalismo questa concezione del mondo costruita sul pensare sperimentato). D’altra parte, però, da tutto lo spirito di queste esposizioni segue che l’elemento percettivo, per la conoscenza umana, consegue un valore determinativo di realtà solo quando viene afferrato nel pensare. Fuori del pensare non c’è possibilità di riconoscere alcunché come realtà. Non si può dunque sostenere che il modo sensibile di percepire ci sia garanzia dell’unica realtà. L’uomo deve assolutamente aspettare, nel cammino della sua vita, ciò che sorge come percezione. Ci sarebbe soltanto da domandarsi se, partendo dal punto di vista che risulta unicamente dal pensare intuitivo, sia giustificato il fatto di aspettare che l’uomo possa percepire, oltre ciò che è sensibile, anche lo spirituale. Sì, questa aspettativa è giustificata; perché, se pure l’esperienza del pensare puro è, per un verso, un processo attivo che si svolge nello spirito umano, per un altro è allo stesso tempo una percezione spirituale, conseguita senza l’aiuto di alcun organo fisico. È una percezione nella quale è attivo lo stesso percipiente, ed è in pari tempo un’autoattività che viene percepita. Nel pensare, intuitivamente sperimentato, l’uomo viene trasferito in un mondo spirituale anche come essere percipiente. Ciò che, quale mondo spirituale del suo proprio pensare, gli viene incontro entro quel mondo come percezione è riconosciuto dall’uomo come un mondo di percezioni spirituali. Questo mondo avrebbe col pensare il medesimo rapporto che, dal lato dei sensi, ha il mondo delle percezioni sensorie. Il mondo di percezioni spirituali, non appena sia sperimentato dall’uomo, non può essergli per nulla estraneo, perché nel pensare intuitivo egli ha già un’esperienza di carattere puramente spirituale. Di questo mondo di percezioni spirituali parlano numerosi miei scritti che sono stati pubblicati dopo il presente libro. Questa «Filosofia della libertà» è la base filosofica. In questo libro si è infatti tentato di mostrare che l’esperienza del pensare, giustamente compresa, è un’esperienza spirituale. Sembra perciò all’autore che chi può accogliere con tutta serietà il punto di vista dello scrittore di questa Filosofia della libertà non si tratterrà dal penetrare nel mondo della percezione spirituale. Certo, quanto è esposto nei libri posteriori del medesimo autore non può essere dedotto logicamente, per via di ragionamenti, dal contenuto del presente lavoro. Ma dalla comprensione vivente del pensare intuitivo, quale qui è inteso, risulterà naturalmente l’ulteriore ingresso nel mondo della percezione spirituale».

Penso che più chiari di così non ci si possa esprimere. Eppure, la Filosofia della libertà, tra i libri di Rudolf Steiner, è sicuramente quello meno conosciuto, il più equivocato, e soprattutto il meno amato. Soprattutto il meno amato dagli antroposofi. È il meno conosciuto perché si evita accuratamente di conoscerlo, e si evita di conoscere la Filosofia della libertà perché la si teme, si teme l’intensità interiore ch’essa esige. Essa è il libro più equivocato, proprio perché si evita accuratamente di pensare sino in fondo i suoi pensieri, per tema ch’essi conducano ad esperienze radicali che si presentono ma che si vogliono ad ogni costo evitare. Per cui è più comodo pensare che sia un semplice libro di “filosofia” – come in fondo ce ne sono tanti – che vuole dare una “giustificazione gnoseologica” – che taluni trovano un tanti nello arida e noiosa, in fondo inutile – all’Antroposofia. La Filosofia della libertà è il libro di Rudolf Steiner meno amato, perché come Via d’Iniziazione porta all’esperienza della morte, a quell’esperienza del morire prima di morire, senza morire, che è lo scopo precipuo e il mezzo assolutamente necessario del processo dell’Iniziazione. Esperienza cui l’umano-animale, presente in ogni essere umano, cerca con ogni mezzo ed ogni astuzia di sottrarsi. Contro tale umano-animale deve fare coraggiosamente i conti chi, con risolutezza, vuole giungere ad una esperienza spirituale autentica.

La Filosofia della libertà non è certo tenera con il sin troppo umano bisogno di cercare «appoggi» di natura vitalistica, filosofica, scientifica, moralistica, e persino religiosa. Il rinunciare a tali appoggi dà all’uomo impastato nei processi della natura inferiore – ossia all’uomo che subisce il servaggio alla natura corporea, inevitabilmente animale – la vertigine dell’abisso, la paura del precipitare, e la brama di cercare un «rifugio» in una «ideologia» economica, politica, scientifica, religiosa, che può trovare in partiti, corporazioni scientifiche e accademiche, logge e Ordini «occulti», confessioni religiose varie. Cercando, naturalmente, di non vedere, di nascondere a se stessi l’estrema precarietà di una tale «soluzione», la cui unica funzione è quella di narcotizzare l’angoscia esistenziale e la paura che ascendono dalle profondità della natura umano-animale.
Che la Filosofia della libertà sia una Via di Conoscenza spirituale è quel che afferma Rudolf Steiner in Teosofia, ove dopo aver detto nella Prefazione alla terza edizione che:

«Il modo in cui si usa leggere nei nostri tempi non vale per questo libro. In un certo senso ogni pagina, spesso anche pochi periodi, dovranno essere conquistati con sforzo. A questo si è teso coscientemente, poiché solo così il libro può diventare per il lettore quel che ha da essere per lui. chi si limiti a scorrerlo, non lo avrà affatto letto. Le verità in esso contenute devono essere sperimentate. La scienza dello spirito ha una efficacia solo in questo senso» – osservazione questa che, se vale per Teosofia, a maggior ragione vale per la Filosofia della libertà – poco più oltre aggiunge:

«Chi voglia cercare anche per altra via le verità qui esposte, le troverà nella mia Filosofia della libertà. Per strade diverse i due libri tendono al medesimo fine. alla comprensione dell’uno, l’altro non è necessario, benché naturalmente possa riuscire utile».

In maniera ancora più esplicita, Rudolf Steiner indica ne La scienza occulta nelle sue linee generali come nel campo dell’esperienza spirituale solo l’esperienza del pensiero puro, del pensiero libero dai sensi, possa rappresentare un criterio di certezza assoluta nei confronti delle innumerevoli illusioni che per il cercatore spirituale possono scaturire dalla sfera immaginativa. Certezza assoluta lo sperimentatore spirituale può avere nell’esperienza ispirativa, e soprattutto in quella intuitiva. Massimo Scaligero, nell’indicarmi la centralità delle opere di pensiero di Rudolf Steiner, mi disse esplicitamente che queste muovevano, indipendentemente da qualsiasi elemento apporto immaginativo, facendo appello direttamente ad un pensare ispirativo-intuitivo. E l’importanza di un tale pensiero ispirativo-intuitivo viene sottolineata, ne La scienza occulta – che amiamo citare dell’edizione italiana del 1947, pubblicata da Laterza di Bari – con le seguenti parole:

«La via che conduce al pensiero libero dai sensi, per mezzo delle comunicazioni della scienza dello spirito, è completamente sicura. Ve n’è un’altra anche più sicura, e specialmente più esatta, sebbene sia per molti più difficile, e sta descritta nei miei libri La teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo e La Filosofia della libertà. Questi libri espongono i risultati a cui il pensiero umano può arrivare quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso. Soltanto il pensiero puro, come entità di per sé vivente, e non il pensiero rivolto solo ai ricordi di oggetti sensibili, esplica allora la sua attività nell’uomo. I libri sopra citati non hanno tratto niente delle comunicazioni della scienza dello spirito; nondimeno in essi viene mostrato che il pensiero puro, concentrato in se stesso, può arrivare a spiegazioni del mondo, della vita e dell’uomo. Quei due libri rappresentano un gradino intermedio molto importante fra la conoscenza del mondo sensibile e quella del mondo spirituale, e offrono ciò che il pensare può conseguire quando si eleva al di sopra dell’osservazione sensibile, sebbene ancora eviti l’accesso all’investigazione spirituale. L’uomo che impregna completamente la propria anima con le idee esposte in quei libri è già nel mondo spirituale, sebbene questo li si palesi come mondo del pensiero. Chi si sente capace di attraversare questo gradino intermedio, segue una via sicura, più pura, e può acquistarsi in tal modo dei sentimenti riguardo al mondo superiore, che gli arrecherà bellissimi frutti per l’intiero avvenire».

Che una tale Via del Pensiero porti alla diretta esperienza spirituale, è giustificato dalle parole che Rudolf Steiner pone una pagina prima, ove dice:

«Per chiarire questo punto bisogna considerare che il pensiero umano, quando si stimola con energia, arriva ad abbracciare un campo più vasto di quello che di solito gli viene assegnato. I pensieri contengono infatti una essenza interiore che è in rapporto con il mondo sovrasensibile».

Mentre in Teosofia, a proposito della natura intuitiva del pensare, dice:

«Nello stesso senso in cui le manifestazioni del mondo corporeo sono chiamate sensazioni, le manifestazioni di quello spirituale si possono chiamare intuizioni. Il pensiero più semplice contiene già intuizione, perché non può essere toccato con le mani né veduto con gli occhi: bisogna riceverne la rivelazione dallo spirito attraverso l’io».

