Takuan Sōhō – "Sogni"

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Takuan Sōhō (nato il 24 dicembre 1573) è stato uno dei più importanti maestri Zen della scuola Rinzai, nonché poliedrico protagonista in diversi campi della cultura nipponica del suo tempo, caratterizzato da numerose guerre, agli albori dell’era Tokugawa. Figlio di due agricoltori della provincia di Tajima, manifestò sin da giovanissimo il suo interesse per gli studi religiosi, tanto che all’età di 10 anni prese i voti, dedicandosi poi dai 14 anni allo studio della dottrina Rinzai con il maestro Shun-oku Soen.
Sebbene a 36 anni fosse già abate del tempio di Daitokuji conduceva una vita alquanto raminga, talvolta dettata anche da esili forzati a cui veniva sottoposto dal potente di turno infastidito dal radicalismo di certe sue idee.

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“Sogni” è composto da tre saggi nei quali vengono evidenziati quegli aspetti dell’arte della spada che, praticamente integrati con la meditazione Zen, portano all’utilizzo dell’arma come strumento di elevazione spirituale.
Il primo saggio, Fudōchi shinmyō roku (La Divina testimonianza della saggezza immutabile), consiste in una lettera indirizzata al maestro di spada della scuola Shinkage-Ryu, nonché suo amico e allievo Yagyu Munenori (1571-1646).

“Il termine ignoranza indica l’assenza della illuminazione, l’oscurità. E’ come dire inganno, errore, illusione. Luogo di stallo è quello in cui la mente si ferma. Nella pratica del buddismo si dice vi siano cinquantadue stadi e, tra l’uno e l’altro di questi, il luogo su cui la mente si ferma viene detto luogo di stallo. La mente si ferma quando è trattenuta da un oggetto, un’azione, una riflessione, una preoccupazione la quale può essere di qualsiasi natura. Nell’ambito dell’arte marziale stessa fermarsi significa, ad esempio, osservare la spada in movimento mentre sta per colpire. La mente, fissa, si preoccupa della spada in sé, e non permette ai movimenti del combattente di essere liberi e compiuti. In quel medesimo istante l’avversario ha la meglio”.

Aspetto peculiare di questo scritto è quello di costituire probabilmente un punto di svolta per la cultura della spada, nell’ambito della quale viene per la prima volta introdotto l’elemento del perfezionamento spirituale individuale. Saggezza immutabile: questo è Fudōchi. Difficile pensare ad una saggezza la cui essenza possa conservarsi pura e fedele a se stessa nei ristretti limiti dell’immutabilità. D.T. Suzuki individua tale saggezza con il termine sanscrito Prajna, rimandando così al concetto buddhista di saggezza trascendentale; lo stato di illuminazione, la mente del Buddha. Come Takuan anche Suzuki mette Fudoshi in relazione con il guardiano Acala-vidyaraja (nume tutelare dei samurai per quanto concerneva la pratica spirituale, presente anche in altre tradizioni è conosciuto anche col nome Fudo Myoo), l’Immutabile, distruttore delle illusioni ed inafferrabile da lusinghe e seduzioni del mondo sensibile. Abbiamo così un’immagine della mente immutabile: non afflitta da attaccamento alcuno e pertanto padrona nel/del suo non fissarsi e fermarsi su cosa alcuna; nulla volendo, tutto potendo.
Lo stesso Takuan evidenzia nel corso della lettera come Fudōchi consista nel “preservare l’assoluta fluidità della mente (kokoro) mantenendola libera da considerazioni intellettuali e disturbi dovuti a stati emotivi…”; mente che è “nella sua essenza mutabile ed immutabile al contempo, costantemente fluente senza mai fermarsi da nessuna parte, eppure avente in sé un centro che non è mai soggetto ad alcun tipo di movimento, e che permane tale e quale in eterno“. Come si arriva a tutto ciò? Esercizio, disciplina, disciplina ed esercizio, con incrollabile determinazione, per conoscere sé stessi, affrontare e superare le proprie paure e debolezze e forgiare lo spirito (seishin-tanren).

“La mente è immutabile quando vede senza guardare. Per guardare si dovrebbe fermare. Quando la mente si ferma su qualcosa, poiché il cuore si riempie di ogni genere di preconcetti, trattiene diversi movimenti in sé. Quando i movimenti nella mente cessano, la mente che si era fermata si muove, senza però muoversi affatto”.

*****

Con il secondo saggio, Reirōshū (Il tintinnio cristallino delle gemme), l’attenzione si sposta sulla natura prevalente dell’essere umano, sulla capacità di discernere rettamente ciò che è “bene” da ciò che è “male” e sul come sapere quando e dove morire (aspetto questo particolarmente rivolto alla classe dei samurai).
“Morire perché un insulto ci ha contrariati non è affatto questione di rettitudine. Questo è piuttosto dimenticare se stessi in un momento d’ira. Non è certo rettitudine, anche se ne ha l’aria. È rabbia, nient’altro. Un uomo che si adira per l’insulto, si è già allontanato dalla rettitudine prima ancora di essere insultato. L’uomo retto, quando è tra le gente, non viene mai insultato. Essere insultati significa aver perso la propria rettitudine prima di aver ricevuto l’offesa”.
I concetti prevalenti in questo scritto, che inizia in forma di dialogo fra Takuan ed alcuni passanti, riguardano la rettitudine (il “gi”), ed il distaccato esercizio di virtù, integrità e giudizio. Viene esposta come necessaria l’arte di far propria in profondità tanto la “Via del Signore” quanto la “Via del servo” concentrandosi sull’essenza impersonale di tali vie, di modo che tutti i servi siano uguali agli occhi del Signore e che il servo non faccia riferimento ad un determinato Signore ma semplicemente al Signore. Vengono poi esaminate le dieci qualità essenziali ed il modo in cui si compenetrino a vicenda in un movimento circolare senza inizio né fine, sottolineandone la relazione con i dieci mondi della tradizione buddhista. La trattazione si occupa anche del tema dei divertimenti, che vengono indicati come necessari pure per i monaci sebbene sia importante fissarne i limiti onde evitare derive insane ed erronee, e dei fantasmi.

*****

L’ultimo “sogno” è Taiaki (Gli annali della spada Taia).
Anche con questo saggio si torna alla forma-lettera, questa volta indirizzata a Munenori o forse a Ono Tadaaki (maestro della scuola Itto). Rispetto agli altri due componimenti è qui maggiormente presente una connotazione psicologica riguardante l’interrelazione fra sé e l’altro da sé. Takuan si basa su una storia cinese avente per protagonista allegorica la spada Taia, preziosissima, ricoperta di gemme ed in grado di tagliare qualsiasi cosa; a tale spada vengono comparate le facoltà più eccelse presenti in latenza in ogni individuo (la natura buddhica). Una siffatta latenza rende inutile la presenza di un maestro per l’acquisizione di una reale saggezza, essendo essa conseguibile grazie al lavoro interiore di ognuno. La spada, e la maestria nel suo utilizzo, non hanno dunque più a che fare esclusivamente con la morte; la scelta può ricadere invece sull’utilizzo di arma e abilità per dare piuttosto la vita, nonché per affrontare le varie situazioni della vita stessa in maniera desta.

“L’uomo che sa, usa la sua spada, ma non uccide altri uomini. Usa la spada e dà agli altri la vita.Uccide solo quando è necessario. Senza pensare al bene e al male, egli è capace di vedere il bene e il male, senza provare a discriminare, egli è capace di discriminare bene.Camminare sull’acqua è come camminare sulla terraferma, se è capace di far sua questa libertà, non sarà confuso da niente al mondo.
Tutti gli uomini sono dotati dell’affilata spada Taia, e per ciascuno essa è perfettamente efficente.Coloro i quali hanno compreso questo concetto sono temuti persino dai demoni-ladri di vita.
…non devi mai trascurare di esercitarti..passeranno i mesi e gli anni, e senza l’aiuto di nessun maestro, troverai la saggezza e ti accorgerai di possedere misteriose abilità nel fare cose mai tentate prima.La forza di questa misteriosa abilità si definisce Spada Taia
“.

Takuan Sōhō morì il 27 gennaio 1645. Giunto il momento di rendere le spoglie mortali chiese un pennello con il quale scrisse il carattere cinese 夢 (yume – sogno) e se ne andò, lasciando ai suoi seguaci le seguenti istruzioni:
Seppellite il mio corpo sulla montagna dietro il tempio, copritelo con i detriti e tornate alle vostre dimore. Non leggete i sūtra, non officiate cerimonie. Non accettate alcun dono né dal monaco né dal profano. Lasciate che i monaci indossino le solite vesti e consumino i loro pasti e procedete come in un giorno qualsiasi

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immagine tratta da zenworld.it

Curiosità per gli amanti del genere: Takuan Sōhō è presente come personaggio nella serie Manga “Vagabond” (ispirata all’opera “Musashi” di Eiji Yoshikawa), mentre il regista /scrittore Yoshiaki Kawajiri ha creato il personaggio Dakuan, presente nell’anime Ninja Scroll, in suo omaggio.

DEDIZIONE ( di F. Di Lieto)

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🟢

È mattino e il barbiere sta innaffiando
il filodendro suo da molti anni,
dopo averlo portato dal negozio
fuori per strada, lungo il marciapiede.

Ne ripulisce il fusto, ne ravvia
con gesti premurosi gambi e foglie,
rito d’amore, culto protettivo.

Nonostante feroci liturgie
e congiure di morte quotidiane,
malgrado tante ingiurie, sopravvive
questa città fedele che sottrae
nascosti paradisi, lievi aure,
ai colpi infaticabili del Male.

Potrà salvarci forse dall’inferno
un atto solitario, senza calcolo,
la sfida reiterata dell’umano
che vuole, proteggendo la bellezza,
angelicare il mondo e la materia,
la carne sublimando di cui schiava
è l’anima, sostanza trascendente.

Sarà l’azione forse di un barbiere
che innaffia con amore un filodendro
a riscattare il giogo che ci opprime,
facendo di Babele il nuovo eden
e d’ogni giorno il tempo che redime.

 (Fulvio Di Lieto)

«VACUITÀ» E PERSONALITÀ

Phersu

*

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è stato detto varie volte da Massimo Scaligero in molte sue opere. E che la situazione attuale dell’essere umano sia addirittura tragica, è dimostrato dal fatto che egli nel pericolo dimora totalmente inconsapevole. L’uomo si muove nella vita come un ubriaco, intossicato da un’esteriorità illusoria, ch’egli nella sua ottusa ignoranza ritiene essere l’unica realtà, fonte della sua brama, della sua paura della sua avversione. Ma come l’ignoranza è una forza oscurante della coscienza, che ne viene diminuita e obnubilata, così le sue tre esiziali figlie – brama, paura e avversione – sono forze ostili che divorano – ardendola – la vitalità dell’anima.

