Ecoantroposophia.it
porge di vero cuore a tutti gli amici e a tutti i lettori gli auguri di
BUON NATALE!
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porge di vero cuore a tutti gli amici e a tutti i lettori gli auguri di
BUON NATALE!
brueghel-bethlehem ( Belgio )
*
Conforto del mondo, vieni!
Sgombro da ogni cosa, ti aspetto.
Si apre ogni cuore, come un vaso.
Oh benedizione! riempi questo vuoto!
Effondi il suo essere, oh Padre, con forza
allarga le tue braccia, separalo da te;
un dolce pudore lo trattiene, il mare del suo amore
innocente Gesù, non indugiare in te.
Mandalo nelle nostre braccia
soffio di te, caldo essere, Dio;
che radunato su di noi, greve nube
cumulo d’amore discenda.
In acque, fresca pioggia sul mondo
o in fuoco, attanagliato al suo oggetto,
in aria, unguento, suono, rugiada
da lui percorsa, terra lievitata!
Oh santità! guerra meravigliosa
nella sua cattiveria è chiuso il maligno;
inestinguibile scorre dai cieli
aria di paradiso che fiorisce.
Come respirando, terra con cielo,
s’innalza più molle ogni prato
aumenta ogni cosa come fiato
grembo che attira il suo cielo.
Si scioglie l’inverno; una culla
è l’inizio di ciò che germoglia
inizia di nuovo la terra
principio del mondo è un bambino.
Gli occhi sono colmi di Dio
ma vedono il suo volto redentore
coronato di fiori è il suo capo
ma lui stesso nei fiori, fiorito sorriso.
Dio nella stella, Dio nel sole
è la fonte, acqua della vita
è nell’erba, nel sasso, nel mare, nella luce
sparso sorriso, Dio bambino.
Nelle cose c’è il suo gioco di bambino
il suo amore è insinuato in ogni cosa
dimentico di sé nel suo volo
si annida più stretto in ogni cuore.
È Dio per noi; in sé sconfinato bambino
un polline d’amore è il suo cuore.
È il nostro cibo, è colui che ci disseta;
la sua gioia è la nostra fedeltà.
Soffochiamo sotto tanta miseria
una luttuosa coperta è sul cuore
fa’ che incontriamo l’amato
tornerà da te, Padre, con noi.
( Novalis )
*
PERENNE RISORGERE DEL SOLE NELL’AMORE.
IL LORO SEMPLICE VIVERE E’ CONTINUO INFETTARE LE ANIME ALTRUI.
IMMETTONO ORRORE MEDIANTE LA FEROCE ATTENZIONE CHE DEDICANO AL PROPRIO OPERARE.
PROFONDAMENTE CONVINTI DI ESSERE SVEGLI E OPEROSI :
NON HANNO PIU’ NULLA CHE LI SEPARI DAL MALE.
IL FUTURO –LONTANO- DOLORE AVVOLGENTE CHE LI COLPIRA’
POTRA’ FORSE CURARLI MA NON CERTO SALVARLI DAL MALE CHE HANNO COMPIUTO.
IL LORO NUMERO E’ ORDA.
SONO EFFICIENTI OPEROSI E CONTORTI.
IMMENSO E’ L’IMPURO SENTIERO LEGALE CHE HANNO TRACCIATO IN BASE AI PROPRI APPETITI.
IMMENSO SPIETATO DANNOSO BLASFEMO E ASSASSINO.
ARMONIA E COMMOZIONE
– CHE RISPLENDONO E VIVONO (IMMENSI) NEL NATALE SOLARE –
NON TROVANO SPAZIO NELL’OSCURO SENTIRE DEI BUROCRATI INFETTI
MENTRE DIVORANO E IMPONGONO DEBITI IMMENSI E INVENTATI
FRA OCEANI DI ASTRATTO DENARO CHE FUORIESCE DA DEMONI ERRANTI ED IRATI.
ARMONIA E COMMOZIONE RISPLENDONO NELL’INVITTO SOLLIEVO DEI CUORI OBERATI.
RISPLENDONO E ARDONO.
COMUNQUE RISPLENDONO.
INAVVERTITE E PROFONDE POTENZE DEL CUORE RISPONDONO AL CELESTE CHE APPARE.
E CHE – NUOVO – RISORGE.
E CHE – ETERNO – MUTA IN ORO DIVINO L’AFFANNO INFLITTO DAL PIOMBO DEI VILI.
CELESTE RESPIRO DEL PURO MUTARE IL DOLORE NELL’ETERICA VESTE DEL RINASCERE DEI.
IL FUOCO DIVAMPA E LA SUA ESSENZA E’ LA GLORIA.
SI PREANNUNCIA NEL CIELO IL SIGNORE DEL SOLE
CHE FORNISCE L’IMPOSSIBILE ARMA SUPREMA :
IL REDIMERE ESTREMO MEDIANTE LA LIBERTA’ NELLA FOLGORE
CHE ALBERGA NELL’IO.
E’ ASCESI ED E’ RITO.
E’ IL PENSARE CHE INNALZATO OLTRE L’UMANO CEREBRALE ACCUMULARE IL PARLOTTIO CORPOREO :
PUO’ CONTEMPLARE IL PROPRIO POTERE UNITIVO CHE MANTIENE L’OCCULTA MEMORIA DEI CONCETTI ERETTI E POI RIASSUNTI NEL RITO DELL’IDEA.
E’ FUOCO SENZA NEPPURE IMMATERIALE IMMAGINE DI FIAMME.
E’ FUOCO INCONCEPIBILE CHE SI TRAE DALL’ATTO DEL PENSARE CHE CONTEMPLA IL PROPRIO RICORDARE.
E’ CHIARORE SOVRUMANO CHE SI RICONGIUNGE ALL’UOMO MENTRE INCONSAPEVOLE SI INNALZA NELL’ETERE DEL LOGOS.
ATTO COSCIENTE DEL CONTEMPLARE NEL PENSARE IN CUI PERENNEMENTE RINASCE LA FIAMMA DELL’AMORE.
NATALE SOLARE DEL SOVRUMANO ALLORO.
MISTERO PALESE CHE LIBERAMENTE CHIUNQUE
PER ONESTA’ DI ACUME
PUO’ ATTUARE.
E CHE LIBERAMENTE – SU TUTTI- IRREVOCABILMENTE GIUNGE A RIVERBERARE.
ATTO DI LIBERTA’ COSCIENTE E SOLA MEDICINA.
AURA SOTTILISSIMA DEL PERENNE RINASCERE DI AMORE.
ORO SOLARE.
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HELIOS FK AZIONE SOLARE
http://fuocoimmateriale.blogspot.com/
http://i-semi-delle-folgori.over-blog.it/
NEL PRESEPE
I tre re Magi vanno in fila indiana
incolonnati sul termosifone:
un africano, un arabo, un caldeo.
A ruota segue un docile cammello,
portando masserizie e vettovaglie,
all’occorrenza serve da trasporto
dovesse uno dei tre venire meno,
provato dalla lunga camminata,
reggendo in mano i segni dell’ossequio:
l’incenso, l’oro e il balsamo di mirra.
In alto fa da guida la cometa
lucente nei suoi guizzi di stagnola
e avviva a tratti la scenografia
di cartapesta che non varia mai,
da secoli la stessa, ripetuta
nei soliti cliché codificati:
pastori, pecorelle, cherubini,
il ponticello a gobba di somaro,
un lago col mulino, una massaia
rubizza in viso, il cèrcine sul capo
sormontato da un cesto d’uova fresche.
E poi cafoni sparsi coi regali:
caciotte, serti d’aglio e di castagne,
mappate di leccornie e le fascine
adatte per diffondere calore
nella capanna dove il Redentore,
allo scoccare della mezzanotte,
verrà a giacere nella mangiatoia
atteso da Giuseppe e da Maria.
Conosciamo la storia e i figuranti,
il canovaccio, le battute e i tempi,
gli effetti delle luci e la regia.
Ma quello che piú incanta dell’insieme
è l’espressione d’estasi beata
che trasfigura tutti i personaggi,
rendendoli paciosi e soddisfatti,
fiduciosi dell’oggi e del domani,
sicuri che gli eventi prenderanno
la piega giusta, che realizzeranno
i sogni di ciascuno, le speranze.
Cosa distingue la cosmogonia
felice del presepe dalla nostra
di cittadini oppressi, martoriati
dalle nevrosi d’ogni tipo e grado?
Innanzitutto non ci son bandiere
che impongano la fede nazionale,
mancano i passaporti e le frontiere,
una è la lingua, uno l’ideale.
Nessuno grida “A morte!” oppure “Abbasso!”,
sono aboliti pulpiti e tribune,
blasoni, stemmi, le camicie brune
o rosse o bianche, a strisce o ricamate.
Ognuno veste come l’estro vuole,
usando stoffa semplice e colori
dettati solo dalla fantasia.
Non ci sono filosofi e maestri,
parlamentari, fiscalisti ed altri
impegnati a dividersi la torta
delle risorse pubbliche e private.
Inoltre le signore del presepe
indossano vestiti castigati,
sottane lunghe, zinaloni e cioce,
non fanno le civette coi signori,
e questi son garbati, gente a modo,
come conviene a chi sta percorrendo
la strada che conduce alla dimora
dove la Verità viene alla luce.
Questo è il presepe casalingo, un eden
montato tra il buffet e la libreria,
popolato da uomini di gesso
piú veri dei modelli in carne e ossa.
E noi che li mettiamo tutti gli anni,
ficcati nella sabbia e segatura,
in fondo ne invidiamo la ventura
di credere nell’astro che dal cielo
rischiara il buio per i loro passi,
e il mondo inerte libera dal gelo.
Fulvio Di Lieto
F. Di Lieto, Spazi di fuga, Ed. Il Ventilabro, Roma 1994
(NATIVITA’ – acrilico su tela di Giuseppe Solimando)
“La Scienza dello Spirito e’ chiamata ad imprimere sempre piu’ profondamente nei cuori e nelle anime degli uomini il significato del simbolo dell’albero di Natale.”
Steiner vide il terreno dal quale sarebbe nato l’albero, il suo simbolo, nell’impulso che Taulero diede alla Cristianita’ del suo tempo, con numerose immagini, “colme di bellezza e solennità”, a Strasburgo: con i suoi sermoni di Natale questo mistico pronuncio’ la “piu’ profonda saggezza”.
Nel 1642 si ebbero le notizie del primo albero di Natale apparso in una casa tedesca a Strasburgo.
Secondo R.S. nel simbolo dell’Albero Natale dobbiamo vedere il simbolo di quella luce che deve scaturire dalla nostra anima e che sara’ mezzo per conseguire la nostra immortalita’ nella esistenza spirituale, nel passaggio dalla fratellanza di sangue alla fratellanza spirituale, che lo stesso Cristo dalla Croce affido’ a sua Madre e a Giovanni.
Non e’ un caso, continua il Dottore, che questo simbolo sia nato recentemente, le ragioni spirituali di cio’ possono sfuggire ad una esamina esteriore, ma esse giacciono in profondita’.
Albero di Natale: “costume universale e fonte di gioia…Scaturito da un profondo impulso spirituale che, invisibile, conduce gli uomini. Espressione esteriore della luce interiore che deve brillare nel mondo.”
“L’antroposofia deve rivestire d’oro l’esteriore tradizione dell’Albero di Natale divenuta cosi’ materialistica, deve essere saggezza attiva, donare agli uomini luce e calore.”
Steiner nella corrispondente conferenza inserisce anche riferimenti all’Albero della vita e a Goethe.
Alla fine, mi viene spontaneamente da concludere che probabilmente, essendo questo simbolo nato in Europa, e piuttosto recentemente, esso possa essere una prova e simbolo dell’inizio della rinascita della Spiritualita’ degli uomini, compito affidato all’Occidente.
Un augurio che la nostra luce spirituale, nell’accogliere l’Essere Antroposofia, la Divina Iside-Sophia e il Cristo Vivente, possa destarsi ed adornare d’Oro …tutti i mondi.
*
Queste tre nascite del Signore vengono celebrate nelle tre sante Messe.
La prima Messa si celebra nella notte oscura ed inizia con le parole: “Il Signore mi disse: Figlio mio oggi ti ho generato”.
Questa Messa tratta della nascita nascosta che avvenne nell’oscuro della sconosciuta divinità.
La seconda Messa inizia con le parole: “Oggi la luce risplenderà sopra di noi”. E celebra lo splendore della natura umana divinizzata, parte nel buio e parte durante il giorno, poichè questa nascita era solo in parte conosciuta.
La terza Messa si celebra con il chiarore del giorno e comincia con queste parole: “Un bambino è nato in noi e un figlio ci è stato dato”. In essa si simbolizza l’amata nascita che avviene e deve avvenire in ogni anima buona e santa, solo se questa saprà rivolgersi ad essa con attenzione e amore, poiché se quest’ anima vorrà sperimentare e sentire in sé tale nascita dovrà farlo rivoltando e raccogliendo tutte le sue forze.
