SOLE CONOSCENTE

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SOLE CONOSCENTE


L’IDEARE INTUISCE ACUTE CONNESSIONI FRA I PROBLEMI PROSPETTATI :

AUDACI CONGETTURE ILLUMINANO L’OLTREPASSARE CIO’ CHE SI CONOSCE.

APICI INTELLETTIVI COLLEGANO LE MASSIME PROFONDITA’ INTUITIVE CONSEGUITE.

 

MA TUTTO E’ PRIVO DI POTENZA POICHE’ MANCA LA PROFONDITA’ MORALE DEGLI EVENTI.

 

MANCA UN ESSERE VIVENTE CHE COMBATTA FRA GLI ENTI CONOSCIUTI.

 

MANCA IL SILENZIO IN CUI L’IO POSSA CONSACRARE L’ORO DELLA FOLGORE NASCENTE.

 

QUANDO IL NUME DELLA FIAMMA NON E’ ANCORA NATO NELL’ASCESI DELL’IDEA

NON PUO’ VIVERE COME COSMICA BATTAGLIA CIO CHE REDIME CONOSCENDO.

 

EPPURE SOLO QUEL PIANO DELLA LOTTA HA LA PROFONDITA’ CHE MANCA NEI PENSIERI.

SOLO QUEL VIVERE NEL BENE PIU’ COSCIENTE PUO’ RENDERE LA CONOSCENZA AL MONDO.

SOLO LA FIAMMA DELL’ETERICO SANARE PUO’ CONOSCERE

CIO’ CHE LA VITA DEL SOLE INTELLIGENTE GLI AFFIDA COME ENTI IN CUI LOTTARE.

 

LA CONOSCENZA E’ LOTTA CHE DIVAMPA SENZA ATTIMI DI POVERA ASTRAZIONE.

SENZA DISEGNI AUDACI TRACCIATI NELLA CENERE DEL NULLA

IN CUI COMUNQUE E’ IL MALE A COMANDARE.

 

GELIDO MINERALIZZARE DISQUISENDO IN CUI L’ANIMA SPROFONDA.

 

LEGITTIMO E’ PENSARE NEL VUOTO SENZA SENSO

PURCHE’ COME TALE LO SI SAPPIA DISVELARE

ANELANDO AL VERO POTERE DELLE ESSENZE.

 

IL VIVENTE E’ FUOCO MORALE CHE DIVAMPA OLTRE LA SOGLIA DEL MENTALE RAFFORZATO

CHE ABBIA L’AUDACIA DI CONCEPIRSI ETERNO NEL LAMPO DELLA FIAMMA REDIMENTE.

 

NELLO SCOCCARE DEGLI ETERICI DISEGNI

CHE LOTTANO PER VIVERE IL DIVINO CONSACRARE

IMMETTENDO VOLONTA’ ATTINTA NEL SILENZIO.

 

OGNI VITA IMMERSA NEL RETORICO INTELLIGERE DEVIANDO

E’ COMUNQUE INTRISA DI POTENZE CHE BRAMANO ADDENSARE

LA CUI VOLONTA’ E’ PIU’ CHE UMANA POTENZA DEGLI INFERNI SPALANCATI.

 

CONTRO TUTTO CIO’ OCCORRE LA PIU’ CHE UMANA VOLONTA’ DEI CIELI SFOLGORANTI

CHE NEL RISPETTO ATTENDONO IL SILENZIO DI CHI CONTEMPLI NEL PENSIERO

LA POTENZA CHE NELL’ATTIMO COSCIENTE AVVOLGE L’IO NELL’ORO DEGLI DEI.

 

ORO DEL LOGOS E FOLGORE OPERANTE CHE ATTENDE DI SCOLPIRE I NUOVI CIELI DELL’UMANO CONSACRATO.

 

ATTO DI LIBERTA’ CHE OLTRE L’UMANO ATTENDE DI OPERARE

RICOLLEGANDO AI CIELI L’IMPOSSIBILE DIVINITA’ REALE DELL’UOMO CEREBRALE.

 

ALATO DELLE FOLGORI NUME DEL PENSIERO CHE L’INTELLETTO RICONNETTE AL SOLE.

 

LOGOS SOLARE DELL’IDEA NELL’ATTO DI SCONFIGGERE GLI INFERNI.

NEL CONTINUAMENTE DA RICONFERMARE ATTO DI ETERNITA’ DELL’IO NEL SOLE.

 

ASCESI DEL PENSIERO E SUO CONTINUO RITO DELL’ERIGERE VIVENTE.

 

 

HELIOS FK AZIONE SOLARE

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Arte: via di ritorno allo spirito

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L’anima umana nella vita sulla terra si trova in mezzo a due realtà: la realtà del mondo fisico e quella del mondo spirituale. Ma oltre a venire in contatto con esse attraverso i sensi fisici ed i sensi spirituali, l’anima ha anche la facoltà di rappresentare o di ricordare tutto ciò con cui è entrata in contatto e di organizzare le rappresentazioni del mondo sensibile secondo leggi e forme che appartengono al divino.

Questa “rappresentazione del sensibile nella forma dello spirito” secondo la formulazione steineriana del “bello”, è la più comprensiva espressione di ciò che significa l’attività artistica nel divenire dell’umanità, e in questo divenire l’arte ha donato all’uomo” il bello” in diverse e svariate forme: architettura, scultura, pittura, musica, poesia……..

Nelle origini, l’arte non aveva una sua propria missione.

Nel grembo degli Dei l’uomo primordiale viveva la sua vita sognante e, nella matrice originaria, religione, arte e scienza in forma ancora embrionale, attendevano di vedere la luce.

Allora per l’uomo non esistevano ancora il dentro e il fuori, lo spirito e la materia, l’io e il non io; una divina unità avvolgeva il tutto.

Solo più tardi l’unità originaria divenne dualità: l’uomo non ricordò più di essere stato Uno e conobbe lo strazio della scissione. L’Oceano che abbracciava tutto si spaccò in due metà: spirito e materia. Un abisso separò le due correnti e non ci fu più modo per l’uomo di passare dall’una all’altra sponda. Continuò però a vivere in lui una profonda nostalgia e un profondo rimpianto per quanto aveva perduto.

L’arte, nata per lui,gli venne in soccorso: fra le due parti divise gettò un ponte d’arcobaleno e l’uomo imparò a creare attingendo allo spirito, e si consolò.

Nelle opere d’arte, la materia si modellò a forma dell’intuizione, l’idea divenne percepibile ai sensi, la dualità si risolse: materia e spirito, prima divisi, si ricongiunsero; il nome del sigillo si impresse nella cera.

Da millenni l’arte assolve alla sua missione. Le altre due sorelle, scienza e religione, hanno percorso separate il loro cammino, la prima dedita al mondo della natura, la seconda a quello dello spirito.

Generosa la terza sorella ha teso una mano all’una e all’altra.

Al centro dell’evoluzione sta la Croce del Golgota.

Su quella Croce ogni direzione trapassa nella sua opposta: il Nord nel Sud, l’Est nell’Ovest, il dentro nel fuori, il passato nell’avvenire, la materia nello spirito.

Ogni goccia di quel Sangue si è trasformato in forza spirituale, per dare la possibilità all’anima umana di tornare, coscientemente, nel grande Oceano delle origini, dove da sempre, ogni essere è congiunto col tutto, anche se l’uomo, da molto tempo l’ha dimenticato.

Ora è possibile una nuova via verso lo spirito oltre a quella dell’arte. In questo cammino di ritorno Rudolf Steiner e Massimo Scaligero ci sono di guida. Passo dopo passo ci conducono là dove, all’uomo che lo voglia, è concesso di sperimentare lo spirito nell’intensità del suo pensiero rafforzato che diventa pensiero puro.

Nel lampo di questo pensiero cielo e terra si riuniscono.

L’uomo ora si avvede che, nell’atto conoscitivo, ogni percezione, sia esteriore che interiore, per divenire una realtà, deve essere illuminata da una luce che parte da se stesso.

Dalla luce che trasforma la materia in spirito si libera una creazione artistica originale, perché nata dallo spirito individuale di ciascuno di noi. Il pensare che risorge diventa la Luce del mondo come forza creatrice.

Che l’uomo ne sia cosciente o no, questo avviene sempre!

L’atto conoscitivo è ora insieme creazione artistica e religiosa comunione con il divino.

La cera che finora aveva atteso che il sigillo le imprimesse da fuori i nomi del suo Signore, ora cosciente di sé, pronuncia essa stessa “Il Nome” nelle vastità dello Spirito…. e tutto è Arte!

PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE III ARTICOLO

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(Principi sensati della nutrizione, III articolo)

LE PROTEINE

Dopo aver discusso dell’acqua e del consumo di prodotti agricoli non lavorati, mi rivolgo ai tre principali macronutrienti, cioè proteine, carboidrati e grassi.

In modo discutibile, le proteine si sono affermate quasi fossero i nutrienti più importanti: visione prevalente negli Stati Uniti, ha raggiunto un notevole livello di percezione anche qui da noi come se diete fortemente proteiche fossero indice di maggior salute e dinamismo: il toccasana per chi vuole essere forte e magro. Sottolineando per contrasto come i responsabili dei malanni siano ovviamente i carboidrati ed i grassi.

