DEMOCRAZIA E RIVOLUZIONE (INTERIORE)

albero della vita

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L’insurrezione violenta è manifestazione fisica di un pensiero. Non è democrazia in sè.

Le ingiustizie e le vessazioni sono le conseguenze di un cattivo ordinamento sociale. E cosi si può definire pure una rivoluzione civile.

Nel pensiero di ognuno dovrebbe dominare la “democrazia” , ma così non essendo, la conseguente azione esteriore è semplicemente logica e naturale espressione di un accordo cruciale – di tutti – mancato: l’ingiustizia,  così come la ribellione.

Il pensiero che mette in essere un vero ordinamento democratico dovrebbe essere vivo  durante tutto il processo di detto ordinamento, non dovrebbe lasciare agli articoli (con forza) di legge e, ai meccanismi, il naturale svolgimento dei compiti, tagliati fuori  – questi ultimi – dal loro spirito originario.

Il capo di stato, così come il dirigente economico, così come il lavoratore, se collegati sempre nella loro azione al pensiero morale in cui si riconoscono, contribuiscono tutti alla vita della “democrazia”.

I “principi” morali, ossia la limpidezza e la vita originaria degli uomini, sono quelli da preservare, e non la loro astrazione, dialettizzazione o demagogia conseguenti, perchè è a causa di queste ultime che gli uomini divengono prigionieri.

La prigionia è quella che si estrinseca attualmente nelle ingiustizie e nelle vessazioni, sia del povero che del ricco e del potente, quest’ ultimo ingannato da se stesso – più del povero debole e della vittima storica -, perchè fedele alla passione per le manifestazioni visibili, ritenute queste oggetti e quindi prive di vita interiore, ma non per questo incapaci di dominare chiunque abbia dimenticato per strada il proprio spirito originario.

Lo spirito originario è messo in condizione di non influire nel processo democratico ed economico.

Il denaro ritenuto mezzo sicuro di potere oggi indica le soluzioni sia al tiranno che allo schiavo.

Ma veramente schiavi sono il pensiero, la cultura, lo spirito dell’uomo.

Se questi invece potessero liberamente essere curati, senza commistione di interessi economici e politici, avverrebbe la nascita e la formazione di uomini liberi, forti e liberi di formarsi secondo la loro aspirazione originaria: l’aspirazione originaria è quell’archetipo che vuole l’uomo “superiore” e più completo rispetto al regno minerale, vegetale ed animale, non debole e suscettibile di essere manovrato e strumentalizzato, di essere asservito alla natura cieca e ai suoi sensi; avverrebbe la nascita dell’uomo vero, quello che ritiene sacro lo spirito di ognuno, sacro e libero di esprimersi in azioni veramente morali: senza escludere nessuno.

Utopia vera ed astrazione è il pensiero automatico ordinario che vede i fenomeni esteriori suscettibili di essere da quello ordinati:  in realtà si mette in essere un asservimento al solo lato materiale della vita. Il materialismo è la vera astrazione, la vera utopia.

L’uomo dovrebbe mettersi a guardia e preservazione del vivere del suo spirito e non del profitto e del denaro. Non ottemperando a quella che è la sua vera Natura egli non fa altro che assicurare la vita eterna al suo Prometeo, alle sue rivoluzioni e alle sue guerre.

Siamo tutti responsabili.

Siamo tutti urgentemente e drammaticamente chiamati ad un compito radicale che non è semplice ed animalesca vita di branco unicamente finalizzata alla natura istintiva.

Se l’uomo si dedicasse ogni giorno anche a restituire la vita al suo pensare, a curare la vita del suo pensare  che è “invisibile”, restituirebbe a sua volta la vita alla materia visibile, che non è da rigettare o da possedere, bensì da reintegrare della sua forza, della sua volontà ora perduta; materia da reintegrare di pensiero “vivo”, ora disanimato: l’uomo otterebbe che la natura, e ciò che egli ha creato, non si rivolterebbero più contro di lui, perchè avrebbero ritrovato il loro Signore.

CONCENTRAZIONE E MEDITAZIONE (di F. De Pascale)

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Ho sempre pensato – in maniera oltremodo estremista – che la concentrazione sia una “tecnica”, e che la meditazione sia invece un’ “arte”.

Ciò implica che la concentrazione sia essenzialmente un’operazione della volontà nella corrente del pensare, ed essa deve essere attuata con precisione scientifica, eseguita con modalità esatte, con energia, senza verun sentimentalismo, addirittura brutalmente quando necessario.

La meditazione è, al contrario, un’operazione interiore più “delicata”, implicante uno stato interiore di “degnità” interiore. Tale “degnità” non è richiesta come prerequisito della concentrazione: semmai ne è indiretto e prezioso risultato. La concentrazione richiede coraggio, energica volontà, salda risoluzione, e infinita tenacia. Perciò la concentrazione è una operazione attuabile da ogni tipo umano, anche il più “indegno”, se costui ha ferma volontà di una radicale trasformazione interiore.

La fase iniziale della concentrazione è decisamente brutale: è l’azione dell’Io come ego, che giunge ad essere così potente da attuare il volitivo annientamento della forma “ego” dell’Io: non la si può attuare senza volontà risoluta e crescente energia. Se tale sforzo interiore non viene pavidamente evitato, se non ci si risparmia, se si dà veramente tutto di noi stessi, allora la fase successiva della concentrazione si attua come atto di una volontà più sottile, più “delicata”, e in questo più affine alla meditazione.

La meditazione in quanto “arte” è un’operazione spiritualmente più “esigente”, in quanto già presuppone il conseguimento di un almeno minimo dominio del pensare, che normalmente è frutto di una intensa e prolungata disciplina della concentrazione. La meditazione si alimenta di un’energica disciplina della concentrazione. Essendo un’operazione spirituale essenzialmente non egoica, la meditazione presuppone che con l’ego si siano già fatti risolutamente i conti nella concentrazione: sino ad arrivare ogni volta sempre più al dissolvimento della forma egoica dell’Io. Questo dissolvimento dell’ego va attuato senza sconti, senza attenuazioni, senza misericordia: oggi soltanto la Via del Pensiero, come Via dello Spirito OLTRE e MALGRADO l’anima, dà concretamente questa possibilità. Non è affatto sano e consigliabile farsi troppe illusioni che attraverso le comode “vie dell’anima” si possa giungere a un dissolvimento dell’ego, e ad un’autentica azione spirituale, indipendente dal coinvolgimento nei melmosi e oscuri meandri dell’anima ferreamente legata alla natura corporea.

Il consiglio di Massimo Scaligero di una non contiguità tra la concentrazione e la meditazione, secondo la mia esperienza di sperimentalista selvaggio, è motivato dall’esigenza che sia nella concentrazione che nella meditazione l’asceta deve tendere a dare tutto se stesso, impegnandosi senza residui con tutta la sua volontà, sino al superamento del limite personale.

La concentrazione che deve essere tenuta temporalmente distinta dalla meditazione, è quella che intensificandosi diviene concentrazione profonda ed infine contemplazione ed esperienza della pura forza-pensiero vuota di pensieri. In quanto tale, la concentrazione profonda è essa stessa “meditazione”. Meditazione e concentrazione hanno lo stesso scopo: divenire esperienza della forza fulgurea del cosmico pensare pre-individuale, che si fa individuale in noi nella contemplazione meditativa e concentrativa, senza tuttavia cessare di fluire in noi nella sua purezza sovraindividuale.

