CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Prima Parte – quarta visione

qr0u

 

www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

‡

Tavola IV
Quarta visione della prima parte

La sfera centrale (come nelle precedenti tavole) rappresenta la Terra suddivisa contemporaneamente delle 4 stagioni, che da un lato all’altro della Terra si alternano contemporaneamente.

Le Gerarchie Spirituali dalle costellazioni (teste di animali che emanano sostanze spirituali dalle loro bocche) operano  e vigilano incessantemente  sull’operato umano.

tav4

.

************************************

Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

http://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

LIMITARSI? NEMMENO PER SOGNO!

 Lo stappo di Bombaci

“Vi sono dei limiti che l’uomo non può superare”, “Tutto ha un limite”, “Conoscere i propri limiti”, ecc.

Bene, ma cos’è il limite? Il vocabolario non ci aiuta.

Dice: “Linea di confine o di demarcazione” oppure, per l’interiore, qualcosa di simile agli esempi che ho fatto: ”I limiti della mente umana”. Dagli altri esempi si capisce che ogni tentativo di superare il limite è sbagliato o almeno rischioso.

Una volta tanto il VII volume dell’Enciclopedia Cattolica è più esaustivo. Inizia con Aristotele che nella Metafisica definisce il limite come “punto estremo di una cosa: quel punto primo, cioè, al di là del quale non si trova nulla, e al di qua del quale c’è tutto di essa”.

Per Kant il concetto-limite coincide con il noumeno, in quanto esso limita la validità oggettiva  dell’intuizione sensibile, non essendo possibile intuizione diversa da quella sensibile: quindi il territorio al di là della sfera dei fenomeni è per noi vuoto.

“Il concetto di noumeno è dunque un concetto-limite, atto a circoscrivere le pretese della sensibilità, cioè di puro uso negativo”.

Al filisteo assoluto di Königsberg nemmeno ribatto, mentre ad Aristotele, verso cui nutro rispetto, faccio notare il…limite astratto della sua proposizione: è del tutto vero che al limite del bosco il bosco non c’è più, è finito, ma oltre v’è altro, come, ad esempio, il prato che quest’anno con le temperature miti, già rinverdisce spruzzato di crocchi bianchi e azzurri.

Con questa immagine intendo che, oltre ogni limite, c’è sempre qualcosa d’altro, di diverso.

Magari non i filosofi, ma molti sportivi lo sanno benissimo. Anche Schwarzenegger lo seppe: cito con traballante memoria una sua esperienza: “ Presi la decisione di allenare le gambe sino all’esaurimento. Portai il bilancere sulla riva del fiume e iniziai gli squat (accosciate con il bilancere dietro le spalle): furono ore di agonia, poi improvvisamente avvertii una immensa energia, la sofferenza che avevo sopportato per ore si tramutò quasi in un’estasi e, in questo stato di grazia, potei continuare quasi all’infinito l’esercizio che era stato fin lì durissimo e penoso all’inverosimile”.

Negli squat aveva superato il limite.

Ho citato un personaggio noto, ma sono tanti, corridori su lunghi tratti, alpinisti che si fanno otto ore di alte vie con zaini strapieni, ecc.

E, fuori dallo sport, prendete un sacco di cemento e fatevi tre piani di scale a piedi, poi ripetete per altre quarantanove o cinquantanove volte lo stesso tragitto col sacco. Non siete braccianti, non siete allenati: già al decimo sacco il cuore inizierà a battere in modo preoccupante. Al trentesimo sarete certi di non farcela più e sarete, oltre che stanchissimi, sempre più preoccupati, non per la salute ma per la stessa vita.

“Devo smettere, rischio davvero di morire”. Il pensiero si fa angosciante…ma non potete lasciare in strada l’ingombro scaricato dal camioncino con la pioggia che minaccia di fare blocco col cemento. Digitate sul telefonino il numero di qualche amico che possa giungere in aiuto, ma si sa, il cellulare non serve quando se ne ha bisogno.

Poi, dopo che paura e stanchezza hanno raggiunto un livello indescrivibile, quando ci si trascina oltre ogni certezza del possibile, quando tutto è accolto e trabocca, qualcosa vi rivolta come un calzino: subentra una calma mai provata, il corpo si fa leggero, il cuore è in pace, avvertite che ciò che urlava e pesava in voi era l’anima, non il corpo e che essa è come scomparsa. La mente è tersa ed è libera dai  pensieri: non c’è più nulla che pesi, né fuori né dentro.

Messner scrisse, negli anni ’80, un bel libretto, si intitolava Il limite della vita e narrava le molte esperienze di chi ha potuto raccontare cosa succede al limite (esaurito e superato) delle forze psicofisiche.

Parlava anche di chi è caduto e ha avuto l’avventura di poter raccontare, poi, quali fossero le esperienze attraversate nella caduta, assolutamente diverse da quelle immaginabili da chi vede la cosa dal di fuori.

Però su questo sto divagando e non vorrei spingere nessuno o solo pochi, nel tentativo di emulazione dei rari sopravvissuti al volo di 60 metri sulle rocce sottostanti.

Come dicevo prima, gli atleti conoscono bene ciò che può succedere quando avviene che riescano a superare il limite che sarebbe assegnato alle loro forze: è stato pure coniato un termine per questa condizione: viene chiamato “esperienza di picco”.

E ciò cosa c’entra con Eco che, sostanzialmente, scrive di esperienze d’anima? Tutto e niente. Mi serviva da analogia, dettagliata, per indicare che il “superamento del limite” è del tutto realistico. Assai difficile ma non fuori portata dalla capacità umana.

Persino il concetto di analogia, in questo caso, è parzialmente relativo, poiché anche se ho parlato in termini di fisicità e muscolarità, negli esempi proposti, di mezzo c’è sempre tutto l’uomo ed in ogni caso i “limiti” – pensateci bene – sono assai più apparentati all’anima piuttosto che al corpo. Anzi, proprio non esistono “superamenti” nei quadricipiti o nelle altre bistecche di cui siamo dotati.

Il superamento del limite, inutile nasconderlo, si fa più difficile quando abbiamo a che fare direttamente con l’interiorità. Non fosse altro che per estraneità nostra a quel mondo.

In questo caso dovremmo comprendere, fare nostro, essere arciconvinti, totalmente persuasi che, come scrive il Dottore, il pensare sia davvero l’elemento ignorato quando osserviamo il mondo: che esso sia la parte della realtà che dobbiamo trovare ad ogni costo: costi quel che costi: ad ogni costo.

Non possedendo la forza e l’intensità necessaria per spingerci al limite, dobbiamo impararla. Nessuna dialettica, nessuna mistica, nessun quadricipite può insegnarcela. Dobbiamo imparare. Da chi? Da noi. Come? Con lo sforzo, ripetuto e progressivo. Se qualcuno vi parla di alternative, vi sta ingannando, se qualcuno dualizza (col “bene” o col “male”), tenta di ingannarvi. Un tempo pure i bifolchi sapevano che nell’uno c’era il sublime, nel due il male.

Ripeto: non è una questione di studio, di intellettualità, di parole segrete di passo, di tesseramenti…è solo sforzo che tenda ad essere molto più di quanto lo è oggi.

Il resto, se pure colma abbondantemente la vita è, in gran parte ciò che è nato con voi e si consumerà con la vostra morte. Non mi credete? Abituatevi a farvi consigliare dalla morte: evocatela spesso e lei vi dirà quante sono le cose inutili di cui vi circondate, fuori e dentro. Provateci e vedrete che funzionerà.

Anche il Dottore, che fa sempre comodo citarlo quando l’ortodossia fa comodo, inizia gli otto gradini della conoscenza con una rinnovata ars moriendi: o è meglio non approfondire queste cose turche?

Divago nuovamente (sfido! Ho il dottor Aloysius Alzheimer che mi ispira). Allora revenons à nos moutons: ora vi deludo, perché non esiste una indicazione che ci possa aiutare.

Però eccone una al volo: sedetevi su duro legno ponendo tra esso e le vostre nobili posterga qualche sassolino appuntito.

Ascesi antica, via del dolore? Al contrario: dateci dentro fino al giorno e al momento in cui non sentirete affatto panca e sassi… Impossibile? No! E’ possibile quando ogni cellula della vostra attenzione sarà volta al tema e non ad altro. Quando? Quando andrete oltre il limite, è lampante!

L’esempio è (forse) eccessivo ma indica alla grande ciò che si cerca di fare, ciò che va fatto.

Nessuno dovrebbe spaventarsi: è un lavoro progressivo, magari con molti tentativi di scatto in avanti, così come nessuno inizia le accosciate con centinaia di chili sulle spalle o una scarpinata di un giorno in quota.

Ma poiché un giorno sarà capace di fare cose del genere, perché “pensare” di non farcela con l’attenzione pensante assolutamente concentrata?

Aggiungo una domanda che mi è stata posta da una persona intelligente pochi giorni fa: “va bene, tengo tutta l’attenzione sull’immagine…ma poi cosa devo fare?” “Questo” gli ho risposto “non è altro che il tentativo estremo del mentale di ingannarti. Non devi fare altro, solo dare tutto e di più a questo non-fare”.

ISIDE SOPHIA – Settima Lettera (Parte I)

Denderah

SETTIMA LETTERA

Ottobre 1944

RAPPORTO TRA L’ESSERE UMANO E L’UNIVERSO

I lettori di queste Lettere possono talvolta stupirsi di quel che deve esser fatto delle indicazioni che vengono date nel Calendario [Gli eventi del Calendario non sono qui acclusi, ma queste parole sono pertinenti alle ragioni d’essere delle Lettere]. Alcuni degli eventi principali che hanno luogo durante i rispettivi mesi sono selezionati, ma non è possibile seguire l’argomento sufficientemente lontano per riportarli tutti. Spesso viene posta la domanda: che cosa vuol dire o significare questo o quell’evento o aspetto tra due o più Pianeti? E’ mia intenzione in queste Lettere dare una qualche indicazione, cosicché il lettore possa esser capace di vivere più intimamente col Calendario e le sue indicazioni.

Vi era, naturalmente, la finalità delle Lettere precedenti di dare una conoscenza fondamentale delle Costellazioni dello Zodiaco; comunque, non dobbiamo soltanto imparare a conoscere qualcosa sull’Universo Stellare, ma altresì come vivere con esso, e vi sono indubbiamente possibilità di vivere con gli eventi nell’Universo così come viviamo sulla Terra tra gli esseri umani.

Willi Sucher

Planispheres_Celeste_by_De_La_Hire__1

Nei tempi antichi l’umanità era ancora realmente capace di vivere con le Stelle. Noi sperimentavamo Entità Spirituali dietro le Stelle che guidavano la vita sulla Terra. Ma tutta questa bella Sapienza è giunta a fine ai nostri giorni in una sorta di fatalismo. Abbiamo perso la percezione di quelle Entità Spirituali, e tutto quel che è rimasto, che oggi è noto come Astrologia, è l’esperienza di essere esposti a poteri sconosciuti nell’Universo che governano il Destino degli esseri umani sulla Terra. Poiché la natura di questi poteri non può essere penetrata in alcuna maniera da vera conoscenza, lo studio dell’Astrologia può condurre unicamente al fatalismo.

E’ stato detto spesso che dobbiamo creare una nuova concezione della nostra relazione con l’Universo Stellare. Comunque, possiamo far ciò unicamente se troviamo vie ad una nuova percezione delle Entità Spirituali che sono collegate con le Stelle.

In precedenza, abbiamo tentato d’indicare il fatto che possiamo realmente vedere nelle dodici Costellazioni dello Zodiaco i giganteschi profili della forma umana Archetipica, ma questa forma Archetipica è molto più di un’immagine. Uno che viva con essa per lungo tempo, trova che essa è la forma visibile, ovvero la si può persino dire il corpo, di un’Entità Spirituale che è vicinissima a noi, poiché porta le fattezze della forma umana. E’ un’Entità Spirituale che cammina davanti e accanto a noi, e che può essere di confortante aiuto a tutti coloro che lo cercano realmente. Può essere sentita come la mano, che guida e risana, di una Guida o Maestro più anziano. E’ il Grande Rappresentante dell’Umanità, al quale possiamo elevare i nostri cuori e che non mancherà mai di darci l’aiuto allorché siamo nel bisogno.

Gli esseri umani sulla Terra devono vivere entro un corpo fisico. Esso è l’espressione e il mezzo di esistenza dentro il mondo dei sensi, ma è anche una limitazione, e talvolta può essere sperimentato come un’ostacolo. Questa limitazione ed ostacolo rivela la storia della Caduta. Il nostro corpo fisico è caduto nelle catene della materia. Abbastanza diverso è il “corpo” di quell’Entità Celeste che cammina davanti a noi. Il suo corpo è l’Universo Stellare stesso con le sue eterne profondità. Mentre il corpo umano sulla Terra è limitato, il corpo di quell’Entità ha la capacità di un’espansione senza fine ed incalcolabili possibilità di trasmutazione.

Abbiamo provato ad “abbozzare” le forme di quest’Entità: un’Entità Angelica con possenti ali. Ma persino così, dobbiamo immaginare che gl’interni poteri dinamici di questa forma sono di una diversa intensità da quelli nella forma fisica dell’umanità.

Noi guardiamo la testa dell’essere umano. Essa dà al nostro apparire fisico il suo volto individuale. E’ la radice della nostra esistenza cosciente diurna entro il mondo dei sensi. Tuttavia essa è chiusa dal possente elmo del cranio. Questo è la sua limitazione, e spessissimo questo recinto è una potente barriera per una comprensione e penetrazione universale dei fatti dai quali noi veniamo affrontati sulla Terra. Se guardiamo la “testa” di quell’Entità Celeste, la testa della Costellazione dell’Ariete, e se vogliamo conquistarci una nuova immagine di essa, dobbiamo formare una diversa concezione. Proprio come la testa terrestre è racchiusa nel cranio, questa “testa” è aperta come se il cranio fosse rovesciato verso l’alto, formando una sorta di vaso. Ed entro questo vaso fluisce la Sapienza, la Saggezza Cosmica degli Spiriti della Saggezza la cui espressione visibile abbiamo trovato nella Costellazione di Ariete. E’ la Saggezza che da allora è fluita nelle forme ed oggetti esistenti sulla Terra, l’ingegnosa Saggezza Cosmica che sperimentiamo se guardiamo la struttura dello scheletro o l’incomparabile ingegnosità dell’organismo della pianta. Le corna dell’Ariete si allungano entro gli spazi cosmici e portano questa Saggezza Cosmica giù nell’esistenza, ed il vello bianco splendente dell’Ariete è l’immagine del vasto mare di questa omnipenetrante e vivificante Saggezza. Così dobbiamo imparare ad immaginare la “testa” di questo Precursore cosmico dell’umanità. [In seguito verrà mostrato come possiamo trovare questa immagine in connessione con eventi Stellare in Ariete].

Nel corpo umano troviamo poi la laringe. Essa è lo strumento col quale noi produciamo suono e parola, ma quest’organo è pure limitatissimo, specialmente nella nostra era. Noi possiamo parlare degli oggetti, ma nel formare parole possiamo unicamente riflettere la natura degli oggetti attorno a noi. Il linguaggio umano è diviso in molti linguaggi e questo processo di divisione ed allontanamento è costantemente aumentato. Nel nostro tempo è difficile persino per coloro che parlano lo stesso linguaggio capire il significato delle altrui parole. Se guardiamo la “laringe” di quell’Entità Celeste, la Costellazione del Toro, sperimentiamo che le sue parole sono creative ed universali. Il Toro è l’espressione esteriore degli Spiriti del Movimento che fondarono l’unico archetipico linguaggio creativo dell’Universo, che ha la sua espressione nelle vocali e consonanti dei movimenti Stellari da cui gli umani linguaggi trassero la loro origine. L’alfabeto è il rappresentante terrestre dello Zodiaco e dei Pianeti. Solo l'”alfabeto” cosmico nella composizione del linguaggio degli eventi Stellari è ancora creativo ed uniforme negli eventi entro i regni della Natura. Questa è la maniera in cui dovremmo immaginare la “laringe” di quell’Essere Cosmico allorché guardiamo la Costellazione del Toro. Essa è ancora un “organo magico”. 

