CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 4

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09.12.78 – Domanda 4

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Ci sono delle domande che mi metto davanti per rispondere ogni volta… e poi non ci arrivo perchè ci sono altre domande che sono più urgenti… e qui trovo una domanda abbastanza importante che dice:

Può essere intesa come tradimento la mancanza di fiducia nel Christo che dona Se stesso in perenne sacrificio affinchè l’ uomo possa manifestare il vero amore e la vera libertà?

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Questo pensiero… eh… bisogna veramente … renderlo, reificarlo… perché sembra un pensiero molto mistico ma è terribilmente, anche questo, realistico.
Perché il tradimento è il tradimento di Giuda, e il tradimento di Giuda è ben chiarito dalla Scienza dello Spirito perché è il fatto che ad Arimane gli è stato lasciato un certo potere che è necessario fino al momento del Golgotha, ed è necessario perché  Giuda possa tradire…

Ricordate la tentazione… di Arimane… di convertire le pietre in pani… Eh… lì sì, c’era un mistero profondo perché la pietra tramutata in pane è un fatto, che è equivalente al fatto che il pane che viene dal cielo, il pane viene dal sole, il pane viene dalla natura sovrasensibile poi entra nella natura sensibile e diventa qualcosa necessario al nutrimento, e… però poi entra in una sfera in cui è dominato da Arimane.
Perché … la risposta del Christo è questa : << Non si vive di solo pane >>.
Perché chi vive di solo pane già ha trasformato in valore pietra, ossia danaro:
pietra vuol dire minerale, il minerale é il metallo, e il metallo sono i trenta danari con cui Giuda ha tradito.
Quando il pane entra in quella sfera e vale solo per quella sfera… e… chi vive solo di quel pane e già sta nella sfera di Arimane.
E’ lì che si perpetra il tradimento, è possibile il tradimento, perchè Giuda era un economista.

Pensate che Maitre Philippe disse che Giuda era il più evoluto dei discepoli perché era il più intellettuale, essendo il più intellettuale era anche il più dialettico e il più a contatto con la realtà arimanica e teneva la cassa.
Dinanzi a questo potere di Arimane, quando il Christo fonda l’ Eucaristia, restituisce al pane il vero valore, il pane come cibo del cielo, come cibo in cui c’è la potenza del sole, in cui c’è la sua forza originaria da ricordare, quindi chi si ciba di quel pane non si ciba di solo pane ma si ciba anche del Christo, e questa è l’ Eucaristia.
E aggiunge : << Fate questo in memoria di Me >>. Il che vuol dire…. “Questo vi ricorda tutto il processo da Saturno, Sole, Luna, Terra…. per cui alla fine sulla terra nasce il grano che vi dà il pane….”

E guardate adesso l’amico Leopoldo che ci fa quella domanda… Perché quel tradimento Giuda l’ha scontato, e Giuda è stato perdonato, però il tradimento continua, perchè là dove l’uomo è messo in condizioni di vivere di solo pane – ossia di organizzare una civiltà che è fondata solo sul valore economico e il cui massimo problema è economico, il cui massimo tema è il danaro, il valore, e si arriva alla preoccupazione quotidiana di questo danaro, di questo pane – è stato creato un processo tale che in tutti i popoli del mondo la potenza più drammatica che domina l’uomo è proprio questo dramma del sopravvivere, di avere il pane quotidiano.

Il pane quotidiano significa il posto, il danaro, la casa… E il fatto che con la scusa di salvare l’uomo dai poteri autoritari lo si riporta – lo rappresento dal capitale, dal salario – lo si riporta a dipendere da un processo economico che è il più sottile… e questo significa… tradire l’uomo, è il nuovo tradimento che veramente affligge l’uomo, perché il tradimento é quotidiano: e voi potete seguire la Scienza dello Spirito ma se ad un certo punto avete tutto il giorno una preoccupazione di danaro, oppure di perdita di un bene fisico, eccetera… e questo ha una forza… e  veramente può influire su tutta l’anima.
Quindi il rimedio è, come fu allora, il rimedio è lo stesso.
Perchè per neutralizzare il potere di Giuda, quindi il potere del pane che diventa pietra, il Christo istituisce l’ Eucaristia ma completa questo con la potenza della Pentecoste.
Il processo è lo stesso: ancora una volta noi dobbiamo ritrovare la forza in un potere che è all’origine, e che è ritornato sulla terra, ha seguito con la terra, e che noi abbiamo il dovere di ritrovare nell’intimo nostro.

La Pentecoste fu una forza che investì i discepoli dal di fuori, erano degli esseri che avevano meritato questo perchè avevano molto sofferto, erano stati fedeli al Christo.
La Pentecoste oggi si riaffaccia in un altro modo, come processo interiore, come possibilità di aprirsi al principio del Logos, dall’interno dell’anima, e questa è la via della Rosacroce, è la via dello Spirito Santo, è la via di Michele, quindi eè la via del vero Amore e quindi della Libertà.

IL CORAGGIO E LA PAURA. Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

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IL CORAGGIO E LA PAURA.

Ovvero, dell’avversione alla Via del Pensiero e dell’antipatia verso la Concentrazione.

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La Via dello Spirito è una Via eroica, e come tale non è, e non può essere, un via borghese.

Ma perché la Via dello Spirito è una Via aristocraticamente eroica e perché non può essere, né può diventare, a meno di una sua degradante e plebea snaturazione, una via borghese?

La Via dello Spirito è una Via aristocratica, eroica, perché è una Via di Sapienza e d’Amore. Ovvero è un sentiero di conoscenza che vuole condurre l’audace cercatore spirituale, il dantesco pellegrino d’Amore, alla contemplazione della Divina Sapienza ed un cammino di volontà che vuole condurre all’unione con l’Amore Sovrano. Ma Conoscenza e Sapienza, Volontà e Amore, sono appunto quel che il nostro Dante, nel Canto III dell’Inferno, evoca con le parole: « la divina podestate, la somma sapienza e ’l primo amore», e che Tommaso Campanella, nel commento ad un suo madrigale, a sua volta chiama: «Possanza, Senno, Amore», mentre altrove, sempre il nostro eroico calabrese, così lo esprime nella sua luminosa visione: «Io credo in Dio, Possanza, Senno, Amore».
Ma per conseguir Conoscenza della Sapienza e realizzare Volontà d’Amore, ovvero per – esprimendosi sempre dantescamente – far nascere in se stessi un Intelletto d’Amore, l’«angelica intelligenza del cuore», occorre coraggio: molto coraggio, anzi moltissimo coraggio. Occorre per percorrere un tal sentiero «alto e silvestro», l’audacia dell’Ulisse dantesco di voler «seguir virtute e canoscenza». Perché non può esservi Amore senza coraggio, e non può esservi Conoscenza senza coraggio.

E solo una coraggiosa volontà di Conoscenza può far nascere a sua volta una coraggiosa volontà d’Amore. Se Leonardo da Vinci audacemente usava dire: «Un grande amore è figlio della grande conoscenza: chi tutto conosce tutto ama», noi vogliamo ancor più temerariamente affermare che: «La grande Conoscenza è figlia del grande Amore: chi tutto ama, tutto conosce». Ma essendo il Tutto, l’Uno-Tutto, infinito, per conoscere l’Infinito occorre un Amore infinito.

Infatti, Massimo Scaligero affermava senza infingimenti che «la misura di amare è di amare senza misura». Porre una misura all’amare è cosa vilissima e plebea; porre un limite, una misura all’amare, amare prudentemente, amare con riserva, non è amore bensì vile commercio: come direbbe il mio amico C. (un coraggiosissimo paganaccio impenitente con un cuore grande così, e i cui difetti sono uno meglio dell’altro), è cosa da «mercanti di birra e da venditori di trippa». Ossia è cosa turpemente vilissima.
Porre un limite alla volontà di conoscere è, al tempo stesso, porre un limite alla volontà di amare: porre una misura e un limite alla volontà di conoscere il Tutto, alla volontà di amare l’Uno-Tutto, l’Uno Unissimo dei più temerari sapienti neoplatonici.

La via borghese, invece, è la via egoica, è la via del calcolo,la via della dedizione calcolata, la via della donazione limitata, ossia con la segreta ed inespressa riserva: «Arriverò sino a quel limite, e più oltre non andrò: più oltre non voglio andare». Il che è lo stesso che dire: più oltre non voglio conoscere e – se è necessario a un tale limitato conoscere – più oltre non voglio amare. Anzi, se è possibile amare solo illimitatamente, allora non voglio amare punto, ossia se l’amare richiede il sacrificio di ciò che limita la mia donazione, allora rinuncio vilmente ad amare.

Perciò la via egoica è la via della turpe viltà, è la via del più bieco egoismo. Turpe viltà e bieco egoismo, che naturalmente – con grande spreco di forbita dialettica e sentimentalità a buon mercato – possono essere spacciati per «buon senso», per «equilibrio», per « umiltà», per «altruismo». Salvo poi – per quella che abbiamo chiamata invidia metafisica – pretendere che coloro che, sia pure spesso in maniera convulsa e oltremodo agitata (sono dei ragazzacci esuberanti e un po’ discoli, ma di gran cuore: con loro ci vuole un pochino di pazienza e lasciare, aspettando, che – col tempo e con la paglia – come le sorbe e la canaglia, adeguatamente maturino…), si dànno all’ascesi del pensiero con intensa energia e appassionata dedizione, si spengano, onde il loro ardore spirituale, ancorché un po’ scomposto forse nelle sue forme di manifestazione, non sia cocente rimprovero nei confronti della loro eccessiva prudenza (leggi: vigliaccheria), della loro neghittosa accidia (leggi: animalesca e torpida inerzia).

Gli «assennati» e i «prudenti» non si tirano indietro neppure di fronte alla calunnia e alla diffamazione, con l’adoperare sacrilegamente parole di Massimo Scaligero, capovolgendo senso ed intenzione, affermando che «la Via del Pensiero può diventare la via del sublime egoismo», che «fare troppa concentrazione fa malissimo», che «non sono i secchioni che arrivano all’Iniziazione e all’esperienza spirituale». Naturalmente, nel profondo della loro anima, costoro sanno bene di «barare» alla trucida, di mentire a se stessi e agli altri, di mentire ben sapendo di mentire.

Nei decenni trascorsi dalla morte di Massimo Scaligero, abbiamo avuto modo di vedere – purtroppo molte, anzi troppe, volte – come una tale insinuante «prudenza» perbenistica ed un tale rugiadoso e velenosamente edulcorato «moralismo» abbiano portato prima all’infiacchimento e alla deviazione delle comunità spirituali dal sentiero originariamente scelto, poi alla dissoluzione di tali comunità, e alla dispersione dei suoi membri.
Per cui si viene a proporre una sedicente «via dell’anima», spacciata al credenzone popolo catecumeno come per «più sicura» e «meno pericolosa» della «temeraria» Via del Pensiero, e addirittura come «assolutamente necessaria» per guarire delle inevitabili «unilateralità» nelle quali cadrebbero i troppo entusiasti cultori dell’ascesi pensante, per guarire del «sublime egoismo» del quale sarebbero ammalati (poveretti…) coloro che troppo frequentemente e troppo intensamente praticano la concentrazione.

Molto «altruisticamente» i seguaci di una tale «via dell’anima» si ostinano ad indicare ripetutamente, ancorché non richiesti, gli esercizi «terapeutici» delle «unilateralità» e del «sublime egoismo», dei quali avrebbero estremo bisogno – a loro dire – gli ostinati praticanti dell’«algida» Via del Pensiero. Di una cotale petulante e invadente insistenza ne abbiamo fatta personale esperienza.

Conciosiacosaché, poi, di fronte al nostro rifiuto – noblesse oblige… – di piegarci ad una simile plebea omologazione per la quale tutti devono uniformarsi ad un unico e decretato «modello di comportamento», e di fronte al nostro birbonissimo irridere ai dogmi di una tale novella contortodossia, i rappresentanti (nel senso di agenti di commercio che devono piazzare le loro merci…) della sublime via dell’anima, hanno dato prova pratica e vissuta (sull’altrui pelle…) delle efficaci virtù della suddetta «prassi per il sentire», e di quanto diligentemente e bene essi pratichino i relativi esercizi, coprendo di insulti i «refrattari», diffondendo le più improbabili e fantasiose dicerie a loro carico, decretando l’ostracismo nei loro confronti, attuando – sempre nei confronti degli eretici «refrattari» – un cordone sanitario «caritatevolmente» che eviti che l’«infezione» si propaghi in maniera indesiderata.

Si è giunti persino su «infernet», su blog e in gruppi di vari social forum, a proporre una «misura» (una «misura» ovviamente «ragionevole»…) di tempo alla concentrazione, superato il limite della quale l’esercizio diventerebbe – sempre a loro dire – «troppo pericoloso». In verità, a tal proposito, i pareri sono seriamente divisi: si va da un minimo prudenziale di 3 (diconsi, pensate, tre!) minuti sino ad un temerario 5 (diconsi ben cinque) minuti!

Se l’opra dell’Ascesi è un’opra di Conoscenza e d’Amore, bisogna proprio concludere che nel caso della sucitata via dell’anima, si tratta proprio di una «conoscenza» ben limitata, dall’orizzonte ben ristretto, e che come opra d’amore mostra d’esser un amore ben avaro, e meschinamente egoistico.

Inscindibile alla via egoica, più o meno travestita da «via dell’anima», è la dimensione della paura.

