LA LUCE

luce

Dopo il solstizio d’ inverno la luce del giorno, lenta e sicura, riprende a salire.

Ma che cos’è, o chi è in realtà la luce che illumina il mondo intorno a noi?

Qual’è la natura di quella cosa invisibile chiamata luce, la cui presenza ci fa vedere ogni cosa, tranne se stessa? Per quanto possa sembrare impossibile, la luce è invisibile!

Esperimenti scientifici hanno dimostrato che la luce diventa visibile solo quando illumina un oggetto.

L’occhio umano vede sempre soltanto cose, soltanto oggetti, non lei….la luce.

In un’ intervista, l’astronauta del progetto Apollo, Russell Schweickart, raccontò che durante il suo viaggio nello spazio, nonostante fosse difficile mantenere fuori dal campo visivo il veicolo spaziale o altri oggetti che, colpiti dalla luce, diventavano estremamente luminosi, se riusciva a farlo, allora si vedevano solo le profondità oscure dello spazio punteggiate dallo splendore di innumerevoli stelle. La luce del sole, sebbene presente in ogni luogo, non cadendo su nulla non era percepibile e quindi tutt’intorno c’era solo profonda oscurità.

Il fenomeno luce ha sempre affascinato l’essere umano. La sua natura e il suo significato sono stati oggetto di attenzione e venerazione per millenni da parte dell’uomo, ma essa ha conservato sempre il suo mistero.

E’ stata trattata scientificamente dai fisici, simbolicamente da mistici e filosofi, praticamente da artisti e tecnici: ognuno ha dato voce ad una parte della nostra esperienza collettiva della luce.

Molto prima di divenire oggetto di studi scientifici, la luce e le sorgenti di luce, furono venerate come divine, come immagini di divinità della natura.

Mitologie di tutte le civiltà sono ricche di racconti sul Sole, la Luna, le Stelle, il Fuoco, l’Arcobaleno e l’Aurora.

In questi miti si rispecchiavano le esperienze e le emozioni che l’anima umana viveva tramite le varie manifestazioni della luce. Epoche diverse e popoli differenti, sono stati attratti da uno o dall’altro dei numerosi suoi aspetti, e ognuno a suo modo, ha tentato di interpretarli e raccontarli.

La storia della luce “esterna” all’essere umano, nel tempo, si è delineata prima dolcemente nell’antica mitologia, poi i moderni studi scientifici hanno tentato, con esperimenti sempre più complessi e sofisticati, di svelare, inutilmente, i suoi più intimi segreti.

Ma in che relazione sta l’uomo con questa luce e con il mondo da lei illuminato? Qual’è il ponte che unisce se stesso con il mondo esterno?

Deve trattarsi di un ponte a sua volta fatto di luce, perché solo la luce può cogliere la luce e questo ponte è il PENSARE!

L’uomo, che ne sia cosciente o no, vive tra due tipi di luce: la luce “esterna” e la “luce sua propria”.

Senza questa seconda luce che illumina e fluisce attraverso tutti i nostri sensi, lo splendore del mondo rimarrebbe muto davanti al nostro spirito indagatore.

L’occhio percepisce la luce perché è intessuto di luce, diceva Goethe. E l’organo umano per percepire la realtà del mondo è il pensare, perché il pensare è spirito umano nella sua attività.

Anche la luce del pensare viene percepita attraverso le percezioni, ma anch’essa rimane invisibile all’essere pensante. Egli la usa continuamente per illuminare le percezioni intorno a lui, ma dimentica di chiedersi cosa o chi essa sia. Solo quando questa luce inizia ad indagare se stessa l’uomo la può portare a coscienza.

Grandi pensatori si sono impegnati nella ricerca di una spiegazione scientifico-spirituale anche per questa luce interiore e ci si può accostare a loro nel tentativo di comprendere.

 

J. W. Goehe fu il primo ad iniziare un percorso di conoscenza nuovo. Il suo approccio richiedeva un cambiamento del metodo di osservazione, sia dei fenomeni naturali sia della mente che osservava.

Nel processo andavano a formarsi nuovi organi di percezione, atti a vedere gli aspetti essenziali dei fenomeni osservati, fino ad arrivare a percepire l’idea dentro la realtà, come fenomeno archetipico. Goethe, di fronte al fenomeno vegetale contemplato in maniera vivente, dal concetto di forma statica, salì al concetto di forma in movimento e in questo movimento trovò la Urpflanz o Pianta primordiale che comprendeva in sé tutte le piante e tutte le creava: questa fu l’ opera grande e centrale della sua ricerca scientifica in questo campo.

Rudolf Steiner con la “ Filosofia della libertà”, non partì nella sua ricerca con l’ indagare concetti o idee, ma iniziò dall’attività pensante. Non si fermò ad osservare gli oggetti illuminati dalla luce, ma la luce stessa: e la rese oggettiva e osservabile.

Analizzò e descrisse le sue leggi. La mise in stretta relazione all’Io dell’uomo, e restituì al pensatore la possibilità di percepire nuovamente lo spirituale, facoltà andata perduta nel corso dei millenni, attraverso un lavoro di pensiero cosciente e voluto, perché… “vivere nel pensare è già vivere nello spirito”. (Fil. d. Lib.)

Nell’uomo non dovrebbero esistere solo pensieri atti a riempire i vuoti involucri delle percezioni, ma un pensare che può potenziarsi fino a diventare la luce che illumina e “crea” la realtà del mondo.

Nel dare la possibilità all’essere umano di vivere coscientemente il mistero dell’atto conoscitivo, il dottor Steiner superò con un balzo la paralisi del pensare portata nel mondo da Kant con la sua “teoria della cosa in sé” irraggiungibile e inconoscibile, per ridare vita alla facoltà più importante dell’essere umano: il pensare!

Massimo Scaligero: il Maestro del pensare vivente!

Il suo “Trattato del pensiero vivente “ è un inno alla Luce spirituale e, nello stesso tempo,un accorato appello al risveglio dell’uomo.

I pensieri, nelle pagine del trattato, disegnano meravigliosi arabeschi dove la luce appare e scompare su tracciati volutamente disseminati di luci ed ombre, che confondono il viandante che in essi si è avventurato.

Il suo passo deve proseguire lento, parola dopo parola, frase dopo frase, ponendo grande attenzione per non perdere quel filo di luce che, se veramente lo vorrà, lo condurrà alla meta.

L’anima che vuole percorrere la via del labirinto senza perdersi, deve immettere una luce sempre più forte e più cosciente nel pensare che, tramite questo lavoro, si sveglia a se stesso, ritrova la vita e si riconosce per quello che è: perché questo è lo scopo del trattato di Scaligero!

Come in una palestra vengono fatti lunghi e faticosi esercizi per rinforzare i muscoli, così per potenziare il pensare servono analoghi sforzi nello spirito.

Finalmente, forse dopo anni di tentativi, può arrivare qualche risultato.

Può succedere che un giorno, improvvisamente, una pagina diventi luminosa….e si sa di aver trovato la chiave che svelerà, a poco a poco, tutte le altre pagine.

La Luce finalmente ha conosciuto se stessa!

Le due luci, quella esterna e quella interna all’uomo, ora si riconoscono come la stessa identica Luce: la Luce Logos!

FRA LE ARMONIE RISORTE

 GIU 2013 FK 023 

MENTRE SI INNALZA IL PENSIERO NELLA  FIAMMA

SI LACERANO LE NEBBIE DELLA BESTIA CEREBRALE.

 

TENEBRA DISCETTANTE OVE SI CHIUDONO LE VIE DEI CIELI

E L’ORIZZONTE E’ CUPO DI MENZOGNA.

FRA I PIU’ RAFFINATI INTELLETTI MARCI.

 

NEBBIE DI SUPERBIA AVVOLGONO I PENSIERI

NEL GELO E NELL’OLTRAGGIO

CHE GIUDICA INCONSISTENTE IL CUORE

E L’INTELLETTO AUREO CHE IRRAGGIA LE ARMONIE.

 

NEBBIE DEL GRIGIORE INTELLETTIVO COLMO DI AUTOAPPREZZAMENTO

E RIGIDO DI CALCE.

POSSENTE OTTUSITA’ EMANATA DA CIO’ CHE TEME LE VIE DEL CUORE.

DA CIO’ IN CUI VIVE L’ENTE DEL PALLORE.

NEL POSSENTE DISPREZZARE CHE CALPESTA I SOGNI CONSACRATI.

E CHE NEL PROPRIO DISPREZZARE : UCCIDE.

 

AVVAMPANO DI GELO NEL PUERILE INORGOGLIRSI LE MENTI DEI MALIGNI.

 

GIGANTI INTELLETTIVI COMPOSTI ED IMPLACABILI

TRAGGONO I PENSIERI DA CIO’ CHE LI SOSTIENE :

IL GELIDO PALLORE DI UNA SUPERBIA GRIGIA

CUI SONO APPRODATI IN CERCA DI UN PADRONE.

IN CERCA DI UN SAPERE CHE E’ SOLO DENSA IRRITAZIONE CONTRO IL BENE.

 

ORA SONO SCONVOLTI DINANZI A UN SOLE CHE LAMPEGGIA.

 

DINANZI AD UNA VERITA’ CHE GENERA UNA FIAMMA.

 

DINANZI AD UN POTERE INTELLIGENTE

CHE TANTA PIU’ LUCE IMPRIME

QUANTO PIU’ CONTEMPLA IL PROPRIO SORGERE IRRAGGIANDO.

 

DINANZI AD UNA FORMA IDEANTE

CHE NEL MANTENERSI TALE

RIGENERA LE ESSENZE DEL CALORE

POICHE’ ATTUA IL RICORDO FRA CIELI IN CUI PERENNEMENTE RISORGE IL SOLE.

 

IMPOSSIBILE MANIFESTARSI DI UN’AURORA CHE REDIME

E CHE SOLO L’ATTO IMPREVEDIBILE DELLA SCELTA INTERIORE HA MANIFESTATO.

ATTO CONCESSO ED INNALZATO.

 

ED E’ LAVACRO-ARSIONE CHE SQUARCIA QUELLE NEBBIE.

 

SORGE E SI MANTIENE AUREO IL POTERE CHE DISSOLVE IL GELO E LO TRAPASSA.

 

– IMPRIMENDO NUOVE CONNESSIONI DI PENSIERO CHE GIUNGONO A FOLGORARE IL MONDO –

 

NELLA LUCE E NEL CALORE.

FRA LE ARMONIE RISORTE.

LUNGO I SENTIERI DELLA BELTA’ CHE ARDE NELLA GRAZIA.

 

MENTRE INTELLETTI DI SUPERBIA ESTREMA

CUI ERA INTERNA L’IMPOSTURA FINALE DELL’OLTRAGGIO

IMPONEVANO COME CREDIBILE E SCONTATO

IL VOLTO SOTTILE DEL DISPREZZO NELL’AFFANNO.

 

STUDIO E FATICA CEREBRALE

NEL DISINVOLTO ODIO DEL CALORE E DELLA LUCE.

 

SERIO E SEVERO VOLTO DELLA RABBIA

SEMPRE PRONTA ALL’ISTERICA ESPLOSIONE DI FOLLIA.

IMPLACABILE E CONVINTA E RADICALE.

 

LE NEBBIE DELL’ARIMANE LUNARE

CHE OPPRIME L’INTELLETTO TRAMITE I GIGANTI DELLA MEMORIA IMMENSA.

IMMERSA NEL MAGNETE

FRA PALLIDE CALIGGINI DENSISSIME

SU TRONI DI SUPERBIA RIGIDA ED ASTIOSA.

 

EPPURE L’ARMONIA SI E’ IMPOSTA.

 

ED HA IRRAGGIATO ACUME.

 

VERO CALORE HA RIPERCORSO I SENTIERI DEL PENSARE.

 

HA RINNOVATO I TRONI DEL FULGORE.

 

SOTTILISSIMA IMPRONTA DELLO SCULTOREO SOLE.

 

NEL CUORE DELL’IDEA

MENTRE CONTEMPLA IL RICREARSI DEL CONCETTO

LUNGO I SENTIERI DEL VERO RICORDARE :

– CHE E’ RICONSACRARE –

SI E’ MANIFESTATO L’AUREO POTERE DELLA RICONNESSIONE ALLE FISIONOMIE DEI CIELI.

 

FRA LE ESSENZE DEL CONNETTERE I CONCETTI NEL FUOCO DELLA VOLONTA’ CHE  DIVENTA GENERARSI DI UN AMORE.

 

IMPRIMERSI E SCOLPIRE DEL SOLARE.

 

NELL’IMPOSSIBILE ATTUARSI DEL REDIMERE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

 

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AL TRAMONTO, GETTANDO SASSOLINI IN MARE

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Osservare, prego, come la quasi totalità delle aspirazioni metafisiche vorrebbe salire ai Campi Elisi per poi…discendere immancabilmente nella vasta offerta, più o meno patologica, che la corporeità offre gratuitamente.

Il corpo, in senso occulto, è una miniera di grandi cose ma occorre che il minatore le trovi e le estragga. Il minatore non è la miniera: essa da sola non può scavarsi ed il minatore viene da fuori.

Così come il vasaio che, per fare il suo lavoro è altro e fuori dalla creta del vaso…che non produce vasai.

Questo per dire che la psiche con cui ci orientiamo nel mondo, o meglio, che ci tiene a guinzaglio corto, è a conti fatti, una sorta di secreto corporeo. Dunque abbiamo un fenomeno fondato nel corpo che eserciterebbe un’azione sul corpo medesimo: ciò nell’uomo avviene, ma come?

La psiche attua modifiche nella corporeità…legando maggiormente la coscienza alle forze corporee. Poiché trascina la coscienza nelle sensazioni: è l’opposto di ciò che l’uomo sano fa quando agisce: egli dimentica il corpo, dimentica le sensazioni, non viene sollecitato da esse. Immergersi in esse è una iniziale condizione di malattia, è come calarsi in un pozzo chiuso da ogni parte. Ci si lega e ci si sottomette al sensibile assai più che nel ordinario vincolo che subiamo con i comuni “percepiti” del mondo.

Quelli, nell’uomo normale, non costringono. Ci permettono di conservare l’atomo della nostra libertà.

Non v’è una delle moderne tecniche “psicofisiche” che non si ispiri al corpo, alle sensazioni: essendo il malanno che trova le sue giustificazioni logiche e la sua spiritualità. La via al sub-umano si è fatta ampia tanto quanto il pensiero caduto.

Per uscire dai limiti che paiono come imposti alla nostra povera anima, il pensiero di dover “leggere antroposofia” è una rappresentazione deleteria. O perlomeno inutile. Nessuno dovrebbe “leggere” scritti di Scienza dello Spirito. Ma accogliere con anima desta i suoi contenuti fondamentali forse sì. Ripeto: non si tratta di leggere ma di lasciare che pensieri ed immagini possano divenire attivi nella propria anima, permettendo che il contenuto  di essi si trasformi nelle forze di cui l’anima (tra l’altro) ha disperato bisogno per vivere, per rivivere e per crescere.

Temi come nascita e morte, reincarnazione, struttura dell’uomo e la sua identità con il grande cosmo, non sono (non dovrebbero essere) una pletora di eccentrici dati da sapere, ma più che altro e qualora discendano in verità dallo Spirito, forze di cambiamento e di risveglio: sono temi di ricordo sovrasensibile, di quando si è stati Spiriti nel mondo degli Spiriti.

Prendi la Scienza Occulta o Teosofia e fa tuoi i suoi pensieri, con calma e senza fretta, assimilane riga dopo riga. Poi ripensa a quelle righe anche in altri momenti: ciò che più t’ha colpito scaldalo nell’intimo calore del cuore. Anche poche parole, tieni dentro il loro senso e cuocilo a “cottura lenta”. Così, semplicemente.

Frena, per quanto t’è possibile, la brama del sapere. Impara a distinguerla da ciò che il Dottore chiama “impulso alla conoscenza”. A parole sembra cosa difficile ma, con la pratica, sarai capace di ripercorrere la via che dall’anima porta alla corporeità: in realtà non è difficile rintracciare le zone corporee da cui ascende la brama immediatamente accolta dall’anima: l’impulso a superare i “veli di maya” è cosa diversa.

Alterna a queste opere le pagine costituite da puro pensiero, come nel caso del Trattato del Pensiero Vivente.

Un percorso difficile, poiché la forma ed il contenuto di questo libro sono perfettamente uniti. Ti occorrerà un poco di volontà extra ma sarai ben ripagato, pensa che l’autore osa scrivere nella breve introduzione che “la concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia ad essere l’esperienza proposta”, che poi sarebbe la massima esperienza possibile all’uomo di questo tempo. Tritura ogni singola virgola del testo, combatti con ogni singola frase del libro, sperimenta in te se l’affermazione dell’Autore s’invera o sia falsa.

Poca roba dunque, non “letta” ma vissuta da te in te, per quanto t’è possibile.

Se tanti avessero fatto così poco, avremmo legioni di veri e forti discepoli dello Spirito: poiché l’uomo si risveglia per quanto l’anima vive.

L’anima vive comunque ma di solito è impercepita, è invisibile anche a noi stessi. Spalmata sulla sensazione di sé, aderisce al corpo e quando “guardiamo dentro” sembra che tutto sia buio e vuoto.

Il peso dei libri non modifica questa impressione. Solo quando abbiamo il coraggio di mettere in moto pensare-sentire-volere iniziamo a percepire qualcosa.

Non dobbiamo accontentarci del momentaneo sentire che accompagna ogni modificazione causata dagli eventi: la condizione normale è questa. Normale?

La concentrazione: essa fa parte della nostra vita. A far bene una cosa dobbiamo concentrarci. Anche i sassi conoscono la concentrazione: giorno e notte la fanno per rimanere fermi al loro posto! E le vie alchemiche, gnostiche, yoghiche, magistiche, a loro modo pure (un giorno, su di una patinata rivista dedicata al Kendo, ho trovato una delle migliori descrizioni pratiche dell’esercizio che mi sia capitato di leggere).

Con questo intendo dire che, a parte la decadente, pigrissima e sedicente corrente spiritualistica, tutto il mondo dello Spirito e dell’occulto fa, ognuno a suo modo, la concentrazione. Madame Blavatski (la fondatrice della moderna teosofia) prendeva a calci i discepoli che non superavano la “prova dell’ago”.

Questa consisteva nel muovere a distanza, con  attenzione concentratissima, un ago, sospeso per via della tensione molecolare sulla superficie dell’acqua che riempiva una ciotola. Se qualcuno volesse provare ora aggiungo che l’ago va preventivamente ingrassato. Il burro va bene. Poi deposto con estrema delicatezza sulla superficie liquida. Indi gran calma e attenzione concentrata su una delle estremità: dopo qualche minuto l’ago trema e si muove. Con la pratica è possibile farlo ruotare su se stesso. L’esperimento è del tutto grossolano, non apre alcuna porta…ma quanti riuscirebbero a farlo?

Sì, sono uscito dal seminato, ma non dal fatto che la concentrazione sia necessaria. Su You Tube, UdB, a suo tempo, ha pubblicizzato l’esercizio che Scaligero diede a chi gli diceva di non poter fare la concentrazione: si osserva la punta della lancetta dei secondi in movimento del proprio orologio (o del Rolex che avete rubato a uno che passava), mantenendo mente sgombra ed un guardare continuato. Non riesce per più di tre secondi? Bene, rifatelo in giornata. Poi ripetetelo il giorno dopo: col tempo saranno trenta, di secondi. Già una vittoria e non sto scherzando. Arrivate ad un minuto continuato e scuoterete il pianeta! E, già che ci siamo, saprete fare anche una concentrazione vera e propria, beninteso avendo superato la timidezza di passare dal sensibile all’invisibile.

Durante questo tragitto, imparate a entrare in voi stessi, più in profondità. Come? Naturalmente uscendo dal “voi” abituale. Davvero! Si entra uscendo, guarda un po’.