Vi è un pericolo per l’umanità in generale, e vi è un correlativo pericolo per l’essere umano individuale. Ma qual è questo pericolo? Per l’umanità in generale è la de-umanizzazione, una caduta nel subumano, che non è una caduta nell’animalità – gli animali sono in uno stato di spontanea purezza, essendo sono la manifestazione nel sensibile del loro «Io di gruppo», ossia dell’entità sovrasensibile che dal piano astrale anima e dirige la molteplicità delle sue manifestazioni sul piano sensibile. La caduta nel subumano è la perversione nella demonicità, nell’orrore della «malvagità intelligente» volta all’illimitato appagamento, con qualunque mezzo illecito, della divorante brama, del gelido odio. Caduta che rischia di essere irreversibile. «Il progetto uomo potrebbe anche fallire», ammoniscono le parole severe del Maestro dei Nuovi Tempi.

Ma un più immediato pericolo lo corre l’essere umano individuale. Egli «vive» – ma è vero vivere il suo? – tutta la sua vita nell’arroganza dell’affermazione della sua «persona», della sua personalità come valore supremo, personalità ch’egli ingenuamente – e molto scioccamente – considera costituire il suo «essere», mentre non è altro che un «vuoto» apparire. La personalità, della quale l’uomo occidentale moderno va con tanta tracotanza fiero, è solo un «vuoto» fantasma, una miserabile illusione, una stolta superstizione. E per questa miserabile illusione, per questa stolta superstizione, l’uomo brama, teme, odia, rapina, mente, tradisce, distrugge, uccide, e si uccide. Ma che ne è dopo la morte di questa «personalità», per l’uomo così importante, anzi unicamente importante? Viene meno lo scenario sensibile, viene meno l’apparire illusorio che nell’anima, durante la vita, risuona e – come avverte Massimo Scaligero nel Trattato del Pensiero Vivente – «si fa potenza interiore», potenza costringente, deformante, oscurante. Ma soprattutto ardente e divorante. Con l’evento della morte si dissolve l’involucro corporeo, e di conseguenza di dissolvono anche quegli organi di senso e quel sistema nervoso che sono l’indispensabile strumento perché si diano le percezioni sensibili. Il dissolversi degli organi di senso corporei e del sistema nervoso comporta il dissolversi dello scenario sensibile, fonte del bramare dell’uomo.

L’essere umano, separato dalla spoglia corporea si trova di fronte al nulla di ciò ch’egli riteneva sostanziale e reale. Ma il dissolversi di quell’illudente apparire non estingue in lui quello che il Buddhismo chiama l’«attaccamento», suscitato dalla «sete»: sete di esistenza, sete di annientamento, sete di piacere. L’attaccamento è il frutto del lungo perdurare della «sete», servaggio alla brama lungo quanto tutta la vita. Ma il morire non è automaticamente la liberazione da tale tormento, anzi ne è il riacutizzarsi, perché il fango corporeo, nel quale l’incorporeità dell’anima va a impastarsi col nascere alla vita terrena, in qualche modo attutisce e in parte spegne la percezione del patimento di tale umiliante servaggio. E l’appagamento della voluttà bramosa distende una sorta di velo illusorio sulla condizione di «arsione» nella quale l’anima già durante la vita si trova.

Ma con la morte la veste di fango e di argilla, appunto, si dissolve e viene meno anche il suo effetto narcotico sull’anima. Il mondo dell’apparire sensibile si rivela essere il nulla, rivela la sua impermanenza, la sua «vacuità» di natura propria, ed anche la «personalità», quello che l’essere umano stoltamente ritiene essere un ‘io’, rivela anch’essa la sua insostanzialità, la sua «vacuità» di natura propria. Cessato l’effetto narcotico derivante dalla mescolanza dell’anima con la fragile argilla terrena, l’«arsione», o la «sete» – come la chiamano i Buddhisti – si acuisce al massimo e il suo divampante «fuoco», consumando l’«attaccamento», dissolve ciò si era troppo legato al «nulla» del sensibile.

In uno scritto precedente abbiamo visto come nella Scienza Occulta venga descritto – senza morbide attenuazioni – come il «fuoco astrale» divorante mostri l’azione distruttiva di ostili entità malvagie che nel Kamaloka, nel Kamadhatu dei Buddhisti, trovano nel distruggere nutrimento e voluttà di distruggere. Il mondo delle passioni, delle cupidigie umane è per loro allettante cibo. Ma di queste passioni e brame è costituita l’inconsistente «personalità», tanto cara all’opinare e al bramare degli umani. Che ne è di questa idolatrata «personalità» una volta passata dalle fauci di quei demoni che saziano la loro fame col «fuoco» delle cupidigie e delle passioni umane? La «persona», nella sua «vuota» consistenza, è combustibile che si consuma nell’ardere di quel fuoco distruttore. E in tale ardere si dissolve senza residui. Ed è bene che sia così, perché essa era solo menzogna. A che pro far sopravvivere una menzogna?

Forse non molti sono coscienti del fatto che la parola latina e italiana «persona» ha un’origine etrusca. In effetti, da molti studiosi, soprattutto gli etruscologi, la sua etimologia viene fatta risalire a phersu, «maschera», da cui phersuna, che nelle iscrizioni tombali etrusche indica «personaggi mascherati». Questa la «maschera» che cela il vero volto dell’anima, maschera che ipnotizza l’anima trascinandola nell’identificazione con un «personaggio», il cui ruolo e le cui vicende ella reciterà sul palcoscenico della vita terrena. È raro che chi recita, sappia di non essere il personaggio ch’egli fa rivivere sul palcoscenico dell’esistenza terrena: allora egli sarà come l’Imperatore Ottaviano Augusto uno «svegliato», un «Iniziato» – Maximus Scaliger dixit – che si sforzerà di svolgere – ed effettivamente come Augusto svolgerà – il ruolo assegnatogli dal Destino e dalla Provvidenza Celeste nel migliore dei modi.

Ma supererà la «seconda morte» solo ciò che l’elemento spirituale puro, il Nous, l’Atman, il Purusha, l’Io, avranno strappato alla labilità mortale e consacrato all’immortalità e all’eternità. E nella barbarie dell’attuale superba «civilizzazione» de-sacralizzata, quanto viene strappato alla menzogna dell’apparire illusorio e alla labilità mortale? Quanto della «personalità» viene sottratto alla divoratrice voracità dei demoni del mondo o della sfera della brama ardente? Ben poco, ovvero molto poco. Questa, sicuramente, non è una prospettiva «consolante», come nelle dolci fiabe della New Age anglosassone, e nemmeno è come quella promessa – a prezzi di vero realizzo – ai fedeli delle varie confessioni le cui Chiese da troppo tempo – quasi da subito – hanno smarrito la Scienza o la Gnosi delle «cose sacre». Preti e sacerdoti ciechi, che promettono quello che non possono garantire neppure per se stessi, perché nulla conoscono, e il più delle volte sono solo dei mestieranti ignoranti, avidi, corrotti e depravati. Alcuni, in buona fede, «credono», ma credere non è conoscere. Credere di sapere non è sapere, non è conoscere. È molto meglio – socraticamente e buddhicamente – sapere di non sapere che credere, perché dietro al «credere» si celano sentimentalità, desideri e speranze, passioni, istinti e paure, dei quali è salutare liberarsi se si vuole «conoscere». Come diceva Arturo Reghini, le credenze stanno bene in cucina, con dentro piatti, bicchieri e barattoli di miele e marmellata!

La prospettiva presentata può apparire sconsolante per molti, purtuttavia essa è vera, e la più dura, aspra, difficile realtà è migliore della più rosea illusione, la quale il più delle volte si rivela estremamente pericolosa. La virtus romana era soprattutto quella di guardare in faccia la realtà, di affrontare con crudo realismo gli eventi, anche i più infausti: guardarli con crudo realismo, senza veruna volontà di autoillusione. Sarebbe savio che nel mondo presente e nel momento attuale gli esseri umani volessero guardare romanamente in faccia il pericolo, perché solo questo cosciente e coraggioso guardare sveglia quelle forze della volontà che rendono l’uomo capace di affrontare l’abisso che può inghiottirlo, di vincere il Drago che vorrebbe divorarlo. L’impresa è eroica, e non è salutare incamminarsi sulla via egoica, che promette morbide comodità e ingannevoli voluttà.
A questo riguardo, possono essere risvegliatrici e orientatrici le severe parole di Giovanni Colazza, tratte da una conferenza tenuta da lui il 10 dicembre 1944 alla Sala Capizzucchi a Roma:

«In realtà, se noi pensiamo a ciò che col cervello muore e che, con la forza vitale che è propria dell’individuo, se ne va anche tutto il mondo del suo sentire e ciò che appartiene alla sua vita intellettuale, noi vediamo che vi è poco di quello che è la personalità attuale che resta: vi è il «testimone» dell’esperienza, vi è un impulso determinato dall’esperienza della vita, che ci spinge verso la direzione di un’altra esistenza per continuare la sua via, quella che i Buddhisti chiamano la “brama”, che si reincarna, ma non è l’essere attuale, non è la personalità quella che si reincarna.

Questo è quello che dobbiamo tenere presente, ed allora molte obiezioni contro la reincarnazione potrebbero cadere. Vi è la spinta di una vita verso l’altra e vi è soprattutto il testimonio che ha accompagnato quella linea particolare evolutiva e che dalle esperienze ha ricavato degli impulsi e delle tendenze; e questi impulsi matureranno appunto fra una vita e l’altra, quando queste forze egoiche ridiventeranno una forma spirituale, perché s’immergono nella loro sorgente primordiale e lì, in un certo senso si riunisce quella che è la coscienza terrena con la coscienza cosmica e quindi può maturare l’esperienza in saggezza e in impulsi di volontà».

Queste parole ammonitrici di colui che di Massimo Scaligero fu Maestro e Guida, oltre che fraterno amico, suonano oggi ancor più severe e urgenti in una situazione dell’uomo e del mondo vieppiù precaria e pericoloae rispetto a quella di settanta anni fa. Esse invitano, anzi incitano, all’intenso lavoro interiore, invitano a liberarsi dei deformanti attaccamenti al sensibile. Il sensibile non degradato a sensazione soggettiva ed egoica, ma contemplato dall’Io nella sua purezza, ritorna ad essere manifestazione e presenza dell’Assoluto, manifestazione e presenza del Mondo Spirituale, che delle sue forme si riveste come in un eloquente linguaggio cosmico e spirituale. Ma solo un Io, che abbia disincantato la «vacuità» dell’apparire esteriore e della personalità, può contemplare in tutta la sua purezza e nel suo fulgore la Luce dell’Unica Dea, la mia Amata.

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L'ARCHETIPO – OTTOBRE 2013

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In questo numero:

Variazioni
A.A. Fierro Variazione scaligeriana N° 56

Socialità
O. Tufelli Quid veritas?