Leggiamo addirittura affermazioni in cui si parla di apporti proteici massicci: fino a 400 g al giorno. Dietro a ciò ruotano forti interessi economici poiché dietro a simili numeri è visibile l’interesse alla vendita di integratori di polveri proteiche.

Altri integratori, specialmente gli aminoacidi in capsule vengono pubblicizzati come una necessità assoluta.

Dal momento che intorno alle proteine sembra esserci tanta confusione, come anche veri e propri raggiri, esse saranno esaminate per prime.

Cosa sono le proteine?

Esse vengono usate come mattoni di costruzione per molti tessuti del corpo umano: sono composte da aminoacidi: questi ultimi sono 22. Le proteine vengono usate nel corpo per molte funzioni, compresa la riparazione dei tessuti e la sintesi degli ormoni.

In modo molto generale, gli aminoacidi possono essere suddivisi in dispensabili e indispensabili (questa terminologia ha sostituito la vecchia etichetta di non essenziali ed essenziali). Gli aminoacidi dispensabili possono essere fabbricati dall’organismo a partire da altri aminoacidi. Gli aminoacidi indispensabili possono essere forniti solo introducendoli con la dieta.

Un altro aspetto importante è il concetto di aminoacidi come fattori limitanti della velocità delle reazioni: l’organismo ha esigenza di aminoacidi specifici per diverse reazioni nel corpo. Ogni singola proteina ha un particolare aminoacido che sarà limitante: nel senso che sarà usato per primo in una data reazione chimica.

Le proteine si trovano in molti cibi. Sebbene tendiamo a pensare alle proteine come cibi di origine animale, per esempio carne, formaggio e latte, molte fonti di proteine di origine vegetale, come i fagioli e il tofu, sono anch’esse eccellenti.

Tutti i cibi contengono aminoacidi, in quantità variabili, compresi gli aminoacidi che agiscono come fattori limitanti della velocità di reazione. La conseguenza pratica è che gli aminoacidi dovrebbero essere fatti derivare da una varietà di fonti alimentari, in modo che nessun aminoacido particolare diventi eccessivamente limitante nell’organismo.

Si è generalmente pensato che le fonti vegetali di proteine, come i cereali e i legumi, siano di qualità inferiore alle proteine del latte e dell’uovo, a causa di una quantità relativa più bassa di un aminoacido o di un altro. Le fonti proteiche vegetali in genere possiedono uno o più aminoacidi in quantità ridotte, il che ha fatto sì che ci si riferisse a loro come proteine incomplete.

Non è del tutto accurato, dal momento che tutti i cibi contengono almeno alcuni aminoacidi.

E’ semplicemente che le proteine di origine vegetale tendono ad essere più povere delle proteine animali nei loro aminoacidi con funzioni di fattore limitante.

Ma in natura, gli aminoacidi che i cereali, come pane e pasta, contengono in basse quantità, sono contenuti in grandi quantità nei legumi. E gli aminoacidi scarsi nei legumi sono contenuti in grande quantità nei cereali. Ciò, nella pratica, conduce a mangiare proteine complementari nello stesso pasto per ottenere una proteina “completa”, cioè per minimizzare la presenza di un aminoacido limitante.

Secondo osservazioni recenti, non è indispensabile che le proteine complementari siano consumate nello stesso pasto: legumi a pranzo si combineranno adeguatamente con cereali a cena. Finché si segue una dieta con fonti proteiche varie, in generale questo non dovrebbe essere un problema.

I cibi proteici vengono scomposti nello stomaco e nell’intestino in monopeptidi, dipeptidi e tripeptidi, cioè, rispettivamente, catene di uno, due e tre aminoacidi. Queste vengono assorbite nell’intestino tenue e poi impiegate nell’organismo. Catene proteiche più lunghe non possono essere assorbite dalle pareti dell’intestino. Deve essere notato che, una volta che le proteine sono entrate in circolazione come mono-, di- e tripeptidi il corpo non riconosce la fonte di tali aminoacidi. Pertanto, che si mangi un pezzo di pollo, una fetta di tofu o il nuovo prodotto bio-energizzato-ultramegabolico, il risultato finale sarà lo stesso: più aminoacidi in circolo nel sangue. Idem per le capsule di aminoacidi, sia in forma libera che a catena ramificata o in legame peptico. Anzi, considerati i costi, queste soluzioni (parlo in particolare ad atleti) sono di danno al portafoglio.

Oltre al loro carico di aminoacidi, i cibi proteici contengono altri nutrienti di estrema importanza per crescita e salute, alcuni nemmeno ancora scoperti. Nessun integratore può fornire un nutriente che non sia stato ancora scoperto.

Di quante proteine necessitiamo?

Qui la polemica è infinita. Da un lato gli apporti dietetici raccomandati che affermano il bisogno, in individui di taglia media, sui 55 grammi per gli uomini e 44 grammi per le donne. All’altro estremo si insiste su apporti di 5/7 g di proteine per kg di peso corporeo.

Occorre fare una precisazione: gli studi che indicano il fabbisogno proteico partono dall’importante presupposto che l’apporto calorico sia adeguato.

Infatti diversi studi che mostravano come fosse necessario un massiccio apporto proteico erano viziati da una vistosa inadeguatezza dell’apporto calorico. Perciò è plausibile che gli studi mediamente accettati (1,8 g di proteine per kg di peso corporeo), potrebbero risentire di questa “dimenticanza” e che l’aumento di calorie potrebbe far scendere ancora il bisogno di proteine.

Sebbene non si tratti del loro uso principale nell’organismo, è possibile per le proteine, essere convertite in glucosio e usate per produrre energia, specialmente nei periodi in cui l’apporto totale di calorie sia scarso, per esempio nelle diete dimagranti.

Vi sono altri nutrienti che forniscono energia: carboidrati e grassi. Usare le proteine come fonte energetica è dispendioso sia a livello finanziario che metabolico: è più efficace usare carboidrati e grassi per l’energia e far svolgere alle proteine il loro ruolo fondamentale nella ricostruzione dei tessuti.

Sebbene l’apporto calorico lo discuteremo in seguito e in dettaglio, accenno qui che i fabbisogni calorici di mantenimento, iniziano a 29-33 calorie per kg di peso corporeo, a seconda dell’attività personale. Per chi ha un metabolismo veloce possono essere necessarie 33-40 calorie semplicemente per mantenere il peso. Per guadagnare peso (gentili signore, giratevi dall’altra parte) saranno necessari apporti di calorie più elevati, fino a 44 calorie per kg, o anche più.

Attualmente gli europei consumano circa due volte e gli statunitensi circa tre volte la razione giornaliera raccomandata di proteine, a causa dell’importanza data alla carne nella loro dieta (ora fanno il possibile per renderci più poveri e più sani). Ma, scherzi a parte, il consumo di troppe proteine è del tutto probabile tra gli atleti ed i carnivori.

Comunque va sfatata la leggenda dei danni renali, ad eccezione di chi aveva problemi renali preesistenti.

I vegetariani possono trovarsi a fronteggiare difficoltà maggiori per soddisfare il fabbisogno di proteine rispetto a chi mangia carne. Molto dipende dalla rigidità del regime vegetariano. Coloro che seguono un regime molto ristretto – i cosiddetti vegan che non mangiano alcun prodotto di derivazione animale – molto probabilmente troveranno difficile soddisfare il fabbisogno proteico per sopportare una vita intensa, fisicamente attiva. I vegetariani che consumano latte e uova dovrebbero essere in grado di raggiungere il fabbisogno proteico. Oltretutto esistono nuove fonti proteiche vegetariane come salsicce e hamburger a base di soia (poi, a dirla tutta, King Kong era grande e forte, seppure vegetariano).

A parità di altri fattori, la differenza maggiore tra le diete vegetariane e quelle carnee è che probabilmente i singoli pasti delle prime saranno più bassi nel contenuto di proteine. Il vegetariano ha semplicemente bisogno di fare spuntini extra a contenuto proteico (tipo lo yogurt) durante il giorno, assicurandosi inoltre un adeguato apporto di calorie, in modo che le proteine non siano usate per produrre energia, ma al fine di riparare e ricostruire i tessuti.

Nella rara situazione di bisogni insoddisfatti con cibi solidi, per chi non è intollerante al lattosio, può venire preparato un frullato economico con latte (scremato) mescolato a succo di frutta, o latte con un po’ di burro di arachidi: così avrete una bevanda nutriente e molto più economica di qualsiasi “ottimizzatore metabolico”.

Nota aggiunta: immagino che quanto ho scritto desterà scarsissimo interesse, ma non potevo “saltare” uno dei tre macronutrienti. Probabilmente l’interesse aumenterà con i prossimi articoli, anzi credo che quello sui grassi sarà interessante per tutti.

 

Marie Steiner-von Sivers: l’essere del coraggio

Marie Steiner

La prima persona che mi parlò di Marie Steiner, la fedele compagna di tante lotte e di vita di Rudolf Steiner, fu Massimo Scaligero e ciò – me ne ricordo benissimo – sin dal mio primo incontro con lui. Massimo parlava di Marie Steiner come di un essere spirituale eccezionale, coraggioso, addirittura eroico, e parlava di lei sempre con profonda venerazione e sincera ammirazione. La cosa mi colpì talmente che io, sin dai miei primi passi nel sentiero della Scienza dello Spirito, cominciai a cercare d’indagare, per quel che potevo, circa il mistero profondo che circondava, come un insolubile enigma, questa elevata figura spirituale.