È la paura che suggerisce di porre un limite di intensità e di durata all’esecuzione della concentrazione. È la paura che spinge ad avversare la Via del pensiero nella sua stellare purezza, e a sostituirvi una via più comoda, meno letale nei confronti dell’ego, che sente come dissolvente per sé e per la natura inferiore l’imperiosa pressione dello Spirito.

È una tale paura che porta ad interrompere l’esercizio, proprio nel momento nel quale esso comincerebbe a funzionare, nel momento nel quale la «natura» comincia a gemere e a temere la forza trasformatrice che infrange i limiti nei quali essa è racchiusa.

È dalla paura che nasce l’avversione nei confronti della radicalità della Via del Pensiero, l’odio nei confronti di coloro che – sia pure molto imperfettamente – vogliono percorrere una tale Via, essere ad essa fedeli in maniera unicitaria, indicarla a coloro che hanno sete dell’Assoluto.

Oltre che sulla «rete», ci è capitato di leggere stampate su una rivista delle affermazioni oltremodo incredibili per chiunque sia un autentico praticante interiore, tanto sono contraddittorie rispetto alla realtà della Via.

Ci capitò, anni addietro, di leggere su una rivista che «l’esperienza del pensiero puro-libero dai sensi è un’esperienza spontanea, ma non cosciente, e quindi egoistica». Ci veniva in mente, quando Massimo Scaligero ci indicò la pagina dell’edizione del 1932, edita dalla barese Laterza, della Scienza Occulta, ove viene descritta la natura assolutamente spirituale – e fondamentale – del pensiero libero dai sensi, del pensiero puro, e come proprio la lettura di quella pagina fosse stata per lui decisiva per la scelta definitiva del sentiero ascetico da seguire.

Secondo diretta esperienza, è assolutamente certo che l’esperienza del pensiero puro, l’esperienza del pensiero libero dai sensi è tutt’altro che una «esperienza spontanea», perché deve essere espugnata con una durissima lotta contro la natura inferiore, la quale non intende affatto essere messa fuori giuoco, anzi resiste con una abile ed avversa, antichissima, velenosa «sapienza».

È menzogna che il pensiero puro sia una esperienza «non cosciente», perché anzi – come apertamente è affermato nel Trattato del Pensiero Vivente – solo nel moto dinamico del pensiero puro l’Io è veramente cosciente. Solo nell’intensità volitiva del pensiero puro, libero dalla passiva adesione ai contenuti sensori, la coscienza si strappa veramente al sonno del servaggio corporeo, ossia si svincola dalla narcosi che lo lega impotente alla condizione della mediazione del sistema nervoso e degli organi di senso corporei.

Ed è ancor più menzogna che tale esperienza sia «egoistica»: è menzogna perché solo partendo dal pensiero puro un’azione è veramente libera, un’azione che muove dall’Io, ossia dallo Spirito, e non a partire da una sognante natura animica, inevitabilmente manovrata dalle forze contrarie all’Io, e alla sua libertà spirituale.

Anni fa, ci fu pure detto oralmente, dalla stessa persona che è all’origine delle su riportate insane e improvvide affermazioni scritte circa la natura «spontanea, non cosciente ed egoistica» del «pensiero puro-libero dai sensi», come la Via indicata da Massimo Scaligero sia – a suo dire – una «via incompleta e superata». Una tale veramente “originale” affermazione nei confronti di un Maestro senza pari, col quale il Cielo e i Numi ci concessero l’immeritato aristocratico privilegio di compiere lunghe concentrazioni ( alquanto più lunghe di 5 risicati minuti) e profonde meditazioni, ci stupì, perché ritenevamo – allora come ora – che possa essere superato solo ciò che è stato conosciuto, dominato e realizzato, e francamente non conosciamo nessuno che si sia pure da lontano avvicinato alla sua altissima e profondissima realizzazione. Mi sorse subito nel cuore, la certezza che chi fa simili affermazioni su un tale Maestro sia segretamente mosso da meschinità piccolo-borghese, paura, invidia metafisica, avversione, ingratitudine, e soprattutto mai ha avuto la travolgente esperienza del pensiero puro. Che è un’esperienza d’Amore.

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 3

Cristo tra gli apostoli

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09.12.78 – Domanda 3

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Dopo la resurrezione Gesù disse agli Apostoli : “Ricevete lo Spirito Santo.
A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti.”

Giovanni 20:23

Chi ha oggi il potere di rimettere i peccati ?

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Sempre loro, coloro che hanno lo Spirito Santo, soltanto che..

Questa e’ una domanda abbastanza interessante, che ci dà la maniera di chiarire questo:
che tutto questo non esige pubblicità, quindi chi ha questo potere…. non e’ che si possa dire: “Ah ! Andate da quello che ve rimette i peccati !”

Ci sono esseri che sono infelici se non si sa che sono loro che hanno fatto qualcosa di bello, di prodigioso, che hanno guarito; ho saputo giorni fa che un certo personaggio ha telefonato a casa di una famiglia dicendo: “Mandatemi subito quel malato perché in questo momento c’ho una carica di forza !!
Voleva approfittare…  si sentiva in forma e quindi voleva dire: fatemi … vedere

Eh, ci sono questi guaritori…  guardate che qui non facciamo critica a nessuno perche’ in questo mondo dallo zero e dal sottozero fino all’infinito elevato, il piu’ elevato, c’e’ posto per tutti e tutte le vie sono le vie del Signore e se uno si trova a quel livello si vede che ne ha bisogno.
Ritenere i peccati e liberare dai peccati.

Intanto questa e’ una operazione che il Dottore propone come un atto personale,
con un rapporto personale col Christo, naturalmente sono quegli insegnamenti che noi li diciamo cosi’… tra amici,  ma si tratta di un contenuto cosi’ sacro e così delicato che bisogna accoglierlo veramente con un senso di venerazione, perchè il Dottore dice che c’è un rapporto con il Christo che ciascuno di noi può realizzare, e che è talmente profondo e intimo, che l’uomo può chiedere la remissione dei propri peccati e avere anche la certezza che questo avviene.

Questo è il principio, perche’ un essere che sia capace di questo, che giunga a questo, comincia a essere un aiutatore degli altri, perche’ da’ modo agli altri di cominciare ad avere la stessa fiducia, la stessa forza del rapporto col Christo.
Con questo non e’ che abbiamo risposto alla domanda, perché la domanda vuol sapere: ci sono degli esseri …?

Certo, ma sono sempre quelli che hanno il potere dello Spirito Santo, e allora però insistiamo nel dire: ma non sono degli esseri di cui troverete l’indirizzo sulla Guida Monaci,
o sull’elenco telefonico; sono degli esseri che incontrerete unicamente se è scritto che voi dobbiate incontrarli, ossia se la buona volontà vostra e il riconoscimento da parte di questi maestri porta al fatto che li incontriate.

DELLA RETTORICA E DELLA PERSUASIONE

Carlo Michelstaedter

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Le righe che seguono (in parte) sono apparse alcuni anni addietro sul Forum, ma volevo riproporre l’attenzione verso un giovanissimo pensatore che, nell’alba del precedente secolo, riuscì a cogliere, tragicamente, sia il limite dell’uomo e del mondo come viene sperimentato (per la coscienza del limite vedasi l’opera di Miguel Unamuno), sia squarci del sovraumano. Questo è una forza che può presentarsi come distruttrice: una realtà superiore disintegra le apparenze inferiori, tra le quali v’è l’immagine psichica e corporea che l’uomo porta a spasso.

Il discepolo esoterico si esercita nel possesso di quanto può preservarlo dal volto tremendo della Folgore della Vita.

Non sono pochi coloro che avventuratisi oltre il “velo dipinto” del mondo non hanno potuto affrontare le forze, immensamente più potenti, che tramano oltre esso, e venendo investiti, hanno concluso la loro vita nella follia o con la morte.

In breve: con Hegel termina la filosofia pura. Essa diviene l’arte di trattare di tutto su tutto con pensiero addestrato e tanto nominalismo. Emergono talvolta figure, come in Italia Croce e Gentile che, attraversate da singole esperienze intuitive, costruiscono poi su queste, cattedrali di fine dialettica. In Germania è Franz Brentano (1838-1917), che con attenzione raffinata, giunge a porsi il problema del conoscere in chiave psicologica.

Brentano dirige la ricerca non sulle cose esistenti “esteriormente”ma sulle cose come appaiono nell’orizzonte intenzionale del soggetto esperiente, aprendo la problematica della “fenomenologia”. In stretta sintesi essa è la scienzadell’esperienza della coscienza. Già Hegel annota la fenomenologia come “cammino dell’anima la quale percorre la serie delle sue formazioni come stazioni prescrittele dalla sua natura perché si rischiari a Spirito e, mediante la piena esperienza di sé stessa, giunga alla conoscenza di ciò che essa è in sé e per sé”. Edmud Husserl (1859-1938) viene influenzato da Brentano, poi (sto saltando quasi tutta la sua opera) propone il metodo della “riduzione fenomenologica” che è la sospensione del giudizio (epoché) per attingere alla dimensione in cui i fenomeni si manifestano come “datità originarie”. Dominata la comune opinione sull’esistente dell’uomo e del mondo, ciò che emerge come “residuo fenomenologico” è il campo trascendentale della coscienza pura. Il senso del mondo e le sue “oggettualità” (noemi) si costituisce a partire dagli atti intenzionali della coscienza pura.

Vedete dunque che si giunge a pratiche e ad un’osservazione deliberata, “intenzionale”, con il gigantesco sforzo di cancellare l’atto del ‘giudizio’ che non significa simpatia o antipatia verso il percepito ma l’atto della coscienza pensante che trasforma il quid percepito in ‘casa’, ‘albero’ o qualsiasi altra cosa.

(Di passaggio ricordo che Edith Stein (1891-1942), fatta santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e Compatrona d’Europa nel 1999, fece parte dei fenomenologici di Gottinga. Di famiglia ebraica, si convertì al cattolicesimo nel 1922. Progettò di inserire l’intenzionalità nella rielaborazione della filosofia scolastica. Morì ad Auschwitz. Ho trovato di alto spessore spirituale il suo “La Scienza della Croce”, uscito postumo nel 1950).

Non credo avventato dire che il tentativo di Husserl fu il passo moderno che più s’avvicina all’esperienza prospettata da Steiner in “Verità e Scienza” che è un testo ‘iniziatico’ completo ma pure un’ottima introduzione fenomenologica all’incompresa “Filosofia della Libertà” che potrebbe condurre, con i massimi requisiti scientifico-epistemologici, all’esperienza diretta dell’essere spirituale dell’uomo e del mondo.

E’ chiaro che il placido (innocuo) discorso filosofico lascia il passo ad una attività interiore: all’aristotelica téchnē, ossia all’atto come mezzo per raggiungere un effetto.

Ho scritto tutto questo per dare sfondo ad una lucente meteora, irrituale, tragica e intensa che solca lo sfondo di quei tempi: Carlo Michelstaedter.

E’ Michelstaedter, ebreo goriziano di buona famiglia (1887-1910) che, compiuti gli studi prima a Vienna poi a Firenze, muore suicida dopo la stesura della tesi di laurea.

La tesi esce  postuma nel 1913 ed è intitolata “La persuasione e la rettorica”. Questa nasce come un confronto critico tra l’originaria sapienza presocratica e la “degenerazione mondana” della filosofia a partire da Platone ma diviene il nucleo di una critica radicale che investe tutta la cultura erede del pensiero post-socratico. Partendo dalla distinzione parmedidea tra il mondo dell’alétheia e quello della dóxa, il Nostro oppone la via vera della “persuasione”, radicale certezza del Vero, al falso della “rettorica”. Il mondo della seconda è il dominio delle istituzioni, dei valori tradizionali, dell’universale ‘già fatto’ su cui si fonda l’uomo (Scaligero direbbe: dei pensati e dei percepiti) e con cui si illude di mascherare il suo violento impulso al proprio conservatorismo e alla bramosa vitalità che lo sostiene.

La bramosia di vita che sostiene l’uomo comune è chiamata, da Michelstaedter, philopsichia (il dio del piacere).

Essa è “tanto è vita…quanto manca del vivere”.

L’uomo brama “…il possesso di sé, ma quanto vuole e tanto occupato del futuro, sfugge a sé ogni momento”.

Del resto “il suo agire (l’agire dell’uomo) è un essere passivo..finché vive in lui, oscura e irriducibile la fame della vita. La vita in lui non vive fino a quando egli non viva che solo per sé  stesso”.

Ma se ferma per un istante il flusso continuo del suo bramarsi, avverte di essere un riflesso rappresentativo non dissimile ai riflessi del mondo“Interrotta la voce del piacere che le dice (dice alla coscienza): ‘tu sei’, sente solo il sordo mormorio del dolore fatto distinto che dice: ‘tu non sei’…”.

L’uomo che crede di vivere nella inautenticità della rettorica è schiavo di essa: “colui che non vive con persuasione non può non obbedire, perché ha già obbedito”.

Naturalmente, il cosiddetto mondo morale, di cui gli uomini si vantano di continuo, appartiene alla sfera del proprio nulla: “questa che gli uomini chiamano spesso spesso docilità, bontà o persino superiorità…non è che la superficialità di cui non aveva ragione in ciò che faceva..non sapeva quelle cose che voleva perché le volesse, non aveva la Potenza di quelle cose…”.

In tale inesorabile deficienza l’uomo teme l’annullamento ma proprio “chi teme la morte è già morto”.