Non posso che rimandare, dunque, a quanto Isidoro – col quale concordo pienamente – ha scritto nel suo articolo Libertà individuale e filosofia della libertà. Aggiungo che anche varie conferenze dedicate ai soci della Società Antroposofica, in maniera particolare ne La Saggezza dei Rosacroce e in Alle porte della Teosofia (apparso in italiano col titolo La Scienza dello Spirito), Rudolf Steiner collega l’elaborazione meditativa di opere come Filosofia della libertà, Verità e scienza, Linee fondamentali di una teoria della conoscenza della concezione goethiana del mondo, come fondamentali per lo «studio», in quanto primo gradino della Iniziazione rosicruciana. E nella dodicesima conferenza sul Vangelo di Giovanni, egli indica lo «studio» meditativo, e non intellettuale, della Filosofia della libertà – «che è stata scritta proprio con questo scopo», dice il Dottore – per realizzare quella kàtharsis, o purificazione del corpo astrale, che trasforma l’anima nella «pura, casta, sapiente Vergine Sophia», e la apre all’azione fecondatrice dello Spirito, in modo che venga da essa generato l’Io superiore.

Ciò mostra in maniera che più chiara non si potrebbe la funzione iniziatica della Filosofia della libertà e delle opere di Rudolf Steiner ad essa correlate, nonché del Trattato del Pensiero Vivente di Massimo Scaligero che da essa è scaturito. Come ne scaturisce la  pratica della Concentrazione che, intensificandosi nel suo momento dinamico, giunge a liberarsi di ogni mediazione che non sia il suo stesso «essere» in atto, sino a farsi Contemplazione della propria essenza e del Mondo Spirituale.

Fu Massimo Scaligero  a farmi comprendere l’importanza di quanto Rudolf Steiner scrive nella Appendice all’edizione 1918 – che citiamo nella edizione pubblicata dai Fratelli Bocca nel 1952 – nella quale viene indicato come:

«La via alla conoscenza soprasensibile, descritta in questo libro, conduce ad uno sperimentare animico nel quale è specialmente importante che il discepolo che vi aspira non si abbandoni a nessuna illusione, o malinteso sul medesimo. e in questo campo riesce facile all’uomo essere tratto in inganno. […] Ciò che viene sperimentato dall’anima umana sulla via qui indicata si svolge completamente nel campo della pura esperienza animico spirituale. È possibile per l’uomo di vivere queste esperienze solo se, anche per altre esperienze interiori, egli può rendersi altrettanto libero e indipendente dalla vita corporea, quanto lo è nello sperimentare della coscienza abituale, allorquando, su ciò che ha percepito dall’esteriore, o su ciò che interiormente ha desiderato, sentito, o voluto, egli si forma pensieri che non derivino dal percepito, sentito, voluto».

Nella citata Appendice viene messo in evidenza l’incorporeità dell’esperienza del pensiero puro, della «capacità di sperimentare nella sua anima la pura vita del pensiero fondato su se stesso». Isidoro ha riportata L’Appendice del ’18 nel suo articolo del 29 gennaio 2014, al quale perciò rimando il lettore.

In particolare, in tale Appendice il Dottore mette chiaramente in evidenza come ogni esperienza dell’anima, ad eccezione del pensiero puro, non possa non svolgersi normalmente senza il coinvolgimento del corpo, del quale è fatale subire l’influenza. E qualsiasi esperienza pretesa «spirituale», che non si liberi radicalmente di ogni influenza corporea, non può evitare di essere medianica, e di aprirsi non ad una sfera sovrasensibile, bensì ad un equivoco sperimentare subsensibile, fonte di ogni errore e d’infinite illusioni.

Un tale scivolamento nella medianità più o meno inconsapevole è fatale allorché alla Via del pensiero si contrappone una «via dell’anima», come via che sarebbe «più adatta» a molti per i quali «una completa austerità è insopportabile». Un tale scivolamento è fatale al misticismo – che è qualcosa di alquanto diverso dalla Mistica per es. di un Meister Eckhart della quale parla Steiner nel suo libro sui Mistici all’alba dei nuovi tempi – perché il misticismo «vuole sentire quello che, invece, deve conoscere» (Filosofia della libertà), e un tale sentire non è libero dalle pastoie del coinvolgimento corporeo. Per questo affermare che «il pensiero puro-libero dai sensi è una esperienza spontanea, ma non cosciente e quindi egoistica», è affermare l’esatto contrario della verità. Quella verità che Massimo Scaligero ci ha indicato nella Via del Pensiero Vivente e nella disciplina dura, difficile, ma aurea ed eroica, reale, in sé e a sé sufficiente, della Concentrazione.

Questa Via della Filosofia della libertà è indipendente e al contempo polarmente opposta all’Antroposofia – come ha sagacemente sottolineato Isidoro nel suo articolo – ed essenzialmente connessa con l’esperienza di profondità della Concentrazione. Si può dire che la meditazione della Filosofia della libertà e la pratica della Concentrazione si alimentino a vicenda: ognuna permette di andare al cuore dell’altra. E soprattutto sono il più potente antidoto a quel veleno che è costituito dalla sentimentalizzazione fideistica e dall’intellettualizzazione dogmatica dei contenuti dell’Antroposofia, veleno che paralizza le forze dell’anima, la deforma, ed offre al mondo un’immagine caricaturale della Scienza dello Spirito.

L’audacia è porre sempre al centro la diretta esperienza interiore, scaturente dalla risoluta pratica dell’Ascesi del Pensiero, superando ogni forma di realismo primitivo, scientifico, politico, religioso e «antroposofico» – come ammoniva Massimo Scaligero nelle riunioni dell’ultimo anno – attraverso il «realismo del pensare», il «realismo» dell’esperienza eterica del concetto, il «realismo» del Logos.

 

TRADIZIONE, ANTITRADIZIONE

sole giallo

sole nero

La tradizione può opporsi alla tradizione? Sapete, poiché iniziai la mia vita lavorativa come pedagogo, basta che peschi Charles Fourier (1772-1837; filosofo, pedagogista, utopista) , il quale riteneva che in sé ogni istinto era benefico, purché lasciato libero: basterebbe lasciar crescere ogni desiderio nel suo luogo appropriato. Ogni cosa al posto giusto ma sollecitando tutti a lasciare libero corso ad ogni impulso.

Poi, infine, leggendo le sue opere, dopo tanto discorso sulla libertà, raccomanda una educazione che pieghi i giovani alle brame dei decrepiti.

Ecco: l’ordine saintsimoniano (Saint-Simon 1760-1825; filosofo industrialista) e l’anarchia fuorerista sono antipodi amici.

Chi, in modo ignaro ed impreciso, andrà cercando le forme eterne della Tradizione sul terreno di doverose dissipazioni e di parole d’ordine rigorosamente deformanti?

Il tempo caro a sé stessi (il tempo libero) possiede due formulazioni: una scioglie l’erotismo dalla procreazione, l’altra la psiche dalla realtà oggettiva.

Il gregge allucinato fornisce ai tecnocrati il materiale umano per esperimenti di infinita manipolazione. Come le meraviglie meccaniche fornirono agli ozi dei re cinesi e ai satrapi dell’età alessandrina, intrattenimenti in cui la fantasia imprimeva il delirio al ferro e al legno, così tra non molto gli oligarchi potranno dilettarsi tra illimitate produzioni di uomini-bestia nei propri giardini zoologici.

Tutto ciò è in fieri, permane nell’altezza la Tradizione e solo l’odio per essa spiega la pratica smisurata della dialettica su ogni cosa, la critica selvaggia, la tradizione dell’inestirpabile tradizione dell’antitradizione.

I caratteri della tradizione diabolica sono invariabili nel tempo (anzi, fuori del tempo).

La tradizione diabolica loda le parole del Menzognero: “Sarete come dèi” ovvero non sarete conformi alla direzione della vostra divina origine, bensì avrete poteri imitanti il divino: “sarete come dèi, pur seguendo i vostri istinti”.

La tradizione dell’antitradizione rifiuta gli angeli, rischio non sbagliato in sé ma mozzato nella sua grandezza dalla cieca lotta per l’utopia del perfetto ordine tecnologico e dell’istinto liberato!

Quando la Maddalena si presenta a versare gli unguenti sui piedi del Cristo, Giuda Iscariota la biasima dicendo che converrebbe donare il prezzo dell’unguento ai poveri.

In questa immagine, in queste parole è racchiuso già tutto il pensiero della tradizione diabolica.

In poche parole non spetta a ciò che fonda metafisicamente la moralità, il consiglio di donare ai poveri, bensì all’atto di donare ai poveri, spoglio di ogni principio, spacciato per fine ultimo.

Reso ipocrita, transitorio, figlio della psiche.

Se si toglie ogni primato al rito, lo si ruba all’oggetto del rito: all’essere perfetto. Togliendo all’essere perfetto la supremazia, se ne nega implicitamente il suo assoluto a cui si contrappone la natura relativa di un atto umano ordinario.

Nel biasimo di Giuda è racchiusa la sostituzione del banale al sacro.

Ora il bisogno umanitario è già anteponibile all’Idea: ciò pone fine ad ogni criterio per porre in gerarchia i bisogni: prevarrà dunque il bisogno più violento e nevroticamente più astuto. Saint-Simon e Fourier sono già presenti nel discorso dell’Iscariota.

Il discorso di Giuda si ripete di progenie in progenie, con maschere diverse e identità eguali.

In particolare menziono la “sete di novità”: essa, di solito, copre perversioni, poiché se il primato è del bene, questi è ben difficile che abbia bisogno di nuove, incessanti qualità.

Poi c’è l’invito ad una vaga ma costante aspettazione, quasi si fosse di continuo alle soglie dell’inaudito: menzognero poiché il mozzo della ruota del Dharma è sempre sé stesso in sé . Se c’è ricerca, essa procede per inversione, non per eversione.