Mi resi presto conto che essa, in realtà, non solo non era stata minimamente compresa dai più ( per una sorta di opaca e ottusa sordità dell’anima ), bensì veniva addirittura misconosciuta e avversata proprio da coloro che, per debito di gratitudine e per quel sincero culto della verità che dovrebbe accompagnare sempre un autentico ricercatore spirituale, più avrebbero dovuto difenderla e amarla. Ma, si sa, è più facile trovare la pietra filosofale, capace di trasformare agevolmente il piombo in oro o un contadino, di animo semplice e buono, in un angelo sapiente, che non la gratitudine nel cuore degli uomini. Spesso il cuore degl’intelligentissimi nostri contemporanei – mai come oggi l’intelligenza è stata cosi inflazionata: Massimo affermava che oggi sono tutti fastidiosamente intelligentissimi – soffre di quella sclerocardia che intorpidisce e indurisce la sensibilità interiore, chiudendo così l’anima di fronte al riconoscimento di qualsiasi forma di grandezza spirituale. Tale durezza di cuore nasce ( e a sua volta genera ed alimenta ) dalla paura e dall’odio nei confronti dello Spirito. Tale odio è profondamente annidato nella natura umana e sarebbe savio il riconoscerlo affrontandolo, e nel tempo liberarsene, non certo il coltivarlo e l’accrescerlo. Di tale odio fu a lungo bersaglio, fuori e dentro gli ambienti antroposofici, Marie Steiner, per la sua fedeltà al Dottore, per la sua libertà interiore, per il suo amore incondizionato per la verità.

Alcuni anni dopo la morte di Massimo, parlavo con un amico e fedele discepolo svizzero, Jakob Streit, ormai molto anziano, di Marie Steiner. Egli, dopo aver rievocato con commosso calore la figura di lei, mi disse nel suo stupendo francese: “ Marie Steiner era una Regina della Verità: ella era decisa nemica di ogni ambizione, di ogni recitazione spirituale, di ogni finzione, di ogni diplomazia o politica ”. E questo non la faceva certo amare, soprattutto dai vanitosi e dagli arrivisti i quali, per emergere ed affermarsi, non esitavano – e non esitano oggi come allora – prima ad “usare”, per fini propri, che non sono certamente fini spirituali, l’opera e la figura di Rudolf Steiner, per poi  metterla in ombra a loro proprio beneficio e a quello delle Potenze Ostacolatrici.

Una delle tragedie spirituali più grandi del passato ventesimo secolo è stata il venir meno del movimento antroposofico alla missione e ai compiti assegnatigli dal Mondo Spirituale attraverso il Maestro dei Nuovi Tempi, a causa delle lotte tra personalità e fazioni che perseguivano finalità personali tutt’altro che limpide, per raggiungere le quali da parte di dette fazioni si ricorreva usualmente a strategie aggressive, a calunnie, a diffamazioni, oppure a tatticismi politici, ad alleanze temporanee e trasversali, ad operazioni diplomatiche di vario tipo. Ora, di tutto ciò Marie Steiner era nemica giurata. Per la qual cosa si verificò il fenomeno apparentemente inverosimile ( ma non poi così tanto… ) dell’alleanza di tutti coloro i quali – pur tra loro nemici inesorabili in quanto arrivisti ambiziosi e concorrenti – si coalizzarono riversando odio menzogne e calunnie contro colei che, per difendere l’Opera di Rudolf Steiner, smascherava i loro sordidi interessi, i loro travestiti tatticismi, i compromessi, la loro irrimediabile mediocrità. Ella vedeva come forze disgregatrici di ogni movimento spirituale da una parte l’ambizione e l’arrivismo e dall’altra la vuota sentimentalità e il falso misticismo. Ambedue queste forze sono il risultato del fallimento dell’impresa interiore, deviazioni delle forze originarie dell’anima rispetto alla severità di un impegno spirituale che, per essere autentico, esige energia, slancio, dedizione assoluta.

Un’altra personalità, stretta collaboratrice di quel Lascito che, per volontà di Marie Steiner cura da decenni come compito sacro l’esatta pubblicazione e la diffusione dell’opera del Dottore, in vari colloqui avuti con lei mi descriveva la potente vita interiore – tutta dedita alla pratica della meditazione – della compagna spirituale di Rudolf Steiner, il suo stile di vita addirittura ascetico, la sua disponibilità umana, l’apertura e la generosità nei confronti di quei cercatori spirituali, spesso solitari, che chiedevano il suo consiglio, e talvolta un aiuto, nel cammino interiore intrapreso verso l’Iniziazione.  Mai tale ricorrere a lei fu vano. Molti verificarono quanto vasta e profonda fosse la sua esperienza nel guidare i discepoli del cammino spirituale. Un tale aiuto e orientamento di Marie Steiner nei confronti dei praticanti volenterosi risultarono tanto più preziosi in quanto in àmbito antroposofico la pratica interiore degli esercizi, della concentrazione e della meditazione, furono a lungo – e spesso lo sono ancora – osteggiati e sconsigliati come pericolosi. Il che equivale a svalutare e a calunniare il dono prezioso del Mondo Spirituale portatoci dal Maestro dei Nuovi Tempi. La gravità dei tempi non consente indugi in rimedi illusori e chiunque ami veramente lo Spirito non può non sentire prepotente l’impulso a donarsi con tutta l’anima alla pratica realizzatrice dello Spirito. Da questo punto di vista Marie Steiner costituisce un esempio luminoso per tutti coloro che aspirano all’Iniziazione.

La mia volontà di approfondire la figura spirituale  della compagna di Rudolf Steiner  nasceva dal sentire in lei l’incarnazione del più alto coraggio, di quel coraggio che intuivo essere necessario per percorrere l’arduo sentiero da me scelto. Lo stesso inaudito coraggio che contemplavo vivente in Massimo Scaligero, in colui che spesso sulle pagine de L’Archetipo è stato chiamato – espressione mirabile – Il Maestro d’Occidente. Ma la mia volontà di ricerca del mistero di Marie Steiner si scontrava con la mia inevitabile inadeguatezza e con l’abissale profondità di tale mistero.

La persona amica, curatrice del Lascito del Dottore, Hella Wiesberger, mi aiutò rendermi conto della grandezza di Marie Steiner e della ingenuità, anche se comprensibile, del mio tentativo. Mi fece conoscere  le parole  del Maestro su lei, riferite nel 1944 da Johanna Muecke alla euritmista russa Tatiana Kisseleff, che le trascrisse nelle sue note biografiche su Marie Steiner: “ Quando le chiesi se avesse annotato qualcosa sulla vita di Marie Steiner – la conosceva  dal 1902 – rispose che questo era impossibile, dal momento che secondo, Rudolf Steiner, Marie von Sivers era un essere cosmico ”. Anche Emil Molt, il cui nome è legato alla fabbrica di sigarette Waldof-Astoria, si sentì dire dal Dottore nel 1923: ” E’ impossibile scrivere una biografia di Marie Steiner, perché lei è cosmica ”.

E’ dalla sua comunione con l’Anima del Mondo, ossia dal suo essere cosmico, che Marie Steiner traeva il suo smisurato coraggio, la sua grandezza d’animo, la vastità del suo nobile cuore. Ed ella pose incondizionatamente tutto ciò al servizio dell’impulso spirituale portato nel mondo da Rudolf Steiner. E trasformò totalmente se stessa con la disciplina spirituale per servire nel modo migliore, con tutta se stessa, tale luminoso impulso. Non tutti nel movimento antroposofico erano pronti ad accogliere la forza di un tale impulso. Ciò si manifestò, già all’epoca di Rudolf Steiner, come una forma di sorda o aperta opposizione nei confronti di Marie Steiner. Ciò sfociò in forme di avversione nei confronti di lei. Il Dottore ebbe a dire una volta a Clara Walther: “ Vedete, dietro Frau Doktor vi è una forza spirituale così potente che molte persone non possono sostenerla. Nei suoi confronti, taluni perdono addirittura il loro contegno”.  Ciò non poteva  che suscitare contro di lei le reazioni più violente di avversione, suscitate da ignoranza, incomprensione, pavidità, turpe viltà. Tatiana Kisseleff, amica personale oltre che allieva di Marie Steiner, così scrive su di lei: Il tratto fondamentale del suo carattere mi è sembrato essere la donazione di se stessa:portava gl’impulsi sovrapersonali di un’altra spiritualità. Mentre altri la vedevano arbitraria, soggettiva, ingiusta, priva di competenza e poco conoscitrice degli esseri umani, io invece potevo vedere come, tramite lei, si manifestasse un giudizio cosmico, in certo qual modo, un tribunale cosmico. Sentivo in tale modo anche allorché si trattava direttamente di me”.  La sua impersonalità era ciò che urtava la natura troppo personale, umana troppo-umana, di tanti che “sfiorano” la Via Vera senza giungere alla compromissione di tutti se stessi allo spirito. Una tale impersonalità richiede quel coraggio di sacrificare l’effimero personale, il coraggio di Marie Steiner, il coraggio di Massimo Scaligero.

