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(Le style c’est l’homme)
Bushidô no kokoro*
Nel 1899 venne pubblicato a Tokyo un libro in lingua inglese del dottor Inazô Nitobe.
Il titolo era “Bushidô, the Soul of Japan”. Ebbe rapida diffusione: ristampato dieci volte e venne tradotto nelle principali lingue del mondo. La prima edizione italiana è del 1917.
Essenza del bushidô*.
Tradotta spesso letteralmente significa “Via del Guerriero” ed è usata (e diluita) come un codice formativo dell’onore e del dovere, sino a diventare una etica di condotta professionale.
Perdendo via via i suoi connotati che hanno radici nel pre-razionale e nel metafisico.
Su di un piano esteriore il bushidô è la morale che regola l’azione del guerriero e disciplina il suo animo, ma il carattere più profondo si correla all’idea di dharma.
La legge dello kshatriya (guerriero) è il combattimento e la morte, perciò solo la fedeltà al proprio dharma può consentirgli la realizzazione spirituale ed il trascendimento della condizione umana comune.
Nel Bhagavad Gîtâ il dio Krishna dice ad Arjuna: “ Considera il tuo dharma, non puoi esitare. Nessun ideale è più alto per un guerriero che un giusto combattimento. Felici i guerrieri, o Pârta, che arrivano in modo spontaneo ad un tale combattimento: una porta aperta verso i Cieli”
L’azione è spiritualmente efficace se è conforme alla natura interiore di chi la compie.
Dô designa la Via: l’ideogramma antico è composto dalla grafica di tre cose: una strada, la testa di un maestro e due piedi. Si tratta del discepolo che segue il Maestro sulla Via. La “Via” è il processo immanente della Realtà: in conformità all’Ordine celeste per riconnettersi al Principio.
Per il buddhismo mahayanico i nipponici usano due termini: târiki (l’aiuto di un altro) e jiriki (il fare da sé).
Nell’ambito di una dottrina jiriki, ogni dô presenta un aspetto esterno e uno interno. L’interno è il cuore, l’essenza della Via. E’ l’insegnamento esoterico che si chiama hiden.
Qual’era il nocciolo (hiden) del bushidô? La Via del Guerriero o “Zen dei Samurai” come forma autonoma di ascesi.
Il completamento dell’azione eroica era la morte in battaglia o il suicidio con il rito del seppuku. Se tale non era la conclusione, il guerriero si ritirava in un monastero zen.
Nell’Hagakure (testo del XVII secolo): “Bushidô significa la determinata volontà di morire. Quando ti troverai al bivio delle vie e dovrai scegliere la strada, non esitare: scegli la via della morte. In ciò non porre alcuna speciale ragione e la tua mente sia salda e pronta. Qualcuno potrà dire che, senza obbiettivo, sarà la morte di un cane. (…) Nel caso che tu muoia senza raggiungere un obbiettivo, la tua potrà essere una morte da cane, la morte della “pazzia”, ma non ci sarà alcuna macchia sul tuo onore. (…) Quando la tua determinazione di morire in qualunque momento sarà stabile nel tuo animo tu avrai raggiunto l’apice dell’ammaestramento del bushidô.”
Yamatodamashii,Yamatogokoro e Bushidô sono i tre nomi uniti da un simbolo comune: sakura, il fior di ciliegio giapponese.
Tamashii è l’azione di tama o mitama cioè dell’essenza che sopravvive alla morte fisica. Yamatogokoro è il cuore di yamato. In senso traslato si traduce come anima, spirito, coscienza. In questa espressione è contenuto il sentimento del mono no aware (commozione delle cose) che rende partecipi del ritmo sacro della natura e della compassione per la bellezza dell’effimero.
Se qualcuno domanda
qual’è l’anima dello Yamato:
è un fiore di ciliegio
che profuma il sol levante.
Scriveva il prof. Shimazu: “I Samurai sono l’incarnazione del bushidô, attraverso gli insegnamenti del fior di ciliegio”.
Il mono no aware è il sentimento che si prova contemplando la bellezza del ciliegio in fiore. La bellezza effimera del sakura ricorda la caducità della vita. Nel fior di ciliegio la natura si rivela pura come adamantina è la lealtà del Samurai. La fragranza del sakura è simile al nome onorato del Samurai, che detesta la codardia e si sforza di lasciare dietro a sé un nome fragrante e imperituro.