Troviamo poi nella forma umana le braccia che sono in relazione con la Costellazione dei Gemelli della nostra Celeste Guida. Le braccia umane sono sicuramente organi potenti con i quali possiamo entrare attivamente nel mondo e, tuttavia, quante volte l’attività che fluisce attraverso le nostre braccia divide e ci estrania l’uno dall’altro. Gli esseri umani combattono e persino si uccidono l’un l’altro con le braccia. Quest’organo delle nostre braccia, con le sue tremende capacità incorporate, spessissimo diventa strumento di distruzione. Le braccia – i Gemelli – dell’Entità Celeste che noi cerchiamo di accostare sono diverse. Esse sono come possenti ali che possono essere sperimentate dai sensi interiori dell’essere umano come una protettiva veste argentea attorno a quelli che realmente cerchino l’aiuto e la guida del loro Predecessore Celeste. Le “caratteristiche” di queste ali fluiscono giù, per così dire, ad ogni singolo essere umano e così ad ogni singolo Io, e sebbene possiamo sentirci separati dagli altri, possiamo sperimentare la nostra unione spirituale con tutta l’umanità dentro l’Essere della nostra Guida Celeste. E queste ali possono venir sentite non soltanto come un potere protettivo, ma anche come una realtà interiore che può sollevare e liberare l’anima, come se essa s’innalzasse sulle ali.

In Lettere precedenti abbiamo spiegato come la parte superiore delle braccia abbia relazione con la Costellazione del Sagittario. Nella nostra forma umana sulla Terra la parte superiore delle braccia continua ed esperimenta, per così dire, la scissura che attraversa sia l’essere umano individuale che l’umanità, di cui abbiamo parlato più sopra. Il Sagittario di quell’Entità cosmica, nuovamente è diverso.

Le “caratteristiche” argentee delle ali si allungano in basso ad ogni singolo essere umano sulla Terra, e allorché degli individui nella tenebra terrestre sono toccati da queste caratteristiche possiamo dire – se desideriamo esprimere ciò poeticamente – che essi trovano l’esperienza dei propri Angeli e viene ricordato loro il proprio compito sulla Terra oppure, forse, l’anima viene ammonita o confortata.

Qui la molteplicità dell’umanità diviene unicità. L’immagine delle ali fluenti in ogni singolo essere umano può venire introdotta in un’altra immaginazione che il Christo creò con queste parole: “Io sono la vite, voi siete i tralci”. Il singolo, dolce e succoso grappolo può sentire se stesso unito alla vite che dette la sua vita all’uva. Così possiamo imparare ad immaginare l’organo Gemelli-Sagittario del Maestro cosmico dell’umanità.

Se seguiamo la struttura delle braccia, la forma umana ci mostra allora i gomiti e negli arti inferiori le ginocchia. La loro controparte cosmica è la Costellazione del Capricorno. Comunque, questa parte dell’organismo umano è caduta troppo profondamente nelle catene della materia; così profondamente che possiamo difficilmente scorgere la sua origine cosmica. Nella Lettera Quarta ciò venne descritto più dettagliatamente, in special modo come il Capricorno è collegato con la creazione degli Archetipi degli organi di senso, e veramente se proviamo a trovare le caratteristiche del nostro Cosmico Precursore nello Zodiaco, scopriamo che ogni singola “caratteristica” delle ali, alla fine, diventa un organo veramente “sensorio” conficcato nell’essere umano sulla Terra. Le ali di cui abbiamo parlato sono, per così dire, coperte con milioni e milioni di organi di senso: come occhi. Essendo questi organi “conficcati” nel singolo essere umano terrestre, la nostra Cosmica Guida vuol percepire il mondo da innumerevoli punti di vista individuali. Ogni singolo essere umano, buono o cattivo, con la sua attitudine verso la vita, filosofia e prospettiva, diviene un “occhio” dell’Entità Celeste. Non siamo molto spesso coscienti del fatto che i nostri pensieri, il nostro sentire e il nostro volere sono non soltanto esistenti per amor nostro bensì pure per l’amore di Dio. Se siamo coscienti di ciò, allora la nostra vita animica deve, necessariamente, mutare considerevolmente.

(Continua)

Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione o di adattamento sono riservati per tutti i Paesi. E’ vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo, se non espressamente autorizzata per iscritto dall’editore, salvo piccole citazioni in recensioni o articoli.

FRATELLANZA D’ARMI SPIRITUALE

Krishna

Che l’impresa spirituale di realizzare l’Iniziazione sia una impresa «eroica», sia un combattimento spirituale, lo dicono tutti i testi sacri della Sapienza Celeste e, tra quelli a me più cari, in Oriente la Bhagavad Gita dell’Induismo, il Dhammapada e l’Anguttara Nikaya del Buddhismo originario. Il dominare pensieri, emozioni e moti volitivi, in tutti quei testi viene esplicitamente paragonato ad una lotta mortale che si svolge tra l’asceta, che temerariamente vuole realizzare lo Spirito, e i riottosi, oltremodo recalcitranti, moti della mente e dell’anima, asservite ad una prakriti, ad una «natura» alla quale l’essere umano è assoggettato da tempi immemorabili.

In India soprattutto – ma progressivamente il fenomeno andò gradualmente estendendosi all’Oriente tutto – si assiste al fatto che tutto ciò che apparteneva ad una ritualità apparentemente ‘esteriore’ (‘esteriore’, beninteso, per una moderna mentalità disanimata e positivistica) sia andato poi nel tempo sempre più interiorizzandosi. Così quello che nei Veda dell’epoca indiana più arcaica – e più arcana – era il «sacrificio» rituale, yajña, compiuto dai brahmana, divenne nella successiva epoca delle Upanishad  e delle Aranyaka – non meno arcana – la disciplina, sadhana, con la quale si compiva l’«aggiogamento», yoga, dell’essere «naturale», compiuto nelle foreste o nei romitaggi dagli stessi brahmana o dagli appartenenti alla casta dei guerrieri kshatriya, in vista della agognata «liberazione», mukti o moksha. Ed il mistico fuoco sacrificale, ritualmente acceso dal purohita nel sacrificio vedico e impersonificato nello stesso dio Agni, al quale nei Veda vengono elevati molti inni, tra i più belli, diviene per quei luminosi asceti il tapas, ossia l’«ardore» col quale viene eseguita la disciplina, l’«ardore» e lo slancio col quale le anime assetate d’Assoluto tendono, instancabili, all’esperienza spirituale liberatrice.

Nello stesso Buddhismo delle origini, la parola del principe Siddharta Gautama, della stirpe guerriera degli Shakya, divenuto con l’Illuminazione il Buddha Shakyamuni, parola raccolta nel Dhammapada, afferma che è l’asceta che con ogni sua forza interiore tende a realizzare l’Illuminazione, bodhi,  ad essere veramente degno di venir chiamato «brahmana». Mentre nell’Anguttara Nikaya, parlando ai suoi monaci, che tutto hanno abbandonato per il Sentiero della Liberazione, così si esprime:

‘Guerrieri, guerrieri’, perché, o Asceti, siamo chiamati ‘guerrieri’? Perché lottiamo per la Suprema Sapienza, per la Sublime Virtù: per questo siamo chiamati ‘guerrieri’!

L’urgenza e la tensione interiore, con la quale deve essere condotta questa lotta con quella che il Buddha Shakyamuni, nel Majjhima Nikaya, chiama la Morte, Mara, e la sua schiera, l’Armata della Morte, viene da Lui espressa con le emblematiche parole, che più volte udìi pronunciare da Massimo Scaligero in incontri personali o in riunioni con gli amici:

Oggi è da dare battaglia: forse domani non si sarà più. Per noi non vi sia tregua con la grande Armata della Morte!

Ma – da questo punto di vista – è cambiato forse qualcosa dall’epoca in cui il grande Yajñavalkya nella Bṛhadaranyaka Upanishad, o il Buddha Shakyamuni nel Majjhima Nikaya indicavano la Via per realizzare lo Spirito? Assolutamente no! Perché, oggi come allora, per il discepolo dell’Iniziazione vi è un aspro sentiero da percorrere, e vi è una dura disciplina da attuare, mentre si sono infoltite e moltiplicate le «Armate della Morte». E la condizione umana si è fatta infinitamente più pericolosa.

Guardiamo romanamente in faccia la realtà, ossia senza infingimenti, senza quelle edulcorate attenuazioni, che possano esorcizzare o narcotizzare quell’angoscia esistenziale che lo sradicato uomo moderno sente sorgere dagli oscuri meandri della propria anima, naufragante nel tempestoso mare dell’apparire illusorio, della Maya. La situazione dell’uomo attuale è realmente una situazione di estremo pericolo, e se cento anni fa un uno studioso inglese del Buddhismo, il Rhys Davids, scriveva che: Buddhism has no milk for babies, ossia che il Buddhismo non ha latte per bambini, oggi è necessario affermare chiaramente che neppure la Via dell’Iniziazione che oggi il cercatore dello Spirito deve percorrere ha «latte per bambini», ossia non ha «dottrine» consolatorie o divertenti «pratiche», «dottrine» e «pratiche» in salsa new age, che come droghe stupefacenti facciano «sognare» il fiacco e poco consapevole uomo moderno.

Se nel mondo antico – un mondo molto più a misura dell’Uomo spirituale che non l’attuale – erano necessari ardore e slancio, erano necessari distacco e rinuncia, erano necessari lotta, coraggio e tensione assoluta della volontà, quanto più questi lo saranno oggi in un mondo nel quale è estremo il pericolo dello scivolamento nel subumano, il pericolo per il singolo essere umano e l’umanità tutta dello sfracellamento nell’abisso?! È davvero cosa poco salutare, a questo proposito, volersi illudere, e addirittura criminale il voler illudere gli altri.

In un articolo su East and West, la prestigiosa rivista dell’Is.M.E.O. (Istituzione fondata dal grande orientalista Giuseppe Tucci, che la follia, la brama di potere, la disonestà, la cupidigia dei politici italiani ha permesso venisse chiuso e a vil prezzo liquidato), Massimo Scaligero scriveva che lo Spirito del Tempo, l’Antico dei Giorni della Bhagavad Gita, è l’essere veramente rivoluzionario, il quale trasforma vivificando, ma al contempo distrugge ciò che si oppone al cambiamento e alla trasformazione, ciò che resiste al necessario cambiamento, ciò che non vuole abbandonare le forme passate e caduche, oramai abbandonate dalla estraformale forza vivificante dello Spirito, e di conseguenza nellasua opposizione dimostra di essere ottusamente reazionario. Lo Spirito del Tempo, scriveva Massimo Scaligero, si serve degli stessi Dèi distruttori per demolire, abbattere, ciò che non ha la volontà, la forza, il coraggio di trasformarsi da sé. Lo Spirito del Tempo incalza gli umani, spingendoli alla lotta spirituale, incitandoli ad affrontare il Drago, esigendo loro di liberarsi di viete tradizioni, che oramai non sono più la Tradizione, che oramai non sono più altro che la vuota spoglia dello Spirito, ciò che lo Spirito ha abbandonato dietro di sé, avendo compiuto ed esaurito la sua funzione, spoglia della quale si sono impadronite potenze anti-spirituali. 

Ma l’essere umano sovente, nel profondo di sé, teme  e segretamente avversa la forza dissolvitrice dello Spirito, teme ciò che è nuovo, ciò che è oltre il limite della sua capacità di imaginare, teme di perdere le proprie catene, e addirittura si innamora delle mura della propria prigione, per la fallace sicurezza che queste sembrano dargli. Per cui brama conservare tutto il cascame dei pensieri morti, tutto lo sguazzare nella mucillaginosa emotività più edulcorata e tutto il suo avido affondare nel servaggio all’istintività più fangosa. La «natura», ossia la natura inferiore, la natura caduta, asservita e manovrata ad Entità Ostacolatrici, non ama che le venga tolto l’avvincente velo illusorio, non ama che venga messa a nudo la sua ripugnante nudità con tutte le sue ributtanti piaghe infette. Per cui, se viene disvelato il suo stato di menzogna – che è la grande contraddizione interiore dell’uomo, soprattutto nei tempi moderni – tale «natura», asservita agli Dèi distruttori, può reagire molto violentemente e molto astutamente. Per questo motivo, l’audace che intraprende la Via dell’Iniziazione, inizia una lotta senza quartiere contro la «Morte», contro l’«Armata della Morte»: questa non può non essere al contempo una lotta tragica ed eroica.

Questa situazione – frutto di una risoluta scelta interiore – porta l’asceta a diventare, secondo una espressione di Massimo Scaligero, un  «lottatore contro la morte». Questa lotta si svolge necessariamente nello scenario interiore dell’anima, ma non è detto che non possa o non debba talvolta manifestarsi anche nello scenario esteriore, e richiedere decise azioni esteriori, coinvolgendo, di conseguenza, rapporti con altri esseri umani. Il confronto con l’infida natura inferiore comporta necessariamente «prove», che possono rivelarsi molto dure, «prove» che portano al limite estremo la tenuta interiore dell’asceta. Ma tali «prove» non si svolgono nell’atmosfera serena di un tranquillo eremo montano, bensì nelle condizioni spesso di una convulsa vita esteriore. Come dice il Buddha: «Nella tempesta è il rifugio».

Il Mondo Spirituale «mette a prova» le libere promesse, i sacri giuramenti che l’asceta, giustamente, ha pronunciato nei momenti di entusiasmo, di slancio, di consacrazione interiore. Quel che in tali momenti di elevazione dell’anima è per sua natura  «volatile», e necessita di venire «fissato»: sono le «prove» ad accelerare il cammino e a «fissare il volatile».

Ma queste prove, non sono di quelle che un asceta abbia facoltà di scegliersi, e di regola non sono mai come questi se le possa immaginare. Esse sono un evento interiore e possono richiedere un «atto» unicamente interiore, ma questo può riguardare simultaneamente lo scenario interiore dell’anima e il mondo esteriore. La «prova» può  non concordare affatto con le rappresentazioni o i pensati che inevitabilmente l’asceta si porta in sé – rappresentazioni e pensati che, specialmente in campo morale, possono essere ardui da abbandonare – e può anche andare in rotta di collisione col cascame dei pensieri morti, col coarcevo di automatiche reazioni emotive e istintive di quanti a lui stanno attorno. La «natura caduta» si può difendere benissimo – anzi quasi sempre lo fa – attaccando l’ardimentoso asceta non solo nella sua propria interiorità, ma soprattutto in quella delle persone in qualche modo a lui collegate, e questo può creare davvero dei seri problemi.

Può accadere di trovarsi di fronte ad una serie di azioni malvagie, compiute da persone pure malvagie, verso persone collegate al ricercatore spirituale, e questa situazione può ben costituire una «prova» interiore del suo cammino iniziatico. Una tale «prova» esige di essere riconosciuta e di essere consapevolmente affrontata. Che l’aspetto materiale degli eventi riguardi altri, non cambia in nulla la «prova». Uno potrebbe comodamente dire: «La cosa non mi riguarda, non devo interferire col karma di un’altra persona: la cosa riguarda lui e non me, e non posso, non devo, non voglio risparmiargli una prova del genere», o addirittura, rispetto ad un’azione correttiva decisamente spartana, con una considerazione moralistica pensare: «Queste cose non si fanno: io non sono certo uno che si mette a fare di queste cose!». Ma questa sarebbe azione vilissima: una latitanza, una turpe diserzione. A posteriori – a parte le conseguenze negative della serie di azioni malvagie sulle persone attaccate, alle quali si sono voltate le spalle – ci si accorgerebbe ben presto che il cammino interiore subirebbe un repentino arresto, e dentro l’anima si porterebbe un amaro senso di sconfitta e di vergogna per l’«atto» – sicuramente fuori dagli schemi previsti – chiaramente richiesto dalla situazione e mancato per ignavia e viltà.

Possono presentarsi situazioni nelle quali quelle persone malvagie fanno un freddo calcolo non solo sul cinismo dei malvagi e sull’indifferenza degli opportunisti, ma anche sulla pavidità, travestita da moralismo, dei cosiddetti «buoni», i quali – così afferma esplicitamente Massimo Scaligero – nella loro debolezza ricercano una «coesistenza pacifica» col Male per evitare la scomodità di dover diventare forti e permanere, avidi di inerzia, nella propria neghittosa accidia. Si percepisce chiaramente come la situazione richieda «presenza di spirito» ed azione risoluta e tempestiva, agendo con rapidità ed energia al fine di evitare eventi tragici, che già si stanno chiaramente delineando all’orizzonte. Può essere talvolta necessario agire, per così dire, anche manu militari.