I problemi che si manifestarono all’epoca di Rudolf Steiner hanno continuato a ripresentarsi nel tempo, e riguardano tuttora quella che Massimo amava chiamare la Comunità Solare. La fedeltà alla Via Solare richiede coraggio, il coraggio nasce dalla conoscenza e dal sacrificio della natura inferiore. Sacrificare la natura inferiore è un atto d’amore nei confronti dell’eterno. Da un tale sacrificio nascono all’anima le ali che sollevano al di sopra degli aspetti illusori del mondo che così facilmente avvincono l’uomo debole e bramoso. Massimo scrisse che: “ Solo un sacro amore nato dalla conoscenza può restituire all’uomo la chiave perduta della conoscenza”. Marie Steiner mostrò che non esiste amore senza coraggio e che  non esiste coraggio né conoscenza senza Amore.  

ZEN e LOGOS

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?»

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Qualche tempo fa chiacchieravo sportivamente con un’amica su quali fossero dei testi interessanti per un primo approccio allo Zen, e tra le altre cose mi disse che anche Massimo Scaligero aveva scritto un libro a riguardo; cosa che sapevo ma che per qualche motivo mi suonava in quel momento come nuova. Rivenduti su ebay arco, frecce e bersaglio ho provveduto dunque a procurarmi “Zen e Logos”. Poco dopo l’inizio della lettura il mio timore, dettato dalla totale ignoranza sull’argomento, si è sciolto come neve al sole di fronte alla maestria dell’autore nel far entrare anche il più sprovveduto dei lettori nel cuore degli argomenti trattati dandogli gli strumenti necessari per orientarsi e mantenere la rotta, in un modo che solo chi vive ciò che scrive può fare.

Introdotto dal saggio “Affinità di tradizioni antiche – L’Uovo del Mondo e l’uccello Hamsa” (pubblicato in Asiatica, 1, 1940) il testo si compone di vari scritti apparsi tra il 1961 e il 1968 sulla rivista “Il Giappone”. Il viaggio parte dall’incontro tra lo Zen e la moderna cultura occidentale, avvenuto in un momento ed in un ambito nel quale della Dialettica non era rimasto che il cadavere; momento e ambito rivelatisi pertanto inadatti a cogliere dello Zen l’essenza viva necessaria alla reale conoscenza dello stesso, di per sé non discorsiva e dialettificabile. Una concreta possibilità di realizzazione feconda del suddetto incontro viene indicata dall’Autore nella via tracciata da Nishida Kitaro (e dalla Scuola di Kyoto che al pensiero del Nishida fa capo) , potenzialmente percorribile in particolare da quei pensatori orientali che, come lui, siano in grado di rapportarsi con il moderno occidente e relativo mondo concettuale senza cadere nella trappola di quella dialettica che gira sulla ruota dell’autoreferenzialità come un criceto nella sua gabbia, che di quel mondo concettuale è divenuta espressione, effetto e causa. Evitare la trappola porta in dote il poter operare laddove il pensiero si trova nel suo puro movimento rendendo pertanto la dialettica qualcosa di vivo, incontrando così il pulsante fluire della filosofia occidentale ancora non cristallizatasi nel pesamisurabile.

Per quanto riguarda l’Occidente invece viene messa in luce nell’incontro tra esistenzialismo e fenomenologia quella che potrebbe essere (o essere stata) l’ultima possibilità di sopravvivenza della filosofia, a patto che questo incontro porti dalla ricerca del noema alla percezione dell’elemento noetico vivente, al di la di qualsiasi attività speculativa, dogmatica, empiristica ecc, ed è inutile dire che anche in questo caso ci troviamo nei pressi della “concreta possibilità di realizzazione feconda” di cui sopra. La trattazione prosegue poi con l’analisi di quanto scaturito dall’incontro tra lo Zen e la psicanalisi. Viziato già all’origine da quell’approccio junghiano che apparenta miti simboli e tradizioni al bagaglio simbologico onirico/fantasioso dei nevrotici, il tutto finisce in buona sostanza per essere ridotto e letto in termini di inconscio, con tanti saluti alla noesi, all’autonomia del pensiero, al Tao ed allo Zen.

L’ultimo capitolo parte invece dall’idealismo hegeliano indicato come recante in sé i presupposti noetici dello Zen per giungere ad analizzare ciò che, a partire dall’incapacità di cogliere e far vivere tali presupposti da parte degli stessi “discepoli” hegeliani (Nishida Kitaro aveva invece colto benissimo tale aspetto), ha minato già dalle fondamenta i vari movimenti delle “contestazione”. L’insuccesso nel cogliere la “prassi metadialettica del pensiero”, comune tanto all’esperienza del pensiero puro quanto allo Zen ha tolto, secondo l’Autore, qualsiasi concreta possibilità di successo alle contestazioni che in definitiva finiscono per contestare (anche in maniera violenta) sé stesse; né la situazione potrà cambiare fino a quando si considererà la realtà (fisica o metafisica che sia) soltanto dal punto di vista della misura del numero e del peso.

Quanto sopra è giocoforza uno stringato abbozzo di quanto il sottoscritto ha ca(r)pito del testo. Io intanto ve lo consiglio.. ma non mi prendo responsabilità se dopo averlo letto penserete ancora che il Satori sia il tastierista dei Beehive e che il Koan sia un simpatico divoratore di eucalipto.

Il Fuoco e il Sacrificio

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«L’uomo che tenda alla reintegrazione non può non incontrare gli ostacoli che riguardano la normale condizione umana: lungo il sentiero non può non trovarsi dinanzi quelle barriere che arrestano la vocazione dell’uomo comune e lo costringono a rimanere ciò che è. A un dato momento queste barriere mostrano il loro potere di dominare ferreamente ciò che è possibile all’uomo in quanto semplicemente tale. L’arte è allora vedere sino a che punto giunga questo potere: a lato allo sperimentare umano, il pensiero libero dai sensi può dare simile conoscenza. D’onde la possibilità del libero imaginare, cioè del superamento del limite umano».

Massimo Scaligero

(L’Uomo interiore, Ed. Mediterranee, Roma 1976, p. 94)

È inevitabile per il cercatore spirituale, che voglia essere completamente sincero con se stesso, di partire da quello che egli concretamente è, dalle forze limitate e dalla ancora parziale consapevolezza che possiede. Talvolta il sentiero del cercatore spirituale ha al suo inizio una crisi radicale che travolge le certezze umane, intellettuali, morali – in verità di consistenza solo apparente – della vita cosiddetta “normale” e scuote violentemente tutta la struttura interiore dell’uomo. Questa crisi – radicale – è forse il momento piú prezioso di tutto il suo cammino, quello più intenso e sincero, nel quale il cercatore vede – in taluni casi per la prima volta – in maniera inattenuata il vero aspetto della condizione umana generale, e, soprattutto, quella sua individuale, personale. Questa crisi è il principio del cammino spirituale: principio non tanto, o non solo, in quanto inizio temporale dal quale si prendono le mosse per la ricerca, ma soprattutto come situazione-limite, come stato interiore dell’anima nel quale l’urgenza e il pericolo hanno fatto emergere forze che, altrimenti, avrebbero vegetato nel sonno torpido e ottuso di una condizione vitale e animale indisturbata: in una condizione, appunto, “normale”.

È indubbiamente una crisi molto pericolosa, che sommuove dal profondo dell’anima tutte le forze dell’essere umano, così che questi è costretto a far fronte ad un’emergenza, che violentemente travolge tutto ciò che vi è di autentico in lui e nel mondo attorno a lui. Crisi che il suo essere cosciente – limitatamente cosciente – non ha voluto e che il Destino gli ha portato incontro come un enigma che è per lui vitale sciogliere, come una prova estrema da superare. L’emergenza mette in evidenza quanto poco cosciente, appunto, sia la sua coscienza, quanto radicalmente egli s’inganni sulla saldezza delle proprie “certezze”, quanto relativi, o addirittura falsi, siano i “valori” ai quali, prima della crisi, con ingenua fiducia si affidava e che costituivano la “concretezza” e la “normalità” della sua vita. Se, per viltà o per “ignoranza”, tenta, o s’illude, di evitare l’affrontare la prova – che irrompe repentina e violenta – la crisi può avere un esito catastrofico, addirittura letale.

Non sempre all’inizio della Via vi è questa crisi totale, ma – per quanto ciò possa sembrare paradossale – il verificarsi di essa è da considerarsi un evento particolarmente felice, addirittura un prezioso dono del Cielo, del quale ci si accorgerà presto di dover essere grati, come di un privilegio raro che il destino ci concede, perché questa crisi ci offre l’occasione di un energico risveglio interiore, di una trasformazione decisiva, che può giungere sino alle radici più profonde e nascoste della nostra anima. A quel momento decisivo il cercatore dello Spirito può sempre di nuovo riportarsi: può evocarne l’intensità, il potere risvegliatore e purificatore. In effetti, l’emergenza improvvisa, l’evento critico, ha il potere di mobilitare le forze più energiche dell’Io ed evoca il clima vero dell’anima nel quale si deve svolgere l’ascesi, perché questa sia feconda: dà la misura dell’intensità della forza che ogni volta deve essere impegnata nell’esercizio interiore.