Tuttavia, per esperienza personale, un breve esercizio di concentrazione può essere efficacemente introduttivo alla meditazione profonda: Una breve concentrazione può disperdere il “fatuo accendersi dei pensieri”, riducendoli al silenzio ed instaurando quel clima interiore che è necessario all’attuarsi della meditazione. Essendo quella del meditare una “arte” sottile e spirituale, pur dovendo essere sempre estremamente rigorosi, non si può essere in essa legnosamente rigidi seguendo ottuse regolette filistee. E Massimo Scaligero consigliava pratiche diverse a persone diverse, a seconda della reale esigenza interiore ogni volta riscontrata. Questo non significa affatto che nel meditare si possa fare come più aggrada, ossia quel che compiace ogni volta all’ego. Anche un savio medico darà farmaci diversi a pazienti diversi, e ciò ovviamente non autorizza un paziente ad assumere a suo libito i farmaci più diversi: gli effetti sarebbero sicuramente disastrosi.

L’arte della meditazione si alimenta della concentrazione e dello studio rituale della Via del Pensiero, altrimenti facilmente può prendere ambigui “sentieri laterali”. La Concentrazione – parola di Massimo Scaligero – perseguita con coraggio, tenacia, fedeltà e volontà consacrata, da sola, può portare all’Iniziazione. La meditazione, senza la Concentrazione, porta facilmente alla follia.

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L’ARCHETIPO-LUGLIO 2024

Anno XXIX n. 7

Luglio 2024

In questo numero:

SE GUARDA LO SPIRITO… (di M.Scaligero)

 

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Se guarda lo spirito, se guarda l’Io, l’uomo è portato a sentire un centro di sé, una unità originaria. Non così se guarda il suo essere corporeo, la vita dell’anima e il rapporto con il mondo materiale. Egli sente allora l’essere originario diviso, frantumato: il rifrangersi della luce da innumerevoli forme.

In lui tuttavia la frantumazione tende a ricostituire la unità. Egli giunge a conoscere nell’intimo di sè la forza che porterà a compimento l’unità.

L’universo è contratto nella forma umana. La vita dei pianeti diviene attività ritmica del corpo eterico: le forze delle stelle fisse dello zodiaco si traducono nella vita dei sensi e dei nervi, mediante cui si manifesta il pensiero. La potenza del sole è recata dal cuore e sostiene la forma dell’uomo. Tutto è il ritmo della luce, o l’armonia delle stelle, che tende a ricostituirsi nell’uomo: sorgendo come pensiero.

Il sole è il vuoto del vuoto. È l’occhio dell’universo: in tal senso è il centro d’irraggiamento della luce: il centro in cui converge da remote profondità la luce creatrice: per irradiarsi. Il cuore è nell’uomo la sua presenza: da cui la luce risorge come tessuto delle pure idee: che l’uomo attinge e crea in quanto sia libero, sia un Io.

In realtà l’uomo è la meta dell’universo. Egli è offerto all’opera dell’universo, perchè l’Io si esprima, e nell’esprimersi attui la libertà: faccia revivere del lievito della terra l’universo.

da “L’Imaginazione creatrice”.

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PIO FILIPPANI RONCONI (di Cibon)

File:Pio Filippani Ronconi in Waffen-SS uniform.jpg

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Guerriero nello Spirito, viaggiatore instancabile di mondi antichi e futuri questo e molto altro è stato Pio Filippani Ronconi, un uomo che ha saputo rivivere in sé tutta la Tradizione Perenne ripercorrendo e dignificando il passato per approdare pienamente nell’Antroposofia che conobbe profondamente grazie a Massimo Scaligero.

Non starò qui a scrivere la sua biografia, si possono trovare moltissime testimonianze sulla rete virtuale.

Egli fu un Figlio di Manu che combatté prima di tutto per esprimere massimamente la sua natura. Fuggire dal conflitto, sia terreno che spirituale, lo avrebbe allontanato da sé stesso: la lotta, la battaglia è parte integrante dell’uomo e Pio era pienamente Umano.

Ciononostante, nel contemporaneo mondo antroposofico pochi lo conoscono giacché il suo modo di porsi nei confronti della Scienza dello Spirito non era canonico, anzi! La sua era prima di tutto una vita di asceta-guerriero, fu un moderno Kshatriya e allo stesso tempo brahamana, anzi, per essere più precisi, si potrebbe dire che fu un vivente esempio di completa triarticolazione, di completa esaltazione del Pensiero, del Sentire e del Volere.
Ed è proprio l’ascesi del pensiero che lo riconnette a quella sottile linea che da Steiner si trasmise a Colazza, per poi passare a Scaligero e approdare in forma essotericamente mutata proprio in Pio.

A tal proposito, scrive nella prefazione de “La Luce” del suo mentore Massimo:

“Il tema fondamentale dell’opera, attorno a cui si ordinano i suoi dodici capitoli, è quello dell’essenza intuitiva del pensare, in cui opera il principio della Luce, che è idea. L’uomo si serve della Luce, con cui guarda il suo riflettersi nella tenebra, che gli appare come mondo oggettivo, ma non la possiede né si accorge che fuori di sé è la Luce, o Lógos, a dominare la tenebra, conferendo significato al mondo delle forme che da questa emergono. La conoscenza, quindi, è un ritrovarsi dell’uomo nel cuore della tenebra, ricongiungendosi alla Luce che su di essa domina. Come il Figlio nasce dalla Vergine, così il linguaggio – prolungamento del Verbo di qua dalla soglia umana – nasce dall’Anima del Mondo ed anche nelle sue forme minime è pur sempre una risonanza della Parola cosmica.” (La Luce, Massimo Scaligero, Edilibri)

Il linguaggio nasce dall’Anima del Mondo! Pio era un vero conoscitore del linguaggio, si dice addirittura che padroneggiasse 40 lingue differenti! Che sia vero o meno, in ogni caso ci si trova di fronte ad un vero e proprio siddhi, un dono dello Spirito che caratterizzò profondamente Filippani Ronconi. Egli fu dunque legittimo figlio dell’Anima del Mondo, capace di dare pienamente vita a quella Tradizione Perenne di cui spesso si discute molto, ma che effettivamente è praticata da pochi.

Questo e molto altro fu Pio Filippani Ronconi.

 

LO SHI-KIAI (di F. Giovi)

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Dell’alchimia estremo-orientale uno di filoni antichissimi e maggiormente suggestivi è quello conosciuto come “la soluzione del cadavere e della spada”.

Conosciuto? Mica tanto.

Le prime notizie, in Occidente, apparvero nella trama di un romanzo occulto dello scrittore ceco Gustav Meyrink: Der weisse Domenikaner, pubblicato nel 1921 a Vienna per le Ed. Rikola.

E i dissensi sollevati nei circoli misterici e di settore non furono minori del grande interesse sollecitato dal romanzo. Reso ancora maggiore dall’introduzione dell’autore che, per la prima e unica volta, osserva che, forse, il testo non è completamente suo: … Alla fine, non mi è restato che lasciar fare all’influenza che aveva dato a sé stessa il nome di Cristoforo Colombaia, di prestarle, per così dire, la mano e la penna a che potesse scrivere, cancellando dal libro quanto era nato dalla mia iniziativa personale”.

Dottrine che, negli anni ’20 erano sconosciute ai compilatori della famosa Enciclopedia Britannica e ai dotti critici che, anzi, dubitarono della reale esistenza di simili e curiose suggestioni.

Queste dottrine si basavano sulla credenza che esistettero e furono praticati in Oriente strani metodi di sviluppo mistico, per opera dei quali sarebbe stato possibile liberare lo spirito dal corpo, sia per mezzo della “dissoluzione del cadavere, sia mediante una misteriosa e mistica “spada”.