In questa nascita nell’anima, Dio diventa così aderente ad essa che sembra mai fosse altra cosa più propria. La Sacra Scrittura dice: “Ci è nato un bimbo, ci è stato dato un figlio. Egli è nostro, più proprio di ogni altra cosa propria, egli nasce in noi ininterrottamente”. Di tale nascita a cui si riferisce l’ultima Messa vogliamo parlare per prima.
Se vogliamo che questa nobile nascita avvenga in noi nel modo più fruttuoso dobbiamo apprendere dalla prima nascita paterna, quando il Padre genera il suo Figlio nell’eternità.
Infatti, per la sua infinità bontà Dio non poteva chiudersi in se stesso ma doveva diffondersi e comunicarsi.
Come dicono Boezio e Agostino, la qualità e la natura di Dio è quella di diffondersi, così il Padre si è effuso nella processione delle persone divine e poi si è diffuso nelle creature.
Sant’ Agostino ha detto che “noi esistiamo perché Dio è buono e tutto quello che le creature hanno di buono deriva solo dalla bontà essenziale di Dio”…..
…La compiacenza di Dio si effonde in un amore ineffabile che è lo Spirito Santo, così Dio resta in se stesso esce da sé e vi rientra…Il corso dell’uomo come il corso del cielo sono i più nobili ed i più perfetti, in quanto ritornano alla propria origine. La proprietà che il Padre ha di entrare in sé e di uscirne, la deve avere in sé anche l’uomo che vuol diventare una madre spirituale di questa nascita divina.
(…) Deve avvenire un energico rientro, una riparazione, un raccoglimento interiore di tutte le facoltà, le superiori e le inferiori, e deve esserci una concentrazione da ogni dispersione, così come tutte le cose unite sono più forti (…), come tutti i rami escono fuori dal fusto dell’albero, così tutte le facoltà sensibili, concupiscibili e irascibili, sono unite alle superiori nel fondo dell’anima: questo è il rientrare.
Se deve esserci allora un’uscita, cioè un’elevazione al di fuori e al di sopra di se stessi, noi dobbiamo rinunziare ad ogni nostro volere, desiderio ed azione; non deve restarci che una nuda e pura intenzione di Dio e assolutamente nulla del nostro essere, divenire e guadagno, ma solamente un appartenergli, un fargli posto nella parte più elevata e più intima, affinché Egli possa realizzare in noi la sua opera e non venga da noi ostacolato nella sua nascita. Perché quando due devono diventare uno, uno deve comportarsi da paziente, l’altro da agente.
Se il mio occhio deve percepire le immagini sulla parete o vedere qualunque altra cosa, deve essere privo di ogni altra immagine, perché se avesse innanzi a sé un solo colore, non vedrebbe più alcun altro colore; o se l’orecchio percepisce un tono, non può sentirne bene un’altro. Qualsiasi cosa deve ricevere
Dev’essere vuota, libera e sgombra. A questo riguardo Sant’ Agostino dice: “Vuotati, perché possa essere riempito; esci per poter entrare”. E in un altro luogo: “O tu, nobile anima, o nobile creatura, perchè vai a cercare fuori di te Colui che è interamente, in tutta verità e nudamente in te; e dal momento che sei partecipe della natura divina, cosa ti importa di tutte le creature o cosa hai da fare con esse.“Se l’uomo preparasse così il posto, il fondo, non c’è alcun dubbio che Dio dovrebbe riempirlo completamente pure se dovesse rompersi il cielo per ricolmare il vuoto”. Dio non lascia le cose vuote, sarebbe contrario a tutta la sua natura ed alla sua giustizia.
Perciò è molto importante che tu taccia, così sentirai parlare il Verbo in te. Ma sii certo che se tu vuoi parlare Egli deve tacere. Non si può servire meglio il Verbo che tacendo e ascoltando. Se gli farai posto uscendo completamente egli entrerà interamente, perchè né meno né più di quanto tu esci egli entra. Quando Dio, nel primo libro di Mosè comanda ad Abramo di allon¬tanarsi dal suo paese e dalla sua parentela perché gli voleva mostrare ogni bene. Ogni bene è questa divina nascita che da sola comprende ogni bene. Il suo paese e la sua terra, da cui doveva uscire, simbolizza il corpo con tutte le sue concupicenze e disordini; per parentela s’intende l’inclinazione della facoltà sensibili e le loro fantastiche illusioni che attirano il corpo e lo trascinano, arrecandogli le agitazioni del piacere e del dolore, della gioia e della tristezza, del desiderio e del timore, dell’inquietudine e della leggerezza. Da tale famiglia, che è la parentela più prossima, vi si deve uscirne del tutto se si vuole il bene di questa nascita…Cristo ha detto: “Chi per amor mio lascia padre, madre e campi, riceverà in cambio il centuplo e in più la vita eterna” (Mt 19,29)…
…Sant’Agostino ha detto: “Maria fu molto più felice perchè Dio nacque spiritualmente nella sua anima, che non per il fatto che nacque fisicamente da lei”.
Chi ora vuole che questa nascita avvenga nobilmente e spiritualmente nella sua anima, come nell’anima di Maria, deve prestare attenzione alle qualità che aveva in sé la santissima Maria, che fu madre fisicamente e spiritualmente. Ella era una casta ancella, ed era una vergine fidanzata e viveva ritirata, separata da tutto, quando l’angelo si recò da lei.
Così pure deve essere una madre spirituale di questa nascita di Dio: dev’essere una vergine casta e pura. Se ha perduto qualche volta la purità, deve riacquistarla e così ridiventa pura e verginale. …Questa vergine deve vivere in ritiratezza; tutti i suoi pensieri, i suoi costumi, il suo comportamento devono essere interiori, così ella porta molto frutto, un grande Frutto, Dio stesso, il figlio di Dio, il Verbo di Dio che è e porta in sé ogni cosa.
Maria era una vergine promessa; anche la nostra vergine dev’essere promessa, secondo l’insegnamento di san Paolo. Tu devi immergere la tua volontà mutevole nella volontà immutabile di Dio, affinché la tua debolezza venga sostenuta.
Come Maria era una vergine ritirata, così deve essere ritirata la serva di Dio, se vuole sperimentare in sé questa nascita, astenendosi non solo dalle uscite materiali che talvolta appaiono dannose, ma pure dalla pratica sensibile della virtù. Deve cioè fare calma e silenzio in se stessa, chiudersi in sé, nascondersi e occultarsi dai sensi nello spirito; sfuggire spesso ad essi e realizzare in se stessa un silenzio, una pace interiore…
…Quando c’è un vero silenzio, allora si sente veramente il Verbo: perchè se Dio deve parlare tu devi tacere; se Dio deve entrare tutte le cose devono uscire. Quando nostro Signore Gesù Cristo entrò in Egitto, tutti gli idoli che erano nel paese caddero a terra; sono i tuoi idoli (nonostante ti dimostri buono e santo) che impediscono la vera e immediata entrata della nascita eterna del Cristo.
Nostro Signore Gesù ha detto: “Io sono venuto a portare una spada per tagliare tutto ciò che appartiene all’uomo, madre sorella, fratello; perché, quello che ti è intimo, è il tuo nemico, perché la molteplicità delle immagini che nascondono e velano in te il Verbo, impediscono questa nascita nella tua anima. (…)
Che tutti possano preparare un posto in se stessi a questa nobile nascita, così da diventare una vera madre spirituale. Che Dio ci aiuti. Amen.
“Il sermone di Natale” di Giovanni Tauler
LE TREDICI NOTTI SANTE
Due domande a Massimo Scaligero.
Trascrizione di alcuni estratti di conferenze del dicembre 1979.
*
“Le tredici notte sante”: vuoi parlarcene?
Questo periodo è una tradizione ormai per noi, una conoscenza che ci viene dalla Scienza dello Spirito: dal 25 dicembre al 6 gennaio, l’Epifania.
Sono 13 notti in cui c’è una situazione particolare del corpo eterico dell’uomo; perchè noi ogni notte abbiamo l’esperienza del mondo spirituale però non ce lo ricordiamo, il corpo eterico è troppo risonante delle impressioni del giorno e quindi è difficile che riesca a raccogliere il messaggio della notte, nel momento in cui c’è il sonno profondo senza sogni, che dura una ora e mezza due, anche qualcosa di più, ed è il vero sonno perchè il resto è tutto regalato .
Ora, in queste tredici notti, c’è la possibilità per il corpo eterico di una risonanza verso il mondo spirituale…. della quale……..veramente si trova l’Io…, quindi il mondo spirituale stesso…: per dare qualche orientamento, qualche intuizione, qualche direzione, e il periodo è piuttosto particolare perché ci sono diverse condizioni cosmiche, diverse condizioni particolari della terra che rispondono a un momento delicatissimo del cosmo, perché nel solstizio d’inverno il respiro della terra raggiunge il massimo della interiorità, si concentra verso il centro e quindi c’è un momento di stasi prima della ripresa della espirazione che raggiunge il massimo nel solstizio d’estate.
Allora in quella sospensione, in quel momento, che del resto basta non esser troppo presi dalle feste esteriori del Natale per accorgersene perche’ c’e’ veramente un momento di grande calma anche nella natura…._ potrebbe anche venire una tempesta, in questi giorni ormai tutto e’ possibile… – però per solito sono sempre giorni di una grande pace della natura, e c’è l’eco “pace in terra..” ect , e del canto dei Re Magi, in cui c’è l’eco della cantica del Buddha …. Quindi e’ un’occasione grandiosa, per cui se uno di noi riesce a entrare nel sonno con una certa apertura può veramente sentire questo dono e giovarsene.
Non crediamo di dover aggiungere altro perchè è tutto qui.
Cioè si potrebbe dire molto dal punto di vista della significazione cosmica di questo ma è sufficiente richiamare la condizione dell’anima a questo momento particolare del passaggio dal trattenimento massimo del respiro all’inizio di una nuova respirazione della terra che si esprimerà, comincerà ad esprimersi, con la primavera…
*
La corrente eterica che unisce la testa con il cuore e poi con il centro della volontà nel plesso solare può essere messa in relazione con la possibilità spirituale che in queste notti sante si ha di avere un contatto con il mondo spirituale?
Questo senz’ altro.
Ne abbiamo parlato l’altra volta. Possiamo ripetere questo.
In queste notti noi abbiamo una maggiore mobilità, una maggiore disponibilità del corpo eterico in rapporto alle esperienze della notte, ogni notte noi abbiamo un rapporto purissimo col mondo spirituale, che dura …. in quel periodo in cui non abbiamo assolutamente sogni …ossia una ora e mezza .. .due, dopo cominciano i sogni, il vero riposo avviene in quelle due ore.
In quelle due ore noi siamo veramente nel mondo spirituale, lo siamo ma ciascuno in forma diversa perché c’è un rapporto con le gerarchie, coi mondi spirituali, rapporto che il quel momento subisce tutte le conseguenze dei contenuti della giornata e avviene che uno abbia una delusione oppure una critica, che abbia un rapporto col mondo spirituale che la coscienza inferiore si rifiuta di accogliere mentre chi ha, chi fa un lavoro interiore, ha la possibilità di sentire con grande intensità, quindi anche con dolore, il risultato di questo confronto della propria anima col mondo spirituale perché questo poi sarà rivissuto dopo la morte.
Ora capita che degli esseri molto poco evoluti abbiano per esempio dei sogni bellissimi mentre degli esseri che fanno un lavoro spirituale veramente serio abbiano dei sogni terribili.
E quindi quasi sembra che essi siano colpevoli e quegli altri no, invece è il contrario.
Non ci dobbiamo mai spaventare se abbiamo dei sogni terribili, è un buon segno, è segno che meritiamo di capire in quale zona ci muoviamo e quali forze dobbiamo attingere in noi per affrontare certi ostacoli che si presentano sotto forma di sogno, ma per il fatto che prima nello stato di sonno senza sogni noi abbiamo attinto al puro spirituale, abbiamo attinto all’io superiore.
Ora in queste notti però c’è una specie di tregua per tutta l’umanità, questo è veramente un dono del Cristo, si può dire la strenna della Befana, il dono che ci viene fatto, se l’umanità potesse in questi giorni fare, seguire il Natale con sincerità, e non ridurlo a una specie di festa di famiglia con bei pranzi e poi scambi di doni e basta, ma invece riuscisse a sentire il Natale come quello che è, non ci sarebbe da aggiungere nulla.