Una situazione del genere si presentò per esempio, alla fine del trascorso secolo e millennio, ad una persona che dovette scontrarsi con avversari potenti, malvagi e pericolosi, i quali col loro agire, moralmente alquanto spregiudicato, avevano già colpita e mandata all’altro mondo una cara persona anziana, ed avevano in mente di distruggere una intera famiglia sul piano individuale e interpersonale, sul piano familiare, economico e lavorativo. In tale evenienza, si era creata sul piano esteriore quella che Massimo Scaligero, con espressione dantesca, chiama più volte il «triste amplesso tra Pietro e Cesare».

Senza badare a prudenze, la persona che scorse il malo intento si gettò temerariamente nella lotta e riuscì, con una serie di azioni ad hoc, a scongiurare ulteriori sciagure. Ebbe il torto di vincere e, naturalmente, la cosa gli avversari si fecero un dovere di fargliela pagare assai salata. Costui aveva ben intuito che, se avesse evitata la lotta – che ai suoi occhi mostrava essere simultaneamente interiore ed esteriore – il suo cammino spirituale si sarebbe inevitabilmente arrestato, mentre l’avere accettata la prova, l’affrontarla, sia pure con tutte le estreme tensioni interiori che l’andare ‘impreparati’ verso l’ignoto comporta, provocò in lui una fluidificazione della volontà ed una forte accelerazione degli eventi interiori dell’anima, e pur in situazioni veramente pericolose non gli mancò mai la generosa protezione della Provvidenza Celeste.

L’importante è il tenore interiore del lavoro spirituale che deve accompagnare una tale azione esteriore. Un testo di ascesi guerriera come la Bhagavad Gita può dare a tale proposito un prezioso orientamento. Il Supremo, nella veste di Shri Krishna, indica al guerriero Arjuna, la Via del coraggioso adempimento del Dharma, della propria legge interiore, attraverso il compimento del puro agire per amore dell’azione stessa, con completo distacco dalle tensioni personali e dalla fruizione dei frutti dell’azione stessa: è la Via del Karma Yoga. Così dice il Supremo al Suo guerriero-discepolo:

Balaṃ balavatāṃ cāhaṃ kāmarāgavivarjitam,

ossia:

«dei forti Io son la forza, libera di brama e di passione».

Un orientamento interiore simile indica il Buddhismo originario, per il quale l’azione, anche la più energica, deve essere compiuta con quella impersonalità per la quale si possa poi affermare con sereno distacco: katam karaniyam, ossia: è stato compiuto quanto era da compiersi. Mentre nel Buddhismo Mahayana la realizzazione ascetica della «vacuità», shunyata, lungi dall’esser motivo di fiacchezza della volontà, diviene fonte di inesauribilità delle forze interiori, di fantasia morale e di sereno coraggio. Nel Chan cinese e nello Zen giapponese si parla di wu-nien o munen, «non-pensiero», di wu-hsin o mushin, «non-mente» o «non cuore», di muga, «non-ego», ove con queste espressioni si invitano l’asceta nella pratica interiore e il guerriero nella lotta esteriore a svuotare la mente dei pensieri dialettici, dei pregiudizi intellettuali, e liberare il «cuore» dagli attaccamenti egoici, in modo da poter  «abbandonare il corpo e la mente», «affrontare la vita e la morte» con animo «eguale». Un tale distacco e una tale impersonalità possono benissimo accompagnarsi all’azione più impetuosa.

Tra coloro che scelgono la Via dello Spirito, tra coloro che irreversibilmente si sono consacrati ad una tale impresa eroica, si viene a crearsi un’autentica fratellanza d’armi spirituale, per la coscienza di tendere in maniera individuale e pur concorde a quella che il Buddha Shakyamuni chiama l’Eccelsa Mèta. In una tale fratellanza d’armi, chi è forte, in sanscrito balin, lo è per tutti, chi è eroe, vira, lo è per tutti, chi è guerriero e vincitore, kshatriya e jina, lo è con tutti e per tutti, perché l’impresa è unica e comune a tutti, ed uno stesso pensare pensa nel liberato o liberantesi pensare di tutti gli asceti che si sono consacrati alla Via del Pensiero, che in libertà e per amore hanno scelto di votarsi alla pratica più ardente della Concentrazione. Chi vince in sé stesso un limite interiore, lo vince per tutti gli audaces commilitones huius sacrae militiae, lo vince per tutti i compagni impegnati in questa sacra milizia. Milizia sacra non dissimile a quella praticata dai mitriasti, dagli antichi iniziati ai Misteri di Mitra. Invictus Mithra, lo chiamavano i Romani, Ajita Maitreya gl’Indiani.

Mitra è il Dio cui sono sacri i patti e l’amicizia, e per tale ragione si può affermare che in una tale sacra amicizia viene veramente a realizzarsi sul piano spirituale il fatto che essa è idem esse, idem velle : un identico essere e un identico volere. In essa, come mi disse, oltre trent’anni fa sui Pirenei, Marcel – un anziano esoterista olandese, incontrato nei pressi di una grotta ove anticamente venivano celebrati appunto i Misteri mitriaci, cari ai legionari romani – si deve essere solitari e solidali, per cui le volontà individuali e libere sono sacralmente concordi nel tendere all’unica Mèta. Una tale concordia fa sì che i momenti di apparente debolezza di uno, momenti che rappresentano sempre una «prova» interiore positiva, possano essere aiutati e risolti dai momenti di forza di un altro, e la vittoria di uno diviene impulso di tutti all’azione interiore radicale, alla consacrazione della volontà, alla determinazione assoluta.

Non cercheremo, perciò, comodo rifugio, come gl’ignavi, in un turpe ozio, bensì – come incita l’Illuminato della stirpe guerriera degli Shakya – audaci e concordi cercheremo «nella tempesta il rifugio».

 

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 1 APRILE 1978

Massimo Scaligero.

01.04.1978

(cliccare sulla data in azzurro per ascoltare)

*

“Bisognerebbe poterci dire tutto con amore e fiducia, così potrebbe sperimentare ciò che in noi è verità o menzogna. Ma questo manca tra noi perchè ognuno ha il suo punto di vista unico e crede di possedere già tutto. Come comportarsi in questi casi ?”

porgere la mano

Siccome non è un caso questo, ma è un insieme di circostanze che può avere diverse forme, quindi siamo un pò nel campo delle generalità, il punto di vista di ciascuno, eccetera… poi  l’amore, la fiducia…. a questa domanda io credo che si possa rispondere così: rinunciare a pretendere da altri questa aurea regola dell’amore e della fiducia, con fiducia che questo sia però possibile, è attuarlo, noi: sia colui che nota questo e che sente che la mancanza di questa connessione di amore e di fiducia impedisce una armonia tra diverse persone… è lui che deve cominciare a realizzarlo, si deve talmente avere fiducia in questa regola interiore da poterla trasmettere mediante la propria realizzazione, perchè l’essere addolorati dal fatto che da fuori certe volte non si accoglie, non si riceve, non si ha la sensazione di un simile accordo, questo essere addolorati, non è producente, anche perché le situazioni sono molto fluide e formalmente ….. diverse, e possono nascondere contenuti che noi non supponiamo, per cui per esempio, una ginnastica molto importante è – dinanzi a delle situazioni in cui si nota questa carenza – giustificare continuamente l’altro, e dire “può darsi che non si sia accorto di questo, può darsi che abbia avuto un altra ispirazione, può darsi che questo significhi altro”. Altrimenti noi stessi ci togliamo la possibilità di esercitare quella relazione che vorremmo dagli altri.

Quella relazione dobbiamo iniziarla noi, con la fiducia che dopo agisca e sia sentita dagli altri. Comunque vedremo se si può ancora dire ancora qualche altra cosa su questo.

***********************************************************

 “I sogni premonitori sono da considerarsi una manifestazione del nostro doppio perfezionato, o un aiuto divino indipendente dai nostri desideri e dalla nostra volontà ?”

Sogni premonitori (2)

Ecco, i sogni premonitori sono una bella responsabilità, perché sarebbe meglio non averli. Tuttavia se ci sono implicano da parte nostra – se riguardano noi – comportarsi come se niente fosse, come se non sapessimo nulla, perchè il futuro è sempre, in quanto divenire, in quanto accadimento…, è sempre il processo del karma. Ora il karma noi non lo dobbiamo sfuggire. Se un occultista sa, mediante un sogno, che passando per la via per la quale passa ogni giorno gli cadrà una tegola in testa lui ci passerà, ci passerà perchè sa benissimo che se non ci passa la tegola gli viene in un altro modo; quindi un occultista, per esempio, difficilmente si fa predire il futuro, perchè non ne ha proprio bisogno.

Mentre può darsi che il sogno sia premonitore a beneficio di altri, e questo può essere positivo. Può essere positivo anche nel caso che riguardi noi, ma che sia per esempio l’incentivo allo sviluppo di una qualità interiore che ci è urgente, e allora va molto bene, ma se si tratta di un fatto rientra nel processo del karma, e quindi noi ci dobbiamo comportare come se niente fosse . Se invece si tratta di qualcosa che riguarda altri, noi possiamo aiutare gli altri mediante questa intuizione, e lì però è la responsabilità di trovare la forma di come aiutare l’altro, perchè ci sono molti casi in cui avvertire l’altro significa peggiorare la situazione. Immaginiamo che possiamo predire un terremoto: intanto non si sa la data, e poi non è veramente possibile traumatizzare una popolazione avvertendo del terremoto… e se poi non viene ti pigliano per uno jettatore, e quindi i sogni premonitori sono qualcosa che noi dovremmo perdere lungo la strada, e lo sviluppo interiore ci porta a stendere un velo su questo. Perchè… – e qui non è che noi abbiamo ancora risposto a questa domanda…- l’occultista deve conoscere soltanto ciò che riguarda il lavoro interiore, ossia la lotta che si svolge sul piano spirituale. Avere premonizioni in questo senso, quello va benissimo, perchè noi possiamo sapere quali provvedimenti interiori dobbiamo prendere per determinate situazioni difficili, quindi siamo a un livello in cui il conoscere il futuro può essere utile, ma si tratta di processi spirituali, processi della evoluzione. Noi possiamo sapere che a un certo momento una data collettività attraverserà una difficoltà grave, per cui è importante che i rappresentanti spirituali di questa collettività operino ritualmente, operino spiritualmente, operino apostolicamente, e questa premonizione va benissimo, ma riguarda il piano spirituale. In questo senso si può dire che è un aiuto dell’Io, e quando abbiamo detto… piuttosto che di un doppio perfezionato, io capisco che cosa vuol dire qui, ma noi possiamo parlare dell’Io, dello spirito, ma quando questo riguarda lo spirito possiamo dire che viene dal divino, quindi è il divino che dà a qualcuno la possibilità di conoscere l’urgenza di una certa azione interiore da svolgere, allora colui che ha questo sogno può anche fare in modo da sollecitare provvedimenti interiori, sollecitare personaggi, e quindi collaborare a ciò che è richiesto dal divino.

Qui c’è una domanda che non so se affrontare, ma per passare poi a quelle più impegnative, possiamo prenderla come una specie di transizione piacevole.

***********************************************************

 “Alla televisione hanno raccontato questo: poco tempo dopo la caduta di un albero di noci, una gallina che viveva in un pollaio sottostante, ha cessato di fare uova normali, e si è messa a fare soltanto uova col guscio duro, giallo e variegato come quello del guscio delle noci”.

Nest with Golden Eggs

Certo sarebbe stato bello se avesse cominciato a fare le uova d’oro, perché sopra c’era una cassaforte che hanno rubata con i lingotti, allora quella che era abituata a stare… a un certo punto fa le uova d’oro… ma allora non l’avrebbero portata alla televisione, l’avrebbero nascosta…

Ora questo… e siccome il mondo animale vive veramente sul piano vegetativo e in comunione con le forze della natura, io non è che qui pretenda spiegare scientificamente e razionalmente il fenomeno, lo posso intuire, però dovrei contemplarlo in un altro modo, e questo forse avverrà, se avrò tempo, comunque è spiegabilissimo col fatto che c’è un rapporto assolutamente obiettivo tra il mondo animale e il mondo vegetale. C’è tutto un mondo animale che ha continuamente queste influenze, per cui determinati animali hanno il colore…- per esempio, lucertole, ramarri, grilli – che hanno il colore dell’ambiente in cui vivono, ci sono quelle belle cavallette verdi, oppure le stesse cavallette in un ambiente spinoso, grigio, hanno lo stesso colore, si confondono coi rami, voi guardate la mantide religiosa, etc… Le galline sono veramente degli esseri ritmici e legati al mondo vegetale in una maniera armonica. Quindi è chiarissimo che a un certo punto l’assenza di questo elemento che serviva come quadro alla produzione dell’uovo a un certo punto traumaticamente ha reagito dall’interno. E’ un fenomeno del mondo eterico, dell’etere della vita che è identico sia nel mondo vegetale come nel mondo animale. Comunque passiamo adesso a domande più severe.

Vorrei riunire due domande che sono quasi sullo stesso…

“L’unicità del rapporto e il senso verticale della Via al superamento del sesso”.

L’altra è:

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione.Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”.

Forse le domande vanno separate.

Allora, quella sulla unicità la unisco invece a una domanda che viene dopo.

E invece affrontiamo questa:

***********************************************************

 “Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione. Può la compassione in me risvegliata trasformare la paura dell’altro in coraggio e fedeltà?”

compassion

La paura dell’altro.

“Come può la compassione trasformare in me la paura in venerazione”.

Non c’è bisogno, perchè se c’è la compassione…. La venerazione è già in germe nella compassione. Ho la sensazione però che qui occorra veramente capire che cos’è la paura. La paura è una forza del volere che sfugge all’Io. E sfugge tanto che incide sul fisico. E minimamente sul sistema neurovegetativo, e poi ci ha la sua ripercussione nell’organo cerebrale. Quando c’è questa minima alterazione noi possiamo andare dalla nevrosi ossessiva alla psicosi. Se invece non c’è questo, cioè non si arriva… c’è una forma di paura che può anche allarmare ma allora il personaggio si può anche far visitare: non ha niente, è sanissimo, è forte, è muscoluto, fa la ginnastica, ha buon appetito, però ci ha paura.

Lì …il “feffo”, il sesso volevo dire, è importante perché la brama non risolta, non purificata, non scaricata, non trasformata, diventa paura e si tratta di vedere perché.

Perché questo trapasso dalla brama alla paura riguarda soltanto coloro che hanno responsabilità interiore, perché altri con la brama se la cavano benissimo perché la soddisfano, e poi, soddisfatta, ritorna; poi ritorna e passano la vita cercando questa soddisfazione continua, e deve arrivare il momento della resa dei conti psicofisica e quindi lì lavora il karma. Mentre invece qui si tratta di qualcosa inerente al lavoro spirituale, lavoro spirituale, brama non risolta. Oppure c’è qualche altra cosa che può dare la paura: per esempio un eccesso di lavoro interiore, un eccesso di tensione interiore. Per esempio per impegni di lavoro. O preoccupazioni. Tuttavia è quasi sempre una questione che riguarda la sede istintiva.

E allora l’arte è di lavorare molto con il pensiero, ossia con un pensiero che scavi in profondità, e che divenga energico obiettivamente.

Che si intensifichi in maniera da assorbire la corrente della volontà perché la paura non è altro che volontà sfuggita all’Io. E’ forza che sfugge all’Io. Quindi noi questa forza la possiamo riprendere.

Sta a noi compiere un atto, potremmo chiamare un atto energico, gagliardo, o estremo, insomma come volete voi, dinamico. Un atto in cui noi affermiamo qualcosa che appartiene a un principio opposto a quello da cui viene la paura e adesso chiariremo il perché.

Perché ho due domande che mi richiamano proprio alla struttura dell’uomo che è una struttura paradossale. Una struttura che è una contraddizione, per cui l’uomo deve morire mentre non dovrebbe morire.

