I RE MAGI E L'EPIFANIA

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Alla umile capanna si recano Tre Magi, tre Re ( che si uniscono ai gia’ presenti pastori).

Nella realta’ noi consideriamo solo i primi due Re. L’ Oro, l’ Incenso……
La saggezza antica del passato, nostalgia e rimpianto, la devozione antica, il misticismo………
Noi esaltiamo o il pensiero o lo spiritualismo, rifiutando o cercando di evitare, inconsciamente, il dono del terzo Re.
La Mirra e’ il riconoscimento della regalita’ della Morte.
Il Mistero Cosmico ed umano della Trinita’ che il Divino offre in tutta liberta’ e’ da realizzare, da Manifestare in noi.

Secondo il Dottor Rudolf Steiner:

l’Oro è il simbolo del potere esoterico sapienzale;

l’Incenso era il simbolo del Mondo dell’Etere che tesse intorno a noi su tutti i lati con un “gesto” o l’ intenzione” di sacrificio, e in cui lo Spirito e’ vita;

la Mirra era il simbolo della vittoria della vita sulla morte.

Rudolf Steiner in altra occasione descrisse i doni dei Re Magi in un altro modo ancora:

l’Oro e’ stato il simbolo per la saggezza del passato, l’incenso il simbolo della caducita’ del presente, che si modello’ come offerta di sacrificio nel costante apparire e sparire (di sostanze, ma anche di pensieri, sentimenti etc.) che prendono atto in un momento preciso, sospeso tra il passato e il futuro. Da questo punto di vista la Mirra puo’ essere vista come il simbolo o il segno di queste forze che portano nel futuro.

Non ci resta che meditare la nascita dell’uomo nuovo e la sua vittoria sulla morte.

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CONFERENZA INEDITA di GIOVANNI COLAZZA – Introduzione di Hugo de' Paganis

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LA PAROLA SAPIENTE DI UN MAESTRO SEVERO: GIOVANNI COLAZZA

Giovanni Colazza, il fedele discepolo di Rudolf Steiner, e l’amico leale e fedele di Marie Steiner-von Sivers, fu un Maestro severo e adamantino come un Patriarca Zen (Maximus dixit). Egli era al contempo severo nella sua austerità e compassionevole nella sua grandissima umanità, che lo portava ad essere vicino e generoso nei confronti dei bisognosi, dei deboli, dei poveri, dei fanciulli, dei malati.

Come Maestro spirituale, nei confronti di coloro che gli affidavano l’orientamento e la guida nel cammino dell’Iniziazione egli era estremamente esigente, o come direbbe Arturo Reghini un Maestro di difficile contentatura. Ed io penso che – sempre per usare una espressione di Arturo Reghini – data la “nequizia dei tempi”, oggi egli sarebbe ancor più esigente e sicuramente ancor più di difficile contentatura, ovvero ancor più severo nei confronti delle recitazioni spirituali, ambizioni, delle sacrileghe profanazioni, dei tradimenti, delle facilonerie, delle indebite commistioni, della mancanza di serietà, della viltà, dell’immoralità, della stupidità, della serena ignoranza, dell’accidiosissima pigrizia di tanti sedicenti “esoteristi”.

Egli amava parlare poco, ed agire nel suo “silenzio attivo”. Come dono sacrificale nei confronti di coloro che avevano scelto di seguirlo come discepoli di un sì severo Maestro, parlò in uno stile semplice, immediato, quasi dimesso, senza veruna ricercatezza retorica, ma – come mi disse Massimo Scaligero – “quando Giovanni Colazza parlava, sentivi aleggiare lo Spirito!”. E per rendere più efficace l’immagine, Massimo accompagnava con eloquente gesto della mano la descrizione di tale “spirituale aleggiare”.

Giovanni Colazza scrisse poco, e ben suoi sono gli scritti firmati con lo ieronimo di “Leo” nelle monografie del Gruppo di UR. Tali scritti sono suoi, come mi testimoniarono Massimo Scaligero, suo cugino Amleto Scabelloni, Romolo Benvenuti ed altri amici e discepoli di Colazza. Scritti suoi e non di Julius Evola, come altri hanno scritto altrove. Suo è lo stile, sua la semplicità dei concetti e degli esempi, sua la terminologia, sua l’impronta spirituale in essi impressa come un sigillo. Evola, che davanti a Giovanni Colazza – mi è stato direttamente testimoniato – “tremava come un cagnolino”, non avrebbe mai osato sostituirsi a lui.

Vero è che a Colazza non piaceva materialmente scrivere, per cui talvolta dettava, con la vivezza della parola orale, i suoi pensieri, che altri trascrivevano mentre egli parlava in una sorta di meditazione ad alta voce, e questo è il caso della presente sua conferenza, che in sua presenza venne stenografata da A. Izzo.

Doniamo ai volenterosi lettori, a coloro che fattivamente sono impegnati nell’Ascesi Solare della Via del Pensiero, la trascrizione della parola vivente di Giovanni Colazza, che ci venne donata circa quarant’anni fa da un suo discepolo.

Hugo de’ Paganis

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ANTROPOSOFIA

 di Giovanni Colazza

Conferenza tenuta alla sala Capizucchi di Roma, 10 dicembre 1944, stenografata da A. Izzo.

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Io credo che l’argomento della conversazione d’oggi non riesca a molti di loro completamente nuovo. Già da diversi anni sono diffusi in Italia molti libri che trattano di questo soggetto; vi è stata anche l’attività della Società Antroposofica con conferenze e pubblicazioni. Naturalmente quest’attività fu soffocata negli ultimi anni, fino ad essere proibita; ma i libri rimasero perché, al contrario di quello che è avvenuto in Germania, in cui la persecuzione si è estesa ai libri e alle persone, qui i libri hanno potuto continuare a diffondersi. Dico questo perché si tratta di un soggetto ormai vasto ed esteso, e difficile a chiudersi nei limiti di un’ora di conversazione. Però noi tenteremo adesso, sia per quelli che la conoscono, che per quelli che non la conoscono, di dare una specie di sintesi, di visione generale di che cosa è antroposofia.

Naturalmente, il nome stesso è una scelta conosciuta che mette in valore appunto la ricerca della verità e della spiritualità attraverso la figura stessa dell’uomo.

Angelo Silesio diceva: “Se tu penetrerai dentro te stesso e così andrai al di là di te stesso, tu giungerai fino a Dio”. Ebbene, scopo appunto dell’Antroposofia è quello di giungere attraverso il lato spirituale umano al lato spirituale cosmico; accogliere i rapporti di ciò è in fondo un’unità che, come vedremo, sono partecipi delle stesse forze cosmiche cosicché si può dall’uno andare verso l’altro.

Se noi guardiamo l’uomo così com’esso è attualmente, come si presenta al nostro sguardo, noi abbiamo un’apparenza fisica esteriore e delle forse interne. Soprattutto vi vorrei far notare come l’uomo sia in realtà la storia vivente di se stesso, vale a dire, di quelle forze che lo hanno formato; l’essenza spirituale che egli ha ricevuto è presente in lui e mantiene i suoi rapporti con la sua origine cosmica. Noi vogliamo vedere nel mondo una molteplicità di forze. Un concetto astratto d’un assoluto non può servirci di base per un lavoro proficuo per la conoscenza; esso resta freddo ed immenso, al di fuori di noi e non può essere una concezione feconda. Noi dobbiamo procedere per gradi, noi dobbiamo procedere da ciò che possiamo raggiungere con le nostre facoltà e con la nostra essenza. Dobbiamo incominciare a cogliere le forze della manifestazione già in movimento, così com’esse hanno formato il nostro essere. Forse se noi, attraverso uno sviluppo spirituale, raggiungessimo stati di coscienza differenti, potremo spingere più in avanti il nostro sguardo. Per ora dobbiamo e vogliamo limitarci a questo: alla manifestazione divina in quanto essa ha un rapporto con l’umanità’.

Noi concepiamo la vita ed il mondo sotto un aspetto evolutivo. E’ ben vero che il concetto di evoluzione accolto con troppa facilità e con troppo semplicismo, è stato ereditato nel campo scientifico e filosofico sotto certi aspetti, ma è avvenuto questo: che quello che ha perduto in materialità lo ha guadagnato in spiritualità. Scientificamente ora non si pensa più a certe leggi determinanti l’evoluzione che appartengono al mondo esteriore, ma piuttosto ad una spinta interiore evolutiva che si muova sopra un piano teologico, vale a dire che va in una direzione, direzione immediata, che possiamo vedere come tendenza di vita, anzi verso forme più complesse di vita. Per l’umanità noi possiamo vedere anche qualche cosa di più; possiamo vedere che in realtà proceda verso una finalità che coincide con la direzione della volontà creativa divina. “Tutta l’evoluzione tende all’uomo” diceva Goethe, “come ad una vetta”. Fin dal principio della manifestazione era presente questa meta lontana, l’ultima ad apparire nella scala degli esseri: l’uomo.

Noi, come del resto molti nel campo scientifico, non vediamo nei diversi gradini degli esseri delle forze che hanno condotto alle forze superiori attuali, ma vediamo l’arresto d’altrettante spinte evolutive separate su per dei gradini e che, a poco a poco appaiono come i portatori di forme sempre più complesse ed elevate. Quindi, possiamo affermare che si è distaccata da questa corrente principale che tendeva verso l’uomo una serie di forme inferiori che, a poco a poco, hanno formato quello che doveva essere l’ambiente per l’uomo. In un certo senso, se vogliamo contemplare il mondo in modo finalistico, ciò che attornia l’uomo è ciò che non è potuto divenire uomo, e forma ora il suo ambiente. Ma non solo questo: noi possiamo vedere, osservando la natura intorno a noi, come l’uomo attuale rappresenti una sintesi della natura stessa, quello che si chiama il microcosmo.

Vi è nel corpo umano abbandonato dalla vita qualche cosa che ci presenta l’aspetto del mondo minerale. Quando la vita abbandona l’uomo, esso soggiace alle leggi comuni fisico-chimiche ed i processi vitali che si svolgono nel suo corpo sono estranei all’uomo. Vi e’ poi un aspetto di vita che noi possiamo cogliere il certo stato di catalessi, nei quali i processi vitali continuano, senza la sensibilità. Come avviene nelle piante. Vi sono stati sognanti ed automatici nell’uomo così come vi è nella coscienza animale una coscienza sensitiva, ma vi è in più nell’uomo un’autocoscienza, un’Io che rappresenta il coronamento dell’evoluzione, che rappresenta la forza motrice che dovrà portare l’uomo verso il suo destino superiore.

Per il suo Io l’uomo può guardare nella propria interiorità, può osservare e guardare, analizzare i suoi pensieri e i suoi sentimenti come qualcosa di esteriore. Esso è un centro del suo essere che non è soggetto ai mutamenti ed alle influenze esteriori e che sembra essere un testimonio della nostra esistenza, a volte sommerso, a volte come fluttuante alla superficie come centro dell’essere, ciò che noi chiamiamo Io, non è che il risultato di stati d’animo e della coscienza in un momento attuale; ma il vero senso dell’Io è un senso che deve essere guadagnato, un senso che deve essere rinforzato perché esso sia realizzato in tutta la sua pienezza. Il cammino della evoluzione umana è appunto segnato dal rapporto dell’uomo con il proprio Io.

In periodi lontani dalla nostra evoluzione attuale, la direzione evolutiva era ancora tenuta da forze esteriori all’uomo. Infatti, noi vediamo che il sentimento religioso, il sentimento della guida degli dei ed il sentimento della loro presenza erano immediati ed indiscussi. Naturalmente, accenno soltanto, perché devo procedere; ma ognuno può misurare nella diversa epoca le religioni nel loro carattere relativo. Noi vediamo che fino a tempi non lontani, per la maggior parte degli uomini era inconcepibile l’idea che la divinità non fosse. Vi era ancora nel loro essere qualche cosa che rimaneva attaccato come per un filo invisibile al Divino.

Naturalmente, col procedere della civiltà, col progredire dell’intellettualità’, vi è stata una compenetrazione sempre più profonda dell’Io e una connessione sempre più intima col corpo e dei sensi, così che a poco a poco, l’uomo ha potuto dimenticare la sua origine divina. Si è perduto questo rapporto e si è giunti così fino alla negazione del Divino: in questo momento l’uomo aveva raggiunto la sua libertà; vale a dire, esso era solo al mondo, era diventato arbitro del suo destino. Giungiamo così al nostro periodo attuale, nel quale si è maturato uno sviluppo organico e somatico umano, che a poco a poco, tendeva verso una maggiore materializzazione, e vi è stato anche uno sviluppo interiore dell’uomo che veniva a dare più e più importanza a quella saggezza che gli veniva dall’osservazione dei sensi piuttosto che dal sentimento religioso. Vale a dire, parallelamente all’evoluzione somatica vi era asservimento dell’Io. Qui noi afferriamo senz’altro che questo Io non potrebbe fare le sue esperienze, non potrebbe raggiungere una meta, non potrebbe essere una forma feconda nell’uomo, se non avesse la possibilità di passare attraverso ripetute esperienze di vita terrena.

Sappiamo già che la dottrina della reincarnazione è stata screditata da certi ambienti nei quali è diventata una ricerca di sensazioni orgogliose da parte di certe persone che trovano più facile essere state qualche cosa in una vita precedente, piuttosto che fare qualcosa nella vita attuale. Altro hanno voluto vedere nella reincarnazione un ritorno a concezioni orientali adesso non più adatte al nostro corpo, alla nostra attuale essenza umana, perché non si torna indietro nel cammino dello sviluppo spirituale e dello sviluppo umano. Quindi, è forse, sotto certi aspetti, una teoria screditata ma in realtà obiezioni gravi contro di essa, veramente gravi, non sono state fatte. Sono state fatte delle obiezioni contro delle interpretazioni eccessive, diremo quasi “materialistiche” della reincarnazione stessa.

In realtà se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che con la forza vitale, che è propria dell’individuo, se ne va tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quella che è la personalità attuale che resta: vi è il testimone dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tener presente, ed allora molte delle obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. In realtà come personalità vi è molto poco che possa essere riconosciuto. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventano una forma spirituale, perché’ s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi si può maturare l’esperienza in saggezza e la saggezza in impulsi di volontà.

Abbiamo detto che l’umanità’ cammina da secoli verso una maggiore realizzazione, ossia verso una specie di appesantimento delle sue percezioni che sono sempre più rivolte al mondo dei sensi: quindi, la linea evolutiva precipita per così dire, nel mondo materiale, si immerge in esso ed è questo il momento tragico, questo è il momento che attraversiamo.

L’uomo, senza guida interiore, deve salvare se stesso e ritrovare se stesso; deve ricongiungersi alla propria spiritualità. In questo volgersi al mondo sensibile, egli ha delle tendenze, dei desideri, dei problemi che si volgono nel campo sociale ed economico, ma non porta in questi problemi il senso della sua vera aspirazione, vale a dire, quella che è la sua vera finalità. Tutto questo insieme di forze evolutive è stato messo in movimento da una volontà divina con uno scopo definito, ed è questo scopo che noi dobbiamo cercare di trovare.

Vedete, attualmente noi ci sentiamo da un lato pienamente liberi, ma da un altro lato ci sentiamo imprigionati, noi ci sentiamo liberati dalla guida divina, ma in un certo senso siamo diventati i servi della nostra personalità inferiore. Anzi, noi ci domandiamo: com’e’ possibile che la gran massa dell’umanità possa ora volontariamente cambiare strada? Noi stiamo vivendo lezioni terribili, tragiche, che potrebbero essere un aiuto ad aprirci gli occhi, ma si vede qua e là che la soluzione dei problemi è solo cercata in un campo sociale ed economico.

Oggi leggevamo sul giornale questa frase “noi abbiamo perduto il senso di quale sia il posto dell’uomo nell’universo”. Questo era messo come una delle cause della tragedia attuale e dell’impossibilità di risolvere, in modo soddisfacente, i problemi che nascono e si presentano nell’era attuale. Questo è un sintomo del fatto che tutto il problema deve essere spiegato ed essere portato su un campo integrale, il campo dell’uomo integrale: quello dell’uomo materiale e spirituale al tempo stesso.

Noi forse, avremmo perduto questa possibilità, perché non basta che uno, due o tre uomini agiscano qua e là in tale direzione, ma noi sappiamo che nella corrente cosmica è entrata una forma che può riportare in alto l’umanità’ dal suo punto di svolta e tale è il senso della redenzione. L’uomo divenuto libero, deve scegliere la sua via ed allora egli può ritrovare le stesse forze spirituali che hanno mosso la corrente umana alle origini. Queste forze spirituali possono trovarle di nuovo e salire coscientemente sul cammino della spiritualità e qui, vedete, io parlo della forza del Cristo, io parlo appunto dell’essenza della redenzione che assume un significato cosmico e può essere inteso nel suo vero e più profondo carattere. Però, per unirsi a questa forza vi deve essere un atto volontario e cosciente da parte dell’uomo, vale a dire che egli deve fare la sua scelta e sarà portato a questa scelta sia da eventi esteriori, sia da illuminazioni interiori, illuminazione che egli con la cultura spirituale può far nascere entro se stesso.