Poi, una prima traduzione di trattati cinesi ad opera del prof. Pfizmaier dell’Accademia di Vienna, permise al Mead, direttore della rinomata rivista Quest, di pubblicare alcuni esempi di questi metodi, assai differenti rispetto ai celebrati sistemi dello Yoga.
Trattasi di un genere di alchimia interiore che fa capo a due principali trasformazioni.

Nell’una, detta Shi-Kiai, l’operatore raggiunge una condizione in cui riesce a dissolvere completamente il corpo sensibile, rendendosi invisibile e elevandosi al grado di adepto immortale. In casi di imperfetto conseguimento perde soltanto la ponderabilità pur continuando a mantenere l’apparenza di persona comune.

Nell’altra trasformazione, chiamata Kien-Kiai, lo scomparso lascia al posto del proprio corpo una spada e, a volte, un coltello o un bastone o qualche indumento.

Entrambe le vie sono segrete e appartengono alla via (tao) alchemica.

Trascrivo alcuni esempi:

Tung Tshung Ki nacque a Hoai-nan. Nella sua gioventù fece uso dell’Aria e raffinò la sua Forma. A cento anni non era invecchiato. Ingiustamente accusato fu messo in prigione. Dissolse il suo corpo e disparve come un Immortale.

Il Principe del purpureo yang comunicò la via di dissolversi con la Spada che proviene dalla fortezza d’occidente. Colui che pratica questo metodo e tiene appesa la Spada divina per sette anni, insieme ai suggelli credenziali del Libro Rosso, si dissolve, si trasmuta e sparisce. Se si propone per compito il puro volo spirituale della prima aurora ricurva, acquista istantaneamente il potere di nascondersi e trasmutarsi.

Altri interessanti scritti si trovano nell’introduzione di J. Evola alla traduzione italiana del Domenicano Bianco del 1944 (Bocca Editore, Milano).

A far luce su questa complicata strada di meditazione e alchimia sono risultati fondamentali i sapienti lavori di Lu K’uan Yu (Charles Luk), tradotti anche in italiano dall’editore Ubaldini. In particolare, del medesimo autore, Lo Yoga del Tao (Ed. Mediterranee). Per i basilari principi dell’Opera, vale lo studio chiarificatore di K. Durckheim, intitolata Hara- Il centro vitale dell’uomo secondo lo zen (Ed. Mediterranee).

Il senso della precaria solidità del corpo fisico perdura come una memoria collettiva anche nell’Oriente moderno. I bei film cinesi (come, per es. La tigre e il dragone) di fantasia, con o senza riferimenti storici, mostrano di continuo la capacità di una leggerezza che supera la gravità sensibile e, in genere la capacità di trapassare la densità della materia. A Hong Kong è meta di devoti un contenitore trasparente che contiene il corpo di un sant’uomo senza i segni della corruzione.

Per una integrazione rettificatrice in relazione alla condizione occulto-esistenziale dell’uomo dei tempi nostri, rimando al II capitolo della Via della Volontà Solare di Massimo Scaligero, che tratta, come già svela il titolo, il profondo contenuto che separa la natura di una antica immortalità da quanto urge nell’uomo contemporaneo come potenza di Resurrezione: tra la virtù dello Shi-kiai e il germe della forza solare immesso nell’uomo con il sacrificio del Golgotha.

GIORDANO BRUNO: L’UOMO È EMANATO DALL’UNO (di F. De Pascale)

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Giordano Bruno non è solo colui che infranse una immagine del mondo che gli umani, adagiati sull’abitudine, avevano in campo astronomico. Giordano Bruno fu anche un asceta del pensiero che cercò – e secondo me pure raggiunse – l’unione con l’Anima del Mondo. Il suo neoplatonismo magico lo portò a ricercare nell’Ermetismo classico le vie dell’esperienza spirituale e dell’Iniziazione ad una vita spirituale superiore all’ignoranza e alla labilità umana. 

Quel che i rappresentanti della Potenza Straniera d’Oltretevere, i “predicatori di ciance” come li chiamava Dante, che ancora occupano illegittimamente il suolo della Terra d’Ausonia, non possono tollerare è che l’essere umano con il suo coraggio di conoscere, con i suoi propri sforzi e la consacrazione della sua volontà, possa giungere a superare la cecità spirituale umana e ad innalzarsi all’esperienza spirituale diretta. Come diceva anni fa il Cardinal Ratzinger: “E noi, la Chiesa, cosa ci stiamo a fare?!”. Giusto, voi preti che cosa ci state a fare? 

Il loro terrore è di perdere tutti i clienti! Né più né meno che i politici italiani e non solo italiani. La Chiesa Cattolica da sempre ha come suo precipuo scopo – e questo lo dice Rudolf Steiner – prima l’anestesia e poi la distruzione dell’anima cosciente dell’uomo. 

L’essere umano – e su questo l’allora Cardinal Ratzinger fu quantaltri mai chiarissimo – è composto di corpo e anima soltanto, e non anche di spirito, perché lo spirito gli viene somministrato dalla mediazione liturgica della Chiesa, che la esercita attraverso i sacramenti, dei quali pretende il monopolio. Ossia, la costituzione occulta dell’uomo – secondo lui – è corpo, anima e Chiesa, non corpo, anima e spirito. E questo perché – secondo i predicatori di ciance che abitano di là dal Tevere – l’uomo è creato – a suo libito e senza un perché – dal nulla da un Creatore, che in qualsiasi momento lo può – libito licito – distruggerlo, ed una cosa è buona sol perché Dio la vuole, e non Dio la vuole proprio perché buona. 

Mentre per Giordano Bruno – ed anche per Rudolf Steiner che a Giordano Bruno dedicò la prima stesura del libro Teosofia – l’uomo è emanato dall’Uno, e non creato dal nulla, e poiché dall’Uno è stato emanato, ancorché caduto in un immemore stato di abiezione, pure all’Uno, liberamente e coscientemente, egli può nuovamente innalzarsi ed unirsi, ripercorrendo i gradini della discesa nella frantumazione dionisiaca della molteplicità apparente e nell’illusione sensibile e materiale. Nelle profondità di sé l’uomo ha un fuoco, che cova sotto la cenere che lo ricopre ma non lo spegne, e questo fuoco egli può, coscientemente, liberamente, con le sue stesse forze, far nuovamente divampare a fiamma, se sol conosce l’Arte di nutrirlo e di rianimarlo. Quell’Arte che Rudolf Steiner e Massimo Scaligero hanno mirabilmente insegnato con la Via del Pensiero, con la Via della Iniziazione. 

Ma a cotal spirituale fuoco i predicatori di ciance d’Oltretevere hanno preferito il fuoco che distrusse la Biblioteca di Alessandria ove insegnava la nostra Ipazia, il fuoco che distrusse la sede dei Misteri – il Telesterion – ad Eleusi, il fuoco dei roghi, il fuoco che distrusse il primo Goetheanum – perché è verissimo e certissimo che furono loro ad incendiarlo, dopo avere arrogantemente annunciato sui giornali basilesi che l’avrebbero fatto, ed altresì organizzato una riunione “operativa” alla Taverna Ochsen di Arlesheim, la sera prima dell’appicamento, nel quale arse pure l’incendiario esecutore da loro incaricato in quella sciagurata riunione – ed anche il fuoco di rivoltelle adoprate nel tentativo di sopprimere nell’Italia degli Anni Venti del passato secolo alcune voci dell’esoterismo italiano. 