Serve far affiorare in ogni istante un puro presente, senza passati o futuri “…vedere ogni presente come l’ultimo e nell’oscurità crearsi da sé la vita” poiché la morte non è altro che un continuare nel tempo.

Persuasione è prendere su sé la responsabilità della vita, atto di volontà affermante il puro e nudo valore individuale: il giusto è l’uomo risvegliato. Mentre l’irrazionale brama di vita inganna l’uomo con le sue illusioni: conseguimento del piacere, soddisfazione dei propri bisogni, perseguimento di un ideale…

L’amore per la vita dunque ha come meta un’incerta sopravvivenza, non certo la realizzazione dell’uomo, che consiste nel “possesso di sé stesso” attraverso cui si possiede tutto in sé: l’uomo persuaso vive “solo di sé stesso” e nella autorealizzazione non teme la dissoluzione poiché “ la morte nulla gli toglie, giacché niente in lui chiede più di continuare”.

La sua anima vive “libera nell’assoluto”.

“Ognuno è solo e non può sperare aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarti alla sufficienza di ciò che ti è dato”.

In questa poesia del 1910, il volto del tutto normale, della philopsichia:

Ritornate alle case tranquille

alla pace del tetto sicuro,

che cercate un cammino più duro?

Che volete dal perfido mare?

Passa la gioia, passa il dolore,

accettate la vostra sorte,

ogni cosa che vive muore

e nessuna cosa vince la morte.

Ritornate alla via consueta

e godete di ciò ch’è v’è dato:

non v’è un fine, non v’è una meta

per chi è preda del passato.

Ritornate al noto giaciglio

alle dolci e care cose

ritornate alle mani amorose

allo sguardo che trema per voi

a coloro che il primo passo

vi mossero e il primo accento,

che vi diedero il nutrimento

che vi crebbe le membra e il cor.

Adattatevi, ritornate,

siate utili a chi vi ama

e spegnete l’infausta brama

che vi trae dal retto sentier.

Non continuo con citazioni. Tanto è denso il contenuto di quello che appare come un libretto. Solo vi invito a comperarlo. Lo trovate a poco prezzo e magari scontato nelle edizioni Adelphi. Non è antroposofico ma ciò è tutt’altro che un male. Però fu un punto di riferimento per alcuni, non ultimi Evola e Scaligero.

Lo sconsiglio ai blablatori che non comprenderebbero e nemmeno agli ortodossi che hanno le rappresentazioni inchiodate in testa: sarebbero pochi ma comunque sprecati, intendo i soldi.

La tragedia di C.M. è stata quella di non trovare gli strumenti per accogliere nell’umano quel “più che vita” che avvertiva crescere nell’anima. E non fu il solo. Quando si riesce a bloccare il corso naturale delle Potenze dell’anima, permettendo loro di essere ciò che sono prima di disperdersi nella natura, è necessaria una mediazione che supporti l’umano che ne resterebbe travolto. Uno dei molti aspetti della saggezza iniziatica dei cinque esercizi. Che, direbbe Paolo di Tarso, non sono latte per bambini.

Consapevole di quanto stava accadendo, Michelstaedter, in una delle sue ultime lettere scrisse (cito a memoria): ”Se muoio sarà non per carenza ma per sovrabbondanza”.

CARLOMAGNO (di R. Arcon)

Carl

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   Il re Carlomagno era ormai vecchio, aveva compiuto tutte le più grandi imprese ed aveva fondato un regno potente. Egli dominava l’Europa con le sue armate ma aveva anche raccolto attorno a se tutti i saggi del regno ed aveva fondato una scuola che insegnava l’intera sapienza del suo tempo.

   Un giorno, sentendosi ormai prossimo alla fine della sua vita, decise di raccogliere attorno a se i suoi paladini e fare il giro dei suoi dominii per l’ultima volta. Voleva rivisitare i luoghi delle sue battaglie e salutare i buoni sudditi che tanto lo amavano. Partì così da Aquisgrana con numeroso seguito, con dipiegar di stendardi e sonar di trombe, con rullar di tamburi e grida festose dei suoi guerrieri. Attraversò tutta la terra di Francia sino alla Bretagna e poi giù sino ai Pirenei dove sostò commosso sulla tomba di Orlando e poi piegò verso oriente percorrendo le dolci terre della Provenza sino alle Alpi. Qui, aspettando il tepore della primavera, Carlo attraversò i gioghi montani e scese nella pianura Padana ricca di acque e percorsa dal grande fiume Po. Giunse a Venezia, che guardò scintillare in mezzo alla sua laguna, e sospirò: non era mai riuscito a conquistarla e forse, si disse, era meglio così: sarebbe diventata una grande città, regina del mare.

    Carlomagno proseguì il suo viaggio incerto sulla direzione. Tra i suoi paladini c’era chi lo consigliava di prendere di nuovo la via delle Alpi e attraversare l’Austria per poi giungere nella Germania e quindi fare ritorno a casa. Ma Carlo era di ben diverso avviso. Così disse ai suoi fedeli compagni d’arme che voleva dirigersi verso oriente: “Là dove il sole nasce io morirò”.

   Il re e il suo numeroso seguito proseguirono il viaggio attraverso le pianure friulane, il vecchio regno dei Longobardi, ricevettero l’omaggio del Patriarca di Aquileia e giunsero dove finisce il mare e dove sorgeva una piccola città: Tergeste. Qui giunto, il re volle riposare.

   Non era ancora sorto il sole quando re Carlo fu svegliato da un forte vento. Subito si alzò e si diresse alla finestra per vedere cosa stava accadendo. Il più anziano dei paladini corse al suo fianco: “Non è nulla maestà, gli disse, è solo quel vento che qui chiamano Bora e che a volte soffia molto forte”. Il re guardò il cielo che stava schiarendo, si volse: “Prepara il mio cavallo: voglio seguire questo vento, da solo!” Il vecchio compagno d’arme fissò il re negli occhi e sentì i suoi colmarsi di lagrime. Si rivolse al re come non aveva mai osato fare: “Carlo, non ti rivedrò mai più, è vero?”

“Quando il mondo avrà ancora bisogno di noi, amico mio, allora verrò a chiamarti”

“Ed io sarò al tuo fianco, maestà!”

   Carlo salì, non senza fatica, a cavallo e spronò seguendo le raffiche del vento. Il destriero s’impennò e partì in un galoppo veloce eppure leggero, tanto che pareva non toccare terra. Mentre il cielo stava schiarendo e le stelle impallidivano ad una ad una, Carlo giunse in quella valle che oggi chiamano Rosandra e che era immersa nell’ombra perché il sole non aveva ancora superato il ciglione roccioso. Seguendo il torrente, Carlo si avvide che la strada finiva nei pressi di un mulino e così scese da cavallo. Si fermò davanti all’animale accarezzandogli il muso: “Amico mio, disse, siamo stati una cosa sola per tanti anni ora è tempo che ci dividiamo seguendo ognuno la propria natura, entrambi liberi…” Il cavallo parve comprendere, nitrì sommessamente, si volse e ripartì al galoppo immergendosi nel sottobosco. Carlo proseguì a piedi seguendo il vecchio acquedotto costruito dai romani. Arrivò ben presto all’inizio di una salita, lasciò il torrente in basso e si arrampicò aiutandosi con le mani, afferrando gli esili tronchi degli arbusti e i rami bassi degli alberi. Stanco e affannato per l’età, giunse ad un punto dove si poteva scorgere parte della valle. Era un piccolo ripiano ai piedi di una lunga cresta rocciosa che si innalzava verso la sommità del monte chiudendo uno stretto canalone. Carlo si sentiva mancare le forze. Si inginocchiò, levò la spada dal fodero e vi si appoggiò. “Signore, pregò, ora i miei giorni sono finiti. Ho compiuto quello che Tu mi hai chiesto di fare ed ora mi affido a Te!” Mentre era così assorto, il sole uscì da dietro le rocce e illuminò la valle. Una luce abbacinante parve uscire dall’astro e condensarsi in una figura che si fermò davanti al re. Era d’aspetto imponente e due grandi ali iridescenti coronavano il volto severo. Teneva in mano una grande spada. “Alzati Carlo” disse, il momento è giunto: dovrai abbandonare il tuo corpo del quale eri tanto fiero, ma le forze che lo sorreggevano non moriranno!” La voce possente percorse il cielo e Carlo vide i suoi vestiti afflosciarsi e sentì la sua vita scorrere dalle sue mani e pervadere il ferro della sua spada.

   L’arcangelo impugnò l’arma e spalancò le grandi ali. La terra fremette e il vento parve raddoppiare la sua forza: “Respiro della Terra!” gridò l’arcangelo, “Guidami nelle sue profondità!” Seguendo il vento l’arcangelo attraversò la valle e si fermò davanti ad un’alta parete di roccia. Battè col pomo della spada sulla pietra e subito si spalancò un’apertura tanto ampia da permettergli di entrare ad ali spiegate. Mentre volava, senza incontrare ostacoli, la terra pareva ritirarsi davanti a lui e gli esseri delle profondità si nascondevano nei bui recessi delle caverne tremando di paura. In breve l’arcangelo giunse in una grande caverna in fondo alla quale scorreva lento e silenzioso un corso d’acqua limpida. L’arcangelo si fermò: “Ora attraverserai l’acqua, re Carlo, ed entrerai nella leggenda” Ripiegò le ampie ali e attraversò il piccolo fiume senza incresparne la superficie. Dall’altra parte c’era una grande roccia squadrata. L’arcangelo vi adagiò delicatamente la spada di Carlo: “Dormi ora, entra nella serenità di un destino compiuto. Oltre l’illusione di spazio e tempo, oggi tu sei morto e rinato e quando il tempo verrà, un risuonare di trombe spalancherà le viscere della madre terra e tu ne uscirai pronto all’ultima battaglia!”

    Si volse e mentre ripercorreva il cammino compiuto la terra si richiudeva dietro di lui. Presto emerse dalla roccia e, spalancate le ali come arcobaleni, si innalzò sopra la valle e verso il sole. Guardò in basso per un’ultima volta e vide la valle e le colline intorno, e la striscia argentea del torrente e, lontano, la piccola città: “Tergeste, per quanto dolore tu veda passare sopra le tue case, troverai sempre un sorriso!” disse e sparì.

   Qualche secolo dopo i triestini eressero, sul ripiano ai piedi della cresta rocciosa, una piccola cappella e l’intitolarono a San Michele Arcangelo.

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RENZO ARCON

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Trieste dalla Val Rosandra

 

DICO E RIDICO…

la-scienza-occulta-

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Per l’individuo che parte da una oscura reminiscenza prenatale e giunge ad una certa chiarezza di coscienza la “presa diretta” indicata dalla dea Ragione (che non va confusa col razionalismo) è il sadhana. Chi pratica è un sadhaka. Uso questi termini, chiaramente non antroposofici, poiché c’è chi sente attorcigliarsi le budella se legge la parola ‘ascesi’ – Steiner non l’ha detto – e forse così sarà più tranquillo e diverrà più buono.

Un tempo venivano considerate (con una certa dose di buon senso pratico) tre situazioni, tre categorie di uomini che praticavano qualcosa sul sentiero della Conoscenza (la quarta, quella dei deliranti, non era prevista o considerata): il principiante, il proficiente ed il provetto. Gli ultimi due si supponeva che avessero atteso ai preliminari nel corso di precedenti incarnazioni. Per essi non erano necessari altri strumenti fuori dalla pratica meditativa: il distacco dalla fiumana dei pensieri e l’arresto delle funzioni mentali.

Dopo secoli che il sacro insegnamento era stato assimilato per opera dei grandi Traduttori, i maestri dell’Impero di Mezzo, vedendo il pericolo della discorsività fine a se stessa, portarono Conoscenza e Trasmissione ad una essenzialità talmente ridotta in cui la fase analitico-discorsiva si consumava nel momento intuitivo e non passava oltre. Un esempio a caso? Eccolo: “Un monaco chiese a Yun  Men quali fossero gli insegnamenti di un’intera vita. Yun Men rispose: Una affermazione pertinente”.

Questo, più o meno, era quanto doveva bastare.

Prima di annoiarvi troppo vorrei sottolineare che il sadhaka dei tempi nostri trova (può trovare) un certo equilibrio tra la laconicità di Yun Men e le necessità della vita… purché sappia evitare lo squittio sorcino del “parler pour parler” almeno per quanto riguarda le discipline e naturalmente le discipline stesse.

E’ un problema grave parlare ossessivamente di ciò che non si sperimenta o non si conosce? Cosa induce individui a schizzar giudizi o improprie saggezze tre volte per settimana su una Scienza dello Spirito, di fatto sconosciuta, dimenticata o tradita? Problemi psichici o tosti esami medici? Perché si continua senza riposo ad ammaestrare con indicazioni fantasiose e/o sminuire la portata (enorme) dei cinque ausiliari? Oppure darne la valutazione che va d’amore e d’accordo con l’esorcizzazione delle cose serie secondo l’indirizzo antroposofista degli ultimi cinquant’anni anni se non di più?

Il sadhaka dei nuovi tempi è già atleta paolino se riesce a nuotare controcorrente tra gli infidi scogli del malato personalismo. Poi inizia la pratica dell’eroismo con i semplici gesti dell’azione interiore. Deve avere buoni muscoli e cuore ben difeso, poiché, grosso modo, ogni cosa che fa è in contraddizione con le azioni umane e gli spiriti che spingono le tendenze generali del tempo.