Adesso si presenta ancora un’altra domanda: “Il cammino interiore dell’umanità’ in quale direzione va?”. Prima di tutto noi rispondiamo: verso un ulteriore sviluppo della coscienza attuale. Anticamente erano le forze divine che scendevano verso di noi, ora è l’uomo che deve ascendere verso le forze spirituali mediante un allenamento interiore, mediante una disciplina interiore. Intorno a noi, accanto all’esperienza sensibile, vi sono continuamente delle percezioni che noi riceviamo e che provengono dal mondo spirituale. Il mondo spirituale è sempre attivo intorno a noi, soltanto che noi non percepiamo tutto quello che accompagna le sensazioni e che ha un carattere supersensibile perché vi è troppo disordine, troppa agitazione nella nostra interiorità e noi non sappiamo ricevere impressioni che abbiamo e ciò che sentiamo quando tentiamo di fare qualche esercizio di disciplina mentale, troviamo un caos nell’interno di noi, le associazioni si muovono liberamente mentre studiamo un tema e cerchiamo di riuscire a fissare sopra di esso la nostra attenzione. Vi sono sempre idee collaterali che si muovono contemporaneamente, vi sono reazioni che sorgono dal nostro subcosciente. In realtà, quando studiamo coscientemente, noi stessi vediamo che abbiamo molto da fare per portare ordine nel nostro mondo interno, ma pur essendo attaccati alla vita quotidiana si può giungere ad integrare la nostra partecipazione sensibile con numerose percezioni che ci provengono dalla natura, dagli uomini, da tutti gli esseri viventi intorno a noi: ciò allarga e riempie veramente la nostra coscienza.

Quando si comincia a fare luce in noi questo senso, vediamo degli uomini che come noi sono passati attraverso un gran numero di vite e che vogliono avviarsi come noi verso una meta spirituale. Se noi abbiamo una percezione più sottile, noi non sentiamo soltanto quelle che sono le voci dei loro desideri, dei loro impulsi e magari di quelli che si chiamano i loro difetti, ma sentiamo invece la loro vita interiore che cerca di riunire se stessa con la spiritualità e che, magari, ancora non si è coscientemente manifestata. Non è possibile altro che un rapporto d’amore, quando si comincia a sentire tutto ciò, non solo, ma vedete, istintivamente, l’uomo ha cercato sempre di ritrovare al di fuori di sé qualche cosa che fosse giusto, il senso della giustizia. Ora il senso della giustizia è appagato da questa concezione spirituale della reincarnazione; noi non abbiamo più quelle ineguaglianze fra esseri che hanno delle opportunità ed altri non ne hanno, fra esseri che sembrano avere tutto più facile nel loro cammino ed altri che hanno invece, tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà, fra esseri che possono realizzare ed esseri che non possono realizzare.

Noi pensiamo che ogni vita sia una fase, un momento della vera vita dell’essere che scorre verso una nuova vita terrena e così percorre il suo cammino; noi sappiamo, quindi che le opportunità che non vi sono oggi vi possono essere domani. Non è che noi cerchiamo di proiettare al di fuori un desiderio di giustizia, ma noi sappiamo che vi è una legge di giustizia distributiva attorno a noi, come legge della vita.

Un’altra forma di soddisfazione interiore, di realizzazione di noi stessi, sta nel desiderio che abbiamo di conoscere. Uno sviluppo spirituale come quello che ci viene presentato con le possibilità di spiegare la nostra coscienza al di là dei limiti dei sensi, da’ a noi la soddisfazione di poter conoscere; vale a dire, che lo slancio verso la conoscenza non è frustrato come avviene nel mondo sensibile, nel quale troviamo limiti del mondo stesso. Noi sentiamo che possiamo andare al di là, e non è più questione di fede, ma questione di esperienza e di conoscenza.

Il senso faustiano di voler conoscere e sapere che vi è nella nostra natura non è stato portato inutilmente, ma può spingere sempre innanzi a ricercare la verità, una verità che non ha limiti che siano determinati dall’esperienza sensibile. Certo che, se nel momento attuale vi fosse un gran numero d’uomini abituato a queste idee, che si nutrissero di queste idee e che le sentissero profondamente, la soluzione dei nostri problemi sarebbe più facile. Ora si mescola molto ciò che è il mezzo ed il fine; ma in realtà anche la libertà e la democrazia possono apparire un fine, ma in realtà sono un mezzo perché tutte le voci possano levarsi e sia dato a tutti la possibilità di poter portare il loro contributo. Vi sono molti che possono ricevere dall’ambiente impulsi spirituali e devono poter parlare per esprimerli; quindi attraverso un regime di libertà, queste voci potranno levarsi, ma occorrerà che vi siano anche quelli che le raccolgono.

Noi che per molti anni abbiamo studiato antroposofia, noi che abbiamo cercato di vedervi sempre più chiaro, ebbene, sentiamo in questo momento che la forza che è in essa potrebbe avere una grande influenza nel mondo. E quelli che sono preparati a riceverla, al di là di preconcetti e di pregiudizi, potrebbe darsi che trovino appunto in essa la via per la realizzazione di un mondo migliore.

ASPETTI DELLA CONCENTRAZIONE (di F. Giovi)

Una immagine della saggezza estremo-orientale paragona il ciclo samsarico della vita e della morte al cerchio esterno di una ruota che gira incessantemente. L’attenzione viene poi portata al mozzo della ruota, al punto che si trova al centro del mozzo. Punto che non gira, attorno al quale raggi e cerchio sono mossi.
È una immagine sapienziale assai semplice, ma chi spesso la ripensi o la mediti trarrà forse da essa diverse impressioni animiche, anche importanti, essendo caratteristica peculiare delle frasi o immagini comunicate dalle vere sorgenti spirituali la capacità di stimolare diversi livelli di intuizione conoscitiva.
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Poiché l’attuale configurazione dell’entità umana riconosce se stessa anzitutto nel possedere una autoconsapevolezza sostenuta dal pensiero, sarà la realizzazione di un Io pensante, non soggetto alle categorie del mutamento, il centro del mozzo che andrebbe cercato. L’esercizio della Concentrazione è il modo piú semplice e diretto per afferrare il punto “stante e non cadente”, il principio permanente oltre l’illusione dell’apparire.
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Ricollegandoci con il filo dei temi trattati nel precedente articolo, osserveremo che tra molti si è come depositato il giudizio che la Concentrazione coincida in pratica con l’esercizio del controllo del pensiero.
Tralasciando come artefatte l’indignazione e le puntualizzazioni che, dalla conoscenza di questa commistione, vengono manifestate in scritti quali Note introduttive all’esercizio interiore (Ed. Antroposofica, pp. 10-11), per chi conosce solo ad un certo grado gli scritti di Steiner e Scaligero, una certa confusione c’è e persiste perché non si riesce a trovare nell’opera di Rudolf Steiner il canone della Concentrazione descritto da Massimo Scaligero, mentre, da un punto di vista pratico, la ricostruzione in pensieri di un oggetto sensibile appare simile a quanto viene insegnato dal Dottore come esercizio di controllo del pensiero.
Per le opinioni, settarie e conformiste, coltivate in certi ambienti, tale somiglianza è la prova di una inammissibile mistione e contraffazione.
Perciò crediamo sia bene chiarire che la Concentrazione e il controllo del pensiero sono due esercizi diversi.
Il controllo del pensiero, come fu dato da Rudolf Steiner ne La Scienza Occulta, o ai discepoli della Scuola Esoterica con il II e III tempo, è organicamente connesso ad altri esercizi (atto puro, equanimità ecc.) e concorre a formare e destare nella costituzione umana delle particolare correnti di vita eterica, come del resto è già stato scritto su questa rivista, da diversi punti di vista, in maniera vasta ed esauriente.
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La concentrazione, come viene ripercorsa in ogni segmento del suo canone e illuminata nel suo significato generale in tutte le molte opere di Massimo Scaligero, trova l’originaria, cristallina sorgente (per chi intuisca il senso di una “trasmissione” sovrasensibile) nel contenuto degli scritti gnoseologici di Rudolf Steiner (in particolare vedasi il III capitolo de La Filosofia della Libertà) dove l’indagine filosofica priva di preconcetti trova nel pensiero l’elemento finora trascurato dell’osservazione compiuta del fenomeno. Da cui deriva la necessità di conoscere il pensare stesso.
Dovrebbe essere chiaro come il sole (ma non lo è quasi mai) che non si tratta di osservare il flusso dei pensieri che naturalmente attraversa la coscienza, ma di risalire a contemplare il pensiero quando non sia ancora divenuto casa, albero, telefono o qualsiasi altra cosa. Come abbiamo scritto nel precedente articolo, si tratta perciò di osservare il pensiero che abbia solo se medesimo come contenuto. Con ciò si indica un’impresa che non può essere attuata dall’indagine filosofica, ma che esige piuttosto una difficile disciplina interiore: un lavoro ascetico.
La Concentrazione è l’arte pratica che può condurre a tale, eccezionale, esperienza.
Perciò, nella concretezza di un lavoro interiore, la Concentrazione principia da una sensata somiglianza con il controllo del pensiero (pensiero che, per fare la concentrazione, non può non essere controllato!) ma si caratterizza subito come ricostruzione in pensieri del concetto di un oggetto sensibile.
Quando la ricostruzione termina, la Concentrazione continua, anche avvalendosi di una immagine nella misura in cui questa esprima il concetto. L’insistenza volitiva dell’attenzione sul concetto coscientemente rianimato è l’esercizio della Concentrazione, che sarebbe stato impossibile senza un robusto sforzo di dominio sul flusso pensante.
Chi, per sua benigna sorte, non è attratto dalle “accademie dello Spirito”, potrà anche ritenere le precedenti distinzioni alla stregua di una gran perdita di tempo, eppure il non confondere i due esercizi ci permette una maggiore attenzione per non arrestare la Concentrazione al suo inizio.
Con un lucido esame del proprio lavoro, non pochi ricercatori si accorgeranno di avere quasi sempre concluso l’esercizio al termine della ricostruzione in pensieri dell’oggetto, proprio dove inizia la vera Operazione, con un di piú di volontà e coraggio, per dedicare tutta la coscienza ad un unico, dominato, pensiero.
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Coloro che prima di accostarsi alla disciplina indicata dalla Scienza dello Spirito hanno seguíto un tirocinio yoghico, hanno anche potuto sperimentare su di sé, con notevoli tribolazioni, la differenza sostanziale che intercorre tra la Concentrazione tradizionale e la Concentrazione attiva, idonea alla coscienza contemporanea. A pagina 144 del suo libro Dallo Yoga alla Rosacroce, Massimo Scaligero scrive in merito: «La differenza c’è ed è determinante: chi la ravvisa è salvo».
Nella concentrazione tradizionale l’asceta, seguendo le indicazioni della disciplina adottata, spegne con adeguate tecniche l’attività della mente (positure, ripetizioni mantriche, respiro modificato, fissazione dello sguardo ecc.), porta allo zero ogni moto individuale al fine di giungere presso una immobilità inegoica che permetta l’azione dello Spirito universale.
Alla luce della coscienza contemporanea dovrebbe però risultare palese che negli insegnamenti antichi vige l’annientamento dell’ego, considerato, non a torto, l’alteratore della realtà e l’artefice dell’illusione. L’ego era temuto, e qualcosa è rimasto anche ai nostri giorni, quando ad esempio si usano a getto continuo la parole del Maestro, evitando cosí ogni responsabilità personale. L’uomo moderno è mutato dai tempi antichi e, parafrasando un noto proverbio, quando fa lo spiritualista rischia di gettar via l’Io insieme all’ego.
La presenza del Logos nell’Io e il manifestarsi dell’Io nell’ego, secondo una fenomenologia spirituale immanente all’attuale coscienza, non trova riscontro nell’insegnamento tradizionale, ma sembra poco avvertita nelle anime degli attuali cultori dello Spirito.
Esemplificando ciò che sembra un paradosso, possiamo dire che l’attuale soggetto umano possiede due volti diversi su una sola testa: l’Io subordinato agli istinti e passioni è l’ego, l’ego che si costringe ed esegue il canone della disciplina è l’Io. L’asceta non deve temere l’ego, perché in quanto Io è il soggetto del dominare il pensiero, del determinare la pura azione; è parimenti colui che cerca il Vero, la via della Libertà, le discipline piú appropriate.
Si inizi da ciò che si è e non dalla rappresentazione di un Io, nobile ed elevato, sempre fuori, sempre oltre se stessi. E ancora: se l’ego riesce a strappare dai sotterranei di Arimane il potere del pensiero esatto e rigoroso senza divenirne un succube compiaciuto, è l’Io che opera; se l’ego è capace di innalzare l’anima alla bellezza e alla gioia senza estasiarsi nell’ebbrezza dei cieli luciferini, è azione dell’Io.
L’ego è l’Io riflesso finché vige il pensiero riflesso: la Concentrazione, ove superi il pensare riflesso, diviene opera dell’Io puro.
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I primi passi nella Concentrazione eseguita secondo il canone del tempo sono “atletici” piuttosto che mistico-ieratici. Chi è stato sportivo conosce la differenza tra lo sforzo e il riposo: chi inizia la Concentrazione e trova il riposo, sta sbagliando. La Concentrazione (e il soggetto) deve innanzitutto liberarsi dall’inerzia psico-fisica (di solito ciò diventa una prolungata e sofferta schermaglia), impresa sempre troppo poco evidenziata giacché per molti è già un muro quasi invalicabile. Qui vale sempre lo stesso consiglio: sedersi e fare, non permettendo al corpo e alla psiche nemmeno un attimo di indulgente libertà. Da questo assetto di base si prosegue volendo pensare, a tutti i costi. È essenziale mantenere durante tutto l’esercizio i pensieri voluti e la volontà di pensarli.
Dopo la ricostruzione, in cui si raccoglie sempre piú vivo tutto il pensiero, è sufficiente pensare un unico pensiero, equivalente di fatto a tutti i pensieri pensabili, purché venga, attimo dopo attimo, nuovamente pensato. Non ci si adagi su di un pensiero, ma si rinnovi costantemente l’atto sorgivo del suo apparire nella coscienza.
Ripetiamo: non ci si abbandoni all’immagine, non si abbandoni l’immagine, ma si continui con calmo impeto a rievocarla, senza perdere per strada il concetto enucleato.
Il fuoco dell’attenzione cosciente verso il concetto non deve subire interruzioni, purché venga sorretto in profondità da una “volontà di andare avanti” a cui la possibilità della resa, dell’arretramento su precedenti posizioni, sia assolutamente ignota.
Sino alla consumazione del concetto, in quanto concetto di qualcosa, ossia di tutte le cose.
Allora si instaura uno stato superiore di Silenzio in cui l’astrale inferiore con l’ego è deposto, o restituito alla Quiete.
Il flusso del pensiero, liberato dai pensieri, con una concretezza che il materialismo non ha mai trovato, si riempie di Volontà, come una diga aperta riempie di liquida e impetuosa possanza la valle sottostante. Può essere chiamato pensiero, ma non è piú pensiero: nella sua forza ci si sveglia dal sonno della coscienza sensibile, trapassando in un veicolo di vita-potenza presso quel mondo che fu chiamato nei Tantra il regno della Shakti universale.
Ma per ora accontentiamoci di rintracciare i sottili passaggi nella massiccia muraglia del carcere platonico.
Poiché non crediamo salutare e produttivo per l’anima il cullarsi nelle illusioni, non va dimenticato che a causa di un complesso retroscena sovrasensibile (ben conosciuto dalla Scienza dello Spirito) l’opera di reintegrazione interiore, negli ultimi decenni, si è resa progressivamente piú difficile poiché oggettivamente impedita da un moltiplicarsi di attacchi all’entità umana, in particolare contro l’albeggiante “anima cosciente”. A causa di ciò per tanti sarà un compito eroico non già il superare le “prove iniziatiche” ma il solo passaggio dalla conoscenza elementare delle indicazioni fondamentali di Scienza dello Spirito ad un inizio corretto e conforme di disciplina attiva.
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Durante il nostro cammino di viandanti della Conoscenza può accadere (e accade!) che l’Essere dell’Io, il Principio, conceda un suo gesto all’anima: allora crollano le barriere, per un attimo si partecipa ad ogni vittoria. Il continuo inestricabile nodo del dolore umano con l’illusione dei fatti si scioglie e disviene. Ogni cosa acquista una raggiante trasparenza, anche e soprattutto l’anima e il corpo. Poi lentamente ritorniamo alla tenebra del mondo. Però qualcosa è cambiato. D’ora in avanti il nostro cuore saprà, senza incertezze, che per Qualcuno, assoluto e desto alla radice di noi stessi, nulla è impossibile.

 

Franco Giovi

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Immagine in alto: La ruota cosmica al cui centro è la Terra, perno del mondo, secondo la visione di Hildegard von Bingen, dal Liber Divinorum Operum, XIII secolo

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CATARSI

9 GIU 2013 FK 026 - Copia

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IL MALE CHIEDE DI ESSERE AFFRONTATO DA UNA POTENZA TANTO INTENSA NELL’IMMATERIALITA’ QUANTO E’ INTENSA LA DENSITA’ TRAMITE CUI AGISCE.

NELL’IMMATERIALITA’ NON VI E’ ALTRO POTERE REDIMENTE CHE LO STRAZIO DEL CUORE MENTRE PENSANDO VIVE IL MALE  E LO DISSOLVE.

UN TEMPO FU L’OFFERTA DEL SENTIRE CHE NEL CELESTE RESPIRO DEI MIGLIORI

ATTRAVERSO SDEGNO E SACRIFICIO POTEVA COLPIRE IL MALE.

ORA NEL DESERTO ESTREMO DI OGNI SENTIRE O NELLA MORTE DI OGNI SUO POTERE DI UNIFICANTE INTENSITA’ :  SOLITARIO REGNA IL PENSARE.

SOLITARIO ED ASSOLUTO CUSTODE DI UNA INCONCEPIBILE MAESTA’

CHE E’ TANTO SOVRUMANA QUANTO PIATTA E BANALE APPARE LA SUA TROPPO UMANA VESTE SPONTANEA.

SE IL PENSARE SI INNALZA OLTRE LE PAROLE MEDIANTE CUI SI AFFACCIA ALLA COSCIENZA

OTTIENE LA FOLGORE ED IL TUONO

LA CATARSI E LA PIETA’

IL FUOCO DISSOLVENTE CHE RIEDIFICA IL PASSATO

MENTRE SCOLPISCE A NUOVO IL FUTURO CHE SI APPRESTA.