Il tutto perché loro ritengono di essere creati dal nulla per l’imperscrutabile volontà di un Dio ridotto all’assurdo. Ho avuto modo di dire celiando – sed quis vetat ridendo dicere verum?: non è forse possibile dir la verità, sia pur con umorismo? – che sarebbe auspicabile che i creati dal nulla non si occupassero delle cose degli emanati dall’Uno, e li lasciassero in pace. Ma si sa – al di là del diolciastro e ‘caritatevole’ buonismo cristiano – la politica e la strategia della Chiesa Cattolica nei confronti dell’esoterismo e delle comunità spirituali autonome, possono riassumersi in queste poche parole: “Noi vi chiediamo tolleranza in nome dei vostri principi, e ve la neghiamo in nome dei nostri principi”. Semplice, nella sua cinica perfidia, no?! Alla bisogna, poi, ritorna ai “vecchi” sistemi violenti, come nel Messico degli anni venti del Novecento, ove tramite i “Cristeros”, i “Guerriglieri di Cristo Re” si assassinavano spregiudicatamente gli avversari politici ed ideologici, pratica in uso anche nella penisola iberica. Le mie simpatie – ça va sans dire – vanno tutte al Presidente Calisto Plutarco Calles che con energia giacobina librò il Messico per un tempo di quella mala genìa!

Quella di Giordano Bruno fu la voce di chi ebbe il coraggio di conoscere, di indicare a chi voleva conoscere la Via della Reintegrazione nell’Uno attraverso la platonica Estasi Filosofica, la quale portata alla sua estrema istanza sfoci nella Via del Pensiero e nella Concentrazione. Vogliamo ricordare – e raccomandare – questi pensieri a coloro che, ingenuamente e in buonissima fede – confidano nelle “tenerezze” che molti catto-esoteristi – anche sul Colle del Gianicolo – hanno per la Potenza Straniera d’Oltretevere, e le cui “quinte colonne” sulla “rete” inquinano babelicamente a più non posso il panorama spirituale. Ma verrà un giorno il Veltro che la farà morir di doglia!

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SIRIO-ISIDE-SOPHIA (di Savitri)

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Stella dell’anima mia

che al tramonto

m’annunci la notte oscura,

quando non ti vedrò piú

ed il crogiuolo della nostalgia

modellerà il mio cuore per eoni 

in attesa ad accogliere il Tuo Figlio.

 

Quando Io sarò Uomo

Tu risorgerai al mattino

per annunciare del Fiume Sacro

la fecondazione della Nuova Terra.

Ed Io Ti riavrò accanto

mia Luce un tempo esiliata,

Iside dolorosa.

 

Dal mio cuore sterile non piú solo,

con Pensiero Immacolato

Ti concepirò di nuovo:

in un respiro

pronuncerò il Tuo nome,

Suono risplendente

in tenue calda fiamma,

per sempre,

mia Stella del Mattino,

per sempre,

mia Sophia.

(S. S.)

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LA CONDIZIONE UMANA È SUPREMA (di F. De Pascale)

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“IN QUESTO CORPO ALTO SEI PIEDI, DOTATO DI PERCEZIONE E DI CONOSCENZA, È CONTENUTO IL MONDO, L’ORIGINE DEL MONDO, LA FINE DEL MONDO, E COSI’ PURE IL SENTIERO CHE CONDUCE ALLA FINE DEL MONDO”.

Gautama Buddha. Anguttara Nikaya, IV, 45.

La condizione umana – per quanto attualmente sciagurata e miserevole – è suprema, al punto che viene dichiarato esplicitamente essere “l’UOMO la mèta degli Dèi”. E questo perché solo l’essere umano – e non gli Dèi – fa l’esperienza della morte. Solo l’essere umano – e non gli Dèi – rinchiuso in questo “soma-sema”, o “corpo-prigione”, o “corpo-tomba”, può realizzare Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli stessi Dèi anelano a tale suprema realizzazione, della quale NON sono capaci. Anzi Essi attendono – con struggente nostalgia – che l’UOMO realizzi coraggiosamente Autocoscienza, Libertà e Amore. Gli Dèi attendono tale realizzazione dall’UOMO, realizzazione che l’essere umano NON può ottenere dagli Dèi. Massimo Scaligero arriva a scrivere – ed è una severa ammonizione, che le “anime belle” farebbero bene a ben meditare – che “delude gli Dèi, l’uomo che vuole dipendere dagli Dèi”!

L’essere umano – e in particolare il praticante interiore – dovrebbe ringraziare ogni giorno al suo risveglio il Cielo, i Numi, e il Destino, per il dono di quel corpo fisico che gli permette l’esperienza della percezione sensibile, del pensare cosciente e della volontà libera. Conducendo audacemente nell’Ascesi alla loro ultima istanza queste tre possibilità donate dall’incarnazione nel corpo fisico, esse trasfigurano e trasmutano nell’esperienza della “percezione pura”, del “pensiero libero dai sensi”, della “volontà solare”. E queste tre pratiche interiori si fondono – tutte e tre – nel dono mirabile della Via del Pensiero, ossia nella Concentrazione, l’esercizio a sé sufficiente, perché in sé ha tutto in un solo atto in atto: percezione, coscienza pensante, e volontà!

Il corpo è il punto di partenza, in quanto è inevitabile partire dalla sola coscienza che abbiamo a libera disposizione: la coscienza di veglia, mediata dal sistema nervoso. L’ascesi libera il moto volitivo del pensare dalla mediazione somatica, in quanto nella Concentrazione il moto cosciente del pensare diviene solo supporto e unica mediazione a se stesso.

Il corpo diventerà altresì punto d’arrivo, in quanto l’esperienza spirituale estracorporea ha la fulgurea potenza di trasformare – CONOSCENDOLA – la corporeità da ottusa alterità in arto cosciente dello Spirito, restituendola al suo essere immortale originario. Ossia, come affermavano Gerard Dorn e Robert Fludd: “Transmutatemini in viventes lapides philosophicos”, “trasmutatevi in viventi pietre filosofali”.

Unica Via per la realizzazione dell’autentico Uomo Interiore, dell’Uomo Spirito, è la Via del Pensiero, la Concentrazione: la Via del concreto annientamento di ogni egoismo.

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L’ARCHETIPO-GIUGNO 2024

Anno XXIX n. 6

Giugno 2024

ASPETTI DELETERI DI UN FALSO SPIRITUALISMO (di M. Scaligero)

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Già in altra occasione ci è stato possibile porre in rilievo qualche forma di un ambiguo spiritualismo, che, assumendo gli aspetti e l’apparente dignità dell’autentica tradizione dello Spirito, riguarda invece l’esperienza risultante dalla sommersione dell’Io in un piano inferiore a quello della normale coscienza di veglia, che pretenderebbe invece di trascendere.

I motivi di questo equivoco animismo sono già stati esaminati con chiarezza critica da studiosi come Julius Evola, in Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, e Réné Guénon, in L’erreur spirite. Ma a noi sembra interessante rilevare un aspetto nuovo e oggi diffuso di tale falso misticismo, in quanto si riconnette sia con quello smorzamento e con quella riduzione della coscienza che sono richiesti quali condizioni propizie per la diffusione di morbide suggestioni collettive, sia con lo sprofondamento insensibile di questi misticheggianti in una sorta di universalismo amorfo, indifferenziato (che nulla ha di comune con il principio della autentica universalità spirituale, la cui ipostasi consiste specialmente nel rapporto gerarchico di diversi valori).