Prendiamo ad esempio il primo dei cinque, conosciuto come “controllo del pensiero”. Nelle opportune sedi vi diranno che è solo ‘igiene dell’anima’ e già da subito tentano di fregarvi sapendo dal subconscio che quarti di verità fanno più danno della menzogna. Oppure vi consiglieranno di fissare accuratamente l’oggetto cum oculos, dimenticando che il compito dell’esercizio è, al minimo, di “pensare obbiettivamente per virtù di forza interiore” senza essere “dominato dal mondo fisico-sensibile e dalle sue leggi” (sto indicando fatti che accadono davvero, qua e là, non mie cervellotiche deduzioni).

Vi diranno di fare l’esercizio in tre minuti (non è una novità come qualcuno crede; è invece vecchissima e risale probabilmente ai tempi in cui le direttive di Albert Steffen, usurpatore a Dornach, avvelenarono la salute cagionevole di quattro quinti dei gruppi europei). “Riguardo la durata della concentrazione…l’effetto è tanto più forte quanto essa può diventare più serena e più intensa. Vi è tuttavia uno speciale senso interiore, che si sviluppa per virtù degli esercizi stessi, che insegna allo scolaro la giusta misura a cui deve attenersi.”

Vi parleranno di rilassamenti corporei (e magari di training autogeno) mentre la “natura di tali processi dell’anima non si differenzia, per la sua qualità da ciò che avviene quando si svolge un sano pensiero o un giudizio. (…) Tutto ciò che a tale riguardo si comporta in modo diverso, non è vera disciplina spirituale, ma soltanto una sua deformazione.”

Vedete amici, i virgolettati sono di un testo base di Rudolf Steiner (La Scienza Occulta, V Cap.), non miei. Mio è solo il tentativo di mostrare che non viene letto e compreso nemmeno il terreno di fondamento dell’antroposofia…mentre si gonfiò come una sanguisuga l’antroposofismo bastardo e corruttore.

I cinque esercizi “sono indicati come metodi della disciplina occulta perché, se vengono eseguiti coscienziosamente, producono non soltanto i risultati immediati sopra descritti, ma indirettamente creano molto altro di utile per il cammino verso i mondi spirituali.” Vi ricordo che soltanto Massimo Scaligero gli chiama, senza timori di botteguccia, con il nome più pertinente: “Regole iniziatiche”.

Verissimo, poiché già con il controllo del pensiero, non privo di enormi difficoltà, inizia il combattimento tra l’io e l’astrale inferiore (radicalmente ed aristotelicamente, tra la potenza del Principio e l’azione del riflesso infero degli Ostacolatori).

Se qualcuno vi dice: “Ma è solo il pensiero” non rispondetegli nemmeno. Perché è stupido o bugiardo. Ogni pensiero voluto modifica tutta l’anima. Riaccende la volontà e domina quel sentire che non è altro che reazione animalesca e sognante al percepito o al rappresentato.

Ogni pensiero deliberatamente voluto, nonostante la ribellione del corpo, dell’anima e degli istinti mascherati da rappresentazioni di pensiero, è atto di coraggio e di morte. Coraggio poiché attinge a quella corrente immessa dal Logos nel cuore umano. Morte poiché si forma indipendentemente e oltre la propria personalità, virtuosa o viziosa che sia. E’ lei che soffoca, che si sente morire. E scalcia di brutto.

Eticamente è l’atto più morale che possa scaturire nella coscienza umana poiché l’io impotente è sempre quello che giustifica l’istintività corporea attraverso un astrale che domina l’ordinario del volere, del sentire e del pensare sino alla forma logica di questo. L’insistenza ed il rafforzamento del pensiero voluto dall’io restituisce all’uomo la giusta gerarchia di Spirito, anima e corpo. Solo a partire da questa disposizione l’agire potrà essere considerato davvero umano (etico).

Questo lo dico, poi lo ridico, lo ripeto, credo lo abbia digerito pure il mio portacenere…ma sembra dar fastidio o repellenza: credo che ciò abbia terribili radici in esseri che si sono abbandonati agli dei oscuri.

Con tale operazione, minimamente realizzata, si forma nell’anima uno “spazio vuoto”, immune dalla personalità particolare, che permette al sadhaka gli ulteriori esercizi e non frivoli atteggiamenti contrabbandati dall’anima. Mi riferisco in particolare all’equanimità e alla positività. Comprendere che essi portano a reali modifiche di coscienza è possibile soltanto a chi sperimenta tali modifiche. Gli altri ragliano alla luna.

A parlare così si becca, nel migliore dei casi, l’infamia di un atteggiamento  “aristocratico” inteso naturalmente come insulto.

Ma chi s’è formato, non dico col buddhismo, ma con l’occidentalissimo Aristotele, non vede in ciò alcun insulto. Se poi ha realizzato un microscopico “spazio vuoto”, dei torcimenti della psiche, fossero alti e possenti come cattedrali, non gli importa nulla.

Il ricercatore, se operativo, vive spesso in condizioni di consapevolezza sovrarazionale, e buona parte del suo sforzo complessivo riguarda il raggiungimento di condizioni più vicine alla realtà dell’Essere che la contingente inessenza delle fugaci passioncelle e delle rispettive rappresentazioni.

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 2

Alba su mare -

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09.12.78 – Domanda 2

(Cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

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Qual’è la forza che durante la veglia ci imprigiona nel corpo fisico e al risveglio ce lo fa ritrovare ?

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Chi è che s’allontana dal corpo fisico ?
E’ l’Io e il corpo astrale.
Il Dottore dice : << Se ne vanno via perfidamente >>.
E questo perfidamente ha per anni destato problematismo di interpretazione. E perché ?
Quel perfidamente che dice il Dottore è un sottilissimo umorismo, un meraviglioso umorismo che è persino un aiuto per capire cosa vuole dire, perché quell’abbandono è apparente e ancora non ci sono le forze dell’ Io o dell’astrale capace di avere il vero rapporto con quel fisico e quindi l’uomo abita un astrale che gli è stato costruito, gli è stato regalato, vogliamo dirla… ? Gli è stato prestato. Il corpo eterico prestatissimo, il corpo fisico poi eh… e quindi lui dovrà fare  un lavoro di…. per millenni dovremmo fare ancora questo, dobbiamo tornare qui, perché tutto questo lo dobbiamo ripercorrere con le forze del pensiero.

Per ora il pensiero sta nella testa ma poi dovrà fare un lavoro di profondità e allora questo corpo fisico ed eterico non ha bisogno di lasciarli perché li lascia temporaneamente per fare un rifornimento di conoscenza, perché il corpo eterico e il corpo fisico hanno veramente bisogno d’ essere lasciati in pace, come una moglie che dice : << Oh menomale che lui se ne và, cosi’ posso fare qualcosa in pace in casa >>.
Eh, sono delle mogli molto affettuose veramente che hanno bisogno che lui se ne vada perché… e lui perfidamente se ne va e va magari a giocare a bigliardo,
oppure…  eh… beh.. niente… se va, no, volevo dire che se va in un ambiente dove si accorge che non ci sono antroposofi si beve un doppio wysky tanto somiglia all’acqua, però l’amico a cui volevo dire questo non c’è sennò eh, quando torna… con la scusa di andare al matrimonio degli amici, eccetera…
Beh, comunque, allora ritorniamo al punto.

E’ il ricordo,
E’ la potenza del ricordo della continuità dell’opera cosciente che noi compiamo nello stato  di veglia.
Il giorno in cui noi scopriremo che cosa è il ricordo, che cosa è la memoria,  allora sapremo che  la chiave di tutto è che la memoria spirituale, il ricordo di ciò che più alto abbiamo conquistato, ritorna.
Quando voi fate la concentrazione non è che voi attingete a un qualcosa che avete imparato, voi attingente a un livello che avete raggiunto, e certe volte è difficile ritrovarlo però lo ritrovate con potenza di memoria.
Ma non è che in quel momento cercate di ricordare quello, perché la memoria non è ripetizione di qualcosa che già esiste, è ricreazione, è riproduzione,
quindi per esempio la psicologia su questo piano veramente è molto bambina, capisce ben poco, perchè si tratta di sperimentarle queste cose.

Come noi abbiamo una percezione del mondo fisico e poi una rappresentazione,
alla stessa maniera noi abbiamo percezione interiore e immagine che sorge come ricordo,come memoria; quanto più questa percezione è sottile e giunge in una zona pura dell’anima tanto più noi ricordiamo forze intuitive,ricordiamo doveri interiori, ricordiamo veramente quello che ci aiuta a essere migliori, perchè il punto debole è la dimenticanza dei momenti in cui noi abbiamo preso delle decisioni superiori, dopo ce ne dimentichiamo oppure noi ricordiamo astrattamente ma non abbiamo quella potenza, che è la potenza della memoria, è la vera memoria.

Che cos’è che crea la continuità della coscienza? E’ la memoria, il ricordo, e se voi guardate è tutto un ricordo, il corpo eterico è un corpo di memoria, e facciamo un’equivalenza: è un corpo tessuto di tempo ed è un tempo sintesi, non è il tempo diluito da noi mediante la visione sensibile; è il tempo autentico, il tempo autentico è il mondo eterico ma è il mondo in cui c’e’ tutto.
Infatti ricordo quella esperienza che vi viene.. anche la psicologia sperimentale di un tempo ricordava questo che quando uno attraversa un pericolo di vita e sta veramente per morire c’è un distacco del corpo eterico e si presenta davanti alla visione dell’Io, per cui in un attimo uno vede tutta la propria vita, in una sintesi c’è tutto.
Chi ha avuto questa esperienza rimane sbalordito dal fatto che in questa visione di pochi attimi ci sono tutti i particolari, c’è tutta la vita ed è un tessuto di memoria, è un tessuto di tempo, e questa è la forza che noi possiamo anche chiamare continuità della coscienza, è questo che ci fa svegliare e congiunge la vita di veglia del giorno precedente con la vita successiva attraverso quella pausa in cui c’è un continuum che appartiene al corpo eterico.

Quindi quello perfidamente se ne va però il corpo eterico è quello che continua a mantenere il rapporto di memoria di cui si serve immediatamente l’Io e l’astrale ritornando
e nel primo ritorno c’è l’immagine… ci sono impressioni spirituali che sorgono come sogni, dopodichè si rientra nel corpo fisico, e questo risveglio è interessantissimo perchè ci sono degli esseri che devono fare una gran fatica per ritornare bene nel corpo, altri che invece  entrano e sono subito svegli.

Comunque anche per questa domanda vedremo di dire qualche altra cosa.

L'ARCOBALENO

arcobaleno

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Dopo il temporale estivo improvviso appare un arcobaleno.

Nel breve tempo che dura è, o almeno sembra essere, uno smisurato arco di vari colori che occupa una posizione nello spazio fuori di me. Appare una creatura magica che si libra, in un precario equilibrio, tra la materia e la non materia.

Si appoggia lievemente sul fianco di una montagna, passa sopra la valle e finisce dall’altra parte su una macchia di pini scuri.

Mentre lo osservo tento di ricordare ciò che mi è stato insegnato a proposito degli arcobaleni e delle loro cause e tutto quello che mi viene in mente è che sono la combinazione dei raggi del sole con le goccioline di pioggia rimaste in sospensione dopo un temporale.

Prima che svanisca mi sorgono delle domande: “L’arcobaleno è realmente “ lì”? Sarebbe ugualmente “lì” indipendentemente dal fatto che io lo veda? Se io camminassi fino al punto in cui finisce, o sembra finire, esso certamente non sarebbe più “lì” ma si sposterebbe in base al mio spostamento. Allora in che relazione sto io con il fenomeno?

Seguendo il filo di questi pensieri e di altri ancora, arrivo a una conclusione non proprio usuale.

L’arcobaleno è la combinazione non di due, ma di tre elementi: dei raggi del sole, delle goccioline di pioggia e della mia visione. “Io che guardo il fenomeno” è un fattore da aggiungere non meno importante degli altri due.

Non sono solo uno spettatore passivo dello spettacolo, come la maggior parte delle persone crede, ma mi rendo conto che sono io, con la mia partecipazione attiva, che in un certo senso lo “creo”.

E’ il mio pensiero che illumina e dà vita alla percezione che altrimenti si ridurrebbe a delle goccioline di pioggia sospese nell’aria in combinazione con altri elementi.

La dea “Iride” non disegna più l’arcobaleno nel cielo come credevano, ad esempio, gli antichi greci, ma si è ritirata all’interno ed ora quel fenomeno lo completo io guardandolo in un modo nuovo, vivo, cosciente.

La sua curva, i suoi colori e la stessa luce procedono ora dai miei occhi, o meglio dal mio pensare “stimolato” dalla percezione. La piena realtà dell’arcobaleno dipende da me.

Mi risuona dentro una frase di Scaligero letta nel suo Trattato: “Il vero pensare è l’essenza che integra l’apparire e perciò di ogni fatto è il contenuto interiore che lo completa, togliendolo alla contingenza e all’esteriore grossolanità”.

Anche per i pittori impressionisti ciò era, in maniera più o meno cosciente, un’esperienza vera e propria. Essi dipingevano la natura nella luce che veniva effettivamente percepita dall’occhio, come nessun altro pittore aveva fatto prima di loro, nel tentativo di realizzare coscientemente l’attività della “figurazione” o “immaginazione” che, per la maggior parte degli esseri umani, avviene in maniera inconscia.