Fare silenzio in sè, calma, per far risonare il momento del Natale che è; queste ore qui…., in queste ore la percezione spirituale funziona da sé, ma in questi giorni avverrà, avviene sempre…
Allora: avviene che durante la notte noi possiamo avere aiuti, nel senso che la visione del sogno riflette con una certa immediatezza, con una certa fedeltà, il contenuto spirituale che noi attingiamo nelle prime ore di sonno senza sogni.
E certo bisogna essere lì sul varco .. bisognerebbe addormentarsi in un certo modo e poi durante il giorno bisognerebbe essere molto memori, memori di quello che è il senso potente del Natale.
Il solstizio di inverno è un momento di pace universale anche astronomicamente, è un momento di stasi della natura in cui tutto sembra si sia fermato e che debba nascere qualcosa di grandioso, e nasce ogni volta, bisogna accorgersene.
Non è nelle mie abitudini entrare in discussione con persone, i cui metodi sono palesemente sleali e in pessima fede, perché lo ritengo moralmente improduttivo e, sotto ogni aspetto, totalmente inutile. Al massimo posso trovare divertente rileggere nelle ore notturne dedicate alla mia dolcissima insonnia, quanto di comico viene scritto da coloro non solo non hanno amore per la verità, ma credono altresì di avere a che fare con dei tonchi totali.
Infatti ci è capitato di leggere che, in un qual certo sito nel quale, coloro che vorrebbero snaturare e corrompere la Scienza dello Spirito attraverso un processo di cattolicizzazione strisciante abbastanza palese, vengono a dire a quelli che da oltre quattro decenni seguono con amore, ardore e disciplina, la Via Solare indicata da Massimo Scaligero, che tali discepoli – i quali Massimo Scaligero lo hanno davvero incontrato e ascoltato centinaia di volte, per anni hanno meditato con lui, ne hanno ritualmente (ossia meditativamente e non intellettualmente) studiate con dantesco e virgiliano amore l’Opera – di lui e del Maestro dei Nuovi tempi non avrebbero capito un bel niente e per di più, per la loro intransigenza ideale e ascetica, sarebbero proprio dei ‘bambini cattivi e discoli’, mentre per fortuna ora arrivano loro ad apportarci il verbo salvifico e correttore di tanta nequizia, che la Potenza Straniera d’Oltretevere si degna di ammannire generosamente all’esoterico popolo catecumeno.
Naturalmente, noi rimaniamo stupefatti ed estasiati da cotanta «teologica» esegesi dell’Opera di Massimo Scaligero e del Maestro dei Nuovi Tempi, per cui lacrimando ci battiamo il petto, scoprendo quanta riottosa ed eretica pravità noi alberghiamo nel nostro corrotto cuore, e come coperti di sacco, a piedi nudi nella neve, ci dovremmo trascinare lacrimanti e flagellanti fin in sul sagrato della michelagiolesca basilica trasteverina, a chieder d’esser mondati e redenti di ogni nostra precedente imperdonabile colpa, anelando di esser illuminati dall’ignaziano ierofante circa supremi arcani del vero.
Peccato che in colloqui personali, e in lettere – che conservo come un piccolo personale e prezioso tesoro – Massimo Scaligero mi dicesse e mi scrivesse esattamente il contrario di quanto costoro affermano, e aggiungesse con tagliente severità: «Ricordati: prima o poi tutti i traditori dello Spirito finiscono nelle braccia della Chiesa Cattolica». Conciosiacosaché di colpo mi risveglio dalla mistica estasi e dall’ammirata stupefazione e, ritrovato sangue freddo e sguardo lucido, me ne ritorno tutto contento sui mali sentieri dell’eretica pravità. Tanto più che, nell’Ellade, la parola «hairesis» onorevolmente significava «elezione», «scelta», «preferenza» ed aveva eziandio financo il senso di «scuola filosofica»: pitagorica, platonica, stoica e così via. Solo con la venuta al potere dell’intollerante ignoranza confessionale, vittoriosa sulla Sapienza Classica, tale parola assunse un dispregiativo significato settario.
Si sa come il gregge credulone, obbediente e bene inquadrato, non debba mai prendere iniziative di sorta, non debba mai compiere autonomamente scelte di pensieri né di azioni, bensì debba incondizionatamente «credere» a ciò che gli viene prescritto di pensare dal ‘Sacro Soglio’, e debba altrettanto diligentemente «adempiere» a quei precetti emananti dal Supremo Oracolo d’Oltretevere. Disobbedire ai quali è mettere a repentaglio la salvezza eterna dell’anima immortale, e in certi periodi anche quella del corpo. Perciò è d’uopo, in tale stato di obbediente cecità, farsi mungere, tosare e peggio.
Divertente poi, è il susseguo da professorino di liceo col quale agli ostinatamente riottosi «scaligeropolitani» vien da costui rivelato che: «Il Metodo Scientifico a cui ha fatto riferimento Rudolf Steiner nella sua opera, prevede due metodologie principali: il metodo Induttivo e quello Deduttivo». Veramente, Massimo Scaligero ci insegnava come il ragionar induttivo ed eziandio quello deduttivo, siano frutto di quella impotenza conoscitiva che reclude negli angusti limiti dell’anima razionale-affettiva, paralizzando l’anima cosciente. La verità non la si scopre certo lungo le vie pedestri della cartesiana logica induttivo-deduttiva, bensì nell’intensità volitiva di un atto pensante che, «ardendo», consuma e dissolve ogni «forma» dialettica del pensare e del conoscere. La verità è lampo, è folgore che trapassa l’anima – trasformandola – e nella cosciente immedesimazione intuitiva la rende «una» con l’essenza indicibile del reale. Mentre è proprio del metodo della Potenza Straniera transtiberina offrire o una disseccata teologia razionale, fatta di dialettiche discettazioni e di casuistiche distinzioni, o – in sostituzione o a lato della medesima – porgere la pratica di una sensuale e subrazionale (meglio se collettiva) sentimentalità devozionale: ambedue nascenti dalla frattura prodottasi nell’anima tra idea e vita, tra pensiero e volontà. L’asciutta – e temuta – disciplina della concentrazione è la terapia – l’unica, ma assolutamente necessaria e in sé sufficiente – che possa rimarginare una tale frattura e scissura dell’anima, laddove i metodi propugnati e predicati dalla suddetta Potenza Straniera d’Oltretevere coltivano e ampliano assai tale frattura e scissura.
La Scienza dello Spirito è fondata sulla sovrarazionale esperienza del pensiero vivente, conseguente alla pratica radicale della concentrazione e della meditazione secondo il canone indicato dalla Via Solare, e non sulla frantumazione logico-razionale propria al pensiero riflesso. Il pensiero vivente non è il pensiero razionale saturato di intensa sentimentalità: è la radicale estinzione, o il «vuoto», l’annientamento che della loro disanimata forma la volontà pensante attua nel suo stesso movimento.
Comunque decenni di studio e di insegnamento scientifico mi hanno reso familiari i metodi scientifici, sia logici che sperimentali. Non aspettavo certo l’arrivo di un teologizzante catto-scientista per iniziare a conoscere i metodi dell’operare scientifico che, pur nei loro inevitabili limiti, per limpidità di procedimento e fecondità di risultati obbiettivi, giudico ben superiori ai soggettivi sogni di una farlocca teologia.
Il nostro improvvido catechizzatore, non contento della sua lezioncina, mi ammonisce ulteriormente con le seguenti rampognanti e sollecitanti parole:
«Senza entrare nello specifico, si potrebbe dire che un procedere in maniera “scientifica”, non dovrebbe avvenire attraverso anatemi e accuse, ma nel procurare le prove e le fonti di quanto si sostiene, in modo che, tutti gli interlocutori possano giungere per via propria ad una sintesi, ed essere sempre aperti a rivedere le proprie posizioni. Non aiuta la comunità dei ricercatori, il fatto che le proprie ricerche personali non siano state pubblicate. Quindi chiediamo a Hugo di pubblicare la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner».
Certo, ma come no?! Ma perché non ce lo ha detto subito: provvediamo di corsa! Siamo al supermercato dell’esoterismo: il nostro catechizzatore passa col carrello e si serve da sé: prende pelati, patate, detersivi, barattoli di marmellata, carta igienica, «mantram» e documenti storici delicati. I documenti sono a sua comodissima disposizione: bastava dirlo prima! Vuole, mentre li legge e li esamina, anche un caffè e due paste alla crema? O preferisce una cioccolata calda?
Queste sono le pretese plebee tipiche di un «parvenu» piccolo borghese! La Sapienza è per sua natura aristocratica e non plebea. A chi è degno viene donata – a chi è sinceramente amico della Sapienza, e quindi anche amico e fratello nostro – essa viene illimitatamente donata con grandissima gioia. Ma la Sapienza esige essere amata, disinteressatamente venerata e rispettata, e di conseguenza deve essere difesa dalle mani di chi si presenta sotto false spoglie, di chi un cercatore disinteressato non è, di chi nasconde, distorce, stravolge, manipola la verità, e la sfigura, «ad majorem gloriae Societatis Jesu et Romanae Ecclesiae», naturalmente.
Dubitiamo assai che il nostro catechizzatore voglia sinceramente e disinteressatamente che l’Hugo dal pessimo carattere pubblichi «la sua documentazione, così da rendere tutti in grado di formulare un corretto giudizio sugli avvenimenti del dopo Steiner». Ovverossia, dubitiamo fortemente del disinteresse, e della lealtà d’intenzione di una tale richiesta. Un amico sapiente ha insegnato ad Hugo che «i demoni della indebita curiosità devono essere fatti morire di fame». Anche perché quanto finisce nelle mani di tali molto poco disinteressati curiosi viene, appunto, poi distorto, sfigurato, manipolato, strumentalizzato, come vedo costoro già fare con le parole di Massimo Scaligero, separate dal contesto e usate in maniera irrispondente alle palesi ed espresse intenzioni di lui, per colpire proprio coloro che vogliono essergli fedeli.
La gesuitica e bolscevica arte della disinformazione è un’arte antica, nella quale la parte a noi avversa, in quasi venti secoli, ha raggiunto una rara eccellenza che, dolcemente suadendo, facilmente contagia anche molte persone in buona fede, che non verificano rigorosamente ogni volta la veridicità di affermazioni menzognere, fatte dalla parte avversa con una bronzea faccia tosta a tutta prova. E alla bisogna viene sfoderata una consumata dialettica, condita con una insinuante calunnia. Ne darò subito al candido lettore un esempio oltremodo eloquente.
Se c’è un tema al quale un lupaccio arrabbione come me è oltremodo sensibile (anche i lupacci della steppa hanno un cuore…), è quello della figura umana e spirituale di Marie Steiner-von Sivers, la compagna, la infaticabile ed abile collaboratrice, la fedele e coraggiosa continuatrice dell’Opera di Rudolf Steiner, opera ch’ella difese contro le ambizioni, le distorsioni, le volontà di strumentalizzazione, di saccheggio e di affossamento di tanti sedicenti antroposofi, indegni di tal nome e traditori. Ora nel suddetto sito qualcuno – grande ammiratore e difensore della ‘grandezza’ e della ‘moralità’ gesuitica – arriva a scrivere:
«… come non capisco il parlare di “fedeltà a Steiner” (almeno si dovrebbe dire Rudolf Steiner): che io sappia, da vero scienziato, Rudolf Steiner non chiedeva di essergli “fedele”, che mica fondò una chiesa: figuriamoci se lui non apprezzava che chiunque non condividesse ciò che “proponeva” se ne andasse per la sua strada. Penso che da buon ex-anarchico la sua simpatia si volgesse agli spiriti ribelli che accoglievano e maturavano da soli le loro convinzioni piuttosto che a coloro che lo seguivano ciecamente, o quasi (ipse dixit).
Sembra che chi ha conosciuto l’antroposofia e poi l’abbandona in toto o in parte sia un rinnegato, un eretico, uno spergiuro… questo non è un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente.
Un’ultima cosa, giacché ci sono, e già che si citano altri forum:
a proposito della cacciata di Ita Wegman, ciò che ho letto io tempo fa (preciso che non saprei più indicare dove) è che non fu Marie Steiner a vivere la vicenda in stato sognante ma bensì Albert Steffen, che non seppe tenere la situazione in pugno e lasciò fare, appunto, alla vedova di Steiner».
Eccone, appunto, un altro che, a partire dalla – da lui molto laudata – a noi avversa parte cattolica, viene a dirci come ci si deve comportare per essere dei ‘bravi bambini’, ed attuare «un atteggiamento consono a chi vuole coltivare l’anima cosciente» e che, dopo un tale predicozzo moralista e virtuista, insinua la sporca menzogna che sia stata Marie Steiner a cacciare Ita Wegman dal Comitato Direttivo e dalla Società Antroposofica. Ciò è assolutamente falso. E costui ha anche l’impudenza di precisare pure di «non sapere indicare dove» egli abbia letta una cosa del genere. Ma intanto, sottilmente insinua in chi legge il veleno della calunnia. E concede pure le attenuanti generiche – per incapacità mentale di intendere e di volere – ad Albert Steffen, il quale fu, invece, l’unico autore e fattivo attore della cacciata di Ita Wegman.