L’aiuto più prezioso della crisi, il suo dono veramente inestimabile, è il dissolvimento della sensazione di apparente “normalità” della vita abituale, cioè il dissolvimento o la demolizione di quella menzogna che stempera l’aspetto tragico dell’esistenza – che è il suo volto autentico – diluendolo nelle banalità della tran-tranquillità quotidiana, e spegne, narcotizzandola, la percezione intensa, anche se dolorosa, dell’urgenza dell’azione interiore che la condizione di pericolo, o la prova estrema, sollecita. La sensazione dell’apparente “normalità” del vivere solito è soltanto un’abitudine emotiva, ossia il ripetersi passivo, sempre più meccanico, di uno stato d’animo obbligato, che venendo subìto in forma sempre meno cosciente, arriva a diventare uno stato cronico, una vera e propria memoria organica, profonda, che come una falsa spontaneità prevarica sull’Io e impone il modo “naturale” di vedere e di agire nel mondo. Questa ipnotica abitudine alla “normalità” ha un effetto anestetizzante – ossia desensibilizzante – sulla coscienza, la cui consapevolezza si abbassa e, come conseguenza di questo intorpidimento, cessa la tensione della volontà, la sfrangia e la disperde, sino a che non vi è più presa su una volontà ridotta al sonno e alla paralisi. Per molti – per i più ormai – è addirittura inconcepibile e indesiderata una condizione dell’uomo diversa da questo turpe servaggio.

Il dissolvimento dell’aspetto di apparente “normalità” di una vita, la cui spenta routine è basata sulla visione ottusa e pigra di certezze approssimative e di valori limitati e scontati, porta l’asceta, che vuole realmente percorrere l’aspro sentiero della realizzazione spirituale, ad attuare coraggiosamente lui stesso, per iniziativa autonoma, quest’opera di destabilizzazione della assestata “normalità” animale, a voler vivere in uno stato interiore di mobilitazione permanente di tutte le proprie forze, ad impegnare in maniera incessante la volontà consacrata in una disciplina alacre, intensa, fervida, serrata, volta ad affrontare risolutamente ogni limite interiore incontrato, a combattere instancabilmente, per superarlo, ad amare, con nostalgia appassionata, questo stato interiore dell’anima assetata d’Assoluto, che non si acquieta nella “normalità” di un’animalità indisturbata, ma è teso a superare con slancio quella barriera con la quale la “natura” domina ferreamente coloro che subiscono passivamente il suo tirannico imperio e contro la quale s’infrangono gli sforzi pavidi ed indecisi di coloro che spensieratamente “giuocano” con lo spirituale e che vorrebbero ridurlo al proprio fiacco livello, per evitarne la travolgenza trasformatrice.

Se al principio del sentiero spirituale non si verifica questa crisi totale – che, ripetiamo, oltre che necessaria è “felice”, “fausta”, in definitiva “augurabile” – è molto difficile che si abbia, nel procedere, l’energia richiesta per una trasformazione radicale di sé. È veramente difficile che si abbia questa energia, perché non se ne scorge la necessità: restando immutata la visione del mondo e della vita, non venendo incrinati dalla crisi e fatti vacillare gli illusori valori sui quali ci si appoggia, non si ha la forza di percepire che la condizione umana è una condizione ad alto rischio, una situazione pericolosa, tutt’altro che stabile e salda, anzi, estremamente fragile e precaria, per la quale sarebbe oltremodo salutare – e salvifico – lo scuotersi dal tramortito sonno della visione “normale” delle cose e della vita e il vincere – ed è necessario lottare per farlo – il modo “normale”, “naturale” e “spontaneo” di un comportamento creduto autonomo e nostro, mentre è soltanto il segno di quanto siamo dominati e giocati da Deità Avverse.

Nella via egoica, si accoglierà dello Spirituale quel tanto che non incide ed altera l’andamento più o meno tranquillo o agitato – a seconda della “natura” che ci domina – della vita abituale. Ovverosia, il centro dell’esistere sarà costituito dal fatto che si mangia, si beve, si lavora, si gioisce e si soffre, si perseguono le proprie varie ambizioni, grandiose o meschine, comunque illusorie: tutto questo lo si chiama “vivere”, lo si ritiene un valore assoluto. A lato di questo “vivere” vi sarà, perifericamente, come comoda cornice egoica, una spiritualità timida e consolante, oppure una spiritualità “culturale”, intellettualmente “interessante”, che porti una nota di colore e un po’ di varietà nella noia esistenziale e nella vacuità sostanziale di un “vivere” spento e ripetitivo, che è un morire e un decomporsi dell’anima, al quale non si ha la forza – per comodità – e il coraggio – per viltà – di opporsi. Per questa ragione, per questo stato di menzogna rispetto alla situazione di concreto pericolo, che si evita di conoscere, e di diserzione con la quale ci si sottrae all’impegno di lottare per lo Spirito, la via egoica impedirà che si proceda oltre i primi passi, paralizzando ogni sforzo che possa destabilizzare lo stagnante status quo.

Nella via eroica, la crisi radicale demolisce tutto ciò, mostrandone l’irrealtà e la distruttività. Il discepolo si accorge dello stato di sordità e di opacità spirituale nel quale era immerso e della paralisi della sua volontà vera, quella capace di movimento autonomo rispetto alle sollecitazioni della “natura”. Al centro del suo esistere viene ora a porsi, come necessità vitale, la ricerca della conoscenza spirituale, la realizzazione del suo autentico essere interiore. Lo Spirituale diviene per lui l’essere reale, concreto, centrale del suo esistere, e l’impegno ascetico è ciò attorno a cui ruota, tutta intera, la sua vita che anela a rispondere al richiamo dell’Assoluto. Questa è per lui la necessità vitale: rispetto ad essa la vita esteriore, che pur vive, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue necessità e i suoi drammi, con i suoi doveri ai quali non si sottrae, diviene provvisoria, contingente: periferica rispetto alla concentrazione interiore continua, intensa, fervida, che la sua consacrazione alla Via spirituale, in quanto via eroica, esige. Ovviamente è inevitabile vivere, e il vivere ha giustamente, al suo livello, le sue necessità, i suoi impegni, che comportano doveri e responsabilità. Ma in quanto valore apparente, illusivamente autonomo, questa vita esteriore, contingente e periferica, se è vista come realtà in se stessa e come scopo a cui volgersi, diviene il campo della frantumazione e della dispersione, proprie alla molteplicità esteriore, contrapposta all’unità e alla concentrazione dell’essere interiore. Nel suo risuonare nell’anima e nell’afferrare il sentire, l’apparire consuma e oscura la vitalità spirituale, erode e paralizza le forze del volere. Alla presa illegittima dell’apparire, l’asceta si sottrae, svincolandosi, “morendo al secolo” – come dice un antico testo ermetico – ossia al mondo, pur rimanendo attivo, cosciente e sensibile nel mondo. È un morire al passivo e involontario assenso che il nostro essere istintivo, “naturale”, “normale”, vorrebbe dare, come in passato, ai valori irreali dell’apparire del mondo, che non è il mondo.

Abbandonata la riva falsamente rassicurante dell’antico modo di esistere, che ora, in conseguenza di questa voluta morte dell’essere apparente, si realizza vuoto e inconsistente malgrado le sue molte lusinghe, ci si inoltra a guadare una perigliosa corrente, e si avverte la necessità di conquistare, con fatica e lotta, nuovi valori e nuove, meno peregrine, certezze. Con la lena di chi tende ad una mèta fortemente anelata, si moltiplicano gli sforzi che, procedendo nel cammino, crescono in numero, intensità e durata, e arrivano a coinvolgere tutto l’essere cosciente. È mutata alquanto la visione del mondo e della vita, e i nuovi valori, ai quali si fa riferimento, sono il risultato di duri sforzi, di aspre lotte, di insistenza tenace oltre ogni sconfitta, oltre ogni inevitabile fase di oscurità e di aridità. Tutto ciò fa procedere per un lungo tratto nel cammino. Poi vi è l’arresto e nuovamente la crisi.

La crisi che sopravviene sembra non abbia possibilità di superamento, in quanto sopraggiunge allorché nell’ascesi – sempre che non ci si sia risparmiati, ovvero non si sia seguita la via egoica – si sono esaurite tutte le forze delle quali si disponeva, ed anche i valori, conquistati a prezzo di dedizione e sforzo, mostrano di essere, a questo punto, anch’essi contingenti e relativi. Per quanto preziosi, anzi assolutamente necessari, si siano dimostrati nel cammino sino ad allora percorso, essi ora mostrano la loro relatività e provvisorietà e, per quanto siano stati utili nella loro trascorsa funzione, oramai esaurita, si rivelano adesso incapaci di farci superare il sopraggiunto limite che ci arresta. Per quanto si continui con ostinata tenacia nell’ascesi, ci si avvede che, continuando così, non si procederà oltre. Ci si senti di fronte ad un abisso che non si riesce a varcare, ad una parete di impenetrabile roccia che non si riesce a superare. Tutto ciò può condurre alla disperazione. Si è coscienti che non si può tornare indietro, che il sentiero percorso è franato o scomparso alle nostre spalle e che questa crisi, qualitativamente diversa dalla precedente, è, come quella, decisiva e altrettanto pericolosa. Se prima si trattava di “morire al mondo”, ora si tratta di “morire a se stessi”, e questo è qualcosa che costa moltissimo, perché si tratta di morire non a un mondo profano e fatuo, del quale si scorgeva la vacuità, bensì a quanto ci siamo duramente conquistati, a quanto è diventato “noi stessi”, al prezzo di superamenti, sforzi, rinunce.