Non si trattava più di copiare o imitare la natura, essi esprimevano “se stessi” nella misura in cui coglievano l’importanza dell’Uomo posto di fronte alla natura e alla percezione in generale.

So che a intrattenere un tale rapporto con l’arcobaleno non è la mia piccola personalità temporale, ma l’evolversi dello spirito che nell’uomo determina dei cambiamenti in lui, e tra lui e il mondo cosiddetto “esterno”.

In questo rapporto diventa sempre più chiaro che il ruolo dei sensi e del pensare umano hanno un peso sempre più determinante nella “creazione” della realtà.

La relazione tra la creatura e il Creatore nel percorso evolutivo può e deve mutare, come muta il rapporto tra genitori e figli quando questi crescono, ma il mutamento sarà un cammino di avvicinamento al divino nella misura in cui l’uomo supererà, a poco a poco, le sue limitazioni e saprà rapportarsi alla natura in un modo nuovo, vivo: un modo “da sempre atteso” dalla natura.

Tornando all’arcobaleno è bello leggere le parole dell’autore dell’Ecclesiastico:

Osserva l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto,

è bellissimo nel suo splendore.

Avvolge il cielo con un cerchio di gloria,

l’hanno teso le mani dell’Altissimo.

Forse faccio riecheggiare in me queste parole con meno calore quando penso che Egli sta creando l’arcobaleno anche attraverso i miei occhi e il mio pensare vivente?

Tolleranza e severità, pazienza e intransigenza di Massimo Scaligero

Massimo Scaligero

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In questa epoca stupida e malvagia si hanno le idee alquanto confuse su che cosa siano “tolleranza” e “pazienza”. Addirittura, da parte di intraprendenti arrivisti, di spregiudicati provocatori, si giunge cinicamente a fare calcolo sulla tolleranza e la pazienza altrui come di strumenti coi quali disarmare persone che in maniera confessata o inconfessabile si disprezzano e si ritengono ingenue, candide, sostanzialmente stupide, e quindi illimitatamente manovrabili, strumentalizzabili da parte di coloro che si arrogano spregiudicatamente tale diritto-privilegio in quanto si ritengono “intelligenti” e “furbi”. Di tali furbi, furbastri, furbazzi è strapieno il variopinto mondo dell’esoterismo e l’alquanto turbolento milieu delle comunità spirituali.

Una tale spregiudicata, lucidamente cinica, strategia di disarmo di coloro che avversano i suoi cristallizzati dogmi, si sottraggono al devoto omaggio feudale richiesto e si permettono di ostacolare i suoi progetti di «possessio mundana», è da sempre adoperata dalla parte avversa, ossia dalla nota Potenza Straniera d’Oltretevere, e soprattutto dalla sua efficiente milizia, la mai troppo infamata Compagnia.

Infatti, la parte avversa così apertamente dichiara: «Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi e dei vostri ideali, e ve la neghiamo in nome dei nostri dogmi e dei nostri interessi!». Bisogna riconoscere come in tanta perfidia vi sia una sua sinistra geniale grandezza, un suo ambiguo fascino, da beauté du diable, direbbero i francesi. Naturalmente, una tale machiavellica strategia viene adoprata soprattutto nei ricorrenti periodi di debolezza, di decadenza della parte avversa, quando per esempio il concupito potere politico o mondano (come prima dell’ascesa al potere di quel mostro di ogni crudeltà che fu l’infame Imperatore Costantino, persecutore degli Iniziati e dei Misteri) è ancora da conquistare, oppure come dopo la caduta del potere temporale dei Papi (come avvenne in seguito alla presa di Roma da parte delle truppe del Regno d’Italia).

Mentre col potere saldamente nelle mani di colui che, usurpandolo, si arroga il titolo sacro di Pontefice Massimo, l’arroganza più estrema del potere viene voluttuosamente assaporata, la brutalità più intollerante viene apertamente ostentata, la violenza più gratuita viene messa in atto su ogni piano contro individui e contro popoli, come insegnano la storia dell’Inquisizione e le crociate contro gli eretici, sì da giustificare pienamente l’appellativo che i Catari davano alla straniera potenza transtiberina quando la apostrofavano di essere «la prostituta di Babilonia, seduta sulla Grande Bestia, con in mano la coppa, assetata del sangue dei martiri», in ciò assecondati dalle mordaci parole del ghibellinissimo Dante, e di tanti temerari testimoni della Verità.

Ci si potrebbe chiedere quanto sia savio e lecito essere tolleranti, e pazienti, nei confronti degli intolleranti, soprattutto quando l’intolleranza sistematica ha come fine l’alterazione e la distruzione di una comunità spirituale. La risposta non potrebbe essere univoca, perché il Mondo Spirituale non è nulla di cristallizzato, di consequenziale a leggi, punti di vista e regole umane, che sono meramente soggettivi, antropomorfici, variabili e contingenti. Non può esservi una invariabile, e in quanto tale dogmatica, regola umana.

Un Maestro spirituale non si pone mai il problema di seguire un codice comportamentale precostituito, bensì partirà sempre dalla oggettiva richiesta degli eventi, dalla richiesta che emerge dal profondo delle anime di coloro che lo vogliono incontrare, e talvolta lo scelgono come Guida, come Istruttore spirituale. Nel caso di Massimo Scaligero, la richiesta degli eventi, o quella profonda delle anime, poteva andare perfettamente in rotta di collisione con le aspettative “coscienti” – ovverossia “psichicamente” e “intellettualmente” coscienti, e quindi spiritualmente niente affatto veramente coscienti – di coloro che a lui si rivolgevano, non cercando una vera risposta, bensì un opportunistico consenso a quanto loro stessi già si erano risposti nel loro ipocrita teatrino interiore, e che desideravano sentir risuonare a conferma al loro orecchio.

Massimo Scaligero non tollerava affatto né la menzogna né l’ambizione. Smascherava spietatamente ogni recitazione, ogni ipocrisia, indifferente ai sentimenti di avversione che rabbiosi potevano talvolta insorgere nell’animo di coloro che – delusi nelle loro velleitarie aspettative – si vedevano messi così indesideratamente a nudo nei loro aspetti più accuratamente celati.

Oggi, persone tutt’altro che disinteressate (che il più delle volte neppure lo hanno conosciuto o mai incontrato) cercano di diffondere una prefabbricata immagine di Massimo Scaligero come di uomo accogliente, paziente, tollerante e permissivo, ossia come di una persona sicuramente “buona” ma un po’ “lenta” (abbiamo sentito di persona più volte di cotali ragionamenti) e si cerca di usare questa prefabbricata immagine nell’ambito di quella machiavellica strategia di disarmo spirituale dei veri combattenti interiori, i quali saranno senz’altro turbolenti e pieni di difettoni e di alquante unilateralità, ma che pur sempre si misurano duramente ogni giorno e più volte al giorno, con una Ascesi del pensiero aspra e irta di difficoltà di ogni genere, e cercano ogni volta di riaccendere e di riattizzare la fiamma gelosamente custodita nel cuore.

Massimo Scaligero era tollerante e aperto con le persone sincere, qualunque fosse la loro origine umana, sociale, culturale, esoterica, indifferente alle eventuali appartenenze confessionali o ideologiche. Egli era estremamente paziente nei confronti delle debolezze personali, intellettuali o anche morali. Al massimo poteva, per disincantare chi si rivolgeva a lui dando troppo peso alla molta o poca intelligenza, alle sentimentalità o agli istintivi attaccamenti, darsi ad una spiritosa presa in giro, ironizzando sugli aspetti comici che gli aspetti umani dei suoi amici e discepoli inevitabilmente mostravano.

Io, che ebbi la ventura di conoscerlo allorché avevo solo diciannove anni, e di incontrarlo in seguito circa duecento volte (sino all’ultima volta, poche ore prima che ci lasciasse), posso dire di essere stato preso in giro in molte forme, e scosso energicamente da certi irrigidimenti interiori o da certi limiti che mi sembravano difficilmente superabili, con metodi da Maestro Zen, ossia con metodi infinitamente compassionevoli, ma niente affatto condiscendenti e sentimentali. E nel mio caso, tali «compassionevoli» metodi – a volte brutalmente «compassionevoli» – furono veramente terapeutici e servirono a cauterizzare ferite varie, a chirurgicamente operare su zone di me, che non osavo affrontare. Questa era la sua tolleranza e la sua pazienza.

Ma non sempre egli era così tollerante e paziente. Perché tolleranza e pazienza non possono diventare per un Iniziato complicità con la menzogna, con la vanità, con l’arroganza e l’ambizione. Ad alcune persone che gli descrivevano esperienze interiori inventate di sana pianta, egli diceva: «Stai mentendo!». A chi gli descriveva i propri rapporti e sentimenti nei confronti di altre persone, diceva: «Tu mi dici questo e quest’altro, ma io nel tuo cuore leggo tutt’altro», e lo smascherava. Così come smascherava le reali intenzioni di chi faceva proposte particolari per giungere a realizzare inconfessabili fini: «Quello che vuoi attuare non è quello che dici, bensì questo e quest’altro!».

Un episodio, che posso testimoniare, è illuminante a tale proposito. Negli ultimi anni, varie persone, la cui ambizione davvero non conosceva i limiti della decenza, arrivarono a chiedere a Massimo Scaligero di farsi da parte e di lasciare a loro il suo posto. Un giorno così raccontò: «Sai, è venuto a trovarmi il Tale, e mi ha proposto di farmi da parte: avrebbe fatto lui al mio posto le riunioni del mercoledì e del sabato, nonché gli incontri individuali con gli amici. Con l’imbecille motivazione (per me più che imbecille), che io sarei oramai anziano e di salute declinante. Lasciando il posto a lui, avrei avuto più tempo per meditare e scrivere i libri». Massimo rimase in silenzio una decina di secondi e poi disse: «Vedi quella sedia? Ce l’ho fatto ballare sopra per una ventina di minuti!». Il tipino autonominatosi, dopo la scomparsa del Maestro, successore e vero erede di Massimo Scaligero, ancora imperversa in “infernet”, facendo uno zuppone indigesto di un po’ di tutto!

Altra cosa che Massimo Scaligero non tollerava mai, veramente mai, era una qualsiasi forma di collusione o compromissione con la politica. In un caso simile, egli poteva diventare veramente brutale. Ed anche nei confronti di qualsiasi vanità culturale, come congressi e convegni, tavole rotonde e trasmissioni, egli era assolutamente contrario: non concedeva mai che il nome della Scienza dello Spirito venisse portato in una simile cloaca. Oggi, invece, si vuole «portare lo spirito nella politica», e si propongono pure dei Masters o dei corsi di addestramento – a pagamento, naturalmente – per formare «operatori spirituali nella politica», e si organizzano altresì convegni, tavole rotonde, talk-shows e quant’altro, nei quali un pubblico «interessato» può vedere e ascoltare gli interventi dei conferenzieri o dei partecipanti ai medesimi, sapientemente diretti da un «moderatore» che orchestra il tutto, ed incassa il dovuto!

Aveva, perciò, ragione il Buddha Shakyamuni a chiamare, nel Sutta Nipata, l’Illuminazione «la rottura della testa». Ed aveva ragionissima il Maestro Jou-tsing, della Casa Tsao-tung della Scuola Zen, come riporta il suo fedele discepolo Dogen Zenji, nello Shobogenzo: «Dunque, bisogna picchiare più forte!».

ASCESI RADICALE

dogen-keizan

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Uno dei problemi di coloro che hanno la grandissima ventura di incontrare il Sentiero dell’Iniziazione, l’eterna Scienza dello Spirito, di epoca in epoca sempre diversa e pur sempre a se stessa uguale, è l’oblio di che cosa comporta l’avere incontrato la Via Solare, la dimenticanza degli impegni, che il ricercatore spirituale ha liberamente assunto nei suoi momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo. Ma tali momenti di altezza e di profondità, di intensità e di entusiasmo vengono facilmente dimenticati, perché «il cuore degli uomini si corrompe facilmente», e la cosa più turpe è il tradimento degli impegni sacri, perpetrato per pigrizia, per svogliata inerzia, per comodità interiore.

Da una parte, in seguito ad una lettura che ha acceso l’anima, una lettura che ha suscitato un moto interiore autentico, l’entusiasta cercatore afferma – giustissimamente afferma – « nel mio cuore vi è una scintilla del fuoco che ha creato l’Universo, io mio Io è tutt’uno con l’Io dei mondi». Poi l’entusiasmo si attenua, si intiepidisce e si spegne, l’intensa lucidità si appanna, l’anima ridiventa opaca e il cuore sordo, e colui che giustamente – per una breve eternità – si era sentito tutt’uno con l’Io dei mondi, si fa vilissimamente portare a spasso, in maniera ridicola, come un cagnolino al guinzaglio, da istinti volgari, brame mediocri, passioncelle piccolo-borghesi, emozioni superficiali, scialbe e scipite. Tutto questo è – a dir poco – ridicolo.