Poesia
F. Di Lieto Guardiani

Etica
T. Diluvi Il tempo del loto

AcCORdo
M. Scaligero L’eterico come forma dello Spirituale

Il vostro spazio
Autori Vari Liriche e dipinti

Considerazioni
A. Lombroni Il Principio e il Fondamento

Spiritualità
R. e M. Steiner Un impulso sociale esoterico per l’avvenire

Pubblicazioni
M. Iannarelli Chi è veramente Massimo Scaligero?

Juvenilia
Y. Uchiyama Azione morale come contributo all’evoluzione

Inviato speciale
A. di Furia Schiavitú generazionale… prestasi

Uomo dei Boschi
R. Lovisoni Il libro

Il Maestro e l’opera
P. Cammerinesi Mezze verità, menzogne intere

Esoterismo
M. Iannarelli Nessi esoterici del testamento di R. Steiner

Antroposofia
A. Arenson Sul mistero cristico

Miti e saghe
R. Steiner Segni e simboli occulti

Costume
Il cronista Crash

Redazione
La posta dei lettori

Siti e miti
L.I. Elliot Achnacarry: il Castello del Cartello

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AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI (29 sett. 2013)

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AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI

(29 SETT. 2013)

 

1/17996

LE FOLGORI ED IL CREDO

 

OVE LA SUPERBIA E’ GRANDE FRA LE DENSISSIME ENERGIE

APICI DI ASSOLUTA DISUMANITA’ SVILUPPANO LA RABBIA NEL DOLORE.

 

STANNO SOFFRENDO I DEMONI DELUSI.

 

SPENGONO L’ETERICO MEDIANTE DENSISSIMO CONTRARSI DI ENERGIE.

FISIONOMIE INTERIORI TANTO PIU’ POTENTI QUANTO PIU’ LONTANE DALL’UMANO.

 

FIUMI DI MAGMA FRA CAVERNE DELL’ORRORE.

 

EPPURE QUELLA POTENZA SOFFRE.

RISULTA MENO CREDIBILE IL MENTIRE.

 

LA SUA MENZOGNA CEDE.

 

LASTRE DI MAGNETISMO DOMINANTE

VENGONO SQUASSATE DAL SOLE DI ARMONIE SOLVENTI.

 

AURA DEL CUORE INTERNA AL FOLGORARE.

 

AURA DELL’IMPOSSIBILE INNALZARE.

 

LUCE DEL CONNETTERE FRA I CIELI L’IMMATERIALITA’ DEL LOGOS NEL PENSARE.

 

NEGLI APICI IN CUI L’INTENSITA’ VOLENTE OTTIENE IL PIU’ ALTO CONTEMPLARE :

PUO’ LA QUALITA’ CHE NE DERIVA

COLPIRE IL PIU’ DENSO INDURIRE DEL MENTIRE.

 

PUO’ PORRE AL COSPETTO DELLA SOVRUMANITA’ SANANTE

QUANTO SI ADDENSAVA NEL RIBELLE OLTRAGGIO DI ENERGIE.

 

VOLTO SOLARE DI ARMONIA IMPRIME L’IMPOSSIBILE AFFACCIARSI DEL REDIMERE.

 

ED E’ FOLGORE ARCANGELICA.

 

DIVINO SGUARDO CHE STRENUAMENTE SANA.

 

ORO DELL’IO NEL CREDO CORONATO.

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2/17997

AURORA DAL CANDIDO MANTO

 

L’ALITO DI IENA PREVALE NEL LIVORE.

CUPA CONCENTRATA ABISSALE VISIONE DI SE

CHE E’ SUPERBIA ARIMANICA COLMA DI SPIETATE CERTEZZE.

 

LO SGUARDO TORBIDO DI ARIMANE ATTRAVERSO TITOLATE FEMMINE ABISSALI.

 

LA PROPRIA SENSIBILITA’ DI STREGA E’ ERETTA A METRO SUPREMO DI GIUDIZIO.

LASTRE DI POTENZA NEL FURORE CHE E’ SEVERAMENTE ISTERICO AL DI SOTTO DEL PENSARE.

 

LA GRANDE SUPERBIA DEL MALE AGISCE TRAMITE OTTUSI.

 

SPONTANEI NEL MALE SOLTANTO IN QUANTO PRIVI DI ACUME

MA CERTI CHE IL PROPRIO GIUDIZIO SIA NORMA IMPERANTE.

SIA TRASCENDENTE VALORE CHE SCAVALCA E SOSPENDE IL PENSARE.

 

IL LORO SEMPLICE SGUARDO E’ CONTROVEGGENZA CHE IMPONE IL DOLORE.

 

MA IL FEMMINILE TELLURICO MORTO AL VALORE DI NITIDA AURORA :

STA ORA SOFFRENDO NEL DECADERE IN CUI L’ISTERIA  SI RESTRINGE.

 

SOTTILISSIMA LUCE FULGUREA PERCORRE OPINIONI CONTORTE.

SOTTILISSIMA LUCE STA ORA VIVENDO QUEL MALE CHE PERCIO’ STESSO CONSUMA.

 

SQUASSANDO L’IMPERIO DI ABISSALI STREGHISMI MENTALI.

 

GLI OCCULTI CORPI DEL MALE SUBISCONO OLTRAGGI.

 

FISICISSIMI VOLTI INTERIORI MALIGNI : SUBISCONO IL VOLTO SOLARE.

 

E’ FOLGORE E TUONO.

 

METALLICO SGUARDO DEL TENUISSIMO ORO.

IDEA CHE CANCELLA CERTEZZE ABISSALI.

 

LA SUPERBIA SPIETATA DEI FOLLI : VACILLA.

 

DAI CIELI LAMPEGGIA L’AURORA DEL CANDIDO MANTO.

 

E’ IL VOLTO DEL FERREO LUCRORE DEI CIELI CHE SORGE DAL CUORE.

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3/17998

ESSENZA FOLGORANTE E CUORE

 

OVE RIMBOMBA L’ALITO DEL DRAGO

FRA LE CAVERNE CARNEE DELLA CEREBRALITA’.

 

NEL FARFUGLIARE OTTUSO DI PAROLE

CHE VENGONO ESALATE DAGLI AUTOMATISMI FISICI

PRIVI DI RAGIONE E PRIVI DI BONTA’.

 

OVE NEL GELO E’ PERSA LA SPERANZA.

 

E DOVE LA FOLLIA  -INSISTENDO-  TROVA LA SUA RABBIA.

CEREBRALITA’

FALSO CALORE

E L’IMPRIMERSI CAOTICO DI INFERNI.

 

OLTRE TUTTO CIO’ SI INNALZA L’IMMATERIALITA’ SINTETICA D’IDEA.

 

LUCE DEL VOLERE CHE CONTEMPLA NEL CONCETTO.

E CHE NEGLI ALTI VERTICI

PER ATTIMI

RITROVA IL CUORE E L’AMPIO RESPIRO DEL CELESTE.

 

ED E’ FULGORE IMPREVISTO CHE DILAVA.

 

ATTO DEL LUCRORE CHE SPEZZA LE PAROLE CEREBRALI.

MENTRE GELIDO LIVORE DELLE CARNI  :  MUORE.

 

PER ATTIMI IL FERRO E’ INCONTRASTATO.

 

FERRO CELESTE DELLE ORIGINI DEL TUONO.

NELL’ORO DELL’ALTARE.

OVE NEL RITO DEL PENSARE L’ARCANGELO RIAPPARE.

 

AUREO SIGNORE DELLE FOLGORI E CALORE.

 

ESSENZA ESTREMA DELL’INCONCEPIBILE ATTUARSI DEL RITO NEL PENSARE.

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4/17999

LUCE DI ARMONIA

 

LA CATTIVERIA ISTERICA SI NUTRE DI MENZOGNA.

ESTATICA COMMISTIONE FRA IL MENTIRE E L’ODIO.

 

STANNO SERRATI E STRETTI IMPLORANDO LA POTENZA.

TANTO OTTUSI DA POTER MENTIRE SENZA DUBITARE MAI.

 

CERTI DELLA MENZOGNA OTTENGONO POI LA FORZA DEL FURORE.

UNITI AL DEFORME IMPEGNO MARCIANO TRAVOLGENTI NEL TERREO STREPITARE.

 

ESSENZA ROCCIOSA DELL’INVERSO NUTRITA DAGLI INFERNI.

 

MA IL TRAVOLGENTE STREPITARE VIENE TOCCATO DALLA LUCE

CHE MENTRE LO CONTEMPLA NE VIVE LE RIBUTTANTI ESSENZE.

 

INFINE MISERICORDIA OTTIENE IL FOLGORARE.

 

OTTIENE LA PRESA FERREA SUL MALIGNO

E NE CONSUMA SPAZIO E POTERE ED INFLUENZA.

 

VOLTO DIVINO CANCELLA QUEL DEFORME ATTRITO.

 

GEME LA TERREA VESTE DEL BESTIALE.

 

QUEL GRIDO PERENNE DEL FURORE  :  TACE.

 

SORRIDE FRA LE ARMONIE L’AUREO IMPRIMERSI DEL VERO.

 

L’IDEA PERCORRE NELL’IMMATERIALITA’ I SENTIERI DELLA FOLGORE.

 

ORO TRAVOLGE LO SCORRERE DEL TEMPO

E GIUNGE A SANARE LA’ OVE FU FERITO.

 

LUCE DI VERITA’ SI IMPONE SUL MENTIRE.

MENTRE LA TERREA RABBIA GIACE LACERATA.

 

ATTO DELLA SCULTOREA ESSENZA NELLA FORMA IN CUI SI DELINEA IL SOLE.

E’ FOLGORE ED E’ AMORE.

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5/18000

ORO SOLARE

 

NELLA CARNE E NEL LIVORE ROTOLANO NEL FANGO LE ENERGIE.

CONVINTE DAL MENTIRE EMANANO L’INFORME DECRETARE.

 

SANCISCONO L’UMANO DECADERE.

IL PERDERE L’ETERICO.

 

L’INCREDULITA’ E L’ASSURDO FONDATO SUL BANALE.

 

L’OSCURITA’ DEI CORPI CANCELLA L’INTUIRE.

PROSAICITA’ E PLAUSIBILE SI ACCORDANO NEL GELO COI PIANI DELLA RABBIA.

 

IL CARNEO SI AVVINGHIA ALL’OSCURARE

E ASSIEME PREPARANO GLI INFERNI.

 

MA L’ASSOLUTO E’ INCONCEPIBILE AI DORMIENTI.

E PERTANTO NON PUO’ ESSERE OSCURATO.

 

QUANDO LA VOLONTA’ IN IDEA SI IMMETTE NELL’UNIRE

OTTIENE L’IMPOSSIBILE ACCENSIONE FRA GLI UMANI.

 

IMPREVEDIBILE E INCONCEPITA SOVRUMANITA’ OPERANTE : ACCADE.