E non è neppure vero che Rudolf Steiner non abbia mai chiesto a qualcuno fedeltà nei propri confronti. Vi è infatti la testimonianza – tra le altre – di Paolo Gentilli, il quale di fronte all’arrogante ambizione, ai tradimenti di Albert Steffen, si richiamò alla fedeltà che il Dottore gli chiese personalmente in un colloquio avvenuto all’atto del suo accoglimento nella Classe Esoterica. Paolo Gentilli dette questa testimonianza in un resoconto, che fu trascritto e pubblicato numerose volte. Io ricevetti direttamente da Massimo Scaligero una copia dattiloscritta di quel resoconto.
Purtroppo, l’insinuazione menzognera viene in buonissima fede confermata, da un interlocutore – amico della nostra buona causa, e non nemico – che risponde al suddetto infido insinuatore, e che senza controllare fonti e testimonianze arriva a scrivere:
«Veniamo alle cose più serie : la vicenda tristissima del “dopo Steiner”.
Li ci fu, in un primo momento, l’allontanamento del gruppo “Wegman-Stein-Kolisko” voluto sia da Marie che da Albert Steffen. In un secondo momento Steffen “si liberò” anche della Vedova Steiner, concentrando il “potere” nelle sue mani e cercando di esautorare Marie da qualsiasi gestione delle cose lasciate dall’Iniziato Solare.
Questi i nudi ed esteriori fatti».
Purtroppo le cose non stanno affatto così. Come dice Rudolf Steiner in GA 192 p. 319: «È necessario chiamare menzogna la menzogna». Altrove egli dice addirittura che la menzogna deve essere bollata a fuoco, che non bisogna mai lasciarle spazio all’interno della comunità spirituale, perché agirebbe in maniera dirompente con tutta la sua potenza corruttrice e distruttrice. Non si può essere complici di essa, colludere per una sorta di buonismo in stile «new age» con autentiche menzogne, consapevolmente messe a giro per fuorviare ed ammalare le anime. Infatti, non è in questione il rispetto dovuto a chi in buona fede, dopo aver conosciuto la Scienza dello Spirito, muta le sue convinzioni e si allontana dal sentiero indicato dal Maestro dei Nuovi Tempi. Possiamo non condividere le sue nuove convinzioni, ed anche deplorare una scelta che riteniamo errata, così come lui può ritenere errate e deplorare a sua volta le nostre scelte e le nostre convinzioni. La questione bruciante è nei confronti di chi pretende di imporsi nel movimento spirituale antroposofico, con duplicità di comportamento, con inconfessabili riserve mentali ed oblique intenzioni di azione, con doppiezza animica, con menzogna e ipocrita simulazione, al fine di deviare il movimento spirituale, di inquinarlo, di paralizzarlo, di condurlo dove non vuole e non deve andare. Ma questo, riguardando la figura di Valentin Tomberg e i suoi seguaci, lo affronteremo un’altra volta. Ora ci limiteremo a difendere doverosamente la figura umana e spirituale di Marie Steiner.
Un amico di Hella Wiesberger, Georges Ducommun, limpido traduttore di molte opere di Rudolf Steiner in francese, e coraggioso testimone della verità a proposito delle tristi vicende del movimento antroposofico, prima di morire fece una serie di conferenze nelle quali mise in evidenza tutta intera la perfidia dell’operare di Albert Steffen, come vedremo tutt’altro che sognante, nel gestire con machiavellica abilità tutta la vicenda della cacciata di Ita Wegman e degli amici di lei. Quelle conferenze, rielaborate, sono il tema di un piccolo ma denso libro dal titolo «Il Convegno di Natale 1923-1924… e dopo…», nel quale il suo autore così scrive:
«Albert Steffen non s’impegna che molto prudentemente nel conflitto latente, è sempre più apprezzato dai membri, molto più come scrittore e poeta che come Presidente nel quale egli sembra giuocare un ruolo ponderatore. Nondimeno, saturati dalle agitate dispute incessanti nella Società, alcuni membri dei paesi nordici suggeriscono di affidare ad Albert Steffen i pieni poteri. L’interessato non vi si oppone ed è persino favorevole ad una modifica degli statuti che dica ch’egli sia il solo autorizzato a firmare le domande di adesione dei nuovi membri. Ciò vuol dire al tempo stesso ch’egli può rifiutare la sua firma a candidati presentati da Ita Wegman. A ciò si aggiunge a partire dal 1930 il fatto che Albert Steffen si mette a militare per l’applicazione del «metodo giusto» nel lavoro antroposofico, cioè il suo. Questa campagna è destinata ad avversare il lavoro che viene fatto presso gli amici di Ita Wegman. La pressione si accentua col fine di escludere Ita Wegman dagli affari della Società. Circolano racconti tendenziosi e falsificati riguardo alle attività raggruppate attorno a Ita Wegman. Gli amici di questa reagiscono mettendo in dubbio l’integrità di Albert Steffen nella conduzione degli affari della Società.
L’assemblea generale dell’aprile del 1935 conosce una preparazione strana. Nel febbraio viene messo in circolazione un memoriale di 150 pagine (detto «Denkschrift») sugli avvenimenti nella Società antroposofica degli anni tra il 1925 e il 1935. Esso enumera alla rinfusa i pasticci, gli errori, le macchinazioni, giustificate o inventate, che possono essere rimproverati a Ita Wegman e ai suoi amici. Questo documento riferisce altresì le ferite patite da Albert Steffen in seguito alle osservazioni critiche o scortesi fatte nei suoi confronti. Al tempo stesso egli viene presentato come la guida esoterica ideale per la Società antroposofica. Il clima nel quale si svolgerà l’assemblea sembra ben orchestrato in anticipo!
Sorvoliamo sui dettagli dei dibattiti spesso concitati tra i partigiani del Comitato diretto da Albert Steffen e i partigiani degli altri due membri del Comitato direttivo. Sapendo perfettamente che maggioranza dei membri condivide la sua visione delle cose, Albert Steffen propone una conclusione dei dibattiti «mirata».
Ferito dalle critiche al proprio riguardo avanzate da una minoranza, egli dichiara:
«O voi mi considerate come escluso dalla mia funzione di Presidente, oppure allora voi concludete che, tenuto conto delle circostanze presenti, le altre personalità (Ita Wegman e Elisabeth Vreede) sono escluse di fatto!».
Il voto è significativo: 1691 sostengono l’azione di Albert Steffen, 76 sono contrarie, 73 si astengono.
Consideriamo questo:
assistiamo al fatto straordinario che un membro del Comitato direttivo esoterico, il suo Presidente, incita l’assemblea generale a pronunciare l’esclusione di altri due membri che erano stati egualmente designati da Rudolf Steiner a far parte di quel Comitato esoterico. Ora la faccenda si svolge mentre ci si rende conto che è un’assemblea di carattere democratico (quella della Società) che prende una decisione riguardante la realtà esoterica, e che il gran numero dei membri presenti non hanno conosciuto il Convegno di Natale, e non ne sanno granché poiché nel 1935 il testo del Convegno di Natale non era stato ancora pubblicato. Non lo sarà che nel 1944.
Ecco dunque l’immagine della Società antroposofica dieci anni dopo il Convegno di Natale!
Non posso terminare questo breve racconto senza menzionare l’intervento storico del conte Polzer-Hoditz col quale Rudolf Steiner aveva intrattenuto stretti legami di fiducia e di amicizia. Nel corso di quell’assemblea generale egli tentò invano di ricondurre i protagonisti alla ragione ricordando la posta in giuoco del Convegno di Natale. Le sue considerazioni coraggiose e di alto livello rimasero senza effetto, poiché dalle due parti le posizioni erano definitivamente crisallizzate.
Sappiamo inoltre che nel quadro della Libera Università di scienza dello spirito, il conte Polzer-Hoditz era stato designato da Rudolf Steiner da Rudolf Steiner come lettore della Classe. Come «ringraziamento» per il suo intervento in occasione dell’assemblea del 1935 il Comitato direttivo gli ritirò l’autorizzazione che Rudolf Steiner gli aveva dato.
Ecco ancora un fatto strano: sino al 1985 (ottantacinque!) il Comitato direttivo della Società antroposofica universale ha impedito la pubblicazione dell’intervento di Polzer-Hoditz nel 1935.
Terminiamo questo racconto del decennio 1925-1935 indicando che nel 1948, poco tempo prima della morte di Marie Steiner, e su sua proposta, la Società antroposofica ha riconosciuto che la destituzione di Ita Wegman e di Elisabeth Vreede era stata un errore. La decisione del 14 aprile 1935 venne allora annullata. Quanto al «Denkschrift» caratterizzato con il suo deplorevole livello di foglio di combattimento, esso non venne mai smentito ufficialmente, ma semplicemente ritirato dalla circolazione nel 1949…».
Come si vede a compiere tutta la machiavellica opera di esclusione di Ita Wegman e Elisabeth Vreede, membri del Vorstand, ossia del Comitato direttivo della Società Antroposofica, e dei loro amici, fu unicamente proprio Albert Steffen. L’insinuazione bugiarda di una volontà colpevole di Marie Steiner nella vicenda dell’esautorazione e della espulsione della Wegman e della Vreede, la demolisco subito.
Nel medesimo scritto, vi è una post-fazione di Conrad Schachenmann, un amico di lunga data della fedele cerchia di Marie Steiner, il quale con poche parole precisa che:
«Il mio amico Georges Ducommun ed io stesso abbiamo assistito con una sofferenza quasi identica allo svolgimento della storia della Società antroposofica. Posso così identificarmi con la descrizione ch’egli ne dà qui. Mi identifico ugualmente con la maniera in cui egli l’ha fatta, descritta con una fine sensibilità dal Dottor Hériard Dubreuil.
Mi sembra utile aggiungere tre precisazioni che possono permettere di illuminare maggiormente ciò che è successo.
1- La «democratizzazione» nella struttura della Società cominciò nel febbraio del 1925 quando Rudolf Steiner era sul suo letto di morte. Egli fu costretto a sottoscrivere una nuova formulazione degli statuti sotto la pressione di certe persone. Günther Wachsmuth giuocò il ruolo di autentica «eminenza grigia» dietro Ita Wegman e Albert Steffen, cosa che ebbe una ripercussione pure sui tragici eventi ulteriori. (Documenti d’archivio).
2- In occasione dell’assemblea generale del 1935, nella quale furono escluse Ita Wegman ed Elisabeth Vreede, Marie Steiner non era presente. Ella si era rotto un braccio in tournée. Apprendendo al suo ritorno quel che si preparava a Dornach, ella ne fu profondamente infelice, ma non poté cambiare nulla in quegli eventi».
Terminiamo qui la citazione di Conrad Schachenmann, perché ciò che segue non ha rapporto diretto con la difesa di Marie Steiner-von Sivers dalla calunnia di aver lei voluto ed operato l’esclusione e l’espulsione di Ita Wegman ed Elisabeth Vreede dalla Direzione del Goetheanum e dalla Società Antroposofica, mentre abbiamo visto ch’essa fu interamente l’opera di quell’anima machiavellica di Albert Steffen. Vicenda della quale soltanto in questo articolo intendevo parlare. Ma il candido lettore non tema: gradualmente amplieremo il discorso, perché è assolutamente necessario portare una parola di verità sulle drammatiche vicende del movimento antroposofico, le quali – a mio, ma non solo mio, giudizio – costituiscono la tragedia spirituale del XX secolo.
Non m’interessa minimamente polemizzare con coloro che scientemente diffondono una tale calunnia nei confronti della fedele compagna e della massima collaboratrice di Rudolf Steiner, nonché continuatrice competente e consacrata della sua Opera. Mi interessa unicamente che amici sinceri non assorbiscano per insufficiente verifica affermazioni, che è possibile dimostrare essere false. Piano piano tirerò fuori tutto quanto possa aiutare gli amici leali e sinceri a formarsi una corretta immagine di pensiero degli avvenimenti tragici, che costituiscono la storia del movimento antroposofico. Essi mostrano eloquentemente a quali estremi ed eccessi si giunge quando, allontanandosi dalla autentica pratica interiore, ci si dà alla vanità, all’intellettualismo, alle spregiudicate macchinazioni del più sporco stile politico, alla mucillaginosa sentimentalità, all’ambizione e alla volontà di potenza. La forza della concentrazione profonda travolge e annienta ogni volta i rigurgiti dell’ego, e le suddette manifestazioni della mediocrità plebea e piccolo-borghese.