Il fatto è che quella intensità, quella luminosa accensione, quel vivido entusiasmo, erano molto poco una attiva realizzazione ascetica del cercatore: venivano suscitati in lui – ma non da lui – dall’aureo pensiero del Maestro, la cui trama ideante celava – per un suo mirabile dono e attraverso un suo eroico sacrificio – come incantata, una forza celeste, un fuoco segreto, che penetrando nel cuore e nell’anima li accendevano, e chiedevano che colui che li riceveva non si beasse di emozioni soggettive egoisticamente assaporate, bensì avesse forza e coraggio di andare oltre una mera emozione (che è solo la deformazione soggettiva dell’esperienza nella parte superficiale dell’anima), di non fare spegnere quell’entusiasmo e quel fuoco, che volesse attuare – e non assaporare per goderne – quella identità del suo Io con l’Io dei mondi, ovverossia attuare il moto conoscitivo che fa sì che la coscienza di una tale identità col Divino sorga e permanga. Che una tale identità dell’individuale Io umano con l’Io dei mondi, del Jivatman o del Purusha con il Paramatman o col Brahman, indubbiamente sia, è quanto afferma da sempre la Sapienza Eterna in Oriente e in Occidente. Ma che una tale identità sia e basta, e che l’essere umano individuale non ne sia punto cosciente, è una vergogna per ogni asceta operante, un obbrobrio per ogni autentico praticante interiore. Oltre che vergognosa, una tale incoscienza è cosa inutile, e addirittura tragicamente comica.

È perfettamente inutile vivere 23 ore e 50 minuti della propria giornata nella più totale dispersione esteriore e pretendere poi in 10 minuti di attuare la necessaria, più intensa concentrazione interiore. È passabilmente comico, se non ridicolo, vivere quasi interamente la propria giornata come se l’essere umano fosse unicamente un essere corporeo, un essere animale, psichico, nevrotico, affondato nei suoi puerili pregiudizi, agitato dalle sue altalenanti e contraddittorie emozioni, sospinto dalle più oscure e diverse pulsioni istintive, immerso in una visione del mondo mediocre, banale, opportunista, oppure arrampicatrice, cinica, affaristica, politicante, bramosa di potere, ricchezza, di godimento sensuale, e poi – in maniera assolutamente schizofrenica – pretendere di compiere un Rito interiore come la concentrazione o la meditazione, che presuppongono slancio, consacrazione allo Spirito, purificazione dalle sozzure del letame terrestre, accensione della volontà. Questa la grande contraddizione.

D’estate poi, affermava Massimo Scaligero, si attua un vero e proprio «adulterio», un autentico «tradimento» nei confronti dello Spirito. Ancora una volta, è necessario far rilevare che è inutile lavorare interiormente – quando poi tale lavoro venga realmente compiuto – 11 mesi in un anno e poi, ripetendo in senso inverso la fatica della fedele Penelope, devastare e distruggere in pochi giorni, se non in poche ore quel molto, o quel pochissimo, faticosamente conquistato durante un anno di pratica interiore. Magari andando a fare in riviera la parte di patetici “vitelloni” invecchiati . In questo caso, la contraddittoria inconsequenzialità logica rasenta veramente la stupidità!

Sempre Massimo Scaligero sovente ci diceva come quello che maggiormente respinge le Intelligenze Celesti, che all’uomo aperto nei confronti dello Spirito tutto vorrebbero generosamente donare, è proprio il livello di banalità del suo stato di coscienza, la fiacchezza della sua pavida volontà, l’arroganza dell’animalesca natura inferiore nel cui fangoso sterco egli ama rotolarsi, il suo sfrangiato e discontinuo impegnarsi, il suo fare le cose all’insegna dell’episodico, dell’improvvisato e dell’approssimativo. Mentre agli audaci, ai consacrati, ai sinceri, a coloro che oltre ogni loro limite umano – e anche oltre le loro inevitabili difficoltà umane e morali – vogliono realizzare lo Spirito, vogliono con tenace ostinazione che lo Spirito si realizzi in loro, non per asservirlo a decadenti, e deludenti, finalità umane-troppo umane, ma perché si attuino le «intenzioni» e le «finalità» dello Spirito e alla realizzazione di queste tutto coraggiosamente sacrificano, tali celesti Intelligenze rispondono con illimitata generosità.

Un tale generosità celeste e lo slancio eroico del praticante interiore possono giungere a far impallidire nel discepolo la consueta visione profana del mondo, inevitabilmente «comoda» e «borghese», a dissolvere ogni attaccamento umano, a suscitare la coscienza della tragicità della condizione umana, dell’impellente urgenza del suo superamento. Ciò esige che liberamente ci si doni con impeto, con intensità, con frequenza, con gioiosa abnegazione, alla pratica della concentrazione, della concentrazione profonda, della meditazione, della contemplazione, che come esplicitamente dichiara Massimo Scaligero, sono l’azione più efficace, più urgente, più elevata che un essere umano possa compiere sulla Terra. Ma anche l’azione più attesa, più struggentemente invocata e anelata, l’azione di cui maggiormente le Intelligenze Celesti hanno bisogno.

Per rimanere fedeli a quella che Massimo Scaligero, ed evocata da Isidoro, chiamava «essere fedeli alla propria tradizione interiore», e per mostrare quanta intensità ascetica, quanto ardore della volontà, quanta devozione e dedizione era presente in alcuni asceti del mondo orientale, riportiamo qualcosa relativa a Eihei Dogen o Dogen Zenji, e a quanto egli ci dice del suo Maestro Jou-tsing.
«Il vecchio Jou-tsing praticava la sera la meditazione sino ai tre colpi della seconda veglia (ore 23.00) e ricominciava all’alba al secondo o terzo colpo della quarta veglia (ore 02.30 o 03.00). Egli prendeva posto a lato dei monaci nella sala di meditazione tutte le notti senza eccezioni. Durante quel tempo molti monaci si addormentavano. Egli faceva allora il giro dei monaci assopiti e li colpiva, talvolta col pugno, altre volte con una delle sue scarpe ch’egli si toglieva appositamente e li faceva vergognare di esser stati tratti così da lui dal sonno. Se essi si addormentavano ancora, egli si recava nella sala di servizio, suonava la campana, chiamava un praticante, gli faceva accendere una candela, poi si metteva all’improvviso a tuonare nella maniera seguente: “A che serve riunirsi nella sala di meditazione per dormirvi senza far nulla? Perché avete lasciate le vostre famiglie e siete entrati nel monastero? Guardate: dove vedete nel mondo un sovrano o dei funzionari che passano la loro vita nell’inazione? gli imperatori governano alla maniera dei sovrani, i vassalli servono con una estrema lealtà, e sino al popolo minuto che coltiva il suo campo o prende l’ascia, non c’è nessuno che passi la vita prendendosela comoda. Fuggendo il mondo, siete entrati in monastero ove passate i giorni nell’ozio. In fin dei conti, tutto ciò a che serve? I Maestri di Dottrina del Buddhismo e i Maestri dello Zen hanno dato valore al fatto che la “vita-e-morte” per noi è la questione essenziale, che ci urge l’impermanenza delle cose. Che forse la Morte non ci sorprenderà questa sera, domani, oppure una malattia qualunque? È estremamente stupido durante la nostra breve vita, non praticare il Buddhismo, coricarsi e dormire, passare il tempo nell’ozio. È per questo motivo che il Buddhismo declina. In ogni luogo, quando il Buddhismo era fiorente, tutti i monasteri facevano praticare lo Zazen. nei tempi moderni, da nessuna parte si incoraggia lo Zazen, e così il Buddhismo declina».

Quello che un Maestro severo come Jou-tsing – che ha tutta la mia più colpevole ammirazione – dice circa le condizioni della pratica della meditazione, nella Cina del XIII secolo, allorché la dinastia dei Sung, e tutta l’Asia, stavano per essere travolte dalla tempesta mongola, a maggior ragione – mutatis mutandis per adattare alle attuali condizioni dell’Occidente e della Via Solare – si attaglia ai fiacchi e spesso imbolsiti e chiacchieroni seguaci – sedicenti seguaci – della Scienza dello Spirito.

Oggi i troppo comodi e pigri discepoli della Grande Arte della resurrezione del pensiero, neppure si immaginano quale meravigliosa atmosfera di permanente mobilitazione spirituale, di dinamica accensione della volontà, regnasse in Oriente anche nei periodi di decadenza, fatalmente provocati dagli eventi esteriori di una civiltà in graduale via di esaurimento. Ne è un esempio Dogen Zenji, discepolo del suddetto terribilissimo Jou-tsing. Dogen, che era un asceta veramente energico adamantino, praticava la meditazione dello Zen con un estremismo interiore che talvolta lo portava a rischiare la vita. Così egli ricordava nei suoi anni più tardi, una volta tornato in Giappone:
«Io praticavo notte e giorno la meditazione seduta. Certi monaci abbandonavano per qualche tempo la loro pratica, per tema di cadere malati durante i fortissimi calori o il grandissimo freddo. Ma io, in quei momenti, pensavo: io continuerò la mia pratica persino se dovessi ammalarmi o dovessi morire. A che mi servirebbe aver cura del mio corpo, se non praticassi quando sto bene in salute? Poco importa che io cada malato e che muoia, poiché il mio scopo sarebbe raggiunto. […] Se io muoio praticando lo Zazen prima di essere giunto all’Illuminazione, i legami buddhici che si saranno stabiliti mi faranno rinascere in una famiglia buddhista. Se non pratico lo Zazen è assolutamente inutile che io viva a lungo».

Questa è ascesi radicale, portata avanti checché avvenga. Ma se otto secoli fa, in Oriente, nella Scuola Zen del Buddhismo, in un mondo ancora in gran parte a misura dell’Uomo Spirituale, erano capaci di tanta estremistica radicalità, quanto più dovremmo noi, in un epoca molto più pericolosa, come la nostra attuale, essere capaci di radicale dedizione all’Ascesi solare del pensiero, che ci è stata donata. A quell’epoca, nella Cina dei Sung, che dopo alcuni decenni sarebbe stata travolta dalla tempesta mongola, i discepoli della Via dell’Illuminazione non si lamentavano della severità di un Maestro come Jou-tsing, della Casa di Tsao-tung dell’austera Scuola Zen, anzi ne gioivano come di un aristocratico privilegio. Così racconta, sempre Dogen Zenji, ricordando con commozione il suo venerato Maestro:
«Quando nel corso di una riunione di monaci per lo Zazen nella sala di meditazione, egli puniva coloro che si addormentavano, colpendoli con la propria scarpa ed ingiuriandoli, tutti i monaci si rallegravano, l’ammiravano e lo lodavano. Un giorno, mentre si trovava nella Grande Sala, egli disse: “Ora, divenuto vecchio, dovrei ritirami dalla Comunità, e andare a finire i miei giorni in un eremitaggio. Tuttavia, resterò il vostro Superiore al fine di insegnare alla Comunità, di strappare l’errore da ciascuno dei monaci e di mostrare la Via. È per questo che talvolta sgrido tuonando gli uni, talaltra ne colpisco altri con la canna di bambù. Io detesto ciò al più alto grado, ma lo faccio ugualmente perché è la maniera di condurre l’insegnamento al posto del Buddha. Fratelli miei, perdonatemi con tutta la vostra benevolenza”. Allora tutti i monaci piansero».

Beh, io ho avuto numerose volte l’aristocratico «privilegio» di vedermi da Massimo Scaligero levata a strisce la pelle di dosso, e quello di farmi fare lo «shampoo» prima con l’acido nitrico e poi con l’acido muriatico, mentre vedevo che degli autentici pendagli da forca, dei veri gaglioffi – allora mi concedevo l’arbitrario lusso di giudicare – venivano da lui trattati in guanti gialli, il che – conoscendo cotanto Maestro e i suoi metodi severi – non deponeva granché a pro’ dei suddetti pendagli da forca, alcuni dei quali ancora in circolazione, con quanto beneficio per la Comunità spirituale lascio all’apprezzamento e alla sagacia del «vispo» lettore.

Un’amica della quale ho grande stima mi chiede talvolta perché io citi tanti esempi presi dall’Antichità dell’Occidente e dalla Sapienza d’Occidente. È che forte è il contrasto tra quell’antico mondo sapienziale d’Occidente e d’Oriente, e l’attuale imbelle oziosa inerzia di quei sedicenti seguaci della Scienza dello Spirito, che non solo se la prendono molto comoda, ma pretendono persino di imporre agli altri tale neghittosa accidia. Oggi vogliono davvero andare tutti in Paradiso in carrozza: naturalmente con l’aria condizionata, con l’i-pod, l’i-pad, l’i-phone di ultima generazione, e il frigo-bar. E soprattutto senza fare troppa – meglio punta – fatica.

Che la concentrazione sia faticosa lo sa chiunque ogni giorno si misura ripetutamente e sempre di nuovo con essa con energia, con tenace pazienza, con una forma di calma disperazione. Concentrazione ostinatamente ritentata ogni volta come se fosse la prima volta, eseguita ogni volta come se fosse l’ultima ed unica volta: l’occasione suprema di attuare la vivificazione dell’atto pensante, oltre ogni limite, oltre ogni disperazione, oltre ogni morte interiore. È la via del vero coraggio!