Sedetevi su una panchina del parco e osservate la meraviglia della luce che circonda la superficie  della pietra che sta nell’erba davanti a voi. Osservatela con amicizia, con simpatia. Osservate le gemme vegetali che stanno per schiudersi, l’arabesco puntiforme del primo verdeggiare contro l’azzurrità del cielo oppure i cerchietti concentrici che i sassolini che sto gettando disegnano sulla superfice del mare. Niente altro da fare che vedere e guardare: vedrete che il cuore incomincerà a rispondere. Potete anche fare ciò camminando, è un po’ più difficile ma basta abituarsi a non ascoltare il frinire dei grilli dentro la testa.

Questi atteggiamenti non sono appannaggio di questo o quello, non appartengono a Scuole occulte e anzi, poeti, pensatori e ragionieri ne hanno beneficato: fanno un gran bene a tutti quelli che non disdegnano di sperimentarli.

Chi si sente affascinato dall’occulto, crede di trovare grandi cose ovunque ci sia una targa con su scritto: Mistero. Mentre non vengono presi in considerazione i veri misteri che sono sempre manifesti. L’unico misteriaccio che dovrebbe essere svelato è la benda che l’uomo mantiene sugli occhi per restare cieco dalla nascita alla morte. Tanta è la paura del vedere!

Già! La paura è il mistero che non si vuole trovare mentre sarebbe indispensabile spingerla alla luce…

*

Ne parlavo ieri con un vecchio amico, occultista dalla nascita. Una coppia di scemi, poiché in oltre sessant’anni (più di centotrenta in due), non siamo riusciti a capire una frase ricorrente, quando viene estratta a forza dal contesto in cui originariamente si trova. La si usa e la si ripete (io sospetto, con molta voluttà, ma i gusti sono gusti…) Si tratta di “Tre passi nella morale e uno nella conoscenza”. Così, ripeto, fuori contesto: è bellissima e mi sento defraudato, umiliato, poiché non so come si fa in pratica. C’è qualche anima pia che possa aiutare in concreto  due vecchi imbecilli?

Io lo spero proprio poiché sembra una cosa che (quasi) tutti sanno. Può anche darsi che non ci sia nulla da dire…ma in questo strano caso perché viene detta e ridetta continuamente? E’ possibile che occorra forse una conoscenza antecedente? Se sì, perché nessuno me l’ha mai fatta conoscere tale conoscenza?

Heu, me miserum…

KASPAR APPENZELLER

Riportiamo qui di seguito un lungo estratto dall’introduzione di Silvano Mirami al testo da lui stesso tradotto La Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana che ci offre un esaustivo ritratto dell’autore Kaspar Appenzeller.

Ringraziamo Silvano Mirami e l’Editrice CambiaMenti, sul cui sito (www.cambiamenti.com/Argomentogenesi.htm) è possibile leggere integralmente l’introduzione stessa nonché indice, prefazione e l’intero Capitolo I.

genesikaspar

Kaspar Appenzeller nacque il 13 aprile 1927, come terzo figlio di Susanne e Hans Appenzeller-Zellweger, a Davos in Svizzera. La difficile gravidanza di sua madre ad un certo punto fu veramente a rischio e si dovette alla sapienza e alla perizia del Prof Loffler – il quale in seguito sarà uno dei suoi insegnanti allorché intraprenderà gli studi universitari di medicina – se malgrado tante difficoltà tale gravidanza poté essere portata facilmente a termine. Kaspar nacque dunque tra quelle montagne svizzere, ch’egli sentì sempre come suo ambiente congeniale, come sua vera patria e anche come protezione. Montagne che amerà profondamente.

Sin dall’infanzia la sua salute fu cagionevole: a due anni e mezzo Kaspar venne colpito da una grave forma d’asma che lo accompagnò costantemente lungo tutta la sua vita e con la quale dovette di conseguenza fare continuamente i conti. All’età di sei anni entrò alla Rudolf Steiner Schule, ma ogni anno i gravi attacchi d’asma lo costringevano per un terzo del periodo scolastico a non frequentare le lezioni. Tuttavia, malgrado tale inconveniente, egli riuscì a seguire senza difficoltà l’iter dell’insegnamento.

A parte i problemi di salute, infanzia e adolescenza si svolsero solari e felici – così egli le ricordava – con i suoi fratelli Heiner e Vreni. Ma anche a scuola egli era amato – da compagni e insegnanti – per il suo carattere gioviale e per il suo particolarissimo umorismo, che ogni volta rallegravano l’ambiente. I suoi compagni poi, ammiravano le sue qualità artistiche, che eccellevano soprattutto nel disegnare e nel suonare il violoncello. Per tutta la vita Kaspar Appenzeller coltivò vari aspetti dell’arte e per le sue notevoli capacità avrebbe potuto diventare un artista riconosciuto ed affermato. Ma sin da piccolo sentì come sua propria missione –e volle ciò in maniera decisa – il diventare medico.

A questa sua peculiare missione di operare terapeuticamente nei confronti della malattia e della sofferenza umana egli si donò senza risparmiarsi, sacrificando qualsiasi ambizione, anche legittima, che avrebbe potuto realizzarsi in campi, sia scientifici che artistici, diversi dalla medicina. Una spinta, ed un aiuto, in tal senso kaspar Appenzeller l’ebbe sicuramente dal suo incontro con la Scienza delo Spirito di Rudolf Steiner, ch’egli conobbe già nell’ambiente familiare, tanto più che medico della famiglia Appenzeller era il Dr. Hans Werner Zbinden, amico fedele di marie Steiner e presidente della Rudolf Steiner-Nachlaßverwaltung, ossia quel Lascito, fondato dalla compagna del Dottor Steiner, che per oltre sessant’anni tanto ha fatto per salvarne e diffonderne l’Opera.

Fu all’epoca degli studi ginnasiali a Flims che Kaspar Appenzeller affrontò l’Opera di Rudolf Steiner (la sua prima lettura fu la conferenza: Il sangue è un succo affatto peculiare) contemporaneamente all’opera e al pensiero di Platone. Nel 1947 si iscrisse alla Facoltà di Medicina all’Università di Zurigo e appena ventenne intraprese lo studio della medicina antroposofica e dell’euritmia curativa. Sin dalle prime fasi del suo studio venne giuidato dal Dr. Zbinden, il quale nutrì una tale fiducia nelle sue qualità, sia professionali e umane che interiori, da affidargli nel 1961 la direzione del Seminario Medico che si svolgeva alla Rudolf Steiner Halde a Dornach. Inoltre nel 1977, una settimana prima della sua morte, il Dr. Zbinden offrì a kaspar Appenzeller di diventare socio dell’Unione del Lascito di Rudolf Steiner, il Nachlaßverein.

Dopo l’Approbation, conseguita nel dicembre 1953, sotto i professori Löffler e Brunner e la Dissertation conclusiva, ossia la tesi c’egli sostenne nella primavera del 1954 su L’encefalite conseguente a morbillo, egli iniziò il periodo di assistentato al Regionalspital di Wattwil sotto la direzione del Dr. Christ, che per tutta lavita rimase per lui una personalità decisiva.

Nel frattempo egli poté realizzare nel giugno del 1954, dopo sedici anni di fidanzamento, quella che definì “la migliore decisione della mia vita” e portare all’altare Johnnie Stokar, ch’egli conosceva sin dall’infanzia e che fu poi la compagna della sua vita.

Nel luglio del 1955 nacerà il primo figlio Peter. A quel periodo risale il primo lavoro da lui pubblicato sul cuore.

Nell’autunno del 1956 egli poté rilevare a St. Moritz lo studio del dr. De Giacomi, appena defunto, studio medico che poté portare avanti per 42 anni. Il trasferimento in Engadina, tra le montagne dei Grigioni, da lui profondamente amate, fu un grande aiuto per la sua salute. Gli esordi non furono facili e nei primi sei anni i magri bilanci non gli permisero l’ausilio di un’infermiera. Ma in segfuito, sebbene il suo ambulatorio fosse aperto soprattutto ai pazienti locali, esso ricevette, sia per il suo talento e la sua pazienza, sia per la conoscenza delle lingue straniere ch’egli coltivava con gioia, pazienti da tutti i continenti.

Nel 1959 nacque il suo secondo figlio Georg.

Nel frattempo divenne medico scolastico a St. Moriz e lo rimase per oltre tre decenni. Ciò gli permise di approfondire, attraverso l’auscultazione cardiaca di migliaia di bambini, la sua conoscenza di tale arte diagnostica, giungendo poi a conclusioni preziose, ch’egli donerà al mondo nei suoi scritti su tale materia.

Nel 1978, dopo la morte del Dr. P.R. Berry, Kaspar Appenzeller venne eletto Presidente dell’Associazione Medica di St. Moritz, ufficio che espletò con grande coscienza e impegno per 20 anni.

La dedizione, veramente sacrificale, a curare le sofferenze umane lo portò a ricevere fino a cento pazienti al giorno, e allorché l’ultimo paziente lasciava l’ambulatorio, egli sidedicava per ore alle sue ricerche sul sangue e sul cuore. All’inizio degli anni 60 giunse a dimostrare sul cuore vivo di un pollo, documentandola con una pellicola da 16 mm, l’affermazione di Rudolf Steiner che il cuore non è una pompa bensì un organo di senso, e che il sangue stesso possiede la forza di muoversi lungo le vie sanguigne.

Naturalmente la sua dedizione al lavoro e allo studio, che lo portavano a non concedersi più di 5 ore di sonno per notte, non potevano non minare la sua salute, e nel 1965 ebbe un attacco di itterizia. Per qualche mese la sua attività ebbe un fermo repentino. Si ristabilì, ma gli rimasero come conseguenza forti emicranie che lo accompagnarono per oltre 25 anni.

Nel 1970, iniziò a tenere a St. Moritz un gruppo di lavoro antroposofico che portò avanti regolarmente sino al 5 novembre 1998, allorché venne colpito da ictus cerebrale. Tenne pure corsi e conferenze pubbliche che ebbero notevole risonanza nell’Engadina. Continuò la sua attività di conferenze al Seminario Medico presso la Rudolf Steiner Halde, a Dornach, e portò la sua parola in conferenze e corsi a Zurigo, Berna, Lugano, Berlino e Milano. Attraverso la collaborazione con l’euritmista Franziska Brem raggiunse una conoscenza approfondita del Corso di Euritmia terapeutica di Steiner.

Al di là di articoli vari, pubblicati su alcune riviste, Kaspar Appenzeller riversò i frutti del suo sapiente lavoro in quattro opere, ch’egli scrisse soprattutto nei periodi di ferie, da lui abitualmente trascorsi in Italia, sulla costa adriatica, o in Ticino.

La prima opera, apparsa nel 1976, fu la Genesi alla luce dell’evoluzione embrionale umana, che qui presentiamo tradotta. Traiamo, traducendola dai risvolti dell’edizione originale, la presentazione – verosimilmente dell’Autore – che ci sembra offrire una mirabile sintesi delle idee esposte in questa opera: “In questo libro il racconto biblico della Creazione viene messo in relazione all’evoluzione embrionale umana. In esso, come risultato di un lavoro di ricerca di lunghi anni, viene mostrato come questo documento biblico nelle sue possenti immaginazioni descriva esattamente quello che la scienza ha da dire oggi sulla nascita del corpo umano. Le immagini della nascita del cosmo del racconto della Creazione diventano per il lettore le immagini dello sviluppo embrionale umano. Egli perviene alla concezione che l’uomo è un piccolo Cosmo, un Microcosmo di fronte al grande mondo, il Macrocosmo. Inoltre questo testo, che in molti punti viene esaminato nell’originaria lingua ebraica, si dimostra una vera meraviglia; giacché non solo secondo il suo contenuto concettuale, bensì sin all’interno dei singoli suoni si estende la concordanza di queste potenti parole con la vita formatrice organica. Attraverso ciò si viene posti a confronto col fatto che lo scrittore di questo testo ha toccato i veri – invisibili, per occhi terreni – impulsi di formazione del cosmo e dell’uomo. L’impulsatore spirituale di questo libro è Rudolf Steiner, il fondatore della moderna Scienza dello Spirito. Lo scienziato spirituale insiste su nuove Vie alle forze originarie dell’evoluzione; egli comprende nella loro profondità i documenti provenienti dall’antica sapienza dei Misteri perché ritrova in essi ciò che egli ha investigato indipendentemente da qualsiasi documento. La sintesi qui realizzata di testo della Genesi ed evoluzione organica comporta un’elevazione di ambedue i rami del sapere. Il testo veterotestamentario diviene, in ogni sua parola, profezia di futuri eventi dell’umanità, così come l’embrione è la promessa di un uomo che in futuro agirà nel mondo – e l’embrione appare, nei suoi cambiamenti di forma, come testimone di processi di creazione cosmica da lungo tempo trascorsi. La profezia della Genesi indica inoltre con chiaro gesto, parola per parola, l’evento del Christo e la Via, che diviene possibile a partire da questo evento, dell’individualità alla mèta terrestre, e l’embrione cela attraverso i suoi gesti di nascita che l’uomo è predisposto ad esssere il portatore della forza dello Spirito, che mediante tale evento si è collegato alla Terra. A chi si rivolge il libro? Nell’introduzione si trova: questo scritto non presuppone alcuna conoscenza specialistica, si rivolge ad ogni lettore per il quale la conoscenza dell’uomo è una questione del cuore”.

Ad esso seguì La Quadratura del Cerchio, del 1979, nella quale viene mostrata la soluzione di tale millenario problema attraverso l’uomo stesso. Il suo terzo libro fu Fondamenti per un nuovo tipo di auscultazione cardiaca, nel quale viene mostrata tutta l’ampiezza diagnostica che si apre ad un medico che voglia veramente approfondire tale arte.

Nella primavera del 1999 appare il suo quarto e ultimo libro: Il Calendario antroposofico dell’anima alla luce dell’evoluzione dell’umanità, che apre un nuovo accesso meditativo a tale opera di Rudolf Steiner. Sempre nel 1999 apparve la traduzione italiana del Calendario dell’Anima di Rudolf Steiner, eseguita da Kaspar Appenzeller con la collaborazione di amici italiani.

A partire dall’aprile 1986 cominciarono ad aggravarsi i suoi problemi di salute. Dapprima una discopatia grave, poi l’ictus cerebrale conseguente alla rottura di un aneurisma per il quale dovette essere operato a Zurigo dal Prof. Iasargil. I problemi alla colonna vertebrale si aggravarono negli anni. Le sue ultime 16 settimane trascorsero al Paracelsius-Spital a Richterswil per un ictus transitorio in conseguenza di un collasso cardiaco. Chi lo incontrò in quegli ultimi tempi lo trovò cosciente, fluido nella parola e vivace nel pensiero come sempre. Affrontò con serenità e contagioso umorismo gli ultimi anni dolorosi della malattia, sino a quel 3 marzo 1999, un mercoledi, nel quale alle 9.37 egli chiuse la lotta della vita. La sua fu una vita eroica. La vita di un nuomo buono, forte, coraggioso e sapiente.

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LE PECORE NERE DELLO GNOSTICISMO

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Forse perché, come scrive s. Epifanio, praticassero “cose nefande” oppure per ciò che Sinesio chiama ” un eccesso di verità in delirio”…

Oppure può considerarsi un miscuglio caotico di idee esasperate, assai mal definite, quello che può essere chiamato il circolo dei Cainiti.

Così si chiamarono poiché il loro anti jehvehismo si spinse al punto di onorare Caino, Cam e Esaù, e in genere, tutti i maledetti delle Scritture, per il fatto che Jehveh li aveva bersagliati con la sua ira.

Probabilmente fiorirono tra il 140 ed il 150, poi la traccia oscura si perde e rimane di essi solo il nome.

Come quasi tutti gli gnostici, anche i Cainiti affermavano che il Creatore del mondo non è il Dio supremo. Per essi il mondo sensibile è un aborto o una “nascita postuma” in confronto alla Nascita vera, corrispondente al Mondo degli Eoni Superiori. Il Padre di quest’ultimo era il Dio della luce e della sapienza, mentre il nostro mondo era stato generato da un Potere inferiore. Il Dio espresso dall’antico testamento imponeva l’assoluta obbedienza ai comandamenti del Potere inferiore.

In questa sfera vennero considerati come giusti quelli che, come Abele, Giacobbe, Lot e Mosè, avevano seguito i comandamenti di Jehveh (espressione del Potere inferiore), esecrando e maledicendo tutti quelli che non avevano seguito tale obbedienza.

Questo il motivo della maledizione su Caino: Abele, come pastore offriva sacrifici di sangue, mentre Caino offriva il frutto dei campi, l’ostia incruenta: naturalmente Jehveh, il Demiurgo, preferiva il sacrificio di sangue.

Uno tra gli aspetti più interessanti delle dottrine cainite riguarda Giuda. Egli possedeva la nozione esatta del vero Dio e di conseguenza lo distingueva dall’inferiore Jehveh. Perciò egli aveva insegnato a vivere separando completamente le cose del mondo, della carne.

L’uomo doveva salire al vero Dio attraverso la crocifissione del Cristo. Il Cristo era lo Spirito che era sceso dall’Alto per rafforzare nell’uomo il potere del mondo spirituale.

Così esso trionfò col sacrificio del suo corpo di carne, abbandonando questo corpo alla Morte che è la manifestazione del Potere inferiore.

Giuda tradì il Cristo?

Sì, ma in ciò stava il suo eterno merito, in ciò il suo titolo per l’eterna gratitudine del genere umano. Egli, da vero gnostico, sapeva che la salvazione del mondo necessitava del sacrificio del Cristo: era necessario tradirlo e farlo crocifiggere per aprire all’umanità la strada verso Dio.

Perciò Giuda si fece traditore del Maestro, come era stato stabilito dalla Divina Sapienza, e così divenne l’importante fattore della Salvazione, votandosi in pari tempo al proprio sacrificio, cioè ad essere maledetto ed esecrato nei secoli come il traditore più abbietto.

Pare che Quintilla facesse, in Africa, ampia propaganda di questa dottrina.

Il completo rigetto di Jehveh da parte dei cainiti fu simile al profumo delle rose se confrontato da una setta più oscura, quella degli Antitacti. Poco si sa di essi, forse anche nulla poiché le notizie provengono dai Padri della Chiesa Cattolica.

Sembrerebbe che gli Antitacti praticassero con ostentazioni tutto quello che la Antica Legge jehvehtica aveva proibito, e poiché si cade sempre lì, praticavano soprattutto con entusiasmo religioso (!) l’adulterio.

Di calibro ben diverso erano gli Ofiti. Anche in questo caso il termine non fu coniato dagli stessi ma da eresiologhi a cui interessava sottolineare, utilizzando caratteri non compresi, come gli gnostici fossero una variegata banda di criminali dello Spirito. Dunque per il trionfo della causa propria, diverse correnti furono bollate con il sbrigativo giudizio di “adoratori del Rettile odiato” e ammucchiate in un dispregiativo termine di Ofitismo.

Probabilmente il serpente di bronzo inchiodato alla croce che Mosè fece plasmare per difendere il suo popolo dal mortale attacco dei serpenti velenosi, fu un simbolo profetico in questa corrente che si pone, sulla più spassionata testimonianza del pagano Celso, in un tempo tra il primo e secondo secolo, quando ancora Gnosticismo e Cristianesimo non erano ancora due movimenti in conflitto.

Nel generico Ofitismo si riassumono le scuole dei Peratei, Naasseni e Setiani.

La cosmogonia è davvero complicata e la risparmio al lettore: credo basti sapere che l’Eone di Luce, asceso alla regione di mezzo, sotto la Madre universale, aveva creato un figlio quando venne a contatto con le Acque dello Spazio. Costui fu il principale Potere creativo del mondo sensibile e il suo nome era Jaldabaoth. Egli produsse Jao o Jehveh, il quale generò Sabaoth, padre di Adonai che generò Eloi, il quale generò Uraios, padre di Astaphaios. Così furono sette i Poteri demiurgici dell’universo sensibile: bellicosi e in continua lite.