Tutti i pomeriggi, quando uscivano dalla scuola, i bambini avevano l’abitudine di andare a giocare nel giardino del Gigante.
Era un giardino spazioso e bello, con morbida erba verde. Qua e là sull’erba si trovavano bei fiori come stelle, e vi erano dodici peschi che a primavera si aprivano in delicate infiorescenze rosa e perla, e in autunno portavano ricchi frutti. Gli uccelli posati sugli alberi cantavano in così dolci suoni che i bambini solevano interrompere i loro giochi per ascoltarli. – Come siamo felici qui! – gridavano l’un l’altro.
Un giorno il Gigante fece ritorno. Era stato a far visita al suo amico orco di Cornovaglia, e si era fermato da lui per sette anni. Una volta trascorsi i sette anni aveva detto tutto quello che aveva da dire, dato che la sua conversazione era limitata, e così decise di rientrare al proprio castello. Quando tornò vide i bambini che giocavano nel giardino.
– Che cosa state facendo qui? – urlò con voce molto altera e i bambini fuggirono.
– Il giardino mio è il giardino mio, – disse il Gigante; – chiunque può capirlo, e io non permetterò che nessuno ci giochi al di fuori di me –. Così vi costruì intorno un alto muro ed espose un cartello: I TRASGRESSORI SARANNO PERSEGUITI PER LEGGE
Era un Gigante molto egoista.
I poveri bambini ora non avevano dove giocare. Provarono a giocare sulla strada, ma la strada era piena di polvere e di duri sassi, e a loro non piaceva. Solevano girovagare attorno all’alto muro quando le lezioni erano finite e parlare di quel bel giardino là dentro. – Come eravamo felici là, – dicevano l’un l’altro.
***
Poi venne la Primavera e il paese fu pieno di uccellini e boccioli. Solo nel giardino del Gigante Egoista era ancora inverno. Là gli uccelli non avevano voglia di cantare
perché non c’erano bambini e le piante si dimenticavano di fiorire.
Una volta un bel fiore mise la testa fuori dal prato, ma quando vide il cartello fu così addolorato per i bambini che si immerse di nuovo nel terreno e si rimise a dormire. Gli unici a essere contenti erano Neve e Gelo. – La primavera ha dimenticato questo giardino, – esclamarono, – e così noi vivremo qui per l’intero anno –. La Neve coprì il prato con il suo grande manto bianco e il Gelo dipinse d’argento tutti gli alberi. Poi invitarono il Vento del Nord a stare con loro e lui accettò. Era impellicciato e ululava tutto il giorno per il giardino e soffiando buttava giù i comignoli. – Questo è un ottimo posto, – diceva. – Bisogna chiedere alla Grandine di farci visita.
Così venne la Grandine. Tutti i giorni per tre ore tamburellava sul tetto del castello, tanto da rompere la maggior parte delle tegole, e poi correva tutto intorno per il giardino quanto più forte poteva. Era vestita di grigio e il suo respiro pareva ghiaccio.
– Io non riesco a capire perché la primavera stia arrivando così tardi, – diceva il Gigante Egoista mentre sedeva alla finestra a guardare il freddo giardino bianco. – Spero che ci sia un cambiamento del tempo.
Ma la Primavera non arrivò mai e nemmeno l’Estate. L’Autunno portò frutti d’oro a ogni giardino, ma al giardino del Gigante non ne portò. – È troppo egoista, – disse. Per questo motivo, là era sempre Inverno e il Vento del Nord e la Grandine e il Gelo e la Neve ballavano tra gli alberi.
***
Un mattino il Gigante se ne stava a letto sveglio, quando udì una piacevole musica. Quel suono era tanto dolce per le sue orecchie che pensò fossero i musici del Re che passavano di là. In realtà era solo un fanello che cantava davanti alla sua finestra, ma da così tanto tempo non sentiva cantare un uccello nel suo giardino che gli sembrò fosse la musica più bella del mondo. Allora la Grandine smise di danzargli sulla testa e il Vento del Nord cessò di ululare, e un delizioso profumo lo raggiunse attraverso gli scuri aperti. – Penso che alla fine sia arrivata la Primavera, – disse il Gigante; e saltò giù dal letto a guardar fuori.
Che cosa vide?
C’era una vista meravigliosa. Da un piccolo buco nel muro erano scivolati dentro i bambini, e stavano seduti sui rami degli alberi. Su ciascuno degli alberi che riusciva a vedere c’era un bambino. E ad avere di nuovo dei bambini, gli alberi erano così felici che si erano coperti di germogli e muovevano gentilmente le braccia sopra il loro capo. Gli uccelli volavano là intorno e gorgheggiavano gioiosi e i fiori occhieggiavano dal verde dei prati e ridevano. Era una bella scena, solo in un angolo era ancora inverno. Era l’angolo più lontano del giardino e là se ne stava in piedi un bimbetto. Era così piccolo che non arrivava ai rami dell’albero e gli stava girando intorno piangendo amaramente. La povera pianta era ancora coperta di gelo e neve, e il Vento del Nord le soffiava e ululava addosso. – Arràmpicati, piccino! – diceva l’Albero, e curvava i rami quanto poteva; ma il ragazzino era troppo piccolo.
E il cuore del Gigante si sciolse quando guardò fuori. – Come sono stato egoista! – disse. – Ora so perché qui non veniva la Primavera. Metterò quel povero ragazzino in alto sull’albero e poi abbatterò il muro, e il mio giardino sarà per sempre il campo di gioco dei bambini. Per sempre –. Era realmente molto dispiaciuto per quello che aveva fatto.
Così scese di nascosto le scale e aprì in silenzio la porta principale, e uscì nel giardino. Ma quando lo videro, i bambini ne furono così spaventati che scapparono via e nel giardino ritornò inverno. Solo il bambinetto non scappò, perché aveva gli occhi così pieni di lacrime che non vide il Gigante avvicinarsi. E il Gigante gli girò dietro pian piano, lo prese in mano delicatamente e lo posò sull’albero. E l’albero si mise di colpo a fiorire, e gli uccelli vennero a cantare là sopra e il bambinetto distese le braccia e cinse il collo del Gigante e lo baciò. E gli altri bambini, quando videro che il Gigante non era più cattivo, ritornarono di corsa, e con loro arrivò la Primavera. – Ora è il vostro giardino, bambini, – disse il Gigante, e prese una grande scure e buttò giù il muro. E a mezzogiorno, quando stava andando al mercato, la gente trovò il Gigante che giocava con i bambini nel giardino più bello che avessero mai visto.
Giocarono per tutto il giorno e alla sera ritornarono dal Gigante per salutarlo.
– Ma dov’è il vostro piccolo compagno? – egli disse. – Il bambino che ho messo sull’albero –. Il Gigante voleva bene più a lui perché l’aveva baciato.
– Non lo sappiamo, – risposero i bambini. – È andato via.
– Dovete dirgli di stare tranquillo e venire domani, – disse il Gigante. Ma i bambini dissero che non sapevano dove abitasse e prima non l’avevano mai visto; e il Gigante si sentì molto triste.
Tutti i pomeriggi, finita la scuola, i bambini venivano a giocare con il Gigante. Ma il bambinetto a cui il Gigante voleva bene non fu mai più rivisto. Il Gigante era molto cortese con tutti i bambini, ma desiderava quel suo primo piccolo amico e spesso parlava di lui. – Come mi piacerebbe vederlo! – soleva dire.
***
Passarono gli anni e il Gigante diventò molto vecchio e debole. Non poteva più giocare e così stava su un seggiolone a guardare i bambini che giocavano, e ammirava il suo giardino. – Ho molti bei fiori, – diceva, – ma i bambini sono i fiori più belli.
Una mattina d’inverno guardò fuori dalla sua finestra mentre si stava vestendo. Ora non odiava più l’Inverno perché sapeva che era solo la Primavera addormentata e che i fiori stavano riposando.
All’improvviso si strofinò gli occhi per lo stupore e rimase a guardare… a guardare… Era certo una visione meravigliosa. Nell’angolo più lontano del giardino c’era un albero tutto coperto di belle gemme bianche. I suoi rami erano tutti d’oro e ne pendevano frutti d’argento, e là sotto c’era il ragazzino a cui aveva voluto bene.
Il Gigante scese con grande gioia per le scale e uscì nel giardino. Si affrettò ad attraversare il prato e si accostò al fanciullo. E quando gli fu vicino, diventò rosso in volto per l’ira e disse: – Chi ha osato ferirti? –. Perché sulle palme delle mani del fanciullo c’erano i segni di due chiodi, e i segni di due chiodi erano pure sui piccoli piedi.
– Chi ha osato ferirti? – gridò il Gigante. – Dimmelo, che io possa sguainare la spada e ucciderlo.
– Ma no! – rispose il fanciullo. – Queste sono le ferite d’Amore.
– Chi sei tu? – chiese il Gigante. Una strana paura lo invase ed egli cadde in ginocchio davanti al fanciullo.
E il fanciullo sorrise al Gigante e gli disse: – Tu mi hai fatto giocare una volta nel tuo giardino, oggi verrai tu con me nel mio, che è il Paradiso.
E quando quel giorno i bambini corsero là, trovarono sotto l’albero il Gigante che giaceva morto, tutto coperto di petali bianchi.
Oscar Wilde
—
Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché ci sono pure coloro ai quali si attorcigliano le budella se leggono la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così saranno più tranquilli e diverranno più buoni.
Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali inferiori.
Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo – già a quel tempo – il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre.
Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.
Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.
Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita…purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.
E’ un problema grave parlare di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o carenza di tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?
Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo.
Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane generali e gli spiriti che spingono le tendenze modaiole del tempo.
Prendiamo ad esempio il primo dei cinque ausiliari, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).
Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”
Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”
Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.
I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.”
Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero li chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.
Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).
Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.
Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.
Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).
Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.
Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto” oppure una “zona di Silenzio” immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.
A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.
Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.
Il ricercatore, se operativo, vive, almeno qualche volta, in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che alla contingente inessenza delle fugaci, edulcorate passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.
Avete letto? Parlo dei “cinque” esercizi poiché, un tempo si parlava così: sembra strano ma è già un sintomo. Poiché un tempo, quando gli antroposofi facevano davvero gli esercizi, sapevano, per diretta esperienza che il sesto si attuava praticamente da sé. E l’abitudine invalsa ora di definirli come “sei” è certo una cosa filologicamente molto corretta, specie se gli “esercizi iniziatici” rimangono ben attaccati alle pagine dei libri…

® maramaccari / www.patamu.com marzo 2013
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Tavola II
Seconda visione della prima parte
Al centro Archetipo Divino ad opera del Cristo e della Sophia.
Sequenza delle immagini come rappresentazione dell’evoluzione cosmica terrestre e umana ad opera della Santa Sophia e delle Gerarchie Spirituali.
La Sophia elabora il piano della volontà del Padre (capo sopra)
Dalla gola della Sophia dai sette pianeti allineati (stelle) il Logos (Sole centrale) emana la sua Parola creatrice nel “vuoto” creato si riflette l’Archetipo Divino.
Le Gerarchie Spirituali (teste di animali) dalla fascia dello zodiaco (stelle intorno alla sfera rossa) accolgono il piano divino facendo fluire le loro forze e azioni dalle quattro direzioni cosmiche.
Nel primo cerchio (prima sfera di fuoco) fecondato dal calore del pensiero divino è tracciata l’orbita di Saturno
Ne secondo cerchio (sfera blu, aria) l’orbita di Giove
Nel terzo cerchio (sfera con ondulazioni,acqua) l’orbita di Marte
Nella sfera centrale dietro l’Archetipo dell’Uomo la Terra.
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Per chi volesse riprendere le fila della pubblicazione ricordiamo il link:
http://www.ecoantroposophia.it/2013/11/art…-maria-maccari/
Troverete inoltre e comunque tutto il materiale relativo a questa artista nella sezione categoria ” Mara Maria Maccari”
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22 agosto 1919
Affronteremo oggi un argomento del tutto nuovo sul quale vorrei darvi dei chiarimenti.
Gli spiriti umani che sono pronti per una nuova incarnazione, sono inviati in una specie di scuola, presso Maestri o Guide che sono stati loro affiancati già da lungo tempo.
Devono essere informati con precisione sullo scopo dell’incarnazione, che è imminente, e su ciò che dovranno imparare da questa nuova vita. Ogni spirito, che ha raggiunto un certo livello di evoluzione, decide lui stesso i principali avvenimenti della sua futura incarnazione.
Da quando sono qui, ho assistito frequentemente a delle preparazioni di questo genere e sono meravigliato dal coraggio con il quale gli spiriti sperano di vivere una vita terrestre complicata e piena di ostacoli. Spesso ho temuto che il loro zelo fosse troppo grande e che ne sarebbe seguita una delusione. Tuttavia mi è stato detto che, senza questo zelo forte ed entusiasta, l’evoluzione progredirebbe troppo lentamente.