Occorre premettere che, in questi pseudo-spiritualisti, la iniziale buona fede si accompagna con la fanatica decisione di servire un ideale non comune e con lo sforzo per conseguire un punto di vista fuori dell’ordinario, dogmatico, vero una volta per tutte. Da qui deriva il senso di un assolutismo ideale che è in effetto cristallizzazione di un abnorme atteggiamento psichico, definitivamente ritenuto il centro focale della verità, cui è relativa una persuasione di infallibilità, onde anche uomini di discreta levatura mentale, illudendosi di dinamizzare la psiche, divengono passivi strumenti di forze indefinibili appartenenti a un piano che, per essi, è quello metafisico e divino, mentre in realtà è il piano della sub-coscienza o di quella che in linguaggio psicologico si chiama “coscienza sognante”.

Tale assoluta certezza si forma in quella zona della psiche in cui comunemente per gli uomini nasce e si alimenta la fede, ossia l’apertura della personalità a una verità razionalmente non giustificabile. Su questo piano è presente una duplice possibilità: quella di cogliere, grazie ad una sublimazione della coscienza, ossia per virtú di uno “stato di veglia” superiore, l’essenza del vero spirituale e di stabilire verso l’alto un contatto con esso; e quella di aprirsi passivamente, per un inadeguato sviluppo della coscienza, a quelle forze del piano vitale e subconscio che automaticamente tendono a ridurre alla loro contingenza e alla loro cieca mobilità l’Io dell’uomo. In questo ultimo caso, è data allo sperimentatore semi-cosciente anche la possibilità di una percezione e di una visione extra-sensibile che altro non è se non la proiezione di aspirazioni e impulsi dell’Io su questo “mezzo” mobile e sottile, su questo elemento vitale e sub-conscio che si lascia facilmente improntare di parvenze e immagini riproducenti sotto forma simbolica aspetti della piú segreta individualità. Si è in pieno visionarismo soggettivo, con illusione di essere invece penetrati nel piano di una nuova certezza, di una realtà obiettiva superiore a quella normale: d’altro canto, un senso sottile di orgoglio, relativo a quella inadeguatezza o insufficienza della coscienza, cui sopra si accenna, sviluppandosi in seguito a tale esperienza extra-sensibile, rende difficilissima la possibilità di comprensione dell’errore da parte di costoro, e d’altra parte li rende succubi di forze che in se stesse hanno valore distruttivo ma al tempo stesso rispondono all’occulto impulso di ogni mito eversivo, di ogni idea confusamente ugualitaria, di ogni “egoismo mistico”.

L’ambiguità di tale esperienza psichica consiste nell’essere fondata su una tecnica meramente “medianica”, la quale rappresenta l’unico valore fenomenologicamente obiettivo – e perciò anche scientificamente accettabile – nonostante il falso aspetto di una rivelazione giungente dall’Alto. Coloro che prendono parte ad essa, mentre dovrebbero essere gli sperimentatori freddi e distaccati, sono invece presi nell’ingranaggio dell’esperienza e coinvolti in una morbida vicenda psichica. Non si tratta, infatti, della comune seduta spiritica, ma di una esperienza spiritica “nobilitata”, in quanto la persona che funge da medium diviene il “maestro”: coloro che ascoltano, pretendono che attraverso l’individuo medianico parli, in certi speciali momenti, lo spirito di un santo, o un Arcangelo, o lo stesso Divino. Naturalmente, nonostante che a un’esperienza di tale tipo venga sovente dato il grave nome di ultra-fania, si tratta sempre di una variazione del volgare fenomeno medianico: pur tuttavia i “discepoli” del presunto “maestro” tengono particolarmente ad affermare che non si tratta del solito fenomeno medianico ma di una vera e propria manifestazione del Divino.

Il confusionismo psichico e culturale in cui cadono tali individui giunge al punto di voler far derivare il complesso delle loro pseudo-dottrine esoteriche dal tronco delle antiche tradizioni metafisiche, quali la egizia, la vedica, la iranica, la ellenica, di cui esso non sarebbe che la nuova espressione nell’epoca attuale. Nulla di piú falso. Esiste una Tradizione spirituale che si svolge come controparte metafisica della storia e si ritrova, in una sorta di perenne identità, dietro la vicenda esteriore delle grandi civiltà e nell’opera dei grandi costruttori d’Imperi, dal ciclo vedico a quello indo-europeo ed ario-romano, sino al Medio Evo cattolico, al Sacro Romano Impero e all’ordine virile della società feudale e cavalleresca. Essa si svolge peraltro, culturalmente, lungo una “via regale” le cui pietre miliari sono rappresentate da personalità come Tommaso d’Aquino, Dante, Pico della Mirandola, G.B. Vico, Goethe.

Questo autentico spiritualismo si esprime sostanzialmente come ricerca, identificazione e realizzazione positiva di un tipo di morale il cui valore assoluto derivi da una conoscenza di carattere trascendente: il piano metafisico viene conosciuto attraverso l’elevazione della coscienza di veglia a una forma di coscienza piú chiara e piú vasta, che è quella stessa che viene sperimentata dai grandi mistici, dai piú alti pensatori, dai creatori, dai capi, da tutti coloro che possono condurre l’umanità, in quanto il loro sguardo può spaziare oltre i consueti limiti. Si tratta del conseguimento di un vero e proprio stato di “piú-che-veglia”, o di “super-coscienza”, che è altresí condizione essenziale per una morale superiore: morale che è, in sostanza, nella sua piena sensibilizzazione, una virtú preziosa che, applicata alla società, instaura la gerarchia spirituale. Dante e Goethe hanno sentito eccezionalmente questa verità.

Oggi, allato al retaggio immanifesto di questo spiritualismo regale, fondato su una sublimazione dell’autocoscienza, esistono deviazioni dovute alla illusione che sia sufficiente staccarsi dalle basi della coscienza ordinaria per poter attingere le verità spirituali, onde, una volta lasciate tali basi (il cui pieno possesso è già segno di un normale equilibrio interiore), senza un’adeguata conoscenza e senza un’opportuna chiarezza mentale, si precipita nel mondo sub-individuale e sub-cosciente, in un’avventura equivoca nel mondo dell’allucinazione, del delirio ossessivo e della megalomania. In questo piano la coscienza dell’individuo si smorza e non ha piú la possibilità di discernere il “fantasma” dalla verità spirituale.

Da un esame attento, abbiamo potuto riconoscere in tale fenomeno l’azione di oscure forze tendenti a degradare la coscienza dell’individuo, dandogli l’illusione della elevazione in un mondo superiore, e a renderlo strumento di idee ugualitarie, messianiche, pseudo-universalistiche. Il morbido animismo diventa qui il tramite di una vera e propria infestazione della coscienza che propizia, oltre alle anomalie psichiche, anche un atteggiamento morale e culturale confusionistico, a base di profezie e di interpretazioni cervellotiche e fatalistiche d’ogni avvenimento. I discepoli che ascoltano il verbo della medium scrivente o parlante, ritenendo di essere in contatto con il “maestro”, fanno cosí inconsapevolmente il gioco di sottili forze che certamente nulla hanno di comune con le forze pure dello spirito risvegliabili soltanto attraverso la virile ascesi, il sacro e cosciente eroismo, la rigida disciplina interiore applicata alla lotta quotidiana.

Ora, il maestro ultrafano potrebbe rappresentare un interessante soggetto per l’indagine psicologica o psichiatrica, ma il male è che intorno ad esso si raccolgono e si formano questi “discepoli” i quali, mancando di un’autentica cultura esoterica e di un’adeguata capacità critica, mentre credono in buona fede di elevarsi spiritualmente al disopra della massa degli uomini, vengono invece condotti lungo le vie di un calmo e sistematico delirio monomaniaco.