 

L’UMANO -PERMANENDO TALE- SUPERA CONFINI CHE NON POTEVA PREVEDERE.

E UNISCE LA QUALITA’ DEL SUO IMPEGNO INUSITATO

A NUOVI DISEGNI CHE INONDANO IL REALE.

 

AVVAMPA DI MERAVIGLIA L’ATTO CHE SI SCAGLIA CONTRO ESSENZE OSTACOLANTI CHE NON SI SAPEVA DI POTER PENSARE.

 

E FOLGORE SI IMPRIME  OVE SOCCORRE IL FATO.

 

SOVRUMANITA’ SI AFFACCIA FRA I DESTINI CONSACRATI.

 

ORO SOLARE IMMESSO NELL’UMANO.

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HELIOS FK AZIONE SOLARE

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EL MANUAL

   manual

***

Ognuno ha un suo libro preferito. Non e’ nemmeno scritto da qualche parte che esso debba essere “il piu’ importante”. L’anima s’e’ legata ad esso o viceversa ed e’ inutile elucubrare teorie su questo fatto. Ciò vale per i Testi dello Steiner come per gli Scritti di Scaligero. Di quest’ultimo sappiamo quanto lui stesso considerasse importante Il Trattato del Pensiero Vivente e su un versante particolare Graal. Ma anche qui, per il ricercatore vale la sua affinità elettiva con qualcuno dei tanti libri che Scaligero scrisse in poco più di un decennio.Massimo Scaligero era uno spirito pratico e, come i suoi Maestri, Giovanni Colazza e Rudolf Steiner, pur stimando importantissima l’assimilazione dei contenuti antroposofici, quando ciò era possibile, dava subito ai ricercatori che si avvicinavano a lui consigli concreti e discipline per la maturazione delle forze dell’anima che tenda allo Spirito.Spesso dopo un momento felice, dubbi e incertezze rabbuiano l’anima e i medesimi interrogativi si manifestano ancora più volte. Forse questo fu uno dei motivi che spinsero Scaligero a scrivere un libro di istruzioni (un pratico Manuale, per l’appunto) da usare per un sicuro lavoro di costruzione: agile ma capace di spaziare sulle più importanti tematiche che un’anima possa considerare indispensabili per la vita interiore e per la conseguente ascesi.Ben presto Il Manuale divenne un caposaldo, il sicuro raggio di luce del faro per chi, spesso giovane o molto giovane, s’era imbarcato nel mar mosso della avventura interiore.

Fu così per chi ebbe in sorte l’incontro con l’Amico e lo è ancora di più ora che l’Amico è invisibile e le acque del mondo sembrano segnare tempesta.Sotto un cielo considerevolmente grigio, per molti può rappresentare una scintilla di luce la bella notizia che i nostri amici argentini, dopo aver per la prima volta tradotto ed edito L’uomo Interiore in lingua spagnola, non si sono fermati a riposare ma hanno stampato come secondo e sicuramente non ultimo libro di Scaligero, il Manuale pratico della Meditazione.Il merito va all’amico Giovanni Gullo che lo ha ben tradotto, con fedeltà, persuasione e tenacia. Ma non vanno posti in seconda linea coloro che lo hanno aiutato, compreso e sostenuto (chi ha fatto qualcosa di costruttivo insieme ad altri sa l’importanza che questi hanno avuto accomunandosi nello sforzo) e nemmeno vanno dimenticati tutti coloro che hanno dato fiducia ed entusiasmo all’idea.Qui su Eco ci limitiamo a darne di nuovo notizia, dopo averlo fatto sul forum a suo tempo, cogliendo l’occasione per ringraziare della splendida iniziativa questi nostri amici di Mendoza e rendiamo noto ad amici, lettori e utenti che la Rivista on-line L’Archetipo, nello stesso periodo pubblico’ in rete  immagini, scritti e particolari per dare un giusto risalto all’evento.

 www.larchetipo.com/2012/lug12/pubblicazioni.pdf

Grazie dell’attenzione.
***
.
Riceviamo dal dott. Franco Giovi queste immagini a lui inviate dal suo amico maestro di arti marziali Roberto Daniel Villalba, con barba e occhiali nelle foto, in visita a Mendoza, insieme a Giovanni Gullo.
Ricieviamo e pubblichiamo con piacere.

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S.MICHELE

10270104 .

*

Michael, generoso Principe Celeste
Tu potente,
Tu il maggiore e d’oro splendente
Fra i portatori del più alto dei Re:
il Cristo.

Sacro e solenne è il Tuo nome:
“Michael – chi è come Dio”

Tu quale compagno dei Troni,
sei pietra e fondamento
dell’alta volta del cielo.

Tu, arco delle Kyriòtetes
dardeggi dalla cerchia delle Dynameis
Fra le Archai e le Exusiai
Tu sei luce scintillante.

Sì, quale fuoco che difende,
Tu proteggi il coro dei Cherubini;
e fra i Serafini Tu stai
pieno di forza
appoggiato alla Tua lancia sublime.

Tu dirigi la cerchia delle schiere celesti,
perché Tu meriti di essere il primo fra esse
e consigliere.

Tu fai piovere i raggi
sul quadruplice ordine degli Spiriti
che regolano il corso del tempo.

Tu sei sacerdote
fra le due-volte-due
guide della quarta ronda.

Il volto Tu sei delle tre-volte-tre
sacri regni degli Angeli
e della nobile schiera
delle mille-volte-mille
milizie celesti.

Tu sei l’inno senza fine
alla tre—volte sacra Trinità.

Sei Tu che, incessantemente,
dal viso ai piedi
nascondi l’Altissimo iddio
e a turno Ti inchini
davanti alle tre figure.

Tu sei compagno di Uriele, Gabriele e Raffaele
Essi nascondono
con le loro due-volte-tre
frementi ali fiammeggianti,
il più alto segreto
che fu prima degli inizi del creato;
i quali, all’avvicinarsi dei terrori per la fine del mondo,
operano quanto occorre.

Tu, l’incarico del Creatore
compi obbediente nel creato,
e quantunque Tu sia stato osannato
non abbandoni il cielo più basso,
mentre il nemico protervo che fugge vilmente
viene punito nell’oscuro abisso.
Cosi’ ti sei conquistato lo splendore
della più alta virtù:
e la Tua forza è potente e gloriosa

Tu sei il dominatore
delle oscure schiere demoniache.
La tua sentenza di giudice
Vale per satana e gli Angeli suoi.

Tu compi luminosamente la promessa
del Profeta Daniele che Ti chiamò:
“L’eroe che guida la lotta per il popolo credente”-

E così Ti preghiamo
augusto e splendente
guerriero e vincitore.
Concedi anche a noi,
che ottenemmo la nascita del battesimo
la forza ausiliatrice
che donasti ai credenti dei vecchi misteri.

Allontana da noi
le sferzate della grandine,
l’ira impura dei demoni.
Chiudi le ferite,
allontana la pestilenza,
e disgrazie distorna,
proteggi le anime donando pace
prosperità
fede ardente.

Vedi,
noi tutti ci riuniamo
mentre ancora un anno è passato
nel corso del tempo,
per cantare solenne
il nostro inno di laude
alla Tua grandezza.

****************************
Inno Gotico – S. Michele

 

L'ALCHIMIA DELL' AUTUNNO

Autunno a

 

Poiché Eco è un blog che è orientato verso i contenuti che sono espressione palese e occulta dell’essere umano, che ne dite di fare un po’ di silenzio come natura insegna, lontano dal pc e fuori casa, magari per annusare la stagione che sta per piombarci addosso modificando non poche cose della nostra consueta vita, anche quella interiore?

Avere più consapevolezza di quanto la natura ci comunica è sempre un buon passo per una maggiore salute animica e per la coscienza di sé in quanto estranea, almeno per poco, dai pesanti aliti che si alzano con le personali passioni. Come serpenti.

Cercate di notare, quando la canicola è passata, come si cominci a respirare nell’aria, un odore diffuso sottile e particolare.
Che non è più il sentore puro delle mattine estive o la dolcezza delle serate crepitanti di grillesche attività e sature del profumo degli esausti fiori: no, agli odori dell’estate già si mescola un leggero tanfo di decomposizione e di foglie morte, che svanisce completamente a metà giornata, sotto i raggi ancora dardeggianti del sole.

In certi paesi europei l’autunno iniziava con la festa dell’apostolo Bartolomeo, in altri per san Luigi…non è solo un caso che, per queste date appaiono i primi sintomi dell’autunno che annunciano che la sonnolenza estiva dell’atmosfera comincia ad allontanarsi dal nostro mondo.
Per quanto belle possano essere le giornate, in settembre e in ottobre, le mattine e le sere ci fanno sapere che l’estate è fuggita via.

Questo odore autunnale ha la sua origine in una profonda metamorfosi della vita terrestre.
Un po’ come in primavera, i batteri del suolo e gli altri micro organismi si mettono all’opera per trasformare la massa vegetale caduta lungo e alla fine dell’estate. Ma questa metamorfosi è altra da quella primaverile: al presente nulla si costruisce, tutto si prepara soltanto a subire il freddo e l’umidità dell’inverno.

Questo processo che incomincia con la caduta delle foglie, delle bacche e dei frutti, prosegue per tutto l’autunno, al fine d’essere trasmesso alle forze dell’inverno.

Si può parlare, nei confronti dell’estate, come di un “fuoco estivo”: certo, è un fuoco assai dolce che fa schiudere i fiori, ma nondimeno ha gli stessi effetti del nostro fuoco ordinario, di legno o carbone. Il fuoco lascia sempre un residuo incombustibile: la “cenere”.
Ma la cenere non è solo una materia, è anche un processo.
Nella combustione ordinaria si vedono elevarsi in alto, calore, luce e gas mentre la cenere piomba in basso. Questa caduta verso il centro della terra è ciò che meglio caratterizza la cenere ed è un processo.

Il cadere ed il deporsi della cenere è altresì il segno distintivo dei fenomeni autunnali. Noi sentiamo il tonfo delle mele che si staccano dall’albero, lo scricchiolio delle noci maturate sui rami, il fruscio delle foglie morte. Il profumo del “fuoco estivo” avvolge ancora mele, pere e prugne ma contengono semi duri o noccioli legnosi. Solo le noci, che intorno a sé più non hanno morbida sostanza, sono perfetti frutti d’autunno, ossia frutti bruciati, di cenere.

E’ possibile chiedersi allora in che cosa certe produzioni della precedente stagione, cereali, patate e altri ancora hanno qualcosa di cinerino?

Per rispondere a questa domanda noi dobbiamo farci aiutare dall’arte del chimico: da lui possiamo apprendere che la maturazione dei frutti e dei grani, così come l’ingiallirsi delle foglie e la loro caduta, implica un grande arricchimento di diverse parti della pianta con sostanze minerali.