Dal gioco tra queste forze nacque la mente, la quale era “formata dal Serpente” e nacquero pure “spirito” e “anima” e tutte le altre cose del mondo.

Jaldabaoth era millantatore e arrogante e si proclamò Padre e Dio, affermando che sopra di lui non ci fosse nessuno. Ma Sofia, sua madre, gli gridò di non mentire perché sopra di lui vi è il Padre supremo, il Primo Uomo e col Padre v’è il Figlio: l’Uomo Figlio dell’Uomo.

I Poteri rimasero stupiti dalla Voce che veniva dall’alto…allora Jaldabaoth, per distrarre la loro attenzione, li portò a creare l’uomo terrestre a loro immagine e somiglianza. A questo simulacro Jaldabaoth soffiò il fluido di Luce ricevuto da Sofia.

Allora l’uomo terrestre ringraziò l’Uomo primo e disprezzò gli Elohim che lo avevano creato dal fango: Jehveh, preso da rabbia gelosa, stabilì di privare l’uomo da una scintilla di Luce, formando Eva. Le potenze demiurgiche si innamorarono di Eva e da questo amore nacquero gli Angeli.

Così Adamo cadde sotto la signoria di Jaldabaoth e degli Elohim: allora Sofia mandò il Serpente (la Mente) nel paradiso di Jaldabaoth. Adamo e Eva ascoltarono i suoi consigli e ancora una volta l’uomo fu liberato dalla tirannia del potere demiurgico, trasgredì l’ordine di ignoranza imposto dal demiurgo che non voleva che l’uomo conoscesse Forze più elevate. Di conseguenza Jaldabaoth lo espulse dal paradiso, ma con il “serpente”, cioè con l’intelligenza.

Nel frattempo le cattive qualità di Jaldabaoth avevano generato: il figlio di ciò fu Shath-an Ophiomorphos, il Deviato, il quale procreò a sua volta sei figli, i Poteri Diabolici che tormentano l’uomo.

Adamo e Eva, prima dell’espulsione dal paradiso, avevano “corpi vaporosi”, come gli angeli. Ma dopo l’espulsione, densificandosi, i corpi divennero vestiti di pelle, finché Sofia misericordiosa rese loro il profumo della Luce ed essi conobbero di portare con sé la morte. Ma anche riebbero memoria dello stato anteriore e attesero, sapendo che la veste di pelle un giorno sarebbe stata deposta.

Poi appaiono, tra l’umanità, i Profeti che parlano illusioni suggerite dai sette Elohim, sebbene talvolta Sofia riesce ad inserirvi frammenti su l’Uomo primo e sul Cristo.

Vedendo come andavano le cose, la Sapienza implorò l’aiuto della grande Madre e questa pregò il primo Uomo di mandare il Cristo a redimere il mondo.

Tramite Giovanni ed il battesimo del pentimento, Gesù fu preparato a ricevere il Cristo. Il Cristo attraversò le sette sfere, facendosi simile agli Arconti, privandoli del loro potere e della Luce da essi trattenuta. Prima di ogni altra cosa il Cristo rivestì la sorella Sofia del Vestimento di Luce. Poi scesero in Gesù, il Cristo e Sofia, l’uno racchiudendo l’altro, e Gesù divenne il Cristo.

I poteri studiarono di sopprimerlo. Così, l’uomo Gesù fu crocifisso. Ma Cristo e Sofia ascesero all’Eone incorruttibile.

Cristo non dimenticò chi lo aveva accolto in sé e mandò un potere che fece risorgere il suo corpo psico-pneumatico. I discepoli che videro questo eterosoma rivestito di tutte le apparenze sarcosomatiche, lo credettero risorto in carne.

Egli spiegò il mistero e diede molti insegnamenti a coloro che furono in grado di comprendere. Ora egli siede alla destra del Padre e accoglie le anime che ricevettero i misteri. Così il potere di Jaldabaoth diminuisce: non può più mandare anime sante a reincorporarsi. Quando tutta la Luce sarà nuovamente raccolta dall’Eone Incorruttibile, avverrà la Consumazione finale dell’Hylê.

Questo a larghissimi cenni e sospetto che sembrerà molto noioso. Ma la colpa è tutta mia. Notate il coraggio degli gnostici a ribellarsi all’ordine stabilito e pure a rovesciare molto di quanto si è sedimentato anche in noi, poiché persino il dramma umano-divino, alla fine fu scritto dai vincitori…e direi che ne stiamo pagando le conseguenze. FK aveva ragione quando scrisse: “Che Europa sarebbe sorta dalla dottrina gnostica?”. Dico solo che aveva ragione ad invitarci a riflettere.

E' IL PENSIERO CHE GENERA L'UOMO

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Se queste poche righe fossero ambiziose e rigorose potrebbero iniziare volgendosi esaustivamente all’eccezionale fenomeno che consiste nella capacità di comprendere le cose che cadono sotto la nostra osservazione poiché, seppure mediate dallo spazio e dal tempo e dagli organi del nostro corpo (e già a questo punto dovrebbe aprirsi un ampio capitolo sulla presunzione di oggettività di tali mediazioni: ciò è stato compiuto con assoluta profondità da Rudolf Steiner nel IV capitolo della Filosofia della Libertà e da Massimo Scaligero con Segreti dello Spazio e del Tempo), esse, prese di per se, non offrono al nostro sguardo il loro significato di realtà, avendo il carattere di un tutto indiviso e incomprensibile.

La norma che permette di distinguere i caratteri di un ente dagli accidentali generali e dal resto del mondo, già appartiene alla nostra attività pensante e non al percepito indiscriminato che senza dubbio c’è ma mai si saprebbe cosa sia. Già la III dimensione non si dà ma viene data dall’attività del soggetto. Questo fatto è intuibile a chiunque (magari con un piccolo aiuto).

Nella sua indagine, Rudolf Steiner  osserva che persino “in due oggetti dello stesso genere non vi è nulla di veramente comune se ci si attiene soltanto all’esperienza dei sensi”. Prendiamo l’esempio elementare di due triangoli: uno isoscele e l’altro scaleno, oppure uno piccolo ed il secondo grandissimo…potremo continuare all’infinito. Occorre compiere uno sforzo riflessivo per realizzare che fermandoci alla mera esperienza sensoria (cioè priva di pensiero) non esiste alcun triangolo uguale ad un altro e non esisterebbe nemmeno la possibilità di riconoscere un secondo triangolo dopo il primo (a dire il vero non esisterebbe nemmeno la comprensione per il primo triangolo, ossia la possibilità di riconoscere che un triangolo è un triangolo). Normalmente invece riconosciamo la loro comune identità poiché portiamo loro incontro nel moto pensante la luce del concetto di triangolo: solo allora riconosciamo tutti i triangoli del mondo.

Ma in tale caso abbiamo oltrepassato la mera esperienza sensoria e il contenuto del concetto (di triangolo)  dove siamo andati a coglierlo? Semplificando al massimo, la risposta è questa: dal mondo del pensiero.

Ci siamo avventurati in quel settore di realtà (teoricamente rifiutata dal positivismo filosofico) senza la quale nulla delle cose del mondo sarebbe da noi compresa e comprensibile perché, per la nostra costituzione, manca nel puro mondo sensibile. Questa è l’esperienza interiore assolutamente necessaria alla comune condizione umana ed è parimenti quella meno avvertita consapevolmente.

In quanto uomini, l’esperienza interiore del pensiero è ciò che ci colloca al vertice di quelli che sino a ieri furono chiamati “regni della natura”. Ci distinguiamo dal resto della natura non perché ci muoviamo o respiriamo ma nemmeno per il fatto che qualcosa susciti in noi odio o amore con una fenomenologia quasi simile alla pioggia che cadendo modifica la precedente compattezza o morfologia del terreno. La luce del pensiero genera l’uomo in quanto entità completa, e dalla interiorità di lui essa sgorga incessantemente donando compiutezza al mondo, ancora senza che lo si sappia, poiché per ora una consapevolezza desta non esiste ancora, o meglio, l’atto non viene avvertito durante il suo processo: dandosi, a posteriori, come riverbero: la consapevolezza si riaccende solo dopo, nel riverbero, in cui coglie il compiuto, il mondo già fatto ed il pensiero come fosse soltanto un riflesso di questo.

So bene che le precedenti righe sono insoddisfacenti rispetto al tema ma da esse potrebbe risultare sufficientemente chiaro che tento di indicare che la prima e più importante tra le esperienza interiori è la coscienza pensante  sebbene tale dato di fatto rimanga sempre il più negletto e che ogni esperienza interiore vera e sana che si definisca occulta dovrebbe essere oggetto della coscienza pensante come in natura il suono è per l’orecchio.

A molti tutto questo potrebbe apparire semplicemente ovvio e se davvero fosse così  il mondo esoterico sarebbe una riproduzione fedele del cielo in terra.

Purtroppo così non è, la confusione regna e per ‘esperienza interiore’ si intende proprio di tutto, essendo di sufficiente soddisfazione per la presunzione e l’orgoglio umano, l’esperienza di qualsiasi cosa che possa essere sentita e giudicata diversa o straordinaria se per una minuta briciola appare estranea all’ordinario vissuto. Spesso Rudolf Steiner ha rimarcato il desiderio di molti spiritualisti di ritrovare, nelle esperienze interiori, somiglianze con le cose che ci sono famigliari nel mondo sensibile.

Questo è un errore ma vi sono errori ancora più profondi laddove si volesse chiamare esperienza interiore quanto può esser sperimentato con le caratteristiche del mondo sensibile e nel mondo sensibile.

Trattare di esperienze “superiori” quando ancora non si abbia chiara e sperimentata la funzione (e persino l’esistenza) del pensiero, permette tutte le illecite illazioni che poi divengono Chiese, Scuole sapienziali, Correnti spiritualistiche.

Anche l’imponente castello antroposofico patirebbe (patisce) malsane correnti d’aria se non avesse a fondamento una esigenza di obbiettività scientifica.

Nonostante tutta la cura profusa dal Dottore, è un fatto visto e rivisto come troppo spesso l’antroposofia divenga comunque suggestione e atto di fede senza attività di pensiero, dunque…spensierata.

Per questa devianza e anche per altri motivi più intimi e delicati, preferiamo usare il termine Scienza dello Spirito quando ci riferiamo alle comunicazioni spirituali: esse, dati i presupposti, si dichiarano obbiettive. Appunto: come risultati di attività scientifica.

La chiave del discorso scientifico è la pura, spassionata osservazione.

Ebbene, nel divenire scientifico è quasi “vergognoso” constatare che soltanto uno semisconosciuto ma promettente giovane filosofo, nel 1894 si portò alla radice epistemologica, indicando come, alla base dell’osservazione scientifica mancava, sino a quel momento, l’osservazione del fenomeno che sta alla base di ogni possibile osservazione.

Tra l’altro osservo che egli scrisse il suo chef d’oeuvre con un linguaggio spregiudicatamente piuttosto semplice, essenzialmente fruibile anche ai non addetti. Eppure il carattere dell’indagine e del tema portò allo Scritto un interesse inversamente proporzionale ad una sua completa comprensione.

E pare che le illuminanti aggiunte all’edizione del 1918 siano ben poco penetrate nelle dure teste degli uomini.

La Filosofia della Libertà (taccio per comodo Verità e Scienza e Linee fondamentali di una concezione goethiana del mondo) si presenta come un puro risultato di osservazione scientifica, e infatti Steiner volle sottotitolare il libro come “Risultati di osservazione animica secondo il metodo delle scienze naturali”.

In che modo ciò è possibile? Troviamo la più stringata risposta in Verità e Scienza “Io separo dalla mia immagine del mondo tutte le determinazioni di pensiero ottenute mediante il conoscere, e fisso soltanto quello che si presenta senza il mio intervento sull’orizzonte della mia osservazione”. Non è facile capire questa frase, poiché se pure immersa in un contesto di forma filosofica, essa indica una operazione tanto radicale che per l’anima umana significa un portarsi allo zero di sé.

E questo, se non sbaglio, è il percorso ultimo della Via iniziatica.

Però è così, allo stesso tempo, che le due esigenze dell’uomo contemporaneo vengono soddisfatte: il bisogno di scientificità e di (vera) spiritualità.

Certamente, per il nostro essere quotidiano la via è poi dura, difficile: la chiamiamo Scienza dello Spirito. Forse per la stessa ragione, i molti preferiscono i mercatini dove si incarta antroposofia…cosa volete che costino otto righe di saggezza?

A proposito della Filosofia della Libertà si può osservare come siano amate le conferenze e gli scritti che la esaminano da tutte le parti, perquisiscono ogni sua riga: notevoli esibizioni di raffinata cultura e di intelligenti riflessioni. Possibile che siano pochi a rendersi conto che questo poderoso armamentario sposti nel limbo indefinito delle cose lontane proprio ciò che è oggetto di tante attenzioni?

Anche questo è un evitare il lavoro personale, il confronto del proprio pensiero (e della propria anima) con il percorso del Testo, la sua organicità e la possibile sperimentazione del suo fondamento, cioè il senso per cui era stato scritto.

CHRISTUS MUNDI REDEMPTOR di Mara Maria Maccari – Prima Parte – terza visione

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www.maramaccari.com

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
Ogni riproduzione anche parziale di testi e immagini è vietata

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Tavola III

Terza visione della prima parte

Creazione dell’uomo ad opera di Jahvè

Il capo laterale esterno a destra (se lo ruotiamo di 90° a sinistra ha la stessa posizione di testa e mano della tav.II) rappresenta Jahvè dell’Antico Testamento.

La sua posizione è nella Luna opera come esecutore del volere del Padre (pergamena nella mano come nella tav. II) ed esecutore dell’ordinamento divino nell’Antico Testamento.

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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link che porta all’inizio della pubblicazione di questa Opera di Mara Maccari:

http://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/

Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”

VERITÀ CONTRO MENZOGNA

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Se devo essere sino in fondo sincero, non trovo affatto divertente dovermi occupare ogni volta di quel che scrivono tanti che si sono fiondati sull’esoterismo e sulla Scienza dello Spirito, come su di una preda appetitosa da spolpare e divorare. Una tantum, passi! Ma dover ogni volta ricominciare a rispiegar da zero quali cose non vanno e perché non vanno, porta rapidamente ad esaurimento la pazienza – la pochissima che ho – e altrettanto rapidamente genera in me una incoercibile forma di nausea compulsiva. Uno ha la sensazione del tempo inutilmente sprecato (che potrebbe esser davvero impiegato ben più proficuamente a livello spirituale) e del vano sciupio di molte forze preziose. Inoltre, temo di venire pure a noia a quegli amici, ben svegli, che con le loro proprie forze nella viva esperienza si sono conquistati la capacità di discernere il vero dal falso, il reale dall’apparente.

Del resto è generoso, ma invero ben poco savio e molto faticoso, voler passar la vita a raddrizzar le gambe ai cani, e a lavar la testa agli asini, rimettendoci pure – come dicevano gli Etruschi – il ranno e il sapone. E non si può nemmeno cavar sangue da una rapa, o luminosi pensieri da una testa di rapa. Tuttavia, come diceva l’Illuminato della nobile stirpe degli Shakya, il Buddha Gautama, vi sono pure molti che “hanno poca polvere sugli occhi”, e per loro è giusto spendere alcune parole chiare chiare, al fine di mostrar loro il giusto sentiero. Dopo di che, una volta mostrati secondo veridicità i dati del problema sui quali riflettere, è giusto che ognuno si faccia un proprio individuale giudizio, affaticandosi con le proprie forze nella ricerca e nella conquista della Verità.

Conciosiacosaché, essendomi io stufato di ripetere polemicamente sempre le stesse cose, e temendo altresì di annoiare amici ben più provveduti e vispi del sottoscritto, daremo qui per l’ultima volta il quadro eloquente di quel che si muove nella palude mefitica e nell’immensissima fogna dello pseudoesoterismo – e fantaesoterismo – italiota. Poi ognuno sarà responsabile delle savie o stolte scelte che vorrà fare e si sciropperà altresì tutte le conseguenze piacevoli o meno della scelta fatta.

Detto questo, faccio formale promessa – con grandissimo gaudio degli esultanti scarrafoni – che non tornerò più sulle vessate questioni delle presenti polemiche.

Nel fantasioso e variegato mondo dell’esoterismo d’accatto oggidì si incontra veramente di tutto. Usa dire che il mondo è bello perché è vario, ma si dimentica talvolta quanto il mondo sia tragico perché contraddittorio e quanto la vita di molti sia drammatica perché in tale mondo contraddittorio si deve necessariamente lottare contro la menzogna.

Ma non è che la menzogna si presenti in forme palesi, facilmente distinguibili dalla verità. La menzogna è tenebra, ma possiede le sue ambigue e fallaci luci, le quali illudono, talvolta affascinano o sconcertano, sovente fuorviano. La menzogna si paluda di variopinte e attraenti vesti, e coloro che non riescono a distinguere la veste illusoria dalla menzogna che di essa si riveste, difficilmente giungerà a scorgere l’autentica realtà, quella verità che in questo immondo mondo porta sovente vesti dimesse e poco appariscenti.

Se la menzogna affermasse apertamente : quel che dico è falso, ciò sarebbe apprezzabile e sotto certi aspetti, nella sua sincerità, persino una mezza verità. Ma, siccome l’intento della menzogna volontaria è quello di avvelenare deviare dal retto sentiero le anime, nonché distorcere, deformare, ammalare la realtà umana, difficilmente una tale menzogna deporrebbe le mentite spoglie e si presenterebbe nel suo ributtante aspetto.

Nel campo dell’esoterismo autentico già da molto tempo si è infiltrato un menzognero esoterismo d’accatto, uno pseudoesoterismo – come direbbe il mio sapientissimo amico C. – da “mercanti di birra e venditori di trippa”, che cerca di fare una sorta di pot-pourri, o – come dicevano gli Antichi –  olla putrida nella quale si fa entrare di tutto: il tutto generosamente condito nella dolciastra e sentimentaloide salsa di sapore new-age.  Coloro che stanno dietro questo giuoco infame, sono ben più svegli e cinici dei servi sciocchi dei quali si servono, ed hanno una visione ben più ampia e ‘sulfurea’ di quella bottegaia, che traspare dagli scritti dei servi sciocchi e degli utili idioti dei quali essi così spregiudicatamente si servono.

Naturalmente, vi sono a giro persone che sciocche non sono, che non trangugiano il contenuto, davvero immangiabile, di tale olla putrida, e non sono disposti a bersi il cocktail di menzogne, che con fare accattivante essi ammanniscono al loro stupito e ammirato popolo catecumeno. Le persone ‘vispe’ sono ritenute pericolose perché, strappando brutalmente le variopinte vesti della cortigiana, possono mettere a nudo il ripugnante corpo della meretrice con tutte le sue piaghe infette. In tal caso, contro chi si dimostri inopportunamente troppo ‘vispo’ e riottoso all’omologazione dell’universal menzogna, ed anzi intenda energicamente lottare per smascherarla, vengono messe in atto due abili strategie.

Da una parte si invita con magniloquente verbosità all’universale concordia, ad una sorta di buonismo di maniera che giustificherebbe ogni sincretismo, alla ostentazione di una sciropposa sentimentalità, per cui chi ad essa vuol sottrarsi sarebbe un “egoista”, un “presuntuoso”, un “separatista”. E di afferma ad altissima voce che sarebbe uno scandalo che coloro che avrebbero il dovere di esser concordi discepoli di un solo Maestro, si dividano, si contrappongano, polemizzino tra loro. Mentre nulla è più falso dell’affermazione che siamo discepoli dello sesso Maestro, e quanto segue lo mostrerà ad abundantiam.