DEL PENSIERO IN MOVIMENTO (di R. Arcon)

(Michael Maier, Atalanta fugiens, incisione 1618)

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DEL PENSIERO IN MOVIMENTO

Il pensiero col quale pensiamo le cose risponde all’apparire di esse, ossia obbedisce al grado di caduta della coscienza dell’uomo nella mineralità. Le cose si manifestano alla coscienza per mezzo della percezione. Questa trapassa immediatamente nell’osservazione mediante la quale il pensare fornisce alla coscienza un parallelo di quanto viene percepito. Vediamo una rosa, per la percezione essa non si distingue dal caos del mondo che ci circonda. L’osservazione ne fa un oggetto particolare nel quale vengono distinti ulteriori oggetti particolari: le foglie, le radici, il fusto, il fiore e cosí via. In seguito vediamo una viola. Anche di essa possiamo osservare la composizione in ulteriori particolari che sono gli stessi di quelli della rosa. Dal confronto tra questi due insiemi di particolari la coscienza comune forma un quid astratto che chiama “pianta”. Quando a questa astrazione si unisce l’immagine di una pianta, abbiamo una rappresentazione che ci portiamo nella memoria. Del concetto si potrebbe persino dare una definizione prendendola a prestito dalla matematica con le parole: “estratto caratteristico della totalità di insiemi equivalenti” che in sostanza dimostra il suo potere di sintesi. Ma il pensiero del quale stiamo parlando non esce dalla condizionante potenza dell’apparire inorganico delle cose, si lascia determinare da queste, non è che un’ombra di esse. Può, invero, giungere ad astrazioni sempre piú raffinate sino a concepire l’esistenza di qualcosa di organico, all’idea di vita, di evoluzione e ad altri concetti astratti coi quali formare il contenuto di una filosofia, oppure di una descrizione mistica del mondo. Un tale pensiero dipenderà sempre da quanto arriva alla coscienza mediante percezione sensoria, e dunque mediante fenomeni percepiti nel loro essere in un determinato momento.

La cosa risulta specialmente evidente quando ci occupiamo di giudicare il nostro prossimo. Percepiamo chi ci sta di fronte, ascoltiamo le sue parole, cerchiamo di capire quanto ci dice e ci formiamo, in base ad una sorta di “estratto” di tutte queste cose, un giudizio sulla persona, anche se in questo possiamo sforzarci di tenere fuori antipatie e simpatie. Arriviamo cosí a dire che una determinata persona è, per esempio, superficiale. Ognuno può osservare quanto sia difficile liberarsi di un tale giudizio. Esso viene immediatamente afferrato dal sentire e diventa una realtà alla quale crediamo ciecamente come ad un dato inamovibile che sarebbe pienamente giustificato qualora parlassimo di una pietra, di un essere inorganico. Quando la persona di cui si tratta dovesse manifestare, dopo qualche anno, di essere maturata al punto da non essere piú per nulla superficiale, arduo sarebbe convincerci che il giudizio espresso prima era giusto ma deve essere modificato. Un pensare che risponda soltanto al dato inorganico, all’osservazione limitata a quanto appare ai sensi, non può comportarsi altrimenti. Anche il giudizio successivo, che sembra correggere il primo, risponde a sua volta ad un insieme di percezioni per cosí dire congelate in un determinato momento, cosí che i due giudizi sono giustapposti, non fluiscono uno nell’altro: semplicemente sembra che chi ci sta di fronte, dopo anni di distacco, sia diverso, sia un altro.

È facile comprendere che un simile pensiero non può dar conto di un organismo, non ha la capacità di seguirne l’evoluzione che avviene sempre mediante metamorfosi, ossia mediante il trapasso da una forma all’altra, dove quello che conta non è la singola forma ma ciò che tutte le determina e che rimane costante, cosí che una pianta non diventa qualcos’altro semplicemente perché passa dalla forma di seme a quella di fiore.

Da cosa deriva il fatto che l’uomo possiede un pensiero di questo tipo, un pensiero incapace di dar conto di quanto manifesta un organismo? Dal Dottor Steiner sappiamo che nei tempi antichi l’uomo viveva immerso in una coscienza pervasa dalla potenza della consanguineità. Il sapere dei padri, si può dire, veniva ereditato dai figli senza soluzione di continuità. I patriarchi ebrei dell’Antico Testamento arrivavano ad un’età di secoli! Questa affermazione che troviamo nelle Scritture non significa affatto che essi potessero davvero prolungare la loro vita per tanto tempo, ma indica chiaramente che quel particolare sangue si continuava, come coscienza collettiva degli eredi, sino a secoli di distanza dall’antenato. A quel tempo i pensieri venivano afferrati dalla coscienza come piovessero dall’alto, come se fossero esseri volanti che finivano imprigionati nel cuore degli uomini. Se uno aveva un problema da risolvere non ricorreva all’osservazione o alla logica, ma veniva ispirato, ossia penetrava nella sua coscienza una soluzione che egli applicava senz’altro alla realtà. Questi esseri-pensiero si imprimevano profondamente nell’uomo, penetravano sino al sangue di chi li sperimentava e potevano essere trasmessi per via di consanguineità. Questo è anche il motivo per il quale la consanguineità stessa era sentita come importante e irrinunciabile, e perché quello che chiamiamo progresso, sempre piú veloce nella nostra epoca, fosse allora lentissimo e le modificazioni pratiche della vita di ogni giorno fossero irrisorie, ripetendosi lo stesso modello per secoli e secoli. Soltanto quando altre individualità, piú progredite, riuscivano ad immettere nel sangue nuovi pensieri, per via del processo di ispirazione anzidetto, si avevano delle modificazioni importanti. Nel periodo greco questo processo divenne sempre piú individuale, tanto che si dovettero costituire quelle sedi dei Misteri che avevano lo scopo di svincolare singoli individui dalla consanguineità facendoli accedere direttamente, sebbene con coscienza del tutto diversa da quella attuale, ai mondi dove gli esseri-pensiero venivano elargiti dagli Dei.

Ad un certo punto, come sappiamo, col mistero del Golgotha quanto procedeva per via di consanguineità venne interrotto, e a questo processo se ne sostituí un altro che gli corrisponde perfettamente. Gli uomini potevano acquisire pensieri intorno alle cose autonomamente, ma non sarebbero potuti mai pervenire ad una coscienza di veglia simile all’attuale se non fosse intervenuto dell’altro. Gli uomini dell’epoca successiva a quella governata dalla consanguineità, dalla coscienza basata sul sangue che si trasmetteva di padre in figlio, non avrebbero potuto sviluppare null’altro se non una ripetizione puntuale, un compiuto riflesso, della realtà. Avrebbero potuto arrivare al massimo a ripetere in pensieri la realtà che i sensi manifestavano loro come uno specchio riflette esattamente quanto gli sta di fronte. Questo avrebbe impedito ogni ulteriore sviluppo. Cosa accadde, dunque, che indirizzò gli uomini al cosiddetto progresso? Accadde proprio qualcosa di simile alla consanguineità di prima: invece di trasmettere i pensieri per via del sangue questi vennero trasmessi per via del sistema nervoso, il quale deve servirsi della parola e, piú tardi, della scrittura. Per farla breve, ognuno di noi si porta dietro i pensieri pensati da infinite generazioni di uomini che non gli sono consanguinei ma che erano dotati di un sistema nervoso capace di tramandare i pensieri. Facciamo un esempio pratico. Prendiamo un qualsiasi oggetto del quale la nostra civiltà si vanta come di una sua realizzazione. Prendiamo una macchina qualsiasi. Se osserviamo i suoi particolari, possiamo affermare che ognuno di essi fu pensato da qualcuno. Non possiamo affatto ritenere che i minimi particolari di essa manifestino nel mondo fisico i pensieri pensati da un solo uomo, ma nemmeno dal concorso di piú uomini contemporaneamente. È ben vero che la collaborazione di piú uomini che intendono risolvere un problema può andare a vantaggio della soluzione stessa, ma spesso questo procedimento, che oggi viene massimamente esaltato coi gruppi di lavoro, con incontri e discussioni, in realtà non produce soluzioni nuove, bensí non fa che coordinare soluzioni già conosciute. Quello che conta infatti è che i pensieri vengono ereditati dal sistema nervoso per mezzo della comunicazione, altro idolo dei nostri tempi. Se in una macchina osserviamo la presenza di un particolare anche insignificante, come ad esempio dei fori di aerazione, questo non significa che chi li ha praticati ne sia l’ideatore, e nemmeno chi ha progettato quella macchina lo è. Entrambi non fanno che dare una forma alla somma di pensieri pensati sino a quel momento, immettendovi ben poco di nuovo e non conoscendo affatto la provenienza di quel nuovo pensiero, perché esso viene immediatamente inserito nello stesso sistema diventando a sua volta un oggetto del quale si darà comunicazione e che fornirà la base per ulteriori pensieri dello stesso genere. Il progresso funziona cosí. In realtà di nuovo c’è ben poco, esattamente quanto poco di nuovo c’era nella vita di quegli antichi uomini inseriti nel processo della consanguineità. Soltanto i patriarchi e, piú tardi, gli iniziati ai Misteri, portavano qualcosa di realmente nuovo, pensieri capaci di essere poi l’origine di reali modificazioni di quella che poi, vista esteriormente, è la storia. Se vogliamo caratterizzare questo processo all’estremo, possiamo dire che, ad esempio, le singole specie animali manifestano un solo pensiero e dunque ripetono all’infinito sempre lo stesso modello: una volta per tutte. Eppure nel processo di pensiero che abbiamo visto sostituire la consanguineità esiste qualcosa capace di ulteriore sviluppo. Infatti, non sarebbe possibile un reale progresso, un mutamento delle condizioni sia pure materiali degli uomini, se sempre nuovi pensieri non venissero immessi in questo processo esattamente come nei tempi antichi gli Dei immettevano nel sangue quegli esseri-pensiero che guidavano le antiche comunità. Che questa sia una realtà è evidente. La macchina di prima è bensí formata da quelle che possiamo chiamare generazioni di pensieri basati sul sistema nervoso che le tramanda per via di “comunicazione”, ma esiste qualcosa che precede tutto il processo ed è che un uomo almeno ha pensato in maniera diversa. Quest’uomo ha per cosí dire concepito non già i singoli componenti della macchina per i quali si serve anche lui, come tutti, di pensieri già pensati, ma un pensiero che gli fa intravedere un futuro, uno sviluppo, una crescita. Questi pensieri, che stanno alla base di ogni progresso umano che non sia semplicemente una ripetizione meccanica di modelli già conosciuti, sono diversi dai soliti, sono per cosí dire organici, capaci di crescere, di avere in sé un elemento di vita. Essi mostrano a chi li sperimenta nella sua coscienza una possibilità, uno sviluppo ulteriore, come un seme sappiamo racchiudere in sé la pianta che ne nascerà. Se, invece di usarli immediatamente, fossimo capaci di osservare questi pensieri, essi manifesterebbero tutta la loro potenza intesa come tutto ciò di cui potranno o potrebbero divenire atto. Avremmo davanti a noi un pensiero che non è piú fermo, bloccato dal sistema nervoso in un propagarsi orizzontale, basato sul mero fatto di esser comunicato, ma un pensiero che si muove, che si trasforma, che è della stessa natura di quanto chiamiamo organico.

A questo punto chiunque potrebbe dire che l’osservazione dimostra come quel pensiero creativo, vivo, apparso nella coscienza di qualcuno e che produce qualcosa di realmente nuovo, non è qualitativamente diverso da ogni altro pensiero. In realtà è cosí. Ciò che differenzia il ripetere di pensieri già pensati da generazioni di uomini e un pensiero veramente nuovo non è dato dalla natura del pensiero, ma da come la coscienza di chi lo sperimenta si pone davanti allo stesso pensiero. Molti ripetono meccanicamente gli stessi modelli, applicano gli stessi pensieri alla realtà, ma a qualcuno capita di cogliere in uno di questi pensieri un elemento capace di crescita e, dunque, come un essere vivente, di metamorfosi. Se è cosí, allora qualsiasi pensiero racchiude in sé questa possibilità, purché si sia capaci di trovarla superando la meccanica ripetizione di esso basata sul sistema nervoso. A tutta prima non siamo affatto capaci di compiere esperienze di questo genere. Siamo trattenuti dal sistema nervoso nella sfera della ripetizione, dal riflesso dello specchio, come gli antichi padri erano trattenuti dalla forza della consanguineità. Occorre imparare a muovere i pensieri. Occorre ridare vita a qualcosa che ci appare come inerte, incapace di sviluppo, di crescita. Questo vale soprattutto nel campo della vita sociale dove, come si è visto nell’esempio del giudizio che diamo sulle persone che incontriamo, un pensiero per cosí dire inorganico non è capace di seguire le metamorfosi che fanno della vita sociale degli uomini un grande essere vivente. Pensieri che siano soltanto riflessi della realtà e che vengano tramandati per via di comunicazione da una generazione alla successiva non potranno mai comprendere il processo sociale, essi si cristallizzeranno sempre in comunicazioni incapaci di evoluzione che formeranno quelle che oggi si chiamano leggi, che formano a loro volta le Costituzioni e i Codici, qualcosa che non essendo capace di crescere insieme agli uomini li costringe a non crescere.

Come si può operare nel senso di acquistare la capacità di pervenire a pensieri che siano vivi, che siano capaci di movimento, dunque di metamorfosi? Chi ha presente la prefazione di Rudolf Steiner a La filosofia della libertà sa che non esiste una ricetta valida per tutti e per tutto, che non esistono risposte teoriche “da portare poi con sé come una semplice convinzione conservata nella memoria”. Non sarebbero risposte vive e vere, ma solo le solite astrazioni che potrebbe fornire un qualsiasi scienziato, filosofo, medico, tecnico ecc.

Piuttosto sarebbe preferibile portare e far vivere in sé una domanda, una richiesta, un anelito che dia frutti in futuro, che trovi nel tempo i suoi riscontri. La risposta teorica è qualcosa di finito, un processo giunto a conclusione, una vita che è morta, un quid in cui non esercitiamo piú la nostra attività e quindi, essendo sostanza di pensiero, un quid in cui si è spenta la nostra destità, in cui non vi è piú la nostra presenza che per esserci deve volersi continuamente e costantemente essere in azione.