Avevo anch’io sperato in una vita piena di resistenze, ma sapevo che – malgrado i macigni di cui è cosparso il cammino di coloro che sentono più profondamente, e che hanno l’ardente desiderio di essere creativi – sarei comunque andato incontro ad una vita piena di sole e ripiena d’amore. La causa di ciò si colloca in un lontano passato.
Vorreste certo sapere come si svolge il processo di incarnazione. E’ come un bagno. Lo spirito vive nell’attesa del momento, come una persona che, accaldata da un lungo lavoro, aspira ad immergersi nell’acqua fresca. Questo desiderio si accresce fino alla brama più ardente!
Lo spirito cerca la madre che ha scelto di riceverlo e non la lascia più, come se fosse legato a lei con un filo, per fare un immagine. Egli aspetta, circonda la sua futura madre con grande sollecitudine per paura che un malore possa mettere in pericolo la sua incarnazione. Poi viene il momento in cui l’embrione è pronto e, malgrado il desiderio intenso, è un momento sconvolgente e forse anche tragico perché, in quell’istante, lo spirito sente realmente ciò che significa “ritornare in un involucro fisico”…..e non è più possibile tornare indietro!
Con un grido si tuffa nei flutti e rabbrividisce, ma un solo istante; poi immediatamente dopo si dedica a sua madre per la quale egli aveva pregato e che aveva circondato con il suo amore e la sua sollecitudine. Ecco, vi ho dato una breve descrizione del processo di incarnazione.
E’ importante, particolarmente per la donna, conoscere il grande ruolo che gioca nella sua vita. Quanti peccati sono commessi in questo campo per incoscienza ed egoismo!
23 agosto 1919
Gli spiriti che desiderano vivere una vita piena di ostacoli sono coloro che hanno l’amore più profondo per l’Onnipotente e per ciò che è divino. Non avete alcuna idea di questi processi profondamente religiosi, né della sublime e potentissima direzione sotto la quale si svolgono certi avvenimenti, tra i quali per esempio ,quello della reincarnazione.
Finché la Terra sarà il centro dell’umanità che continuamente si reincarna, questo momento della vita sarà per noi esseri umani e spiriti, l’instante più importante, l’avvenimento degli avvenimenti!
Gli esseri umani non possono sapere quando arriverà il grande momento. Questo varia e dipende dal livello di evoluzione dell’Io. Le individualità con un Io molto evoluto, decidono solo all’ultimo istante di entrare nell’involucro, perché esse collaborano fino all’ultimo al lavoro che si effettua su quest’ultimo. Gli altri si legano più presto all’involucro, perché non sono in grado di interessarsi al processo.
28 settembre 1919
Oggi vorrei raccontarvi una scena interessante alla quale ho assistito.
Prendevo parte ad una festa d’addio per l’imminente incarnazione di uno spirito evoluto.
Egli si teneva coscientemente sulla soglia della discesa e voleva ancora istruirci, mostrandoci lo svolgimento del processo attraverso il quale un tempo passeremo anche noi.
All’inizio lo spirito inizia a distaccarsi dal suo mondo di quiete e di pace, rivestendosi per suo proprio sforzo, della sostanza delle sfere la cui densità aumenta gradualmente.
Questo processo è paragonabile a quello del bruco che sta tessendo il suo bozzolo. Egli raggiunge così il primo gradino della scala che lo conduce verso il basso e annoda delle relazioni. Tutto affluisce a lui e lo influenza. Il suo compito è quello di scegliere tra queste influenze: buone o cattive. Ambedue gli saranno utili in vista della sua ulteriore evoluzione.
A volte, le influenze cattive sono sorgenti di combattimenti e questi ultimi ci permettono di mettere alla prova le nostre forze.
Poi la discesa prosegue; gli strati diventano sempre più densi e perciò diventa sempre più difficile distinguere chiaramente. Discende così, lentamente, fino a raggiungere la soglia della materia reale, cioè il corpo fisico, secondo i vostri termini. E là comincia il lavoro che vi ho descritto da poco, e che, secondo il suo grado di evoluzione, lo spirito fa con totale coscienza o guidato dagli esseri superiori.
Lo spirito che ci ha trasmesso questi avvenimenti ha vissuto coscientemente tutto il processo di immersione e ce ne ha fatto parte con lo scopo di istruirci. Raramente succede questo, perché una discesa così cosciente non avviene spesso.
Ci eravamo accordati prima che cominciasse il processo, e così è stato fatto.
Io Sigwart vi ho parlato.
22 novembre 1921
Si, sono qui, io Sigwart!
Abbiamo ritrovato il contatto come era un tempo, ma con una grande differenza.
Ora non è più un corpo astrale costituito di sostanza grossolana che vi parla, ma un corpo spirituale affinato. Abbiamo creato una sostanza che faccia da legame tra noi, così non è più necessario implicare ogni volta il mio io profondo. Questo vi rassicurerà; so che temete sempre che la nostra relazione mi tiri troppo in basso. Noi tutti abbiamo preso la decisione di continuare, perché bisogna che le mie comunicazioni proseguano affinché un giorno quest’opera sia finita.
Potete immaginare la felicità che provo in questo momento in cui ritroviamo il contatto e in cui possiamo nuovamente comunicare come facevamo una volta.
Notte di san Silvestro, 31 dicembre 1924
Sì, sono presente io Sigwart.
Le vostre navi solcano un calmo oceano di fiducia. Più avanzate nell’età, più vi avvicinate alla Patria, la nostra Patria celeste.
L’afflizione che provate quando un membro del nostro cerchio lascia il corpo fisico, dovrebbe trovarsi diminuita. Non sono forse essi liberati dalla vita terrena che non è che una serie di afflizioni? Oh! Come sarei felice di vedervi seguire con il cuore coloro che vi precedono sulla strada che conduce al cielo con gioia e senza alcun dolore. Ma è difficile, lo so!
Il nostro amico M.H., recentemente deceduto, mi prega di trasmettervi i suoi saluti. Egli è già molto avanzato individualmente. Con il grande amore che mi porta e con la sua incrollabile fede nella mia attuale esistenza, ha già potuto legarsi a me, non del tutto naturalmente, ma solo alla parte più densa del mio essere, cioè con quella che non ha quasi più rapporto con la mia reale entità.
E’ molto felice di trovare la conferma di ciò che aveva appreso tramite le mie comunicazioni.
Vi ringrazia di tutto cuore dell’amore, dell’amicizia e della comprensione che gli avete dimostrato, e vi è grato per aver compreso il suo reale essere. Non si è mai sentito spaesato tra voi; eravate divenuti la sua patria, il suo focolare e tutto ciò non poteva che accadere.
(continua)
In seno al Movimento Antroposofico sorgono talvolta questioni anche accese sul rapporto che, in lunghi decenni, è andato a verificarsi tra “madre e figlie” ossia tra la Scienza dello Spirito orientata antroposoficamente e le arti e discipline sorte dal suo ricco terreno (biodinamica, euritmia o arte della parola, arte figurativa, medicina, pedagogia, ginnastica Bothmer ecc.).
Risulta in effetti che in molti casi, pur nella feconda, produttiva ed evoluta esperienza propria alle medesime, per molteplici fattori che esulano da questa nota, si sia rarefatta – in rari casi persino perduta – la connessione intima con ciò che ne fu causa e vitale linfa. Non credo che occorra essere botanici o boscaioli per comprendere cosa possa succedere ad un ramo che si strappi dal tronco: rimane la forma ma senza la vita che costituiva il suo senso nella realtà.
Esiste nel mondo un organismo particolare, sconosciuto ai più, assai vicino all’antroposofia ma che non può essere catalogato né come “antroposofico” né come “del tutto estraneo ad essa”. È un organismo diverso.
È un essere del tutto indipendente, e tale indipendenza, insieme ad altri più importanti fattori, gli ha permesso, a parer mio, di mantenere al meglio cause e conseguenze della sua Istituzione nel divenire del tempo. Il suo raggio d’azione si esplica soprattutto come parte rituale collettiva, che ben si armonizza (per molte anime) con la Via individuale di conoscenza.
Da semplice osservatore, e con qualche immotivato preconcetto sfavorevole a portata di mano, ho potuto assistere ad una delle sue espressioni piú importanti, l’Atto di Consacrazione dell’Uomo, a Buenos Aires, a Parigi, a Trieste e a Bologna: i preconcetti sono immediatamente svaniti, e ora la mia anima sente che l’ Atto, dopo novant’anni dalla sua prima celebrazione (16 settembre 1922), è uno dei germi di Luce pura che dovrà (e potrà!) fiorire nei tempi futuri affinché la giusta evoluzione spirituale dell’uomo possa continuare.
Il fatto che la “Comunità dei Cristiani” venga elusa o persino qualche accenno a riguardo sembri dare manifesto fastidio a figure e figuri che si reputano importanti nella Società Antroposofica, è un segno che, eufemisticamente, definirei interessante.
Del resto è possibile che il Karma della Christiengemeinschaft sia una ottima barriera per i tanti egomaniaci cultori del falso spiritualismo.
Poiché non sono membro della Comunità dei Cristiani, avverto subito i lettori che il poco che vado scrivendo attinge quasi completamente dalle pagine che i membri, gentilmente, mi hanno permesso di acquisire. Dunque sarò ovvio per chi conosce questa realtà, grossolano a mia insaputa ma per quanto possibile profondamente rispettoso.
La storia è questa: nell’autunno del 1921 circa 150 persone seguirono il ciclo di conferenze fatte da Rudolf Steiner sulle origini e la storia del Cristianesimo e sul culto adeguato alla coscienza umana contemporanea. Dall’intima connessione con le Potenze spirituali e con il Logos stesso, l’Iniziato dei Nuovi Tempi poté comunicare ciò che rinnovava i sette sacramenti, la nuova struttura e le regole dell’azione cultica.
L’anno dopo un terzo dei partecipanti al corso teologico precedente fece ritorno a Dornach, fermamente deciso a portare nella vita e nell’azione quanto il Logos, attraverso Steiner, aveva espresso. Guidate dall’autorevole personalità del pastore evangelico Friedrich Rittelmeyer, che da diversi anni, e dopo non poche lotte interiori, si era accostato al Dottore in indissolubile amicizia, quarantacinque persone, di cui tre donne, si sentivano pronte a consacrare la loro vita al nuovo servizio divino: quarantacinque persone che furono consacrate al sacerdozio della “Comunità dei Cristiani”.
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La Comunità si è sviluppata in Germania, Svizzera, Olanda, Austria, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Perù, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Italia e Ucraina.
Mi pare utile notare che questo è avvenuto senza alcuna forma di proselitismo; inoltre la Comunità, benché sia riconosciuta come ente di diritto pubblico, non si avvale, anche dove sarebbe possibile, del corrispondente diritto di riscossione di una imposta ecclesiastica. La sua indipendenza economica si fonda solo sulle risorse che provengono dalla convinzione e dal sacrificio di membri e amici. Perciò rimane libera da ogni condizionamento politico o d’altro genere.
I sacramenti sono atti che manifestano nel mondo sensibile la realtà del mondo spirituale e riconducono l’uomo a tale mondo.
Vengono compiuti nel nome e nella forza del Cristo Risorto e celebrati con la comunità.
Sono sette, e vengono amministrati nei momenti decisivi della vita: alla nascita il Battesimo, alla soglia della giovinezza la Confermazione, per aiutare nelle situazioni del destino la Consultazione Sacramentale, per la benedizione delle nozze il Matrimonio, per il conferimento dell’ufficio sacerdotale l’Ordinazione Sacerdotale e per la preparazione alla dipartita la Santa Unzione.
Senza commento potrebbero sembrare una semplice derivazione calcata dal cattolicesimo.
Cosí non è: chi ha letto qualcosa in merito può intuirlo: è una completa rifondazione.
Quello che viene ripetuto settimanalmente, ed è il nerbo della vita interiore nella Comunità dei Cristiani, è l’Atto di consacrazione del l’Uomo.
Esso, per chi si siede nella sala dell’ufficio, è dapprima un’esperienza sensoria della vista e dell’udito.
Si vedono l’altare, i colori, i gesti del sacerdote. Si odono le sue parole.
Da un’iniziale partecipazione generica sempre più l’osservare si fa attento, non vi è nulla di casuale in ciò che viene visto e in ogni singolo gesto del sacerdote: l’anima impara a farsi maggiormente attenta e dedita.
Nell’anima così dedita, concentrata ed aperta, può sorgere la silente impressione, magari una debole eco, della Presenza.
La Presenza solare inizia a vivere nel terrestre contenuto dell’anima.
Tutto questo nel tempo (nella frequentazione del culto) si concentra in quattro parti dell’Atto cultico (H.W. Schroeder):
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1. Apertura dei sensi: vedere che diventa contemplare: contemplazione dell’altare, dei colori. Sentire che diventa ascoltare: Vangelo.