Tra l’estate e l’autunno, quando tutto matura, i vegetali si mineralizzano, in particolare per quanto concerne frutti e semenze e questa mineralizzazione compenetra anche l’amido e l’albumina; essi si impregnano di calcio, magnesio, silice e fosforo.
Ma questi elementi non si presentano sotto forma del “principio Sale”, essi piuttosto sono connessi al potere alimentare e nutritivo. Così non è un semplice carbonato di calcio che finemente si spande nella nostra farina di frumento o un semplice fosfato di magnesio che si deposita nell’albumina dei grani. Questi sali minerali non sono più dei sali nel senso proprio del termine, ma dei costituenti vivi che si integrano intimamente all’amido e all’albumina.
Se essi non fossero attivi in grani e semi, alcune nuove piante, nella successiva primavere non potrebbero nemmeno crescere.

A queste sostanze minerali si aggiungono il ferro, il potassio, il sodio e altro ancora…ossia tutto quello che si trova nelle ceneri rilasciate di piante bruciate o dagli incendi boschivi.

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Il processo del “divenire cenere” autunnale, nella terminale maturazione vegetale, non giunge sino ad una vera combustione e il “fuoco estivo” non giunge certo sino a conseguenze estreme!
Ciò poiché nei processi viventi della natura, nulla va a termine, nulla si perfeziona: tutto si intensifica solo fino ad un certo punto, così da poter essere trasmesso nell’ulteriore divenire.
Questo è rettamente un carattere del vivente: esso non porta a termine nulla, esso affida quello che ha maturato alle forze del cielo e della terra che lo faranno riapparire sotto una nuova forma. Mai una totale completezza né perfezione: ciò sarebbe sinonimo di morte assoluta.

Così noi siamo spesso ingannati dall’autunno, per la sparizione dello splendore estivo nella “cenere” delle foglie cadute.
Noi pensiamo: “Qui tutto finisce, muore”. Ma non è assolutamente vero!
Soltanto, l’uomo non vede più come i composti vegetali diventino l’alimento per il suolo materno,
egli non vede più quel che succede ai semi in seno alla terra, quando umidità, freddo e neve hanno uniformato ogni cosa e tutto nascosto.

Il grande mistero dell’autunno è che non esiste alcuna regione della terra dove sia possibile affermare: “Qui regna un autunno perpetuo!”.
Infatti esistono luoghi dove regna una sorta di eterna primavera, una eterna estate, un inverno perpetuo. Ma non v’è posto in cui si possa dire che lì l’autunno sia eterno.

E ciò per quale motivo?
Perché l’autunno è la stagione delle metamorfosi.
Tutte le altre stagioni contengono metamorfosi allo stato virtuale, ma senza manifestarle.
Per contro, nelle zone temperate del mondo, là dove regna il ritmo delle stagioni, la metamorfosi si rivela attraverso i processi autunnali, cioè per mezzo della cenere rinnovatrice: in ciò, in tutto ciò, al momento giusto, sorge l’immagine della Fenice.

RASTIGNAC

Ps: ringrazio la gentile persona che con la sua conoscenza della chimica, mi ha corretto o confermato alcune righe, assicurandomi per non darvi da leggere fantasie personali.

IL MISTERO DELL'AUTUNNO

Equinozio d'Autunno

*

Cari amici,
dopo il Mistero dell’Estate vi propongo la successiva Stagione della natura e dell’anima umana.
Il nostro racconto inizia con l’ultima settimana di luglio.
In questo mese avvengono molte cose.
Da qui inizia ad agire con forza la polarità che (antroposoficamente) chiamiamo coi nomi di Lucifero-Arimane.

Le due potenze hanno accompagnato l’uomo nella sua ascesa sognante sino alla sosta estiva dove egli raggiunge il dono divino.
Lucifero ora vorrebbe mantenere l’uomo nello slancio del tripudio panico, che invece ha già dato il suo frutto. La spinta unidirezionale di Lucifero ci staccherebbe dalla linea ritmica dell’evoluzione. Arimane invece interviene distruttivamente: recando delusione e sfiducia.

Subito dopo la sosta estiva di luglio, all’incirca nell’ultima settimana del mese, i processi cosmici mutano: le giornate sono già più brevi. Viene agosto e la luce si accorcia.
Da Arimane provengono tenebre crescenti che iniziano a uccidere le forze di slancio, la natura, benché ancora rigogliosa, è stanca: basta uno sguardo sensibile per accorgersene.
Il dolore distruttivo di Arimane è il correttivo dell’azione luciferica: l’anima si avvia alla tristezza autunnale.

L’azione contrapposta delle due potenze ci trascinerebbe perpetuamente da un opposto all’altro: un giro senza uscita.
Tristezza in inverno, gioia in estate…ripetizione infinita.

Poiché possediamo l’io (in cui c’è tutto il mondo spirituale) possediamo anche la capacità di imprimere a quel ritmo ricorrente una direzione che la natura non ci offre.

Si giunge a settembre. Le diminuite ore di luce sono offuscate dalle prime nebbie, nubi e piogge. Nell’anima indugiano ancora sogni estivi di felicità, che Arimane distrugge con la realtà dello sfiorire naturale e ci si piega verso il suolo su cui trascinare la nostra esistenza.

Il mondo esterno porta scoraggiamento e tristezza: nel passaggio dalla malinconia di settembre alla tristezza ottembrina giunge all’anima il cenno severo e saldo di Michele.
E’ difficile avvertirlo poiché non agisce dall’esterno ma dallo spirito: può rivelarsi solo alle forze dell’io.

Dall’insegnamento del Dottore ci viene mostrato che l’azione del Cristo verso i due Ostacolatori non è uguale: la forza del Cristo trasforma Lucifero mentre vince e sottomette Arimane.
Michele è forza del Cristo e agisce sui due nel modo indicato.

Lo slancio luciferico dà forza all’io sino a quelle nozze estive chiamate Natale occulto. Poi tale slancio non va evitato ma trasformato.
Arimane invece tenta di uccidere lo slancio interiore (per l’uomo del nostro tempo, tutto esteriorità, sono processi che si svolgono senza che, quasi, giungano a coscienza. Si rimedia accendendo le luci, vestendo panni più caldi, vivendo la solita vita e magari pensando alle vacanze sulla neve).

L’anima modificata da una cosciente disciplina interiore, sente invece lo sgomento del vuoto interno, dell’impotenza, di una propria nullità: simili impressioni possono intensificarsi a diventare una prova per l’anima.
La distruzione proviene da Arimane, la malinconia da Lucifero. Anche la malinconia può venir sentita come una consolazione: attenzione, essa vela la forza di Michele! E’ facile cadervi poiché sembra consonare con l’esteriore: in arte e letteratura prende il nome di “romanticismo”.

Rimanere desti davanti alla propria vuota tristezza e come io, dirsi: “Nulla più mi ispira e mi dà vita, mi sento abbandonato e privo di sostegno. Io a ciò contrappongo la nuda volontà dell’io, con la fiducia che attraverso la fatica dell’io cosciente si attivino le forze spirituali che mi sostennero senza il bisogno dello sforzo cosciente”.

La volontà nuda dell’io (priva di supporti), senza altro sostegno che l’io stesso, appare come ferro con il quale si soggioga Arimane che vuole avviluppare l’anima con tristezza e annichilimento.

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Questo ferro è la “spada” che Michele porge al combattente per lo spirito: con essa viene protetto il prezioso oro solare che il “drago” vorrebbe sottrarre: il dono ricevuto nelle nozze mistiche dell’estate.
Oro visibile nella natura: nel giallo dorato delle foglie che appare alla luce per qualche tempo dopo San Michele, fuori dal verde e dal rosso.

L’azione cosmica di Michele, fatta propria dall’io umano per iniziativa cosciente, vince la tentazione arimanica e l’anima può congiungersi col dono dell’estate.

Natura, il tuo materno essere
io porto nell’essere del mio volere;
e la potenza di fuoco del mio volere
tempra gl’impulsi del mio spirito,
così ch’essi generino sentimento del sé,
perch’io porti me in me stesso.

(R. Steiner, Calendario dell’anima, San Michele – vers. di F. C.)

E nella settimana dopo San Michele:

Penetrare nel profondo del mio essere
mi desta un aspirare pieno di speranza,
ch’io trovo, guardando in me,
qual dono solare dell’estate,
germoglio che vive e mi scalda
nell’atmosfera autunnale,
impulso di forza della mia anima.

(R. Steiner, Calendario dell’anima, settimana dopo San Michele – vers. di F.C.)

Ripeto che tali momenti interiori possono presentarsi in qualunque tempo poiché suscitati da tessuti di forze extratemporali. Nelle stagioni concordano di più con cosmo e natura.

Vi ringrazio e vi saluto. :)

RASTIGNAC

MICHELE (Video musicale)

(Video realizzato da www.ecoantroposophia.it)

 *

Aggiungo queste informazioni al video sopra inserito, che ho avute grazie alla mia curiosita’ attivatasi dopo aver gustato il piacere di visionare e ascoltare quanto sopra.
Le musiche su chitarra classica che possiamo ascoltare sono pensieri musicali, improvvisazioni, creati dal maestro NaitsirC e da lui eseguite. Il video e’ invece una Marvignanata.
Complimenti a entrambi. E grazie.

Libretto (Nota del compositore)

Libero – Ombroso

Michele osserva il lavoro degli spiriti delle tenebre sull’animo umano

3:00 ( minuto terzo ) Secondo Movimento – Libero

Michele pensa e pesa, ascolta e rivolta
ordina e

4:00 Quarto minuto Terzo Movimento Ritmato

Saluta i discepoli e consiglia i prodighi

5:45 ( Quinto minuto e quarantacinquesimo secondo ) Quarto movimento

I residui nell’astrale vengono indirizzati

6:30 Quinto movimento

Relazione, compassione e compattezza, ritmo e tenerezza,
ritorno ai cieli.

p.s.

Attenzione alla transizione tra il primo movimento ed il secondo che puo’ far pensare alla fine del video, attendere prego, siamo appena all’inizio…..dei circa dieci mn di ascolto.

Via del «Vuoto» e Compassione: il Sentiero Arcano dell’Intelletto d’Amore

Bodhisattva a

*

Taluni, anzi molti, di fronte ad una Via austera e severa come quella del «Vuoto», indicata in India dall’asceta buddhista Nagarjuna, o di fronte alla limpida e austera Via del Pensiero, indicata in Occidente da Massimo Scaligero, si sentono mancare l’aria – vanno letteralmente in debito d’ossigeno – e si chiedono come da una Via che a loro sembra essere tanto arida, e da un’atmosfera tanto rarefatta possa scaturire la pienezza della vita dell’anima, come da essa possano scaturire moti dell’anima come amore e compassione.