Ma così si avversa la Norma, più che altro per poter sostituire e imporre norme piccine e peggiori.

Infine si avversano i caratteri della natura con la menzogna:

Viene detto: la natura è maligna. La natura non è assolutamente buona, è solo relativamente tale e andrebbe sentita come sorella e non come madre dell’uomo. Ma la tradizione dell’antitradizione insegna ai suoi adepti che la natura è malvagia, che l’uomo deve negarla radicalmente, criticandola senza limite e liberandosene con la pratica di ogni possibile vizio per giungere ad una esperienza che lo porterà alla completa liberazione.

La tradizione dell’antitradizione, dal moderno all’oggi, pervade in modo penetrante ogni uomo non dotato di straordinaria indipendenza e fedeltà da costruire per forza propria l’aria animica, ben diversa da quanto viene respirato dalle anime ignare.

E’ dalla fine del ‘700 che la Tradizione vive in ombra, benché perseguitata con minuziosi eccidi, o almeno scoraggiata con blande ma costanti misure, comunque beffata e scoraggiata in tutti i modi.

Data una malcompresa “Iside svelata”, non c’è ente della sottonatura che non si serva delle forme ghermite, per costruire una tradizione che possa togliere anche al cuore degli uomini il già debole ricordo della via interiore.

Credo che ora lo spazio della vita (e della libertà) sia strettissimo: un tempo la società era dominata dalla tradizione, adesso è la tradizione dell’antitradizione che domina il mondo.

Le norme variano, sono merce della mutevolezza, della fortuna, sottomesse agli spiriti dei mutamenti, degli smerci, delle truffe e delle morali comparate.

Scrive Manzoni: “l’errore non vive, quel tanto che può vivere, se non a forza di moderazione, di saviezza, di sapersi guardare dalle insidie della logica che, con quel suo andar diritto, conduce all’assurdo; e per non essere stata consultata quando si trattava di esaminare il presupposto principio prima di accettarlo, entra per forza a cavare le conseguenze e si diverte a farne uscire le più alte cose del mondo”.

“La morale comparata è l’inizio del sadismo”. 

EL HOMBRE INTERIOR

Massimo Scaligero El Hombre Interior – Caviarbleu, Editora Andina Sur
Calle Alpatacal 1764, – (5500) Mendoza, Republica Argentina
e-mail info@caviarbleu.com– Páginas 260 – Precio € 17,00 Traductor: Veeraj Giovanni Gullo

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Tempo fa venni  a conoscenza della traduzione in Castigliano de  “L’Uomo Interiore” di Massimo Scaligero nella rivista  L’Archetipo, operazione raccontata dall’Amico Franco Giovi e che vi invito a leggere sul mensile online: www.larchetipo.com/2011/gen11/pubblicazioni.pdf

Personalmente credo che questo avvenimento sia di portata eccezionale, il signor Giovanni Gullo Veeraj, nostro lettore e iscritto, italiano ma che vive da molto tempo in Argentina ha assunto questo compito sicuramente non facile, e addirittura pare ne stia a tradurre altri e cio’ mi riempie di tanta gioia perche’ riconoscendo la preziosita’ dei concetti espressi dai testi in questione e intendo anche solo lontanamente quanto siano costati sotto tutti i fronti a Massimo Scaligero, allora penso che se e’ giunto il momento di rendere questi contenuti disponibili anche agli altri popoli, sia un grosso e buon segno dai mondi spirituali che operano per l’evoluzione di ognuno.

Grazie signor Veeraj Giovanni Gullo.Grazie Franco Giovi e un saluto a tutti.

Naitsirc

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Dopo aver letto la presentazione della traduzione del libro di Scaligero su L’Archetipo di gennaio 2011, decisi di scrivere a Veraaj Giovanni Gullo, tra l’altro iscrittosi al nostro allora forum poco tempo prima, per chiedergli maggiori informazioni. Tra le altre cose abbiamo saputo che su L’Archetipo Franco Giovi ha omesso, sicuramente per modestia, di indicare che il testo in lingua spagnola contiene una sua prefazione, anch’essa in lingua castigliana.

Veraaj ci ringrazio’ per l’interessamento, per aver citato l’evento, e ci invio’ lo scritto del dott. Giovi chiedendoci di condividerlo con i lettori del forum se fosse stato possibile.  Per noi fu un piacere e un privilegio poter accogliere una richiesta del signor Gullo e nello stesso tempo pubblicare nello stesso mese del gennaio 2011, in italiano, la prefazione curata da Giovi per El Hombre Interior. Una testimonianza inedita e preziosa.

Testimonianza  che ben si incastona con altre di suoi discepoli ed amici, che va a comprovare l’eccezionale levatura di Massimo Scaligero, la sua grande umanita’ e potere di accoglienza interiore di molte sofferenze e drammi umani. Nella vastita’ della sua anima questo grande Iniziato, svuotandosi di tutto poteva accogliere e lenire le sofferenze di coloro che disorientati e bisognosi si recavano da lui per ricevere un Lume…..

Gullo ci comunica la sua intenzione di poter tradurre e pubblicare un libro all’anno di Scaligero. Siamo certi che tutti gli estimatori di questo Maestro del Pensiero proveranno una grande gioia a questa notizia, ringraziando in cuor loro Veeraj per questa importante, non facile impresa ma sicuramente di inestimabile valore e fedelta’ alla causa della Tradizione Perenne.

Siamo grati a Veraaj per la sua considerazione, per il lavoro prezioso che ha svolto e per quello che svolgera’: siamo sicuri che in questa magnifica fatica non sara’ mai solo.

Savitri

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Prefazione di Franco Giovi a El Hombre Interior – M.S.


Cenni sull’Autore

In un articolo scritto per la rivista L’Archetipo del marzo 2008 in relazione ad una assai sintetica biografia di una notevole personalità francese, Paul Sédir, scrissi queste parole: “L’oscurità infittisce quando si dirige lo sguardo su specifiche individualità. Vi siete mai accorti che di esse non trapela l’essenziale e che anzi non scoprite nulla della loro anima e del suo più intimo percorso? Mogli, figli, amici ed eventuali biografi possono raccontarvi di avvenimenti, gesti, parole dette. Questo per noi può essere soddisfacente o almeno interessante ma ricordiamoci che sono superfici, descrizioni di quanto è percepibile alla coscienza comune…”. Iniziai a studiare i primi scritti di Massimo Scaligero all’inizio degli anni ’60 e dopo un decennio di lavoro d’intelletto e di sperimentazione interiore, reputando maturo il momento, decisi di incontrare personalmente il responsabile delle mie fatiche.

Quando andai da Scaligero mi ero ritagliato lo spazio per un giudizio libero ed attento. Certo, avevo già orientato molto della mia vita sulla base delle sue indicazioni espresse attraverso una forma magistrale, capace di darsi come rigorosa veste di un contenuto che indirizzava all’esaurimento della dialettica e alla conseguente accensione di un difficile atto interiore, ma non dimenticavo tuttavia i giudizi critici e preoccupati di personalità e correnti sapienziali che avevo, in tempi precedenti, valutato con rispetto. Detto in soldoni, Scaligero era un personaggio che metteva d’accordo pure gli estremi opposti: tutti uniti ad essergli contrari (a quel tempo ignoravo le bordate di anatemi e maldicenze scatenategli contro da membri della Società Antroposofica) e anche per tale motivo desideravo conoscerlo direttamente.

Dopo l’arrampicata dei ripidissimi gradini di tutto lo stabile di via Cadolini 7 a Roma, bussai ansimante alla porta metallica del suo Studio; sguardo coraggiosamente diretto verso chi (il gigante che) m’avrebbe aperto: la porta s’aprì e dovetti abbassare gli occhi per incontrare quelli di un signore anziano dai capelli bianchi, notevolmente più basso del sottoscritto… Un’ora dopo, uscendo, portavo in me il vivo seme della più profonda esperienza della mia vita, esperienza che durante quasi quarant’anni è cresciuta più forte e profonda ed è il filo aureo che congiunge il mio lavoro interiore allo Spirito. Essa, rafforzata tra parole e silenzi meditativi lungo un decennio di incontri sino alla sua sortita dal palcoscenico, è ciò che mi guida come pura percezione in se sussistente, nella conoscenza dei significati adialettici del mondo. In quel pomeriggio di tarda primavera avevo incontrato l’Iniziato della comunità Solare.

Il lettore dotato di spirito critico a questo punto sbuffa e pensa: “Vera o ingannevole, quella che ci racconti è esperienza tua, non mia di certo” Egli ha perfettamente ragione e la mia autorità è più piccina di un guscio di noce affondato nella baia di Tokyo. Allora proviamo ad ascoltare per un momento la voce di colei a cui Scaligero dedicò alcune tra le sue più alte Opere.