VIVERE PENSANDO NEL VEDERE IL MALE

MENTRE LO SI PONE AL COSPETTO DI CIO’ CHE LO REDIME

E CHE ABITA NELL’AUREO ALONE CORONATO

POSTO AL DISOPRA DELLE NUBI CHE ASSEDIANO L’IDEA.

IN ALTO UNA VIRTU’ LAMPEGGIA NELL’IMMATERIALITA’ D’IDEA

NELLA SINTESI PIU’ LIEVE

NELLA FLUTTUANTE POTENZA FORMANTE IN CUI IL SIGNIFICATO E’ ASCESO

E CHE CONTINUAMENTE OCCORRE RICREARE.

TALE VIRTU’ E’ CIO’ CHE SVELA IL MALE COME TALE

E CHE NE SVELLE OGNI DENSITA’ VOLENTE DA CUI COMUNQUE SCATURIVA.

TALE VIRTU’ E’ IL VIVENTE METRO DI OGNI BENE

IL PARAGONE INVITTO CHE NELL’UNITIVO POTERE DEL CONNETTERE

MANIFESTA IL LOGOS DEL SOLO CONCEPIRE.

FIAMMA VIVENTE DELL’ORDINE LOGICO CHE ARTICOLA IL PENSARE.

QUALITA’ VIVENTE E UNICA CHE UNISCE LA LIBERTA’ DELL’UOMO AL DIO.

AUREA DIVINITA’ CHE INFINE PER ATTIMI NELL’UOMO SI REALIZZA

TRASPORTANDO NELL’ETERE SOLARE CIO’ CHE CONOSCENDO VIENE TRASMUTATO.

E POI REDENTO.

AVE TRAVASO ETERICO DEGLI ENTI IN CUI L’UMANITA’ DAL SOVRUMANO AGISCE.

NELL’ATTO DEL PENSARE CHE ATTRAVERSO GLI OSTACOLI AL SUO FARSI SINTESI

REALIZZA ESSENZE IMMATERIALI DA CIO’ CHE FU DENSISSIMO OLTRAGGIARE.

NELL’UNIFICATA VAMPA DEL CONTEMPLARE L’ATTO LOGICO CHE VIVE

L’ANIMA LIBERATA SVELA QUANTO DI ORRIBILE VIENE RISANATO.

CATARSI NELL’ATTO LOGICO INFINITO

CHE NEGLI INFINITI LIVELLI IN CUI S’ATTUA :

E’ RITO.

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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COMUNICAZIONI DA SIGWART – 7

Botho_Sigwart_conde_de_Eulenburg - Copia

 

21 dicembre 1930

 

Dopo l’esecuzione della “Sonata di Natale”, composta da Sigwart e suonata da una delle sue sorelle

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I suoni di Natale che un tempo risuonavano sulla terra, continuano a riecheggiare; risuonano ora nelle nostre sfere e impregnano lo spazio che vi circonda e ci circonda.

I suoni che ci uniscono sono stati creati un tempo a partire dallo spirito e sono stati incorporati nella materia; al presente, divenuti dei luminosi legami alati, tessono i fili che ci uniscono.

Formano una rete che, dolcemente, si posa su di noi. Festeggiamo insieme il Natale, perché le sacre cerimonie, i cui irraggiamenti impregneranno le nostre sfere, sono già iniziate.

Il suono delle campane si rivolge ai cuori degli esseri umani per innalzarli verso l’alto, verso le regioni dello spirito in cui saranno santificati e purificati per la santa notte di Natale.

Ascoltate, il suono delle campane si rivolge anche a voi!

 

17 febbraio 1931

Miei cari, oggi posso infine parlarvi e dirvi ciò che riempie interamente il mio cuore. Improvvisamente, mentre mia sorella eseguiva la mia Sonata (opera composta in trincea da Sigwart poco prima del suo decesso), mi sono ricordato dei momenti che ho vissuto creandola.

Anche se occupato da un duro lavoro, finché la componevo, ho vissuto tuttavia dei santi momenti .Luminosi sentimenti di felicità mi circondavano – non quella che gli esseri umani chiamano “felicità”-, no, qualcosa del tutto diverso si era impadronito di me.

Ora che siete dei saggi, miei fratelli e sorelle, posso ben dirvelo: all’epoca sapevo perfettamente che questa musica sarebbe stata il mio” canto del cigno”.Per questa ragione mi è stato dato di conoscere l’esperienza più alta che l’essere umano possa vivere e sentire nella sua esistenza terrena: il distacco assoluto e il presagio del volo verso i mondi superiori.

Credetemi, quando ho composto l’Adagio, ho pianto! Nel momento di prendere congedo da questo mondo, che avevo conosciuto nel suo aspetto più luminoso, il mio cuore si mise a tremare.

Avevo quasi voglia di fuggire, di scappare all’obbligo di creare, di strapparmi a questo commiato che, a poco a poco, prendeva forma. Ma essa mi teneva con una forza inflessibile, e un comandamento venuto dall’alto, mi ordinava di perseverare per finire quest’ultima opera nella quale stavo riversando il sangue del mio cuore, ma mi sembra che al presente siete forti abbastanza per poter ascoltare serenamente questo racconto.

Ho vissuto ore difficili a causa della tristezza che provavo nel dover lasciare tutto.

Il mio amore per la vita era immenso, perché avevo vissuto il cielo sulla terra. Ero capace di gioire intensamente della vita, ed ero più spesso trasportato dall’allegria che dalla tristezza.

E’ necessario che sappiate questo, affinché comprendiate ciò che sentivo quando creai la mia ultima opera. Essa non cessa di attirarmi e di collegarmi a voi, così come tutto ciò che mi era caro.

Fermiamoci qui per oggi, perché questa comunicazione mi ha troppo emozionato.

Con il mio profondo amore.

 

23 febbraio 1931

In quest’ora, qualcuno che non ha mai comunicato con voi si rivolge a voi, ascoltatelo!

Io, Sigwart, taccio.

**********

 

Il Messaggio del Maestro.

 

Voglio darvi conoscenza oggi, di un grande sacrificio d’amore che è stato fatto per voi.

Un tempo camminavate insieme sul sentiero terrestre cosparso di spine.

Uno dei vostri è uscito dal gruppo e vi ha lasciati. Circondato dai raggi del vostro amore, questo spirito di Luce è venuto a noi animato dall’intenso desiderio di dedicare ad una sacra meta le fiamme che il suo cuore nutriva. Il suo desiderio era così forte, che fu toccato da un raggio di benedizione divina sorto dai mondi più luminosi.

Ricolmo di felicità si prostrò, perché questo raggio gli dimostrò comprensione per l’esaudimento del suo desiderio. Raggiante, prese conoscenza di un compito enorme, santo e impregnato dalla presenza del Divino.

Quando egli divenne pienamente cosciente del compito che prendeva su di sé…. nel nostro spazio celeste risuonò il suo “SI” , grande, vasto, che espanse in tutte le sfere.

Così ebbe inizio la grande opera alla quale voi siete associati e alla quale, più tardi, molti altri si aggiungeranno. Un’ onda, nata dalle sfere più alte, impregna la sua entità che è divenuta amore.

Essa passa attraverso di lui con una forza di qualità così elevata, che le sue parti più luminose e fini si staccano da lui e trovano le vostre anime e i vostri involucri spirituali. Così vi impregna della sua entità che diviene una parte del vostro proprio Io.

Fiamma egli si offre a voi, affinché il fuoco rimannesse presso di voi. Tali azioni sono rette da alte Leggi: ora non gli è più permesso di lasciarvi prima che l’opera della vostra liberazione sia compiuta!

Potete dunque considerare che colui che voi chiamate “vostro” è veramente incorporato in voi.

Si tratta di un’opera di liberazione per amore – un’opera di valore inestimabile.

Avendo voi il privilegio di vivere questo, potete essere certi di essere stati colmati di favori divini.

Tuttavia, la vostra riconoscenza non deve limitarsi all’amore; deve essere animata dalla volontà di liberare a vostra volta questo salvatore, con la vostra propria elevazione e crescita.

Nel grande momento in cui vi avrà portati tutti alle sue altezze, alle cime rosseggianti, nell’istante in cui sarete maturi per unirvi a lui, alla sua entità, egli sarà libero!

Libero di elevarsi come gli dei! Allora il vostro lavoro, il vostro amore e ciò che avete creato saranno le fondamenta che gli permetteranno di spaziare liberamente nelle altezze e in direzione di infinite lontananze celesti.

Ho potuto annunciarvi questo oggi perché, ora che voi provate e sapete elevarvi poggiando sulle vostre forze, vi è permesso di accogliere in voi questo santo mistero.

Mostratevi degni della grazia che ho potuto concedervi, che consisteva nell’aprire i vostri occhi!

Io sono, unito con Sigwart, vostra guida e lo sarò fino a quando la sua missione sarà compiuta. Non dimenticate mai questa grande ora. Ci rivedremo il giorno in cui, inondati di luce, lui e voi confluirete in una unità che non avreste mai immaginato.

Sono l’Istruttore e il Maestro di Sigwart ,così come il vostro.

Amen!

 

1 giugno 1931

Si, è Sigwart che parla. Sì, ora siamo in contatto. Devi trasmettere le mie parole, ho spesso bisogno delle tue vibrazioni più sottili: quando esse sono compenetrate di pensieri, devo attendere.

Vorrei dare a tutti una comunicazione, come ho sempre fatto nell’anniversario del mio richiamo nell’altro mondo, nell’anniversario del giorno in cui ho dovuto lasciarvi.

Si è compiuta una profezia degli antichi tempi, nei quali noi vivevamo insieme sulla terra. Non eravamo una famiglia: fratelli, sorelle, genitori dello stesso sangue, ma una comunità.

Successivamente sono arrivati altri tempi in cui dovetti lottare molto e in cui il nostro reciproco amore spirituale si infiammò. E’ stato necessario vivere e sopportare tutto ciò per trarne insegnamenti e maturare.

Dopo questo ebbe luogo la santa promessa, il sacrificio che io ho compiuto per voi. Ho pronunciato quelle parole in un momento solenne, in ricordo del grande amore che ci univa.

Con la forza della sacra volontà, quel momento è rimasto vivente per millenni.

Quella promessa fatta da così lungo tempo, ora è compiuta!

Sappiate che il desiderio di compiere delle azioni importanti ha la forza di sussistere per dei millenni. Questa promessa non l’ho fatta nella mia ultima vita – oggi mi è permesso dirvi questo-

essa è stata fatta molto, molto tempo prima. In quei tempi, le forze magiche degli esseri umani erano molto sviluppate, la passione ardente per una santa causa agiva con la forza originale che è propria agli dei.

Oggi volgete lo sguardo verso il passato e sentite -non ne verrà che un leggero oscuramento- quella grande esperienza che avete vissuto allorché uno tra voi si è creato lui stesso il suo Karma con il suo sacrificio e con la sua volontà impregnata di santa forza e di gioia, che non sono mai impallidite nel corso di molte vite.

Sì, la felicità e la gioia furono le conseguenze di questo sacrificio compiuto volontariamente.

Valeva la pena che facessi il sacrificio? Giudicate voi stessi.

La mia volontà ha aspettato millenni per ottenere lo scopo che si era prefissata. Ha vissuto fino al momento del compimento. Ora il bocciolo è diventato fiore: in questa vita, in quest’epoca nell’ambito dell’unione che questa volta noi formiamo.

Oggi, nell’anniversario del compimento del mio desiderio che risale a migliaia di anni, volevo e avevo il permesso di raccontarvi questo, dopo che il nostro grande Maestro ve ne ha già dato conoscenza. Immergetevi profondamente nelle mie parole…silenziosamente…. lasciate agire le vibrazioni intorno a voi…allora vi ricorderete….vedrete delle immagini che si riferiscono all’origine del grande giorno.

 

Oro solare

Poi porpora incandescente

La notte cade.

 

L’oscillare e la danza di migliaia di partecipanti nelle loro ampie vesti… nuovi fuochi vengono accesi…

una pietra piatta è stata scaldata e su di lei viene versato del profumo….

Silenzio solenne…..allora io parlai

All’inizio la mia sola voce, poi il mormorio del cuore….

 

La folgore cadde e suggellò il mio giuramento

 

Il seguito fu un amore immenso e la grande devozione di cui avete tutti avuto prova.

 

***********

 

Cari amici di Eco, termina qui il mio lavoro di trascrizione di alcune comunicazioni “dall’aldilà” di un’anima molto evoluta.

Egli ha avuto la forza ed il privilegio di mantenere il contatto con la terra per lunghi anni dopo la sua morte, tramite una delle sue sorelle, con il gruppo di familiari e amici che si erano  raccolti intorno a lei.

Il modo di esprimersi, a volte, può sembrare un po semplice, (dobbiamo tener presente che c’è di mezzo anche una traduzione), ma i contenuti, per chi ha letto le numerose conferenze tenute dal dottor Steiner sulla vita dopo la morte, concordano in maniera stupefacente con quanto viene comunicato da Sigwart! Molto altro viene raccontato di alto e importante; gli interessati, ora, dovranno attendere la traduzione e la stampa ufficiale…. prima o poi arriverà!

Mi auguro che questo mio modesto lavoro, sia riuscito a portare un po di consolazione e di coraggio in chi ne aveva bisogno…. credo in tutti noi!

EQUANIMITA' E DINTORNI

bilancia

Sembra che l’approccio disciplinare verso la sfera del sentimento sia ancora più ostacolato e confuso di quello che dovrebbe essere l’esercizio di fondamento ossia la Concentrazione, anche quando essa sia vista riduttivamente soltanto come una decente padronanza del mondo dei pensieri senza l’assistenza delle cose sensibili.

In Eco scrivo volentieri riguardo l’asse operativa che si costituisce tra pensiero e volontà e che, sebbene un po’ alla buona (però non c’è limite alla sua intensificazione), può essere interpretata, almeno finché non si sia capaci di…sopravvivenza nella vera Concentrazione, come la risultanza del potenziale che si sviluppa nell’interazione tra il I ed il II dei cinque esercizi ausiliari (controllo del pensiero e atto puro).

A dire il vero, non faccio mistero del fatto di essere convinto che la Concentrazione sia completamente sufficiente per raggiungere la massima reintegrazione concepibile e concessa all’uomo di questo periodo storico e spirituale.

Basta che la Concentrazione non venga rappresentata come un liscio palo verticale:essa è piuttosto un albero con i suoi rami: se c’è l’albero (Concentrazione), crescono di pari passo pure i rami (il silenzio con i suoi diversi gradi, a cui segue un certo distacco dall’inerimento col sensibile che dà mobilità al corpo eterico che permette di cogliere il quid creativo presso le cose create: perciò l’inizio dei risultati della percezione pura, ecc.).

Ditemi se è poco! Inoltre è dalla Concentrazione che risultano altre eccelse attività dell’anima, come, ad esempio, la Meditazione e la Contemplazione che non vengono comprese o fatte male specialmente per la carenza di quanto si può formare nell’anima con la Concentrazione.

Ma questa era una parentesi, mia sebbene condivisa da altri amici che seguono la medesima pratica. Su Eco non è condivisa da tutti, ma restiamo amici lo stesso.

Ora ritorno ai cinque.

E qui poi le cose si complicano. Sempre che non si consideri l’”equanimità” come una sorta di placido e saggio atteggiamento cerchiobottista verso le opposte fasi della vita pratica. Ma per questo ruolo mi pare giochi molto il carattere e l’immaginazione personale, nella quale ci si veda come bonari arbitri che, stando alla finestra, sanno dare ragione a tutto e a tutti.

Questione di gusti…il solo “ma” è dato dalle grandi difficoltà che si hanno, che sorgono appena si tenti di far fare onestamente una virata “innaturale” al corso ordinario delle potenze dell’anima. Allora si avverte di essere entrati in zone pericolose, dove manca il terreno sotto i piedi e soffiano fortissimi venti contrastanti. Infatti i tentativi di dominare direttamente la zona del sentire che è condominio di possenti forze extra-umane di vita che ci subaffittano un certo uso, è pura follia: la zona toracica è intessuta alla corporeità che è per il soggetto ordinario una inavvertita sostanza di brama.

Tale brama non è avvertita, tanto che uno può giudicarsi assai poco bramoso di questo e quello, anche di ogni cosa, eppure è manifesta come è manifesto il bisogno di respirare: dal primo vagito all’ultima espirazione. Non a caso, nella Concentrazione profonda, nella meditazione profonda o nella contemplazione succede che il respiro si riduca al minimo e persino cessi per brevi momenti. Ancora oltre, esso cessa completamente poiché si accende il misterioso circuito della respirazione interiore. Swedenborg conseguì una vasta veggenza in concomitanza a tale accensione.

Se qualcuno ha letto le indicazioni del Dottore date per gli “Esercizi principali” della Scuola esoterica, ha potuto osservare come i brevi mantra da concentrare su specifiche zone corporee siano sostenuti da una specie di controllo del respiro, suddiviso in porzioni di tempo praticamente inverse rispetto al pranayama tradizionale e alle sue salutistiche traduzioni moderne. A rispettarne i tempi, specie nella seconda versione, ci si scontra con l’auto-soffocamento: lì avvertiamo in noi l’urlo incontrastabile della immensa potenza della brama di vita.

Il cuore delle discipline che riguardano il sentimento è sempre un prudente, progressivo e indiretto arresto del passivo sentire personale (perché lo sentiamo così prezioso? A causa di un equivoco: poiché è indissolubilmente intrecciato con la nostra percezione della vita, allora lo confondiamo con il fondamento di noi stessi e con la verità più assoluta).