Acquisita la certezza di essere stati eletti dalle potenze superne per una missione eccezionale su questa terra, i discepoli a loro volta assumono il tono di piccoli maestri, interpretando autorevolmente cose e fatti, riferendo il significato di ogni evento all’azione occulta del “maestro”, dando consigli alquanto enigmatici, usando un linguaggio di sapore leggermente apocalittico-messianico, secondo i casi e cum grano salis. Al tempo stesso il “maestro”, aumentando il numero dei suoi succubi, acquisisce sempre maggiore autorità e, in obbedienza al gioco di una logica extra-individuale, realizza la tecnica di ipnotizzare, senza averne l’aria, il centro dell’auto-coscienza personale, attraverso un metodo apparentemente dimostrativo che soddisfa l’Io del discepolo, prevenendone ogni iniziativa. Il lavorío sottile si intensifica attraverso una serie di affermazioni categoriche e profetiche, che finisce con l’abolire in ciascun individuo la libertà di giudizio, lo sviluppo della coscienza autocritica, lasciando tuttavia l’illusione di una libertà che è sostanzialmente perduta.

Nel prendere poi le mosse per realizzare i princípi dettati dal “maestro”, il discepolo agisce con una illusione di libero arbitrio non diversa da quella di coloro che, subendo una suggestione post-ipnotica, giustificano in forma rigorosamente razionale la loro corrispondente azione, tendendo a conferirle un carattere effettivo di libertà e di autocoscienza.

Una volta adagiata la coscienza su questo complesso illusorio, tutta la immaginazione del succube si dedica alla sistematizzazione razionale della pseudo-verità accettata: perciò vengono chiamate a raccolta anche le migliori possibilità della logica formale. Immaginazione e logica formale hanno da quel momento il compito di organizzare in un preciso sistema la rivelazione del “maestro”: si trova perciò la maniera di riconoscere sempre confermate dalla realtà le previsioni di esso, anche quando accade perfettamente il contrario di quanto aveva previsto. Ciò spiega perché ben spesso è constatabile come anche individui dotati di una normale cultura e di un apparente senso critico, cadano nel succubato ultra-fanico o spiritualistico.

Altro effetto degno di menzione è l’acquisizione di un senso di missione nel mondo e tra gli uomini, che – secondo questi semi-coscienti – dai piú non viene compresa, ma che dovrà tuttavia essere svolta anche a costo del sacrificio. Si tratta di una vera e propria autofilia, o narcisismo, o amore di sé, caratterizzata da una sopravvalutazione delle proprie doti mentali, culturali e morali, e corrispondente a quello che in psichiatria viene chiamato delirio ambizioso. In costoro si manifesta altresí come tendenza soggettiva a considerare tutto soltanto in rapporto a se stessi, senza assolutamente tener conto dell’esistenza degli altri, dei valori e delle opinioni degli altri, nonostante le premesse di comprensione altruistica, di abnegazione e di solidarietà universale. Non esiste alcuna verità fuori di quella da loro conosciuta: tutte le altre correnti, le altre culture sono condannate o svalutate. Cosí, sotto le parvenze dell’universalità, si alimenta il piú oscuro settarismo.

L’atteggiamento autofiliaco sembrerebbe contrastare con la accennata passività di costoro nei riguardi del santone medianico, ma non è che la naturale conseguenza di essa. Infatti, il santone ha potuto far breccia nei loro spiriti, solleticandone abilmente la vanità e l’egoismo, con la suggestione della loro particolare e personale missione nel mondo e con il far credere loro di essere gli eletti nella grande massa degli uomini. Allora si spiega anche perché il delirio autofiliaco, che nei succubi discepoli esisteva probabilmente prima del contatto con il santone astrale, in una forma tuttavia non patologica e che perciò era possibile modificare e anche guarire attraverso una metodica e chiara educazione della coscienza, si sia sviluppato in forma inequivocabile soltanto dopo il contatto con la morbida “entità”.

L’autofilia e il delirio ambizioso si accompagnano, come si è accennato, alla affermazione di un ideale di altruismo e di filantropia sui generis, in quanto viene formulato soltanto in sede teorica e in funzione di una visione settaria della vita, cosí che esso non riesce se non a rendere propizio l’adagiarsi della coscienza in una sorta di grigio indefinibile universalismo dialettico, in cui sono automaticamente aboliti i piú elementari e necessari concetti della vita di relazione.

Riteniamo utile aver dato pochi cenni sugli aspetti di tale deteriore animismo, soprattutto per la relazione che esso presenta con la tragica crisi del mondo presente, quale elemento non trascurabile nello schieramento delle forze dell’“anti-Tradizione”. Se nella Tradizione riconosciamo l’unica forza che può ricondurre l’uomo sulla direzione del sacro, dello spirituale, dell’eterno, grazie alla possibilità di riconquista di una chiara coscienza metafisica e di una conoscenza superiore, mediata da un senso profondo della responsabilità della personalità e da una disciplina catartica, eroica e “solare” – che nulla ha di comune con le morbide avventure spiritistiche, con i visionarismi fallaci, con il sensazionalismo di fenomenucci da salotto e di presuntuosi profetismi – non possiamo non ravvisare in ogni forza che tenda a smorzare la coscienza negli individui, l’azione di quelle potenze che impediscono all’uomo di riprendere coscientemente contatto con l’unica direzione “tradizionale” capace di condurre al superamento dell’attuale crisi: la direzione sacrale ed olimpica.

Il male peggiore che affligge l’umanità moderna è proprio la perdita di tale direzione, dovuta soprattutto ad un unilaterale sviluppo dell’aspetto esteriore-materialistico della personalità che si verifica a detrimento dell’aspetto spirituale-animico. Ne deriva una sorta di debolezza interiore che pone l’uomo alla mercé di ogni suggestione che si presenti sotto forma di soluzione del problema morale o gnoseologico o spirituale: si va cosí dal confusionismo intellettuale-filosofico all’invasamento pseudo-mistico; limiti, questi, entro i quali si può considerare conclusa tutta quella umanità che inconsapevolmente costituisce il fronte dell’anti-Tradizione, ostacolando la riconquista di un autentico ordine universale e gerarchico.

Quell’apertura dell’anima degli individui verso un “vero” extra-umano, che nell’ordine tradizionale dava la possibilità ai Capi di guidare le masse, attraverso la duplice esperienza sacrale ed eroica, lungo una via di ascesa individuale e sociale, oggi, per il distacco dalla direzione tradizionale e per la conseguente perdita di un’autentica conoscenza metafisica, è degenerata in una passiva ricettività rispetto ad ogni idea, ad ogni pseudo-dottrina, ad ogni errore pseudo-animistico. E poiché in tali condizioni non è possibile conseguire il contatto con il piano meta-fisico, con il sopra-umano, con il Divino, occorre riconoscere che il male autentico dell’umanità moderna consiste nell’essere inconsapevolmente manovrata – e ben spesso posseduta e invasata – da forze oscure, arimaniche e luciferiche, eversive e degradanti, capaci anche di dare ad essa l’illusione di un “progresso” e di una “evoluzione spirituale”.

Ma queste correnti dell’“anti-Tradizione”, cosí trionfanti nel mondo moderno, soltanto di fronte a una forza e ad una conoscenza possono venir smascherate ed eliminate: la forza e la conoscenza derivanti dalla Tradizione la quale è essenzialmente Scienza dello Spirito, non inventata o manipolata dai moderni, ma scaturita, alle origini delle piú grandi civiltà, dal contatto che una “razza dello Spirito” realizzò con ciò che nel mortale è immortale, con ciò che nel finito è Infinito.