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2. Dedizione dell’anima: Offertorio.
3. Nella quiete dell’anima la presenza del Cristo: Transustanziazione.
4. Ritorno verso la Terra insieme al Cristo: Comunione.
5. Si pensi che neppure i membri entrano in possesso dei testi del rituale. La “discussione”, così abituale tra i cultori dell’antroposofia, non esiste. I testi sono esclusivamente affidati ai sacerdoti, per garantirne l’uso più severo e legittimo: quello di operare impersonalmente per elevare il percepire-sentire-volere di coloro che liberamente assistono al culto.
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Eppure, ciò che potrebbe provocare la stizza di molti è garante della fedeltà alle leggi spirituali: verso cui è l’uomo che deve innalzarsi. Il contrario è impossibile, anche se oggi, con la generale perdita del sentimento del Sacro, sembra diventato possibile. Ma quando il guscio delle verità spirituali viene in qualche modo ghermito dalla meschinità della psiche personale, il contenuto vivo è andato perduto: una minima disciplina interiore ed il Silenzio permettono anzi di cogliere una tragica inversione che galvanizza l’attività di forze infere nell’anima e nel corpo.
L’Atto di Consacrazione dell’Uomo è accessibile alla visione e all’ascolto e non allo studio intellettuale: esso si attua nel visibile e nell’udibile, avendo la natura di un “mistero rivelato”.
È importante sottolineare che “la Comunità dei Cristiani” non ha alcuna “dottrina” da travasare nei partecipanti.
Scrive P. Lienhard: «Le convinzioni, quando sono solide e sane, possono nascere soltanto dall’esperienza personale, interiore, e dalla forza di un pensiero chiaro e cosciente: non da un insegnamento».
La Comunità dei Cristiani è aperta a tutti gli uomini. Senza ombra di polemica posso constatare personalmente che in tale ambiente animico si respira una libertà che in luoghi seppur prossimi è utopia.
Facile capire il perché: dove lo Spirito agisce secondo una retta gerarchia, le passioni, le ambizioni e le invidie non hanno casa, e l’anima respira. In un simile ambiente sorge all’orizzonte dell’anima uno dei sentimenti tra i più rigeneratori di salute e salvezza che possano scaturire dalle sue profondità: la gratitudine.
Riprendo un interrogativo che qualcuno, o molti, possono farsi: qual è il rapporto tra l’Antroposofia e “la Comunità dei Cristiani”?
Steiner rispose semplicemente (e più volte) che erano due cose diverse. In pratica molti membri della Comunità sono antroposofi ma la Comunità non chiede ai fedeli e ai membri di esserlo, né di portare con sé convinzioni antroposofiche. Anche questo fatto può procurare una qualche incertezza animica, specie in chi, a parole, si riempie di libertà, ma insegue gli schemi di un pensiero in cui l’antroposofia si è irrigidita, è divenuta un limite ideologico che naturalmente, e purtroppo, scade in una sorta di stravagante settarismo. Con il settarismo nascono il fanatismo e le infinite polemiche dei “partiti” e delle correnti.
Questa separazione, che pure esce dalla stessa fonte, diventa comprensibile se si accede ad un gradino poco meditato o rifiutato ai nostri giorni: la consapevolezza, reale e non recitata, che l’essere Rudolf Steiner è molto più che l’antroposofia: realizzare ciò chiarifica molte cose.
Nel Rito lo scadimento non succede e non è mai successo. Ho notato che in Siti cattolici, ovviamente critici verso “la Comunità dei Cristiani”, è percepibile la sorpresa e il disappunto per la “tenuta” di questo movimento religioso né cattolico né protestante. Ciò dipende da quattro fattori: il primo è il contenuto spirituale concreto dei Testi; il secondo dallo spirito di abnegazione pura dei sacerdoti, che, vale dirlo, sono sacerdoti attivi a tempo pieno; il terzo viene dai membri e amici che assistono in libertà e con estrema semplicità all’azione di culto; e infine il quarto (che è in effetti il primo) la cui natura altissima lascio ai lettori lo sforzo di comprendere.
Chi, come ad esempio un vecchio occultista, assiste all’Atto di Consacrazione dell’Uomo con una minima spregiudicatezza, si accorge di assistere a ciò che nell’antico veniva officiato nei Misteri (smarrito nel cattolicesimo, scomparso nel protestantesimo) e che è solo stato rimodellato, in armonia con la veggente saggezza e la misericordia dello Spirito, per incontrare la costituzione interiore dell’uomo contemporaneo (non i suoi vezzi e le sue derive ma la sua costituzione!): ciò afferra simultaneamente il suo cuore antico e la sua attuale coscienza. Al posto dei pregiudizi di cui ho parlato, ha luogo un riconoscimento: l’anima ritrova, come all’acme delle discipline interiori, il suo posto, la sua casa: l’armonia, la pace profonda e la benedizione dello Spirito.
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Rastignac
SESTA LETTERA
Settembre 1944
LA NATURA SPIRITUALE DELLO ZODIACO DELLE STELLE FISSE
(Continuazione)
La Costellazione del Capricorno
Mara Maccari – Capricornus
Eventi nel Capricorno indicano compiti e ricerche nella vita umana che dovrebbero guidare oltre verso la conoscenza del Mondo Spirituale e delle divinità. Essi chiedono la “percezione” del Dio nell’umanità e nella Natura.
All’opposizione vi è la Costellazione del Cancro. Da precedenti descrizioni sappiamo che sia Capricorno che Cancro sono collegati con la creazione primordiale degli organi di senso. Il Cancro è ricolmo della storia dello sviluppo degli organi di senso più dentro la vta della creatura. Esso dà il richiamo a sviluppare l’uso dei sensi, mentre nel Capricorno troviamo impresso quel che è oltre i sensi fisici, quel che è derivato dalla percezione un tempo eccelsa degli Spiriti dell’Amore sull’Antico Saturno. Essi sacrificarono la loro esperienza cosicché un’immagine di essa potesse venir creata entro gli antenati di Saturno dell’umanità, e questa fu l’origine degli organi di senso.
Così abbiamo nel Capricorno la porta al “soprasensibile”.
Quando veniamo in rapporto con questa Costellazione, noi passiamo attraverso questa porta o ci fermiamo indietro. Per passare attraverso di essa, nella nostra èra, possiamo conquistare la nostra libertà. Perciò, possiamo trovare nel Capricorno la lotta per o contro la conoscenza del Mondo Spirituale.
Per questo abbiamo le più forti contraddizioni umane in Capricorno, specialmente in relazione con oroscopi di morte. Saturno era nella Costellazione del Capricorno quando morirono S. Francescod’Assisi e Raffaello Sanzio (4 Ottobre 1226 e 6 Aprile 1520). Certamente ambedue personalità le quali, come provano le loro biografie, ebbero una “percezione” della Divinità. Tuttavia, Marte era lì quando morì il filosofo Kant (2 Febbraio 1804). Durante la sua vita sulla Terra negò la possibilità di percezione sovrasensibile, benché possa poi aver fatto esperienze diverse dopo la morte.
Sia Nietzsche che Mozart avevano Saturno in Capricorno all’epoca della loro nascita.
Sfortunatamente Nietzsche non poté trovare la via alla conoscenza di un mondo superiore; perciò, egli precipitò e divenne infermo di mente. In Mozart il sovrasensibile fu presente nel bel mondo della sua musica.
Come vedete, possiamo sempre trovare in rapporto con questa Costellazione la lotta nell’umanità per o contro la conoscenza di un mondo superiore nel quale sono attivi esseri spirituali, e dal quale essi pervadono il mondo fisico. Fondamentalmente, due eventi rivelano ciò. Il primo è la nascita di Gesù quando il Sole era in Capricorno. Allora i pastori, attraverso le loro innate capacità chiaroveggenti, poterono percepire il significato spirituale della sua nascita. Il secondo evento fu trent’anni dopo allorché il Sole era in Capricorno, ed ebbe luogo il Battesimo nel Giordano ove il Cristo entrò nel corpo di Gesù. Allora un’altra personalità, Giovanni Battista, poté osservare chiaroveggentemente l’Essere che era entrato nel mondo dei sensi. Perciò egli poté dire: “Guardate l’Agnello di Dio”. (L’”Agnello di Dio” è il Cristo nell’ordine gerarchico del Mondo Spirituale).
La Costellazione dell’Acquario
Mara Maccari – Acquarius
Il fondamento di quel primordiale metabolismo del calore, di cui abbiamo parlato in Lettere precedenti, è connesso profondamente con l’Acquario e l’opposta Costellazione del Leone. L’Acquario è in special modo la regione dalla quale promanò l’attività degli Spiriti dell’Armonia. Essi sono i maestri dell’Ordine Eterno delle Gerarchie ed in seguito dei corpi celesti. Quest’Ordine, nella sua essenza, è l’ “Armonia delle Sfere”. Essa veniva percepita in tempi antichi come una gigantesca composizione cosmica e musicale. Keplero, il famoso astronomo, parla di essa in Harmonices mundi. Ed è meraviglioso vedere che egli ebbe, durante il suo sviluppo embrionale (nato il 27 dicembre 1571) e al momento della sua morte (15 novembre 1630), il Pianeta Giove nella Costellazione dell’Acquario.Così, possiamo trovare che eventi nell’Acquario rivelano sempre le ultime tracce di un’antica Sapienza Stellare universale, così come i primi inizi di una nuova conoscenza cristianizzata del mondo Stellare e il suo rapporto con la Terra e l’umanità. Possiamo trovare molti esempi di questo fatto nelle vite di persone dei tempi moderni. Per esempio vi è un’eminente personalità nel Rinascimento, Pico della Mirandola (nato il 24 febbraio 1463), che nella sua natività, come pure al momento della sua morte (17 novembre 1494), aveva diversi Pianeti, compreso Saturno, in Acquario. Benché morisse giovanissimo, fu uno zelante allievo della scienza di quei tempi. Nei suoi lunghi viaggi visitò tutte le importanti università in Italia e in Francia. Studiò profondamente filosofia cristiana, ma un pensiero rivela il suo più intimo anelito. Egli scrisse che nessuna scienza poteva dare una così sicura conoscenza della divinità del Cristo quanto una conoscenza dei segreti dei corpi celesti, sebbene egli fosse un forte oppositore dell’astrologia. Conobbe che i più alti segreti dell’essenza spirituale del nostro Universo sono nascosti entro le Stelle, ma da parte sua contrastò la Sapienza Stellare usata per scopi egoistici che era diffusissima a quei tempi. Dietro questi pensieri, sta il fatto che l’antica Sapienza Stellare era giunta come ad una fine ed era morta nelle cosiddette pratiche astrologiche, cosicché ora noi dobbiamo anelare e guardare in avanti ad una rinascita della scrittura delle Stelle.
Questo fatto ha trovato un’altra espressione nei destini degli Asburgo: Rodolfo II e Wallenstein. Ambedue furono fortemente collegati con l’Acquario. Rodolfo II (nato il 18 luglio 1552, morto il 20 gennaio 1612) ha Saturno in Acquario nel suo oroscopo di nascita e nel momento della sua morte. Wallenstein (nato il 14 settembre 1583, morto il 25 febbraio 1634) ha Saturno e Giove in Acquario nel suo periodo prenatale. Nel momento della sua morte, il Sole e tutti i Pianeti inferiori erano entrati in Acquario. Ambedue le personalità erano sotto il fascino dell’antica, decadente astrologia. Essi ignoravano il fatto che l’antica Sapienza Stellare era morta, e che doveva essere trovata una nuova connessione tra l’essere umano e le Stelle. Questo fatto contribuì fortemente alla loro tragica finale caduta. Rodolfo II fu privato completamente del suo potere imperiale e morì in estrema malinconia. Wallenstein, come noto, venne assassinato.
Potremmo trovare molti esempi storici, ma essi mostrerebbero tutti quanto sia difficile per l’umanità moderna trovare la Via verso una nuova Sapienza Stellare. Poiché questa vera “Conoscenza dell’Acquario” appartiene maggiormente all’età in cui il punto equinoziale primaverile sarà in Acquario. Siamo ancora nella “Età dei Pesci”, ossia il punto equinoziale primaverile è ancora nella Costellazione dei Pesci. Ciò non esclude il fatto che, nel retroscena nascosto della civiltà umana, queste future qualità si stiano preparando nel nostro tempo.