Il fior di ciliegio, giunto a completa fioritura, cade repentinamente, così l’ideale del Samurai è morire combattendo senza rimpianto all’ora giusta.
Tra i fiori il ciliegio;
Tra gli uomini, il guerriero.
Il pianto del Samurai, così frequente negli addii, lascia sorpreso l’occidentale: è il duplice aspetto dell’animo guerriero: l’imperturbabile calma di fronte alla morte e la sensibilità gentile affinata dal mono no aware. Il sakura è il Samurai ed il bushidô è Yamatogokoro.
Per finire, vorrei ricordare una figura leggendaria, piuttosto famosa anche dalle nostre parti: Miyamoto Musashi (1584-1645), grande esempio del bushi giapponese. A 29 anni è accreditato di oltre 60 incontri vittoriosi (“allora ho cercato di raggiungere una conoscenza più profonda e, dedicandomi giorno e notte, ho realizzato in me stesso l’essenza di Heiho(1) all’età di cinquanta anni”). Chiamato anche Kensei o Spada Santa, come Lao-Tse, prima della morte raccolse la sua esperienza in un unico libretto, il Gorin-no-sho.
Ne trascrivo alcune righe: “Ku significa “vuoto”. Ku è ciò che non si può conoscere. Praticando la forma, si percepisce il vuoto. Questa è la natura di Ku. (…) Per un bushi, conoscere a fondo la Via, studiando le altre discipline, comprendendo chiaramente il suo dovere senza coltivare ambizioni nel cuore, affinando la saggezza e la forza di volontà, sviluppando l’intuizione ed il potere dell’attenzione, giorno e notte, quando i veli dell’illusione sono scomparsi, allora avviene la comprensione del vero Ku.
Finchè uno resta ignaro della vera via è convinto di essere nel giusto perchè crede nell’insegnamento del Buddha o in qualsiasi altra fede del mondo.
Ma quando assume il punto di vista della Via e vede la realtà del mondo in giusta prospettiva, si accorge quanto divergano quelle vedute a causa dei pregiudizi dell’individuo e delle errate posizioni di partenza.
Giungi alla corretta considerazione prendendo per base la sincerità di spirito e l’onestà interiore; pratica Heiho(1) quotidianamente; sforzati di percepire correttamente e chiaramente la realtà. Fai di ku la tua Via e che la tua Via sia ku.”
(1)Heiho:è l’insieme delle pratiche marziali inteso come Via per la Realizzazione.
Nota: dopo aver quasi finito questa piccola informativa, mi è capitato di leggere un vecchio scambio di opinioni tra leondavid e Balin ( nel vecchio forum ). Non eccedente i confini della creanza ma tumultuoso. In sostanza la tesi dello sconosciuto scrivente era che in un sito sedicentemente antroposofico non si dovevano turbare i lettori con temi e Vie che sono fuori dall’antroposofia e che questo era diabolico o satanico.
Da tale punto di vista quello che ho scritto cadrebbe in queste sulfuree categorie o, da un aborrito “punto di vista antroposofico”, riporterebbe, come minimo, al quarto periodo di cultura post-atlantica.
Chi mi legge sa anche come la penso: innanzitutto sulla libertà mia di scrivere e voi di leggere e sulla Libertà stessa. Mi pare inoltre penoso ficcare, come pecore e pecoroni, gli antroposofi in una sorta di “rifugio sicuro” che si rivela piuttosto una gabbia istituzionalizzata con ogni frammento possibile dell’Opera Omnia di Steiner o peggio, di fiacchissimi portavoce.
L’unica cosa su cui concordo con G. Kulewind è che, al contrario, farebbe un sacco di bene a moltissimi antroposofi impantanati, imparare anche virtù da fonti come lo Zen, ad esempio.
Il “sapere” è una mera potenza che non si trasforma quasi mai. Ma sfidare il proprio microcosmo concettuale, metterlo in moto, costringerlo a nuove prove (idee) è uno dei movimenti elementari e necessari sulla strada della conoscenza…almeno finchè i limiti di essa non siano ulteriore sprone per atti completamente diversi.
Cari amici e lettori, vi saluto. 🙂
Rastignac

