Al fine di una risposta autenticamente soddisfacente non bastano nemmeno gli esercizi esoterici, perfino quelli consigliati dalla Scienza dello Spirito secondo la Via pertinente ai tempi attuali, se essi verranno praticati con lo stesso spirito con il quale l’impiegato-impiegato timbra il cartellino in ufficio o il religioso-impiegato va a messa la domenica o il militare-impiegato va all’alza-bandiera ogni mattina e chi piú ne ha piú ne metta.

Non ci si può limitare ad essere degli apparentemente corretti e tuttavia meri esecutori di esercizi, creando una schizofrenica separazione tra sé e l’attività in atto: in questo caso l’esercizio diverrebbe una sorta di mantram ipnotico che, invece di ridestare la coscienza, l’addormenterebbe. Non si farebbe altro che tentare di trasportare su un piano che non è il suo la medesima situazione del mondo fisico: un soggetto di contro a un oggetto. Invece, in un mondo di forze tutto deve essere una forza, anche il soggetto, che non deve estraniarsi timidamente, bensí partecipare coraggiosamente al processo vitale.

A conclusione, Leo in Barriere, UR 1927, ci ricorda: «Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all’uomo e che anche a visione mutata persiste nel subcosciente umano».

Renzo Arcon

www.larchetipo.com/2000/ago00/antroposofia.htm

CONFERENZA DI MASSIMO SCALIGERO DEL 9 DICEMBRE 1978 – DOMANDA 1

Madre Teresa fra i lebbrosi–

09.12.78-Domanda 1

(cliccare sui caratteri azzurri per ascoltare)

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Cominciamo con la domanda più realistica, tanto col termine realismo si può intendere tutto.
“Ci sono i pazzi, ci sono gli esseri deformi, perchè ci fa tanta paura avvicinarli ?
La anormalità fisica o psichica fa orrore?”

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Anche il lebbroso fa orrore, epperò S.Francesco lo abbracciò, e lo baciò, e lo guarì, e Madre Teresa di Calcutta fece sbalordire il capo dei buddhisti, gli fece venire un colpo quando si accorse che un essere umano era capace di fare qualcosa che da secoli nessuno di loro era stato capace di fare: di avvicinare un lebbroso e di abbracciarlo, prenderlo in braccio e portarlo in un letto.

Il capo dei buddhisti era certemente un uomo saggio, riflettè a lungo su questo e allora capì che in quella donna c’era una forza che loro non conoscevano, perchè loro sentivano orrore del lebbroso.

E’ un orrore giustificato, perchè così è la natura umana, però ci sono degli esseri che oltre l’apparire fisico riescono a vedere il Logos, l’Atman, il Christo, chiamatelo come volete;  perchè alcuni possono essere persuasi, che anche in un assassino, in un criminale, in un cinico c’è il Christo, e ne sono persuasi, però all’atto pratico sentono orrore, perchè? Perché il pensiero è giusto ma non è diventato una forza, il pensiero è giusto ma non è diventato sentimento potente, non è  diventato potenza di volontà, quindi è un giusto pensiero, è il principio, si comincia così, però, perchè quel pensiero giusto corrisponda ad una realtà, ad una verità bisogna che divenga una forza.
Eh, noi cerchiamo di fare questo con la concentrazione, e allora non è che… noi possiamo anche dominare noi stessi, l’orrore e occuparci – e questo è gia’ meritevole, meritorio anzi, va benissimo – però ci costa, dobbiamo veramente fare sforzo su noi stessi, però quando non ci costa e finalmente riusciamo a farlo con gioia allora abbiamo vinto, però questa domanda io la trovo molto interessante, perché?
Immaginiamo una madre che senta orrore del pazzo, oppure dell’anormale fisico, e che abbia un figlio che è un anormale fisico, allora pensate voi che la madre senta orrore? No!! Quello diventerà l’essere più amato. E questa è la chiave. Perchè riesce in quell’essere a vedere qualcosa oltre il fisico ma questo è un rapporto che alla fine si dovrà avere con tutti gli esseri.

Una madre il cui figlio divenga lebbroso.. ma quella lo abbraccerà, cercherà di prendersela lei la lebbra, per togliergliela al figlio, e la via è questa. Soltanto che il potere della madre viene da una forza ancestrale, e bisogna scoprirlo questo, essere anche abbastanza realistici. Eh, ho cominciato col dire :” questo è realismo” perché se voi vedete la vita degli orsi, la madre degli orsacchiotti è capace di tale abnegazione che supera la madre umana.
Quindi siamo sul piano della natura ma c’è il principio giusto, si tratta questo principio di averlo in forma cosciente, educarlo, e fino a conquistare questo potere di superare l’orrore di un essere deforme.
E poi io son sicuro che chi ha praticato la scienza dello spirito e che tuttavia sia ancora in quello stato di repugnanza e abbia invece educato molto sè stesso alla comunione con delle forze originarie dell’anima e sia messo in un ambiente in cui ha da fare con deformi o pazzi, eccetera: ebbene, vi posso assicurare che superato il primo momento riuscirà a far  funzionare quelle forze, deve semplicemente superare un diaframma che appartiene alla sua natura e che è giustificato, e un minimo di buona volontà farà irrompere delle forze d’amore e se lui è capace di queste forze d’amore gliene verranno raddoppiate e tali che possono anche diventare forze guaritrici.

Ecco, siccome ho visto una domanda che può richiamare questa, poi ci ritorneremo.

MASSIMO SCALIGERO: CONFERENZE-INCONTRI INEDITI. Files audio e trascrizioni.

Massimo Scaligero

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Cominciamo oggi la pubblicazione di una serie di conferenze ed incontri inediti sul web di Massimo Scaligero.
Delle domande e risposte pubblicate, troverete anche le nostre trascrizioni letterali del parlato. Tali conferenze audio girano da anni tra discepoli ed estimatori di Massimo Scaligero e ringraziamo di cuore chi ce le ha fornite.

IL CANTO DEL BEATO

krisharj

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I seguaci dell’antroposofia fin troppo spesso nulla sanno di quanto non sia strettamente legato ad essa. Ma su ciò dovrei correggermi. Vedo sedicenti antroposofi conoscere a menadito Osho, l’AMORC, le Kabbale, Krishnamurti, poi le cloache chiamate canalizzazioni e altre (infinite?) sciocchezze.

Neppure un timido un balbettio sugli autorevoli critici, vuoto pneumatico con gli autentici testi della tradizione. Poi Steiner e Scaligero, leggeri come i saldi di fine stagione ma ottimi per libertine e esibizionistiche discussioni.

Che questo sia il futuro che avanza? Che ci sia una nuova scuola esoterica molto, ma molto a sud di Ushuaia?

Lascio ai lettori la meditazione sul senso del verbo avanzare, invito tutti a corsi di geografia esoterica, e riprendo il filo.

Va bene, anzi benissimo, seguire il pensiero scientifico-spirituale sulle “Basi occulte della Bhagavad Gita”, però esiste pure la Bhagavad  Gita per se stessa e, se non erro, nel l’”Iniziazione” Steiner stesso la indica come un testo che è cibo per l’anima.

Allora, è conosciuta o no?”

Sfrondata da studi filologici ed esegesi, non è mica un grosso testo ed è rintracciabile in qualunque libreria, anche in edizioni di pochi soldi. Dunque di facile acquisto e ognuno poi fa quello che vuole.

Però mi stupirebbe se nelle fornite biblioteche personali di figure a vasto raggio di interessi spirituali, ça va sans dire, questo aureo volumetto non ci fosse proprio.

Non smetto di ritenere che riassunti o bignamini non comunichino nulla di buono: le Opere dettate dalle altezze (di qualunque tempo), qualora le anime sappiano riconoscerle, dovrebbero essere avvicinate e “trattate” con un minimo di rispetto, anche quando manchi una devozione sincera. “Farle a pezzi non è rispettarle”, come diceva il capo ispettore Abberline nei riguardi delle povere vittime di Jake the Ripper.

E, aggiungo, evitare le virgolette quando si riportano le frasi di un altro e persino di un Iniziato. Purtroppo chi fa ciò come nobile arte di sottoscala, si autogiustifica sempre e comunque.

Qui, da parte mia, preferisco dunque limitare le prossime righe alla cornice in cui si situa “Il Canto del Beato”, confidando nell’interesse dei lettori per l’ulteriore proseguimento.

La Bhagavad Gitā è un un episodio del Mahābhārata, narrazione epica di una visione della grande India unificata in cultura e vita politica, completata tra il V e il I secolo avanti Cristo e che si traduce letteralmente come “La grande India”.

Quando Dhritarāshtra, il re cieco dei Kuru diviene vecchio decide di cedere il trono non a suo figlio Duryodhana ma a Yudhishthira, il figlio maggiore di Pāndu, suo fratello minore.

Duryodhana, uomo di inclinazioni cattive, mediante scaltrezza e tradimenti, si impadronisce del trono e cerca ogni mezzo per annientare Yudhishthira e i suoi quattro fratelli.

Krishna, Dio incarnato, tenta di conciliare le parti: in nome dei cinque Pāndava chiede per essi cinque villaggi ma Duryodhana rifiuta brutalmente e dice che senza battaglia non cederebbe nemmeno uno spillo di terra. Diviene inevitabile battersi per la giustizia e il diritto.

Tutti i principi dell’India si uniscono ad una delle due fazioni. Krishna, amico imparziale, offre una scelta e Duryodhana sceglie per sé il potente esercito di Krishna e Krishna entra nel campo opposto, non come combattente ma come auriga del carro di Arjuna (uno dei cinque pāndava).

Drona, il maestro di ambedue, sceglie Duryodhana perché il suo nemico Drupada ha scelto l’altro campo. Bhīshma, parente di ambedue i capi delle opposte fazioni, l’uomo più forte dell’India seppure anziano e che aveva tentato la riconciliazione, dopo un scrupoloso esame di obblighi e doveri e visto che nemici s’erano schierati a fianco dei pāndava, decide di combattere con Duryodhana per dieci giorni e poi di ritirarsi in morte volontaria ottenuta cioè con mezzi iperfisici.

L’auriga del carro del vecchio re cieco e spodestato svolge per lui la cronaca degli avvenimenti della lotta mai superata in importanza nella storia dell’antica India: qui inizia la Bhagavad Gitā, cioè il Canto del Beato, perché ripete le parole di Krishna, il divino incarnato e perché insegna all’uomo come elevarsi alla coscienza divina, realizzando nel terrestre il Regno dei Cieli.

Dei cinque fratelli pāndava, il maggiore era il più puro e virtuoso (sattvico), il minore era il più forte (rajasico) mentre Arjuna, terzo dei fratelli, era in equilibrio in forza e purezza: per questo fu scelto dal Divino per essere il suo principale strumento nella grande guerra che doveva determinare, nel mondo, un ciclo, yugāntara, e per essere il discepolo a cui dare il messaggio divino della via allo Spirito.

Se pensiamo l’insegnamento antico come staticamente immerso nel suo splendore, la figura di Arjuna e il momento dell’insegnamento infrangono tale pensiero.

Arjuna è un uomo attivo, posto nel mezzo della sua più profonda e violenta crisi. Il suo temperamento è indicato dall’inizio del libro ed è conservato fino alla fine: consapevole del grande massacro (di cui è destinato ad essere il principale strumento!), quello che sorge nella sua anima non è ragione filosofica o spirito riflessivo ma da uomo pratico e d’azione scopre di colpo di venir privato di tutto il fondamento della fiducia in sé e nella vita.

Egli, vissuto finora seguendo la legge (dharma) e mettendo in pratica le nozioni di diritto e virtù, scopre improvvisamente che esse l’hanno condotto a diventare il protagonista di un massacro terrificante e inaudito, di una mostruosa guerra civile che incendia tutte le nazioni, prepara la strage dei più valorosi eroi e minaccia la rovina della civiltà.

Allora Arjuna, gettando lontano l’arco divino e la faretra inesauribile che gli erano stati dati dagli dei, esclama: “ è meglio che io mi lasci massacrare, disarmato e senza resistenza, dai figli armati di Dhritarāshtra. Non combatterò”.

Non è il dubbio di un pensatore ma piuttosto la rivolta elementare di tutto il suo essere: non solo il suo pensiero ma anche il cuore e gli impulsi vitali non trovano più regole d’azione, nessun valido dharma.

Egli chiede allora a Krishna una regola sconosciuta, mentre il Maestro lo condurrà verso il segreto che Arjuna non chiede di conoscere. Il Divino non vuole condurlo ad una legge qualsiasi (inevitabilmente umana) e chiede piuttosto che rinunci a tutti i dharma, tranne a quello, ben diverso da tutti, che consiste nel vivere coscientemente nel Divino e nell’agire secondo questa consapevolezza.

Il Maestro deve dare al discepolo una nuova legge di vita e d’azione che vada oltre l’insufficiente regola dell’esistenza ordinaria con l’infinita serie di contraddizioni e conflitti, di dubbi e certezze illusorie, così che liberi l’anima dai legami dell’azione senza impedirle di agire e con forza conquistare l’immensa libertà del suo essere divino.

La Gitā non è arma di battaglie dialettiche,

è una porta che si apre sull’intero mondo di Verità,

di esperienza spirituale, e la visione che offre comprende

tutti i domini del piano supremo. Essa traccia il cammino,

ma non innalza mura o barriere per confinare la nostra visione.

                                                                                                                (S.A.)