Invero, ci siamo sempre stupiti di una tale posizione «umana-troppo umana», che mostra quanto l’inferiore natura – la natura decaduta dal suo stato primordiale, pervertita, in un certo senso «snaturata» o «de-naturata» – tema l’incandescenza dissolvitrice dello Spirito. Lo Spirito, nella sua assoluta purezza, non può non predominare sulla natura e sulla materia: la sua azione su di esse non può che essere trasfiguratrice e o annientatrice.

Che l’essere umano di fronte alla purezza e alla luminosità stellare dei pensieri di Nagarjuna sulla «Vacuità», o di Massimo Scaligero sull’originarietà del Pensiero Vivente, sulla priorità e l’assolutezza dell’«atto puro» del pensare, senta una sorta di «gelo animico» è ben comprensibile, perché quei pensieri nulla hanno dell’ambiguo e stordente «calore» ascendente dal basso, dell’oscuro «calore» promanante dagli istinti. Anzi si può dire quei pensieri posseggano un «fuoco sidereo», la cui «virtù» è alchemicamente quella di «congelare» il «mercurio» e gli altri «metalli» nelle «viscere della terra», ossia la stellare potenza di quei pensieri, l’ardere di quel pensare, ha un effetto raggelante sulla natura istintiva e sulla natura psichica, ossia su quella parte dell’anima che è irregolarmente sveglia nel suo servaggio alla corporeità.

Mentre l’anima originaria, l’anima «stellare» è immersa in un sonno catalettico, fatto di oblio e paralisi, come fosse ibernata. Perché l’anima angelica, l’anima «stellare» si ridesti e risorga, deve essere annientato l’infero magnetismo che lega la psiche al corpo, l’ipnosi che avvince lo sguardo dell’anima caduta al magnetismo del serpente che la costringe alla sua abiezione. Il «calor cogitationis» – come lo chiamava Massimo Scaligero – ha la duplice ermetica «virtù» di «raggelare» la psiche asservita al corpo, che dal corpo trae l’infero «calore» che l’avviva e del quale viene privata dal pensare, e di risvegliare, disciogliere dalla paralisi e dall’incantamento, che la teneva prigioniera, l’anima angelica, rianimandola con un «fuoco soave» del tutto ignoto alla natura istintiva, «riscaldandola» e scacciando il «gelo» che in lei paralizzava la memoria celeste.

È ben vero che il pensare puro, il pensare libero dai sensi, ha un effetto «mortifero» sulla psiche e sulla natura istintiva, effetto corrispondente alla «mortificazione» alchemica, ed è vero altresì che in tale condizione l’essere umano si senta mancare l’aria, che vada in debito d’ossigeno: questo è vero alla lettera. Il sentirsi mancar l’aria, l’andare in debito d’ossigeno, la sensazione di soffocare contro la quale reagisce in noi l’essere animale, è appunto un sentirsi morire. Ma quel che muore è l’essere animale, per il quale assorbire l’aria è un «mangiare la vita», una «vita» caduta, una «vita» inevitabilmente destinata alla morte: una «vita» animale che, ardendo come un fuoco distruttore, riduce in cenere e polvere lo stesso corpo, al quale la psiche con tanta passione tenacemente si avvince.

Il medesimo fuoco sidereo, invece, ha sull’anima celeste, sull’anima siderea, che giace prigioniera in uno stato di catalettico oblio e di paralisi, un effetto liberatore e risvegliatore: non un effetto distruttore come quello del fuoco degli istinti, bensì un effetto «nutriente», risanatore e rigeneratore. Ma un tale «fuoco» e la sua mirabile azione sono inconcepibili all’essere volgare che si pasce delle passioni mondane, che beve a lunghi sorsi le acque «letali» del Lete, acque che invero non dissetano ma aumentano allo spasimo l’arsura, che si involge nei veli dell’illusione «realistica», che lo stordisce e gli oscura ogni visione. «Al di là» di tutto ciò deve andare la «visione penetrante», la percezione discriminante di quella Sapienza Trascendente capace di vedere come «vuote» tutte le apparenze, svincolandosi da tutte le illusioni, dissolvendo tutti gli attaccamenti. Infatti, come abbiamo detto nel nostro precedente scritto «nagarjuniano», nel Mahaprajñaparamitahrdayasutra, nel Sutra del Cuore, la Celeste Sophia viene così chiamata:

« Inconcepibile e inesprimibile,
la Prajñaparamita non nata e senza cessazione
ha una natura simile al Cielo
e non può essere sperimentata altro che mediante la saggezza del discernimento:
Omaggio alla Madre dei Buddha nei tre tempi
».

E lo stesso Nagarjuna nella sua opera il Catuhstava, i Quattro Inni, dopo aver a lungo seguito la via negationis, così rende direttamente omaggio alla indicibile Realtà Ultima, la quale non può essere «intuita» e «compresa» altro che attraverso questa Sapienza Trascendente. Il Catuhstava è la raccolta di quattro Inni in lode di tale Realtà Assoluta. È in tali Inni che Nagarjuna disvela, il suo scopo reale, e per quale motivo egli accenni così raramente a tale «Realtà ultima», proprio perché essa è aldilà di qualsivoglia formulazione logica e verbale. Nagarjuna è un terribile distruttore della dialettica proprio in quanto dominandola radicalmente è in grado di annientarla.

« Come Ti loderò, o Signore, Tu che senza nascita, senza dimora, sorpassi ogni conoscenza mondana e il cui dominio sfugge alle peregrinazioni della parola.
E tuttavia, tale quale Tu sei, accessibile al solo senso della Quiddità [la Natura Assoluta], con amore io Ti loderò, o Maestro, ricorrendo alle convenzioni mondane.
Poiché, per essenza, Tu non conosci, in Te, veruna nascita, né andata né venuta. Lode a Te, Signore, a Te il “Senza natura propria”!
Tu non sei né essere né non-essere, né permanete, né impermalente, né eterno, né non-eterno. Omaggio a Te, il “Senza dualità”!
».

Ciò può mostrare come dalla visione penetrante che coglie la «vacuità», la mancanza di «natura propria» di tutti i fenomeni, che non sono altro che la frantumazione nella molteplicità illusoria di quella Realtà Assoluta, che Pitagorici e Platonici chiamavano l’Uno Unissismo, e che l’Oriente evita di definire in termini positivi, possa scaturire una vita dell’anima piena di slancio e di calore.
Basterebbe leggere poche parole di Shantideva, fedele seguace della Via del Vuoto di Nagarjuna e del Mahayana, per convincersi come dalla Sapienza Trascendente nascano Intelligenza Celeste e Illimitato Amore. Egli nel Bodhicaryavatara porta il lirismo della sua realizzazione ascetica a livelli di autentica incandescenza:

«Io supplico con le mani giunte gli Svegliati di tutte le regioni: possano, deh, essi accendere la lampada della Legge per coloro che cadono, offuscati, negli abissi del dolore! Io imploro con le mani giunte i Vincitori che desiderano il nirvana: possano trattenersi quaggiù per infiniti periodi cosmici, affinché questo mondo non diventi cieco!

Grazie ai meriti acquistati con tutti questi riti, deh, possa essere, per tutte le creature, colui che calma ogni dolore! Possa io essere, per i malati, il rimedio, il medico, il loro servitore, fino alla sparizione della malattia! Possa io calmare con piogge di cibi e di bevande il supplizio della fame e della sete e diventare io stesso, nei periodi di carestia degli evi intermedi, cibo e bevanda!Possa io essere per i poveri un tesoro inesauribile, – pronto a servirli in tutto quello di cui hanno bisogno.
Tutte le mie incarnazioni future, tutti i miei beni, tutti i miei meriti passati, presenti e futuri io li abbandono con indifferenza, perché s’inveri la salute di tutte le creature. Il nirvana è l’abbandono di tutto; ora il mio cuore aspira al nirvana. Onde, visto che tutto devo abbandonare, meglio allora dar tutto alle creature».

E in un famoso verso afferma:

«Colui che desidera salvare rapidamente se stesso e gli altri, deve praticare il supremo mistero, voglio dire lo scambio dell’io e degli altri».

Ora, la visione della «vacuità» mostra eloquentemente quanto gli umani siano disperatamente avvinti all’illusione di un ego separato, e come questa illusione generi in essi brama, paura e avversione, le mortifere figlie della «ignoranza», la quale è per il Buddha Shakyamuni la prolifica madre di tutti i mali. L’ignoranza, avidya, e le sue perfide figlie trasformano la terrestre dimora degli umani ne «l’aiuola che ci fa tanto feroci» (Paradiso XXII, 151). La vicenda umana sotto la loro stritolante costrizione si fa sempre più al contempo dolorosa e ottusa: una follia contraddittoria che al presente ha raggiunti livelli di assurdità mai prima generati, e che prepara catastrofi della vita collettiva in tale misura mai prima verificatesi. Di fronte a tanta non-significante dolorosa follia, la «visione discriminante» sente scaturire in sé la compassione. Come scrive Alexandra David-Neel nel suo Les Enseignements secrets des Bouddhiste Tibétains, testo molto apprezzato da Massimo Scaligero, da lui profondamente commentato in una recenzione su East and West:

«Adesso agiremo basando la nostra attività su delle verità. La più evidente di queste è l’aspetto di campo di battaglia che il mondo, visto attraverso la Visione profonda, presenta. Colui che percepirà chiaramente il carattere universale di questa battaglia senza tregua, senza fine, sentirà, dicono i Maestri, nascere dentro di sé una pietà infinita, incontrollabile.
Se si fa notare a uno o all’altro di questi Maestri spirituali che una reazione del genere non è assolutamente certa, se si fa loro notare che esistono molte persone egoiste abituate a restare indifferenti al dolore altrui, essi risponderanno che queste persone sono degli impotenti mentali. Non hanno afferrato la vastità del disastro che contemplano, si credono al di là del suo raggio d’azione, nel tempo e nello spazio. Non capiscono che sono circondati dalla sofferenza sotto forme diverse, che essa cresce intorno a loro e li sommergerà con l’estremo dolore: la morte.
Una volta resosi conto del suo stato di insicurezza in un mondo dominato dalla sofferenza, l’uomo ragionevole si sforzerà di risanare questo ambiente eliminando i germi della sofferenza, i concetti errati, sotto l’influenza dei quali alcuni provocano la sofferenza, altri l’accettano passivamente.
La pietà infinita, universale che prova colui che ha Visto, nel senso completo di Vedere, si tradurrà in azioni positive: la dimostrazione della falsità dei sentimenti egoistici, la necessità imperiosa di aiutarsi gli uni con gli altri».