“Ricordare Massimo è tornare a far vivere l’atmosfera che da lui emanava in ogni incontro, che destava in chiunque lo incontrasse una energia vivificante, e non solo in chi seguiva la Via dello Spirito. La positività era per lui una disposizione d’animo, e questo rasserenava chi lo avvicinava, riportando la pace fra persone che vivevano d’avversione e contrasti.
Per fare un semplice esempio, tratto dalla vita di tutti i giorni, a Via Cadolini, a piano terra, c’era un anziano signore in pensione, che passava il suo tempo tra il giardinetto di casa e la passeggiata al Gianicolo. Convinto fascista della prima ora, fischiettando con insistenza le prime note di “Giovinezza” aveva indotto a imitarlo un merlo che aveva preso alloggio nell’albero di fronte al cancello. Sentirli fischiettare in alternanza, l’uomo e il merlo, era un’esperienza divertente. Il villino confinante era abitato da un signore altrettanto anziano, anche egli in pensione e con molto tempo da spendere. Convinto comunista, non si rassegnava affatto alla performance, e anzi, fortemente infastidito, aveva pensato di contrattaccare, rivolgendosi ai merli degli alberi del suo giardino con le prime note di “Bandiera rossa”. Uno dei merli cominciò a risponderli, e così anche lui faceva dei duetti. Da una parte il fischio insisteva: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza …di bellezza …di bellezza” e dall’altra “Bandiera rossa la trionferà …la trionferà …la trionferà”, con una ripetitività ossessiva che faceva salire la tensione tra i due. Non si trattava più di un allegro fischiettare, ma di una sorta di duello canoro. Massimo iniziò (nei tempi sempre troppo esigui che aveva per se) a intrattenersi una volta con l’uno e una volta con l’altro dei duellanti, rivolgendo loro domande in tono amichevole e a voce abbastanza alta da coinvolgere, almeno uditivamente, l’altro contendente. Man mano che i due si “parlavano attraverso Massimo” scoprivano di avere molto in comune e la politica divenne una divisione fittizia e facilmente superabile. I contendenti alla fine abbassarono le armi e ne nacque un’amicizia che riempì la vita di entrambi”

Questa è una piccola storia e tante piccole storie potrebbero fare un ragguardevole album di belle storie edificanti, ma in tutta sincerità, vi servirebbero a qualcosa di concreto, o meglio, muterebbero il vostro livello di coscienza?

Nessuno tra coloro che conobbero veramente Scaligero potrebbe (ne desidererebbe) raccontarlo. Nessuno è degno e deputato a farlo. A parlare di Lui si schiudono comunque due pessime strade: o si finisce immancabilmente a parlare di se stessi (come ho fatto nelle righe precedenti) oppure si fa dell’accademia e vi assicuro, ciò è stato fatto con dovizia e perizia e il risultato ricorda il museo delle cere di madame Tussauds al profumo d’incenso. Questo è fatale poiché quaggiù, nel nostro mondo chi può dire d’aver conosciuto veramente Massimo? Per qualcuno era il Maestro che ti trasmette l’esperienza fondamentale che (salverà e) orienterà la tua vita. Per altri il saggio anziano che ascolta gli sfoghi personali. C’era gente che si faceva una giornata di treno per dire a Scaligero di avere difficoltà sul lavoro o con la moglie e Lui accoglieva tutti. E qualcuno tra tanti si accorgeva di un fatto strano ossia mentre Scaligero lentamente rispondeva, si sentiva portato ad un livello di coscienza diverso da quello con cui era venuto. Era come se, senza perdere lucidità, ma anzi acquistandone di maggiore, si fosse innalzati un poco oltre la coscienza normale. Prova ne sia che molti problemi, magari da tempo sentiti come tormentosi o quasi catastrofici, di colpo non esistevano più o diventavano del tutto meschini, incapaci di incidere nella tua vita.

Pochissimi sanno qualcosa della dimensione di santità in cui Scaligero operava, silenziosamente e segretamente, nella vita comune (egli, poverissimo, donava tutto a tutti). E non è minimamente razionalizzabile quale fosse (sia) davvero il suo rango spirituale o la sua presenza nel più alto e inviolabile Santuario. Se su questi che sono i tratti essenziali della sua realtà, Massimo tacque, è d’uopo mantenere il silenzio. Quello che resta alla portata di chiunque, se sufficientemente lucido e coraggioso, è la sua opera, il suo pensiero, attraverso il quale scorre ciò che un tempo fu il Sole stesso e ora balena come segreta folgore di Vita nella Terra e nel Pensiero quando questo riafferri se stesso prima di morire nel proprio riflesso.

Questo è stato il compito di Massimo Scaligero: offrire al ricercatore una Via, conforme all’odierna struttura dell’uomo, articolata in forma logica di pensiero che nel venire pensata schiuda al pensatore l’organo interiore del Risveglio.
E’ quanto la vera Tradizione Perenne trasmette all’uomo di questo tempo. Sognare le meraviglie del passato, lo yoga, la magia, l’ermetismo, ecc. è facile. Invece è terribile destarsi dal sogno. Per questa ragione vi sarà difficile leggere e capire le pagine di questo libro. Procedendo in esse con il VOSTRO pensiero sarà il pensiero stesso a decidere cosa fare di sé. Voi abbiate soltanto la dignità di tentare.

Franco Giovi

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3mendozadic2011

Ricordiamo ai gentili lettori interessati che dopo questa opera di Scaligero fu pubblicata anche la traduzione del Manuale, da parte, naturalmente dell’amico Gullo (con camicia bianca nella foto, insieme a lui il ns carissimo amico e maestro di arti marziali Roberto Daniel Villalba). Vi rimando a un nostro articolo gia’ pubblicato nel blog Eco: http://www.ecoantroposophia.it/2013/09/lib…itri/el-manual/

L'ARCHETIPO – MARZO 2014

angelo-liberatore

In questo numero

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 61

Socialità
L.I. Elliot Il Grande Fardello

Poesia
F. Di Lieto Presagio

Etica
T. Diluvi Il contagio

AcCORdo
M. Scaligero Armonizzare le dissonanze

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Il segreto dei segreti

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Spiritualità
R. Steiner Le Feste cristiane e la respirazione della Terra

FiloSophia
M. Scaligero La dottrina giapponese del hara

Inviato speciale
A. di Furia Imperialismo dell’illusoria materia

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Esoterismo
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AMULETI E TALISMANI

 talismani

Vorrei brevemente affrontare una caratteristica umana che è antichissima ma perdura in tantissimi atti della vita contemporanea. Ognuno può osservarsi e vedere da sé quanto, sia poco o molto, riesca ad incidere nei fatti più comuni.

Devo purtroppo iniziare partendo da una ambiguità originaria, cioè presente nei termini antichi.

L’amuleto deriva dal latino amoliri (rimuovere) o dall’arabo himālah (ciondolo o pendaglio)? Io non lo so e non essendo filologo continuo tenendo per me questo angosciante interrogativo.

In ogni caso l’amuleto si riferisce ad oggetto “ capace di stornare influssi negativi di vario genere per colui che lo indossa”.

Nell’uso corrente l’amuleto è anche sinonimo di talismano per il fatto che entrambi portano vantaggi a chi gli adopera.

La differenza consisterebbe che l’amuleto ha un precipuo scopo protettivo, mentre il talismano garantirebbe al possessore il raggiungimento di beni desiderati.

L’uso degli amuleti è documentato fin dalla preistoria. La materia di fabbricazione poteva (può) essere tratta da ciascuno dei tre regni naturali e le forme erano (sono) svariatissime: forma e sostanza erano (non ripeto più il verbo al presente ma ci sta sempre) in relazione con quella che sarebbe stata la loro funzione, anche in virtù del mana che erano capaci di sprigionare.

Oro (incorruttibile), rami di corallo…e in genere oggetti o rami puntuti (molto potente è un ramo biforcuto di larice falciato dall’albero in luna piena, tenuto a riposo in lino bianco), capaci di infilzare l’influsso molesto. Poi si usava l’ambra con la magica capacità di elettrizzarsi, radici con forma somigliante ai genitali umani, ecc.

Usatissime le piante: la ruta contro l’invidia, il ciclamino propizio alle partorienti, la verbena adoperata in Roma dai feziali che si recavano in territori ostili. Infine chiodi di ferro (le punte ferrose spaventano anche ora certi esseri fisicamente invisibili), ferri di cavallo e altro ancora.

Con il Cristianesimo mutò, in parte, l’atteggiamento e parte degli oggetti: vennero usati come amuleti crocette, monogrammi, reliquie di martiri, perlopiù false.

Divertente la distinzione che la Chiesa cavalcò quanto prima: tutto ciò era diversissimo dalla vecchia superstizione pagana, poiché tali oggetti erano muniti di “virtù intrinseca” capace di preservare dai mali naturali o dagli attacchi diabolici per la particolare protezione di Dio e dei Santi.

Dunque sappiate che dire “amuleti cristiani” è ciò che vi confina tra i protestanti ed i razionalisti.

Naturalmente i cristiani più primitivi continuarono a paganeggiare in beata ignoranza e perciò ad usare ferri di cavallo, campanelli, pietre semi-preziose, chiodi e legni stappati dai sepolcri, per non parlare di antichi segni e simboli zodiacali.

Abbiamo negli attuali musei scongiuri scritti su piombo o marmo e gremiti da nomi angelici insieme a indecifrabili parole mai pronunciate da uomo. Furono impressi sui casolari (e in lapidi funerarie) disegni di ruota, svastika, pesce, ecc.

Il Rinascimento portò in auge i misteriosi rapporti tra i pianeti e, a seconda dei casi, il loro riflesso terreno in certe pietre preziose, minerali rari, piante e animali singolari.

Poi, l’isteria verso le streghe aumentò alla pari del malocchio (pura superstizione…ma andate a raccontarlo a chi non c’è più, defunto senza cause apparenti. Gli occultisti calcolarono che solo nel sud dell’Italia nei primi decenni del secolo scorso, furono ben oltre il migliaio le vittime della…superstizione).

Avendo scambiato tali fantasie per realtà, fiorirono tutti i mezzi possibili per difendersi contro la stregoneria e altri incidenti di percorso.

Del resto, anche nel presente, molte persone, spesso istruite, praticano seriamente l’uso della mascotte, credono al benefico tocco del ferro, non usano certi colori sulla propria persona, ecc.