L’animale deve morire perché non muore, perché il suo Io sta altrove, quindi non muore. L’animale si annienta con le forme ma il suo Io vive, il suo Io continua a vivere negli altri animali. Quindi l’animale non muore mai, così la pianta.

L’uomo invece ha il suo principio in se stesso, e l’uomo non dovrebbe morire. E invece l’uomo muore, perché? Perché distrugge il proprio strumento mediante le forze con cui acquisisce la coscienza di se stesso.

Per acquisire una coscienza dell’Io si serve delle forze dell’Io contro l’ordine dell’Io. E questo paralizza tutte le forze dell’astrale e dell’eterico fino al fisico e quindi …. non solo la nascita degli istinti e delle passioni e quindi la paura, ma quindi anche la malattia e la morte. Però tutto questo è bellissimo perché?

E’ necessario perché l’uomo faccia con l’Io…, daje ‘na botta …, faccia con l’Io… non si chiama più Italia… daje ‘na botta, va’!  (nota dei trascrittori: qui Scaligero, dopo tanta stoica pazienza rivolge un pensiero gentile a chi è fonte di tanti schiamazzi e disturbo sulle scale)…. faccia con l’Io immanente ciò che è già presente nell’Io vero, nell’Io spirituale, ossia nell’Io autentico. Quindi, perché l’uomo faccia questo deve essere libero e si trova dinanzi queste situazioni …. antinomiali, come possiamo dire? Contraddittorie, assurde: è un assurdo. E allora la risposta a questa domanda­, lavoro di pensiero, la compassione è importantissima, è la chiave di tutto. Perché? Lo vedremo adesso rispondendo alle altre domande.

Cum patior. La compassione è la forza mediante cui noi andiamo incontro al calore potente degli istinti e lo assorbiamo come una forza di amore. E questa forza d’amore trasforma gli istinti. Deve essere compassione ma non nel senso pietistico, ma nel senso etnologico, come un sentimento che irradi per tutti gli esseri che soffrono questa soggezione, si dibattono in questa brama che li travolge, ne fa quello che vuole e poi li rigetta in una sfera continua di dolore e di delusione. Quindi come non cominciare con la compassione… quindi va benissimo questo….

E allora….

***********************************************************

“L’unicità del rapporto e il senso verticale della via al superamento del sesso”

L’altra domanda è:

 “Ma che cos’è la Pietra Filosofale?”

angeli_011

Quindi, ritorniamo alla costituzione dell’uomo, e voi la conoscete bene quindi mi consentite di essere breve, perché… non stiamo qui a fare…

La costituzione dell’uomo è tripartita: testa, torace, sistema del ricambio, degli arti parliamo dopo. Nella testa… la testa è strutturata dalle forze più alte dell’universo, a prima Gerarchia. La zona mediana è strutturata dalla seconda Gerarchia. Il sistema del ricambio è edificato dalla terra, appartiene alla terra, perciò lì agisce la gerarchia più potente, la prima Gerarchia. Ora, nella struttura – abbiamo parlato della struttura – ma altra è la struttura dell’uomo, e qui abbiamo forse anticipato, quando noi abbiamo detto che la sede del ricambio è strutturata dalla terra ci dobbiamo fermare perché la prima Gerarchia la dobbiamo chiamare in un secondo tempo.

Ed è questo: che in questa struttura è una descrizione che riguarda l’uomo ma noi non la viviamo affatto nella coscienza, perché nella coscienza il rapporto è capovolto.

Perché nella coscienza della testa noi viviamo con la terza Gerarchia; nella sede mediana viviamo con la seconda, in quella che è la zona più profonda viviamo come avevo anticipato con la prima Gerarchia, ossia: per dominare ciò che è afferrato dalla terra e per dominare i processi della terra che vanno dalla nutrizione all’assimilazione fino all’espulsione delle deiezioni occorrono le forze più alte dell’universo che poi voi le vedete agire strutturalmente nella testa.

E’ questa l’antinomia dell’uomo, perché l’uomo ha la coscienza di sé nella testa. E come? Là incontrando ciò che nella testa corrisponde alla terza sede, ossia alla sede della terra, ossia del sistema del ricambio. L’uomo acquisisce coscienza di sé non tanto dal cervello cerebrale quanto dal cervello ritmico, metabolico, ossia dal cervello che appartiene alla terza sede, ossia alla sede della terra, lì dove il cervello ha processi di ricambio. E’ lì che l’uomo è inchiodato alla terra.

Adesso guardiamo il sesso.

Il sesso è l’azione della prima gerarchia nella sede più profonda, la sede del ricambio, in cui è inserito il sistema della riproduzione di tipo animale, che per funzionare, non per l’animale ma per l’incarnazione dell’uomo, ha bisogno che insieme alla brama animale, e qui l’animale c’è, ma complicata da ciò che di deteriore c’è nella psiche umana, perché magari fosse la brama animale: l’animale è puro e casto, agisce secondo la natura, l’uomo complica con la immaginazione e fa del sesso qualche cosa di demoniaco. Beh, qualcuno dice, ma come, è tanto bello il sesso, è così dolce. Eh no, è proprio lì sotto che c’è quel sordo fòdere, Arimane (nota dei tr.: il verbo latino fòdere ha il senso di scavare, erodere, eccitare, tormentare). Quindi, situazione veramente…

In questa situazione, perché si incarni lo spirito deve agire la prima Gerarchia, la quale coinvolge la seconda e la terza, e questo spiega il fatto che anche l’essere più… direi… più safi e tutufu (nota dei tr.: anagramma di una salace espressione calabrese, scherzosamente, abitualmente usata da M. S.),  intendiamoci, più greve, in quel momento lì sente la beatitudine, sente e siate boni, boni, boni, insomma si sente afferrato in una sfera divina. E cerca questo, lo cerca per quel momento, e poi cerca di riprodurlo artificiosamente, e poi gli sfugge, allora cerca altri mezzi fino ad arrivare a potenziare ancora il demoniaco. Ecco perché il sesso è difficile a superare, perché mediante questa soggezione gli ostacolatori dell’ uomo posseggono l’uomo, e lo posseggono usando la conferma della situazione antinomiale, ossia che l’uomo soggiaccia alle forze che vengono dalla terra in modo che il mondo degli istinti domini la sede mediana e poi domini il pensiero. Dominando il pensiero, il pensiero poi diventa scienza, diventa ideologia, e allora il pensiero giustifica la situazione di soggezione al sistema del ricambio ossia all’animale, ossia a Darwin, alla evoluzione animale, al materialismo. Allora l’ideologia ti giustifica tutto ciò che è materialistico, oppure tutto ciò che è istintivo. E allora vogliamo l’uomo vero, allora scateniamo gli istinti, e così abbiamo i criminali, gli psicotici. E’ questa le pedagogia che obbedisce… adesso è inutile insistere su questo perché già l’abbiamo detto parecchie volte. Però, il superamento del sesso, il superamento del sesso, lo dicemmo mercoledì, è la via del Graal, è una via iniziatica, quindi è la possibilità di capire che il sesso è un’esperienza che si deve compiere in senso verticale perché si muove dalla testa al muladhara ,ossia gli organi… la sede degli organi di riproduzione, lungo la colonna spinale c’è tutta una serie di lotta di forze e c’è la possibilità che l’uomo folgori il sesso con la luce che viene dalle gerarchie impegnate in questa operazione. Questa è una possibilità iniziatica. Ma c’è la possibilità di cominciare ad accogliere il sesso senza egoismo, ma uno che cominci questo si accorge che per questa redenzione del sesso, che è la massima conquista dell’uomo, occorre un’unica esperienza del sesso, con un essere solo, a cui sia legata l’esperienza, perché quest’essere solo, a tutti i gradi contiene, offre la possibilità che il sesso sia risolto, e toglie all’uomo, educa l’uomo a non cadere nel sofisma che là dove non riesce sia possibile riuscire con un altro essere, quindi alla prostituzione che è la legge del sesso da dopo Caino, dopo Caino comincia la legge della reincarnazione, e quindi della prostituzione dell’uomo per cui: un uomo molte donne, una donna molti uomini e questo…

Non facciamo del moralismo. Facciamo semplicemente la Scienza dello Spirito. La Scienza dello Spirito è la scienza della reintegrazione dell’uomo. Se l’uomo vuole veramente vincere deve attaccare lì dove lui cade sempre, e allora si spiega il mito del Graal, perché Amfortas cade, Parsifal vince.

Allora, guardate come vince; vince perché prima di tutto è fatto di tutto coraggio e di tutta potenza della volontà, perchè che possiamo tradurre… potenza interiore di pensiero.

Quindi Parsifal vince. La via della unicità è il segreto, perché l’uomo può cominciare l’esperienza con una donna e poi si secca, perché la brama gli dice: ce n’è un’altra che è più bella, con lei lo puoi fare meglio. E lì la brama si riattizza. Mentre proprio con l’essere che non suscita la brama deve continuare a fare il sesso, perché c’è un momento in cui la brama deve lasciare il sesso, in modo che l’uomo possa arrivare a conoscere un alto segreto dell’operazione del sesso, per cui può scoprire, e qui posso dire una frase audacissima, che il sesso non è fatto solo per fare figli.

Quello è l’unico scopo: fare figli, non ce n’è altro.

Però quando comincia quella redenzione il sesso è la via per poter raggiungere la reintegrazione dell’uomo, in modo da scioglierlo alla radice, ma per questo occorre veramente conoscere la via del Graal, che è la via della unicità. E questa via è possibile quando non c’è più brama.

Voi credete che la brama sia necessaria a quella che noi chiamiamo fase anaplastica, quella tensione, quella… erezione, eccetera. No. Il giorno in cui l’uomo è capace di questo senza brama e in stato angelico direi, allora comincia la redenzione del sesso.Come vedete, non c’è bisogno di brama.

Detto questo, perché l’abbiamo abbinato alla domanda, questa della pietra filosofale? E’ molto semplice: la pietra filosofale è il simbolo della redenzione dell’uomo. Quando l’uomo realizza il Graal si può dire che la pietra filosofale è raggiunta. La via verso il Graal è il conseguimento della pietra filosofale, e noi abbiamo ricordato il tomo, il lascito del Golgotha. Non ci sarebbe vera Alchìmia se non ci fosse questo lascito, perché l’Alchìmia vera non è il Cinabro; il Cinabro contiene sostanze che non sono veramente minerali, non sono minerali come il Carbonio. E’ il diamante, e qui il Tantrismo intuì il Vajrayana, però è una semplice…, un semplice tentativo, perché la Scienza dello Spirito dà modo di scoprire qual è il punto vero in cui nasce la possibilità della pietra filosofale dell’uomo, l’ abbiamo accennato parlando di quella zona superiore del corpo eterico, in cui si svolge proprio per lascito o dono del Golgotha.Quella operazione continua, per cui le forze eteriche respingono tutto ciò che viene dal mondo animale e vegetale come nutrizione, assumendo solo la parte aurea del minerale, uniscono a quello che è l’estratto puro dei sensi in contatto col mondo fisico, quindi minerale, e formano insieme quello che abbiamo chiamato il cibo del San Graal. Ma noi sappiamo che questa operazione si svolge nell’assoluta incoscienza dell’uomo, perché l’uomo mediante la brama la guasta. Perché l’uomo è chiuso nella testa. E’ qui dobbiamo ritornare al quadro con cui abbiamo iniziato. Nel cranio l’uomo è veramente imprigionato nella cerebralità e in questa prigione è difficile che giungano forze superiori, forze dall’alto. Unicamente giungono forze di entusiasmo, di poesia, di arte, di elevazione mistica, in momenti particolari, ma è difficile che non sia la penetrazione degli istinti, ossia è difficile che questo processo non sia qualcosa che viene dagli istinti, perché? Perché questo organo cerebrale in cui si accende la coscienza dell’Io e per cui potrebbe essere il punto di resurrezione dell’Io mediante un atto assoluto, questo organo è continuamente ferito dal sistema sanguigno che giunge lì mediante forze di morte.Il sistema sanguigno è il veicolo mediante cui l’Ostacolatore, gli Ostacolatori dell’uomo giungono in quella zona per turbare quel processo minerale, ossia per turbare il processo iniziale della Pietra Filosofale.Quando parliamo di brama, di istinti, di passioni noi dobbiamo riferirci a questa ascesa del sangue che è la lancia che ferisce Amfortas e lo avvelena. E abbiamo impiegato qualche mercoledì e qualche sabato a parlare del compito iniziatico di trasferire l’Io nel sangue, perché nel sangue noi abbiamo lo scorrimento continuo degli istinti e delle passioni, mentre il sangue dovrebbe essere la sede dell’Io. Ora, voi pensate che ogni meraviglioso moto dell’anima che possa giungere alla testa, e rallegrare questo essere prigioniero nella testa, prende il veicolo del sangue, ma che è percorso sempre dagli istinti, per cui quello è un moto istintivo e noi siamo capaci di fare delle cose grandiose solo quando un istinto o uno stimolo del sentire ci spinge. L’innamorato è capace di miracoli, perché ama e si trova in queste condizioni, ma quello è l’istinto, poi lo perde, e tutti quanti coloro che amano dopo perdono quel fuoco, perché veniva dal sangue, nel veicolo stesso che percorrono gli istinti e le passioni, mentre noi sappiamo che dobbiamo portarci nella sfera del sangue liberando l’etere del pensiero dall’organo cerebrale. Allora passa al sangue, allora l’Io è vittorioso nel sangue, allora la corrente del sangue è percorsa dall’Io, allora l’Io va incontro al processo meraviglioso, a quel processo grandioso che è il più alto che avvenga nell’universo, che è la formazione continua del cibo del Graal all’interno della testa, e che è veramente il dono del Golgotha, per cui chi a un certo punto possa veramente verificare questo, si accorge quanto sia veramente assurdo il fatto che si possa opporre una tradizione alchemica o ermetica a una via cristiana, perché questa trasformazione del minerale in assoluto Spirito viene veramente dalla Resurrezione del Christo. Perché è il minerale che finalmente viene permeato completamente dal Logos. E’ un processo che si svolge nella testa di ogni uomo, ma ogni uomo lo respinge, e il mondo delle brame, specialmente il sesso scatenato, ha il compito di paralizzare questa possibilità della evoluzione a venire dell’uomo: e per questo si svolge una grande lotta ai confini dell’umano perché questo dono sia mantenuto alla Luce del Logos.

 

ALAN TURING

alan-turing

Il pensiero… Una luce che vuole uscire da un corpo, troppo piccolo per contenerlo, che vuole riversarsi su un mondo troppo grande per non aver voglia di scoprirlo… Di pensarlo.

Un bambino timido con tanta voglia di fare. Che non riesce ad “imparare” nel senso classico, ovvero a farsi inculcare meccanicamente una serie di nozioni. La voglia di capire, indagare e pensare ma soprattutto la voglia di scoprire da sé trasformano il bambino timido in un allievo difficile.

Eppure lui non si arrende, stringe i denti e continua a pensare. In un mondo classico sceglie la scienza, la matematica. Eppure da quei numeri egli estrae poesia viva, un universo gli si dischiude davanti.

Nel frattempo il suo corpo ha voglia di muoversi, lui corre… Corre finché il mostro della guerra non lo ferma.
Però questo mostro lo accoglie. I suoi strani talenti di colpo si rivelano indispensabili. Per lui i misteri ed i segreti del nemico sono un libro aperto. Più di mille bombe la conoscenza eleva i vincitori su un trono di sangue.
La guerra finisce e lui diventa inutile per i vittoriosi monarchi. Il passo è breve, egli ama in modo diverso, questo basta per trasformarlo da eroe a mostro. Questo basta per torturarlo. Ed allora, come per Biancaneve, un morso ad una mela avvelenata (col cianuro) pone la parola fine.

La sua eredità la abbiamo sotto gli occhi in questo momento. Fu lui a creare il mondo che vive dietro lo schermo… Ma forse non è proprio come lui lo aveva pensato…

SONORITA' PERDUTA

 

Il discepolo della Scienza occulta si pone oltre la conoscenza discorsiva, ma non nel moderno senso di un dispregio dell’intelletto a favore di un’abusata intuitività di raccatto solo coincidente col senso comune e lo stereotipo sentimentale.