In effetti l’impersonale sentire (il termine stesso indica una peculiare attività) è il grande organo di percezione: se liberato dalla deformante contrattura personale esso percepisce la vita dell’Infinito e le Forze e gli Esseri che a buon diritto agiscono archetipicamente nel cosmo. Come il raggio di un faro nel buio della notte, esso illumina lo “spazio” dello Spirito. E’ un organo elettivo di percezione dello Spirito.

Esso diviene attivo anche nei mistici, in cui non essendosi operata la netta separazione tra coscienza pura e personalità, tra potenza estracorporea del pensare e le forze organiche, diviene una capacità spuria, nella quale la visione obbiettiva e la vicenda personale (sensazioni e sentimenti) sono mescolate e sfrenate. Ciò al punto che, come in basso lo scoppio dell’ira ci porta via, così in alto, nel mistico, l’eccesso emotivo cancella l’Io dall’apice dell’esperienza.

Rileggete con attenzione le parole dello Steiner nei riguardi dell’equanimità: “L’anima deve soltanto arrivare a dominare l’espressione della gioia e del dolore, del piacere e del dispiacere”.

A meno di non atteggiarsi stupidamente imperturbabili, se si tenta davvero una simile disciplina, scorrerà del sangue (animico) per molti anni, prima di giungere a essere dotati dell’intima calma di cui il Dottore scrive in qualche riga successiva, mentre si diviene “più ricettivi di quanto prima non si fosse,per tutta la gioia e il dolore che ci attorniano”. E, per l’appunto, ciò non è possibile fintanto non ci si renda capaci di sollevarsi oltre il proprio astrale.

Scaligero consigliava di iniziare avvertendo l’irrealtà delle tragedie, commedie o farse umane, in maniera di separare quello che succede intorno a noi dal nostro sentimento personale, lasciando che ogni cosa possa scorrere secondo la sua propria dinamica davanti all’anima che vede ma lascia che tutto accada poiché così deve accadere.   Più che un semplice esercizio – pochi minuti e via – è un lento lavoro di separazione della luce dal fuoco che va fatto all’interno senza metterci le mani. La “separazione del sottile dal denso” dura tutta la vita.

Però è possibile ed augurabile fare dei fruttuosi tentativi, come scrive Scaligero nelle poche pagine di un libretto che circolò dappertutto (Massimo diede una lavata di capo ai zelanti amici che lo avevano stampato a causa del suo anonimato) in cui consiglia di dare un breve stop alla reazione emotiva. Pure ciò non è per niente facile, per la qual cosa sarebbe meglio prepararsi con brevi e vivaci immaginazioni di situazioni in cui rimanere distaccati, ossia non permettendo l’immancabile reazione. Del resto Scaligero mi disse che quasi tutti gli esercizi avrebbero dovuto essere preparati meditativamente.

Questa equanimità può essere avvertita come un impoverimento per la propria anima, però se viene compresa a fondo, non è rinuncia ma via di conoscenza: divenire tanto tersi da poter afferrare le forze che stanno dietro le passioni. Faccio il più classico degli esempi: finché aderisco col mio sentire al ossessivo attaccamento umano generale alla natura inferiore (Prakŗti), finché mi sento coinvolto e leso dall’ingiustizia, dalla falsità, finché prendo sul serio la cattiveria e le passioni altrui, rimango giocato dall’illusione. Che consiste nel fatto che non riesco a cogliere le realtà che mi vengono incontro, nella misura in cui la mia reazione cala un velo di cecità sui miei organi percettivi interiori.

Abituarsi dunque alla solitudine ed al silenzio, e da questa profondità dell’anima volgersi verso fuori. Osservare, con una crescente meraviglia ed indulgenza, la ferrea immedesimazione degli uomini, nella illusione rappresentativa. Sorge allora il senso della vanità dei sentimenti incontrollati ma, da un punto di vista diverso, controllatissimi perché obbliganti secondo leggi non dissimili dalle oggettive leggi naturali.

E’ vero che le azioni degli altri possono giovarmi o nuocermi, ma questo sempre più non è il motivo per il quale debba, per forza, provare dei sentimenti verso di essi.

Scaligero ricordava spesso una frase di Lao-Tzë: “Il saggio è buono coi buoni, buono coi cattivi” (questo non significa, come i superficiali pensano – ma che Bernardo da Chiaravalle ben sapeva e insegnava – che le carezze debbano sostituirsi agli sganassoni ma piuttosto che questi vengano somministrati con conoscenza e compassione commisurata all’energia del loro impatto)

Così, lentamente, i moti paralizzanti dell’ego vengono allontanati dalla sfera del sentire e la sua forza, non alterata, si ridesta come una potenza pura, originaria, in cui l’autocoscienza può espandersi. In effetti non più come “emozione” ma come “manifestazione di vita” del nostro essere, in comunione con enti celesti che operano magicamente nelle altezze e negli abissi cosmici della nostra anima e dell’Infinito.

L'ARCHETIPO – GENNAIO 2014

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 59

Socialità
L.I. Elliot Nutrire il drago

Poesia
F. Di Lieto Nel giardino d’inverno

Economia
T. Diluvi Oltre misura

AcCORdo
M. Scaligero La terapia dell’Amore umano

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e Arti figurative

Considerazioni
A. Lombroni Nel principio e cosí sia

Leggende esoteriche
R. Steiner Il mistero dei Rosacroce

Il Maestro e l’opera
I. Stadera Il potere solare del pensiero

Testimonianze
M.G. Moscardelli Danza Il mio ricordo di M. Scaligero

Uomo dei boschi
R. Lovisoni Il libro

Spiritualità
R. Steiner I figli di Lucifero

FiloSophia
Y. Uchiyama Dedizione ascetica

Inviato speciale
A. di Furia Un detto proverbiale di nonno Berlicche

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Antroposofia
R. Steiner Nascita della luce terrestre…

Costume
Il cronista Offshore

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
O. Tufelli Il deserto di Atacama

Arretrati

Link

LA RUOTA DEL TEMPO

 stelle

 

Mille vite ho già vissuto!

Nei sepolcri ho abbandonato

molte ossa: son tornato,

ed ogni volta ho veduto

nuovo il mondo.

E più non torno

a mani vuote.

Ma pianto

in ogni riso, in ogni pianto

l’Eternità del mio giorno.

(L. Caffarelli)

*

Cari Amici di Eco, auguro a tutti voi un anno spruzzato di VERO di BUONO e di BELLO!

CANI, UOMINI E BESTIE

                       cora sola                                

Il mio ultimo cane è una biondina, un po’ piccola per la sua razza, ma è leggera e veloce. Ora ha compiuto tre anni: dicono che ormai, rispetto al bambino lei resterà così, ma ciò non è vero, contrasta col fatto che impara sempre cose nuove. Magari per associazione.

Uno dei suoi più grandi divertimenti consiste nella lotta con i quadrupedi pelosi che ci stanno. Assisti ad un continuo intrecciarsi di corpi, zampe, zanne e code e devi schivarti spesso poiché un furibondo rotolamento di 60/80 e più chili può spezzarti una gamba. Può succedere che uno dei due sia irrefrenabile, più eccitato. Cosa si fa allora? Ognuno dei padroni afferra il proprio peloso e gli ordina il ‘seduto’. In meno di un minuto, già stanchi e soddisfatti, riprendono la loro attività primaria: immergersi nel  vasto e misterioso mondo degli odori.

Sono solo cani, perciò abbaiano poco, non si mordono per farsi male e rimangono amici.

E se non c’è amicizia? Qualche impercettibile segnale (un movimento della coda, il rizzarsi dei peli dorsali, un sordo ringhio) e ognuno per la sua strada.

Mi si domanderà: e quelli che abbaiano forte, che tendono il guinzaglio ed esibiscono una dentiera feroce? Lo crediate o meno sono una sparuta minoranza di cui, la maggior parte, nasconde solo paura. I cattivi sono pochissimi e sono tutti squilibrati. Ossia portano nell’anima gravi e irrimediabili ferite, sempre provocate dall’uomo.

Noi siamo un gradino più su, ma è un gradino importante e non perdo tempo a parlare dell’uomo ad antroposofi (poi preferirei parlare di cani o con cani: meno stress).

Allora chiedo a uomini e cultori di antroposofia: perché tanto astio tra personalità che vorrebbero o dovrebbero comunicare qualcosa, dare qualcosa?

Certo, i motivi ci sono e ci sono stati, con feritori e feriti, ma è davvero impossibile dominare lo spirito malvagio che trova facilmente giustificazione razionale, anzi, tutte le giustificazioni del mondo? E’ impossibile scrivere una frase che non stilli, freudianamente all’incontrario, biasimo su ogni cosa? E tanto meno è logico ritenere che il male provenga tutto da ovest ed il bene tutto da est? Chi affermasse ciò sarebbe da immediato ricovero. E’ impossibile per un antroposofo separare l’individualità col suo destino da eventuali pensieri che, da cristallini sono passati alla cristallizzazione, divenendo una gabbia per chi li ha pensati?

C’è persino qualche ossessivo…professionista che generalmente nuota in acque bassissime  a cui non dispiacerebbe respirare, fingendo nobiltà di sentimenti, l’odore del sangue (degli altri, beninteso).

Beh, anch’io ho sempre ritenuto più coerente la civiltà che dirimeva gli oltraggi con la spada o la pistola: non ditemi che coerenza e coraggio (anche a rischio di vita) siano miserabili difetti mentre valanghe di insinuazioni e maldicenze siano preclaro esempio di virtù.

Non ditemi che spruzzare getti di moralismo a parole su altri esseri umani che hanno un punto di visione diverso, un carattere diverso, e allestire lo spettacolino con esibizioni di virtuosità finta come un fondale per marionette, sia nient’altro più che miserabile.

E’ una fissazione questa, di inforcare lenti monocromatiche per obbligarsi a vedere tutto sotto una sola, personalissima, luce colorata.

Sembra che l’arena esoteristica sia la continua dimostrazione del pensiero leviatanico di Hobbes.

Una cosa sola m’addolora profondamente: vedere il Dottore usato come zerbino o trattato da cavia di vivisezionatori dilettanti (per diletto).

Potete anche non credermi, io posso solo darvi la mia parola che è vero.

Arrivo al concreto: ognuno a suo modo, incontra l’Opera del Dottore, poi legge: diffidente o con grande apertura, comprendendo poco o molto, trova affermazioni che lo scandalizzano o riempiono di gioia la sua anima. Ognuno a suo modo.

Ma poi, se possiede un briciolo d’autocoscienza e d’attenzione, trova necessariamente in tutti i Testi indicazioni per una lettura più rigorosa di cui un’anima sufficientemente sana sente con maggior forza il bisogno.

L’Autore non gli chiede di credere a quanto scrive ma di pensare quei pensieri. Se guardiamo le cose con obbiettività, è l’esperimento necessario. In caso contrario saremmo degli sprovveduti che si fanno abbindolare da ogni Guru che passa (e ciò succede nella realtà quotidiana poiché i cialtroni sono innumerevoli e moltitudini genuflettono coscienza e anima con fedeltà canina, cioè ad un grado subumano che nel cane è bellissimo, nell’uomo no) e l’antroposofia – come in effetti lo è l’antroposofismo – sarebbe l’ennesima cialtronata “usa e getta”.

Se i pensieri della Scienza dello Spirito vengono davvero pensati succede che trovino ognuno il suo posto in un “edificio di pensieri” e ci si accorge che esso è capace di reggersi da sé. Sembra poca cosa ma osservate per un momento come tutto il mondo percepito deve reggersi su altro da sé: il bicchiere sul tavolo, il tavolo sul pavimento, eccetera. E nel mondo della cultura e del pensiero ordinario non cambia niente: tutto si riferisce ad altro che lo convalidi e lo sostenga. Nella religione abbiamo persino la “dogmatica” per mantenere fisse ed immutabili le colonne ed i puntelli. E chi crede di uscire dall’oppressione del sacro prefissato, spesso s’infila nel giogo delle Logge o delle chiesuole estemporanee…o al bar.

L’attività che l’anima applica nello studio della scienza occulta rosicruciana porta davvero alla dimostrazione  della sua realtà.

Poi si può anche confrontare questa impressione di realtà con le altre costruzioni di pensiero del mondo e si osserverà (forse con genuino stupore) che simile auto fondatezza non esiste in nessun’altra concezione di pensiero. Provai una sera a seguire con desta attenzione il discorso scientifico di un noto volto tra i fondatori del CICAP, l’organizzazione dalla maschera benigna…un tantino diversa dagli scopi meno palesi e e molto più oscuri. Bene! Anzi molto male! Rintracciai in quel discorso una impressionante e continua sequenza di affermazioni campate nel vuoto, senza alcuna base seriamente scientifica e senza nessi logici. Su Eco, ora, si parlava del gesuitismo, ma anche questi non sono mammole…

Nella sfera dell’attività che porta il pensatore nello studio della Scienza dello Spirito, valutare se c’è chi sa più o meno antroposofia è uno scivolone: se l’antroposofia è una esperienza consapevole ciò non ha senso. Anzi ha un significato trascendente per un ex gesuita che fa l’ antroposofo: ero presente quando si faceva conoscere e dopo nome e cognome, la sua pistola fumante era “Ho letto tutta l’Opera omnia”… (e una mentalità di questo tipo viene seguita ed esaltata da tanta gente).

Notate, prego, che non tiro fuori di tasca, trinità, deva o “cosa succede nei mondi spirituali”. Specie questi ultimi sono solo patacche.

Non credo serva incensare gli Immortali per trovare quel tenore di pensiero, d’anima e destità che  serve a pensare il pensiero come è stato plasmato in accuratissime parole dal Dottore.

Qualora tale pensiero sia stato veramente pensato si è anche sperimentato un ‘essere sé stessi’ un po’ oltre la inamidata e spesso rabbiosa reazione della personalità, quella più elementare e contingente.

Sono d’accordo sul fatto che l’anima non può mantenere elevatezze tutto il santo giorno: prodursi in simile atteggiamento significherebbe torcersi in una falsa immagine di sé stessi: una menzogna stabilizzata. Né sembra utile l’immane tentativo di modificare artificiosamente il carattere, anzi: prendere treni deviati su binari di sosta non porta a destinazione. In tali casi si dilapidano tutte le poche forze in atteggiamenti che consumano la sana spontaneità del tessuto interiore. Tutto già visto..e troppo spesso.

Ciò vale anche per l’hobby della demonizzazione dei caratteri di Tizio e Caio, specie se sospetto che non facciano quello che io faccio o facciano quello che io non faccio.

Però, ritornando a quelle esperienze di base sopraddette e che già non fanno parte del “sapere comune”, che già traggono anima e pensiero oltre il comune sensibile, non sarebbe forse possibile imparare da esse un minimo tenore interiore che si protenda verso il senso dello Spirito? Non sarebbe possibile la coerenza di rispettare e onorare (gratitudine) l’Autore che è stato capace di donare i pensieri che sono divenuti una direzione alla nostra più intima vita (anche se occorrerà tanto di più per intuire l’immensa grandezza sua e della Comunità Interiore a cui partecipa)?

E magari ricordarsi di ciò tra le mille difficoltà dei rapporti umani?

Difendere con forza le proprie idee, con ardore…ma tentando di rispettare l’individualità che difende le sue con pari energia. Se manca il minimo punto d’incontro, basta che ognuno vada per la sua strada con il meglio di sé: ricordatevi che se le idee si accendono a causa dello scontro, sono idee deboli: idee galvanizzate dall’adrenalina? Che cavolo sono?

Concludo il mio inutile sermone con poche righe  assolutamente serie.

Non si usino frasi del Dottore come pietre. Non le si frantumi fuori dal contesto. Non se le ritraduca come fossero secrezioni personali. Non si svilisca nel sapere straccione le  rivelazioni del sovra-umano!

Ciò non è accettato dai Mondi Spirituali che poco si occupano della superficie della vita quotidiana ma sono davvero severi per quanto riguarda quello che l’uomo riesce a fare con contenuti spirituali strappati dal livello d’appartenenza per interessi ben poco encomiabili.

Di sfuggita ricordo che tale abuso ottiene l’effetto inverso a quanto vorrebbe prefiggersi: è una ‘gridata’ manifestazione di infantilismo (e spesso di incredibile ignoranza strutturale) in personalità che si stimano adulte (poi nel campo che vorrebbe essere considerato esoterico, tra professori, iniziati e gran maestri, tutto ciò diviene solo un perfetto Hellzapoppin’).

Scusate queste dolèances, di cui Eco e i suoi commenti non c’entra per nulla.

Su queste allegre note, colgo, come si dice, l’occasione di augurare al mondo, insieme a Zeno Cosini, mio più famoso concittadino, una fine…scoppiettante!

I LAMPI DEL SILENZIO

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CIO’ CHE MANCA E’ IL SOVRUMANO.

IL RAGIONARE E’ SEMPRE PIU’ DECISO E ACUTO MA LA DIREZIONE DI FONDO, IL TONO E LE SCELTE DEL SUO OPERARE  SONO RIPOSTE NEGLI ANELITI PROFONDI DEL SENTIRE DI CIASCUNO.

LA  POTENZA E LA QUALITA’ ESSENZIALE DI OGNI ARGOMENTARE RAZIONALE SCATURISCE DAL SILENZIO IN CUI  L’ANELITO PROFONDO SCANDISCE (SPESSO INCONSAPEVOLMENTE) IL PROPRIO  ADERIRE AD UN INDICIBILE E VIVENTE VALORE.

IL MONDO E’ POPOLATO DA ESSENZE VIVENTI (SOVRUMANE  E SUBUMANE) CUI NELLE PROFONDITA’  DEL PROPRIO  ANELARE SI ADERISCE.

NEL BENE COME NEL MALE.