Dimenticavo di segnalare che la Chiesa cattolica definisce due gradi di peccaminosità in tali pratiche: più blanda la prima, è chiamata di “vana osservanza”, la seconda è più severa ma scusate, non ricordo il nome che ha a che fare con la magia: in ambedue i casi siete in condizione di peccato mortale.

Vorrei che ciò fosse del tutto chiaro per quanto vi indicherò ora.

In Medio Oriente viene chiamato “il talismano di Bidouh” La leggenda vuole che si chiamasse con tal nome il carovaniere a cui tutte le cose andavano sempre bene.

Ora fate attenzione: prendete un cartoncino quadrato, poi tirate due righe equidistanti in verticale e fate lo stesso in orizzontale.

Devono venir fuori nove caselle tutte uguali. Poi riempite ogni casella con un numero. Facciamolo in orizzontale.

Allora, le prime tre caselle (orizzontali) saranno, da sinistra a destra riempite con: 4, 9, 2.

La seconda fila con: 3,5, 7.

E la terza con: 8,1,6.

In qualunque direzione, anche diagonalmente, si sommino i numeri di una fila, il totale è 15, numero sacro poiché l’uno e il cinque corrispondono alle due prime lettere del nome Jehovah.

La tabella può essere modificata per usi buoni o malvagi e questo non lo scrivo.

Se ci credete, legatela come una collana sul petto e sotto i vestiti.

Se non ne vorreste più saperne, dopo aver compilato questo Sudoku magico, abbiate l’attenzione di bruciarlo completamente.

Buona fortuna!

COSCIENZA E AUTOCOSCIENZA

Raffaello,_concilio_degli_dei_

(Concilio degli dei – Raffaello)

*

A volte un’immagine può dire più di tante parole se colpisce il profondo dell’anima, ed un mito – come c’insegna Platone – può esprimere una verità profonda, celata nella trama delle immagini, meglio di un discorso dialettico, che spesso è solo il rumoroso risuonare di vuote parole. Immagine e mito possono avere un afflato poetico, e suggerire o far presagire arcani significati, ai  quali l’anima può volgersi nel meditare.

Pochi colgono la differenza tra coscienza e autocoscienza, ma essa è fondamentale per intuire e avere vivo e intenso in se stessi il clima nel quale si svolge l’Ascesi del Pensiero, il clima del pensiero puro, che ha pochi, scelti innamorati. Pochi sono così svegli da rendersi conto come un’aurea disciplina, che molti ritengono aridissima, come la Concentrazione possa essere in realtà un’operazione interiore che può generare nell’anima slancio ed entusiasmo, possa suscitare dedizione sacrificale e abnegazione, generoso impegno e gioiosa immolazione. È una disciplina ardua e austera, è vero, è tuttavia essa può accendere – dopo aver dissolta e dispersa la mucillaginosa e logorante emotività nella quale sguazza l’anima «naturale» – un impeto interiore che travolge la mediocrità nella quale l’accidiosa comune umanità si crogiola e apre all’audace e al fedele  il varco alla Via eroica e al sentire celeste: quello autentico, non la sua caricaturale degenerazione che è la consueta erodente emotività.

Un tempo – che era prima del sorgere del «tempo», ossia del tempo umanamente concepito – l’Assoluto, il Supremo, riunì tutti gli Dèi, tutti gli Esseri delle Gerarchie Celesti, e dette loro un compito: portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Compito che gli Dèi, le Entità divine, ritennero estremamente arduo, perché essi non conoscevano la libertà. Non la conoscevano perché essi non erano liberi. Gli Dèi, gli Esseri delle Gerarchie divine, infatti, erano emanazioni e manifestazioni dell’Assoluto, del Divino: nel loro essere manifestava ogni Gerarchia un particolare aspetto del Divino, ed il loro agire esprimeva direttamente  e dinamicamente un aspetto dell’Assoluto, agire che non poteva essere diverso da quello che era. Vi sono Deità che sono «Spiriti della Saggezza o della Sapienza»: Essi non «hanno» Saggezza o Sapienza, bensì «sono» la divina Saggezza o Sapienza, e non possono non esserla, non possono sottrarsi a tale identità. Altri Dèi sono «Spiriti dell’Armonia», o «Spiriti della Volontà e del Coraggio», e anch’essi sono «Armonia», «Volontà», «Coraggio», così come altre Deità sono «Amore», «Forza», «Forma», e via dicendo. Sono quello che sono, e non possono non esserlo. Sono legati all’«essere» che costituisce la loro essenza, e non hanno la possibilità della scelta del «non essere», del non essere quello che sono e come sono. Per non essere quello che sono, per essere diversi da quello che sono, dovrebbero essere «liberi». Ma essi, appunto liberi non sono, perché non «conoscono» la «libertà», ma soltanto la «necessità» che li lega al loro «essere». Non si può essere quel che non si conosce.

Compito difficile, dunque, per gli Dèi quello di portare ad esistenza nell’Universo la «libertà». Per cui «deliberarono» di creare un essere che avrebbe portato lui ad esistenza la libertà nell’Universo e che, quindi, l’avrebbe fatta conoscere loro. Quello che crearono fu l’Uomo Cosmico, l’Uomo Primordiale: quello che nei Veda viene chiamato Mahapurusha, il ‘Grande Uomo’ e, nella Kabbalah, Adam Qadmon, l’Uomo Primevo. Ad un tale Uomo Primordiale, ogni Deità, ogni Entità delle Gerarchie celesti donò una parte del proprio «essere»: egli ricevette Sapienza, Armonia, Volontà, Forza, Coraggio, Amore, e tutte le altre «qualità» o manifestazioni dell’Assoluto, che costituivano l’«essenza» delle Gerarchie stesse.

Ma un tale Uomo Primordiale non era e non poteva essere immediatamente «libero»: finché fosse rimasto nel seno degli Dèi, egli sarebbe stato sapiente, anzi onnisciente, potente e morale, ma non libero, perché la visione e la presenza degli Dèi in lui, con la sua travolgenza, agiva in maniera coartante in lui. Una conoscenza sapiente o un impulso morale sorgevano in lui in maniera immediata, in certo qual modo come un istinto superiore, analogamente a come in un animale sorge la fame, la sete, il sonno. Se l’Uomo primordiale fosse rimasto nel seno degli Dèi sarebbe stato un automa conoscitivo e un automa morale, e perciò non libero. E ciò per la medesima ragione per la quale le Gerarchie non sono libere: la visione del Divino, dell’Assoluto, agisce in esse in maniera così immediata e travolgente che loro sono «costrette» ad essere quello che sono, senza possibilità di sottrarvisi.

Fu necessario che l’Uomo venisse separato conoscitivamente e volitivamente dal Mondo Spirituale e degli Dèi, che lo avevano generato e dei quali egli era figlio. Poiché, parlando da un punto di vista radicale, esiste unicamente il Mondo Spirituale, ossia gli esseri spirituali e i loro stati di coscienza, una tale «separazione» non può essere che una «illusione», un mero «apparire» una maya, anzi la Grande Maya, ossia una limitazione nello stato di coscienza ed una progressiva diminuzione dell’ispirazione della sua volontà.

A tale scopo gli Dèi «incaricarono» una serie di deità inferiori, affinché «velassero» progressivamente la visione dell’Uomo, sottraendolo alla visione del Divino, lo «seducessero», sottraendolo all’azione diretta degli Dèi in lui, lo «precipitassero» nella frantumazione dell’apparente molteplicità, lo facessero smarrire nell’oscurità di un mondo illusorio. Ma neppure tali deità inferiori erano libere: esse eseguivano semplicemente un compito fatale, al quale erano costrette  e al quale non potevano sottrarsi. Come «Spiriti dell’Ostacolo» essi eseguirono – e tuttora eseguono – inesorabilmente il compito comandato loro, con l’impersonalità e la travolgenza di forze della natura, e subendo anch’esse – sia pure su un altro piano – una limitazione dell’intensità e della vastità della coscienza spirituale.

Sotto l’azione di tali Entità Ostacolatrici, l’uomo ha visto nei millenni oscurarsi progressivamente la propria visione diretta del Mondo Spirituale, dapprima sostituita dalla «memoria» struggente di tale comunione diretta, poi con l’attenuarsi e l’estinguersi della stessa «memoria», a sua volta sostituita dalla «tradizione» inizialmente orale e successivamente scritta. Nei secoli e nei millenni, la «tradizione» ha cercato di restaurare per gli asceti la comunione col Divino con i metodi dello Yoga, con i Riti iniziatici, e per i popoli e le comunità un collegamento con la sfera spirituale attraverso i riti e le cerimonie religiose. Sino al punto fatale nel quale – come scrive Massimo Scaligero – la Madre Divina lascia il bimbo umano nel buio e nell’oscurità del terrestre, perché impari a camminare da sé, non più sorretto e non più guidato da Entità superiori.

Sempre più una tale comunione e un tale collegamento col Divino, nel corso dei secoli e dei millenni, diveniva difficile e problematico per gli asceti e le masse. Sempre meno i metodi delle ascesi tradizionali e quelli religiosi funzionavano. E negli ultimi due o tre secoli è andato scomparendo per moltissimi persino il semplice sentimento del Divino, sino alla diffusione di un materialismo in campo scientifico, filosofico, etico e persino religioso, con tutta la serie dei suoi effetti devastanti. Questo è ciò che è stato prodotto dall’azione delle deità ostacolatrici inferiori, per effetto di un compito che a tali inferiori deità ostacolatrici è stato imposto – quindi non da loro stesse scelto – da parte degli Dèi.