Proprio dall’esperienza cosciente dell’essere originario del pensiero, dalla separazione del momento vivo del pensare dai morti prodotti propri al suo aspetto riflesso, proprio dall’esperienza cosciente dell’atto del pensare puro, «vuoto di pensieri», nasce la possibilità di attuare quella «equanimità», «positività», e «spregiudicatezza» che, come qualità indispensabili dell’anima nel suo cammino interiore, difficilmente sono autentiche, e non mera recitazione, se non scaturiscono dal processo di liberazione del pensiero. Nello stato di soggezione del pensare alla mediazione del sistema neurosensoriale, è inevitabile che anche le più nobili qualità dell’anima si corrompano e si pervertano spesso nel loro contrario. Questo andrebbe seriamente considerato – e con senso di responsabilità – da coloro che apertamente o velatamente propongono una «via dell’anima» come rimedio ad una Via dello Spirito, sentita – unicamente dalla natura inferiore che vuole evitare la sua inevitabile morte – come «troppo arida», come «non adatta» a molti: in definitiva una tale «via dell’anima» viene contrapposta alla Via del Pensiero, alla Via dello Spirito, ingenuamente o scientemente qualificata come una possibile «via del sublime egoismo».

Equanimità, positività, spregiudicatezza, così come venerazione e devozione, compassione ed amore, possono scaturire solo da Conoscenza: per essere veraci possono sorgere solo dal processo di liberazione del pensiero, perché «il grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce, tutto ama».

Per chi conosca la natura del pensare ed intuisca quella dell’Io, sa che il Rito della concentrazione è un atto di venerazione profonda, e che l’attuarsi della concentrazione è un folgorante atto d’Amore.

IL PENSARE DEL CUORE

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Ci viene raccontato dal drammaturgo greco Eschilo, che per aver donato all’uomo il fuoco, Prometeo viene incatenato alle rocce del Caucaso dal padre degli dei Giove.

Esseri, impietositi dal suo stato, gli fanno visita in quel deserto e gli chiedono perché mai sia stato punito in modo tanto severo. Prometeo risponde che il fuoco che egli ha donato all’umanità, ha portato l’uomo a un decisivo salto di coscienza: lo ha reso “internamente spirituale”.

Eschilo, che descrive la scena, crea questo nuovo concetto che prima di allora non esisteva nella lingua greca.

Che cosa intende con “internamente spirituale”? Prometeo si prende il merito di aver fatto in modo che la facoltà spirituale pensante, che prima veniva donata all’uomo da “fuori”, ora diventi interna all’uomo.

Nei più antichi poemi epici viene raccontato che l’uomo, posto di fronte ad importanti decisioni, veniva ispirato dalle divinità e seguiva il loro volere.

Con il dono del primo germe del fuoco-pensiero, l’essere umano diviene capace di operazioni spirituali autonome, può prendere egli stesso le sue decisioni e risponderne.

Prometeo ha reso l’uomo potenzialmente “signore della propria ragione”.

Ma il salto di coscienza che rende l’uomo autonomo nel mondo sensibile, allo stesso tempo oscura la sua coscienza superiore e lo allontana dagli dei e dal mondo spirituale: avviene la cacciata dal paradiso descritta nell’Antico Testamento.

Da allora, questa nuova facoltà che vive nell’uomo, si evolve a poco a poco in due forme diverse: come intelligenza analitica e come intelligenza creativa.

L’intelligenza analitica, facendo un salto ai giorni nostri, si presenta vincitrice su tutti i fronti; tutte le scoperte della scienza e della tecnica provengono prevalentemente da questo tipo di pensare. Negli ultimi decenni, però, è diventato sempre più chiaro che la dimensione prometeica del pensare umano, l’elemento creativo intuitivo, quello che viene impiegato nella creazione artistica, ha in sé potenzialità immense che vorrebbero venir riconosciute e portate nella vita.

I tempi chiedono, con sempre maggior insistenza, la liberazione di Prometeo dalle catene, nel significato più vasto del termine, perché questa liberazione possa dare all’uomo la possibilità di affiancare al pensare intellettuale, indagatore di una realtà materiale, anche un pensare puro, vivente, capace di sostenere se stesso nella conoscenza e nell’indagine spirituale.

Con la “spiritualizzazione del pensiero” abbiamo a che fare con qualcosa di nuovo.

Non si tratta semplicemente di contrapporre un nuovo pensiero a quello vecchio, bensì di scoprire un pensiero capace di far risorgere il mondo dalla pesantezza terrena.

L’uomo deve portare a coscienza il fatto che qualunque percezione gli stia dinnanzi deve trasformarsi in pensiero per poter essere colta dal pensare.

Il percorso del pensare, partito dal dono di Prometeo, nell’essere umano ha continuato la sua metamorfosi in una evoluzione spirituale continua.

Rudolf Steiner ci dice che con l’avvento dell’epoca di Michele (1879) inizia la possibilità del “pensare del cuore” o pensare secondo Michele.

I cuori iniziano ad avere pensieri!

Che cos’è il pensare del cuore?

La relazione tra la mente e il cuore dell’uomo è un mistero delicato e la difficoltà a comprenderla è estrema. Normalmente si dice che con il cuore sentiamo una gioia o un dolore, cuore e sentimento li sentiamo molto imparentati tra loro, ora però si tratta di un sentire affinato che diviene organo di percezione di un pensiero più vivo, più forte, di un pensiero compenetrato di volontà.

Si potrebbe dire che si tratta di un sentire che pensa e di un pensiero che sente e credo che questa esperienza, per chi sta facendo un percorso spirituale, sia più comune di quanto si immagini.

Dalle molte caratterizzazioni del pensare micheliano, fatte dal dottor Steiner, si può iniziare a trovare anche in noi un inizio di questo pensiero nuovo.

In fondo, per entrare veramente nell’Antroposofia ( non solo in maniera intellettuale) c’è bisogno che il pensare venga sostenuto da un sentire divenuto più vasto, impersonale: un organo di percezione capace di “sentire” in sé la risonanza della verità.

Per il nuovo rapporto che viene così a costituirsi con Michele, il Principe del pensare del cuore, R.Steiner, in una delle sue conferenze, utilizza una meravigliosa immagine.

Nello sforzo di raggiungere questo pensiero fortificato dalla volontà e sostenuto da un sentire nuovo, gli uomini possono chiedere aiuto a Michael e allora…..”è come se allungassero le mani spirituali a Michele, dal basso verso l’alto per afferrare le mani tese di Michele dall’alto in basso. Infatti così può essere creato il ponte tra gli uomini e gli dei”. (O.O. 219, 17.12.1922).

 

 

 

Nagarjuna e la Via del Vuoto

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Perciò, mentre in coloro per cui, come sacrificio, vale la diffusione della legge e che ad essa, con sacrificio continuo, offrono, nel triplice mondo, libazioni, la dottrina del non sé, proclamata dal Tuo ruggito di leone, estirpa la paura provocata dall’errata opinione di un essere — essa impaùra invece l’ottuso gregge degli eretici. Nagarjuna

Ho avuto modo di leggere, qualche settimana fa, su internet queste parole del grande Nagarjuna, riportate da Eugenio Rastignac. Queste parole mi hanno risvegliato nel cuore e nell’anima il ricordo di qualcosa intensamente vissuto in vari incontri che ebbi con Massimo Scaligero. Prima dell’incontro con lui, seguivo per quel che potevo – data la pochissima stima che sin troppo giustificatamente avevo nei confronti degli ambienti sedicenti “spiritualisti”, preferivo procedere “in solitaria”, come dicono gli alpinisti – le Vie dell’Oriente: lo Yoga, il Buddhismo sia Theravada che Mahayana, lo Zen.
Il mio incontro con la Via del Buddha Shakyamuni – avvenuto alle soglie dell’adolescenza – fu per me «amore a prima vista»: un grande amore che tale è rimasto. Vi sono persino taluni che, con intenti ingiuriosi, mi tacciano tuttora di essere «buddhista», facendomi involontariamente un immeritato onore. In futuro mi sforzerò di meritare maggiormente un tale ingiurioso epiteto.

Quel che, invece, mi colpì tantissimo nella figura di Massimo Scaligero, e nel suo insegnamento, fu scorgere quanto fosse vivo in lui l’elemento di eternità che nel Buddhismo, al di là delle forme storiche inevitabilmente traseunti, si era manifestato ai miei occhi in maniera veramente folgorante. Quando lessi, e innumerevoli volte con ardore meditai (ed ancor oggi con accresciuto ardore medito) il Trattato del Pensiero Vivente, mi dissi: «Questa è l’essenza della “Via” del Mahayana, l’essenza della Via del Vuoto che Nagarjuna, diciotto secoli fa, in India, aveva voluto indicare».

Naturalmente, come scoprii strada facendo, nel Trattato vi era molto altro, e ben altro. Massimo Scaligero con ogni evidenza mi appariva possedere magistralmente, in maniera dinamica, l’essenza ascetica e realizzativa di quelle antiche Vie, per me così affascinanti. Non solo: sin dal primo incontro egli mi chiese – esplicitamente – di continuare al coltivare lo studio e la meditazione dei contenuti del Buddhismo Mahayana, dandomi anche delle indicazioni di esercizi e di pratiche che nel tempo molto mi aiutarono, e ancor oggi molto mi aiutano.

In genere, a parte lui e ben poche altre eccezioni, ho trovato negli ambienti “scaligeropolitani” (come chiama, con divertito umorismo, il mio amico C. gli “abitanti di Scaligeropoli”), pochissima comprensione, molti pre-giudizi, poco intendimento e molti fraintendimenti, concezioni molto rozze nei confronti del Buddhismo in generale e del Mahayana in particolare. Ed aveva perfettissimamente ragione il Buddha Shakyamuni nel dichiarare che «l’ignoranza è la radice di tutti i mali». In Massimo Scaligero, invece, vi era una mente vasta quanto il suo vasto cuore, e la profondità della sua comprensione era per me, ad ogni nuovo incontro, motivo di rinnovato stupore. Egli non si recludeva negli angusti limiti di una “ideologia” occultististica, sotto qualsivoglia etichetta questa si presentasse.

Una volta disse addirittura che vi era un Sutra mahayanico, nel quale il Buddha Shakyamuni descriveva l’esperienza del Pensiero Vivente. Egli non disse allora – ed anche qui non verrà detto – di quale Sutra si trattasse, perché voleva che il cercatore facesse il giusto e necessario sforzo di ricerca, in modo da giungere in maniera autonoma alla scoperta e al riconoscimento. Il giovin cercatore con diligenza e tanto ardore cercò, e infine trovò il Sutra e la descrizione del Pensiero Vivente che il Sublime ivi faceva. Una volta, poi, espressi a Massimo Scaligero tutta l’ammirazione che mi suscitava la figura di Nagarjuna, ed egli mi fece tutto un discorso – che letteralmente mi incantò – sulla Via del Pensiero, sulla sua arcana e segreta antichità, e mi rivelò come proprio Nagarjuna fosse stato uno dei primi – tra i più audaci e radicali – pionieri della «nostra» Via del Pensiero. E mi indicò come fondamentale per me, per la mia Via, la meditazione del Madhyamikakarika, ossia delle sue Stanze del cammino di Mezzo.