QUANDO SI ARTICOLA UN PENSIERO E CON ESSO SI DA’ VITA AD UN ARGOMENTARE, L’ATTIMO CHE LO PRECEDE  E’ UN LAMPO DI VOLONTA’ NEL SILENZIO INTERIORE, IN CUI L’ANIMA SI DENUDA E FA IRREVOCABILMENTE APPELLO AD UNA SINTESI VIVENTE DI TUTTE LE SENSIBILITA’ INTERIORI (SOVRUMANE O SUBUMANE) SINO A QUEL  PUNTO ACQUISITE VOLONTARIAMENTE (CASO RARISSIMO)  O INCONSAPEVOLMENTE EVOCATE.

TUTTO IL  RAZIONALE E’ IN FONDO UN ATTINGERE ED UN PROPAGARE POTENZE MAGNETICHE VIVENTI (NEL MALE), O UN IRRAGGIARE POTENZE DEL CALORE CHE IN SE’ CUSTODISCONO UNA CERTA QUAL MISURA  DI VIVENTE INNALZARE.

IL SILENZIO CHE SEPARA UN PENSIERO DALL’ALTRO E’ IL POTERE VIVENTE IN CUI LAMPEGGIA LA SINTESI VERA DELLA PROPRIA VITA E CHE MANIFESTA LA POLARITA’ ESSENZIALE CUI SI E’ DEVOTI ED ALLA QUALE SI ADERISCE.

SIMPATIE E ANTIPATIE SI MANIFESTANO IN BASE AL COLLIMARE O AL CONFLIGGERE DI TALI ESSENZE PROFONDE E VIVENTI E MAGICHE, SOVRUMANE O SUBUMANE.

IL PROBLEMA E’ CHE TALI POTENZE VIVENTI POSSONO VENIRE IPOTIZZATE ED ANCHE RAZIONALMENTE RICONOSCIUTE COME LOGICO RETROTERRA DI OGNI PENSIERO, MA NON POSSONO (RIMANENDO NELLA USUALE E COMUNE COSCIENZA DI VEGLIA) VENIRE SPERIMENTATE, OSSIA COSCIENTEMENTE SCELTE, OSSIA OPERATIVAMENTE E VIVENTEMENTE VISSUTE.

TALE E’ L’ABISSO DELLA COSCIENZA SOLTANTO RAZIONALE CHE E’ IL COMUNE LIVELLO DI ACUME DEL MONDO ATTUALE, RAZIOCINANTE NEL DESERTO E NELLE TENEBRE, NEL VASTO DISPIEGARSI DI IMPULSI PRERAZIONALI CHE DECIDONO TUTTO.

INSERIRSI NEL LIVELLO DEL SILENZIO IN CUI IL SOVRUMANO LAMPEGGIA: TALE E’ IL COMPITO  CHE LA SOVRABBONDANZA DI INTELLIGENZA RAZIONALE ((GRATUITAMENTE DILAGANTE )  PRESUPPONE.

MENTRE LA POTENZA PRERAZIONALE E’ SPONTANEA NELLA FURIA DELLE CRISI UMANE INFERE (SIA ESSA AVIDITA’ ECONOMICA, O DISPERAZIONE POLITICA, ODIO, LIBIDINE, SETE OMICIDA O ALTRO), NON ALTRETTANTO E’ POSSIBILE NEL SOVRUMANO.

NULLA DELL’ANTICO SENTIRE POETICO, RELIGIOSO, FILOSOFICO E’ SOPRAVVISSUTO NEL BENE CON ALTRETTANTA POTENZA DEL MALE.

SPONTANEA (IN VARIO GRADO E MISURA) E’ SOLTANTO LA DISCESA NEGLI INFERI, DISCESA GRATUITA E FAVORITA, OBBLIGATA.

LA RIASCESA NEL BENE E’ POSSIBILE SOLO ATTRAVERSO L’ASCESI DEL PENSIERO CHE E’ IL FULCRO CENTRALE DELL’INSEGNAMENTO DI RUDOLF STEINER ( LA FILOSOFIA DELLA LIBERTA’ ) E CHE SENZA LA SPERIMENTAZIONE ASSOLUTA DI MASSIMO SCALIGERO SAREBBE RIMASTA PER SEMPRE NON PRATICATA, INCOMPRENSIBILE, DISATTESA, SMINUITA, TRADITA.

INSERIRSI REDENTORIAMENTE LADDOVE IL SILENZIO CHE PRECEDE OGNI RAZIOCINARE E’ GIA’ PREDA DI VOLIZIONI NON UMANE E MALEVOLE, E’ ATTO DELL’IO, ATTO DI ONESTA’ LOGICA, VOLONTA’ DI VERIFICA SOLITARIA E PURAMENTE EMPIRICA.

DAL SILENZIO IN CUI SI GENERA  IL SENSO DI CIO’ CHE POI SI TRADURRA’ IN PENSIERI ESPRESSI A PAROLE NEL MENTALE RAZIONALE, OCCORRE DISCENDERE AL MENTALE RAZIONALE  E SU DI ESSO FONDARE L’ASCESI DEL  PENSIERO.

SI COSTRUISCE UN DECORSO LOGICO DI PENSIERI ESPRESSI A PAROLE, PER ESEMPIO DESCRIVENDO  A SE STESSI UN OGGETTO FABBRICATO DALL’UOMO, UN OGGETTO FISICO MOLTO SEMPLICE, E POI SI TENTA DI CONTEMPLARE TUTTO ASSIEME IL RIASSUNTO  (OSSIA IL CONCETTO) DI CIO’ CHE SI E’ DESCRITTO.

CONTEMPLARE IL SENSO DI CIO’ CHE SI E’ DESCRITTO IMPLICA IL SILENZIO NELLA VOLONTA’ COSCIENTE, POICHE’ SENZA PAROLE SI INCITA SE STESSI A MANTENERE VIVO E PRESENTE IL SENSO, LA FORMA, IL SIGNIFICATO DI CIO’ CHE SI E’ RAZIONALMENTE COSTRUITO MEDIANTE CONNESSIONI LOGICHE DI PAROLE NEL CHIUSO DELLA PROPRIA MENTE.

L’INCITAMENTO E’ VOLONTA’ CHE SI MUOVE SENZA INCLINAZIONI ANIMALI.

A QUALUNQUE LIVELLO E’ PURA.

A QUALUNQUE LIVELLO SIA LA PROPRIA ANIMA: PER ATTIMI DI DEDIZIONE, NEGLI APICI, SFIORA LA PURITA’ MENTRE TACCIONO LE PAROLE CEREBRALI.

PER ATTIMI IL PROPRIO IO CHE VAGA NEL MONDO TRASCINATO DA UNA PROSAICITA’ TROPPO UMANA AD UN’ALTRA,  PER ATTIMI LAMPEGGIA LA PROPRIA SOVRUMANA NATURA IN VIRTU’ DELLA QUALE IL DIO SOLARE SI E’ FATTO UOMO  IN OGNI INDIVIDUO.

ED E’ IL RITO SOLARE DEI NUOVI TEMPI.

PER IPOTESI DA VERIFICARE:  IL SOLO E L’UNICO.

L’IMPRESCINDIBILE.

SENZA TALE ATTINZIONE CONTINUA E RIPETUTA VANA E’ OGNI RAPPRESENTAZIONE INTERIORE DI VERITA’ DI CUI NON SI SA SFIORARE LA POTENZA.

LA POTENZA E’ IL MANIFESTARSI COSCIENTE DI UN POTERE CHE SOVRUMANIZZA E CHE LOTTA INCESSANTEMENTE PER MANTENERSI TALE NEL SILENZIO IN CUI L’UMANO ACCOGLIE L’ESSENZA VIVENTE DELLA MORTA CONSEGUENZIALITA’ RAZIONALE.

IL SILENZIO ACCOGLIE LA VOLONTA’ CHE INSEGUENDO IL VERO PERMETTE AL SOVRUMANO DI IRRORARE I CUORI DAL SOLE ETERICO.

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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Nota

PRECEDENTEMENTE APPARSO  IN :  ANTROPHORUM / 7 GIU 2010/

IL RIASSUNTO

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Cari amici,

dopo aver letto gli interessantissimi commenti di mittel e hugo, mi verrebbe, quasi, di nascondermi in qualche anonima spelonca per poter arrossire in santa pace a causa delle mie abissali ignoranze, anche se mi chiedo quale possa essere il motivo di tali conoscenze così ferocemente approfondite che potrebbero essere un astutissimo modo per allontanare da essi ogni traccia di sospetto…mah!

Rimando a tempo debito un giudizio e, giudiziosamente mi dedico ad altro tema con il quale ho costipato tempo fa una sezione di Eco.

Lì ritorno con una nota riassuntiva.

Perché? Perché ho notato che ormai, fin troppo spesso, spiritualismo fa rima con dieta e dietetica (no, non fa rima, ma è lo stesso così).

Non credo che sia una cosa troppo giusta, anche e soprattutto perché un discepolo della Scienza spirituale moderna dovrebbe giungere da sé ad una sensibilità animica tale da permettergli di percepire, da momento a momento, ciò che per lui è bene o male nel contesto dei cibi da assumere.

Mi sembra che le diete siano divenute una sorta di Decalogo a cui obbedire: dapprima i dieci comandamenti, poi il catechismo, ora l’alimentazione: una delle tante facce della “rettorica”, che si contrappone alla via dell’individualismo etico tracciata dalla Filosofia della Libertà.

Poi in definitiva, le diete più assurde sono spesso quelle che incontrano più favore…per rimanere nel campo dell’irrazionalità o della bigiotteria che pare più luccicante e fascinosa che la realtà.

Prometto che questo sarà l’ultimo articolo che, in un certo senso, è concatenato ai precedenti. Quello che potrebbe restare fuori da quella linea, a mio parere, ha a che fare con dettagli non troppo importanti nel grande disegno delle cose.

L’alimentazione non dovrebbe essere granché diversa dalla semplice applicazione individualizzata di alcuni principi fondamentali e fondati.

In ciò simile alla Scienza spirituale, quando venga compresa la chiave di volta di quest’ultima.

Oltre a ciò, i giochi di parole sul fatto che un alimento fornirà una condizione migliore di salute o, per esempio, una maggior perdita di grasso, è un classico esempio dell’andare fuori strada.

Essenzialmente, quando si è ben padroni dei fondamentali, si è fatto il 95% del lavoro: il rimanente non contribuirà molto ai risultati. Ciò è estremamente vero per le “integrazioni” ma è vero anche per alcuni dettagli alimentari su cui sembrano fissarsi i media per brevi periodi durante i quali fanno da grancassa a risultati “scientifici” che, nello spazio di pochi mesi, negano quanto avevano affermato poco tempo prima.

Per le stesse ragioni per cui alcuni si preoccupano se sia meglio fare o meno due minuti in più di meditazione, alcuni amanti della dieta si preoccupano a causa dei due punti di differenza nell’indice glicemico tra due nutrienti. Queste preoccupazioni indicano la non conoscenza di cosa sia l’alimentazione fondamentale.

In questo semplice articoletto voglio concentrarmi su un riepilogo di alcune indicazioni alimentari fondamentali. Fate queste cose in modo corretto, sempre, accompagnatele con qualche attività appropriata e sarete a posto.

Proteine

Tutti dovrebbero conoscere i benefici delle proteine. Vi sono, nel nostro Paese, parecchi che, in nome della dieta mediterranea, tendono quasi a dimenticarle.

Nello sport può invece capitare che si mangino più proteine di quelle che è possibile assimilare. In questi casi le proteine, anche se non causano problemi di salute (nulla indica che l’assunzione proteica sia dannosa per la salute dei reni, al contrario del “si dice che”) diventano semplicemente una fonte di calorie costosa, visto che l’eccesso viene convertito in glucosio.

Una assunzione proteica a due grammi o meno di peso corporeo, è più che sufficiente se le fonti proteiche sono di buona qualità come pesce, pollame, fagioli, latticini, ecc. Senza dimenticare che anche i vegetali le possiedono in piccole quantità.

Le polveri proteiche, in casi particolari non sarebbero inutili…se non stessero cercando di separarvi dai vostri soldi.

Grassi

Se c’è una cosa su cui quasi tutti si sbagliano, è l’errato tentativo di eliminare i grassi dalla dieta corrente. Abbiamo bisogno di alcuni tipi di grassi ma non di altri tipi.

La qualità dei grassi è molto più importante della quantità dei grassi.  In generale penso che dovrebbe essere assunta una quantità del 20% sul cibo giornaliero, proveniente da fonti salubri come l’olio d’oliva, semi, noci, ecc. Ciò è d’aiuto per fornire una quantità sufficiente di calorie senza esagerare. I grassi saturi provenienti da animali e l’olio di noce di cocco e del cuore di palma, dovrebbero essere tenuti al minimo perché sono associabili a problemi di salute (attenzione, poiché le Aziende, tolti i famigerati grassi idrogenati, li hanno sostituiti con l’olio di noce di cocco con la definizione generica di “olio vegetale”).

Carboidrati

I carboidrati possono essere sia sotto che sopravvalutati. In genere, in Italia, sono ampiamente sopravvalutati. Si tende ad assumerne troppi, specialmente quelli molto raffinati, spesso al posto dei grassi salubri.

Molti guru della dieta d’oltre oceano indicano nei carboidrati l’origine di tutti i mali. Ma queste diete (chetogeniche) non sono l’ideale per una vita sana. I carboidrati sono necessari per chiunque sia attivo e tanto più se l’individuo è intensamente attivo.

In generale, i carboidrati possono rappresentare il 50% della dieta. Di questa percentuale, una parte dovrebbe essere costituita da alimenti amidacei, come il pane, la pasta e le granaglie, e l’altra parte dalla verdura e dalla frutta ricca di fibre. Ciò assicura livelli adeguati di glicogeno oltre ad una assunzione di fibre e di nutrienti.

Frutta e verdura

Se c’è un’altra cosa in cui ci si può sbagliare è il non consumare una quantità sufficiente di frutta e verdure. La frutta e le verdure sono fondamentali per una alimentazione corretta. Non dovrebbe essere difficile mangiare cinque porzioni al giorno di frutta e verdure, cioè almeno due frutti e tre porzioni di verdure.

Una porzione di verdura non è grande quanto pensate: per esempio una tazza di verdure equivale a due porzioni.

L’alta assunzione di fibre terrà in salute il colon e migliorerà l’assimilazione dei nutrienti. Ovviamente, troppe fibre (oltre i 50 g al giorno) possono essere deleterie. L’equilibrio, anche in questo caso, è la chiave.

Acqua

Non lo ripeterò mai abbastanza: bevete molta acqua. Il minimo dovrebbe essere di cinque orinazioni chiare al giorno. Molte persone vivono di bevande gassate e caffè che non contano per l’assunzione di acqua. Conta invece il contenuto d’acqua del latte, della frutta e dei succhi di frutta.

La maggior parte delle persone è cronicamente disidratata, il che non è sano. Prendete una bottiglia d’acqua e riempitela e svuotatela 2-3 volte al giorno, a quel punto sarete sulla strada giusta. Alla fine diventa un’abitudine.

Stabilire le calorie

C’è molta confusione su come stabilire le calorie per obbiettivi diversi. Parte di questa confusione deriva dal fatto che qualsiasi equazione può essere solo una stima e non dovrebbe essere considerata una scrittura sacra.

Come ogni altra cosa della vita, l’assunzione calorica dovrà essere modificata a seconda degli obbiettivi.

Come regola generale, una assunzione calorica di circa 15 calorie ogni 0,5 kg è la dose di mantenimento. Per perdere peso (grasso), riducetela del 10-15%; per guadagnare peso, aumentatela del 10-15%. Dopo qualche settimana dal cambiamento, controllate i risultati e apportate altre correzioni, fino a trovare le cifre giuste per voi.

Frequenza dei pasti

Anche se francamente non ci sono grandi vantaggi nel fare molti pasti come pensa la gente (a parità di assunzione calorica), è sempre una buona idea farli.

Fare molti pasti più piccoli tende a smorzare l’appetito, evita il sovraccarico della digestione e rende più semplice consumare un numero sufficiente di calorie.

Tre pasti al giorno sono il numero minimo e tre pasti più diversi spuntini sarebbe meglio.

Perdere peso

Fondamentalmente perdere peso non è più difficile del guadagnarlo. Per costringere a mobilizzare il tessuto grasso, dovete mangiare di meno di quanto avete bisogno.

Tutti i programmi alimentari, indifferentemente da quello che viene detto, vi fanno semplicemente mangiare di meno (e muovervi di più), così il tessuto è mobilizzato per fornire carburante. Nessuna magia, solo semplice fisiologia.

Se volete perdere peso, riducete le calorie un po’ alla volta fino a che cominciate a vedere i cambiamenti. Poi mantenete quell’assunzione calorica fino a che vi fermate e poi riducete ancora un po’ di calorie. Fino a che la vostra energia non diminuisce non state perdendo muscolo ma solo grasso.

Normalmente si consiglia di ridurre i carboidrati amidacei perché anche una piccola riduzione (un panino al giorno) può ridurre sufficientemente le calorie da causare una perdita di grasso. Poi vi sono approcci più estremi come La Zona o le diete chetogene.

Ma, per attivare la perdita di grasso, iniziate sempre con i cambiamenti più piccoli e più semplici che potete fare. Un sano aiuto per la perdita del peso è di aumentare il lavoro aerobico, come passeggiate veloci. Oppure buttatevi da una rupe e volate con un gran battito di braccia.

Quanto ho scritto vale per l’individuo sano e di media età. Deve essere chiaro che situazioni diverse possono o devono comportare indicazioni particolari. Quanto ho scritto sulle calorie abbisogna di tabelle per gli alimenti più comuni: esse sono di facile reperibilità (le trovate anche nei libri di cucina). Per approfondimenti ritornate agli articoli precedenti e se proprio non vi interessa, passate avanti.

GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI

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GLI ESERCIZI SPIRITUALI DEI GESUITI

di Fortunato Pavisi

 Trieste, 1 ottobre 1946

*

 

1 – Oscura origine degli esercizi

 

       Due cose distinguono la Compagnia di Gesù da ogni altro ordine religioso:

– l’esenzione dalla preghiera in comune;

– la pratica degli esercizi spirituali.

       Ogni ordine religioso ha come regola principale l’obbligo per i suoi affiliati di partecipare alla preghiera in comune, di assistere collettivamente all’ufficio divino. L’orazione in comune dà il senso della fratellanza e riscalda la vita del sentimento. La Compagnia di Gesù, fin dal suo sorgere, ha ottenuto l’esenzione dalla preghiera collettiva. Tale fatto dimostra chiaramente che essa è un ordine religioso del tutto speciale, unico e stante a sé nel grembo della Chiesa cattolica, non fondato sulla vita del sentimento. Il gesuita sta solo, dal punto di vista del sentimento, dentro il suo ordine; egli è sentimentalmente isolato dagli altri suoi confratelli.

       La pratica degli esercizi spirituali manca del tutto negli ordini religiosi; essa è esclusiva dei gesuiti. Bisogna tener presente che i comuni esercizi religiosi, come sono conosciuti dalla maggior parte dei fedeli, sono tutt’altra cosa che gli esercizi praticati dai gesuiti. I fedeli o gli aderenti di altri ordini religiosi, quando vogliono edificare la loro anima con i cosiddetti esercizi spirituali, si ritirano per qualche giorno in convento, ascoltano in comune dei sermoni e alla fine fanno la confessione generale e si accostano al banchetto eucaristico. Niente di tutto ciò nelle pratiche spirituali della Compagnia di Gesù, come vedremo nel corso di questa conversazione. Il gesuita fa i suoi esercizi singolarmente e in segreto, nel modo che il suo Maestro ritiene più adatto al suo sviluppo spirituale. Come vedremo, gli esercizi spirituali dei gesuiti sono un mezzo efficace e quasi infallibile per ottenere in breve tempo quell’esperienza diretta dei mondi soprasensibili che noi chiamiamo immaginazione. L’antroposofo, pur non potendo accettare le pratiche dei gesuiti, resta tuttavia grandemente sorpreso dinanzi alla profonda conoscenza esoterica sulla quale esse si basano.

       Ciò fa sorgere il problema dell’origine degli esercizi spirituali dei gesuiti. Dirò subito che quest’ori­gine è avvolta nel più profondo mistero. I biografi di Ignazio di Loyola, pur seguendo la sua vita passo per passo, non sono riusciti a scoprire il minimo indizio rivelatore dell’origine degli esercizi. I padri della Compagnia di Gesù sono naturalmente dell’opinione che il santo fondatore del loro ordine abbia concepiti gli esercizi sotto la diretta ispirazione del Cielo. Gli storici obiettivi hanno formulato le più svariate ipotesi. Tra queste vale la pena di citare quella di Hermann Müller, il quale dice: “Negli esercizi di Ignazio di Loyola troviamo chiare tracce dei procedimenti gnostici propri delle sette mussulmane”.

       L’affermazione può sembrare avventata e sospetta in bocca di un avversario, ma un dottissimo dominicano, profondamente versato in questioni di mistica e di ascesi, a proposito degli esercizi ignaziani si esprime in modo quasi simile: “Io li trovo così inusitati, così strani, così poco simili a tutte le pratiche spirituali in uso nella Chiesa, che li ritengo addirittura di un’altra religione”.

       Ignazio di Loyola porta nella Chiesa cattolica qualcosa che non ha precedenti nella sua storia. Donde l’abbia tratto , è un mistero, come del tutto misteriosa, nonostante i suoi cento e più biografi, è la figura di Ignazio di Loyola.

       Una cosa è certa. Quando nel 1535, all’età di 30 anni, Ignazio di Loyola lascia la professione delle armi e giunge a Parigi per darsi agli studi, egli è già completamente padrone di una tecnica e di un metodo iniziatico perfetto in tutti i suoi particolari. Tanto è vero che si pone subito alla ricerca di persone che stima mature per accogliere le sue dottrine basate su procedimenti interiori. La sua casa diventa in breve un ritrovo di fedeli. Ciò suscita i sospetti dell’Inquisizione e per ben quattro volte lo studente spagnolo viene citato a comparire davanti al Tribunale della Chiesa. D’allora in poi diventa estremamente guardingo nello scegliere i suoi amici. Mette al corrente solo i più intimi delle pratiche che egli ha escogitate per il perfezionamento interiore e coloro che hanno compiuto gli esercizi diventano quasi sempre fanatici seguaci del Maestro.

       Ignazio di Loyola è un soldato nato. Dopo essere stato comandante di una compagnia al servizio del re di Spagna, assume il comando di una compagnia di militi religiosi, sottoposti a rigida disciplina e a cieca obbedienza.

       Dopo queste poche premesse di ordine storico, passiamo all’esame degli esercizi spirituali dei gesuiti, come venivano praticati subito dopo la fondazione della Compagnia.

 

2 – I rapporti tra maestro e discepolo

 

       Il novizio della Compagnia, o qualunque altra persona anche al di fuori della stessa, senza distinzione di sesso, purché ritenuta adatta, riceveva un istruttore spirituale. Il rapporto tra l’istruttore e l’allievo era quello che in antichi tempi correva tra il guru e il bhakta. Al novizio si richiedeva una fede cieca nel Maestro. Questi non dava alcuna spiegazione sul perché delle norme che dettava e sul risultato pratico che da esse si poteva sperare. Tutte le istruzioni venivano date in privato, personalmente e a voce. All’allievo non era lecito prendere appunti; doveva sforzarsi di mandare a memoria quanto apprendeva dalla viva voce del Maestro. Durante il tempo degli esercizi gli era persino proibito di leggere: tutto ciò che giungeva alla sua anima doveva passare attraverso la viva voce del Maestro. Durante le pause poteva leggere opere scelte dall’istruttore.

       Il magistero iniziatico era strettamente riservato. L’istruttore guidava il discepolo durante il periodo della preparazione, ma il ritiro, che durava quattro settimane e che comprendeva la vera e propria iniziazione, avveniva sotto la guida del Maestro superiore. Il numero di questi Maestri superiori fu, in ogni tempo della Compagnia, molto limitato.

       Gli istruttori della preparazione sono invece più numerosi, ma con ciò non è detto che da essi non si richieda una profonda conoscenza della psiche umana. Il periodo della preparazione è più o meno lungo secondo le disposizioni interiori del soggetto; può durare da poche settimane a molti anni.

       In che cosa consiste, nelle sue linee generali, questa preparazione? Il novizio deve imparare ad abnegare completamente la sua vita interiore. Per ogni uomo la vita interiore è un fatto personale; l’allievo gesuita invece non deve possedere un mondo proprio. La sua anima deve essere esposta completamente allo sguardo critico dell’istruttore. Fin dal primo momento, il novizio deve abituarsi a sottostare alle tre regole fondamentali che lo condurranno rigidamente durante tutto il tempo della sua appartenenza alla Compagnia, cioè, nella maggior parte dei casi, fino alla morte.

       La prima regola stabilisce il rendiconto di coscienza al superiore. Per rendiconto di coscienza s’intende l’esposizione totale del contenuto interiore del soggetto, non soltanto qual è al momento attuale, ma come si andato gradatamente formando dall’età della ragione. Il novizio deve dare conto della sua anima ogniqualvolta il suo istruttore lo richieda. Non si deve confondere questo rendiconto di coscienza con la Confessione. Il confessore è vincolato dal segreto sacramentale; l’istruttore può a suo arbitrio disporre del contenuto animico del suo allievo, sia per guidarlo meglio sulla via del Signore, sia per metterlo al servizio che più conviene a tutta la Compagnia.

       Leggiamo ora il 2° paragrafo del 1° capitolo delle “Costituzioni”:

       “I novizi siano avvertiti ch’essi non devono tener nascosta alcuna tentazione, ma devono rivelarla al loro istruttore, avendo cura che tutta la loro anima gli sia intieramente manifesta, non solo per quanto riguarda i difetti, ma anche le penitenze, mortificazioni, devozioni e virtù, il tutto con la pura intenzione d’essere guidati come si vorrà condurli, senza cercar di procedere di propria iniziativa, ma seguendo le istruzioni di coloro che per essi tengono il posto di Cristo Nostro Signore”.

       Da questo paragrafo risulta che il novizio deve completamente abnegare dalla propria volontà. La sua volontà è quella del Maestro che per lui occupa il posto di Gesù Cristo.

       La seconda regola stabilisce la mutua delazione dei falli commessi. La pratica della denuncia si svolge in due modi; secondo il primo modo ognuno ha l’obbligo di riferire al superiore in segreto quanto sa sul conto degli altri. In parole crude ciò si chiamerebbe “fare la spia”, ma i gesuiti hanno una propria morale che riguarda le leggi dell’evoluzione spirituale.

       Nel secondo modo la denuncia vien fatta davanti a tutti i confratelli e alla presenza dell’interessato. Ogni due settimane – almeno ciò avveniva agli inizi della Compagnia – i confratelli si riunivano e ciascuno a turno doveva accusare le mancanze che aveva rilevate negli altri e dire qual era la sua opinione sul conto dei confratelli. È da notare però che nessun inferiore poteva accusare un superiore.

       Oltre a questo, in ogni casa di gesuiti, c’è un cosiddetto “sindaco occulto” che fa la spia per conto del Padre provinciale.

       La terza regola dispone la correzione reciproca dei difetti. Secondo questa terza regola fondamentale della Compagnia di Gesù, ciascuno deve richiamare l’attenzione del singolo confratello sui difetti ch’egli ha notato in lui. “Tu sei pigro”, “tu sei bugiardo”, “tu sei ipocrita” e così via.

       È stato osservato che queste tre regole, le quali formano l’abito caratteristico del gesuita: vacuità interiore, delazione e indiscrezione, vanno contro tutte le leggi morali che guidano la vita degli uomini nel mondo.

       A questo proposito, bisogna notare che ogni mondo ha una propria etica. Nel mondo dei sensi la coscienza altrui è sacra e intangibile. Nel mondo nel quale entriamo dopo varcata la soglia della morte, la coscienza non ci appartiene più: il corpo astrale si dispiega tutt’intorno e il suo contenuto viene offerto allo sguardo di tutti.

       I gesuiti, nella loro educazione interiore tengono conto, magari in un modo che il vero occultista non può approvare, delle leggi del mondo spirituale.

       Nel libro “L’Iniziazione” di Rudolf Steiner c’è un capitolo dedicato alla calma interiore. Il contenuto di questo capitolo corrisponde alla preparazione dei procedimenti iniziatici gesuitici: l’oggettiva­zione della coscienza. Ma mentre nell’iniziazione gesuitica questa oggettivazione avviene davanti al Maestro “che sta in luogo del Cristo”, nella via iniziatica rosicruciana ha luogo davanti all’Io Superiore che è il Cristo stesso. Le conseguenze di tale fatto sono evidenti. Il gesuita serve gl’interessi della Compagnia incarnata nel Maestro, il rosacroce iniziato si pone al servizio di tutta l’umanità rappresentata dal Cristo.

       Il periodo di preparazione viene accompagnato nelle scuole gesuitiche dalla più assoluta castità e astinenza di certi cibi. Su ciò non occorre spendere molte parole. Ogni occultista sa che questi sono mezzi puramente tecnici per svincolare almeno in parte il corpo eterico dalle strettoie del corpo fisico. Per conseguire questo risultato, oltre a questi mezzi, il gesuita usa anche la scossa psichica! Questa viene ottenuta mediante il rapido cambiamento della disposizione dell’anima. L’allievo viene invitato ad immergersi per un giorno in una tristezza mortale, pensando a tutte le cause d’affanno che ha provate nella vita, alle sciagure che lo hanno colpito e che ancora lo attendono, alle terribili malattie che possono coglierlo distruggendo il suo corpo e tormentandolo come un dannato, agli incidenti che possono piombare su di lui. Deve, per esempio, vedersi stritolato da un carro mentre attraversa la via e provarne tutta l’angoscia. Il giorno dopo deve sforzarsi di realizzare in sé uno stato del tutto opposto. La sua anima deve riempirsi della più travolgente allegrezza, deve vivere solo nella gioia e nella felicità.

       Questi esercizi acutizzano in tal modo la sensibilità del soggetto che durante lo stato di depressione spasima come in agonia, il corpo è scosso da brividi violenti e si copre di freddo sudore, mentre nello stato euforico delira come un ubriaco e si abbandona a trasporti estatici. Queste convulsioni fisiche, questi sudori freddi, queste angosce psichiche sono un segno che i vincoli tra gli arti corporei sono alquanto allentati e che si può procedere alla vera e propria iniziazione. È da tener presente che durante il periodo preparatorio il novizio è stato sottoposto alla disciplina della concentrazione interiore; ha dovuto fare ogni giorno cinque meditazioni di dodici minuti ciascuna: due nella mattinata, due nel pomeriggio e una di notte interrompendo il sonno. L’occultista sa che soprattutto questa ultima è di particolare efficacia, perché dà la padronanza sul corpo astrale. Anche il discepolo rosicruciano viene invitato a fare le sue meditazioni immediatamente prima di addormentarsi e subito dopo il risveglio.

       Quando, a giudizio dell’istruttore, il novizio gesuita è maturo, viene condotto nel cosiddetto ritiro, dove, sotto la guida di un Maestro superiore, avrà la possibilità di avere dirette esperienze spirituali. Nel linguaggio dei gesuiti il periodo della preparazione si chiama purgazione, mentre il tempo del ritiro prende il nome di illuminazione.

 

 3 – Il ritiro

 

       Seguiamo ora il discepolo gesuita nel suo ritiro, dove rimarrà per quattro settimane. Dopo un digiuno prolungato e in uno stato di quasi completo esaurimento fisico, viene condotto in una cella sotterranea. Il Maestro gli dà le ultime istruzioni e poi lo lascia. La luce si spegne e la cella piomba nell’oscurità e nel silenzio più completi. Il discepolo ha avuto modo di adagiarsi su di un giaciglio e aspetta in preghiera. “Anima di Cristo – egli dice – io abnego da me stesso per consacrarmi completamente alla tua gloria”.

       Poco dopo in un canto della sua cella s’accende un tenue lume, come una sfera che mandi una fioca luce crepuscolare. Il novizio volge là il suo sguardo e resta immobile. Ciò lo aiuta nella concentrazione. Il suo spirito entra in meditazione. La caducità di ogni cosa creata si dispiega terribilmente davanti allo sguardo interiore del discepolo. La salute e la malattia, la ricchezza e la povertà, la gloria e l’infamia, la felicità e la sventura, una vita di cent’anni o una vita troncata nel suo fiore, sono una stessa cosa e non hanno alcun valore di fronte alla vita eterna nello spirito. Perciò ogni desiderio è vano e ogni atto di volontà personale è inutile. Dappertutto è presente la morte.

       Che cosa avviene ora? Il discepolo si sente come incartapecorito, il suo cuore non batte più, il suo sangue ha cessato di fluire per le vene. Egli sente soltanto il suo scheletro, è come concentrato nelle sue ossa. Davanti lui si rizza un enorme orribile teschio, cresce continuamente di misura, riempie tutto l’universo.

       Il discepolo non è però atterrito. La sua anima si è fatta di ghiaccio ed è piombata nella più assoluta indifferenza.

       La visione sparisce ed entra il Maestro. Il discepolo dice: “La mia volontà è inutile. Da ora in poi seguirò soltanto la tua volontà, come il cieco segue la mano di colui che lo guida”.

       Il Maestro risponde: “Vi è una sola volontà: la volontà del nostro Capo. Essa è la volontà di Dio”.

       Ciò che noi abbiamo qui concentrato in poche righe riassuntive, si svolge in realtà in circa una settimana. Durante tutto questo tempo il discepolo rimane isolato e non riceve che la visita quotidiana del Maestro, che si sofferma presso di lui circa un quarto d’ora e gli dà le istruzioni verbali sul contenuto delle meditazioni.

       Dopo che ha avuto luogo l’immaginazione della morte, il Maestro ordina di cambiare l’oggetto della meditazione. Durante la seconda settimana, il discepolo medita sui suoi peccati e sulle pene dell’inferno. Seguiamolo anche questa volta. Eccolo là, pallido e affranto, prostrato sul suo giaciglio. Il suo corpo, esausto dal lungo digiuno, è coperto di freddo sudore, ma la sua anima è lontana. Il discepolo passa in rassegna tutti i peccati commessi durante la vita. Sa che per ogni peccato mortale si è meritato l’inferno. Improvvisamente si sente avvolto da una nera nube temporalesca, dal cui seno escono lampi sinistri e fragorosi tuoni. Egli trema per lo spavento e getta un grido: la nube si è fatta di sangue. Egli cammina sotto una pioggia di sangue, affonda in un mare di sangue. Prova un terribile senso di soffocazione e si trova circondato da diavoli mostruosi che lo assaltano con i loro tridenti e lo gettano nel fuoco eterno. Il fuoco lo investe, gli frigge le carni, lo tormenta in modo indicibile. Il discepolo urla come un pazzo, chiama aiuto con le deboli forze che ancora gli rimangono. Entra il Maestro. Il discepolo non sa più se è vivo o se è morto.

       “Maestro – grida – Maestro, io sono dannato nel fuoco dell’inferno”.

       “Ti salverai dall’inferno, se ti porrai al servizio di Cristo Re”, risponde grave il Maestro ed esce.

       Un certo senso di sollievo entra nel discepolo, ma le sue carni bruciano ancora e soffre terribilmente. Appena dopo due o tre ore, il senso di bruciore scompare ed egli può assopirsi.