Ancora una volta è necessario essere completamente sinceri con se stessi e riconoscere che i “valori” conquistati, ai quali facevamo riferimento, e la visione del mondo, della vita, di se stessi, alla quale ci eravamo sforzati di giungere, erano quello che, partendo da ciò che eravamo all’inizio del cammino – ossia limitatamente coscienti e solo parzialmente mutati – eravamo in grado di concepire. Ma era, tuttavia, un modo di concepire, di intuire la mèta e il cammino ancora “umano”, ossia ancora soggettivo e provvisorio. Abbiamo detto che la crisi iniziale è importante, perché essa è il principio, ossia il modello, l’archetipo della necessaria trasformazione interiore. Il suo sopraggiungere non era stato da noi voluto: era un dono del Cielo e del Destino. Ma ad esso possiamo sempre di nuovo richiamarci. La sua azione di dissolvimento dell’apparire e del contingente in noi, possiamo audacemente volerla. Possiamo, rovesciando gli appoggi ai quali ci aggrappiamo, aprirci coraggiosamente all’assolutamente nuovo, all’ignoto, ancora inconcepibile, ma presentito necessario e reale.

Per cui di fronte allo spalancato abisso che ci blocca, alla impenetrabile roccia che ci arresta, possiamo, rivolgendoci al Mondo Spirituale, alla Suprema Potenza che regge i destini degli uomini e del mondo, chiedere che venga suscitata in noi l’intuizione vivente del compito che ci attende e che è necessario affrontare. Questa richiesta, meditata, a lungo ripetuta, intensamente sentita, appassionatamente rivolta al Cielo, con sincerità, con slancio, con coraggio, con disperazione, può suscitare la percezione lucida dell’azione interiore richiesta al superamento dell’abisso. Può essere donata l’intuizione o la consapevolezza di quanto prima necessariamente ci sfuggiva, perché non avevamo le forze per concepirlo, e che ora si presenta in tutta la sua concretezza. Quanto intuito, se accolto con coraggio e venerazione, diviene una forza agente, trasformatrice della nostra interiorità e del Destino.

Per impreviste e imprevedibili vie, a questo punto, la vita porta incontro al cercatore compiti e prove talvolta estremamente dure, che trasformano l’esistere in un insonne lottare contro la morte, nel quale l’accelerazione degli eventi non permette piú la stasi inerte, propria alla via egoica.

Questo lottare esige la consapevolezza che la Via non è per noi, ma per il Divino, che il superamento della nostra soggettività, mai esaurito e definitivo, ci apre alla possibilità di fare coraggiosamente nostri – in libertà e per amore – i fini dello Spirito, che il sacrificio del transitorio e dell’effimero, nella visione del mondo e di noi stessi, accende nelle nostre anime il fuoco celeste, la folgore che, percuotendola, dissolve la “natura” inferiore e la riplasma secondo il Logos, che la nostra anima “ignificata” può tuffarsi nell’apparire e riconsacrare ogni aspetto della vita e dell’esistere. Questa trasformazione interiore può portare ad incontrare grandi difficoltà, di fronte alle quali inizialmente ci si potrà sentire non adeguatamente preparati. Potrà portare ad una involontaria solitudine, anche esteriore, per l’intensità e la rapidità degli eventi che violentemente possono irrompere inaspettati nella nostra vita. Potrà portare persino ad una anche troppo prevedibile incomprensione, da parte di molti, rispetto a scelte e ad azioni che rispondono a richieste imperiose degli eventi, e che possono condurre ad un agire tempestivo e talvolta ‘fuori’ rispetto alla conformità alle regole convenute: quindi ‘problematiche’ di fronte alle “abitudini” mentali e morali proprie ad una “normalità” irrigidita, che paventa e resiste di fronte ad una trasformazione radicale.

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

frutta e verdura

(PRINCIPI SENSATI DELLA NUTRIZIONE: II ARTICOLO)

PRODOTTI AGRICOLI NON LAVORATI

Ad eccezione dell’acqua (trattata nello scorso articolo), probabilmente l’errore più evidente commesso in generale è il consumo troppo basso di prodotti agricoli quali frutta e verdura.

Mentre gli errori nel consumo di acqua (cioè disidratazione e urina giallo carico) possono manifestarsi abbastanza rapidamente, una deficienza nell’apporto di questi prodotti agricoli   può impiegare abbastanza tempo per diventare evidente.

Non noterete alcuna grande differenza nella salute sul breve termine derivante dal non mangiare frutta e verdura. Né noterete un miglioramento nella salute e nel recupero introducendole nella vostra dieta.

Sul lungo termine, però, le differenze potrebbero essere persino misurabili. E la salute sarà migliore se si fa lo sforzo di mangiare prodotti agricoli, come mamma ci tormentava di fare.

La maggior parte delle persone usa il termine di prodotti agricoli per riferirsi in genere a cibi come frutta e verdura. Ciò è un po’ semplicistico e ignora cibi come i legumi, che dovrebbero essere classificati come tali.

Definirò questi prodotti semplicemente come ogni cibo di provenienza vegetale che può essere mangiato direttamente o dopo una minima lavorazione.

Ciò comprenderà tutte le verdure e gli ortaggi, la frutta e i legumi, ma escluderà il pane e ogni cereale, poiché questi ultimi richiedono dei processi di lavorazione prima di poter essere consumati dagli esseri umani.

Il consumo di un’adeguata quantità di prodotti agricoli è importante per la salute e una nutrizione ottimale per varie ragioni: la prima di queste è la fibra.

La fibra è la scopa della natura. Dal momento che la fibra non può essere digerita dagli esseri umani, essa tende a “spazzare” il tratto digestivo, raccogliendo la “spazzatura” che potrebbe esservi rimasta intrappolata. Questa spazzatura viene portata nell’intestino ed escreta. Come perfetto esempio di ciò, si è dimostrato che alti apporti di fibra riducono le possibilità di cancro al colon, molto probabilmente spazzando via ogni residuo che sia rimasto fermo nel colon e si sia putrefatto. Questa spiegazione non è tecnicamente corretta ma è abbastanza vicina alla realtà.

Inoltre, la fibra aiuta a mantenere la regolarità, cioè contribuisce ad andare d’intestino più facilmente. Sebbene non esistano regole ferree per la regolarità, è probabilmente la cosa migliore avere una decente evacuazione intestinale al giorno. Una quantità sufficiente di fibra consumata contribuirà ad assicurarla.

Tuttavia gli individui che attualmente non consumano molta fibra ogni giorno non dovrebbero aumentare l’apporto in modo drastico dal momento che che possono verificarsi dei disturbi di stomaco e diarrea (inoltre il medico dovrebbe valutare il buon funzionamento della valvola ileo-cecale).

Come in tutte le cose della vita, gli incrementi graduali battono sempre i grossi salti.

Inoltre, un apporto eccessivo di fibra può compromettere l’assorbimento di nutrienti e causare deficienze di vitamine o minerali: ma bisognerebbe consumare 50-100 gr. di fibra al giorno, prima che ciò diventi un grande problema.

Consumare 50-100 gr. di fibra su base quotidiana richiederebbe 4,5 tazze di fagioli, 15 tazze di verdura a vapore o 25 mele.

Oltre al contenuto di fibre, i prodotti agricoli non lavorati sono molto ricchi di nutrienti: questo vuol dire che si assumono tanti nutrienti (vitamine e minerali) con pochissime calorie.

Paragonateli a un cibo come lo zucchero, che ha molte calorie ma che essenzialmente non ha nutrienti. La densità di nutrienti dei prodotti agricoli non lavorati è di eccellente beneficio per la perdita di grasso che per il guadagno energetico: se all’organismo manca un solo “mattone” per crescita o conservazione (che sia una vitamina, un aminoacido o un acido grasso essenziale) lo stato di salute organico sarà limitato e minato.

A questo punto qualcuno potrà considerare più semplice e comodo limitarsi a inghiottire una pillola multivitaminica e multiminerale per soddisfare i bisogni fondamentali.

Sebbene non pensi che ciò sia una aggiunta terrificante, tentare di sostituire con una pillola una deficienza dietetica è il modo sbagliato di risolverla.

Esistono nei nutrienti presenti nelle verdure e negli ortaggi (fitonutrienti, bioflavonoidi e sostanze non ancora rilevate) che possono svolgere un grande ruolo per la salute.

Alcuni di questi nutrienti vegetali sono così numerosi che gli studiosi hanno appena iniziato a individuare quel che sono e sanno ancora meno del loro ruolo nell’organismo: probabilmente il modo per dare fondamento ad una condizione sana è attraverso l’apporto di una dieta variegata.