Quella di Nagarjuna è indubbiamente una Via ardua e temeraria: una Via forse per pochi: una Via che molti evitano, perché la temono. Ma anche all’inizio del Trattato del Pensiero Vivente Massimo Scaligero dichiara che la Via da lui indicata, è forse per pochissimi.

Anche la Via del Pensiero, nella sua adamantina purezza, è evitata e temuta. Perché una tale Via è temuta? È temuta perché l’«atto puro» del pensare, il «vuoto» del pensare, «dissolve» i pensati, le rappresentazioni, i pre-giudizi, le «opinioni» quali che esse siano. «Così la morte del pensiero è la condizione del suo dialettificarsi in forme diverse, solo in apparenza contrastanti»: queste parole son scritte nel primo capitolo del Trattato.

Di fronte all’essenza «vuota» del pensare, dell’«atto puro» del pensare, indipendente da ogni contenuto di pensiero, tutti i pensati bassi o sublimi, aristocratici o plebei, significativi o banali, si equivalgono: tutti, in quanto pensati, sono la morte dell’atto pensante che, nella coscienza riflessa dell’uomo caduto, va irrigidendosi nell’esanime forma cristallizzata. Tale forma è un mero nulla senza quell’atto pensante, e la sua natura – direbbe Nagarjuna – è, appunto, «vuota». Mentre l’atto del Pensiero Vivente nel suo folgorare è «vuoto» proprio per il suo essere al di là di «nome» e di «forma», il mero pensato – e quindi la smorta rappresentazione, l’opinione, così cara agli umani – è «vuoto» per la sua impossibilità di esistenza autonoma, per l’illusorietà di un suo esistere ex se, sussistendo solo in relaziona ad «altro», anch’esso ugualmente «vuoto» di «natura propria», come direbbero i buddhisti.

Quindi se l’«atto» del Pensiero Vivente è «vuoto» per «sovrabbondanza» di contenuto, il pensato è «vuoto» per «carenza» di contenuto proprio.

Gli umani non amano che il «vuoto» del Pensiero Vivente dissolva quella «apparenza» che essi credono tanto reale, apparenza ch’essi bramano, per la quale lottano, temono, odiano, non rendendosi conto, appunto, che quella apparenza è «vuota», è un «nulla». Gli umani, nella loro torpida inerzia, non amano essere distolti dalle proprie bramate illusioni: temono, evitano, e persino odiano quel Mondo Spirituale al quale li «apre» l’atto del Pensiero Vivente: per loro è il Mondo Spirituale, e non la loro tanto bramata «apparenza», ad essere un mero nulla. Unicamente il dolore, anch’esso dotato di grande potere dissolvente, può mostrare quanto gli umani in tale giudizio errino, e quanto insana e improvvida sia la loro scelta di «attaccarsi» a tale apparire come ad una realtà concreta.

Il processo conoscitivo che, lungo il sentiero dell’esperienza interiore diretta, conduce dal morto pensiero riflesso all’esperienza del pensiero-folgore, attraverso una intensificazione volitiva che porta sino al Pensiero Vivente, è un audace «denudamento» dell’atto pensante, una progressiva liberazione del pensare da ogni contenuto di pensiero, del quale l’atto pensante si è servito nella pratica ascetica solo come necessaria, ma provvisoria, mediazione. Mentre l’atto puro del pensare, «vuoto» di pensieri, è l’autentico «immediato», un «assoluto» solo su sé fondato.

Nagarjuna, nelle sue Stanze del Cammino di Mezzo, propone un cammino interiore simile, ossia un cammino nel quale all’atto conoscitivo vengono tolti – con una radicalità che le attuali anime «belle» possono trovare particolarmente spietata – tutti gli appoggi illusori, vengono demoliti tutti i pre-giudizi che si ritengono «ben fondati», tutte le «opinioni» più amorevolmente accarezzate, mostrandone abilmente la totale contraddittorietà e la basale illogicità. Nagarjuna spezza tutti i «sistemi» ai quali l’anima vagula blandula degli umani si rivolge nella sua ricerca di consolanti quanto illusorie sicurezze. E togliendo progressivamente ogni appoggio, demolendo ogni opinione, smascherando l’infondatezza di ogni pre-giudizio, Nagarjuna conduce l’audace cercatore del Vero ad una condizione interiore di «vacuità», di libertà da qualsivoglia condizionamento: conduce ad una «rivoluzione» – nel senso geometrico del termine – che nel Buddhismo Mahayana viene chiamata ashraya paravrtti, ossia «revulsione» o «rovesciamento dei supporti e degli appoggi». Come è detto enigmaticamente da Massimo Scaligero in Magia Sacra :

Ci si sostiene sempre. Ma ad un tratto si scopre che questo sorreggersi è illusorio: che il volersi sostenere è rinunciare a sostenersi: è un rinunciare ad essere veramente vivi.
Non c’è bisogno di appoggiarsi a nulla: se l’Io comincia a essere.
Chi vuole appoggiarsi, non può reggersi.
Chi vuole reggersi, non ha capito
.

Il «vuoto» è una condizione interiore di libertà da ogni limite e da ogni condizionamento, non un’altra «opinione» filosofica: Nagarjuna, infatti, nella sua compassionevole spietatezza, demolisce anche l’opinione della «vacuità», dicendo che essa è la liberazione da ogni opinione e che «coloro per i quali anche la vacuità è un’opinione, i Risvegliati li hanno considerati inguaribili». Infatti, Il Cammino di Mezzo, indicato da Nagarjuna, non fa altro che riprendere quel Sentiero Mediano prima percorso e realizzato, e poi indicato, dal Buddha Shakyamuni.
Se si applicasse un tale criterio di radicalità conoscitiva alle attuali comunità sedicenti spiritualistiche, il risultato sarebbe davvero poco consolante, e molto mal prometterebbe circa gli esiti di un futuro gravido di eventi che si annunciano ben drammatici.

Per fortuna vi sono anche anime coraggiose e disperate, che non si pascono di «retorica» e di consolanti illusioni, che rinunciano ai consueti narcotici tipici di questa insulsissima «civilizzazione», che cercano appassionatamente quella «persuasione» che solo l’impossibile e disperata ricerca della Verità può donare. L’azione coraggiosa di questi pochi, che agiscono a risvegliare se stessi e che, per quel che il Destino consente loro, operano a risvegliare i fratelli umani, è – assieme al generale soffrire umano – ciò che soltanto può concretamente aiutare. Sapienza e sofferenza mostrano entrambe eloquentemente l’inconsistenza, e la «vacuità» delle irrealtà che illudono la mente e il cuore degli umani, demoliscono e sottraggono quegli appoggi dei quali gli umani non vogliono fare a meno. Questa è quella abbagliante verità che «impaùra» – per rievocare l’immagine vera della citazione di Nagarjuna, riportata da Eugenio Rastignac – l’ottuso e bramoso gregge di coloro che, avidi di turpe inerzia, preferiscono il servaggio ad una letale illusione alla libertà interiore.

Massimo Scaligero, con un’audacia senza pari, mostra come si possa giungere ad essere talmente liberi da poter coraggiosamente, e generosamente, sacrificare persino la propria libertà per la liberazione degli altri. Come si possa, in maniera forse ancor più audace, per amore rinunciare ad essere amati. Il Mahayana conosce l’ideale del Bodhisattva che, conseguita l’interiore Illuminazione, giunto alle soglie del Nirvana, «rinuncia» alla beatitudine del Nirvana «sino a che l’ultimo granello di sabbia del Gange, sino a che l’ultimo filo d’erba non abbiano conseguito il Risveglio, la suprema Illuminazione». Da dove nasce questo temerario – e ripeto, generoso – coraggio, che fa scegliere di «rinunciare» alla beatitudine nirvanica, per accompagnare «tutti gli esseri senzienti» nel difficile sentiero di un in-significante divenire? Oscura e ottusamente sofferta vicenda degli umani, che non è forse autentica follia e strazio se tale divenire non è vòlto – come nell’attuale «civilizzazione», che meriterebbe solo l’epiteto di «barbarie» – alla realizzazione dello Spirito?

Per guarire i fratelli umani dalla loro follia bramosa e paurosa, il Bodhisattva – l’«Essere o Essenza di Illuminazione» – «rinuncia» alla beatificante fruizione «personale» del Nirvana, perché egli sa che il Nirvana non è un qualcosa che possa essere «conquistato» e «posseduto», men che meno da un ego o da una persona, perché esso si attua solo allorché si è superata illusione dell’ego e della persona, che vengono viste appunto «vuote», onde è follia e non senso affermare «mio» è il Nirvana, «mia» è la Liberazione.

Il Bodhisattva, avendo sacrificato la «vuota» illusione di un ego e di una personalità separata, non fa più alcuna differenza tra sé e gli altri: vede appunto «vuota» una tale differenza. Mahaprajña si mostra essere inscindibilmente unita a Mahakaruna, ossia dalla Grande Sapienza nasce l’Illimitata Compassione. Nella Sapienza Trascendente, che va al di là di ogni discriminazione – questo è il senso dell’ideale mahayanico di Prajñaparamita – non viene fatta alcuna differenza tra Nirvana e Samsara, tra lo stato di incondizionata liberazione e il fluire dell’oscuro, in-significante divenire, che per gli esseri ad esso incatenati è inevitabilmente strazio, dolore, obnubilamento. Proprio perché il Bodhisattva, libero da qualsivoglia illusoria opinione, è tutt’uno con l’atto folgorante del Risveglio, dell’Illuminazione, egli può sacrificare con sorridente serenità la propria liberazione, che vede «vuota», per la liberazione degli altri esseri che in nulla vede diversi da sé.

Egli sceglie di attuare la propria liberazione attraverso la liberazione degli altri. Egli può rimanere presente – volontariamente vincolato e libero ad un tempo – nel mondo dell’apparire illusorio, perché al suo sguardo, alla sua visione illimitatamente penetrante, si invera che, come dice Nagarjuna:
«Il mondo del fluire ininterrotto, il Samsara, ove tutto è legato e dipendente, questo è l’ineffabile Nirvana, quando tutto si libera e si scioglie».

Quando, alla fine della mia adolescenza, incontrai Massimo Scaligero, vidi in lui il concreto realizzarsi di questo ideale, e mi volli donare alla Via del Pensiero, che univa Sapienza e Compassione, perché essa realizzava libertà incondizionata, e non soltanto liberazione: permetteva di essere liberi, liberatori e creatori nel mondo, e non di fuggire liberati e rinunciatari dal mondo.
Per questo, alcune Entità spirituali hanno scelto di «rinunciare» ad un rango divino che era loro proprio, di discendere in questo oscuro mondo di limiti, di assumere come propria la dolorosa condizione umana, di accompagnare gli esseri umani nella loro avventura cosmica, onde l’uomo realizzasse un giorno Sapienza, Libertà e Amore, e l’illusorio mondo dell’apparire ritornasse ad essere Mondo Spirituale.