Anche nel volgersi alla Tradizione, occorre tuttavia guardarsi dal cadere in certo confusionismo culturale, che, facendo ancora una volta il gioco delle forze infere, tenderebbe a far scambiare per “tradizionale” alcune moderne contraffazioni di esso, in cui è possibile incontrare, sotto forma di una eredità di tradizioni “templari” o “rosa-cruciane”, un altro aspetto del falso spiritualismo.

Massimo Scaligero

da «La vita italiana» N. 349, aprile 1942

per gentile concessione de L’Archetipo

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APRIRSI FIORE (di A. Onofri)

(IRIS di Marina Sagramora)

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APRIRSI FIORE

L’anima che si spinge verso l’alto
del suo celeste fremito immortale
s’affranca dal suo carcere di smalto,
per aprirsi in un fiore, che trasale,
al raggio d’una grazia
che sola ormai la sazia.

E se non vuol da sé, schiuder se stessa
con l’energia che in lei freme assopita
rimane imprigionata entro la ressa
del sangue, che ne trae la propria vita,
serrandole ogni forza
nella sua propria scorza.

Ma quando volontà d’uomo è risorta
fino ad aprirsi in calici di fiore,
l’anima che gemeva fredda e smorta
sente su lei discendere il fulgore
del suo rinascere sempre
in rinnovate tempre.

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IL MORSO DEL DRAGO (di Raul Lovisoni)

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L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso:che non è il consueto pensiero mosso dalla percezione ed esaltante e consacrante il suo valore sensibile, sino a che domini la visione della vita, l’arte la cultura – ravvisabile come falso realismo, la mentita esteriorità che ha bisogno del dolore e della morte per mostrare il suo essere fittizio – […]

La deificazione della cronaca quotidiana, la feticizzazione realistica della banalità fattuale in ogni campo della cultura e dell’arte, l’esaltazione della analitica prosaicità delle cose, sono tutto fuorchè la realtà che esse pretendono far valere.

Massimo Scaligero, LA LUCE ed.Tilopa, Roma, pag.45

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Vi sono persone che sentono il morso del drago, che non possono fare a meno della ricerca interiore, che non possono vivere senza l’Arte dell’ascesa alla montagna sacra ovvero dell’ascesi.

Costoro tentano, sono spinti comunque verso lo Spirituale. Ma senza la Luce di Pensiero che viene dalla comprensione profonda, vissuta e sperimentata delle parole qui sopra riportate, ogni meditazione, ogni esercizio è vano ed opaco, perfino dannoso.

Perchè è normale nel nostro tempo, essere impregnati di falso realismo, credere nella mentita esteriorità del mondo sensibile e quindi “meditare” seguendo le categorie meccaniche di una “iniziazione” che esclude la via del pensiero. Ma tutto ciò è vano ed illusorio.

Ovviamente in ogni epoca ci sono stati esseri bisognosi del conforto devozionale. Gli gnostici dicevano che vi sono tre categorie: gli Iloti, ovvero i materialisti appagati dalla maya materiale, gli Psichici, ovvero i sentimentali che presagiscono qualcosa di reale oltre l’illusione sensibile ed infine, pochissimi i Pneumatici, coloro che lavorano per essere signori di se stessi, oltre se stessi.

La New Age orientalistica e la rete di culti e sette che essa esprime è un complesso di movimenti devozionali, ricchi di superstizioni che possono alleviare (in parte) il disagio degli Psichici che un tempo si riversavano sui banchi delle chiese cattoliche e nelle parrocchie. Oggi frequentano gli Ashram ed hanno pseudo maestri non dissimili da certi bonari parroci di campagna che ovviamente non erano in grado di penetrare i Padri della Chiesa nè di emulare l’eroismo di San Francesco. Ciò non toglie che a quel livello, molte anime semplici erano aiutate dai Sacramenti e dalla Tradizione e che in questa epoca siano meglio l’incenso ed i Buddha sui comodini (per dirla con Battiato) piuttosto che lo sballo del sabato sera.

Ma non è questa la strada della Libertà, non è questa la Via Solare. Scrive Massimo Scaligero:

L’opera del ricercatore è far corrispondere ad ogni percezione di cosa, o fatto, il pensiero che ne è l’intimo senso.

Come si può meditare su un Chakra se lo si immagina con la stessa categoria percettiva di pensiero che applichiamo al mondo materiale e alla banalità di chi compera un prodotto al supermercato? Ovviamente a tale domanda un vero Maestro darebbe la soluzione che è quella di risalire la corrente del pensiero fino all’incontro con la radice del Pensiero Vivente ovvero del Logos.

Invece uno pseudo maestro New Age consiglia di insistere e non pensare, di fare il vuoto, che vuoto non è ma solo opacità e stordimento sonnolento: il tutto intriso di somaticità ovvero della dittatura dell’anima legata ad aspetti fisiologici.

Ma gli Psichici ovvero i devozionali appagati dalla pratica gratificante dalla loro “meditazione” si accontentano del fare e preferiscono ignorare i segreti veri dell’arte Rosicruciana. Ripetono formule vuote come i devoti di Radio Maria con i loro rosari meccanici e sono così appagati.

Alcuni, morsi dal drago ad un certo punto comprendono ed incominciano per la prima volta la risalita.

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IL PERCORSO CHE L’ANIMA INTRAPRENDE (di F. Giovi)

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Il percorso che l’anima intraprende per giungere all’apice della concentrazione è comparabile, per analogia concreta, alla conquista di un picco roccioso.
Alla sua base si raccoglie l’attrezzatura indispensabile, si ripassa con attenzione la via, che in molti casi è l’unica possibile, scoperta ed aperta in tempi antecedenti da scalatori d’élite: è questo che rende possibile il tentativo di chi viene dopo.

Si inizia. Cuore e respiro trovano un nuovo ritmo, muscoli e nervi protestano, obbligati a sottomettersi ad una determinazione inusuale.

Dopo un breve (brevissimo) tratto la mente non può più divagare in futilità e fantasie, ma solo convergere nello sforzo intelligente… caricare il peso sull’avampiede sinistro, premere l’estremità delle dita nell’ombra di una rientranza, scivolare con la gamba destra oltre un cordolo trasversale… Il respiro tagliato, l’occhio bruciato dal sudore, il dolore della carne violata dalla densa asprezza del minerale: c’è tutto e ancora altro, ma rimane fuori, sotto. È inessenziale per l’ascesa, per un salire che sente e tuttavia ignora paura, fatica e dolore; per un pensiero totalmente dedicato al moto del salire in solitudine perfetta.

Occorre tempo, interminabile, e sforzo al limite del possibile o forse oltre, e ci si accorge che l’anima è scomparsa. Rimane solo il corpo in movimento ed un soggetto che non è più il soggetto di prima e nemmeno il corpo è quello, opaco e pesante, che si sentiva all’inizio della via.

Quando Nietzsche, dando voce a una nostalgia profonda, nel contemplare le alte vette le chiamava “pure, non macchiate di spirito”, sbagliava: avrebbe dovuto dire “non macchiate dall’anima”! In questi momenti una caduta funesta sarebbe una tragedia per parenti ed amici, non per lo scalatore, che sperimenterebbe un librarsi meraviglioso e liberatorio nella viva vastità dell’Aria. Giunti alla cima, tutto l’assetto del rocciatore cambia ancora. Il lungo sforzo, soggettivamente quasi interminabile, la ferrea incandescenza dell’atto di assoluta determinazione, si convertono in un riposo potente.