Dall’altra, “si cuce un vestito addosso” a coloro che veramente vogliono essere fedeli alla Verità e all’insegnamento autentico del Maestro, e si dice che costoro dicono questo e quello, che sono unilaterali ed intolleranti, che mutilano l’insegnamento del Maestro, portando avanti per es. una concezione unilateralmente unicitaria della Concentrazione e così via. Naturalmente, ciò non è vero, e viene data una ‘versione’ menzognera e caricaturale di ciò che affermano coloro che vogliono difendere – anche aspramente lottando, quando necessario – la Verità, l’insegnamento e la figura del Maestro. Poi si adoprano i sempre luridi strumenti dell’ingiuria, della calunniosa diffamazione. Ed anche – potendo e avendone l’occasione –  la persecuzione.

Ci si serve di quella vasta platea di smarriti, o di furbi, o di perditempo, che si rivolge alla “rete”, ai ‘social network’, alla ricerca di improbabili certezze dogmatiche, di sensazioni emozionanti, di divertente intrattenimento. E a loro si propone d’ingurgitare l’edulcorata brodaglia della horrenda potio, ma non si trascura di additare i ‘cattivoni’, i ‘presuntuosi custodi’ di un insegnamento rigido e cristallizzato, i ‘negatori delle esigenze dell’anima’, gli ‘ignobili inquisitori’e via dicendo. Se su tali social network ci si permette la volgare ingiuria e l’aperta calunnia, lo si fa per provocare l’inopportuno e importuno avversario, smascheratore della da loro spacciata menzogna. Si provoca nel tentativo di trascinare nella polemica, e di abbassare l’avversario al proprio livello fognardo, sia pure imbellettato e profumato come conviene ad una illudente cortigiana. Ma tali ingiurie ed espressioni volgari appaiono telematicamente visibili solo per poco tempo – a volte solo per pochissimi minuti – perché deturperebbe in maniera controproducente l’immagine falsamente ingenua e buonista, che si vuole ammannire al poco scaltrito popolo catecumeno.

Lo scopo – al di là delle vanità e delle presunzioni personali – è quello di snaturare, deformare, paralizzare l’insegnamento che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno dato come vivente e autentica Scienza dello Spirito. A parte la banalizzazione sentimentale e buonista della Sapienza spirituale, si introducono in essa elementi indebiti di vie spiritualmente irregolari, che vengono accolti ben mascherati dall’unanimismo buonista – una sorta di ipocrita “ecumenismo esoterico” – che difficilmente fa scorgere agli sprovveduti l’aspetto esiziale di tali ‘inserimenti’, che arrivano da una parte a paralizzare il contenuto spirituale originario, dall’altra surrettiziamente propongono una “via sostituita”, come la chiamava con un’immagine efficace, decenni fa, un esoterista francese.

Per cui nell’immangiabile pastone troviamo – accanto a Maestri della Iniziazione rosicruciana come Rudolf Steiner e Massimo Scaligero – la Fraternité Blanche del felicemente defunto Mikhail Omraam Aivanov, col suo sentimentalismo luciferico da quattro soldi ed uno pseudokabbalismo, con i contenuti ch’egli rubò allo Steiner e al Deunov, la solita magia sessuale e la forsennata commercializzazione. Troviamo l’esaltazione di un maestro della forma più pura di iniziazione ahrimanica come G. I. Gurdjeff, o quella dei suoi discepoli Uspenskij e Orage, ora addirittura pubblicati da una cattolicissima casa editrice, che si spaccia per “antroposofa”, e spaccia le indicazioni di costoro come vie all’amore sacro. Vi è l’esaltazione di Valentin Tomberg, con tutto il suo liquamoso e infido gesuitismo. Vi sono strambi apostoli vari, che a mani basse depredano ovunque tutto quello che possono. Troviamo l’esaltazione e l’indicazione di un maestro della iniziazione ahrimanica – e peggio – come Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, con la sua magia cerimoniale spacciata per teurgia, e la sua magia sessuale spacciata per alchìmia palingenetica e angelificante. Vi sono vari dichiarati avversari e nemici acerbi dell’Antroposofia. E tra le righe qua e là, ovviamente, non può mancare un po’ di Aleister Crowley, con la sua magia asurica e le sue porcherie di magia auto-etero-omosessuale. Il tutto  nascondendosi dietro l’immagine di Rudolf Steiner – usata da vari di loro anche come ‘avatar’ nei social network – dell’Antroposofia, della Scienza dello Spirito.

Vi è anche un dichiarato integralista cattolico, ispiratore di una discussa casa editrice ultraintegralista cattolica, volta ad operare quel mirabile “trasbordo ideologico inavvertito”, teorizzato in Brasile da Plinio Correo de Oliveira, e ampiamente praticato in Italia da Alleanza Cattolica. Costui – che mostra la sua inimicizia all’Italia, rivestendo sui social network il mantello del borbonico e antitaliano Ordine Costantiniano – viene fatto scrivere su una delle pagine il cui amministratore – da sempre suo amico e seguace – si cela dietro l’immagine del Dottore.

E non può mancare la strumentalizzazione della Scienza dello Spirito per inconfessate – neanche poi tanto – finalità politiche di destra, di centro di sinistra, e persino  a finalità sedicenti antipolitiche. Per ‘portare lo Spirito’ nella politica. Al tale scopo sono state organizzate persino scuole a pagamento in distensivo e bucolico ambiente rurale.

Ma c’è sempre qualche angelo malizioso che pone una fortunosa “buccia di banana”, sotto il piede  di questi imbonitori e millantatori, e la vanità prima o poi tradisce la mal congegnata mistificazione: le persone perdono sempre l’occasione di stare zitte, e viene fuori la patente menzogna e la natura bugiarda dei furbastri. Infatti, oggi ci è capitato di leggere, su uno dei sopra citati social network, la «commossa» evocazione dell’improvvisa scomparsa di un nostro caro amico. Sono tante le menzogne, e piuttosto maldestre, che – pur nella tristezza del momento – ci è venuto da sorridere.

Si tratta di un personaggio di origini ciociare, delle cui millantate imprese abbiamo avuto modo di occuparci talvolta in passato. Imprese dagli aspetti decisamente circensi e clowneschi. Costui vanta – falsissimamente – una conoscenza ed una frequentazione personale di molti anni con Massimo Scaligero mai avvenute, avendo egli confessato in passato – ed avendo avuto io modo di accertarmene tramite suoi amici di gioventù – di aver sentito il suo nome solo diversi anni dopo la morte di lui. Ora costui scrive:

« Nella seconda pagina delle vecchie edizioni delle Opere di Massimo Scaligero, sotto l’elenco dei testi pubblicati dall’Autore c’è una scritta “Per informazioni bibliografiche rivolgersi al Dr. Alfredo Rubino, Via Rubicone 42-Roma”. Alfredo Rubino, “Il Discepolo Indefettibile” di Massimo è morto oggi, dopo una lunga malattia che lo aveva da molto tempo, unitamente a gravi problemi familiari, fatto isolare dal mondo. Conobbi Alfredo circa 40 anni fa, a casa di Massimo: era un uomo molto schivo, timido, silenzioso, che amava rimanere dietro le quinte ma si capiva subito che Massimo ne aveva una enorme considerazione ».

Che il suddetto individuo abbia incontrato quarant’anni fa Massimo Scaligero è non solo una menzogna, visto che ne aveva udito il nome solo dopo anni dalla sua scomparsa, ma anche una impossibilità perché, per motivi banalmente anagrafici,  quarant’anni fa costui aveva solo dodici o tredici anni, essendo nato – a quanto ci costa – nel corso del 1960 ben inoltrato, in un paesino di mezza montagna della provincia di Frosinone. Inoltre Massimo Scaligero non riceveva a casa sua, bensì nello studio che si trovava nell’attico dello stabile che si trovava al numero 7 di Via Cadolini, messo a sua disposizione da Marina Sagramora.

Ma il nostro affabulante ciociaro, fantasioso mandriano  di ‘bufale’ non si ferma qui, e dà una descrizione alquanto errata delle riunioni che Massimo Scaligero teneva a Via Barrili 12 a Monteverde, dapprima solo al sabato e, poi da metà degli anni settanta, due volte a settimana, il mercoledì e il sabato, dimostrando di non avervi mai partecipato. Da come il nostro affabulatore descrive lo svolgimento di quelle riunioni, chi vi ha partecipato capisce subito ch’egli non vi è mai stato presente: neppure una volta. Infatti, così prosegue nella sua «commossa» evocazione della scomparsa del nostro amico:

« La conferma dell’enorme stima e della totale fiducia che Massimo nutriva nei Suoi riguardi si ebbe dopo la morte terrena del Maestro, di cui sta per ricorrere il 34° anniversario, dal momento che Massimo, nelle Sue ultime volontà lasciò ad Alfredo il compito di dirigere quelli incontri bisettimanali (il mercoledì ed il sabato pomeriggio) che Massimo conduceva per amici e discepoli a Monteverde Vecchio. Si trattava di riunioni molto particolari: Massimo arrivava, si sedeva dietro un tavolo e leggeva, a volte accompagnando la lettura con brevi commenti, Opere di Steiner o Sue medesime. Quindi, da un recipiente posto sul tavolo, estraeva a caso, uno o due biglietti, preparati in precedenza: erano domande scritte dai Discepoli o dagli Amici di Massimo, che, guarda caso, erano sempre straordinariamente correlate con il discorso immediatamente prima fatto da Massimo. Alfredo lasciò immutato lo stile di questi incontri riuscendo peraltro a ricreare perfettamente la profonda atmosfera Spirituale che si percepiva quando Massimo era vivo ».

Tutto ciò è una ‘fiaba’, o meglio una menzogna pronunciata per accreditare una personale conoscenza ed intima frequentazione del nostro affabulante mandriano di ‘bufale’ col Maestro. Massimo Scaligero svolgeva quelle due riunioni sempre alla stessa maniera: entrava nel silenzio totale dei presenti, faceva un gesto di saluto con un ampio gesto della mano destra, si sedeva, e leggeva tutte le domande scritte che erano state poste sul tavolo. Ma in quelle due riunioni mai egli lesse o commentò – come invece afferma il nostro affabulante mandriano – opere di Rudolf Steiner o proprie. Mai in anni e anni. Non estraeva le domande a caso ‘da un recipiente’, che su quel tavolo non è mai esistito, bensì le raccoglieva dal tavolo dove erano poste direttamente, oppure da una antica copia di un libro nel quale chi domandava a volte, ma non sempre, le poneva. Non ne leggeva una a caso, bensì nel silenzio meditativo le leggeva tutte, e poi cominciando da una le commentava tutte, intessendole e connettendole l’una con l’altra. Oltretutto vi è la testimonianza delle integrali registrazioni delle riunioni di Massimo ad attestare questa nostra affermazione.

È vero che Alfredo Rubino, per volontà di Massimo Scaligero, proseguì quelle due riunioni del mercoledì e del sabato, ma anche allora non esisté nessun recipiente nel quale le domande venivano poste. Semmai è da osservare che fu Alfredo ad introdurre la lettura di un testo di Massimo Scaligero ed uno di Rudolf Steiner nelle riunioni del mercoledì e del sabato. Il nostro imperial affabulatore, forse a conoscenza di questo particolare, lavorando di fantasia, ha creduto di dedurre una verosimile identità nelle svolgimento di quelle riunioni prima e dopo la morte del Maestro.

Poi – e sarebbe persino comico rilevarlo, se non fosse per chi lo ha conosciuto e amato un momento  così triste – il nostro imperiale affabulatore scrive che:

« Alle, purtroppo non infrequenti, polemiche sorte nei c.d. “Ambienti Scaligeriani” Alfredo non partecipò mai, come pure fu sempre assai misurato nei confronti dei giudizi su ambienti esoterici “rivali”(quasi sempre PRESUNTI TALI) contro i quali troppo zelanti (o semplicemente ottusi) discepoli di Massimo si scagliavano o continuano a scagliarsi ancora oggi. MAI udii Alfredo esprimere commenti negativi nei confronti di CHICCHE E SIA (come Totò avrebbe detto), era al contrario ,sempre gentile, affabile, cortese e disponibile con CHIUNQUE come un VERO Discepolo Occulto dovrebbe essere! ».

Chiunque sia stato vicino ad Alfredo Rubino, invece, sa bene quanto egli sia stato osteggiato, indegnamente vilipeso, quanto egli abbia dovuto aspramente lottare – con parole anche dure e con l’azione coraggiosa – contro la pampuriesca centrale gianicolense, per difendere la figura spirituale di Massimo Scaligero, la centralità della Concentrazione, l’adamantina purezza della Via del Pensiero contro coloro che la sfiguravano o la alteravano. Io udii la sua voce vibrare energicamente per difendere la verità contro la menzogna, lo udii denunciare apertis verbis le machiavelliche macchinazioni di un politicantismo esoterico, lo udii e lo vidi difendere a viso aperto il rapporto e la realizzazione graalica di Massimo Scaligero. E soprattutto questa coraggiosa presa di posizione, contro la menzogna e la diffamazione, volte a colpire l’adamantina sostanza celeste di tale rapporto e realizzazione, oltre la fedeltà alla Concentrazione, non gli sono mai state perdonate.

Il nostro bucolico imperial pastore di mandrie ciociare dimostra una ‘creatività’ veramente ‘artistica’, ch’egli ovunque dispiega nell’etere, a beneficio del colto e dell’inclita, ostentando la multiformità stupefacente del suo versatile ingegno anche nel propalar la sua iniziatrice ‘sapienza’ servendosi altresì di vari ierofantici e faraonici alias – che più che degli eteronimi o degli ieronimi, sono degli autentici (si fa per dire…) pseudonimi – come Pontifex Maximus Unas (faraonico ierofante di un tutto e solo suo Anticuus [sic!] Ordo Aegypti, almeno fino a che alcuni classicisti gli fecero più volte notare che Antiquus in latino si scrive con la ‘q’ e non con la ‘c’…) e Ta Merit, 33.’. 66.’. 90.’. 95.’., Gran Conservatore, Gran Cancelliere, Gran Ministro di Stato etc. etc., di uno degli innumerevoli Ordine di Memphis-Misraim (di schietta origine ‘ambelainiana’, naturalmente, come ci teneva a precisare…) che in Francia, in Terra d’Ausonia, ai Caraibi e nell’Oceano Indiano, pare che sorgano come i funghi dopo la pioggia in una giornata di sole. E in tale funzione, costui si faceva redattore e scrittore di una telematica rivista ‘egiziaca’ di nome Sophia Arcanorum, e nella parte segretissima e riservatissima del sito di cotal occulto Ordine, ei si faceva altresì mirabile Maestro d’occultismo, prescrivendo esercizi vari di editazione e di respirazione di sua propria  invenzione, ed altri saccheggiati a tradizioni varie, facendo persino strame di insegnamenti e mantram del Dottore. Il violare la segretezza e la riservatezza di un tale massonico consesso telematico fu ed è un giuoco banale per chiunque sappia che cos’è un ‘tegolatore’ massonico, acquistabile in ogni buona libreria, o anche on line da chiunque vi sia interessato, e quindi conosca parole sacre e di passo dei vari gradi.

Ma ad un certo punto il nostro elegiaco e bucolico pastore di ciociare mandrie di ‘bufale’, ha deciso di non fermarsi lì, e – come dicono a Roma – si è «allargato» con la ‘creativa invenzione’ di ancora una volta un tutto e solo suo Sovrano Santuario Egizio-Mediterraneo – Regime Rettificato dei Riti di Memphis-Misraim del quale si è impancato a Gran Maestro, di un Ordine Martinista Isiaco Osirideo, facendo rivoltare nella tomba il povero Louis Claude de Saint-Martin, il quale nella sua vita ha sempre odiato l’Egitto, i Riti Egiziani, l’Ermetismo, scrivendo contro di essi, e soprattutto mai si sognò di ‘inventare’ un Ordine Martinista, che noi dobbiamo interamente all’affaccendata solerzia involgarizzatrice del Dr. Gérard Encausse, alias ‘Papus’, contro il quale Rudolf Steiner ebbe sempre parole di fuoco, che alla bisogna potremmo tranquillamente citare. Costui ci rivoga altresì una Ecclesia Gnostica Egizia e i suoi esorcismi scritti in un latino pieno zeppo di errori grammaticali  a dir poco esilaranti. E dire che il nostro imperial ierofante ha fatto il liceo classico!

E anche l’evoliano, sufico, guénoniano, battiatiano, giorgiogaberiano, ecceteriano, Diamond Moor, col suo ‘rivoltante’ e ‘antimoderno’ blog. Infine egli ora è diventato il legittimo erede – a suo dire anche in via sanguinis – del principe Raimondo di Sangro di Sansevero, del principe Leone Caetani, dell’enigmatico Pasquale de Servis, preteso Maestro di Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, il mago di Portici, di Giustiniano Lebano, del suo maldestro elettricista Vincenzo Gigante, autoeleggendosi Gran Hierophante dell’Ordine Osirideo Egizio: vertice unico e legittimo di tutto l’Ermetismo occidentale. Buuuuuummmmmm!!!!!!!!!!

Davvero la vanità non è la minore delle sue eccelse ierofantiche virtù! Ei si fa persino dogmatizzante teoreta, scrivendo – come Haiaiel Maestro dell’Ordine Egizio – un lunghetto anziché no articolo “Sul Sacro Amore”, ove si spaccia per amore graalico la solita porcheria magico-sessuale. Sarebbe davvero curioso sapere cosa ne penserebbero della sua concezione dell’amore graalico alcune fedeli discepole del nostro Maestro: penso oltremodo perplesse di fronte allo spacciar tali ‘teorie’ e ‘pratiche’ non precisamente cavalleresche ed eroiche, e neppure da gentiluomo. E per parlar bene.

In questo «fritto misto di totani, calamari e gamberi» – come lo chiamerebbe il sapientissimo C., mio ottimo amico e commilitone di tante battaglie contro la falsificazione esoterica – si fa strame di insegnamenti e mantram del Dottore e di Massimo Scaligero, mescolati e accostati alla rinfusa e in maniera improbabile a tutto quel che si può trovare di personaggi esoterici e delle rispettive dottrine, ancorché contraddittorie e in aspro conflitto tra loro: Julius Evola, René Guénon, Robert Ambelain, René A. Schwaller de Lubicz, Giuliano Kremmerz, Aleister Crowley, il Buddhismo Tibetano, la Magia Celtica e quella Runica (o pretese tali…) e di tutto, di più, e di ogni. Rendendo ogni cosa orribile all’aspetto oltre che immangiabile.

Onde egli è stato eletto, recentemente, all’unanimità dall’assemblea plenaria degli occultisti italici – con acclamazione e standing ovation – Gran Califfo di Lambrate – espressione, questa, sempre del mio ottimo amico C. – dando luogo poi ad una rumorosa festa alla napoletana, “tipo Piedigrotta”, con fuochi, tricche, ballacche e putipù.

Ho voluto un po’ briosamente scherzare sugli aspetti comici e circensi che la tragedia della sacrilega profanazione – e il simoniaco sfruttamento bassamente commerciale – della Sapienza Celeste, della Scienza dello Spirito, dell’Antroposofia, porta inevitabilmente con sé. Quello dell’imperiale affabulatore e mandriano è solo un esempio – forse particolarmente pittoresco – fra vari altri: poi ci sono alla grande rockettari emiliani e romagnoli, ‘ultras’ laziali, e ‘cervi bianchi’ partenopei, strambi apostoli, antropo-gesuiti e tomberghiani, antropo-esaltatori del pontefice gesuita, giunto a finibus terrae.

Tutti costoro, vorrebbero disarmare – servendosi della ‘predicazione’ di una ipocrita tolleranza, equanimità, positività e spregiudicatezza di comodo che predicano agli altri, e che si guardan bene dal praticare loro – coloro che invece si ostinano a voler essere fedeli a Massimo Scaligero, alla Via del Pensiero e alla Concentrazione dal lui sempre e poi sempre indicate. Si arriva – e questo è il colmo della loro disgustosa ipocrisia – a citare le parole di Massimo Scaligero – che loro strumentalizzano e combattono – contro i discepoli che gli vogliono essere fedeli. E stupisce quanti nostri amici caschino – in buona fede, certamente – in cotale sporco, bieco, e cinico giuoco, la cui totale malafede è evidente a chiunque vi guardi a fondo.