La Costellazione dei Pesci
Arrivando alla Costellazione dei Pesci, entriamo di nuovo nella sfera cosmica della quale abbiamo già scritto. Essa è il velo che nasconde l’attività degli Spiriti della Volontà dentro l’Antico Saturno e in séguito. Attraverso questa Costellazione la Volontà del Padre trova la sua espressione. Le attività del destino, che talvolta sono così incomprensibili e che, nella Scienza dello Spirito, siamo abituati a chiamare le forze del karma, hanno la loro “localizzazione” spirituale dietro questa Costellazione. Generalmente, non possiamo giudicare l’agire e il tessere di queste forze negli eventi di una singola vita umana o persino in una limitata età della storia umana. Esse rivelano i loro progetti divini soltanto se siamo capaci di vedere la serie delle incarnazioni di un essere umano o di lunghe ere di evoluzione umana. Dai Pesci è attiva la lunga, quasi immemorabile educazione della razza umana da parte del Mondo Spirituale.
Troviamo, per esempio, che nel momento in cui cominciò la cosiddetta Età Oscura (3101 a.C.), Saturno stava nella Costellazione de Pesci. Nella sapienza d’Oriente quest’epoca è chiamata Kali Yuga. Il suo inizio segna il punto nella storia umana nel quale l’antica esperienza naturale di un Mondo Spirituale giunse alla fine, e l’umanità cominciò ad usare più pienamente i sensi fisici, che lentamente tagliarono via l’umanità dalla realizzazione dell’esistenza di un Mondo Spirituale. Da un certo punto di vista, questo fu un tristissimo evento espresso in molti antichi miti e leggende, ed inoltre esso fu una necessità per l’evoluzione spirituale della razza umana. Unicamente attraverso l’esser tagliata via dall’esperienza naturale ed innata di un reale Mondo Spirituale l’umanità potrebbe diventare indipendente e libera. E’ la via dura e pietrosa del Destino che conduce l’umanità al dischiudersi di nuove capacità e quindi ad una nuova esperienza del Mondo Spirituale nata nella sfera della libera ed autocosciente attività. Prima dell’Età Oscura l’esperienza del Mondo Spirituale fu un dono degli Dèi, ora essa deve nascere nelle sofferenze dello sforzo umano.
Vi è anche un altro evento connesso con i Pesci. Al principio dell’anno 1910, Saturno si trovava nei Pesci. In quel periodo Rudolf Steiner rivelò i segreti della “seconda venuta del Christo” nel nostro tempo (egli tenne la prima conferenza su questo evento il 12 gennaio 1910 a Stoccolma). Egli mostrò che questa nuova rivelazione del Christo non può aver luogo nuovamente in un corpo fisico, bensì in una forma soprasensibile: in un corpo eterico. E rivelò che, a partire dall’anno 1935, molti sarebbero stati capaci di percepire il Christo in questa forma come loro Guida e Confortatore.
L’Età Oscura giunse a fine nel 1899 d.C. essendo durata per 5000 anni. Ciò fu annunciato da Saturno che stava nei Pesci. Sebbene la Nuova Era fosse iniziata, le potenze oscure non sembrarono ritirarsi, e inoltre la porta che conduceva fuori dalla tenebra alla Luce spirituale venne mostrata nei giorni del 1909-1910 nei quali Saturno era nei Pesci. La tenebra che prevale non può esser vinta attraverso mezzi esteriori, ma unicamente attraverso gli sforzi dei cuori umani per riconoscere il Christo in questa nuova rivelazione.
Abbiamo completato la descrizione delle dodici Costellazioni dello Zodiaco, e in quanto retroscena dell’evoluzione cosmica possiamo vedere com’esse sono intessute entro l’esistenza della Terra e dell’umanità. Possiamo sperimentare l’Universo Stellare, in special modo lo Zodiaco e i movimenti dei Pianeti all’interno di esso, come un gigantesco Essere che precede ogni esistenza nell’Universo. Esso è come un rappresentante dell’umanità nel Cosmo, che guida ed informa l’umanità sul suo sentiero di Destino.
La forma umana sulla Terra indubbiamente non è altro che un aspetto di questa forma cosmica. Le dodici parti del corpo umano, come conosciute nei tempi antichi, sono in relazione con le dodici Costellazioni dello Zodiaco, ed è stato in parte indicato, per esempio:
| la testa | origina in Ariete | |
| la laringe | origina in Toro | |
| le braccia | origina in Gemelli | |
| la cassa toracica | origina in Cancro | |
| la parte interna del torace | origina in Leone | |
| sopra il diaframma, la parte interna del tronco | origina in Vergine | |
| sotto il diaframma, i fianchi | origina in Bilancia | |
| gli organi di riproduzione | origina in Scorpione | |
| le cosce | origina in Sagittario | |
| le ginocchia | origina in Capricorno | |
| i polpacci | origina in Acquario | |
| i piedi | origina in Pesci | |
Ma la forma umana sulla Terra è decaduta dalla sua origine cosmica. Nel corso di lunghe ere essa è discesa troppo sotto l’influenza delle forze della Terra. Perciò, se parliamo di quell’Entitàceleste che precede l’umanità, che aiuta eguida il suo sviluppo, dobbiamo immaginarlo in una forma diversa da quella dell’attuale essere umano. Dobbiamo immaginarlo maggiormente nella forma di quell’Entità Angelica che abbiamo descritto nella conclusione della descrizione dell’evoluzione dell’Antico Saturno nell’ultima Lettera. Un’Entità con possenti ali al posto di braccia il quale, senza un corpo, può adempiere funzioni organiche come attività impulsanti vita nell’ambiente circostante. I Pianeti nei loro ritmi e nei loro movimenti sono allora come le sue manifestazioni attive nell’Universo.
Dovremo parlare maggiormente di questo rappresentante cosmico dell’umanità, così che possiamo imparare ad udire altri suoni del linguaggio cosmico.
(Continua)
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Un mio vecchio amico ha scritto sul glorioso mensile L’Archetipo, l’ennesimo articolo che riguarda l’ascesi della Concentrazione.
Mi sembra che abbia voluto parlare dei tempi, cioè della durata dell’esercizio. Credo abbia fatto bene poiché ha calcato sul tanto, ma relativizzandolo, perché è in effetti relativo ad un milione di situazioni individuali. Però so bene – ne parlammo insieme – che lo esaspera il continuo sbucare, come i funghi dopo una notte piovosa, qualcosa dell’eterna litania dei tempi fissi, naturalmente inclinati verso il minimo.
Naturalmente i quattro gatti che ne sanno qualcosa, sanno pure, con montagne di esperienza diretta e confrontata per tanti lustri, che così non è, che così non può essere e che, se qualcuno parla così, o fa accademia di quello che non fa, oppure è prezzolato da agenti nemici.
Questo perché, anche sul gradino più elementare, ma ampio e faticoso, del “dominio del pensiero” ordinario, non è certo una semplice questione di pensiero: già qui tutta l’anima viene messa in gioco. Nemmeno nel corpo fisico umano le singole parti, i sistemi, sono realmente separati. Lo possiamo capire con qualche semplice immagine tolta dal sensibile.
Se oggi mi dedico alla corsa, potrei dire che stanco gli arti inferiori. Dunque domani potrei dedicarmi al canottaggio… e così via. Sembra logico ma non è vero: dopo qualche settimana accuserei tutta la dozzina di sintomi del superallenamento, mi beccherei l’influenza per un nonnulla, i valori ematici sarebbero stravolti, ecc.
Questo perché il corpo è un insieme interconnesso e non v’è organo che venga sollecitato separatamente: non v’è per il fegato un lunedì di lavoro e il martedì di riposo (come tutto sia “collegato” lo si vede persino nel cadavere aperto in sala settoria, se lo si osserva spregiudicatamente).
Nell’anima, le forze sono ancor più frammischiate, fluiscono di continuo le une nelle altre: separare il pensiero dal sentire modifica sia il pensiero che il sentire.
Tutto l’uomo interiore interviene in un atto così tremendo com’è la Concentrazione (nemmeno la coda ne resta fuori): la Concentrazione prende tutto: questo tentativo d’essere solo nel pensiero costringe al digiuno l’elemento passivo, personale e superficiale del sentire…mentre il sentire vero si libera dalla tenebra che lo imprigionava.
La Concentrazione prende tutto: come il Sole caccia il buio, così essa azzera il falso volere, costantemente usurpato dalle spire caliginose delle brame e comincia a far nascere nell’anima questa terza forza che mai l’uomo aveva conosciuto. Il volere è la spada leggendaria che nessun “ego” mai impugnerà e brandirà, mai giungendo a sfilarla dal macigno magico che l’uomo crede di conoscere come suo corpo.
Mi sa che le persone hanno una fifa nera solo con l’avvertire che v’è uno spiffero di cambiamento. Quello che di continuo si reclama a gran voce per il mondo, quando sospetti che potrebbe succedere dentro te…sono dolori e si molla.
Racconta divertito Aurobindo che un discepolo va da lui spaventatissimo: “Maestro, sono diventato scemo!” “Perché? Cosa ti è successo?” “Maestro, non penso più!” Aurobindo allora gli fa notare che sta parlando e pensando ancora. Si era solo consumato (spento) il clangore ordinario che abbiamo nella testa. E ciò aveva spaventato moltissimo lo sprovveduto.
Dunque, se uno non ha avuto per destino una precedente disciplina di pensiero, pochi minuti servono solo a non rischiare quei cambiamenti desiderati, ma con minore intensità e sensatezza del bambino che vuole la luna.
Questa non è una critica ad un amico, comprendo bene che non si può dire tutto in poche e mirate pagine. Ad esempio, quando scrive di varianti per generare più intensità, e per non macinare meccanicamente l’esercizio (dismettere talvolta ogni parola o rifare il percorso all’indietro – questa variante dovrebbe far sospettare quello che ho scritto in un commento, cioè che la tristemente famosa immagine sintesi è il prodotto di intensità e mai una sorta di sbocco naturale) si dimentica del consiglio più semplice e rude.
Mi spiego. Molte volte erano proprio i discepoli più attivi che si lamentavano della brevità della ricapitolazione interiore dell’oggetto e si lamentavano con Scaligero che l’esercizio iniziava e terminava in pochi minuti. Scaligero rispondeva che avrebbero potuto ripeterlo più volte.
Altra cosa che l’amico non ha menzionato è che la “saturazione” non si raggiunge con una ripetizione ottusa, meccanica del circuito di parole e immagini: questo è un pericolo che arriva per tutti, quando si usa lo stesso oggetto con i suoi pochi elementi formativi.
Naturalmente, chi è furbo come una volpe, cambia spesso l’oggetto…per poi accorgersi che dopo pochissimo le stesse difficoltà si ripresentano. Dalle difficoltà non si scappa: in fondo sono proprio esse a esigere un impegno ed uno sforzo maggiore, proprio come i muscoli che si rafforzano combattendo resistenze progressivamente più elevate.
No. Accanto al martellamento rappresentato dalle ripetizioni dell’esercizio, è necessario che la consapevolezza concettuale di ogni singola parola e immagine non tracolli mai in qualcosa di vuoto, che viene da sé poiché è stato ripetuto cento o mille volte.
Anzi, è proprio questa consapevolezza attiva il “filo” che non dovrebbe spezzarsi dal principio alla fine dell’esercizio.
Perciò la parola “ripetizione” non andrebbe mai intesa nel suo senso comune: dunque sono almeno due le cose difficili che dovranno essere inderogabili.
La prima consiste nel fatto che non deve esistere un ripetere l’esercizio, più volte durante lo stesso giorno, che possa definirsi come ripetizione di qualcosa di precedente, anche quando lo sia stato fatto già per due, cinque volte, con il medesimo percorso.
La seconda consiste nel fatto che la ricostruzione, in quanto collana di concetti, non deve spezzarsi in nessun punto.
Questi due sono per lungo tempo, intoppi su cui si ruzzola: il bello è che alternative facili non esistono: bisogna solo tirar su dal pozzo dell’anima più determinazione e secchiate abbondanti di pazienza.
Sarebbe sempre l’ora giusta di smettere la bambocceria che ci portiamo dentro per tutta la vita da quando essa era giustificata dall’età del ciuccio. Sopravvive in noi la strana visione che una via iniziatica sia simile a via Mazzini: una passeggiata dal principio alla fine. Invece è una aspra gradinata, invisibile agli uomini, che parte dalla terra per giungere a Tir-na-nÓg.
Perdendo un pezzo di sé ad ogni gradino: qui perdendo si diventa più forti, perché occorre essere fortissimi per salire perdendo tutto quello che fummo: non è la forza di cui parliamo quando viviamo come uomini del mondo.
Il mondo dello Spirito manda i suoi Messaggeri: essi ci invitano ad abbandonare la nostra vita…non la vita di ogni giorno ma la vita stessa. Solo chi muore in vita può entrare vivo nel Santuario dello Spirito.
La Concentrazione indica il percorso più rapido e trasparente su tale via.
Il mio amico ha ricordato Ramakrishna: in effetti quest’ultimo aveva ragione: basterebbero tre minuti…