Il fine di tutto questo immenso dramma cosmico – ricordiamolo – è la nascita dell’uomo libero, la nascita dell’uomo che, tacendo ormai la parola degli Dèi, che un tempo lo guidava attraverso Oracoli, Iniziati e sacerdoti, ai quali egli si rimetteva passivamente, e estinta l’antica visione spirituale, smarrito il ricordo, spento il sentire del Mondo Spirituale, non può che fare appello all’Assoluto che è alla base del suo essere. Attraverso il dubbio, lo smarrimento, l’errore e il male,  e il loro superamento, l’uomo cercherà con le proprie sole forze, la conoscenza di se stesso e dell’Universo, e libertà del proprio autonomo volere.

Possiamo dire che gli Dèi sono il principio e la causa dell’essere dell’uomo, mentre l’uomo è il fine e la mèta degli Dèi. Perciò – come ci ricorda ancora Massimo Scaligero – «delude gli Dèi l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi». Perché gli Dèi hanno coscienza sovrasensibile, ma non autocoscienza. Gli Dèi hanno coscienza del loro essere fondati nell’Assoluto, ma non hanno coscienza dell’Io. Hanno possente volere creativo, ma non libero e autonomo volere.

Autocoscienza, coscienza ed esperienza dell’Io, libertà e autonomia del volere sono ciò che gli Dèi non hanno, ciò che essi attendono dall’uomo: dall’uomo che in sé è sintesi di tutto ciò che le Gerarchie, gli Dèi sono nella loro essenza. L’uomo può essere e non essere: può realizzare la propria libertà o anche annientarla. Gli Dèi no. L’uomo può scegliere la propria condizione: oltre che essere, può voler essere, liberamente scegliere e volere che cosa essere. gli Dèi non possono questo. Essi attendono nostalgicamente che l’uomo realizzi questa libertà e la doni loro.

Per il Buddhismo, in Oriente, la condizione dell’uomo è suprema: superiore a quella di tutti gli atri esseri a lui inferiori o superiori. Una condizione superiore a quella degli stessi Dèi, che non sono liberi. «Se un Dio vuole realizzare la libertà, deve incarnarsi sulla Terra come uomo»: questo afferma il Buddhismo. Pochi tra gli Dèi hanno rinunciato al loro rango divino e si sono incarnati come uomini sulla Terra per fare l’esperienza dell’io, per sperimentare e realizzare la libertà, per accompagnare l’uomo in questa difficile  impresa terrestre.

Per questo non è possibile rivolgersi ai metodi antichi della Yoga e della «tradizione», ché sarebbe un tentare di tornare indietro, ad una impossibile infanzia divina, nella quale eravamo in tutto e per tutto dipendenti dagli Dèi. Sarebbe un tradire gli Dèi e l’uomo stesso, rendere inutile l’intero dramma attraversato, con i suoi strazi, i suoi fallimenti, le sue vittorie. Oggi l’uomo è volto verso il futuro: egli sarà ciò che vorrà essere. Egli dovrà liberarsi del passato, della sua decadente e corrotta natura, dei suoi condizionamenti ereditari, delle tradizioni culturali, sociali e religiose, provenienti da un passato che oramai ha esaurito la sua funzione.

Essere volti verso il futuro significa cominciare ad essere liberi nel pensare: cominciare ad essere «svegli» nel pensare, perché solo nel pensare per ora possiamo essere totalmente svegli. Se il pensare lo vogliamo, coscientemente, come «atto» sin dal suo sorgere. Perché se pensiamo veramente, nessun Dio prescrive i pensieri che pensiamo volitivamente nella nostra coscienza. Ma questa è la Concentrazione: volere talmente l’atto pesante sino al punto che il pensare diviene cosciente del proprio movimento: diviene cosciente del proprio essere pensante  indipendentemente e senza un oggetto pensato. Allora è il pensare dell’Io, non il pensato dell’anima, la quale è mossa dal sentire, condizionata dalla natura corporea. Per ora il sentire non è libero, perché non è voluto dall’Io, bensì passivamente generato nell’anima. Né è libero il volere mosso da forze ancora più oscure di quelle sognanti del sentire. Per questo una «via dell’anima» non può funzionare, perché non è cosciente delle forze che la muovono.

L’anima ha coscienza dei pensieri passivi, dei sentimenti, dei moti volitivi e istintivi, ma non ha autocoscienza: non scorge come sorgano in lei tali pensieri, sentimenti e moti volitivi, che talvolta la fanno molto soffrire: l’anima non conosce se stessa. Questo è il suo dramma. L’Io, invece, ha autocoscienza: coscienza di sé e coscienza del pensare, del sentire, del volere. L’Io ha coscienza della genesi del pensare, del sentire e del volere. L’Io può volere il pensare, il sentire e lo stesso volere: col suo potere d’identità può farsi ad essi identico, o tornare ad essere identico a sé, essere «forma» estraformale, «vuota», del proprio puro essere. Questo è essere liberi.

Missione dell’uomo è realizzare Conoscenza, Libertà e Amore. Ma non vi è vero Amore se non si è veramente liberi: liberi soprattutto dalla guasta sentimentalità. Massimo Scaligero diceva che «si ama perché si vuole amare, non perché non se ne può fare a meno». Ma non vi è Libertà se non si conosce se stessi e il mondo: se non si è, oltre che coscienti, autocoscienti. Hic opus, hic labor est!

Vale tutt’oggi l’ammonizione dell’Ulisse dantesco:

“O frati”,  dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza
”.

(Inf. XXVI).

 

COMBATTERE LE TENTAZIONI CENTRIFUGHE

 spirale centrifuga

Ben giustamente in uno scritto recente di Eco, l’autore ricordava come Massimo Scaligero si rifiutasse di dare, ai tanti che sicuramente lo chiesero, un costrutto di concentrazione. Invariabilmente Scaligero rispondeva che questo sarebbe stato un errore. L’indicazione formale e il senso dell’esercizio, altrettanto importante, lo si trova alla base di tutti i suoi scritti. Mentre il “costrutto” sarebbe una incursione dialettica e definita oltre un confine dell’azione, in cui – mi pare ovvio – curiosità e finalità razionalistiche non dovrebbero avere neppure un permesso temporaneo per metterci il naso.

La concentrazione è un atto serissimo e se ciò non viene compreso…forse sarebbe meglio tentare altre cose. Chi è pratico di concentrazione sa che, di fatto, entra in un mondo diverso, dove inizia a trovare un grado di realtà superiore a quello che gli è consueto, avverte che la pace è possibile, che un centro dell’essere esiste, che la determinazione sacrificale di tutto quello che avvertiva abitudinariamente come sostanza di sé, può consumarsi in un punto geometrico oltre il quale si spalanca l’infinito.

Da quello che ho sentito e visto – e gli anni non sono pochi – mi pare evidente che solo una minoranza di discepoli dell’antroposofia si sia sentita disposta a seguire la via, “più esatta e sicura” della Scienza dello Spirito. Ciò è assolutamente comprensibile: in genere la comunicazione antroposofica dona tantissimo alle anime mentre la luce del pensiero, se diventa il contenuto per eccellenza dell’anima, appare fredda, arida…anzi non appare affatto se non come un invisibile che illumina ciò che del pensiero giunge a coscienza come rappresentazione. Quest’ultima è sempre riproduzione del sensibile, sia esso una poltrona oppure un saputo o un pensato. In tal senso, attenendoci all’esperienza, non potremmo mai dirci altro che materialisti: l’interiore presentandosi come specchio imperfetto e frammentato del mondo sensibile. Pure il sopravvalutato sentire, quello ordinario sia chiaro, non se la cava, rivelandosi solamente l’impronta di condizioni o situazioni: dando anzi una passiva e ingiustificata valenza di valore vitale alle “cose”.

La Scienza dello Spirito ci indica un percorso che, prendendo l’avvio dall’esperienza dell’immanenza di questo pensiero che come puro riflesso non condizionante ha avuto il positivo compito di rafforzare il senso dell’Io ed un certo spazio di libertà di cui purtroppo troppo pochi sembrano esserne consapevoli, può risalire al suo momento dinamico  ossia a ciò che esiste potentissimamente prima che si rifletta, ormai estraniato, in ogni cosa altra da sé, in cui  è pressoché impossibile intuirlo.

La strategia atta a percorrere questa strada è, al contempo arida impersonalità scientifica e arte ineffabile. Chiamiamo il suo gesto col nome di concentrazione.

Sinceramente è un pessimo nome, così generico e abusato che, a fronte della comprensione superficiale, regge poco. Tant’è che potremmo usare il termine antico di ekagrata, che almeno rallenta la disattenzione. Naturalmente l’obiezione consisterebbe sulla liceità del significato. Vero! Ma anche altri termini d’uso, come karma, atma ecc. devono venir corretti da una energico lavoro di comprensione e rettifiche.

Del resto, in tutta la Scienza dello Spirito, la facile fissazione dei concetti e delle immagini in quadri statici è l’errore tra i più gravi. Tutte le comunicazioni antroposofiche sono congegnate in modo da rendere il pensiero mobile e immaginativo (sto parlando di una condizione già non comune): se per passività e pigrizia si permette alle comunicazioni di scivolare sul piano razionalistico della mente (e di restarci), mi pare inutile girarci intorno: si consegna la prima fioritura dell’Anima Cosciente al dio oscuro. Cosa che viene fatta e perseguita con lodevole impegno.