Dalla cima, lo sguardo al mondo circostante non è grande per ciò che vede ma per l’immanenza dello Spirito in chi guarda. Sulla cima, l’uomo ha dato più del possibile e se in lui vive l’asceta, lascia, nella superiore attività del non-agire, che il Cielo espiri trasparenti altezze di Quiete che si aprono in segni di Luce e fisionomie di Saggezza e Forza.

Similmente, dopo anni penosi di tentativi e smarrimenti, per chi si era esercitato al controllo del pensiero, alla ricostruzione dell’immagine concettuale ed alla vera concentrazione che è soltanto il darsi perdurante di tutta l’attenzione in questa immagine, vinto l’irraggiamento centrifugo dell’anima e la frammentazione del flusso pensante, si instaura il picco, l’apice della concentrazione.
Genericamente la differenza tra chi ha iniziato da poco e chi ha lavorato strenuamente per anni o decenni è che di solito quest’ultimo si spinge più avanti in tempi più brevi; più esattamente la differenza è sportiva e si chiama intensità.

Nessuno conosce sui primi passi della via interiore cosa sia l’intensità nella sfera della coscienza pensante anche se nella vita qualcuno è stato afferrato con intensità da un’idea, molti dall’intensità di un sentimento.

Del resto tra l’essere afferrato da qualcosa, fosse anche un dio, e l’afferrare in volizione cosciente un concetto, un’idea, si apre un varco ampio come l’universo della fisica. L’intensificazione interiore, voluta e coscientemente alimentata tramite attenzione di pensiero che si enuclea in immagine concettuale, è sconosciuta alle coscienze scientiste, filosofiche, antroposofiche, tradizionaliste, formalmente diverse ma sostanzialmente identiche in quanto perfettamente intercambiabili nella loro celebrale riflessità, ossia in quel nulla che permette l’accendersi dell’autocoscienza ma che poi non afferra e non comprende nemmeno un filo d’erba.

Lo stato apicale: l’oggetto interiore, con o senza forma, acquista autonomia, la sua concreta saldezza implica la formazione di uno spazio animico in cui ci si raccoglie, la sua perdurante intensità assorbe tutto il pensare. Come, durante l’esercizio della disciplina, svanisce la presenza dell’anima intesa come esperienza personale, così ora cessa l’attività personale del pensiero: il noto sforzo dell’ascesi si interrompe, ha esaurito il suo propedeutico compito.

La possente Quiete impersonale che accoglie la coscienza reca in sé un penetrante sentimento di familiarità. Si ottiene subito la consapevolezza che questa condizione eccezionale è quasi immediata alla nostra più vera realtà, lontana ma soprattutto diversa dalla pallida opacità dei fondali dipinti che, nell’alienazione di noi stessi, chiamiamo realtà nostra e del mondo.

Un certo pericolo, a fianco dell’esperienza evocata, può verificarsi a causa di un eccesso di saturazione dell’immagine, se questa eccede e ci attrae, se tenta di risucchiarci dentro e attraverso sé. Abbandonarsi a ciò, che è assai simile alla forza di gravità in una caduta o ad una galleria del vento attivata, ci trascina di colpo dalla sfera ancora collegata al sensibile, in mondi che sovente sono troppo lontani dalle esperienze in cui permanga un sano nesso tra percezione ed autocoscienza. Per poter attraversare correttamente certe porte è necessario raggiungere una forte maturazione di precise forze animiche mediante diverse discipline indicate dalla Scienza dello Spirito e intuitivamente selezionate.

Ma il pensare-sentire-volere è davvero scomparso? No, è scomparso soltanto per riapparire. Però mutato, trasformato. Le forze che abbiamo sempre riconosciuto come “forze dell’anima” in realtà ordinariamente sottomesse all’astrale inferiore, dunque alterate e giustificate solo dall’inversione del Principio umano, ora riaffiorano nella loro natura originaria: come arti dello Spirito, organi dell’Io. Risorgono dalla possente intensità dell’immobilità e del silenzio per essere capaci di azione spirituale.

Frasi simili spiegano poco e per chi non trova ancora in sé un germoglio d’ascesi sembrano anche peggio; è però logico che le cose stiano in tale modo: v’è un limite lungo il quale ognuno può capire di tutto e fare di tutto. È il limite della dialettica, della parola mentale, già poco funzionale al solo mondo sensibile, e che diviene astratto arbitrio, inganno e menzogna qualora supponga di poter contenere alcunché di spiritualmente reale, fatti salvi i rari casi in cui venga riplasmata dallo Spirito attraverso il veggente o l’artista.

Oltre quel limite non c’è nulla da capire ma una strada da percorrere superando il bisogno di spiegazioni. Essa si chiama Concentrazione, Meditazione e Contemplazione. Solo su quella strada chi in qualche modo è stato chiamato può risvegliarsi al Fondamento di sé ed alla realtà dello Spirito.

MASSIMO SCALIGERO – IL TRATTATO DEL PENSIERO VIVENTE. “V’È UN PENSARE CHE NON È STATO ANCORA PENSATO ”. (di P. Pistoletti)

OLTRE

Massimo Scaligero – Il Trattato del pensiero vivente. “V’è un pensare che non è stato ancora pensato”

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Un breve prologo, trentanove paragrafi, un’appendice. Così è strutturato il “Trattato”. In un precedente post avevamo pubblicato il primo paragrafo del libro. Oggi, dopo aver riportato di nuovo il prologo, proseguiamo col secondo, brevissimo, passaggio a seguire.

Ma perché tutta questa parsimonia con i testi di Scaligero? Ma perché è importante porsi di fronte a questi pensieri con il massimo dell’attenzione, per poterne percepire tutta la forza, la luce, l’immensa grazia. Ricercando senza posa ogni volta il giusto assetto interiore, motivati da un senso di profonda e crescente gratitudine.

Poche frasi ogni volta, quindi, potrebbero davvero bastare, se comprese e accolte in nuce per quello che sono, ossia, come portatrici [in potenza e in atto] di tutto il pensiero. Come in un frammento l’intero, già in un testo brevissimo, un assaggio della più piena libertà. Un anticipo di ogni ulteriore possibilità.

Una via questa che certo sottintende sempre, ricordiamolo, la pratica della retta concentrazione e meditazione, secondo i canoni indicati dallo stesso Scaligero.

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Da

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

Il presente trattato, anche se logicamente formulato e accessibile, propone un còmpito attuabile forse da pochissimi. La sua concatenazione di pensieri è congegnata in modo che il ripercorrerla comincia a essere l’esperienza proposta: esperienza che, in quanto si realizzi, risulta non una tra le varie possibili all’uomo, ma quella della sua essenza interiore, che lo spirito esige da lui in questo tempo. Il trattato non è filosoficamente confutabile, essendo fondato su tale esperienza: che va compiuta, se si vuole disporre dei mezzi per porla in questione. Ma chi possa compierla, comincia a vivere in un pensare che non ha nulla da porre in questione, perché penetra il mondo.

E’ il pensare che è la verità di tutte le teorie e di nessuna, essendone la sostanza predialettica. Chi percepisca la distinzione tra il seguire logicamente un discorso e il muovere nel pensare che ne tesse la struttura logica, può verificare l’esperienza proposta: vivendo i pensieri di queste pagine, può sperimentare la potenza della « concentrazione», o la tangibile presenza dello spirito: la via al pensiero vivente, la trascendenza comunque presente, ma sconosciuta, in ogni pensiero che pensa.

da p. 8

2

V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. E’ il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere.

Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza.

…

Massimo Scaligero, Trattato del pensiero vivente. Una via oltre le filosofie occidentali, oltre lo Yoga, oltre lo Zen (Tilopa 1961)

buddha – foto di Patrizio Yoga su Pixabay

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per gentile concessione de

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