L’impulso attuale dell’irrazionalità nella dimensione dell’occulto, significa solamente che si ostracizza il principio critico, dunque l’ordine logico.

La sovrarazionalità occulta ed il suo sacrificio nell’intelletto comune è invece un invito a non raggelarsi nelle determinazioni discorsive (mobili solo nella loro immobilità) come se queste esaurissero la realtà.

E’ un porsi, in lucida coscienza, dalla parte del Mistero, senza il quale l’intelletto non avrebbe vita, essendone in sostanza la fonte.

L’antecedente occulto è conoscenza completa quando lo si confronti con il pensiero discorsivo: questo è organizzato secondo un limitato modello visivo.

Infatti colui che si arresta alla dialettica, non può non definire, cioè mettere limiti visibili; oppure descrivere, cioè tracciare, una linea d’attorno. Vale a dire che ogni spiegazione, nel suo venir esplicata, si avvale della “chiarezza” e “precisione” che sono elaborati interiori del regno del visibile.

Sto dicendo che, quando mi spiego, fatalmente volgo verso l’astrazione, perché la visione è il senso più astratto, tant’è che, nel mondo, è il senso del tatto a rassicurarmi circa la realtà della visione.

Il pellegrinaggio verso il carattere discorsivo si organizza quando ci si stacca dal tatto e dall’odorato per attenersi, quasi soltanto, all’udito e alla vista e poi con lento processo, a partire dall’uso dell’alfabeto, soltanto alla vista.

Mentre che per l’Ebreo antico il conoscere è sostanzialmente un udire, già nei Greci prende il carattere del vedere.

L’introduzione della stampa accrebbe il primato della visibilità: prima di essa i libri parlavano, le frasi esprimevano, le parole indicavano…poi si penserà ai libri come contenenti di un contenuto di frasi, contenenti parole, contenenti idee, contenenti verità.

Con la stampa il conoscere è sempre meno trasmissione auditiva un mondo di diagrammi silenziosi.

Così primeggiano parole come “struttura e “metodo”: l’attenzione si fissa sui passi da compiere per giungere all’efficacia e sul metodo in se stesso invece che sui passi che si compiono pensando un metodo.

Vengono scisse due discipline prima sempre unite: la dialettica che presenta e la rettorica che orna.

Già l’università aveva ridotto a monologo il dialogo, poi la stampa il monologo a visione. Anche la rapidità dei processi mentali viene accelerata, onde si scorre un testo invece di leggerlo e, per forza di cose la logica diviene topologica, ossia basata su luoghi comuni.

Le scienze sono sempre più di tipo visivo-simbolico: siamo cioè in un cosmo dove la ragione è silenziosa, non dialogica e le comunicazioni tra uomini avvengono senza risuonare.

Manca la base del conoscere completo, cioè auditivo e tattile oltre che visivo.

Suppongo che, per intendere l’occulto, serva riesumare il conoscere pieno, fondato sui sensi, per poi negarlo e negarne la negazione.

Da qui, l’inaudita condizione di restaurare l’audizione, di ascoltare il verbo.

Dice il Rumi: ”Quando il tuo orecchio si affina, diventa un occhio; altrimenti le parole sono irretite e non possono arrivare al cuore”.

Il suono della campana è quello fondamentale che lo yoghin procura di udire (la campana è l’unico strumento che permetta di cogliere l’ipotono), poi la meditazione bada a raccogliere i vari suoni in connessione con le corrispondenti parti del corpo.

Schneider ha indicato la serie di miti secondo i quali ”il creatore stesso non è che un canto, per cui è probabile che la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di rendergli evidenza più concreta. Il creatore è un puro essere acustico: canto o grido creano un mondo di suoni e luci. L’apparizione della “materia” è atto posteriore, spesso considerato un decadimento”.

Nella Brihandarayaka Upanishad, per quanto mi ricordi, si parla che al principio il sacrificio fu sonoro e vibrando, creò i suoni, cioè i nomi delle cose, poi pietrificati in visibilità.

La “natura” è incanto: se si penetra la sua essenza la si ode e si risponde al creatore con i suoi stessi suoni, col disincanto.

Il Verbo è designato come tuono, stella canora, aurora risonante, canto di luce.

Il suono del Verbo è il suo corpo, il senso del Verbo la sua luce; nella tradizione vedica viene detto che il Verbo s’è diffuso nel creato, ogni tono musicale risponde ad una figura astrale, ad un momento dell’anno, ad una parte del corpo.

Chuang Tze (Na hoa cenn king, 12C): “E’ l’azione del Principio che risuona nei metalli e nelle silici sonore. E’ anche nel cozzo che li fa suonare. Senza di essa niente sarebbe…”.

Il pitagorismo negli inizi della civiltà occidentale determina con precisione la natura acustica della realtà ponendo un rapporto esatto fra suono qualitativo (nota della scala) e determinazione quantitativa (lunghezza della corda, ampiezza delle vibrazioni): i rapporti fra le note erano numericamente definibili e nel contempo udibili.

Così ad ogni suono che risuoni si riproduce in modello minimo la creazione dell’universo e ogni atto di attenta audizione consente di vedere l’armonia cosmica.

Questo “vedere udendo”, è un paradosso mistico su cui insisterà soprattutto Filone d’Alessandria (paradosso che è sperimentalmente verificabile).

Insomma: l’orecchio coglie la qualità degli oggetti che poi l’occhio può misurare in ragione reciproca.

Come Schneider insegna a rileggere gli inni al santo a cui è dedicato il chiostro nei capitelli catalani, Kaiser decifra gli inni dei templi di Paestum: mettendo in rapporto altezze, larghezze e profondità dei vari elementi, ne ricava le note di inni, maschi o femminei a seconda della destinazione e del culto.

Filone (De Somniis, I, 253) attesta che le steli antiche erano iscritte di parole-suoni che cantavano “le virtù del reale”.

Per finire, con prudenza accenno che, qualora si immaginino le sintesi delle attività creatrici dispiegate da Steiner per spiegare l’evoluzione dell’uomo e del mondo a partire dal non-tempo e dal non-spazio, tali non facili concentrazioni meditative danno allo sperimentatore la capacità di cogliere in sonorità diverse le tappe della creazione. Anche in questo caso l’udire è un gradino superiore dell’ascesi.

SPINE

marrons fruit

🔴

La vita non inizia quando tutti i problemi sono risolti, quando si è in pace col mondo e con se stessi, traguardo sempre troppo posposto, quando tutte le tessere del puzzle sono al loro posto. Vivere è sperimentarsi e avventurarsi nell’ ignoto che ti fa più paura, mollare gli ormeggi che ti ancorano saldamente al suolo, per accorgersi che questo suolo non lo si è mai toccato realmente. Piccole sortite per tacitare la coscienza che urla, finché il dolore arriva a strapparti dall’immobilità e dalle false certezze.

La verità è che il dolore ci fa paura, per presunta incapacità di affrontarlo e vincerlo, per timore del cambiamento, per diseducazione sociale o pseudoreligiosa. Questa società aborrisce il dolore, in funzione di una sola polarità che ci rende distonici e nevrotici, magnificando il benessere ad ogni costo, la bellezza esteriore perenne, la giovinezza eterna che sa tanto d’infantilismo. Continuamente privati e provati dalla costante, affannosa e illusoria ricerca di una felicità spicciola e superficiale che sempre ci sfugge di mano.

Ma il dolore è medicina per le piaghe che continuamente suppurano, non viste nè ascoltate. Il dolore è farmaco potente che ci ricollega al senso di questo nostro calcare la terra, a quell’ umanità reale che ci alberga dentro e preme per essere ascoltata. E’ la fragilità che spezza gli schemi di pensiero e le illusioni su ciò che non siamo; rimette in moto meccanismi inceppati che ci vorrebbero sempre più asserviti a destini non più umani. Il rifiuto nevrotico di un lato della nostra esperienza terrena non fa che ingigantire i problemi, renderci deboli e incapaci di agire concretamente per risolvere le sfide che la quotidianità e il nostro percorso individuale ci pongono.

Confrontarsi con la ferita originaria, con l’impotenza e il senso di colpa e indegnità, apre il varco a nuove energie che hanno bisogno di essere continuamente sollecitate e rielaborate a livelli diversi affinché divengano attitudini alla vita. Permettersi la fragilità, scendere nel proprio inferno per illuminarlo e trarne nuovi stimoli a continuare il percorso. Lasciarsi attraversare volutamente da disarmonie che chiedono nuove partiture, difficile ma anche foriero di importanti capovolgimenti. Fino a scoprire che la libertà non attende premi o punizioni, non idolatra falsi padri e madri; la libertà sa, con ogni fibra, che è sempre necessario scegliere e che ogni scelta comporta conseguenze alle quali non ha intenzione di sottrarsi. E così, man mano si accresce e diventa sempre più in grado di comprendere, discernere e agire le scelte più giuste, sulla strada verso la nuova umanità che siamo chiamati a costruire.

AUTODISCIPLINA

501px-Dhamma_Cakra_red_svg

Qui di seguito voglio proporvi questo scritto di Franco Giovi apparso su l’Archetipo dell’ottobre 2005; una vera manna per i testoni tendenti all’indisciplinatezza come il sottoscritto, ma credo possa essere di una qualche utilità anche per chi testone ed indisciplinato non è.

L’articolo (che in originale potete trovare qui: www.larchetipo.com/2005/ott05/esercizi.htm ) si sviluppa in 8 punti, che proporrò  accompagnati da quelli che sono da considerare come semplici appunti personali (in blu, sotto ogni punto) con i quali cerco di esporre a me stesso con altre parole il contenuto dei punti medesimi, che di loro non necesitano invero di commento alcuno (insomma, la parte scritta da me potete tranquillamente saltarla a piè pari; quello che conta veramente è ciò che l’Autore ha esposto).

Non indulgere a bassa dottrina, non vivere senza vigilanza.
Non indulgere a falsa opinione, non compiacerti del mondo.
Non eccitarti, non inebriarti, vivi secondo profittevole Disciplina.
Chi vive secondo Disciplina vive gioiosamente in questo e nell’altro mondo.

Dhammapada (Detti del Buddha)

La disciplina è una necessità chiesta all’uomo dalla vita stessa.
Non v’è tappa del suo tirocinio terreno che non sia scandita da regole a cui egli deve conformarsi: dalla scuola all’azienda, dalla famiglia alla società. L’uomo, sia esso di temperamento anarchico o borghese, si adegua di fatto alla disciplina imposta. I dolori inizierebbero se e quando gli venisse prospettata la possibilità dell’autodisciplina da imporre a se stesso prendendo le mosse dall’unico punto di indubitata certezza a cui costantemente si appella anche quando ignora il suo appellarsi: il proprio soggetto.
L’azione voluta dall’Io, perciò autodisciplinata, è il primo grado superiore di pratica della Libertà. È sperimentabile che nell’uomo ordinario questa possibilità risulti ignota o incomprensibile. Egli sovente trae persino un oscuro vanto (tamas) della propria incapacità ed ignoranza: «Sono fatto cosí e nulla può cambiarmi!».

Anche le grandi religioni non amano affatto l’idea, per esse pericolosa o blasfema, di autodisciplina: appare come esempio sintomatico che nei poderosi volumi dell’Enciclopedia Cattolica tale voce sia assente, mentre è rintracciabile la “disciplina” nell’unica accezione di una sorta di flagello usato un tempo per vigorose penitenze corporali.

Le individualità sane tra gli indagatori dell’occulto sanno con chiarezza che le regole della ricerca implicano l’elaborazione della vita interiore e che questa non si produce da sé ma si attua attraverso la prolungata ripetizione di ferree discipline, produttive di forze autonome dalla potenza degli istinti, che mantengono l’uomo vincolato ad una sfera di sofferta cattività del tutto opposta alla Luce che è sempre sul punto d’affiorare nell’autocoscienza.

Poiché le definizioni lapidarie sono spesso di scarsa sostanza per il cuore umano, vorremmo riflettere un poco sui caratteri o qualità (certamente non esaustivi) dell’uomo disciplinato, sperando che alla fine rimanga un senso, un’impressione, la cui natura possa venir riconosciuta dall’anima.

La disciplina (si parla di disciplina col sotteso significato di autodisciplina) è un requisito chiave in ogni aspetto della ricerca e della trasformazione interiore, e al contempo è in se stessa un beneficio primario derivato dalla pratica degli esercizi. Abbiamo tutti bisogno di disciplina; riconosciamo in molti la sua importanza. Alcuni sono anche in grado di trarre da essa una speciale gioia, e bisogna enfatizzare il fatto che, senza una minima disciplina, anche il piú profondo e sacro testo della Sapienza resterebbe solo un libro tra i tanti.

Ecco alcuni caratteri distintivi di un individuo disciplinato:

1. Un individuo disciplinato impara ad orientarsi verso gli obiettivi che si è posto. Egli sa quello che vuole ed il pensiero è in accordo con la volontà, costantemente consapevole dell’obiettivo. Una persona disciplinata forma pensieri chiari in merito al modo di giungere alle sue mete, o quantomeno all’impegno per raggiungerle, e anche se i metodi le sono stati forniti da altri, li utilizzerà senza pregiudizi, almeno sino a quando questi le appariranno comprensibili, controllabili e sensati.

La distanza che intercorre tra il momento della designazione di un obiettivo ed il suo raggiungimento può essere coperta in maniere differenti. Differenti percorsi per raggiungere il medesimo obiettivo possono incidere sensibilmente sull’efficacia del raggiungimento stesso. Sapere esattamente, prima della partenza, dove si trova l’obiettivo e qual’è la strada migliore per raggiungerlo garantisce maggiori possibilità di riuscita, affina il senso dell’orientamento e aiuta a far tesoro delle esperienze fatte lungo la strada, ivi comprese quelle apparentemente erronee o negative. E’ un’arte che si può imparare ed allenare. Indipendentemente da quale sia la meta o l’obiettivo che ci si è posti non sempre è scontato che essi siano ben chiari e delineati nella nostra coscienza. Ad un obiettivo stabilito in condizioni di coscienza non adeguate conseguirà una tensione ed una efficacia esecutiva non adeguata. Un arciere bendato che abbia preparato il tiro con la dovuta attenzione e concentrazione avrà molte più probabilità di colpire il centro del bersaglio rispetto all’arciere non bendato e con dodici decimi di vista che abbia sistemato bersaglio e pensieri in maniera approssimativa. Una perfetta preparazione rischia di venir inficiata da cadute di attenzione e consapevolezza, che bisogna pertanto allenarsi a mantenere e ravvivare qualora se ne percepisca il venir meno, giacché la disattenzione è causa di disgrazia. Anche il percepire di tale venir meno può essere allenato, rafforzato e sviluppato. Non meno importante è la chiara definizione ed il chiaro portare a coscienza dell’entità dello sforzo richiesto per arrivare alla meta nonché degli strumenti e dei mezzi necessari e/o disponibili. Non sempre si può disporre in maniera immediata dei suddetti mezzi (specie se si è di fronte ad obiettivi che si sono in qualche modo posti da sé, senza volontà iniziale, almeno in apparenza, del soggetto) ed in tal caso potrebbe essere necessario affidarsi a metodi altrui, da utilizzarsi in maniera spregiudicata permettendo al contempo lo sviluppo graduale di metodi e mezzi propri; gli uni e gli altri da utilizzarsi in alternativa o concomitanza, in dinamica correlazione e fintanto risultino validi e coerenti all’atto pratico.

2. Una persona disciplinata è sempre disposta ad impegnarsi. In parole semplici, non si può raggiungere niente senza lo sforzo necessario a raggiungerlo. E mentre la stragrande maggioranza degli studiosi pratica un sentiero spirituale a parole, ama fare programmi ed è incessantemente “proprio sul punto di cominciare ad impegnarsi seriamente”, l’individuo disciplinato viene spinto dalla disciplina che lo distingue, a muovere realmente, per cosí dire, un piede dopo l’altro e a fare veramente quelle cose di cui gli altri seguitano a parlare.