       Nel tempo che segue, il suo spirito entra in un nuovo ordine d’idee. Egli si vede come un antico cavaliere errante, protetto da una pesante armatura e armato di spada. Va di paese in paese per debellare i nemici di Dio e per stabilire su tutta la Terra il regno di Cristo. Improvvisamente risuonano trombe d’argento e rullano tamburi. Le nubi si squarciano e l’imperatore del mondo appare in tutta la sua magnificenza. Ha la corona sulla testa, il manto sulle spalle e la spada in mano. Si siede sul trono e proclama. “Io sono il Cristo, il re del mondo. Chi non è con me, è contro di me. Chi non raccoglie con me, getta al vento. Chi non mi obbedisce, è il mio nemico. Nel primo giorno del mio regno, ricordatevi che vi ho assunti nella mia milizia e che vi ho arruolati sotto il mio stendardo”.

       La contemplazione lentamente dilegua e il discepolo torna in sé. Sente però ancora addosso il peso dell’armatura. Egli è forte e agguerrito. Quando entra il Maestro, gli dice: “Io sono un soldato del re Cristo”. Il Maestro lo ammonisce: “Chi vuol combattere per Cristo, deve entrare nella nostra Compagnia. Chi sarà con noi sulla Terra, avrà parte di gloria nei Cieli”.

       Allora il discepolo viene rapito in estasi. Il suo spirito si eleva nelle altezze e ha la contemplazione della gloria di Dio. Angeli e santi circondano osannanti il trono della maestà divina e nel coro celeste è egli stesso. La sua anima è piena di beatitudine.

       Quando torna in sé dallo stato di assorbimento interiore, ogni segno di stanchezza è scomparso dal suo corpo. Si sente fresco come una rosa appena sbocciata. Quando rivede il Maestro, non trova le parole per esprimergli la sua riconoscenza. Si getta tra le sue braccia e con quell’abbraccio testimonia che ormai egli appartiene, anima e corpo, per la vita e per la morte, alla Compagnia di Gesù. Non è più un discepolo, è un illuminato. Tra qualche anno sarà egli stesso un Maestro. Un solo pensiero occuperà d’ora in poi la sua anima: la sua felicità personale, la sua salute temporale ed eterna, i suoi sforzi per ottenerla, dipendono unicamente dalla sua fedeltà alla Compagnia di Gesù. Egli è divenuto un gesuita irremovibile e fanatico. Non ha più una sua volontà, la sua volontà è quella del Generale della Compagnia.

       Dobbiamo immaginare il gesuita come una roccia spirituale isolata da tutto il resto del mondo. Ci si forma l’opinione di solito che il gesuita è al servizio del Papa e della Chiesa. In teoria è così, in pratica no. Il gesuita serve soltanto la sua Compagnia e il suo Generale. Non gli è nemmeno lecito avere rapporti con gli altri uomini della Chiesa, se non è per ordine del Generale e nel senso che questi comanda.

       Ora chiediamoci: tutti i gesuiti sono passati attraverso l’iniziazione che abbiamo descritta e appartengono nell’ambito del loro stesso ordine, alla setta degli illuminati?

       Evidentemente no. Non ogni uomo è senz’altro adatto per essere sottoposto a un tanto pericoloso sistema d’iniziazione. Tutti i gesuiti fanno gli esercizi preparatori, ma se questi non danno l’esito sperato, l’istruttore non insiste per la loro prosecuzione.

       Alcuni, pur essendo stati giudicati maturi per l’iniziazione, non sono stati in grado di superarla, e allora la prova è stata sospesa. Si è dato anche il caso che l’iniziando ha bensì avute delle immaginazioni, ma non quelle richieste dal metodo ignaziano. Così, per esempio, una donna, dopo la meditazione sulle pene infernali, anziché avere l’esperienza da noi descritta, ha visto una chiesa in vetta d’un monte e una lunga processione di gente con un cero acceso in mano che la stava raggiungendo. Il Maestro ha sospeso senz’altro la prova, perché questa non si svolgeva nel senso desiderato e quella donna è stata eliminata dalla Compagnia senza pietà. A questo proposito notiamo che l’appartenenza alla Compagnia non è mai sicura. Chiunque, in qualunque momento, quale sia il grado, può essere espulso dalla Compagnia ad assoluta discrezione del Generale.

       Fare gli esercizi in modo giusto e praticare il ritiro nel senso voluto non sono dunque cose facili. Soprattutto nei primi tempi della Compagnia, quando il metodo ignaziano non era stato ancora corroborato dalla pratica e dall’esperienza, e mancava un’esatta tecnica procedurale, il ritiro ha causato profondi danni morali e materiali a molte anime. Molti dal ritiro sono usciti, non illuminati ma neuropatici o completamente pazzi. Questo per il fatto che la Compagnia contava moltissimi postulanti e un esiguo numero di Maestri veramente pratici. Secondo l’opinione di Ignazio di Loyola, ai suoi tempi vi erano soltanto cinque Maestri sui quali si poteva fare pieno affidamento per la buona riuscita degli esercizi. Oggi il magistero iniziatico, nel seno della Compagnia, è strettamente riservato a qualche raro padre versato e provato in un’arte così difficile. Soltanto pochi e promettenti allievi vengono condotti attraverso la completa trafila dell’iniziazione. Essi sono destinati a formare il potentissimo Stato Maggiore della Compagnia. Ciononostante gli esercizi costituiscono il fondamento essenziale dell’Istituto ignaziano.

       Precisiamo che non il singolo sceglie la Compagnia, ma i gesuiti stessi con acutissimo discernimento scelgono i loro futuri adepti. Vediamo ciò in un caso davvero singolare. A Parigi, Ignazio di Loyola aveva fermato la sua attenzione su un suo giovane compatriota, Gerolamo Nodal da Maiorca, un nobile che studiava per entrare in seguito nella carriera ecclesiastica e conquistarsi qualche canonicato ricco di prebende. Dette subito incarico ai suoi seguaci di “lavorare la vigna” dell’anima del giovane spagnolo, ma le loro suggestioni furono vane e Gerolamo Nodal si rifiutò di sottoporsi a pratiche ed esercizi che non conosceva e che non erano in uso nella Chiesa. Allora intervenne lo stesso Ignazio, ma con non migliore risultato. Gerolamo posò la mano sul Vangelo e disse: “Ecco chi voglio io seguire, e non te che vai dove io non so. Lasciami in pace e va per la tua strada. Addio”.

       Ignazio di Loyola non insistette; andò per la sua strada. Passarono anni. Un giorno, mentre si trovava nel suo possesso di Valdemosa, a tre leghe da Palma, Gerolamo Nodal ricevette la visita del suo amico Don Filippo Cervello, vicerè di Maiorca, il quale lo mise al corrente delle ultime notizie che aveva mandate da Roma l’ambasciatore spagnolo. Gerolamo Nodal apprese così che la Compagnia fondata da Ignazio di Loyola aveva grandemente prosperato, ch’era stata approvata dal Pontefice e che aveva stabilito la sua sede a Roma. Ne fu profondamente turbato. Decise tosto di partire per Roma, senza però un piano prestabilito su ciò che intendeva fare. A Roma fu ricevuto da Ignazio di Loyola con estrema, ma finta freddezza. Tuttavia da quel momento i gesuiti non lo abbandonarono per un istante. Nodal ripeteva: “Io sono un pesce che non s’impiglia nella vostra rete”. Ma s’impigliò spinto da curiosità, accettò di sottoporsi agli esercizi. Fu condotto per il ritiro in una casa solitaria ed ebbe due Maestri eccezionali: lo stesso Ignazio e Gerolamo Domenech, il più abile degli istruttori. La prima settimana passò nel modo previsto ma quando, dopo la contemplazione delle pene infernali, si trattò di fare la meditazione detta “dell’elezione”, Gerolamo Nodal cadde in deliquio. Il suo corpo fu assalito da violenta febbre, il volto divenne cadaverico e mutò espressione, gli occhi si fecero vitrei e sbarrati, l’intelligenza disparve.

       Ignazio di Loyola fu preso da spavento. Disse: “Ecco un pazzo in più e un illuminato di meno”. Si sbagliava, però.

       Il sopire di Gerolamo Nodal durò undici giorni. Il 23 novembre 1545, alle 6 e ½ di sera, nel diciottesimo giorno del ritiro, Gerolamo Nodal rientrò in sé. Era un altro, mutato persino nella fisionomia. Lo spirito era agile e il corpo non serbava alcuna traccia delle sofferenze trascorse. Chiese penna e calamaio e stese l’atto di appartenenza cieca ed assoluta all’Istituto ignaziano. Gerolamo Nodal fu per la Compagnia un acquisto formidabile. In poco tempo ascese al grado maggiore. A un suo cenno si aprivano tutte le porte. Ministri, ambasciatori, vescovi, nunzi, cardinali, principi e persino sovrani lo riverivano e gli obbedivano. Gerolamo Nodal fece della Compagnia di Gesù una potenza mondiale.

       Ignazio di Loyola aveva visto bene quando aveva posato l’occhio sul giovane studente parigino. Qui abbiamo un esempio del modo con il quale i gesuiti scelgono la loro gente. A Vienna, nella seconda metà del secolo XIV, vi fu una serie di misteriose sparizioni di uomini eminenti per posizione sociale ed intelligenza. Qualcuno di essi, poi ricompariva alla luce come aggregato o affiliato alla Compagnia di Gesù, mantenendo naturalmente il più assoluto silenzio sui casi occorsigli. Tuttavia un po’ alla volta la verità venne a galla. I gesuiti sequestravano gli uomini che parevano loro adatti, li trasportavano in una casa di campagna, li rinchiudevano in celle senza finestre, li facevano digiunare per una o due settimane, li suggestionavano con i più appropriati mezzi e li trasformavano in fedeli servi dell’idea gesuitica. La Compagnia smentì ufficialmente queste voci definendole ridicole, ma il Padre Polomeo nelle sue “Cronache della Compagnia di Gesù” annota. “I nostri uomini migliori sono venuti a noi dal mondo per questa via. Essa pertanto mi sembra il miglior mezzo per accrescere il numero delle reclute veramente serie”.

       Se si deve credere alla testimonianza degli autori, ancor oggi i gesuiti non disdegnano di procedere per queste vie traverse. A Hermann Müller un eminente personaggio politico tedesco fece un giorno la seguente confessione: “Qualche anno fa fui irretito dai gesuiti. Feci i miei esercizi con tutta coscienza e buona fede. Dopo trenta giorni di pratiche, condotte con straordinaria potenza suggestiva, non ero più padrone né del mio corpo né della mia anima. Ero, nel vero senso della parola, allucinato e persuaso che solo entrando nella Compagnia di Gesù potevo raggiungere il mio fine terrestre e celeste. Dovette passare più di un anno prima che potessi riprendere il mio equilibrio e liberarmi dall’idea che, se volevo salvare la mia anima dalla dannazione eterna, dovevo farmi gesuita”

       Per concludere questo cenno informativo e non critico sugli esercizi spirituali dei gesuiti, dobbiamo dire che il metodo iniziatico di Ignazio di Loyola, pur essendo rapido, concentrato e straordinariamente efficace, pecca contro il maggior bene dell’uomo: la libertà. A buona ragione possiamo chiederci fino a che grado l’illuminato gesuita è un iniziato e fino a che grado è un posseduto. Ma a prescindere da queste considerazioni di ordine morale, dobbiamo essere persuasi che coloro che agiscono nel mondo con potenza e con piena consapevolezza dello scopo da raggiungere, siano essi gesuiti o massoni, sono tutti passati attraverso una educazione occulta. Senza scienza iniziatica non si può agire proficuamente nel mondo. Coloro che negano ciò sono destinati a diventare con facilità i ciechi strumenti delle cosiddette potenze occulte del mondo. Una di queste è lo stesso gesuitismo. Il gesuita non veste sempre l’abito talare. Gli aggregati della Compagnia, uomini e donne, personaggi politici influenti o umili uscieri di banca, vivono ed agiscono inosservati. La potenza della Compagnia sta appunto nel fatto che la maggior parte della gente ignora questa potenza. Anche i cenni che oggi ho dato sui procedimenti iniziatici dei gesuiti, parranno incredibili. Eppure sono autentici perché li ho tratti da un’opera seriamente documentata di un gesuita spagnolo: don Michele Mir. Michele Mir fu allevato dai gesuiti e rimase nella Compagnia dall’infanzia all’età matura. Uscito dalla Compagnia per divergenze a quanto pare politiche, divenne un paladino dell’autorità papale menomata, a suo modo di vedere, dai privilegi e dalle esenzioni carpite dai gesuiti. Ciò richiama la nostra attenzione sul fatto che nella stessa Chiesa cattolica vi è una vigorosa corrente che tenta di opporsi al gesuitismo. Esiste un Papa bianco e un Papa nero. Il Papa bianco è qualche volta un santo; il Papa nero è sempre un iniziato. Da ciò la sua potenza.

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Per gentile concessione de www.larchetipo.com

Così è anche se non pare

 marionetta

 

Qualche mite pensierino, mentre i sistemi metabolici, proprio in giorni di festa, sono costretti agli straordinari…ma anche questo va bene: coscienze abbassate come saracinesche.

Così posso dire quel che mi pare e piace (magari!). Se potessi farlo sarei immediatamente bandito dal Giardino di Eco dall’implacabile Amministrazione con catastrofiche conseguenze per molti di voi poiché il terribilissimo Mangiafuoco, liberatosi dall’ultima catena, si papperebbe le anime belle, le anime pie e le anime stolte. Insomma, restereste in pochi…comunque bollati e dannati ora e sempre dal giudizio del Mondo.

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Sarà perché le diversità tra gli uomini sono grandi e poi perché pensieri e parole non sfiorano nemmeno un percorso così intimo, solitario e variegato qual è il gesto ascetico di pensiero. In sede d’apprendimento o di giustificazione logica già sembra che ci sia di mezzo una variante della maledizione di Babele, dove ogni voce sgomita per esprimere i giudizi o i vagiti più insensati o stravaganti.

Però la polifonica più stonata appartiene ad un limite decisamente basso, ipogeico e decisamente superabile: non si tratta, come vorrebbero le linguacce, di acritico accoglimento del verbo di chi, affascinandoci, per intrinseca debolezza umana poniamo sul trono del magistero.

Però è interessante che proprio chi pensa in questo modo è, di regola, succube dei tromboni che a paludarsi da professori, maestri e iniziati di quinto grado, con l’astuzia dei ruba galline, ci marciano e ci mangiano a crepa panza secondo la natura della filiera alimentare darwiniana.

Al contrario, il solo avvicinarsi alla disciplina del pensiero, implica un grande sforzo di conoscenza e di volontà: la “persuasione” michelstaedteriana necessaria per osare un passo nell’Opus solare può, per molti, essere il primo risultato di un lungo (parliamo di anni o di tanta polenta) e sofferto incontro a schiaffoni (e altri tormenti: già la vita comune ce ne offre con lieta abbondanza) con la propria anima, assieme a quel briciolo di logica che viene usata per connettere qualsiasi cosa ma mai quale possa essere il suo significato per la coscienza da cui sorge: non ce ne accorgiamo ma è il primo seme di quella impersonalità che non è vuota parola  e che anzi, seppure ad intervalli aritmici, è una delle colonne fondanti della verità oltre la meschinità personale che, prima, era l’unico nostro mondo.

Certo, occorre l’aiuto, la trasmissione. Qualcuno che sia desto per scuotere gli addormentati.

E, come tutti sanno, nemmeno questo è sufficiente. Piaccia o meno, a monte della nascita, deve esserci stato un accordo o un legame che le dissoluzioni non possono disarticolare: un nesso sacro, adamantino.

Questa immagine non piace al soggetto ribelle (anche se essere ribelli è spesso una ottima attitudine), quello che si crede coi piedi ben piantati, che non vuole legami e aiuti: un modo di sentire e di pensare (di essere) che sarebbe rispettabilissimo se fosse puro e sincero: peccato sia spesso un’astrazione, quasi sempre sostenuta da una congrua dose di miopia, ignoranza e insincerità.

Al punto che ogni tentativo di fornire a questa orgogliosa condizione dell’anima, idee, spunti di riflessione, angoli d’osservazione non usuali, è fatica sprecata.  Eppure nella realtà comune il contadino che seminasse su lastre di granito e attendesse lo sbucare del grano sarebbe un pazzo.

In effetti qui incontriamo un’altra delle leggi che governano i “mondi superiori” e, come in alto così in basso, pure il nostro (in quanto mondo di anime): si comprende davvero solo quello che già si sa, che in qualche modo è stato sperimentato anche se in forma diversa e inconsapevole.

Non è una regola volatile, cambiata dal tempo in cui Platone identificava la conoscenza con il ricordo.

L’obiezione che non potevamo ricordarci di questo o quello poggia sul ridicolo assunto che nell’archivio della coscienza non c’era.

Immaginate una sala più grande di 100 stadi di calcio e, da qualche parte metteteci una candelina: illumina intorno a sé una periferia ridottissima, poi solo ombre indistinte e un buio immenso. La candelina è la nostra autocoscienza e nell’immenso buio opera l’anima nostra. Mi pare che il Dottore dica, con un filo d’umorismo, che se la vita del nostro essere dipendesse dalla personale coscienza desta, moriremmo in un amen.

Il dottor Colazza, collaborando spregiudicatamente nel gruppo di Ur, offre allo studioso molti consigli e indicazioni pratiche. Alcune delle quali volte a potenziare il senso del ricordo.

E’ improbabile che ne sia stato fatto un serio uso.

Eppure la vita del ricercatore assumerebbe una notevole e diversa dimensione se l’atto del sapere fluisse nella coscienza come un intimo ricordo – sebbene sconosciuto –  della nostra propria anima: l’effetto collaterale consisterebbe nell’embrionale ma certa consapevolezza dell’immensità che l’anima cela nella tenebra: oltre i bordi della coscienza desta, da cui al massimo sbucano frammenti di sogno che spesso non hanno né capo né coda ma da cui molte anime attingono speranze e vaticini.