Ma il tempo è giusto  e la verità si farà strada. I ‘mercanti del tempio’ riceveranno dal Cielo l’adeguato salario dei loro sporchi e porchi traffici. Ma nel frattempo, è anche necessario – anche in questo momento per noi  così triste – pronunciare parole di verità per smascherare la menzogna, la mistificazione, le ruberie, gli oltraggi, le sacrileghe profanazioni, che vengono perpetrate contro la Sapienza Celeste, e le cattiverie operate contro gli amanti di Lei, e svegliare dal sonno sentimentale e dogmatico alcuni nostri amici cari, i quali per troppa bontà dànno credito  e plauso a tali menzogne e scellerati sacrilegi.

Non sono così folle ed asino da pretendere di essere il ‘possessore della Verità’, ma so che è mio dovere – e vari amici sono con me in questa impresa – lottare per Essa, e combattere contro la menzogna non dandole mai quartiere, e bollandola a fuoco – come ingiungeva Rudolf Steiner – ogni volta ch’essa presenti il suo deforme e disgustoso volto. Se non lo facessi, se tacessi di fronte alle buffonate, alle ciurmerie, alle menzogne, alle profanazioni, allora sì che sarei veramente un asino da bastonare energicamente!

Qui vult capere, capiat!, diceva l’ottimo Cagliostro.

Un cordialissimo  e gioioso saluto

all’intera Armata Brancaleone

da parte del cattivissimo Hugo,

che si è stufato di far lo stracotto col sugo.

 

 

COL SILENZIO SI FERMA IL MONDO

Ur

Come i lettori di Eco sanno, lo scopo di queste note è, nella loro modesta forma, un costante invito formulato in storie, riflessioni e indicazioni pratiche per chi vorrebbe aprirsi un varco verso la sperimentazione del sovrasensibile.  Il titolo di queste righe l’ho preso dalla via sciamanica, della cui esistenza il mondo conobbe qualcosa attraverso i fortunati scritti di Castaneda

La mia disponibilità interiore non risente di trascorse affinità verso una via antica e sciamanica ma, molto più semplicemente, ho avvertito in diverse osservazioni e comunicazioni di “don Juan”, l’interiore vitalità della corrente spirituale a cui apparteneva. Ciò per me è più importante della complessiva valutazione critica.

In taluni ambienti che verso Scaligero e la sua Opera avevano già stabilito i canoni dell’ortodossia, questo non fu compreso, al punto che girarono divertenti voci sul mio ennesimo tradimento aggravato da un gastronomico contorno di funghi allucinogeni. Questo attraverso persone che credevo amici fidati.

Nel mondo sciamanico, alcune nozioni ascetiche di fondamento sono coniate con grande felicità d’espressione. A mio parere l’immagine di ‘fermare il mondo’ è accomunabile al Silenzio Occulto ma sottolinea vigorosamente le grandi implicazioni di questa tappa della coscienza. Per quei vecchi stregoni estremo-occidentali, l’uomo comune con il suo continuo, accecante dialogo interiore, crea un mondo a sua immagine, meno reale di un fondale di cartapesta: Schopenhauer sarebbe stato d’accordo, la psicologia in parte converrebbe, l’occultista sa che ciò è radicalmente vero.

Se il ricercatore ferma il continuo dialogo interiore ossia domina il pensiero ordinario e mantiene con la massima continuità possibile tale inusitato non-pensare, può anche uscire dal teatrino del mondo conosciuto per metter piede su terreni ignoti e respirare con l’anima.

Certamente il Silenzio non s’improvvisa e non si apparenta a nessuna delle centinaia di forme di rilassamento psicofisico che vengono spacciate, ormai anche in Oriente, come meditazioni.

La confusione si è fatta tale che il significato di meditazione è stato sepolto nel mondo contemporaneo sotto uno spesso cumulo di assurdità e idiozie su cui è inutile intrattenersi per quanto queste appaiono come fatti. Invece è piuttosto grave, nel contesto che qui si tratta, l’incapacità religiosa, esoterica e antroposofica, di realizzare che le Vie spirituali che ci hanno calamitato, anche se ci fosse una per ciascuno di noi, dunque tante o tantissime, hanno o avrebbero in comune come nucleo fondante l’anelito a rintracciare la nostra Patria spirituale, dunque, in un modo o nell’altro, un elementare bisogno di trascendimento, che inizia sempre con il tentativo di una o più azioni interiori.

Nei confronti di un deliberato lavoro nell’anima è l’inerzia, la passività che domina. Comprendo e compatisco la passività  dei molti esseri a cui non è stata ancora data alcuna possibilità di conoscenza (e nemmeno questo è completamente vero perché in tanti l’evolversi dell’anima, esteriormente irriconoscibile, si manifesta assai spesso in difficili sacrifici e dure prove, apparentemente esteriori ma che modificano e maturano l’interiorità), mentre in esoteristi ed antroposofi, allegramente intenti ad opinare, schematizzare, formulare, ecc., immersi nel sottile piacere dell’autocompiacimento, l’esenzione dalla azione interiore è una colpa grave.

Persino la pratica del  Rosario, snocciolato dalla vecchietta nella penombra della Compieta, supera in qualità le moresche affabulazioni dei teorici dei Misteri.

Cari amici, condividiate o meno le mie parole, posso, per quel poco che mi è concesso, assicurarvi che, per il nostro normale metro di giudizio, il Mondo Spirituale, cioè gli Esseri Creatori, sono ‘immensamente’ severi (oppure: buoni come la folgore) e pesano sulle loro bilance (come ripete in molti modi Maître Philippe) ogni nostra azione. E’ bene ricordare che la valutazione Divina e quella umana hanno poca coincidenza ma per la vita pratica è utile ricordare che ogni nostro superamento, a qualsiasi livello si esplichi, è accettabile per il Cielo e tutto il resto di cui sovente andiamo fieri è un bel zero, comunque giudicato negativamente. E’ Legge, non dissimile a quanto regola impeccabilmente la natura sensibile: tutto quello che l’uomo produce tangendo con il subumano, non passa i confini dello Spirito.

Però è anche vero che fare gli esercizi, quali essi siano, non può mai essere soltanto una riproposta tecnica di quanto è stato assimilato con la lettura. Già la lettura, quella con cui sovente ci si ‘presenta’, può essere solo un passaporto fasullo, un contenitore vuoto.

Spiegando l’ampio ventaglio della realtà ci sono coloro che leggono per la prima volta Teosofia e le parole si trasformano in immagini pregne, dotate di propria vita mentre per altri la medesima lettura fa il paio con l’acquisto di banane dal fruttivendolo.

I testi donatici da Rudolf Steiner, nonostante i rischi insiti nelle traduzioni (generalmente preferisco le edizioni d’annata perché tradotte da valenti cultori dell’antroposofia, bilingue dalla nascita), andrebbero almeno letti con la più alta attenzione possibile, interpunzioni comprese, anche se la prosa sembra piana e la scelta dei vocaboli piuttosto semplice. Tutto sommato per molti non sarebbe neppure una sorta di sacrilegio se la lettura s’arrestasse per molto tempo a poche pagine: spesso sono frasi assai brevi quelle che superano la barriera della testa (intellettualismo) e scendono a germogliare come forza al centro dell’anima.

Vorrei a questo proposito ricordare nuovamente Giovanni Colazza. Come molti sanno, al di là dalle rivisitazioni di maniera, fu, tra i tanti aspetti di una vita palese ed occulta, il perno di quell’irripetibile esperimento che è stato il Gruppo di Ur (e anche il motore della catena operante, fatto che i bibliografi ed i bibliomani non sanno o preferiscono ignorare), mentre Evola ne fu il direttore organizzativo e letterario.

Colazza, in accordo a degli obblighi sovrasensibili, non scriveva nulla. Per quello che è stato il contributo documentale dei partecipanti, Colazza (sotto lo pseudonimo di Leo) parlava ed Evola scriveva.

Talvolta pasticciando un poco: come ad esempio è accaduto per un passo importante dell’articolo intitolato Avviamento all’esperienza del corpo sottile, in cui a pagina 59/60  (Vol. I, Ed. Tilopa-Roma-1980) Evola scrive: “si consegue sentendo lontana e al di sopra di noi la nostra testa, quasi che essa fosse esteriore a noi” (il corsivo è originale). Dando alla frase il senso della comunicazione di un esercizio fondamentale.

Non era e non è così. La frase di Colazza descriveva soltanto  un notevole aspetto della fenomenologia dell’esperienza. Pertanto la frase originaria, in tutta probabilità poteva essere: “si realizza quando si sente lontana….”.Quasi una sciocchezza se non si pensa a quelli che in buona fede si sono esercitati per prendere… fischi per fiaschi!

Considerate le ultime righe come un piccolo contributo alla verità oppure una mia digressione.

A pagina 296 dello stesso volume Colazza, in un successivo articolo dice: “Queste note si rivolgono a coloro che non hanno soltanto letto ciò che ho esposto fin’ora; ma che di fronte agli insegnamenti hanno sentito e voluto.”

Alcune righe più sotto ribadisce più dettagliatamente: “Di fronte a ciò che viene comunicato, non bisogna reagire e afferrare soltanto con la mente (questo è il primo ostacolo che incontra l’insegnamento occulto, e che può arrestare e neutralizzare tutto) – i pensieri devono invece dar luogo ad immagini viventi e queste debbono venir sentite. Voglio dire che lo stato che viene descritto deve essere immaginato come formantisi in noi – quasi come se noi stessi lo ‘inventassimo’ – e contemporaneamente avere e trattenere nel cuore un corrispondente stato di sentimento.”

Sono parole semplici e inascoltate, più o meno alla pari di quelle scritte da Rudolf Steiner a pagina 17 di un suo testo fondamentale (L’Iniziazione. E.A.- Milano, 1971): “Un determinato atteggiamento fondamentale dell’anima deve servire d’inizio. L’occultista chiama questa disposizione fondamentale il sentiero della venerazione, della devozione, di fronte alla verità e alla conoscenza. Soltanto chi possiede questa disposizione fondamentale può divenire discepolo dell’occultismo.”(il corsivo è mio). Osservate come il termine ‘fondamentale’ viene riscritto tre volte su quattro righe e magari rileggete la frase che ho evidenziato.

Forse tra chi  legge queste righe ci saranno (e ci sono) quelli che penseranno: ”Troppo alla lettera; è fideismo spinto. Lo ‘Steiner dixit’ è insopportabile e le imposizioni sono in contrasto con l’anima cosciente”. Se questa è la loro opinione (coerentemente mantenuta durante gli studi scolastici e poi alle lezioni di guida?), beh…se la tengano!

D’altronde esiste da sempre un codazzo di poveri diavoli che non vogliono comprendere nulla se non le proprie ‘immani’ sofferenze e le ‘abissali’ contraddizioni che lacerano la loro anima: incompresi dal mondo, da Steiner, da Scaligero e, permettetemi, pure da chi scrive, persi come sono in una personalissima e ingarbugliatissima presunzione blindata. Chi pensa e sente in tal maniera non vuole conoscere affatto la Scienza dello Spirito che, se viene vissuta operativamente, sviluppa senza limiti indipendenza e libertà anche da sé stessi, e ancora: le esperienze interiori corrette possono andare allo stesso passo con lo sbalordimento che ti prende quando scopri che l’esperienza coincide sino nei più minuti particolari, a quanto viene espresso da Steiner e Scaligero anche nei singoli aggettivi usati: il rispetto e la devozione per queste individualità è andata crescendo nel vostro articolista anche per questi avvenimenti, testati sul campo.

Perciò a chi è disposto a seguire con spirito d’ amicizia questa nota è sinceramente doveroso ricordare che senza un cuore caldo di devozione e venerazione è possibile capire tutto fuorché le Vie Sacre.

Non v’è uomo (“normalmente organizzato”) che non possegga una fiammella di questo fuoco. Occorre solo distinguerla dalla banalità e dai fuochi impuri, difenderla e alimentarla senza paura. La devozione e la venerazione per la conoscenza e la verità (occultisticamente conoscere e realizzare sono la stessa cosa) non è un sentimento, la confusione deriva dal fatto che questo e quelle occupano la stessa sede, ma ‘quelle’ sono uno stato interiore e, come tale, stabile oltre le tempeste. Come ogni stato interiore, esso può essere alimentato, coltivato e sviluppato ulteriormente.

Con una minima buona volontà è possibile scoprire che qualsiasi immagine e ogni percezione, mantenute nella loro risonanza in una condizione meditativa, in cui non si pensa ulteriormente, non si deduce, portano al cuore. Nutrono il calore dell’anima.

Il calore dell’anima è il sangue dell’Antroposofia Vivente. Parlare di antroposofia come negli ultimi decenni si usa in diverse comunità è un involontario atto di necrofilia: insepolcrato il vivo si amoreggia col morto.

Quando con la concentrazione si dominano i pensieri e si attiva la volontà e con la meditazione si scalda l’anima, le forze sono in equilibrio attivo e allora è facile realizzare il Silenzio: si potrebbe affermare che il Silenzio diventa una intima necessità. Può succedere che il Silenzio si instauri da sé e ti rapisca, anche nel mezzo di una festa fragorosa. Esso è una tappa del lavoro interiore ma è una tappa con molti gradini: il silenzio dell’ego e il silenzio dell’Io sono in linea, ma diversi.

Il primo gradino è quello che si consegue perché il pensiero è stato volitivamente dominato: esso è una sorta di passaggio obbligato ma finché lo si raggiunge dopo la concentrazione, seduti immobili in una stanza silenziosa per pochi minuti, è solitamente una tensione interiore supportata dall’atto precedente e dalla immobilità corporea. Però è comunque un inizio.

Un grado superiore di silenzio potrebbe venir sviluppato indirettamente:

a) con il progredire della forza-pensiero nella concentrazione quando ci si sia resi capaci di togliere da quest’ultima ogni traccia di parola sub-vocalica;

b) con l’abituarsi a brevi meditazioni distribuite a volontà nell’arco giornaliero. Tali meditazioni possono consistere in una parola o un’immagine tolta dalle comunicazioni di Scienza dello Spirito, o ancora, da un fenomeno naturale in movimento. Le più semplici sono anche le migliori. Facciamo qualche esempio, magari ricordandoci che sulla Via del Pensiero, l’attività messa in moto è più importante dell’oggetto che la supporta: basta l’isolamento che deriva dalla certezza che nei prossimi tre minuti nessuno chiederà una vostra risposta o che non stiate viaggiando in corsia di sorpasso in autostrada, alla guida.

Prendete, ossia evocate una parola che, magari soltanto oggi, impressioni la vostra anima ( Luce – Logos – Folgore, ecc.). Non ripetetela come pappagalli: frenatevi! Evocatela una volta soltanto e ponetevi in silenzioso ascolto dell’eco interiore che essa ha provocato.

Provate e riprovate con desta serenità: quando funziona è come una delicata vibrazione, comunque avvertibile, che si espande nell’anima. Ogni intervento arresta l’esperienza che già  dura poco; poi si ascolti pazientemente il nulla successivo per uno o due minuti ancora. E’ ancora più semplice rievocare un fenomeno naturale che, se portate un poco di giovinezza dentro, quale sia la vostra età biologica, vi ha incantato per la sua caratteristica o per nessun motivo plausibile (una goccia di rugiada pendente dalla curva estremità di una foglia, il continuo e mutevole flusso di un torrente, il colorato tappeto delle foglie cadute ecc.). Evocate l’immagine e permettete che l’impressione/sentimento irraggi in voi, senza aggiungere altro, evitando il compiacimento estetico. Non sforzatevi  di trattenerla e quando va via attendete ancora un poco. “Ma non devo fare proprio nulla?” Infatti tutto ciò è anche la palestra del non-fare personale.

Questi piccoli esercizi possiedono diverse implicazioni e non sono piccoli esercizi poiché tutto nella vita dovrebbe diventare meditazione.

Il silenzio può venir sviluppato direttamente però occorrono tempo, pazienza e buoni muscoli interiori.  Il principio è semplice: si porta il pensiero potenziato dalla concentrazione (dopo la concentrazione, oppure staccandosi da essa appena si ravviva o in momenti del tutto diversi, in questo ultimo caso però quando si è capaci di contemplare, nella concentrazione, l’immagine finale) a un nulla silenzioso e quieto, “raccogliendo intorno ad esso i poteri dell’anima”.

E’ bene ricordare che la forza-pensiero persiste ma raccolta in se stessa. Si tronca di netto il pensiero dialettico e anche le eventuali immagini. Quando ciò riesce, l’esercizio consiste nel sviluppare (prolungare) il silenzio in qualità e durata. La pratica indica con un sentimento liberatorio di interiore riposo la realizzazione dello stato di silenzio. Se un moto d’insofferenza insorge all’improvviso, non reagire ad esso, realizzando adialetticamente che è una cosa qualsiasi: esterna ed estranea al silenzio. Essere indifferenti a tutto.

Il tempo che si impiega nell’esercizio del silenzio è per principio un fatto individuale, inoltre risente interiormente dal grado e dalla profondità raggiunta ed esteriormente dal tempo concesso dagli obblighi della vita corrente. Se si avverte un cedimento verso il sonno è meglio concludere subito l’esperienza: non aprirsi a delle condizioni ipnagogiche che sono i quattro quinti delle vantate veggenze!

Il silenzio non fa male.  Anzi guida l’anima verso il proprio originario essere, verso il Fondamento, e questo è un immenso beneficio per la sua natura, e di conseguenza, per il corpo: in particolare per lo stravolto sistema nervoso e per gli organi di senso.

Con la pratica prolungata nel tempo, il silenzio interiore può divenire una condizione stabile dell’interiorità, come nella vita ordinaria lo è la propria casa a cui si torna dopo aver svolto la fatica del lavoro; ma il paragone non è esaustivo poiché concentrazione e silenzio interiore formano nell’anima un assetto permanente che ci permette di mantenere una parte di noi immobile e imperturbata anche quando si sia del tutto immersi nelle vicende del mondo, intendendo con questo termine pure  le azioni e le rappresentazioni che paiono nostre ma appartengono in sostanza al mondo esteriore.

“Si elimina il pensare, se accogliamo l’intero contenuto percettivo, riempiendocene completamente, più intensamente di quanto, come di solito, quel contenuto viene attenuato dai pensieri, dalle rappresentazioni” (R. Steiner: I confini della conoscenza della natura. E.A. 1979, pag. 99). Con questa premessa possiamo tornare a quanto Colazza indicava come disciplina basilare nel primo dei suoi articoli citati prima (Avviamento all’esperienza del corposottile), ossia di avvertire una speciale risonanza interiore davanti al percepito che inizialmente è quello fuori di noi, poi più avanti, quando risulta possibile, si volge l’attenzione verso qualsiasi moto o impulso dell’anima finché al senso di sé corporeo si sostituisce o si aggiunge uno nuovo, più ampio, mobile ed a-spaziale.