Stella solitaria nella notte buia e appoggio dove appoggio non c’è; vento calmo nella tempesta e onda virile che scuote la bonaccia…la disciplina è un amico silenzioso, di quelli con i quali ci si intende con uno sguardo, in un dinamico equilibrio autoalimentantesi e traente sempre nuova forza da sé stesso. Come l’amicizia anche la disciplina va coltivata con dedizione, costanza ed adeguata disposizione d’animo.  La disciplina è l’amico scomodo, quello che dice le cose in faccia dando modo di vederle così come sono, nella loro vera sostanza permettendo una adulta, libera e responsabile attitudine a fronte delle varie situazioni della vita.

La disciplina è come l’acqua calda, occorre riscaldarla costantemente o si raffredda.

3. Una persona disciplinata produce energia. Non essendo né pigro né evasivo, l’individuo disciplinato possiede il potere d’iniziativa. Spesso è in grado di praticare il piú strenuo lavoro spirituale anche in solitudine, senza sollecitazioni o suggestioni di amici o di figure carismatiche, poiché impara a trarre forze dal proprio essere. Egli irradia una serena vitalità e mai lo si sentirà lamentarsi di essere troppo stanco per fare ciò che è necessario fare.

La disciplina è dinamica. Coltivata con energia ne produce altrettanta ed oltre, ammantandosi della forza gentile scaturente dal suo stesso movimento. L’individuo che la coltiva sa che a fronte di ogni apparente impedimento può sempre attingere ad una risorsa più reale e concreta, e quindi vincente, rispetto ad esso; cio comporta libertà e conseguente responsabilità. L’individuo disciplinato sa che il lamentarsi dissipa energia e impara man mano a rapportarsi in maniera adeguata con tale attitudine. La forza conseguente alla disciplina ha come portato anche un equilibrato rapporto con l’altro, essendo costitutiva di spazi vitali e operativi autonomi affinanti le individuali capacità autopercettive riguardo al proprio essere e divenire, permettendo così anche un fattivo operare non dipendente dalla presenza di amici e/o figure carismatiche.

4. Una persona disciplinata agisce con vero coraggio. Il coraggio per essa diviene l’abitudine ad agire nonostante i brutti ostacoli che si trovano sul cammino; nonostante i piú neri ed ingannevoli suggerimenti travestiti da pensieri che vengono sussurrati dall’invisibile alla coscienza; è la volontà di andare avanti quando il mondo si disumanizza e si pietrifica. Il coraggio è una necessità pratica della vita: nell’avversione e nella collera del mondo circostante, nella stanzetta dove si medita sempre avvinghiati al proprio peggiore nemico.

Dovremmo ricordare.
Spesso dimentichiamo.

La soddisfatta sorpresa provata allorché affrontammo con insospettato coraggio situazioni difficili, disperate ed inattese diventa un tesoro perduto negli anfratti del tempo se non viene seminata nell’anima in maniera appropriata e coltivata con silenzio, calore, pazienza e trasparente attesa permettendo così il germogliare del coraggio. Nutrito dal ricordo esercitato con costante, tranquilla e ferma volontà il coraggio può trasformarsi in solida e rigogliosa pianta. Quanto in tale maniera coltivato permette di autoeducarsi a far fronte alle difficoltà generosamente elargite dalla Vita, e se il ricordo non giace abbandonato in polverose soffitte s’offre come importante strumento per mantenere la rotta durante le tempeste dando modo di trarre preziose lezioni riguardo al soffiare dei venti, al mutare di correnti e maree, all’affiorare degli scogli…nonché al canto delle sirene.

Il coraggio non consiste nel non aver paura.
Nel non farsi avere dalla paura è il coraggio.

5. Una persona disciplinata non si arrende. L’individuo comune è grande nel fare progetti, e talvolta anche nell’incominciarli. Ma dopo un iniziale scoppio d’entusiasmo, rallenta, si autogiustifica e lascia perdere. È una triste considerazione che una vasta maggioranza di ricercatori non giunge alla disciplina per soddisfare le esigenze conformi a raggiungere gli obiettivi a cui anelava. Una persona capace di disciplina è spesso la personificazione del detto: “Chi si arrende non vince mai e il vincitore non si arrende mai”.

Quando non siano supportati dalla disciplina i progetti, anche i più alti e nobili, sono deputati a sciogliersi come neve al sole delle inevitabili difficoltà realizzative; spesso ancora prima di prendere il via. Paura, stanchezza e improrogabili impegni rischiano di fare il paio con vari, veri o presunti malanni e impedimenti nel dar forma e vita al quella poltiglia paludosa che risucchia e trattiene l’individuo impedendogli di andare oltre. Con buona pace dei grandi progetti e dei nobili intenti. La disciplina non contempla la resa; contempla solo la disciplina. Mandalicamente creantesi, distruggentesi e ricreantesi ogni volta ed una volta raggiunta l’identità con sé stessa, essa insegna a riconoscere le sabbie mobili quando ancora sono in formazione, dando modo all’individuo di fronteggiarle al meglio e di porsi in maniera adeguata di fronte ai portati di tale fronteggiamento.
Per proseguire.
Oltre.
E oltre ancora.

6. Una persona disciplinata è realista. Vivendo con i piedi ben piantati sulla terra, sperimentando reali fatiche e difficoltà, non è interessata affatto a conquistare irreali castelli di fantasia. Essa è disponibile ad impegnarsi, con sé e con gli altri, per ottenere risultati concreti, sperimentabili; perciò evita con cura il fanatismo e l’astrazione. Può osservare con ammirazione il lavoro di uno spazzino in strada ed essere disgustata nel dover ascoltare un frivolo cicaleccio sul significato filosofico dell’Iniziazione.

7. Una persona disciplinata è in grado di superare delusioni e scoramenti. Tutti pensiamo che il nostro dolore sia il peggiore che esista; ma una persona disciplinata accetta la propria umanità e anche se sente di poter fare grandi cose, sa che sconfitte, dolori, fallimenti e delusioni sono parte della vita. Le persone senza disciplina sembrano sfaldarsi quando le cose vanno male. Ma la vera disciplina significa molto di piú del restare fedeli ai propri ideali quando le cose vanno per il verso giusto: tutti sono in grado di rimanere in piedi se il terreno è solido. Chi incarna la disciplina rimane dedito alla sua opera anche davanti alla morte.

La disciplina è formativa. Agisce come forza esterna alla formazione dell’individuo che la persegue e la accoglie lasciando, per il fatto stesso di essere perseguita ed accolta, ampio spazio e accordo alla partecipazione ed alla libertà dell’individuo che diviene quindi al contempo formato e formatore, contenuto e contenitore, creato e creatore.

Nasce così l’individuo sicuro.
Cresce così l’individuo umile.
Prospera così l’individuo realista.

Conscio per sperimentazione diretta della reale essenza positiva e aiutatrice degli ostacoli che ogni nuovo giorno la vita gli pone dinnanzi, l’individuo che persegue la disciplina si pone di fronte ad essi in maniera appropriata, educandosi ad avanzare con passo costante senza inebriarsi nelle vittorie né avvilirsi nelle sconfitte, tanto nelle piccole battaglie quanto nelle grandi guerre e financo dinanzi alla prova suprema. Castelli in aria, fantasticherie, aspettative e sogni di gloria stanno bene al loro posto, ma sono zavorra inutile nelle tasche e nella bisaccia. L’individuo disciplinato lo sa; non si aspetta nulla dalla disciplina, né tantomeno si reputa migliore di alcuno, rendendosi così aperto al proficuo e libero incontro con l’altro.

8. Un individuo disciplinato dà forma all’anima. Egli, non ponendo limiti di tempo al suo essere disciplinato, costruisce stabili qualità interiori completamente diverse dai moti capricciosi dell’anima sollecitati dal decorso degli avvenimenti. La forza della disciplina si configura in saldezza, dedizione e illimitata pazienza. Questi sentimenti sono soltanto allusi dai nomi usati per indicarli: vengono sperimentati come parti di un organismo che si forma nell’interiorità dell’anima stessa: un organismo dotato di proprie forze e di capacità conoscitive.

Pur partendo dal ed agendo sul palcoscenico fisico sensibile l’individuo disciplinato si trova man mano a costruire un qualcosa di sempre meno dipendente da esso, dando così modo di nascere in un terreno di coltura a-spaziotemporale ad un “quid animico” in grado di crescere e svilupparsi in maniera indipendente e alt(e)ra rispetto a quanto, seppur sostanzialmente affine, risulta essere passivamente soggetto a forze esterne (che spesso si illude invece di controllare). Perseverando nella disciplina tale “quid animico” si rafforza ed aumenta in presenza, consapevolezza e destità; lungi dall’essere mezzo e via di fuga/(c)astrazione rispetto al fisico-sensibile, quanto va così (tras)formandosi può agire con sempre maggior presenza, fermezza e padronanza rispetto a quanto su tale palcoscenico va in scena.

Siamo riusciti a suscitare una impressione, seppure minima, del carattere della disciplina? Un gesto, un passo trasformatore sul sentiero della Luce e della Vita interiore sarà perlopiú impossibile, a meno che non si abbia la disciplina per perseverare con generosità, contemporaneamente accettando se stessi e facendo il massimo per superare se stessi, senza tener conto di quanto questo diventi difficile. Il lato positivo di ciò è che, quando si coltiva la disciplina, subentra un effetto valanga; il tempo non passa inutilmente: l’uomo comune, smarrito e passivo, non potrebbe nemmeno immaginare quanta forza e capacità possieda una persona disciplinata.

Nel mondo, gli uomini si dividono in due grandissimi gruppi: maestri e discepoli. Questo è un segreto che i piú ignorano ma che gli studiosi dell’Occulto possono intuire. Chi non conosce questo segreto sta ancora dormendo. Non sono gruppi distinti: ogni uomo che vive sulla terra è, per destino, maestro di qualcuno e discepolo di altri. L’esoterista porta lentamente queste misteriose tessiture a consapevolezza, e allora inizia, con l’autodisciplina, a soddisfare le elevate esigenze che il rispetto e l’amore per il prossimo impongono a chi si avvede delle responsabilità connesse con la trama karmica dell’educazione umana. Egli inoltre suscita o riaccende una consapevole potenza di devozione: condizione preliminare necessaria a ciò che l’Insegnamento chiede per essere il vivente veicolo dello Spirito.

Franco Giovi

AURORA CHE PIETRE ERRANTI DISSOLVE

AURORA

MORTI NEL GELIDO LAMENTO

STANNO AMMASSATI

E REPLICANO –INUMANI- IL DISPREZZO CHE LI MOSSE.

 

VISSERO NELLA SUPERBIA DEL SANGUE E DELLA CARNE

E OLTREPASSATA LA SOGLIA DELLA MORTE

NON EBBERO ALTRA EVIDENZA DA POTER SEGUIRE.

 

ASSORTI NELL’UNICO PENSIERO CHE EBBERO LE CARNI DI CUI FURONO SCHIAVI :

IMMERSI NEL MALEDIRE

OSSERVANO DISTANTI L’AGIRE DEI VIVENTI.

 

LE LORO TOMBE SONO ALTARI DI IMPASSIBILE FURORE

MASSE DI GELO E DI VERGOGNA ISPESSISCONO I LAMENTI

NEL SEMPRE PIU’ DISUMANO GIUDICARE.

 

MORTI SOLO A META’ POICHE’ VISSERO D’ABISSO

ORA NULLA LI PUO’ SCALDARE AL DI FUORI DELLA FOLGORE SUPREMA.

UNO SGUARDO LAMPEGGIANTE CHE LI ESPONGA AL GIUDIZIO DEI CELESTI.

 

NON POSSONO MORIRE POICHE’ VISSERO A META’

NEL SANGUE DELLA CARNE ADORATA COME SE FOSSE IL DIO.

NELLE PROFONDITA’ DEL GELO CHE TUTTO RESPINGE E ODIA.

 

L’ENTE DEL NEGARE ASSORBE OGNI RESIDUA FORZA

E TUTTO QUANTO SI SPESE QUALE VIGORE UMANO

NACQUE DAL MALEDIRE.

 

ACIDI E SILENZIOSI AMMORBANO DI GELO L’ARIA CHE LI CIRCONDA.

AFFOLLANO UNA TERRA CHE  STRENUAMENTE LI RIFIUTA

MA CHE SANNO DI NON POTER LASCIARE.

 

IL PESO E’ UNA FERITA CHE A LORO PIACQUE INFLIGGERE

E CHE ORA LI TORMENTA POICHE’ NON LI LASCIA LIBERI

E CHE ANZI LI COMPRIME NEL NULLA INAMOVIBILE.

 

FINANCHE LE TRAPIANTATE ROSE REALI : GIACCIONO IMMERSE NEL CALCARE

PREDA DELL’OMBRA IMMENSA E DELL’IMMANE PESO

CHE GLI OCCHI FISICI NON POSSONO VEDERE MA SOLO PRESENTIRE.

 

INFINE UN VIVENTE SGUARDO HA TRAPASSATO IL TUMULO.

HA SCOSSO QUELL’INFINITA RABBIA DEL MORIRE

HA OTTENUTO IL PALPITO DELLA FULGUREA FIAMMA

CHE NELL’IMMATERIALITA’ DISSOLVE E SANA.

 

UN ATTIMO DI FOLGORE HA INCRINATO IL PESO.

HA INTERROTTO IL DRAMMA DELL’INUTILITA’ CALCAREA.

UN PALPITO DI LUCE SI E’ ACCESO SULL’INFERNO

PERMETTENDONE IL DISSOLVERSI.

 

NELLO STUPORE STREMO : UN PALPITO DI MERAVIGLIA HA EGUAGLIATO IL TUONO.

CALORE HA PERCORSO I GELIDI SENTIERI

MENTRE VERITA’ ACCORREVA AD ANNIENTARE ESSENZE MINERALI

DI INAMOVIBILE MENZOGNA.

 

UN FUOCO LONTANISSIMO IMPONE LO STUPORE CHE INNESTA LA MERAVIGLIA.

 

POTENZA DELL’ACCENTRARE NEL SOVRUMANO

SVELLE IL DENSISSIMO COMPRIMERE

E SVELA IL VERO VOLTO DEL PENSARE CHE MAI VENNE NEPPURE CONCEPITO.

E MASSE MINERALI SGRETOLANO AL SUO COSPETTO.

 

TUONO FOLGORE E LAMPO INDICANO LE VIE DEL CUORE

CHE MAI EBBERO RICOMPENSA

MA CHE SONO L’UNICA MEDICINA NEL TEMPO ESTREMO DEL GIUDIZIO.

DINANZI ALL’ESSENZA VERA DEL REALE.

 

VERA FISIONOMIA DEL SOVRAMENTALE RESPIRO NEL SOLE ETERICO

LUNGO I SENTIERI DELL’IDEA CHE GIUNGE A CONTEMPLARE LA PROPRIA FORMA.

ATTRAVERSO UN VOLERE CHE NELL’IMMATERIALE PROTENDERE : CONSACRA.

E ARDE.

 

UNA SPERANZA INCRINA QUELLE OCCULTE PIETRE CHE BRAMARONO GLI ABISSI.

UNA LIEVITA’ ILLUMINA IL PESARE E LO TRAPASSA.

INTOCCABILE E INVINCIBILE  INDICA IL CALORE.

INDICA LE ALTEZZE.

 

IMPONE GLI ORIZZONTI CHE  -SACRI-  ORA RITORNANO VISIBILI.

 

ATTRAVERSO GLI INFINITI GRADI DI UNA LUCE CHE E’ IL SOLO FONDAMENTO.

 

ALL’UOMO AFFIDATA ED AL SUO ATTO DI ACUME.

CHE E’ ATTO DI FEDELTA’ IN IDEA.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

http://fuocoimmateriale.blogspot.com/

http://folgoperis.blogspot.com/

http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/

http://fuocoimmateriale.blogspot.it/2009/0…lf-steiner.html

SCOPI

 Hephæstus

Tra chi realizza pienamente quello che aveva concepito e chi non ha potuto realizzare nulla di ogni cosa, vi è di sicuro una gradazione quasi infinita di valori intermedi.

E’ una scala assai complessa poiché, oltre alla differenza tra i gradi di conseguimento dell’ideale che si voleva raggiungere, viene ad aggiungersi la differenza fra le qualità diverse dell’ideale medesimo.