Mi sto già portando troppo in là, poiché anche quello che in buona fede si crede di sapere non è mai vero che sia scontato.

In realtà tutti hanno ragione, specie quelli che non si avvicinano alla concentrazione: nessuno andrebbe spinto a farla. Sfido io, non è mica la scelta del colore dei calzini!

In tanti casi è l’approdo dopo un lungo viaggio sul mare. Può iniziare solo quando altre avventure hanno terminato di farci palpitare, quando la barca di molte illusioni riprende il largo senza di noi.

Naturalmente esiste una via più veloce e diretta, ma implica un surplus di sforzo e coraggio e l’intuizione sacra della necessità dell’azione nel punto dove il terreno sotto i piedi sembra mancare: si apre un baratro nella vita e finalmente o ci si ammazza o si salta!

E’ un’azione maledettamente obbligata: da Pitagora alla Golden Dawn, da Patanjali a Steiner, da Tilopa a Scaligero, da Ramakrishna a Reghini, non trovi uno che in salse diverse non l’abbia indicata come il gradino iniziale della Grande opera di reintegrazione nello Spirito.

Questo valeva anche quando il transito dalla percezione della materia sensibile al mondo della vita creante era, per molti versi, piuttosto facile. Però, come ho detto, è atto differibile se siamo alle prese con situazioni ed eventi che assorbono ancora tutto il nostro essere: cullato o affogato nel suo saṃsāra.

Poi la corrente mahayanica e successivamente il tantrismo scoprirono che l’ascesa e la liberazione non implicava il distacco dal divenire… dentro le cose c’è la Shakti che le fa essere, nella maya c’è la Shakti che la sostiene per noi imbecilli…

Noi, storicamente e strutturalmente siamo andati avanti: ci siamo spinti più avanti, anche se prendendo una montagna di fischi per fiaschi. Per i tradizionalisti questa “evoluzione” è una fregatura bella e buona, poiché a ragione, vedono il peggio: la decadenza e la morte dell’antico splendore, il Caos dove regnava l’ordine del Cielo.

E’ davvero difficile, per chi sia compiutamente incarnato e dotato di buona vista, trovare qualcosa che, ai nostri giorni, possegga il carattere del bello, del vero e del buono a cui tuttavia le anime umane anelano…sempreché non ci si accontenti della giornata trascorsa senza troppi danni.

Oppure, nel campo dello Spirito, quando si trovi un borghesissimo equilibrio tra l’asprezza lacerante della realtà e appaganti comunelle in cui, con o senza tè e pasticcini, si chiacchieri di profonde verità spirituali che appagano con l’aiuto del comfort, menti e cuori.

E’ l’immensa saggezza dell’equilibrio tra una vita tranquilla ed il moderato esercizio interiore: così tutto è stimolante e facile (gradevole) alla digestione, come affermava una vecchia pubblicità e la sensatezza trionfante.

Gli asceti – quelli che danno testate ai bastioni di pietra dura – non andrebbero nemmeno commiserati. Andrebbero abbattuti, come tutte le bestie stupide e fastidiose poiché cozzano continuamente contro gli ostacoli impossibili. Insistono senza speranza (Rudolf Steiner usa la parola “rassegnazione”). Tutti gli spiritualisti di buon senso dovrebbero convenire che una rassegnazione attiva, imprudente, che non molla, che non molla mai di dar testate, è più scandalosa di un bestemmione rimbombante in una chiesa.

Eppure mi chiedo (stupido come sono): “Cosa potremmo fare senza la concentrazione?”.

Se il termine, troppo ripetuto, finisce con l’irritare, possiamo anche sostituirlo con “attenzione polarizzata” o con l’esotico tatraka, termine ambiguo perché comunemente si traduce con “fissazione” (ma il bello dei termini in sostanza intraducibili è che possiamo ritradurli a piacere nostro). In fondo ci alleniamo a far convergere tutte le potenze interiori verso una semplice immagine di pensiero, preparandoci prima con un percorso discorsivo breve, ma voluto. Riscaldare muscoli, stirare tendini è cosa ben conosciuta in tutti gli sport, assai meno nel tentativo occulto.

Già, cosa potremo fare senza la capacità di portare l’attenzione polarizzata su qualcosa per più di un mezzo respiro? Ovviamente niente di speciale…ma la natura aiuta e si campa lo stesso. Però in questo caso, se esisteva nel vostro cuore uno speciale ricordo, una vampa di nostalgia per lo Spirituale che chiedeva di rafforzarsi, di farsi sentire anche oltre, correte pure in chiesa o nella loggia o nei gruppi: lì troverete un po’ di soddisfazione, forse troverete qualche sintomatico che attenua il “morso del serpente”. Quasi certamente il prezzo da pagare sarà l’inganno: ingannerete voi stessi e il mondo. Così vanno le cose: ciò che non si tenta di attuare è tradimento: molti discepoli hanno tradito il Dottore, molti amici hanno tradito Scaligero.

Ma quello di molti è un tradimento lieve, anzi è cosa da poco, quasi incolpevole, poiché gestito da un pensiero lieve, superficiale…che rimase superficiale con tutto, su tutto. Come una fogliolina, staccata e leggera, che  portata dal capriccio del vento, sfiorò ogni cosa e volò subito via: senza volere e senza valore.

Mentre ruffiani e prostituti sono emersi dal fondo, come bolle di metano. Attivissimi nel depredare o nello scalare le vette ove le corrispondenti funzioni avrebbero dovuto essere di severo sacrificio di sé. Le sparse mandrie applaudono a cotante, iridescenti e puzzolenti bolle, volgendo (talvolta) con malcelata antipatia occhiate interrogative agli insignificanti operatori. Vedono molta arroganza, presunzione, esasperato individualismo…insomma nulla di buono nella dichiarata ossessione di questi ultimi.

Tutto comprensibile, poiché la mandria non concepisce la singolarità, la spoliazione animica, il distacco interiore (interiore!)……in cui gli asceti  trovano, con la Concentrazione a lungo perseguita, lo spazio vuoto d’anima, dove la Forza dell’Universo può manifestare la propria realtà di vita-luce o (almeno) annunciare l’alba del Sole Vittorioso.

Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson

Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson

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Winter land with the church

Durante un viaggio in Norvegia fu per Steiner “molto interessante trovare sintetizzato in una magnifica saga, conosciuta come “La leggenda del sogno”, il pensiero che con differenti parole è stato espresso in moltissime conferenze intorno al Mistero del Cristo.”
“Essa è la leggenda che in modo meravigliosamente bello ci racconta di come Olaf Åsteson venga iniziato – mediante forze naturali – allorchè egli cade addormentato la sera di Natale, dorme durante i tredici giorni e le tredici notti fino al 6 gennaio e vive tutte le vicissitudini che l’essere umano deve sperimentare attraverso le incarnazioni dall’inizio del mondo fino al Mistero del Golgotha. Racconta di come, avvicinandosi al 6 di gennaio, Olaf Åsteson abbia la visione dell’intervento nell’umanita’ dello Spirito-Cristo, di cui lo Spirito-Michele è il precursore.”
( da Le Tredici Notti Sante – Rudolf Steiner )

“Tutto il contenuto della poesia è collegato col Natale e con i giorni che lo seguono. La poesia racconta come Olaf Åsteson, un personaggio mitico, impiegò in un modo del tutto speciale i tredici giorni che seguono il Natale e che terminano col giorno dell’apparizione del Cristo. Ci viene così ricordato come nel mondo delle saghe popolari viva l’antica concezione di una primitiva chiaroveggenza dell’umanità. In sostanza il contenuto è che Olaf Åsteson nella notte di Natale arriva alla porta della chiesa, cade in una specie di sonno e nelle cosiddette tredici notti sperimenta a modo suo i misteri del mondo spirituale; li sperimenta nella sua semplice e primitiva natura infantile.
In quei giorni, nei quali in un certo senso vi è in natura la massima oscurità fisica sulla terra, in cui si ha il minimo germogliare della vegetazione, in cui per così dire tutto è esternamente fermo nell’esistenza fisica della terra, sappiamo che si risveglia l’anima della terra che ha allora il suo pieno stato di veglia.
Se ora l’anima umana confluisce col suo essenziale nocciolo spirituale in ciò che sperimenta lo spirito della terra, l’anima, se ha conservato il suo primitivo stato naturale, può aprirsi alla veggenza del mondo spirituale che l’umanità dovrà man mano riconquistare tendendo a quel mondo.
Vediamo così come Olaf Åsteson sperimenti in sostanza quel che riacquistiamo dal mondo spirituale.”
(da Formazione del destino e vita dopo la morte – in Settima conf. – Rudol Steiner )

Vi propongo la lettura di una traduzione alternativa a quella contenuta nella edizione dell’ Antroposofica, più che altro per attingervi in maniera più semplice dal punto di vista storico tradizionale:
http://bifrost.it/GERMANI/Fonti/Ballatesca…raumkvedet.html

 

Qualche anno fa, sembra ieri, ad alcuni di noi amici il carissimo Asgard inviò dalla Norvegia gli auguri di Natale e questo dono che possiamo ascoltare cliccando su questa traccia audio:
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E’un frammento musicale cantato della saga. Lo ritengo veramente prezioso. Vi confesso che lo ascolto ogni periodo di Natale da allora.

“Cari amici,
come mio augurio personale per un sereno ed intenso (interiormente, si intende) periodo natalizio, spero di farvi cosa gradita inviandovi un frammento cantato de “Il canto di Olaf Åsteson”.

Nelle terre scandinave di Norvegia, dalle quali vi scrivo, questo canto è ancora in uso durante il periodo natalizio. Esso sopravvive nella tradizione del canto a cappella per voce sola, che è uno dei modi principali in cui si esprime la musica tradizionale popolare di questi luoghi. Il Canto del Sogno, è forse il più noto e il più tipico esempio della tradizione espressamente norvegese.
Due nomi di cantanti (oggi impropriamente definite “folk”) che magistralmente esprimono questo antico stile, sono Kirsten Bråten Berg e Agnes Buen Garnås (considerata quest’ultima una stella di prima grandezza), per chi volesse fare una ricerca in merito.

Nelle chiese norvegesi, non solo ad opera di volenterosi antroposofi, ma in modo assai più esteso, si organizzano tutt’ora concerti in cui viene eseguito il “Draumkvedet”, il Canto del Sogno. I concerti, hanno un aspetto assai semplice ed informale, dove le luci in sala non vengono spente e il pubblico ha il testo del canto da leggere.
Ovviamente, esiste una disputa su quali cantanti siano i migiori esecutori di questo canto, e tale disputare mi pare il segno di quanto ancora sia viva e vissuta tale tradizione.

Il canto viene fatto risalire ad un periodo compreso tra il 1200 e il ‘300, cioè dopo la cristianizzazione della Scandinavia, avvenuta ad opera di San Olaf (detto anche Olaf il Grande, stesso nome del protagonista del Canto, e non casualmente, avendo questo nome nella sua etimologia un diretto riferiemento a “ciò che viene prima e ciò che viene dopo”, cioè ad un senso di eterna continuità nel tempo), che regnò tra il 1015 e il 1028. Nei tredici soli anni del suo regno (in realtà violentissimo), avvenne un passaggio storico determinante per la Scandinavia, che segnò la fine della cosiddetta era vichinga. Di seguito a tale passaggio, il paganesimo fu combattuto in modo acerrimo, e molto sangue è stato sparso.
Il Canto del Sogno di Olaf Åsteson, data le sue incerte origini, secondo la filologia storica convenzionale, al periodo delle Crociate baltiche, nel quale (tra le altre cose) la resistenza pagana vichinga fu definitivamente abbattuta. La schiavit fu bandita dalla Chiesa, in favore di un più mite servaggio (la differenza è sottile, ma a quei tempi poteva voler dire molto essere servi ma liberi…), secondo il concetto che un padrone cristiano non poteva avere sotto di sè schiavi che erano essi stessi cristiani. Ciò, in un contesto più ampio di trasformazioni politico-sociali, aiutò tra l’altro la definitiva conversione al cristianesimo delle fasce sociali più basse, nelle quali l’antico paganesimo ancora sopravviveva.

L’origine precisa del canto è persa nella storia più antica del popolo norvegese: non vi sono certezze in merito, ma solo ragionevoli ipotesi. Dal canto mio, non trovo affatto casuale che Olaf si metta all’ingresso di una chiesa (dove non gli è permesso di entrare, ma, diciamo così, con il volente o nolente beneplacito del prete che sta officiando la Messa) e da lì canti per i fedeli che si trovano all’interno, attraendone lo spirito con il mistero delle sue visioni, avvenute in sogno durante un sonno che dura tutto il periodo delle tredici notti sante. Essi non vedono Olaf, ma lo sentono disvelare le sue immagini dentro se stessi, ricollegandosi alle proprie radici spirituali senza tempo. Ma lascio a voi ogni interpretazione possibile….

Il testo in uso tutt’oggi, è simile al testo riportato da Steiner (in “Formazione del destino e vita dopo la morte” O.O. 157). Dico simile perchè nella esecuzione cantata dei 43 versi a noi giunti (manca infatti una parte, forse fondamentale, della visione dell’al di là di Olaf), si trovano molte ripetizioni e il cantante ha anche spazio per allungare o sottolineare in tal modo alcune parole chiave, (ad esempio “Luna”), nella chiusura dei capoversi.
La lingua in cui il testo è stato trascritto, solo alla metà dell’800 (questa versione che vi invio riprende il testo di Moltke Moes, del 1890), è un norvegese assai musicale. In Norvegia sono in uso due varianti linguistiche, il Bokmål, la lingua principale, quella della politica, del commercio, della saggistica, della narrativa, etc. e il Ny Norsk (nuovo norvegese), lingua più legata alle antiche tradizioni rurali e delle popolazioni della lunga costa oceanica, che è tutt’ora la lingua della poesia, del teatro e del canto. In una antica variante di Ny Norsk, ci giunge il Canto del Sogno.

Il brano che vi invio (l’unica versione registrata a mia disposizione) è cantato da Berit Opheim Versto, in una recente edizione discografica (2006), eseguita dal vivo nella Chiesa di Voss (non c’e’ alcun reverbero digitale aggiunto alla registrazione). Si tratta della prima e della seconda parte del testo, secondo l’edizione antroposofica citata più sopra. L’esecuzione integrale dura oltre una trentina di minuti, troppo per un unico invio tramite posta elettronica, e invierei volentieri gli altri frammenti a chi di voi fosse interessato ad ascoltarla, in varie email successive.

Vi auguro quindi un sereno, musicale periodo di Natale.
Con affetto, Matteo (asgard)”

ANIMA DELL’UOMO!

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Carissimi,

se può servire a qualcuno, questa in calce è la traduzione dell’Anima dell’Uomo stampata nel 1939 (Trani editore).

Sottolineo il fatto, secondo me di non poca rilevanza, che è l’unica versione dal tedesco (seppur datata) controllata personalmente ed autorizzata dalla signora Maria Steiner von Sivers.

(Rastignac)

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***

Anima dell’uomo!
Tu vivi nelle membra,
Che pel mondo spaziale
Nell’essere del mare spirituale
Ti portano.
Dello Spirito usa memoria
Nelle profondità dell’anima,
Dove in dominante
Essere Creator dei mondi
L’Io
Nell’Io Divino
Si sostanzia:
E vita vera avrai
Dentro la cosmica
Entità dell’uomo.

Perchè regge
Lo Spirito del Padre nell’altezze,
Essere generando
Nelle profondità dei mondi.
Voi Spiriti di Forza:
Dall’altezze fate risonare
Ciò che nelle profondità
Trova sua eco,
Che dice:
Dal Divino sorge
L’umanità.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo

*

Anima dell’uomo!
Nel battito tu vivi
Del cuore e del respiro,
Che te, col ritmo del tempo
Nell’essenzial sentire
Dell’anima tua propria adduce.
Usa considerar lo Spirito
In equilibrio d’anima,
Là, dove il fluttuante
Agire del divenir dei mondi
L’Io
Coll’Io dei Mondi
Unisce:
E sentir vero avrai
Nell’umano operar
Dell’anima.

Perchè domina
Il voler del Cristo a te d’intorno,
Nei ritmi dei mondi
Grazia donando all’anime;
Voi Spiriti di Luce:
Dall’Oriente fate infiammare
Quanto in Occaso si forma,
Che dice:
Nel Cristo divien vita la morte.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo.

*

Anima dell’uomo!
Nella calma della testa
Tu vivi,
La qual da fondi di Eternità
I cosmici pensieri ti dischiude.
Usa contemplar lo Spirito
In quiete di pensier,
Là, dove
Gli eterni fini degli Dei
Luce sostanzial dei mondi
All’Io
Per suo libero volere
Donano:
E pensar vero avrai
Nel profondo
De l’uman tuo Spirito.

Perchè governano
I cosmici pensieri dello Spirito,
Nella realtà dei mondi
Luce implorando:
Voi Spiriti dell’Anime,
Dalle profondità fate pregare
Ciò che nell’altezze viene ascoltato
Che dice:
Nei cosmici pensieri dello Spirito
L’anima si sveglia.
Odono ciò gli Spiriti
A Est-Owest-Nord-Sud:
Uomini possano udirlo.

*

Nella svolta dei tempi
Entrò la Luce Spiritual dei Mondi
Nel corso della terrestre
Realtà.
Notturna tenebra
Avea sgombrato;
Chiaro giorno di luce
Anime umane irradiò.
Luce, che scalda
I poveri cuor dei pastori;
Luce, che illumina
Sagge teste di re.

Divina Luce,
Sole del Cristo;
I cuor nostri riscalda,
Le nostre teste illumina,
Che a bene riesca
Ciò che dai cuor nostri
Fondiamo,
Ciò che dalle nostre teste
Condurre vogliamo.

Rudolf Steiner