Il silenzio è la condizione base dell’esperienza. Esso è la prima forma di immobilità interiore che permette al sovrasensibile incantato intorno a noi di resuscitare dalla fissità della (nostra) caduta. Si faccia una lunga passeggiata tra boschi e prati con la mente ricondotta al silenzio, magari mantenendo lo sguardo rivolto a qualche albero distante o al mare d’erba sottile nel suo moto ondoso provocato dal vento, oppure all’invisibile aria che riempe lo spazio di una radura (per l’occultista l’aria è tutt’altro che invisibile). Nelle prime fasi (positive) dell’esperienza può essere necessario un cuore coraggioso poiché ciò che si osserva acquista intensità. Nell’ordinario non sperimentiamo intensità dal mondo ma solo immagini. Ora tutto si intensifica e l’anima non esercitata può sentirsi minacciata, aggredita e si spaventa subito. Diverso è il caso di chi ha sviluppato lo stato della devozione e venerazione: con esso non si respinge l’esperienza ma anzi la si incontra con gioia. Più esattamente la contemplazione silenziosa intensifica quello che il Dottore chiama venerazione che diviene dinamica o “estasi attiva”. Tutto diventa possente: è Volontà operante quella che ci viene incontro (vedasi di R. Steiner: Il Mondo dei Sensi e il Mondo dello Spirito, II Capitolo) e cresce ancora: qualcosa ci balza dentro…oppure è da dentro che qualcosa incontra quello che c’è fuori.

In definitiva è come se la triade composta dall’oggetto, dall’anima e dallo spazio, venisse modificata. La spazialità si altera o svanisce e l’oggetto e l’anima si fondono partorendo una rapida immagine vivente.

Più in generale diventa ormai possibile avvertire, correlata a ciò che si osserva, una nota, un’impressione animica che però proviene dall’oggetto osservato. Ma occorrerà maturare un silenzio più intimo e profondo (Scaligero lo chiamava “profonda quiete” e anche “riposo”) per favorire la discesa della coscienza verso il suo vero centro, analogicamente corrispondente al cuore.

Naturalmente la grande difficoltà non sta nella tecnica. Non dobbiamo dimenticarci  che tutte le azioni umane sono interiori (non esistono per l’uomo ‘azioni esteriori’) e poiché l’uomo è un essere spirituale, esse sono anche morali e implicano delle scelte.

Per addentrarsi in quello di cui accenno nelle precedenti righe occorre, con vita e discipline, agire su scelte radicali: si tratta di morire al mondo personale o se volete, scendere da esso (fermare il mondo) e fare con il punto di autoconsapevolezza che permane, alcuni passi concreti in ciò che per lo stato di esseri fisio-psichici è ignoto e pare persino (alla coscienza usuale) inumano. Non importa che ciò si realizzi per un attimo o per sempre: occorre la medesima attitudine, un grandissimo coraggio e un ‘atomo’ di vero amore per lo Spirito. Nessuno incolpa nessuno ma, diciamocelo francamente, sono forze che mancano a quasi tutti i sostenitori della realtà dei Mondi Spirituali.

La capacità e la possibilità di sostare lungamente nel silenzio interiore, utilizzando un’intera giornata di cammino solitario sulle alte vie di montagna o una condizione d’obbligata immobilità causata da un malanno o un incidente, possono produrre risultati eccezionali. Succede che si avvia un temporaneo risveglio di sensi sottili e nella lunga camminata silenziosa dapprima si percepirà il significato delle rocce, dei laghetti, la loro interazione estrasensibile; poi appariranno gli esseri elementari: all’inizio come labili impressioni, poi sufficientemente percepibili. In questo caso occorre mantenere davvero imperturbabilità e silenzio: non tutto ciò che si vede ha caratteristiche carine o buffe! Sembra che questi esseri apprezzino (a modo loro) la presenza di asceti silenziosi e una moltitudine di essi ti accompagna anche per lunghi tratti di strada.

I luoghi quieti ma assai più mondani, ad esempio i parchi pubblici e frequentati, possono essere fonte di sorprese.

Avevo accennato alla percezione silenziosa dell’aria che nel vedere comune sembra soltanto ciò che non si intromette quando guardiamo le cose vicine o lontane. Ora invece l’aria diviene visibile e la avvertiamo alla stregua di una sostanza minerale traslucida dotata di forme in continuo movimento; poi la sentiamo come se ad  essa si aggiungesse sostanza animica. Ma questa non le appartiene poiché esala dell’attività interiore umana. Si riconoscono (nell’aria) istinti, sentimenti e pensieri. Questa impressione è sorprendente perché tali istinti e sentimenti sono assai diversi da come vengono normalmente conosciuti quando essi vivono dentro l’uomo, cioè dentro noi stessi.

Ma è su un fatto singolare che volevo indirizzarmi: si percepisce con netta chiarezza la differenza, tra tutte le emanazioni di pensiero, quelle di coloro che pensano o discutono con passione di argomenti spirituali! Compresi i più goffi e disarticolati. . . I pensieri che abbiano un minimo contenuto spirituale irraggiano nel mondo circostante un elemento diverso da tutti gli altri  pensieri pensabili!

Non andrebbe comunque dimenticata la disciplina della parola: essa non porta direttamente al Silenzio (ma nei Monasteri sì. In quei luoghi l’obbligo del silenzio funziona: dall’esterno all’interno), però ridurre, con un po’ di disciplina cosciente,  la montagna giornaliera di parole inutili che esce dalla nostra bocca, anche se si parla poco, fa bene a noi stessi, all’Umanità e all’intero Universo.

                                                                                                                   

SULLA TECNICA DEL MEDITARE

 Alba su mare -

 

Mesi fa ho incontrato (si dice per caso) un giovanotto che è membro della Società Antroposofica da parecchi anni e che è stato molto attivo nell’ambito di questa.

Ora mi è sembrato un po’ arrabbiato, deluso e sperduto. In un troppo breve abbozzo di discorso, mi ha fatto una domanda che riguardava la modalità della Meditazione. Non sono riuscito neppure ad iniziare a rispondergli, richiamato dal meccanico che stavo aspettando. Ho dovuto lasciarlo in fretta e la domanda è rimasta nell’etere.

Se fosse stata una cosa molto seria, avrebbe avuto da aspettarmi per pochi minuti…tutto normale dunque: sembra che in realtà la Meditazione interessi tiepidamente. Oppure che essa sia una operazione talmente ovvia…

Ma così non è. Non solo io trovai difficoltà verso essa, ammettiamo pure che la mia esperienza non conti, ma mi è parso che sia stata un bel problema per tutti quelli che ho incontrato nel mio, ormai lungo, viaggio terreno tra mistici, maghi e occultisti.

Ne abbiamo talvolta parlato in Eco. Ripassiamo brevemente, come in una scaletta, ciò che può servire. La Meditazione, il meditare, da un certo momento in poi, cammina di pari passo con la Concentrazione.

Anzi, per analogia alle cose del sensibile, essa può diventare per l’anima, vasta come l’aria: diviene il necessario respiro dell’anima, la riscalda e la trasporta in alto.

In pratica, iniziare con un serio lavoro interiore partendo dalla Meditazione (cosciente) non porta lontano o è del tutto impossibile: l’uomo attuale deve prima attuare un rapporto reale tra pensiero e volontà.

Ciò è ben espresso dall’interazione che si forma con la pratica assidua del I e II esercizio dei 5 ausiliari: controllo del pensiero (dominio del pensiero comune) e atto puro. Un gradino oltre, con la Concentrazione vera e propria.

Non si dovrebbe essere troppo rigorosi nella sistematicità del prima, del dopo del cosa e del come, perciò prendete quello che scrivo con molte cucchiaiate di sale.

Se attendiamo di giungere alle vette della Concentrazione non faremo mai la Meditazione. Possiamo introdurla per il buco della serratura: abituiamoci, a Concentrazione conclusa, col rimanere in silenzio per una manciata di minuti . Abituiamoci a questo non-agire, lucido e paziente.

Quando la condizione  di paziente silenzio diviene famigliare e stabile, possiamo passare alla “Concentrazione meditativa”. Gli spunti, nella Scienza dello Spirito, ci vengono offerti in grande quantità.

Sotto la formula di Concentrazione meditativa possiamo collocare gli esercizi dell’aria e del calore, dati su Ur dal dott. Colazza e quelli anche più facilmente fruibili che Scaligero ha dato in Meditazione  e miracolo. Poi, sempre di Scaligero, i più difficoltosi esercizi con le rappresentazioni di triangoli, che troviamo nella II parte della Logica contro l’uomo (questi ultimi sono veramente più difficili, poiché – esperimenti personali a parte – implicano una certa stabilità  o autonomia nell’immagine suscitata).

Trovate anche precisi esercizi di Concentrazione meditativa nelle prime, densissime pagine di Tecniche della concentrazione interiore. Tutti questi esercizi non hanno un vero limite. Sono tracciati, in cui la parte del leone la fa l’immaginazione saturata di volontà e soprattutto di dedizione che il soggetto riesce a poco a poco ad immettere nell’operazione. Ho già scritto da qualche parte di aver trovato, forse per mia complessione, in Concentrazioni immaginative in movimento del tipo “Il vento solleva corpi leggeri”, risultati di una certa rilevanza.

Poi, con o senza l’aiuto di quanto ho indicato (ma il dominio del pensiero è davvero indispensabile, insieme al silenzio), si può e si dovrebbe tentare la Meditazione.

Se rileggete le indicazioni di Scaligero, tutto dovrebbe essere chiaro e limpido. Però di solito non va così.

Cosa dice Scaligero? Prendo un testo a caso: “La meditazione è una concentrazione simultanea del pensare del sentire e del volere su un contenuto spirituale che non ha bisogno di essere elaborato, essendo già compiuto e sufficiente nella forma in cui si presenta. Il tema sorge immediatamente come pensiero, ma va lasciato nella sua forma immediata, perché agisca direttamente nell’anima: non va pensato”.

Tutto bene? Per me malissimo poiché non riuscivo a comprendere, in pratica, come si potesse concentrare simultaneamente il pensare, il sentire ed il volere.

Mi complicavo la vita già non molto facile, perciò accantonai la Meditazione per lungo tempo. Fu Massimo in persona ad estrarmi dalle ubbie in cui ero caduto.

Quando gli confessai che non facevo alcuna meditazione, non ci fece su una malattia ma si mostrò sinceramente stupito: “E’ persino più facile della concentrazione!”. Questa frase non mi convinse affatto. Lui si accorse della mia resistenza (o abissale incapacità) e decise di darmi una prova diretta della meditazione: la fece lui per me…in me.

Immaginate un grande disco di rame sospeso, fatto apposta per vibrare sonoramente, quello che viene chiamato gong.

Ebbene, Massimo scandì una sola parola e tutta la mia anima (pensare-sentire-volere) vibrò, come un gong centrato da un forte impatto.

Ciò durò sino all’ultima vibrazione. Poi Massimo, guardandomi, aggiunse: “Hai visto che è facile!” Rimasi in silenzio. Cosa avrei potuto dire?

Già! Per lui era facile e quello che era successo incredibilmente potente, ma assai meno per me…senza il suo intervento. Però aveva ragione e le strane problematiche che avevano incartato nella nullità i pensieri nel merito, e quello che più importa, paralizzato l’azione o, almeno, il tentativo, persero di colpo ogni diritto di asilo.

E’ vero! La Meditazione è semplice e facile, sempre che si abbia raggiunto il minimo dei requisiti…e non si cerchi di aggiungere, complicare o barare.

Rileggete la seconda frase riportata sopra dal testo di Scaligero: ecco che taluni, evocata nella coscienza la frase o l’immagine meditativa, cercano subito di tirar su dalla zona del sentimento un qualcosa che possa, in un certo qual modo, nutrire il contenuto evocato. E’ un errore comune.

Uno…due: si compiono così due atti e il secondo non dovrebbe neppure iniziare.

Peccato veniale se si sbaglia per imperizia, piuttosto grave se si continua nell’appiccicare sentimenti al tema.

Bisogna prendere la strada più breve: si evoca un contenuto, anche breve o brevissimo (es: Siate desti! Oppure: Il coraggio!) e si permetta che l’impressione, forse anche minima, come un lontano diapason, vibri per virtù e impressione propria.

NON C’è ALTRO DA FARE; NULLA DA AGGIUNGERE. E’ IMPORTANTE CAPIRLO.

Quando la minima eco interiore che fu accesa dalla parola o dalla frase, si spegne del tutto, l’operazione può venir ricominciata. Forse ora l’impressione animica sarà minore…e se poi manca del tutto l’esercizio è concluso. Per chiudere completamente l’Opera, è meglio dedicare una brevissima frazione di tempo al Silenzio, quello che non rifletta alcun nostro turbinio, sia nel pensare che nel sentire.

La Meditazione non ha limiti: oggi una parola e domani la sintesi delle condizioni dell’Antico Saturno, le immagini di Giovanni sull’essere cosmico del Verbo o alcune delle parole che Krishna mormora ad Arjuna prima del conflitto.

Ognuno fa quel che vuole, poi anche qui, in linea di massima, il consiglio è di non mirare subito a mantra lunghi e complessi. Il “più è meglio” funziona assai male. E’ una questione di sensibilità e buon senso: meglio iniziare con poco, per poco, infrequentemente e senza pregiudizi o tentazioni irragionevolmente positive verso “oggetti” che stanno sugli altari di tutti gli addetti ai lavori.

Sorge invece l’esigenza di meditare, a poco a poco, le righe degli scritti fondamentali di Rudolf Steiner e di Massimo Scaligero: il “leggere” diventa del tutto insufficiente.

Per i forti potrebbe valere anche l’errore perfetto, come la frase che il fu Attila scrisse verso la fine di Eco-forum: “La luna è di formaggio”.

In questo ultimo caso usiamo l’arbitrio di Lucifero, come l’eventuale esattezza e concordanza con la realtà sensibile nella ricostruzione dell’oggetto per la Concentrazione l’abbiamo tolta ad Arimane.

Ecco: qui toccate con l’anima ciò che può essere usato a nostro favore dalla potenza degli Ostacolatori e si può intendere che queste operazioni occulte non sono uno scherzo, come l’Io debba essere davvero desto e presente durante tutto l’esercizio.

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, diventa un organo dell’anima e  a questo punto qualsiasi cosa può diventare oggetto di meditazione: la parola di un amico, la fisionomia di altri esseri umani, l’albero che giganteggia davanti a noi, il riso di bambini che giocano, la luce di un raggio di sole che si riflette su una pietra…

L’abitudine alla Meditazione, col tempo, ci assorbe in un quid interiore che avvertiamo nettamente più reale della realtà comune, avvertiamo l’eco di un linguaggio che ogni cosa pronuncia, avvertiamo di essere sulla soglia di una realtà più vera.  Avvertiamo concretamente il senso del Sacro.

Il sensibile che è morta immagine, la parola che è stanco suono iniziano ad integrarsi ad una sostanza di profondità. Nella quiete dell’anima, più si va dentro in queste silenziosi impressioni e più il cosmo annuncia la sua vita, che è anche nostra.

UN EROE CI HA LASCIATI!

roma

Alfredo Rubino, il fedelissimo tra i fedeli discepoli di Massimo Scaligero, ci ha lasciati, ma è sempre con noi. Alfredo, centrato in maniera assoluta nella Via del Pensiero e nella Concentrazione, ha operato silenziosamente per decenni come energico asceta nel sentiero individuale, e  al contempo è stato – per volontà di Massimo Scaligero – testimone e indicatore incrollabile della centralità della Concentrazione e della Via del Pensiero, avversate entrambe dai pigri e dai pavidi, dagli approssimativi e dai faciloni, dagli intellettuali chiacchieroni, i quali temono e sfuggono la travolgenza e l’incandescenza dello Spirito che, come un fuoco divorante, consuma l’effimero e l’inconsistente come fossero paglia secca.

La fedeltà di Alfredo Rubino alla Via indicata da Massimo Scaligero, e alla figura spirituale di lui, non è piaciuta a molti che tendevano ad abbassare e ad adattare l’assolutezza della Via del Pensiero alla comodità del proprio fiacco livello. Egli ricordava sempre di nuovo – rievocando le parole del Maestro – che l’Ascesi è vera quando apre coraggiosamente il varco alla Luce-Folgore del Logos che nell’umano percuote e dissolve la natura umano-animale e la riplasma secondo lo Spirito, secondo il verace Archetipo spirituale. Egli ricordava continuamente come l’esercizio di concentrazione – ben oltre l’iniziale controllo del pensiero – comincia ad essere autentico quando noi vorremmo interromperlo, ossia quando – secondo l’espressione di Massimo Scaligero, ch’egli amava sempre ricordare –  “la natura comincia a gemere sotto la pressione imperiosa dello Spirito”, quando la menzogna umana comincia a dissolversi incontrando la potenza dinamica dello Spirito.

Per questa sua fedeltà, per la sua insistenza della necessità assoluta della Concentrazione, egli è stato osteggiato per decenni, calunniato e diffamato, e persino fatto oggetto di stupide facezie, che volevano ridicolizzarlo. Ma io in lui ho conosciuto l’energico pensatore, l’asceta capace di spogliarsi di ogni intellettualismo sino alla più scarna essenzialità, il meditatore consacrato, l’intuitore silenzioso dello Spirito. L’ho avuto innumerevoli volte compagno nel fraterno rito della meditazione eseguita insieme.

L’ho conosciuto come fedele compagno d’armi nel lottare per difendere la purezza della Via Solare donataci dal Maestro, contro i tatticismi, le manipolazioni, le interpolazioni, le falsificazioni, le astute macchinazioni, gli opportunismi, le deviazioni. Ho potuto confrontare la sua nobiltà d’animo con la mediocrità, la bassezza, l’ipocrisia di coloro, che con mille pretesti e mille maschere lo ostacolavano nel suo compito spirituale.

Tale compito non se lo era scelto o attribuito da solo, ma fu lo stesso Massimo Scaligero che lo designò nel suo testamento scritto – testamento letto dallo stesso Maestro davanti a quattro testimoni e poi ‘misteriosamente’ scomparso alla sua morte – come colui al quale fare riferimento come orientatore della Comunità spirituale, una volta che Massimo Scaligero ci avesse lasciati. Io mi sono attenuto, con assoluta convinzione, alla indicazione ricevuta dal Maestro.

Alfredo Rubino aveva una profondissima umanità, e grande schiettezza d’animo. Indifferente alle ‘mode’ e agli ‘adattamenti’, considerava sacra l’amicizia. Nei momenti nei quali mi sono trovato nella tempesta, esposto all’ostracismo feroce, alla organizzata lapidazione, alla terra bruciata che mi veniva fatta intorno dalle “anime belle”, delicate cultrici della ‘via dell’anima’, egli fu colui che mi difese a viso aperto, soprattutto in mia assenza, ostentando indifferenza nei confronti delle voci e delle dicerie, e disprezzando i complotti di stile politico che avrebbero rovinato una Comunità spirituale.

Egli fu per me un compagno d’armi, sul quale incondizionatamente contare nella battaglia, un esempio di forza, di coraggio, di lucidità, di fedeltà.

Egli fu un forte e sereno eroe spirituale!

ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

Massimo Scaligero

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Alcuni anni fa mi venne donato da una fedele discepola di Massimo Scaligero l’originale di uno scritto di Massimo Scaligero, che trattava di qualità dell’anima le quali mediante adeguati esercizi possono essere creativamente equilibrate. Io donai l’originale di quel testo a colei che con amore, dedizione, e tanti sacrifici, si era assunta il compito di pubblicare l’Archetipo, che resta ancor oggi una delle poche voci spiritualmente libere, una delle poche voci che con sincerità e  lealtà difendono la figura spirituale, il pensiero e l’opera di Massimo Scaligero. Difendono e indicano la Via del Pensiero Vivente, che è il filone aureo e la ragion d’essere della Scienza dello Spirito. Ella volle pubblicare questo aureo scritto del nostro Maestro nel numero di marzo 2002 dell’Archetipo. E siccome ho rivisto questo scritto di Massimo Scaligero mal copiato e pubblicato anche con qualche improvvido taglio su un gruppo di un social network – come ora usa dire – mi sembrava necessario, oltre che utile pubblicarlo nella sua integralità e nel suo adamantino nitore.