Vediamo un po’: vi sono ambiziosi che mirano ad interessi materiali, sentimentali o intellettuali personali.

Altri che si propongono scopi più generali, più elevati e che possiedono l’impeto di scavalcare, a momenti, sé stessi.

Altri che, per così dire, sentono da millenni il canto delle stelle e vogliono scalare le cime che conducono agli splendori della Verità, della Coscienza e della Pace, quelli oltre ogni tempo.

E’ facile capire che la forza immessa negli sforzi e nelle rinunce  deve essere proporzionale all’ampiezza e all’elevazione dello scopo che ci si è proposti.

In ogni grado, dal più modesto al più trascendente, è raro trovare la quantità e l’equilibrio tra la somma di sforzi individuali, la forza di sacrificio di cui dispone chi si è proposto una meta e la somma delle rinunce di ogni genere e di ogni ordine che tale scopo esige.

Nei momenti in cui la costituzione complessiva di un essere umano permette la coerenza di ognuno di tali elementi è possibile il trascendimento di sé oltre il vincolo terreno.

Per questo servono le discipline. Che debbano essere molte o poche è destino individuale.

Il significato della “disciplina”, il suo significato originale, è quello di essere un discepolo.

Seguire la disciplina ed essere discepolo sono un tutto unico, come ossigeno e idrogeno sono una cosa sola quando vediamo l’acqua.

I tempi sono mutati, il maestro esteriore appartiene ad un momento precedente, ma rimane il fatto che il discepolo è uno che impara, che è pronto ad imparare da un maestro.

Dunque il primo requisito di un allievo, di uno che impara, è quello di obbedire. L’obbedienza è l’inizio e la base della disciplina.

Dei tempi antichi sappiamo qualcosa dei modi in cui si esigevano le dimostrazioni della disciplina dell’obbedienza da parte del discepolo. Poi la Conoscenza era un quid vivente che passava dalla coscienza del maestro in quella del discepolo.

Nel mondo dello Spirito ciò non è cambiato. Un giorno di decenni orsono un Iniziato che avrebbe abbandonato il corpo fisico dopo pochi mesi, mi disse forse con una punta d’amarezza ma con il tono neutro dell’obbiettività: “ Non c’è nessuno a cui possa trasmettere….”.

Un tempo fu necessario per il discepolo che la Trasmissione avvenisse in condizioni di animo del tutto passivo e ricettivo, frutto di obbedienza assoluta. Questo era il procedimento universalmente accettato. Molte cause hanno prodotto nell’uomo un maggiore senso di sé ed un forte sentimento di libertà che non consentono più una condizione di quel genere.

Ma, in ultima analisi, la dedizione, l’abnegazione verso il maestro, liberatesi dal maestro, sono riapparse dentro al discepolo, si sono incarnate in lui. Sono regole a cui egli accetta di obbedire.

Però ci sono regole e regole. Dipendono dallo scopo che ci si prefigge: se esso è ristretto, superficiale, le regole sono dello stesso calibro e per quanto efficaci in campi definiti, hanno (avranno) un effetto limitativo, persino debilitante sulla coscienza dell’individuo.

Se la disciplina significa obbedire, dovrebbe essere obbedienza ad una legge ampia ed elevata. La disciplina perfetta verrà soltanto dall’obbedienza alla legge più elevata. Il cuore della disciplina è quindi lo sforzo di superare sé stessi.

Invece di un sé inferiore che immancabilmente segue le leggi della natura inferiore, ciò che occorre è elevarsi ad un livello superiore di coscienza e alle sublimi leggi dell’Essere.

“Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo”.

Tanti hanno letto queste parole, pochi hanno avuto il rispetto e la devozione e la disciplina necessaria per condurre il proprio cuore “nelle profondità della venerazione e della devozione”.

Semplificando al massimo: si fa perché si ama. Si fa tutto per amore. Ma questo termine è così frainteso che è come se non avessi detto nulla.

LIBERTA' INDIVIDUALE E FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA'

Cari amici,

se non vi dispiace vado subito al nocciolo di queste righe con una domanda forse ingenua oppure meno ingenua di quel che appare: “Perché nel movimento antroposofico (collettivo e individuale) c’è tanta paura nei confronti della Filosofia della Libertà?”.

Ho usato il termine “paura” e così troverò tantissimi scudi alzati. Avrei dovuto o potuto scrivere indifferenza, scarso interesse, rimozione, ecc. ma poiché credo assai poco al candore personale in chi segue da decenni la Scienza dello Spirito, non farei un buon servizio se usassi una fumosa diplomazia per evitare una parola indicante una nota animica fondamentale che, quando ascende e si fa discorso, in attimi come il geniale Fregoli, si traveste d’altro, persino nascondendosi in panni di elegante fattura bene imbottiti di sacrificio, moralità e volontà (desiderio) di azioni eroiche.

Anche e soprattutto di amore si parla e si straparla, come se questa elevatissima virtù – reale presenza dello Spirito nel mondo e potenza trasformatrice di ogni realtà – potesse venir accesa (o spenta) al pari delle lampadine, con un “clic” sull’interruttore. Come se la personalità corrente, che è qualcosa di più di un incidente di percorso ma non molto, non fosse consanguinea della stessa Forza che divise l’uomo dal mondo universale attraverso ciò che nell’anima si esprime come impulso d’odio e separatezza. Persino l’io in quanto intuibile e sperimentabile al centro della coscienza ordinaria, viene avvertito nelle individualità più deste e sensibili, come se attraversasse una sorta di “ossificazione” che pochi decenni fa ancora non esisteva.

Non coltivo il pessimismo ma vorrei soltanto che i lettori ed i ricercatori tenessero i piedi ben ancorati al suolo, ossia alla realtà che purtroppo è spesso meno carina delle rappresentazioni che gemmano dall’impulso spiritualista. Essa, la realtà, però educa l’uomo al pensiero corretto: è il sano contrappeso alla fantasia, quella che di “morale” non ha proprio nulla poiché nasce nel servaggio dell’anima dominata dal corpo ossia dalla animalità che giunge sino ad ingombrare e drogare la coscienza: fantasia che quando si agita nel pescivendolo o nell’antroposofo ha la medesima dinamica.

In realtà, quello che si evita non è un “libro” ma l’assunto della Scienza, che ha per fondamento l’osservazione pensante rivolta ad un fenomeno, il più possibile indipendente dalle condizioni esistenziali ed animiche dell’osservatore.

La Filosofia della Libertà risponde a questi requisiti, ponendo solamente come fenomeno da osservare il pensare stesso. Compreso questo, comprendiamo subito dopo che l’osservazione del pensare non è una condizione ordinaria.

Abbiamo un illustre esempio. Quando il libro fu stampato, Steiner mandò una copia a Eduard von Hartmann, il grande filosofo dell’Inconscio (oggi quasi dimenticato) che in una conferenza di molti anni dopo, il Dottore definì come “l’uomo più intelligente del XIX secolo”. E, infatti von Hartmann, oltre a tante annotazioni a margine, marcò laconicamente la cosa con una sola parola: “impossibile”.

In questa parola sta tutta la chiave per capire la Caporetto generale, non dell’antroposofia in sé ma dell’averla abbandonata come scienza, preferendo estrarre da essa una mistica che, in essa, non c’è mai stata.

“Nella mia concezione, l’essere umano si apre e porta in sé a oggettiva manifestazione il mondo spirituale esterno; mentre il mistico intensifica la propria vita interiore, cancellando così il vero aspetto dell’elemento spirituale oggettivo” (la corsivizzazione delle parole, equivalente alla sottolineatura, è mia).

Ed è proprio questo che si è fatto e si sta facendo anche ora, energizzando anche indirettamente caratteri e atteggiamenti dell’anima che ribaltata com’è esigerebbe un “ribaltamento delle luci” per stare almeno diritta come si conviene, con la terra sotto ed il cielo sopra.

L’anima personalizzata a misura propria, cioè della propria natura consueta, non esce (e mai uscirà) dalla ruota dell’imperduranza e dell’impotenza: capace soltanto di creare scenari spirituali del tutto soggettivi per un solipsistico uso e consumo. Da ciò risulta consequenziale l’ottuso scontro, la rissosità, l’avversione cieca di cui fanno continua mostra i dinamici campioncini dell’amore fraterno ed i piazzisti del cammino spirituale.

Rudolf Steiner, sedici anni dopo la prima pubblicazione della Filosofia della Libertà (e altre otto opere), nel più ampio testo da lui scritto sull’uomo e il suo divenire cosmico, La Scienza Occulta, dedica una speciale parentesi a quanto può essere ritrovato nel suo libro precedente, nel quale converge il risultato “a cui il pensiero umano può giungere, quando invece di abbandonarsi alle impressioni del mondo esteriore fisico-sensibile, esso si concentra soltanto in se stesso” (qui il corsivo è dell’Autore) e continua osservando che il pensiero puro, come entità vivente giunga alla conoscenza del mondo, della vita e dell’uomo. Indicando questa via come più sicura e più esatta.

Circa nel 1922, rispondendo ad una domanda che presumibilmente riguardava il destino della sua vasta opera, il Dottore rispose che sarebbe rimasta “solo La Filosofia della Libertà” e che in essa “era contenuta tutta l’antroposofia”.

Risposta che non può non essere intesa se non “sub specie interioritatis”, essendo il libro fatto di carta e non di leghe iperuraniche. E forse non è isolata follia quanto apparve scritto e firmato sul Das Goetheanum nel gennaio 1992, in occasione dell’uscita in lingua tedesca di un libro di Massimo Scaligero in cui si garantiva la connessione eterica del suddetto libro con il chef d’oeuvre di Steiner (evidentemente ignorando i non compos mentis italici contrari a Scaligero, da essi non compreso ma nemmeno letto: contraddizione grottesca e senza scusanti).

Per non dilungarmi troppo concludo questo excursus, ricordando ancora una severa conferenza di Steiner, tenuta all’inizio del 1923 che, forse dà una parziale risposta alla domanda, canagliescamente retorica, che ho posto nelle prime righe.

Molte cose non andavano bene nella Società Antroposofica, tra beghe, discussioni, scarsa capacità scientifica, compromessi, ecc. che il Dottore denunciò apertamente, come denunciò pure l’estraniamento dei movimenti connessi (ora diremmo “le figlie”) dal nocciolo spirituale dell’antroposofia. Suppongo si sappia com’è andata poi, nonostante l’estremo sacrificio del Maestro!

Ai dirigenti convenuti, Steiner fa osservare che anche nel  diffondere l’antroposofia, sarebbe dovuto subentrare un atteggiamento diverso. “Si tratta di quanto segue. Vorrei rimandare al mio libro La Filosofia della Libertà, pubblicato tre decenni or sono…quando oggi si parla di pensiero, proprio quando se ne parla nelle cerchie più influenti, si collega ad esso il concetto di passività nell’atteggiamento dello spirito umano…di fronte a ciò, nella mia Filosofia della Libertà ho messo in rilievo l’elemento attivo nel pensiero umano, ho messo in rilievo come la volontà penetri nell’elemento del pensiero, come si possa sperimentare la propria attività interiore nel cosiddetto pensiero puro, mostrando al tempo stesso, come da tale puro pensiero sgorghi tutto ciò che può diventare impulso morale nella realtà. Ho quindi cercato di descrivere l’inserimento della volontà nel passivo mondo dei pensieri ed il conseguente risveglio di questo mondo a quanto l’uomo attivamente compie da un punto di vista interiore”. Prosegue indicando in questa esperienza un reale risveglio della coscienza, rispetto ad un precedente stato (ordinario) affine al sonno e oltre. “Si giunge a vedere che il pensiero passivo si comporta nella vita dell’anima proprio come il cadavere di un uomo nel mondo fisico.”

Poi il Dottore comunica un certo tipo d’esperienza che si attua con il pensiero vivificato, ”ossia bisogna giungere al di là di Saturno per trovare il mondo a cui siano applicabili i pensieri viventi, in cui si possa tuttavia trovare ciò che dall’universo agisce creativamente sulla nostra Terra” proseguendo in ulteriori descrizioni cosmiche che si manifestano quali esperienze attraverso il puro elemento della volontà.

“E benché abbia sempre detto che l’ordinaria ragione umana, scevra da pregiudizi, possa ammettere i risultati della Scienza dello Spirito, ho anche sottolineato come per chiunque sia oggi accessibile un tale atteggiamento della coscienza, attraverso il quale poter conseguire direttamente un nuovo pensare ed un nuovo volere, onde sentire di penetrare effettivamente nel mondo di cui narra la Scienza dello Spirito. Sarebbe stato necessario evitare di leggere qualcosa come la mia Filosofia della Libertà con lo stesso atteggiamento con il quale si leggono altre esposizioni filosofiche”.

Davanti a queste parole, pronunciate da uno dei più grandi Iniziati che si sono palesati nella storia umana, il peggiore criterio possibile usato comunemente dall’anima è il cieco ossequio o il totale respingimento. Ciò è persino comprensibile, data la condizione del “umano troppo umano” anche se sarebbe auspicabile che l’individuo avesse il coraggio conoscitivo di lasciar penetrare qualche fastidioso granello di pensiero estraneo e perturbante nel suo oliato meccanismo di spiegazioni e giustificazioni che gli consente di mantenere una ferrea e statica opinione su tutte le cose.

Ma come potrebbe essere possibile accendere nell’anima una condizione di libertà individuale capace di esperire le condizioni che La filosofia della Libertà sembra esigere? Probabilmente esercitando se stessi all’atteggiamento scientifico, necessariamente portato al limite delle sue caratteristiche.

La raccomandazione di Steiner è questa: “…elimino tutte le definizioni mentali conseguite mediante la percezione della mia visione del mondo e trattengo solo quello che appaia all’orizzonte delle mie osservazioni senza che io faccia qualcosa, allora ogni malinteso verrà escluso”.

Qui si indica la morte di tutte le definizioni pensanti raggiunte tramite la conoscenza ossia la condizione zero della coscienza!

Appare chiaro che con ciò va fermato il pensare ulteriore e con esso tutto il più o meno vasto mondo dei nostri pensati e con essi il nostro mondo personale e la brama di essere che sostiene ogni nostra rappresentazione.

La mistica personale, che è sempre ipertrofia di ciò che semplicemente crediamo di essere e valere, va ridotta all’assoluto silenzio.

Quanti sono coloro che accettano di “morire da vivi”? Credo pochi, mentre i molti coltivano subcoscientemente una sorta di orrore per la più che audace azione interiore che, progressivamente, sembra spogliare di tutto l’entità umana, specialmente se arricchita dalla conoscenza esoterica che invece è per lo più fondata su un errore di valutazione evidente: non è esoterico ciò che naviga sul mare della discorsività. Questo non è un assioma mio, ma un fatto. Un fatto irriconosciuto, respinto: ma così è e tale rimane.

Ma cosa ci resta che renda forse possibile una “violenza buona” così radicale? Non di certo il continuo monologo con noi stessi a cui siamo abituati: esso è infinito ma non esce mai dal proprio circuito, equivalendosi in ogni suo punto.

E’ necessario l’esercizio, la disciplina dell’anima capace di interrompere progressivamente tutti gli apriorismi della nostra esistenza: l’atto, non l’elucubrazione.

L’itinerario, le esperienze della Filosofia della Libertà sono sostanzialmente raggiungibili solo quando l’anima possa riconoscerle, ma per riconoscerle, l’Io abbisogna del grado corrispondente all’intuizione – non parola vaga – come definita nella terminologia antroposofica. L’intuizione può affacciarsi là dove il pensare che contiene tutto il sentire e tutto il volere, in quanto rappresentativo, venga consumato: il fine ultimo della Concentrazione quando non venga scambiata con il  pur sano controllo delle rappresentazioni o altra operazione mentale o giochino psichico, essendo propriamente estinzione dell’essere in quanto brama radicale di vita.

Questo è il veridico livello dell’opera, in quanto si cerchi, per questa via, lo Spirito (e le eventuali “carenze” se reiterate quasi giornalmente, appartengono a chi fa il possibile per allontanarsi, assai più di chi fatica per avvicinarsi. Un pochino di logica, no?) .