In genere, le raccomandazioni per i prodotti agricoli non lavorati variano, ma un’ingestione di 2-4 frutti e 3-5 porzioni di verdure o ortaggi al giorno dovrebbero essere sufficienti, a patto che siano variati. Ciò dovrebbe assicurare un adeguato apporto di vitamine, minerali e fibre (e qualsiasi altra sostanza benefica presente in questi prodotti).

Sebbene possa sembrare eccessivo, rendetevi conto che una porzione di verdure è pari a mezza tazza se cotte o una tazza se crude. Una porzione di frutta è mediamente un piccolo frutto. Una banana, una mela o un’arancia molto grandi possono contare come due porzioni. Un’insalata abbondante a cena può contare come tre porzioni di verdure.

Un fatto importante da considerare è che la quantità dei nutrienti consumati è intimamente connessa alla qualità degli stessi.

Sebbene verdure e ortaggi siano generalmente molto ricchi di nutrienti, variano nella quantità di nutrienti contenuti. Per esempio, la lattuga impiegata nella maggior parte delle insalate è piuttosto povera di nutrienti: è quasi come acqua solida. La lattuga romana è una qualità molto più ricca di nutrienti.

Come regola pratica generale, più scuro è il colore del vegetale, più esso è ricco di nutrienti. I broccoli e gli spinaci hanno una densità di nutrienti molto maggiore dei cetrioli e della lattuga. Le patate dolci e gli agrumi sono buone scelte.

La scelta migliore di verdure e ortaggi comprende broccoli, patate dolci, verdura a foglia verde (cavolo, spinaci, ecc.) e carote.

La frutta migliore comprende tutti gli agrumi, il melone, i vari tipi di bacche e il pomodoro.

Le scelte peggiori comprendono il sedano, la lattuga e i cetrioli, che sono tutti più acqua che altro. Le mele sono una delle scelte più scarse, per quanto riguarda la frutta (poi, in realtà, tutti hanno, in traccia, sostanze benefiche ma di difficile identificazione. Le mele, ad esempio, mangiatele alla sera: sono magnifiche sfiammanti del tratto digestivo).

Sfioro un dibattito che dura da molto tempo, ossia se la verdura, ai livelli nutrizionali, sia più o meno valida come prodotto fresco rispetto al surgelato e se sia meglio cruda che cucinata. In linea di massima gli studi e gli esperimenti del dott. E. Pfeiffer sono chiari in merito. Tuttavia, per chi abita in città lontane dalle zone agricole può rappresentare un problema se i prodotti vengono surgelati subito dopo la raccolta in relazione a prodotti “freschi” che impiegano molti giorni per raggiungere il consumatore.

Verdure e ortaggi crudi possono avere più nutrienti di quelli cotti (dal momento che il calore degraderà alcuni nutrienti) ma ancora una volta non esistono verità assolute.

La cottura a vapore perderà meno nutrienti che la cottura esagerata.

Per farla semplice, la chiave per assicurarsi un consumo adeguato di frutta e verdura è di renderlo abbastanza comodo. Quando si va nel negozio, scegliere una quantità di prodotti agricoli che possa durare per diversi giorni e conservare il cibo in modo che si mantenga.

Ora le persone informate cercano, a ragione, prodotti “bio”. La certezza non ha ancora raggiunto il livello ottimale. Ricordo i tempi in cui, sulla confezione, campeggiava la scritta: Prodotto naturale. In un caso si scoprì che ciò indicava un derivato del petrolio…discutibile ma non del tutto falso!

Occorre accortezza: visitare negozi diversi, leggere con attenzione le (scarse) indicazioni.

La semplice vista è insufficiente: furbi agricoltori dividevano (parlo al passato per non offendere nessuno) in culture sature di chimica i prodotti in questo modo: la roba bella al mercato comune e quella un po’ malconcia al mercato biologico.

Tra le poche certezze resistono i prodotti garantiti dal marchio Demeter, purtroppo orgogliosamente catafratti al tenore medio di possibilità di spesa.

Rimettete sulle vostre tavole i fagioli (un tempo venivano chiamati “la carne dei poveri”). Sebbene in genere non vengano considerati prodotti agricoli non lavorati, i fagioli (più correttamente chiamati legumi) sono una vera centrale nutrizionale; ricchi di proteine, fibra e nutrienti. Molti individui evitano i fagioli a causa dell’aumento di gas intestinali che certe sostanze contenute nei fagioli possono produrre. Se preparate fagioli secchi per la cottura, lasciarli a bagno per tutta la notte e buttare via l’acqua in cui sono stati, fa diminuire la produzione di gas. Fatto strano, anche aggiungere un pezzo di alga marina (circa 5 cm) durante la cottura può aiutare molto. Se nessuna di queste strategie funziona, esistono in commercio dei prodotti da aggiungere ai fagioli che disgregano le sostanze che causano il gas.

Per chi non può mangiare in casa è una buona abitudine portare con se, come spuntini, frutti e ortaggi: una banana o un arancio vanno bene, idem per le carote.

La chiave per rendere abitudinario il consumo di prodotti agricoli è la costanza. Durante le primissime settimane in cui si tenterà l’incremento di frutta, verdura e ortaggi occorrerà attenzione dedicata e sembrerà scomodo. Dopo un mese ciò diverrà una abitudine consolidata e benefica per l’organismo.   

L'incontro con Massimo Scaligero

studio3Il mio incontro con la sua Opera, e pochissimo dopo con lui stesso, avvenne oltre quarantré anni fa. Decisivo per me fu l’incontro personale con lui poiché tale evento sommosse tutte le forze della mia anima. Era una delle ultime giornate di primavera o forse una delle prime della sopravvenente estate di quell’anno. Lo incontrai nel suo studio, in una viuzza della parte gianicolense di Monteverde Vecchio, in quello studio all’ultimo piano di Via Cadolini, che per me divenne presto – anzi sùbito – un luogo sacro, come un luminoso eremo montano o un sacro tempio nel quale era possibile incontrare gli Dèi.

In larga misura avevo letto la vasta, tumultuosa, ed ampiamente contraddittoria, letteratura dell’Occultismo circolante a quel tempo in Italia, e ne avevo tratto idee alquanto confuse su come avrei potuto procedere nel mio cammi­no di formazione interiore. Veneravo le antiche Vie e i luminosi Maestri di un passato che mi sembrava ormai trascorso, ma ero consapevole dell’attuale decadenza che in Occidente, e persino in Oriente, dilagava a livello spirituale. Ero inoltre piuttosto scettico sui tanti se­dicenti “Maestri” che propinavano metodi addomesticati, tendenti a porre al servizio dell’ego bramoso forze occulte per abbeverare l’inesausta sete di potere e di voluttà dell’attuale uomo animalizzato. Tali sedicenti istruttori venivano definiti in antichi testi d’Oriente “prostituti spirituali” ed io concordavo pienamente con tale definizione. Sentivo fortissimamente la necessità di qualcuno che guidasse i miei passi sul sentiero spirituale, ma procedevo inevitabilmente guardingo nei confronti degli allettamenti che con profusione venivano offerti dalla legione costituita dai vari mercanti dell’Occulto. Ho sempre ringraziato il Cielo per l’incontro con Massimo Scaligero perché egli si dimostrò, oltre ogni mia immaginazione, al di sopra delle più esigenti aspettative che un cercatore spirituale potesse avere nei confronti di una Guida o di un Maestro autentico.

Massimo non volle mai né mai permise che lo si chiamasse Maestro. Perciò lo era. Egli diceva spesso (e lo scrisse a chiarissime lettere) che il Maestro è l’Io, e lo si educa nell’interiorità con rigorosa ascesi. Mai, nei numerosi incontri personali – che presto divennero ritmici – o negl’incontri riunioni con gli amici a Via Barrili, ho visto in lui la sia pur minima traccia di vanità; mai l’ho visto compiacersi della deferenza spontanea che tante persone con semplicità e immediatezza inevitabilmente gli portavano incontro; mai l’ho visto venire a patti, per ragioni di convenienza o altro, con la menzogna o coi tatticismi opportunistici di un modo di agire politico che come un malcostume levantino oggi dilaga in ogni campo e che ha infettato purtroppo anche il nostro ambiente.

Nel primo incontro che ebbi con Massimo, ebbi sùbito il senso della travolgenza dello spirito o della Sopranatura. Per la prima volta avevo di fronte non un intellettuale o un filosofo che parlava, sia pure con profondità e correttezza, di dottrine lette in antichi testi e tramandate lungo i secoli da una tradizione fedele e devota: mi fu immediatamente chiaro che Massimo era uno sperimentatore eccezionale del Mondo Spirituale che parlava unicamente di quel ch’egli sperimentava direttamente. Immediatamente mi pose il compito di non perdermi nei labirinti di un inutile apprendimento intellettuale, bensì di passare quanto prima all’azione attraverso una rigorosa pratica interiore. Al centro del cammino iniziatico egli poneva senza attenuazione veruna l’importanza della Via del Pensiero Vivente, l’assolutezza dell’Ascesi del Pensiero-Folgore, non solo come la Via più radicale che il discepolo dello Spirito oggi possa seguire, ma addirittura come l’unica che conduca alla mèta.