Occorrerebbe mettersi d’accordo, una buona volta – una volta per tutte – che già il tentativo di una corretta conoscenza volta allo spirituale, implica un grande sforzo, una vera e propria lotta con sé stessi e col proprio mondo concettuale: quest’ultimo è dapprima, per proprie peculiarità, naturalmente inadatto ad acquisire senza rivoluzioni, i pensieri che, anche se aggiogati alla necessità dialettica, recano contenuti spirituali. In questo caso occorrerebbe accorgersi che la struttura dialettica è pura forma che l’anima dovrebbe superare: non col facile rumine della propria provincia emozionale, né con la fantasticheria che vola oltre i contenuti.

Ci sono parole e frasi: sono esse il territorio di confine che va superato per azione profonda, esercitando un pensiero più profondo. Si giunge persino a percepire come il cervello venga maltrattato!

Suppongo conveniente per il lettore che su ciò mi ripeta: se lo studio e la comprensione della letteratura spirituale non includessero fatica, lotta e superamenti interiori, se appagassero l’anima come fossero zucchero filato, nessuno dovrebbe illudersi di ricordare così Scuole sovrasensibili: per restare in dolce analogia, piuttosto si è trovata la via del Luna Park dello spirito. O del Paese dei Balocchi.

Realtà e finzione. Occorre che vi citi qualche nome inciso sui grani del rosario delle personalità che prima e assai meglio di me, hanno ammonito gli incauti ricercatori del pericolo di farsi attrarre proprio da quello che per l’anima bastarda è facile ed attraente?

Non si tratta di chiudere l’interiore a quanto ci viene incontro ma di riflettere poi, attentamente, se regge ad una logica essenziale e infine, se saprebbe reggersi per sé, senza il nostro complice intervento.

Tutto questo dovrebbe avvenire sul terreno di una serena e illuminata luce di consapevolezza.

Con la scomparsa di Massimo Scaligero, il senso di un serio lavoro interiore fondato sui fondamenti del proprio Io, per tanti è svanito in un soffio. Troppi si sono, per così dire, sostituiti a lui: più di zero sono subito tanti!

Vige una femminea attitudine (chiedo scusa alle lettrici) di cercare e trovare un polo aggregante fuori di sé. Senza alcun impulso conoscitivo ma fondamentalmente emozionale. Cito il caso della signora von Halle, verso cui mi astengo da ogni giudizio.

Allora: ha le stigmate, non mangia, possiede vari e diversi poteri: bene! Ma, detto semplicemente, qual è l’ aiuto che lei può dare al mio lavoro interiore? Se il suo principale avversario che non demorde e lancia dardi con la scusa di Caterina Emmerich, imparasse da oggi a volare come Superman, certo sarebbe sensazionale…ma ciò cosa porterebbe nel mio tentativo di modificare la mia coscienza?

Cerchiamo di essere seri: per certi versi basterebbe giungere all’intuizione della persuasione di Michelstadter rispetto alla rettorica e il ricercatore farebbe un enorme passo in avanti. Ma il conoscere è davvero difficile.

ORTIGIA

tempio-apollo-siracusa-ortigia

Sono tornata e ho ritrovato le mie montagne ancora rivestite di neve, la stessa candida neve che ricopriva anche la parte più alta dell’Etna. Provo quasi stupore nel sentire l’aria ancora così fredda dopo il tepore dell’isola….avevo quasi dimenticato che siamo in febbraio, e questo, nel quale sono nuovamente immersa, è il febbraio del nord!

A Ortigia invece si respirava un’aria dolce, tiepida di primavera. Un po perché l’Africa è più vicina e un po perché Ortigia è prepotentemente mare. Un mare che la circonda da ogni parte e l’avvolge in un abbraccio ancestrale, isola collegata tramite due ponti a Siracusa e all’isola madre: la Sicilia.

Mille odori. La brezza marina, il pesce fresco sulle bancarelle, la frutta e la verdura, i formaggi e i salumi. Mille colori. L’azzurro del cielo che si confonde ovunque con il verde del mare e l’arancio-oro dei suoi tramonti. Il grido rauco dei pescivendoli, le urla dei fruttivendoli, il chiacchiericcio della gente. Mille suoni. E li, in mezzo a tutto questo frastuono e movimento, un tempio dorico solo e maestoso, superbo, nonostante le sue mutilazioni dovute al tempo, silenzioso e incastonato come gemma preziosa tra la modernità: è il tempio di Apollo.

La storia di Ortigia ha inizio circa tremila anni fa, quando, come narra Tucidide, Archia da Corinto cacciò i Siculi, fondando la nuova Siracusa con una colonia di Corinzi e ben presto la città assunse un’importanza fondamentale nell’economia del bacino del Mediterraneo.

Questi tremila anni di storia sono racchiusi e sintetizzati mirabilmente fra le pietre e i vicoli di questo piccolissimo lembo di Sicilia, conteso dal mare, non più lungo di millecinquecento metri e non più largo di settecento.

Non si può che provare ammirazione per quei molteplici monumenti e costruzioni che nel brevissimo spazio quasi ovoidale dell’isola, si compenetrano, si sovrappongono senza creare squilibri, ma che anzi, nella varietà infinita degli stili e delle epoche, costituiscono un tutto armonico e assolutamente unico al mondo.

Ortigia lascia incantato il visitatore che scopre i suoi tesori. Dai templi greci, al suo teatro greco dove in primavera tra quelle antiche pietre, risuonano ancora i suoni delle tragedie di Sofocle o di Euripide; dal suo duomo, famoso per la sua bellezza in tutto il mondo, che ingabbia in se un tempio dorico dedicato alla dea Atena e del quale sono ancora ben visibili le sue possenti colonne che emergono dai muri della navata di destra, alle fortificazioni spagnole sulle quali corre per tutta l’isola una passeggiata a picco sul mare; dai monumenti dell’arte normanna e sveva, ai numerosi palazzi del periodo catalano e poi barocco, fino al tempo presente…. ahimè non paragonabile alle glorie passate.

Lo “Scoglio”, come viene chiamato affettuosamente dai suoi abitanti, è la parte antica di Siracusa e, si può dire, il primissimo inizio della civiltà europea.

E’ la terra d’Alfeo e d’Aretusa, il mito dei miti, il simbolo più eccelso del legame tra la Magna Grecia e la Madre Patria. E’ qui che l’Occidente viene generato dall’Oriente.

Sono qui le più profonde radici del vecchio continente Europa.

Sul lungomare di Ortigia, si trova una meravigliosa fonte d’acqua dolce separata dal mare da una sottile striscia di terra, nella quale vivono una bellissima pianta di papiro e delle oche bianche: è la famosa fonte Aretusa.

E’ questa fonte che ispirò il mito che affascinò gli uomini di ogni epoca, perché racconta la profonda unione fra le colonie greche e i loro fondatori.

Aretusa, la bellissima ninfa che si trastullava nelle acque limpide di un fiume greco, un giorno fu vista dal dio Alfeo figlio del dio Oceano. Egli si innamorò perdutamente di lei, ma le sue attenzioni morbose non piacquero ad Aretusa che si rifugiò ad Ortigia dove la dea Artemide la tramutò in una fonte.

Il dolore di Alfeo per la perdita di Aretusa commosse Zeus che lo trasformò in un fiume, permettendogli così di raggiungere l’ amata, dopo aver attraversato tutto il mare Ionio. Da allora, narrano i poeti, quando ad Olimpia si sacrificavano degli animali lungo il fiume Alfeo, la fonte Aretusa si tingeva di rosso.

Anche il Carducci, ma non solo lui, si interessò a questa fonte e nelle “Primavere elleniche” scrisse: “….Amore, amor, sussurran l’acque e Alfeo chiama nei verdi talami Aretusa….”

Il legame tra Aretusa ed Alfeo era insomma la trasfigurazione lirica, mitologica di quel cordone ombelicale che univa la Magna Grecia alla Madrepatria e fu il mito più bello e più caro per una città che nacque greca e che tutt’ora, dopo tanti secoli e tante dominazioni, ha conservato l’anima greca, nella sua gente.

PARADISO E INFERNO

Janus-Vaticano

Alcuni anni fa cercammo di valutare una frase di Gustavo Rol (1903-1994) famoso sensitivo torinese: “Inferno e Paradiso sono qui sulla terra”.

Qualcuno rispose, con una certa divertita ragionevolezza che non occorreva essere veggenti per formulare una frase così, che bastava vivere la vita di ogni giorno e aggiungerci le comunicazioni dei media. Mi sembra giusto…anche se i giornali e le televisioni mentono spudoratamente e un po’ di bassa pressione ci snatura e illividisce la visione del mondo.

Sul vecchio Forum antroposofico, quello deceduto per colossale incapacità amministrativa, l’utente Mars avrebbe istituito un velocissimo tribunale per ragionevolmente fucilare, con fragore logico, la vaghezza della frase.

In effetti essa è ancor meno supportata di quella di Sartre che, con la “Nausea” che sentiva, disse che “L’Inferno sono gli altri”…forse non mettendo nel conto raffinate signore e giovani discepole, focose parentesi d’alcova di tanta disgustata profondità esistenziale.

Quel che si dice coerenza d’acciaio: sentendosi più proletario e rivoluzionario di tanti, teneva l’umanità “in gran dispitto”. Minuscolo Farinata, in un comodo inferno di cartapecora!

Può darsi che il veggente torinese intendesse la simultaneità nel medesimo luogo delle sfere di realtà extraspaziali, oppure alludesse a come un’anima possa, su questa terra, patire le più atroci sofferenze o la gioia celeste. Mah! Quanto mistero dietro ad una frase misteriosa pronunciata da un uomo misterioso!