L’esercizio di tali qualità dell’anima non sostituisce l’Ascesi del Pensiero, ma va considerato come propedeutico e come accompagnamento all’esercizio della Concentrazione e della Meditazione: le quali devono essere viste come Via spirituale alla liberazione del pensare dal supporto corporeo e dai limiti dell’anima, la quale – anche educata e illimpidita – non può di per sé attuare il “salto” richiesto nella Via iniziatica. Il semplice controllo del pensiero, come lo si può desumere dal primo degli esercizi fondamentali o ausiliari dati da Rudolf Steiner, o quello proposto da Massimo Scaligero nello scritto che presentiamo, non è la Concentrazione, ma unicamente ciò che la può favorire e propiziare.

Di per sé la Concentrazione – nel suo integrale attuarsi – è (e non potrebbe essere diversamente) l’ esercizio aureo a sé sufficiente nella sua unicità. La Concentrazione è a sé sufficiente per colui che è consacrato e tutto osa. Per coloro che ad un tal “periglioso passo” non son pronti, o della sacrificale dedizione richiesta non sono capaci, i vari esercizi ausiliari o collaterali, possono essere una buona e necessaria “preparazione” all’assolutezza unicitaria della concentrazione.

Avvicinandosi il giorno nel quale nel nostro cuore celebriamo il ricordo del Maestro che ci ha lasciati, ma che è sempre con noi, vogliamo dedicare ai volenterosi lettori queste pagine luminose come ulteriore tema di feconda meditazione nella Via del Pensiero.

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Hugo de’ Paganis

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 ESERCIZI PER SUPERARE LE CONTRADDIZIONI INTERIORI

di

 MASSIMO SCALIGERO

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La realtà è sempre una contraddizione in divenire continuo e si evolve nella realizzazione della tesi-antitesi-sintesi e non può essere spiegata da una logica astratta che fissa una volta per tutte il bene e il male, il bello e il brutto, la verità e la menzogna; essendo la realtà una contraddizione in evoluzione anche gli esercizi contengono delle contraddizioni da superare.

1) Il pensiero obiettivo trasforma la distrazione in sicurezza e deve superare le contraddizioni delle fissazioni.
2) L’azione libera trasforma la mancanza di volontà in attività e deve superare le contraddizioni dell’attivismo.
3) L’equanimità trasforma i complessi in calma interiore e deve superare le contraddizioni dell’insensibilità.
4) La positività trasforma gli schemi mentali in nuove amicizie e deve risolvere le contraddizioni dell’ipocrisia.
5) La spregiudicatezza trasforma l’attaccamento al passato in ricettività e deve superare le contraddizioni dell’illogicità.
6) L’osservazione esatta trasforma il non ricordare in memoria e deve risolvere le contraddizioni dell’attaccamento al passato.
7) La percezione degli archetipi trasforma l’astratta dialettica in creatività e deve superare le contraddizioni della fantasticheria.
8) L’equilibrio interiore trasforma la scontentezza in armonia e deve superare le contraddizioni interiori prima di poter agire sulla realtà esteriore.

Le contraddizioni interiori vengono superate dagli esercizi prima di poter agire sulla realtà esteriore.

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ESERCIZI PRATICI PER L’EVOLUZIONE DELLA PERSONALITÀ

Per superare la paura delle interrogazioni, dei blocchi mentali, degli esami, per rendere quanto si è studiato, bisogna esercitarsi costantemente come un atleta. Ci alleniamo coscientemente riuscendo a pensare (almeno per cinque minuti al giorno per vari mesi) sopra un oggetto di uso quotidiano costruito dall’uomo, per esempio: una spilla, una matita, un bottone, controllando l’esclusione durante quel tempo di ogni altro pensiero che non si riferisca a quell’oggetto. Pensando intensamente per qualche tempo sopra un oggetto famigliare, siamo sicuri di esercitare il pensiero obiettivo. Nel chiederci: di che cosa è costituita una matita? Come viene preparato il materiale che costituisce una matita? Come vengono connesse le diverse parti? Quando è stata inventata la matita? E così di seguito, armonizziamo le nostre idee con la realtà molto più che riflettendo su problemi astratti insolubili. L’esercizio sul pensiero prepara ad orientarci nelle difficoltà della vita poiché in un primo tempo non si tratta di pensare questa o quella cosa, ma di pensare obiettivamente per libera decisione personale. È importante per la riuscita dell’esercizio l’illimitata attenzione, ossia l’evitare qualsiasi distrazione riguardo al tema. Esercitando il pensare obiettivo ci rendiamo indipendenti nel pensiero dalle situazioni esteriori, dall’ambiente sociale, dalle tradizioni determinanti una dialettica astratta e soprattutto dalla distrazione così deleteria nello studio. La ripetizione continua dell’esercizio, così semplice da capire ma così difficile da effettuare dà un senso di sicurezza che agisce favorevolmente sulla formazione della personalità. Questo esercizio risolve l’affermazione della non conoscibilità delle cose. Infatti è vero che il mondo esterno si presenta come un enigma insoluto di cui non possiamo sapere nulla di certo ma, come creatori del nostro pensiero, possiamo affermare di reggere il divenire del mondo per un lembo di quel mondo di pensiero in cui senza la nostra partecipazione nulla si percepirebbe. Abbiamo un punto fermo: il pensiero obiettivo; su questo si farà leva per poter comprendere e poi trasformare la realtà del mondo.

La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA VOLONTÀ

Nel mondo fisico sensibile è sempre la vita esteriore che si presenta come dominatrice rendendoci instabili e schiavi degli avvenimenti esteriori. Per lo più reagiamo di fronte agli avvenimenti esteriori come ci è stato inculcato nel passato. La schiavitù a volte tragica, a volte ridicola dei riflessi condizionati determina azioni che vorremmo modificare, ma che sul momento non riusciamo a dominare. Da questo stato scaturisce un sentimento di mancanza di volontà; per liberarsi dalla mancanza di volontà scegliamo un’azione di poca o nessuna importanza – per esempio spostare una sedia, innaffiare un fiore – decidendo l’ora della realizzazione ed agendo poi con la sicurezza dataci dall’esercizio precedente. Le nostre azioni derivano per lo più dall’educazione famigliare, dall’ambiente sociale, dalla professione ecc.; scaturiranno dalla nostra iniziativa personale se ci esercitiamo nell’azione libera, non imposta dall’esterno. Eseguendo infatti l’esercizio proviamo un impulso all’attività che nel tempo ci libera dalla tradizione. Con questo esercizio diventiamo dominatori, non soltanto della volontà ma anche del pensiero volitivo che pensa e poi riesce ad agire. L’instabilità della volontà proviene dal desiderio di cose, di cui non ci formiamo un pensiero obiettivo. È una cattiva abitudine dire: «desidero questo, desidero quello», senza riflettere alla possibilità di effettuare il desiderio. Così educandoci a desiderare ciò che è possibile ci rendiamo capaci di trasformare “l’impossibile in possibile”  mediante l’esercitata volontà.

La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CALMA

Le continue oscillazioni fra gioia e dolore, fra esaltazione e depressione, col passare degli anni rendono insensibili. Dobbiamo rallegrarci per una cosa piacevole, e una cosa triste deve riuscirci penosa; ma per non divenire arteriosclerotici e insensibili nell’età matura ci esercitiamo a dominare l’espressione della gioia e del dolore. Non reprimiamo il legittimo dolore, ma il pianto involontario; non l’orrore di un’azione malvagia, ma il cieco sfogo della collera; non il giusto premunirsi di fronte ad un pericolo, ma l’inutile timore. Impariamo a sospendere le reazioni istintive, se siamo capaci di un minimo stop, sia pure di pochi secondi, quando una reazione istintiva tende a portarci lontano da ciò che vogliamo. Possediamo l’equanimità, quando giungiamo a sentire come propri i dolori e le gioie altrui, e come di altri i propri dolori, le proprie gioie. Ci serviamo dell’impulso all’attività per conseguire un minimo freno alle reazioni istintive; questi esercizi danno un senso di calma interiore che ci permette di superare i complessi e il ricordo di esperienze passate e negative che ancora influenzano l’evoluzione della nostra personalità. Chi crede che la propria spontaneità emotiva o il proprio sentimento ne abbiano a soffrire, ignora l’efficacia dell’equilibrio del sentimento. Possiamo già credere di essere provvisti nella vita di un determinato equilibrio e possiamo ritenere perciò superflui questi esercizi; possiamo rimanere completamente calmi di fronte ad alcuni eventi della vita, ma nel momento della prova ritorna con maggior forza a manifestarsi la mancanza di equilibrio che era soltanto repressa. Per evolverci non si tratta di ciò che ci sembra già possedere, ma piuttosto importa esercitare regolarmente le qualità che ci occorrono. La vita può averci insegnato molte cose, ma per evolvere occorrono le qualità che da noi stessi ci siamo acquistate. Se la vita ci ha reso irascibili, dobbiamo spogliarci di questa irascibilità; ma se la vita ci ha insegnato l’indifferenza dobbiamo scuoterci, per mezzo dell’autoeducazione, in modo che lo stato d’animo corrisponda all’impressione ricevuta. Se non siamo capaci di ridere di niente, dominiamo altrettanto poco il nostro riso di quanto colui il quale si abbandona continuamente al riso senza dominarsi.

I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE L’AMICIZIA

In una leggenda viene raccontato che il Cristo, mentre camminava con alcuni discepoli, trovò sulla strada la carogna di una cane in putrefazione. Tutti distolsero lo sguardo da quella vista, Egli invece parlò con ammirazione dei bei denti dell’animale. L’errore, il male, il brutto non devono mai impedire di riconoscere il vero, il buono, il bello ovunque lo possiamo trovare. Non confondiamo la positività con la volontà di chiudere gli occhi al male, al falso, al mediocre. Se ammiriamo i bei denti di una carogna vediamo anche il corpo in decomposizione, ma questo non impedisce di vedere i bei denti. Non riteniamo che il male sia bene o che l’errore sia verità, ma il male non impedirà di vedere il bene, né l’errore di scoprire la verità. Per i rapporti subcoscienti creati soprattutto nella prima infanzia siamo abituati a considerare le persone e le cose secondo schemi mentali. Per trasformare questo stato di fatto esercitiamo la positività nella calma interiore; guardando solo il lato positivo della persona, della cosa, dell’avvenimento, impostiamo immediatamente un rapporto nuovo con la persona, la cosa, l’avvenimento, poiché modifichiamo la schematizzazione istintiva del passato e instauriamo nuovi rapporti di amicizia per il futuro. Se cerchiamo il positivo in qualsiasi manifestazione e in qualsiasi essere, ben presto osserviamo che sotto l’involucro del repugnante, persino sotto le sembianze di un delinquente, si nasconde qualcosa di buono; sotto l’apparenza di un pazzo si cela una personalità in evoluzione. La positività è connessa con l’astensione dalla critica. Non dobbiamo intendere la positività chiamare nero il bianco e bianco il nero; c’è differenza se giudichiamo secondo simpatia o antipatia istintiva oppure ci poniamo di fronte al fatto o all’altro essere chiedendoci: «come avviene che giunga a pensare, a sentire, a volere così? Se noi avessimo avuto la sua vita, la sua educazione, i suoi dolori agiremmo come lui». La critica negativa e distruttiva proviene dal nostro atteggiamento sempre identico di fronte alla realtà sempre nuova e diversa; è perciò necessario liberarci dai pregiudizi acquisiti dalle nostre esperienze passate, esercitandoci a non giudicare secondo etichette già esistenti. Con un simile atteggiamento ci proponiamo immediatamente di aiutare ciò che è imperfetto a renderlo perfetto, anziché limitarci a criticarlo.

Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA RICETTIVITÀ

Il pensare unito alla volontà acquista una certa maturità, purché non permettiamo alle esperienze antiche di toglierci la ricettività per accogliere spregiudicatamente quelle nuove. Non dobbiamo pensare: «questo non l’abbiamo mai sentito, questo non lo credo», ma dedichiamo un po’ di tempo a imparare qualcosa di nuovo da ogni cosa e da ogni essere. Ogni soffio d’aria, ogni foglia d’albero, ogni balbettio infantile può insegnare qualcosa, purché si osservi da un punto di vista nuovo.
Certamente possiamo esagerare a tale riguardo e non dobbiamo trascurare di tenere conto delle esperienze attraversate. Se di fronte a un fatto qualsiasi diciamo “a priori”: «lo conosco», attribuiamo ad esso, automaticamente un dato contenuto di memoria senza uno spregiudicato confronto con la realtà attuale.
Se, data un’affermazione, diciamo immediatamente: «ho già udito questo e non può essere vero», giudichiamo secondo il sangue, secondo l’attaccamento al passato e non secondo realtà.
Ciò che sperimentiamo attualmente deve essere giudicato alla stregua delle esperienze passate, queste devono pesare sopra un piatto della bilancia mentre sull’altro piatto poniamo la tendenza a raccogliere sempre nuove esperienze date dai nuovi rapporti di amicizia, convinti soprattutto della possibilità che le esperienze nuove possano essere in contraddizione con le antiche.
Il trascurare, in talune circostanze, ciò che abbiamo acquistato con l’esperienza, ci permette di aprirci a nuove esperienze o ad un diverso giudizio riguardo a cose già interpretate e codificate. Rimanere ancorati a giudizi definitivi immobilizza la nostra evoluzione. Non v’è giudizio umano o scienza che, rispetto alla evoluzione dell’uomo, possa essere definitivo; tra mille anni noi saremo considerati “barbari” altrettanto quanto noi giudichiamo “barbari” i medioevali. Cerchiamo di essere ricettivi verso l’inaspettato, altrimenti ci chiudiamo alla verità, ossia a ciò che è oltre il limite dell’ordinario conoscere. Rendendoci indipendenti dai giudizi tradizionali possiamo accogliere l’ignoto.

L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA MEMORIA

La mancanza di memoria, l’amnesia, il non ricordare esattamente un episodio, un discorso, una pagina, portano un continuo logoramento delle facoltà intellettive, fino ad arrivare ai blocchi mentali : non ricordiamo ora quello che sicuramente ricorderemo poi. Esercitiamo la memoria provando a rammentare un avvenimento, per esempio del giorno precedente, con lo stesso metodo grossolano di cui ci serviamo per rammentare un ricordo qualsiasi. Ordinariamente le immagini che compongono i ricordi dell’uomo sono prive di colore e di regola. Ci contentiamo di rammentarci del nome di una persona incontrata il giorno prima. Non dobbiamo ritenerci soddisfatti di così poco, occorre giungere mediante uno sforzo sistematico a precisare il ricordo, ci sforziamo di ricordare esattamente le nostre percezioni, e qualora non riusciamo ci rappresentiamo qualcosa di falso. Supponiamo di avere completamente dimenticato se la persona da noi incontrata portasse un abito marrone o nero. Immaginiamo allora che essa indossava un completo marrone con una cravatta gialla, con dei particolari bottoni ecc. L’immagine è, naturalmente, falsa e ci repugna, tuttavia mediante lo sforzo che siamo costretti a fare per completarla siamo indotti ad osservare con maggior esattezza in avvenire e non dimenticheremo più nulla, e ogni particolare si imprimerà in noi e rimembreremo ogni particolare delle nostre azioni. L’obiettività della memoria si raggiunge quando si riesce a ricordare esattamente tutte le proprie percezioni, a volontà, in modo da non agire in contraddizione col passato.

Il “non ricordare” viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.

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ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA CREATIVITÀ

Gli archetipi sono le essenze delle cose, inconoscibili per i sensi e per l’astratta dialettica. La geometria indica una via per percepire gli archetipi come essenze di forme in movimento. Pensiamo ad un determinato triangolo, per esempio equilatero, e manteniamo la sua immagine innanzi alla coscienza col massimo della semplicità e continuità; accanto ad esso rappresentiamoci un altro triangolo, parimenti equilatero ma più grande, e raffrontiamolo al primo. Constatiamo come l’uno e l’altro siano figure di una identica immagine. Grande o piccolo, il triangolo, avendo identica forma, non pone al pensiero problemi di spazio, ma sollecita una relazione intuitiva oltre le differenze dimensionali. Concentriamoci ora sull’immagine del triangolo: l’oggetto del nostro pensiero non è un determinato triangolo isoscele, rettangolo, o equilatero, bensì il triangolo tipo, che li contiene tutti. L’esercizio consiste nell’immaginare i lati in movimento reciproco e gli angoli che mutano ampiezza nel tempo. La forma del triangolo tende ad essere immagine concettuale mobile e indipendente non solo dalla spazialità, ma anche dalla temporalità.
Pensiamo ora la pura idea del triangolo: l’immagine sparisce, ma rimane la sua idea, l’idea del triangolo che, non veduta, anima come movimento l’immagine. Spariscono forma e nome, pur sussistendo vivo il contenuto ideale, al di fuori dello spazio e del tempo. La percezione del momento creativo del pensiero comporta qualcosa di più che una constatazione filosofica. Perché quella istantanea creatività non sia illusoria, occorre che il pensiero non sia assunto semplicemente come filosofico “pensiero dialettico”, ma sperimentato, secondo la presente tecnica come corrente di calore, luce e vita indipendente da nome e forma. Con la memoria percepiamo gli archetipi che muovono la creatività; ricominciamo così il ciclo dell’esercizio della concentrazione creando nuovi rapporti, immaginando nuove sintesi, ispirando nuove idee, intuendo soluzioni nuove che riescano a mutare la nostra società.

L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività. 

 

ESERCIZIO PER RAFFORZARE LA SINTESI

Dopo aver dedicato qualche tempo agli esercizi pratici del pensiero obiettivo, dell’azione libera, dell’imperturbabilità di fronte al piacere e al dispiacere, della positività nel giudicare il mondo, della spregiudicatezza nella concezione della vita, dell’osservazione esatta, della percezione degli archetipi, occorrerà anche esercitare questi simultaneamente per gruppi di due, di tre e così via, fino a conseguire un’armonia, un equilibrio interiore. Una situazione difficile, una lite in famiglia, una lotta fratricida possono essere risolte dal nostro equilibrio interiore, esercitato da un pensiero obiettivo, da un dominio degli impulsi istintivi, dalla imperturbabilità di fronte al dolore e alla gioia, dalla positività di giudicare una situazione, dalla spregiudicatezza di un consiglio, dalla memoria di un particolare, dalla creatività. Notiamo che scomparirà presto un certo senso di scontentezza, ci apriamo ad una tranquilla comprensione delle cose e perfino il nostro passo e il nostro gestire mutano, e possiamo accorgerci che la nostra scrittura è migliorata, dimostrando cosí che abbiamo raggiunto un primo vero progresso.

1) La distrazione viene trasformata dal pensiero obiettivo in sicurezza.
2) La mancanza di volontà viene trasformata dall’azione libera in attività.
3) I complessi vengono trasformati dalla equanimità in calma interiore.
4) Gli schemi mentali vengono trasformati dalla positività in nuove amicizie.
5) L’attaccamento al passato viene trasformato dalla spregiudicatezza in ricettività.
6) Il non ricordare viene trasformato dalla osservazione esatta in memoria.
7) L’astratta dialettica viene trasformata dalla percezione degli archetipi in creatività.

L’efficacia degli esercizi non può essere discussa dialetticamente dopo averli soltanto letti, ma può essere discussa e approfondita coscientemente l’attuazione pratica individuale dopo averli almeno sperimentati per un certo tempo.

La scontentezza viene trasformata dall’equilibrio interiore in armonia.

 

Massimo Scaligero

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INTRODUZIONI AGLI SCRITTI SCIENTIFICI DI GOETHE – Friedrich Heinrich Jacobi

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Nato a Düsseldorf  il 25 gennaio 1743, secondogenito di un ricco commerciante di zucchero (il fratello maggiore era il poeta Johann Georg Jacobi), Friedrich Heinrich Jacobi, a dispetto della posizione marginale riservatagli solitamente nei manuali,   è stato un importante filosofo polemista e letterato dalla vivace vita sociale che lo portò a rapportarsi direttamente con diversi personaggi eminenti del mondo culturale a lui contemporaneo quali Herder, Lessing, Hamann e lo stesso Goethe tra gli altri; aspetto biografico, questo, riflettentesi nel fatto che i suoi lavori filosofico/letterari (tutti volti a riconciliare l’individualismo illuminista con gli obblighi sociali individuali) sono risultati occasionali e brevi, spesso aventi forma epistolare sebbene non scevri di accuratezza e precisione tali da permettergli di spogliare gli oggetti della sua indagine da tutte le sovrastrutture esterne afferrandone  l’intima essenza (talento, quest’ultimo, pubblicamente riconosciutogli anche da Fichte).