E’ stata anche data la via delle immagini cosmiche: quella che dovrebbe essere “più facile”, sempre ché si dia un senso nuovo a tale parola. L’avete vista indicata, questa via, su  l’Archetipo, nelle limpide parole del dott. Colazza:”La Scienza dello Spirito, infatti, invece di esporre una dottrina (Pesate bene l’”enormità” di tali parole!)– come avviene in altri campi del sapere umano – suscita immagini vive che sviluppano, di per se stesse, forze di evoluzione e trasformazione. Così, chi riesca a percepire in sé l’operare delle Gerarchie che hanno contribuito e lavorano tutt’ora alla sua formazione umana, risveglia la coscienza di quanto vive nel suo essere, e si congiunge alle superiori forze dello Spirito in una relazione attiva…Chi formi questo quadro d’insieme e lo faccia vivere in sé, sviluppa forze viventi e muove un passo verso l’Illuminazione della coscienza…”.

Però anche in questo caso l’anima dovrebbe avere un eccezionale portato karmico o una completa disciplina di preparazione che si traduce nella capacità di porre dietro a sé la personalità ordinaria per offrire spazio e luogo all’attività del pensare-sentire-volere quando esso incontri, senza autoimpedimenti, le articolazioni immaginative dello Spirito.

Compiere questo sacrificio, per il quale serve tanta forza e tanta dedizione, per il quale è indispensabile uscire dalla mistica del proprio sé, è obbiettivamente difficile, per cui, anche questa direzione sembra essere stata sostituita da una sorta di astrazione discorsiva, anche da chi si ritiene operatore capace, alla conta dei fatti preferendo ogni sorta di rivoluzione o rifondazione che, fuori dalla realtà dello Spirito, è solo illusione nobile nell’illusione ideologica del mondo.

Questa è la partita che viene giocata nel prezioso ambito della libertà individuale,in nuce esistente davvero, ma che sembra accolta con poco entusiasmo dall’anima la quale non vuole subordinarsi all’io se non avvisa in sé l’intima presenza dell’Io Sono che i più intendono come esperienza mistica.

VIVEKANANDA (di Savitri)

🔘

E’ vero che oggi in occidente il materialismo e la dittatura del corpo sensibile ci impediscono di cogliere il fulcro delle dottrine orientali. Però è anche vero che, sempre oggi, è ormai giunta la potenzialità di poter cogliere, con capacità e volontà propria cosciente, l’essenza di queste tradizioni, invece che il loro manto e la forma di moda, invece che il deragliamento di questa su binari di allenamenti mentali arenantisi nell’inconscio, arricchenti il desiderio di torpore e oblio della triste realtà.

Dopo Ramakrishna ecco la virilità e la forza di Vivekananda, che porta il suo messaggio addirittura in occidente.

Due anime differenti eppure da amare nella loro totalità.

Se metto a fianco questi due grandi uomini non posso evitare di pensare al grande compito che è stato diviso tra Steiner e Scaligero.

“ Siate virili. Siate forti.” (Vivekananda)

Dalla “Sapienza Mistica” alla “ Forza Sociale Operativa”.

Vivekananda rimette in tutto il suo merito alla virtù di Ramakrishna.

Trasmette in “linguaggio occidentale” la potenza della sapienza mistica del suo maestro.

Scaligero operò una sintesi potente e attiva del messaggio di Steiner, e comprese di dover portare all’uomo sociale ciò che questi aveva dimenticato e ritenuto ormai solo astrazione e potenza perduta, per poter risorgere dalla tomba del materialismo e del meccanicismo.

Rifererendosi a Vivekananda Scaligero pone l’accento sul “… suo duplice compito di spiritualizzare il materialismo occidentale e di operare al contempo alla redenzione morale e materiale delle popolazioni dell’India.”

“Tra i pensatori orientali, egli è stato il primo ad opporsi alla plutocrazia e al suo presuntuoso considerare il denaro come guaritore di tutti i mali del mondo.” ( M. Scaligero)

Vivekananda sosteneva che “l’India può essere rigenerata sia socialmente che materialmente da una totale ripresa di quelle dottrine e di quella tradizione.”

Non si può non essere d’accordo con Scaligero quando sottolinea di Vivekananda la grande intuizione del collegamento da ripristinare tra lo spirito e la materia morta, divenuta avulsa dall’ interiorità dell’uomo; del collegamento come sola salvezza, la grande intuizione della necessità di ricongiungersi alla tradizione perenne, per l’uomo, per la sua redenzione.

Steiner nelle sue opere sulla questione sociale pone l’accento sulla urgenza di dover riesaminare la caratteristica di priorità che l’uomo ha assegnato al lucro, con l’illusione  cosi’ di soddisfare un istinto di libertà e creatività di diritto umano, mentre al contrario è caduto, a causa di questa sua brama, solo in un meccanismo di grande schiavitù, in una dipendenza apparentemente senza sbocco e sempre più facogitata, stretta e soffocante.

Questa problematica ha sviluppato Scaligero nella sua intera opera di pensiero, da una parte dimostrando la grande contraddizione della logica umana arrestatasi al suo limite razionale sensibile da cui si fa dirigere in toto e dall’altra, specialmente nelle sue “OPERE SOCIALI” , quasi spietatamente e in maniera profetica analizza la questione sociale come risultato sia della deificazione del liberalismo economico più sfrenato, sia della deificazione della collettivizzazione o pianificazione economica, generanti entrambi l’alienazione e la sofferenza dell’uomo.

La spiritualizzazione della materia… non significa eliminare e rifiutare quest’ultima per l’eremitaggio e la fuga nella meditazione.

“Non si può concepire peggior errore di una pratica del misticismo fine a se stesso, cioè come forma di individualismo essoterico, reso totalmente estraneo agli interessi e alle vicende dell’uomo comune”. (M. Scaligero)

Nello stesso tempo nemmeno la soluzione può essere il ripristino di usi e costumi tradizionali svuotati, e solo di facciata o comunque separati e indipendenti dalla vita sociale, cioè non intridenti di spirito e vita le azioni e il lavoro quotidiano.

Dunque dar vita e potenza di spirito al lavoro e alla creazione dell’uomo.

“Uno sforzo costante per spiritualizzare ogni giorno la vita umana, applicando al mondo della realtà il potere derivante dal mistero dello Spirito, è la forza motrice dell’opera di Vivekananda.” (M. Scaligero)

“Un vero uomo è colui che è forte come la forza stessa eppure ha un cuore di donna…». (Vivekananda)

In questa frase di Vivekananda è racchiusa una grande verita’ ed essenza di vita. Il Volere ed il Pensare, il maschile e il femminile in unità nel regno dell’Anima.

Le visioni profetiche per questi tempi, di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero, potrebbero scoraggiare e far temere l’uomo, ma focalizzarsi sulla forza, sul pensiero che permettono la giusta visione ed analisi, ridona la speranza di poter cambiare e correggere le sorti nefaste dell’umanità, perché allora trasferire, collegare lo stesso giusto pensare e la stessa forza che permette la chiara visione, all’azione creativa e restauratrice è –  e può essere – l’espressione umana della Magia dei nuovi Tempi.

«Alcuni dicono – scrive Vivekananda – che le religioni stanno cadendo in rovina, mentre le idee spirituali stanno scomparendo dal mondo degli uomini. Al contrario, mi sembra che le religioni stiano imboccando adesso il percorso che li condurrà alla loro realizzazione finale… Fintanto che la religione è nelle mani di una élite di sacerdoti, rimarrà confinata entro il ristretto spazio di un tempio, di una chiesa, di un libro di preghiere, di un rituale e di una liturgia. Ma lasciate che si estenda il suo raggio d’azione e che il suo ritualismo si purifichi, che sia permeata dallo spirito della fratellanza universale degli uomini: essa sarà allora una forza vitale che influenzerà di nuovo ogni aspetto della vita sociale e della vita dell’individuo, una dispensatrice di bene infinitamente piú efficace di quanto non lo sia mai stata».

Non si può, di fronte a al valore di queste grandi anime, non pensare alla Pietra di Fondazione, Anima dell’ Uomo, dove Steiner recita:

“… Fate che l’ Oriente accenda di fuoco Ciò che attraverso l’ Occidente assume forma…

… In Oriente, Occidente, Nord, Sud, possano udirlo gli uomini…”

E’ il Fuoco della Tradizione Perenne che l’Oriente vuol donare all’Occidente affinchè quest’ultimo possa riaccendere nel suo pensare il potere forgiante il nuovo mondo.

(Swami Vivekananda at Chicago’s parliament of world’s religions -1893)

Personalmente, dovendo riconoscermi l’ignoranza di molta grande realtà orientale, ringrazio di cuore Isidoro per tutte le sue preziose proposte di figure rappresentanti la relativa tradizione, in questa sezione dedicata che integreremo man mano. E dopo la sua presentazione di Ramana, trovare ne L’Archetipo la descrizione di Vivekananda nelle profonde spiegazioni di Massimo Scaligero,  mi rende davvero grata anche nei confronti di Marina Sagramora per averci proposto questa lettura.

Segnalo dunque nella sezione Filosophia de L’Archetipo lo scritto molto interessante di Massimo Scaligero sulla figura del discepolo preferito di Ramakrishna, Vivekananda. 

http://www.larchetipo.com/2011/nov11/filosophia.pdf

ELOGIO DELLA FOLLIA

il_matto

 

Ogni “paese che si rispetti” ha i suoi matti, conosciuti, coccolati, derisi, presi come termine di paragone, nutriti e accuditi come figli e fratelli di tutti.

E’ buffo osservare le reazioni che suscitano: ci sono quelli che li accolgono sempre a braccia aperte, offrono caffè e cibo, scambiano quattro chiacchiere e due sorrisi. Oppure quelli che se ne discostano, li additano da lontano, ne hanno paura e preferiscono non averci nulla a che fare. Eppure, volenti o nolenti, i matti non lasciano indifferente nessuno, hanno la rara capacità di metterti di fronte a te stesso, nudo e senza appigli. E questo spaventa e affascina al contempo.

La funzione del matto di paese è la stessa antica del giullare di corte: spezza i limiti delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, mostra apertamente che oltre la barriera ereditata di cosa è giusto e sbagliato, del “abbiamo sempre fatto così’”, ci sono altre vie, altri modi sconosciuti e temibili di vivere. Strade senza indicazioni e, come tali, strade per folli che decidono di uscire dal seminato, dal già visto e già fatto ed esplorano territori vergini, mettendo in campo tutto ciò che sono, fino a perdersi per ritrovarsi diversi e sempre più reali.

Il matto è metafora vivente di possibilità ignote e per questo riverito e temuto. E’ esorcizzazione visibile di quella paura dell’ ignoto che ciascuno si porta dentro, non vista né, spesso, presagita. E’ un capro espiatorio e un perenne monito delle debolezze che non ci permettiamo di affrontare né superare. Il senso ultimo della lotta per la normalità che, in definitiva, non esiste se non come idea errata che, continuamente e inconsapevolmente, facciamo nostra e ci àncora alla stessa illusoria realtà, giorno dopo giorno.

Il matto ci sfida, è lui che ci deride; attore di un ruolo tragicomico nel quale paventiamo di riconoscerci, senza sapere che è porta di accesso ad altri piani in cui solo i più coraggiosi sono pronti ad avventurarsi. Emblema della libertà da schemi comportamentali e, perciò, familiari e sociali, rigidi e meccanici, che intrappolano dentro ruoli e convinzioni formali e stereotipate. Simbolo di quella terra di mezzo, ponte sospeso tra genio e follia, istmo interiore mai vissuto fino in fondo, che regola i ritmi e traccia una parvenza di percorso per arrivare alla libertà e comprendere cosa farne.

DIO DALLA PIETRA

 pietra_angolare

“Dio dalla pietra” è il terzo simbolo elencato da Firmico Materno, che interpreta la pietra come Gesù che “sostiene i fondamenti della fede, e posto angolarmente, compone in proporzione media le membra delle due pareti, cioè consocia le diversità del corpo e dell’animo a partire dall’immortalità largita all’uomo”.

La pietra cresce (i cristalli salini si agglomerano) dunque è viva, ha energia, è lo stato più compatto dell’energia: quello che meglio figura l’eternità.

Inoltre forniva materia per gli strumenti antichi ed era perciò madre, anzi era lo strumento di ogni strumento, la fonte di ogni mezzo, l’origine della vita.

Perciò si spargevano d’olio o si incoronavano le pietre (“Vetus in trivio florida serta lapis” dice Tibullo, I,I,12), perché l’energia vi si è accumulata e può essere restituita.

Come ho scritto, il rullare delle pietre smosse dai danzatori era simile al tuono, l’accoppiamento rituale simile alla pietra squarciata dal primo fulmine di primavera: dal tamburo si procede al sasso per mediazione dello sposalizio.

I significati sono tanti, il fondamentale è che la pietra è come il dio: Diversità e Silenzio assoluti.

L’uomo è incantato dal mondo, assordato dall’errore, ammutolito dalla sofferenza: all’incanto occorre il disincanto, poi bisogna fare silenzio, perché nel silenzio “parlano le pietre”.

Nel sonno delle sue facoltà sensibili, Giacobbe accosta il capo ad una pietra ed ha la visione della scala al cielo: quando si desta consacra la pietra, che Filone chiama Logos.

Ciò che è fuori dal mondo dei valori, perciò spregiato dal mondo, serve a dissipare l’incanto, a sciogliere la pietrificazione: la pietra disprezzata da tutti è l’angolare (Matteo, 21, 42): ciò che sta fuori dal mondo lo regge (lo rende sopportabile) come la chiave di volta di un edificio.

La pietra è anche ciò che percosso, s’infiamma, come il Marino scrive nel IV canto dell’Adone:

.

Selce ch’auree scintille in seno asconde

Il loro chiuso splendor mostrar non pote

Se dall’interne sue vene profonde

Non le tragga il focil che la percote

.

La pietra per eccellenza sarà dunque pietra focaia che nasconde la fiamma o un areolito di origini celesti.

E’ resistenza su cui i peccati si infrangono: la Ka’ aba alla Mecca è annerita dai peccati degli uomini.

E Origene, nella II omelia sul Cantico dei Cantici, dice: “La pietra spiccata dal monte senza soccorso di alcuna mano è l’avvento di Nostro Signore nella carne, e non fu tutta la montagna a scendere verso la terra, perché la fragilità umana non l’avrebbe saputa sostenere intera; solo una pietra, pietra d’inciampo, roccia dello scandalo, scese nel mondo”.

Pietra è anche ciò che rimane dopo che si sono bruciati i peccati, col fuoco che è la Nuova Luce.

“Chi è questo fuoco sapiente che lascia illesa quella pietra preziosa che è in me, consumando solo i mali che ho commesso?” si chiede Origene.

Così l’arte alchemica affermava che la pietra celata nell’uomo dev’essere squadrata e vetrificata, che allora è capace di guarire da ogni male diventando filosofale: la pietra è corpo in cui si edifica una vita non già psichica ma spirituale: mossa dal “soffio” che attizza il fuoco.

La pietra viene consacrata dalla folgore, perché la pietra va spezzata affinché il dio appaia: si sarà grati a chi ci infrange il cuore: è la divina rugiada che lo scioglie.

Tuttavia si dovrà essere come roccia, impassibili come Dio stesso: il medesimo evento viene designato con segno sia positivo che negativo.

La tentazione di Gesù avviene in due momenti. Al primo è offerto il potere, al secondo, più sottile, gli si chiede di trasformare le pietre in pani.

Egli risponde che queste devono risuonare come Verbo, nutrire lo spirito, non il corpo.

Pietre cantanti sono quelle che si circondano di silenzio e perciò le pietre furono scolpite in figure rappresentanti note musicali nei templi (così afferma Filone delle steli scolpite e nei chiostri medioevali sono state scoperte e decifrate da M. Schneider).

Per il Petrarca la pietra è l’origine delle sue affinanti sofferenze, come nell’envoi della canzone Ne la stagion che‘l ciel rapido inchina:

.

“Canzona, se l’esser meco

Dal mattino a la sera

T’ha fatto di mia schiera,

Tu non potrai mostrarti in ciascun loco;

E d’altrui loda curerai sì poco,

Ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio

Come m’ha concio ‘l foco

Di questa viva pietra ov’io m’appoggio”

.