Il fatto è che, chiudendo in un ripostiglio la metafisica, s’intende quella rimasta dopo gli gnostici e i neoplatonici, la frase di Rol si adatta, come l’abito del sarto, alla condizione dell’anima dell’operatore interiore: la sua vita può trovare addentellati in quella frase, magari togliendo le maiuscole ai termini.

Il meditante, superato il periodo delle difficoltà più grossolane, inizia a sperimentare due mondi, anche quando ancora ne ha scarsa consapevolezza.

E non sono cose granché segrete: una rumoreggiante giornata nel mondo esteriore e ed una manciata di minuti, spero ripetuta, in un mondo opposto, silenzioso e inabituale.

Quest’ultimo sembra così poco famigliare che viene, anche per molto tempo, confuso con la navetta dell’esercizio: del resto, salvo casi eccezionali nella vita, il mondo interiore è irraggiungibile senza la disciplina interiore. Lo so che le teste dure lo negano, qualcuno anche se tesserato alla S.A. ci bestemmia sopra  come l’idrofobo fugge irato dall’acqua (essere santi è difficile, ma se un po’ di coerenza logica entrasse…). In realtà capisco ben poco di ciò che viene negato poiché è solo reazione contro tutto ciò che è fuori dal piccolo sé stesso razionalistico, quello che è sostenuto dal cieco furore dell’istinto. Negli anni in cui Eco, come forum prima e come blog poi, è stato oggetto di critiche, in realtà monotematiche, nessuno dei nostri inquisitori ha mai risposto coerentemente o meno alle nostre osservazioni: iudicium sine intellectu.

Ma ciò non riguarda il tema. Ed è estraneo al mondo interiore.

Il mondo esteriore, quello che appare solido, certo e compatto, quale lo percepiamo e l’intendiamo, è tutt’altro che reale, piuttosto è anima travolta, asfaltata.

La corporeità percepita è solo mediatrice sensoria: colori, suoni, temperatura, liscio e scabroso, durezza e morbidezza, odori, ecc. ci giungono attraverso le vie dei sensi, che hanno un rapporto con l’esteriore come il tubo in cui fluisce l’acqua che gli scorre dentro.

Chi o cosa percepisce tutto questo? La coscienza, che, per così dire, viene colpita passivamente o bombardata.

Il pensiero, i concetti, che fluiscono dall’Ignoto, organizzano (nell’uomo normale) tutto ciò che in forme definite e concluse ci appare come il mondo che conosciamo.

Sembra una burla ben riuscita: dall’esterno un quid che non conosciamo cosa sia in sé, dall’interno una attività a cui siamo ben poco presenti e che ignoriamo da dove venga.

E abbiamo il coraggio di chiamare questo duplice inconosciuto “il mondo che conosciamo”!

Semmai una cosa è certa: che l’incontro tra gli sconosciuti sembra avvenire nella nostra coscienza: da essi nasce la rappresentazione. Non è poi sbagliato affermare che il (nostro) mondo è rappresentazione. E’ un’affermazione che la negazione, la cancellazione che interviene nel sonno, conferma.

Anche da questo punto di vista si può avvertire quanto possa essere (per noi) eccezionale la produzione di una rappresentazione completamente volontaria.

Formare una rappresentazione che non sia un prodotto passivo, intervenuto sulla scena della coscienza senza la nostra regia, è la prima azione vera che sia possibile all’uomo in quanto dotato da tutti gli elementi che dovrebbero comporlo. Tutto quello che discende dal già fatto, scusatemi tanto, ma in sede conoscitiva è essenzialmente una sciocchezza.

Nel nostro tentativo di entronauti, appena usciti dal porticciolo del fuori, avvertiamo quasi subito che non ci siamo infilati in un “cul de sac” ma che davanti a noi si apre un mare sempre più vasto: realtà stranissima: più limitiamo noi stessi, più lo spazio si dilata.

La coscienza, sempre piena di robe come un ripostiglio stipato, magicamente si svuota, si fa più chiara, illimpidisce. La cacofonia continua dei rumori svanisce nel silenzio.

Vi sono gradi di silenzio: il più elementare viene chiamato mentale ed è connesso con l’esercizio della rappresentazione voluta ma quando l’immagine assume una speciale mobilità e autonomia voluta senza sforzo, essa ed il silenzio che l’avvolge dinamicamente sembrano svincolarsi e assumere una specie di potenza propria, anzi sono veste di una potenza libera da sedi particolari: di solito essa  viene condotto al cuore oppure può succedere l’eccezionale: che una luce trasmutatoria scenda dall’alto nell’anima e nel corpo.

Comunque, in entrambi i casi, che sono temporanei, l’essere cosciente può assaggiare (sperimentarsi) qualcosa dell’infinito vivente e avvertire cosa sia la liberazione nel flusso dello Spirito.

Liberata dall’anima personale, sciolta dallo spettro della illusoria corporeità, la coscienza avverte il sentimento della libertà ed il sentimento della vita. Essi irraggiano in tutto l’uomo (ben oltre quella che continuamente deduciamo come morto riflesso).

In un mondo che permane ma più chiaro, illimpidito, fattosi cristallo, è il primo alito di forza e di vita che possiamo sperimentare o, per usare i termini della tradizione religiosa occidentale, avvertiamo l’alito delle virtù che emanano dal paradiso. Il loro “nulla” riempie tutto, le forme ed i vuoti tra le forme. Da tale nulla che illumina come un sole, il cuore si alimenta, si avverte che è ora il centro di ogni cosa.

Il contrappasso consiste, per la coscienza ed il suo sentire il vero, in una maggiore difficoltà ad indossare le vesti di scena sul palcoscenico del mondo ordinario che si avverte insufficiente e talvolta insussistente.

Ciò fu esperienza anche per giganti del pensiero a cui però il destino, tragicamente, non recò le giuste conoscenze di ascesi, e non evento raro, si rivelò per essi fatale.

Del resto, quale acqua di questa terra può dissetare, da quel momento, l’anima di chi riesce ad attingere anche a una sola goccia della rugiada dei Cieli?

OBLIO E SMARRIMENTO DELL’UOMO, UNA SOLUZIONE: TRIARTICOLAZIONE DELL’ ORGANISMO SOCIALE? Ricollegamento cosciente alla Fonte.

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(Luca Signorelli – Anticristo)

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Ricordo un articolo dell’Uomo dei Boschi,  che ho davvero apprezzato molto per la chiarezza e lucidità di interpretazione della situazione umana e sociale, mondiale: www.larchetipo.com/2011/nov11/uomo-dei-boschi.pdf.

Mi sono apparsi gli scenari del romanzo di Solov’ëv: “L’Anticristo”….., il grande inganno di una globalizzazione del potere e del materialismo dietro la menzogna illusoria dell’unità dei popoli e delle nazioni, dietro la menzogna degli ostacolatori.
Mi è apparso il simbolo del lavoratore persuaso e reso impotente nel suo spirito, defraudato ormai pure dell’anima: il nuovo schiavo.
E poi ecco la speranza, messaggio segreto nascosto nel miracolo quotidiano della natura, come è nascosto nella profonditaà dell’uomo, intima come la speranza di Anna Frank, speranza sconosciuta e quasi illogica in quella realtà di prigionia e schiavitù umana…“È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.”

Sono una ignorante, la cultura, la politica e l’economia mi sono apparse sempre dei mostri, sempre mascherate dietro manifesti di verità, giustizia, fratellanza, liberta’….che hanno divorato sempre gli uomini che affermavano di voler servire….dunque manifestazioni umane degenerate, nell’organismo sociale, della volontà, del sentire, dello spirito: l’uomo contro sè stesso…

Così queste parole di UdB mi fanno tornare alla mente uno dei più bei video, quello che preferisco, peccato che la musica sovrasti un pò le parole….ma poi Albi, la Nutria Bianca copre tutto con la sua tenerezza e bellezza.

Colazza ricorda all’uomo la speranza, il potere che egli ha di ricollegare lo Spirito alla natura, il suo Pensiero alla sua natura, il suo Logos al Logos del mondo: la speranza di poter risorgere e guarire Il Mondo.

“…L’uomo è il centro dell’universo. Tutte le masse materiali fredde o incandescenti delle miriadi di mondi non pesano nella bilancia dei valori quanto il più semplice mutamento nella sua coscienza. I limiti del suo corpo non sono che illusione; non è solo alla terra che si appoggia, ma egli si continua attraverso la terra e negli spazi cosmici. Sia che muova il suo pensiero o le sue braccia, è tutto un mondo che si muove con lui; sono mille forze misteriose che si lanciano verso di lui con un gesto creativo, e tutti i suoi atti quotidiani non sono che la caricatura di quello che fluisce a lui divinamente.

Così pure deve volgersi intorno e liberare dall’impietramento ciò che lo circonda. Prima di saperlo, dovrà immaginare che nella terra, nelle acque, nell’aria e nel fuoco vi sono forze che sanno di essere, e che le così dette forze naturali non sono che modalità della nostra sostanza proiettate al di fuori. Non è la terra che fa vivere la pianta ma le forze nella pianta che strappano alla terra elementi per la propria vita. Nel senso della bellezza delle cose deve innestarsi il senso del mistero delle cose come una realtà ancora oscura ma presentita. Poiché non soltanto quel che possiamo vedere e conoscere deve agire in noi; ma anche l’ignoto coraggiosamente affermato e sentito nella sua forza…..”

G. Colazza

Grazie a UdB, l’Uomo che dai Boschi osserva ed è nel mondo.