Famoso per aver coniato il termine “nichilismo” indicandolo come uno dei principali portati negativi dell’Illuminismo (in particolar modo quello propugnato dai sistemi filosofici di Spinoza, Kant, Fichte e Schelling) era un sostenitore della fede (intesa tanto come certezza del mondo sensibile, quanto come certezza riguardo all’ambito divino o dell’incondizionato) nei confronti della ragione, ed era anche noto all’interno dei vari circoli letterari dell’epoca per le sue posizioni critiche nei confronti dello Sturm und Drang e di quell’individualismo atomizzato che lo caratterizzava, nonché del tardo illuminismo tedesco, dell’idealismo trascendentale Kantiano (in primis nella rielaborazione fattane dal primo Fichte) e dell’Idealismo Romantico di Shelling.

Inizialmente la sua istruzione fu improntata sul commercio e previde un periodo di apprendistato tenutosi a Francoforte nel 1759. Successivamente fu inviato a Ginevra per ricevere un’istruzione di carattere più generale e qui cominciò a frequentare gli ambienti scientifici e letterari (nell’ambito dei quali spiccava la personalità di Le Sage), avendo modo di approfondire lo studio dei lavori di Charles Bonnet nonché delle opere politiche di Rousseau e di Voltaire.

Nel 1763 fece ritorno a  Düsseldorf; l’anno successivo si sposò con Elisbeth von Clermont e prese le redini dell’azienda paterna, che lasciò però poco tempo dopo.

Nel 1770 divenne membro del Consiglio del Granducato di Jülich e Berg, ruolo nel quale ebbe modo di distinguersi per la sua abilità nelle questioni finanziarie nonché per lo zelo riguardo alle riforme sociali. Nel frattempo mantenne l’interesse per le materie filosofiche e letterarie grazie anche ad una fitta rete di corrispondenti, mentre la sua residenza di Pempelfort, nei pressi di Düsseldorf venne a costituirsi come un importante polo attorno a cui viveva un attivo circolo letterario.

In connubio con Christoph Martin Wieland partecipò alla fondazione di un nuovo giornale letterario (Der Teutsche Merkur) che ospitò anche la pubblicazione di alcuni dei suoi primi scritti , riguardanti più che altro argomenti pratici ed economici. Sulla stessa pubblicazione apparirà pure in parte il primo dei suoi lavori filosofici: Epistolario di Allwill  (1775).

Nel 1779 venne pubblicato Woldemar, altro romanzo filosofico, dalla struttura molto imperfetta sebbene ricca di idee geniali ed in grado di fornire l’immagine più completa dell’approccio di Jacobi alla filosofia. Nello stesso anno si recò a Monaco a seguito dell’incarico ricevuto come ministro e consigliere presso il dipartimento delle dogane e del commercio della Bavaria. In tale veste esercitò azione oppositiva nei confronti delle politiche mercantilistiche bavaresi e si impegnò per liberalizzare dogane e dazi a livello locale; tale impegno durò per poco tempo a causa delle differenze di vedute tanto con i colleghi quanto con le autorità bavaresi, a cui si accompagnava la non disposizione ad essere coinvolto in lotte di tipo politico.

Tornato a Pempelfort pubblicò, sulla scorta di quest’ultima esperienza, due saggi nei quali difendeva le teorie politico-economiche di Adam Smith.

Una conversazione che ebbe con Gotthold Lessing nel 1780, nella quale quest’ultimo asseriva di non conoscere alcuna filosofia nel vero senso della parola a parte lo “Spinozismo”, lo portò ad uno studio approfondito delle opere di Spinoza. Pochi mesi dopo la morte di Lessing, Jacobi intraprese un fitto rapporto epistolare “spinoziano” con Moses Mendelssohn (legato a Lessing da profonda amicizia). Tutta questa corrispondenza verrà pubblicata nel 1785, con commenti del Jacobi stesso, in una raccolta dal titolo Lettere sulla dottrina di Spinoza a Mosè Mendelssohn  (seguirà poi nel 1789 una seconda edizione riveduta ed ampliata). In esse prende forma maggiormente definita la forte avversione di Jacobi nei confronti della riduzione della filosofia a sistema dogmatico, la qual cosa gli valse una certa ostilità da parte dell’Aufklärer e anche da parte di quanti lo accusavano di voler reintrodurre nella filosofia il desueto ed ambiguo elemento della “fede al di la della ragione”, additandolo come nemico della ragione, gesuita mascherato e pietista.

La prima edizione delle Lettere si apriva con un poema di Goethe che non apparve invece in quella del 1789. Su tale poema Jacobi lavorò in manierà tale  che alcune frasi chiave fossero stampate in rilievo in maniera  da rendere  nell’insieme una serie di “immagini” che presentassero lo stretto rapporto fra gli uomini e le divinità pagane, rivelatrici  dele qualità umane più nobili ed essenziali. Trovò invece posto in entrambe le edizioni il testo Goethiano del Prometheus, che fu poi l’argomento che diede inizio alla corrispondenza con Lessing, e la cui paternità venne attribuita da molti  allo stesso Jacobi essendo il testo ancora inedito all’epoca ed incluso nella raccolta senza citarne l’autore.

La rivelazione delle posizioni “spinoziane” del Lessing diede vita anche ad una polemica sul panteismo (Pantheismusstreit) tra diverse figure culturali di primo piano dell’epoca (che vide coinvolti oltre a Mendelssohn anche Goethe, Kant e Herder). Se uno dei propositi di Jacobi era quello di evidenziare la pericolosità di quel panteismo spinoziano che mondanizzando la divinità finiva per identificare il condizionato con l’incondizionato sfociando di fatto nell’ateismo, si può affermare che i risultati disattesero le aspettative. Vi fu infatti un rinnovato interesse generale verso Spinoza che contribuì tra le altre cose al rinvigorimento delle disposizioni panteiste che già erano presenti nel post-illuminismo, mentre i partecipanti alla Pantheismusstreit si espressero per lo più in maniera favorevole nei riguardi della filosofia di Spinoza (che Goethe ebbe ad indicare come filosofo “theissimus et christianissimus”)

In  David Hume sulla fede. Realismo e idealismo, un dialogo, opera pubblicata nel 1787 (ed inizialmente concepita come raccolta di tre separati dialoghi) venne evidenziato come il termine “fede” fosse stato utilizzato dagli scrittori più importanti alla stessa maniera in cui egli aveva fatto nelle Lettere sulla dottrina di Spinoza, oltre al fatto che la natura della cognizione dei fatti in quanto opposta alle costruzioni deduttive non potesse essere espressa ed indicata in altro modo. In questo scritto, ed in particolare nell’appendice, Jacobi venne a contatto con il criticismo e sottopose l’approccio kantiano alla conoscenza ad un attento studio.

Nel 1787 jacobi si occupò, nel suo libro Sulla Fede, del concetto Kantiano del “noumeno”, concordando sul fatto che esso non potesse essere oggettivamente conosciuto in maniera diretta. Però Jacobi sosteneva che da ciò conseguisse il fatto che esso andasse preso tramite atto di fede. Un soggetto deve dunque credere che vi sia un oggetto reale nel mondo esterno che sia connesso con la rappresentazione o idea mentale che è conosciuta direttamente. Tale fede o credenza è il risultato di una rivelazione o di conoscenza immediata sebbene logicamente non provata come reale. La reale esistenza della “cosa in sé” è rivelata o dischiusa al soggetto osservante. In tale maniera il soggetto conosce in maniera immediata la rappresentazione soggettiva e ideale che appare a livello mentale, e crede fortemente all’oggettiva esistenza della “cosa in sé” anche fuori dal mentale. Presentando il mondo esterno come oggetto di fede, Jacobi leggittimava il credere ed i relativi annessi e connessi teologici. L’esperienza umana trovava così un’apertura verso il “soprasensibile” (o comunque verso il non-sensibile), possibile non solamente all’intuizione intellettuale del filosofo ma ad ogni individuo in quanto tale, essendo esperienza metafisica basica presente in essenza in tutto ciò che l’uomo vive e conosce.

Il 1794, anno in cui le conseguenze della rivoluzione francese si fecerò sentire anche in Germania (che proprio contro la Francia era entrata in guerra),  portò la fine dell’esperienza di Pempelfort. L’occupazione di Düsseldorf da parte delle truppe francesi costrinse Jacobi a trasferirsi ad Holstein dove visse per un decennio. Nello stesso periodo il clamore suscitato dalle accuse di ateismo indirizzate contro  Gottlieb Fichte a Jena portarono alla pubblicazione da parte di Jacobi delle Lettere a Fichte, ove veniva resa in maniera più definita la relazione tra i suoi principi filosofici e la teologia.

Nel 1804, dopo essere rientrato in germania, Jacobi ricevette (e accettò anche per motivi economici, avendo perso una considerevole parte del suo patrimonio) una chiamata presso la nuova accademia delle scienze fondata a Monaco, della quale assunse la presidenza nel 1807.  

Nel 1811 apparve il suo ultimo lavoro filosofico, Von den göttlichen Dingen und ihrer Offenbarung, molto critico nei confronti di Friedrich Schelling, il quale rispose alle critiche stesse senza avere peraltro riscontro alcuno dal Jacobi.

Nel 1812 Jacobi si dimise dalla presidenza dell’accademia  e si dedicò alle edizioni delle sue opere; lavoro che non riuscì a terminare prima della sua morte e che verrà portato a compimento nel 1825 dall’amico F. Koppen.

In definitiva si può dire che la filosofia di jacobi è essenzialmente asistematica e tenda ad emergere gradualmente per contrasto allorché si trova a confrontarsi con quelle dottrine che paiono da essa molto distanti.

Il filo rosso che in qualche maniera sottende il tutto è la completa separazione tra comprensione e apprendimento di un fatto reale. Per Jacobi la comprensione, o la facoltà logica, è puramente formale ed elaborativa, ed i suoi risultati non trascendono mai la materia che le viene sottoposta. Partendo dall’immediata esperienza o percezione, il pensiero procede per comparazioni ed astrazioni, stabilendo delle connessioni tra i fatti, ma non uscendo dalla sua natura mediata e finita. Il principio della ragione e ciò che ne consegue, la necessità di pensare ogni dato/fatto percettivo in maniera condizionata, implicano che la comprensione avvenga a mezzo di una serie infinita di proposizioni, e di una serie di comparazioni e astrazioni. La regione della comprensione si limita così a quella del condizionato, in maniera tale che il mondo non può presentarsi ad essa se non come un meccanismo.

Se, dunque, esiste una verità oggettiva allora l’esistenza di fatti reali deve esserci portata a conoscenza in maniera diversa che non tramite la facoltà logica del pensiero e, dato che il regresso dalle conclusioni alle premesse deve dipendere da qualcosa di non radicato nel terreno della logica, il pensiero mediato implica la coscienza di un pensiero immediato.

La filosofia dunque deve rinunciare all’idea senza speranza di una spiegazione sistematica delle cose, accontentandosi piuttosto di occuparsi dei fatti relativi alla consapevolezza. E’ un mero pregiudizio dei pensatori filosofici, un pregiudizio che discende da Aristotele, che la conoscenza mediata o manifesta sia superiore in attinenza e valore alla immediata percezione delle verità o dei fatti.

Asserendo la dottrina di Jacobi che il pensiero è limitato e parziale, applicabile solo alla connessione dei fatti, ma incapace di spiegare la loro esistenza, è evidente che per lui ogni sistema dimostrativo metafisico che intendesse sottomettere tutta l’esistenza ai principi radicati sul terreno della logica risulti inaccettabile. Ora, nella filosofia moderna il primo e piu grande sistema dimostrativo di metafisica è quello di Spinoza, ed è nella natura delle cose che il primo bersaglio del criticismo di jacobi sia stato proprio il sistema Spinoziano, visto come ateo, germe di una confusa riproposizione da parte della filosofia Kabbalistica, punto di arrivo (per il pensatore attento) della filosofia di Leibniz e Wolff e nichilista (come ogni altro metodo dimostrativo), laddove invece il fulcro di tutta la conoscenza ed attività umana è nel sentimento dell’incondizionato, ossia nella fede.  

ELISABETH VREEDE

 

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Nata a L’Aia il 16 luglio 1879, secondogenita di padre avvocato e madre dedita ad opere di carità, era una donna dotata di una spiccata sensibilità ed ebbe un ruolo importante nel contesto della vita e dell’attività antroposofica in Olanda.

Entrò presto in contatto con la teosofia, giacché entrambi i genitori erano teosofi, e mostrò un precoce interesse verso il cosmo, le stelle, e per le opere dell’astronomo e scrittore francese Camille Flammarion (che studiò di pari passo alla lingua francese), attivo tra seconda metà dell’800 e gli inizi del ‘900 e fautore di un approccio metodologico di tipo scientifico a tematiche riguardanti spiritismo e reincarnazione, affrontate con la convinzione che “è solo grazie al metodo scientifico che possiamo compiere progressi nella ricerca del vero. Le credenze religiose non devono prendere il posto dell’analisi imparziale. Dobbiamo stare costantemente in guardia dalle illusioni”.

Elisabeth Vreede cominciò le scuole all’età di sette anni. Terminati gli studi superiori si iscrisse all’università di Leida dove studiò matematica, astronomia, flosofia (approfondendo in particolar modo Hegel) e sanscrito. Attivamente dedita tanto alla vita accademica che a quella sociale,  fondò un club nautico e fu rappresentante studentesca.

Il primo incontro con Rudolf Steiner avvenne al congresso della Società Teosofica di Londra nel 1903.

Sulle orme dei genitori era diventata lei stessa  membro della Società Teosofica, ed in occasione di quel congresso profonda fu l’impressione che trasse da Rudolf Steiner, alla cui conferenza riguardante “Matematica ed Occultismo” ebbe poi modo di assistere l’anno successivo al Congresso della Federazione delle sezioni europee della Società Teosofica tenutosi ad Amsterdam.

Dioplomatasi nel 1906, insegnò matematica in una scuola superiore femminile fino al 1910, anno in cui si trasferì a Berlino dove lavorò alla tesi svolgendo occasionalmente attività di segreteria per Rudolf Steiner. Il 17 aprile 1914 si trasferì a Dornach onde dare il suo contributo alla costruzione del primo Goetheanum. Spesso la si poteva trovare nel cantiere dedita alla lavorazione del legno.

Durante gli anni della guerra, nel 1916/17, lasciò la sua residenza a Dornach per lavorare a Berlino come collaboratrice di Elisabeth Rotten (quacchera, attivista per la pace ed impegnata nel movimento per l’educazione progressiva), occupandosi dei prigionieri di guerra.

Dopo il conflitto partecipò attivamente allo sviluppo delle idee riguardanti la tripartizione sociale, tanto che fu la prima ad introdurre in Inghilterra l’idea di un ordine sociale tripartito. Nel 1918 avviò, avvalendosi di occasionali aiuti da parte di amici, la costruzione della libreria e dell’archivio del Goetheanum, pagando di tasca propria le costose trascrizioni delle letture allorché, destenografate, venivano date alle stampe.

Nel 1920 si trasferì ad Arlesheim dove si era costruita una piccola casa, basandosi su un modello progettato da Steiner, mentre nel 1924 fu designata a dirigere la Sezione di matematica e astronomia della libera università del Goetheanum .

Nel gennaio del 1926, anno successivo al suo ingresso nel Vorstand della Società Antroposofica, tenne una conferenza (pubblicata dapprima nei numeri dal 41 al 46 del Vol. 6 dell’Antroposophical Movement) riguardante Il mondo delle stelle e il destino umano, delineando l’utilizzo dell’astrologia più appropriato rispetto al nostro tempo:

“Potrete ora comprendere per quale motivo noi abbiamo un oroscopo, e che non è in primo luogo lì per il nostro diletto. Capirete che quando un oroscopo viene fatto per una soddisfazione personale vi è sempre una certa dose di egoismo connessa ad esso; non è questo il motivo per cui ci è stato dato! E se voi prendete i passaggi nella nostra letteratura dove il Dr. Steiner parla di astrologia (ci sono passaggi in molti cicli e conferenze) constaterete come egli enfatizzi in continuazione il fatto che l’astrologia debba essere qualcosa di sociale, che non presti attenzione ad aspirazioni individuali, avendo invece aspirazioni sociali. In una vera astrologia viene considerato solo quanto è universalmente umano e non la soddisfazione dell’egoismo dell’essere umano. Con un approccio di tipo egoistico, l’azione di Michele diviene incompiuta, laddove altri esseri avrebbero dovuto essere salvati dal precipitare nell’abisso.
…..
Quando il Dr. Steiner chiedeva la posizione delle stelle al momento di una nascita, era sempre in riferimento a bambini che erano privi di una delle forze ora descritte. Diventava così possibile apprendere da ciò quale di queste forze non era operante in maniera corretta; di conseguenza diveniva possibile dedurre in cosa tale anima umana avesse subito la mancanza prima della nascita. Era poi possibile in date circostanze trovare anche una cura. Qui vediamo come la questione venga allontanata da ciò che è egoistico e portata verso ciò che è sociale, quando un bambino affetto da tale grossa disabilità può in tale maniera trovare una cura che altrimenti potrebbe forse non essere possibile. Ma in quei bambini nei quali certe forze non sono state portate al momento della nascita queste influenze rimangono presenti…Pertanto vediamo come l’astrologia può essere utilizzata quando ne viene preservato il carattere Micaelita, contrariamente al modo nel quale viene così spesso praticata oggi”.

Tra il settembre 1927 e l’agosto 1930 redasse delle lettere a cadenza mensile, diffuse in abbonamento, nelle quali si occupava di astrologia classica e moderna da un punto di vista scientifico spirituale, esponendo in maniera chiara i fondamentali dell’astronomia e trattando il ruolo dell’astrologia nel mondo moderno, evidenziando altresi come le stelle, i pianeti ed i vari fenomeni fisici siano manifestazioni di esseri ed attività di tipo spirituale.

Nel 1928 invitò Willi Sucher a Dornach a collaborare ad un lavoro sugli astrogrammi di diverse personalità storiche, già parte integrante della di lui ricerca storica, che egli sviluppò ulteriormente tra la fine degli anni ’30 e gli anni ’40, applicando il tutto anche alla ricerca terapeutica a supporto di bambini bisognosi in Inghilterra e Scozia.

Nel 1935, a seguito di dissidi interni a causa dei quali il movimento medico e curativo nonché una larga parte della sezione olandese della Società Antroposofica lavoreranno in maniera autonoma fino agli anni ‘50/’60, venne estromessa dal Vorstand (assieme all’amica Ita Wengman), esclusa dall’osservatorio e dagli archivi sui quali aveva tanto lavorato, mentre la sua Sezione passò in altre mani.

Gli ultimi anni della sua vita furono intrisi di solitudine, separata dagli amici esteri a causa della guerra e segnata dalla morte di Ita Wengman, in onore della quale scrisse l’elogio funebre che lesse di fronte ai suoi ex colleghi del Vorstand.

Le sue ultime due apparizioni in pubblico furono in occasione dell’anniversario della morte di Rudolf Steiner, allorché commemorò non solo il Dottore ma anche altre importanti personalità antroposofiche, e del quattrocentesimo anniversario della morte di Copernico. Pochi giorni dopo quest’ultima occasione le sue già precarie condizioni di salute la costrinsero a letto, e la morte sopravvenne il 31 agosto del 1943 cogliendola nella sua casa di Ascona dove era stata nel frattempo trasferita.