Per anni egli fu di una generosità senza pari nel donarmi le indicazioni delle quali avevo bisogno nel mio cammino interiore. La stessa generosità la ebbe nei confronti di chiunque si rivolgesse a lui con sincerità di cuore sollecitando la sua guida fattiva.

E devo dire che Massimo, negli incontri che avevo con lui, fu sempre un energico suscitatore del clima interiore del pensiero puro. Il dono incomparabile che ricevevo ogni volta dai colloqui con lui era il clima della Magia Solare del Pensiero-Folgore. Egli suggellava ed accendeva ulteriormente tale clima col Rito della concentrazione o della meditazione, breve o lunga, praticata insieme, col quale voleva accompagnare ogni nostro incontro.

In tali incontri non lo vidi mai appannato o deconcentrato. La sua presenza interiore, la sua consapevolezza siderea, era potente, dinamica e spontanea. Egli si sentiva sempre totalmente libero, qualunque fosse la situazione in questione, nei confronti della persona che aveva di fronte.

Parlava sempre partendo unicamente dalla reale richiesta, ossia dalla necessità interiore dell’anima di chi si rivolgeva a lui, indifferente all’effetto piacevole o spiacevole che le sue parole potevano suscitare nella poco consapevole psiche di chi lo ascoltava. Così come era assolutamente indifferente alla lode e al biasimo, alle opinioni che gli altri potevano farsi di lui. In chi lo incontrava non tollerava recitazione spirituale o morale ch’egli, ogni volta, inesorabilmente smascherava. Abbatteva energicamente ogni forma, palese o travestita che fosse, di ambizione, di opportunismo, di arroganza, di vanitosa intellettualità. Non blandiva mai in coloro che a lui si rivolgevano quei lati morbidi della personalità morale con i quali molti fanno molteplici compromessi, rivestiti delle più svariate giustificazioni dialettiche. Nei confronti delle inevitabili debolezze e degli errori di chi segue l’arduo sentiero dello Spirito, Massimo era tollerantissimo. Quella che non tollerava mai era la menzogna, la recitazione di esperienze interiori puramente immaginate.

Non si faceva alcuna illusione circa la tenuta spirituale della cerchia dei tanti che nominalmente si richiamavano a lui e che in ben pochi avrebbero potuto dirsi veramente suoi discepoli. Molti diluivano la sua severa indicazione ascetica in un misticismo sentimentale o in un verboso dialettismo intellettuale: né più né meno come accadde nei confronti di Rudolf Steiner e della Ascesi da lui indicata. In realtà ben pochi attorno a Massimo Scaligero erano i praticanti interiori. Pochissimi, poi, colsero la centralità della Via del Pensiero.

Una volta, ero allora ancora molto giovane, mi disse: “Non ho nessuno a cui trasmettere la fiaccola!”. E ad un mio amico che gli chiedeva che cosa sarebbe accaduto dopo la sua scomparsa, Massimo disse: “Sei mesi dopo la mia morte, sarà tutto finito”. Quell’amico me ne ha reso varie volte esplicita testimonianza. Ciò spiega tanti eventi accaduti immediatamente dopo la sua dipartita e negli anni successivi.

Tuttavia, la mia non è e non vuole essere una posizione pessimistica. La volontà consacrata, veicolo della esperienza trasfiguratrice dell’idea, può compiere il miracolo della trasformazione radicale di un essere umano fiaccamente adagiato nella ottusa vicenda corporea, condizionato da una psiche nevrotica e istintiva, stordito da un illusorio apparire che gli si impone con la usurante magia dei suoi falsi valori, in un uomo spirituale, fondato sull’inesauribile forza originaria dell’Io, aperto alla realtà del mondo spirituale e perciò capace di superare ogni limite.

È vero che ci è stato dato in sorte di vivere in un’epoca spiritualmente tragica e pericolosa, ma Massimo ha insegnato che proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale dona all’uomo le sue forze più potenti e rende possibili le più audaci imprese spirituali. Inoltre Massimo nella sua Opera è stato prodigo di indicazioni operative come forse nessun altro, e ci ha dato strumenti potenti per realizzare l’impresa interiore.

Solo, non dobbiamo smarrire il cuore dell’Ascesi Solare da lui indicata: quell’esperienza del pensiero puro che, partendo dal livello del pensiero libero dai sensi, audacemente s’innalza, intensificandosi, sino ad essere quella Forza-Folgore del Pensiero Vivente che è la veste di Luce e d’Amore del Logos. Occorre donarsi con slancio alla pratica interiore, amare la concentrazione, quella concentrazione che Massimo affermava che, coltivata con assolutezza, può da sola condurre all’Iniziazione e all’esperienza del Mondo Spirituale. Infine, occorre fare della gratitudine e della fedeltà a Massimo l’Arte della memoria interiore di un compito che non deve essere smarrito bensì perseguito con impeto e coraggio.

UN MAESTRO SEVERO: MASSIMO SCALIGERO

L’incontro con Massimo Scaligero fu per me, come sicuramente per altri, l’incontro con l’esigenza di un’ascesi severa. Massimo, che non tollerava intellettualismi né recitazioni, mi pose subito, sin dal nostro primo incontro, l’istanza energica di una realizzazione concreta: la richiesta dell’Io a se stesso di un pratica interiore capace di realizzare lo Spirito. Devo dire che le sue indicazioni si dimostrarono nel tempo preziosissime, perché esse mi permisero d’impostare la mia vita interiore in una direzione tale da salvarmi dall’intellettualismo parolaio e dalla superficialità sentimentale: ossia da quei pericoli che da subito minacciano di paralizzare lo sforzo e l’anelito del discepolo verso lo Spirito.

Al primo posto Massimo pose l’esigenza della disciplina individuale. Nell’Ascesi un posto di preminenza solare spettava alla pratica – intensa, fervida, ripetuta – della concentrazione, la quale, intensificandosi sino a realizzarsi come concentrazione profonda e contemplazione della pura forza pensiero vuota di pensieri, può – da sola – condurre all’esperienza del momento del pensiero folgorante, del Pensiero Vivente, che al di là dell’illusoria frantumazione della molteplicità è la veste di Luce e d’Amore della realtà originaria del Logos, della manifestazione di quell’Uno Unissimo che Dante chiama Amore Sovrano. La concentrazione poteva – Massimo Scaligero su questo punto fu assolutamente esplicito – condurre da sola sino all’Iniziazione.

Una pratica ulteriore della formazione interiore, indicatami da Massimo, fu lo studio – anch’esso intenso, fervido, ripetuto – dei testi di quella che – secondo un’antica e mirabile tradizione medievale – potremmo chiamare la Sapienza Santa. Ma questo studio non è un intellettuale glossare e rimuginare contenuti concettuali, bensì un meditare concentrativamente che porti il praticante interiore a realizzare quei contenuti: ossia a divenire – nella mente, nel cuore, nell’anima tutta – quei contenuti stessi. L’intellettualismo paralizza e offende quel­l’angelica intelligenza celeste che è l’autentico Spirito del cuore. Lo studio va, dunque, condotto con Intelletto d’Amore.

Una terza pratica interiore, sulla quale Massimo ha dato anche a talune altre persone indicazioni chiarissime ed essenziali – è il Rito della meditazione in comune. Egli avversava esplicitamente la tendenza di molti a ritrovarsi in riunioni di discussione e commento di testi e argomenti spirituali, nelle quali regolarmente viene attuata la dispersione dell’atmosfera spirituale e la liquefazione di quei contenuti sacri attraverso la dialettica profanatrice.

La meditazione in comune è un Rito sacro, e deve essere eseguita con lo stesso ardore, con la medesima consacrazione interiore con la quale si eseguono la concentrazione e la meditazione individuali e lo studio meditativo dei testi della Scienza dello Spirito.

Anzi, tutte e tre le pratiche, indicatemi da Massimo per l’Ascesi realizzatrice, sono Riti sacri, da eseguirsi – tutti – con animo ieratico, con amore, con gioia, coscienti che essi sono la più alta azione che un essere umano può compiere sulla Terra, un’offerta sacrificale fatta agli Dèi e ai fratelli umani.

Massimo più volte disse – e scrisse – che la contemplazione è la più alta e potente forma di azione umana, la quale naturalmente non esclude, anzi esige e promuove, l’azione morale nel mondo.

Questi furono i doni preziosi che ricevetti da tanto Maestro. Le sue indicazioni orientarono la mia vita esteriore e soprattutto quella interiore. La Comunità Solare, come Egli amava chiamarla, dovrebbe fare di tale triplice Rito motivo di vita, di fervido slancio realizzativo, e mai dimenticarli.

Poiché dimenticare è sempre tradire. Ma chi veramente ama non può tradire, perché non può, non vuole, dimenticare. Perché un cuore che ama ricorda, ed è perciò sempre ricolmo d’Intelletto d’Amore.

Il Coraggio e la Consacrazione

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Il Coraggio e la Consacrazione

La disciplina dell’anima e la meditazione di cui si è parlato dovrebbero diventare motivo dell’esistenza quotidiana, presso il normale decorso della vicenda esteriore: dovrebbero essere la ispirazione di fondo, l’abitudine vitale, mentre ogni volta il superamento del limite raggiunto dovrebbe essere possibile oltre ogni prova, difficoltà, ostacolo. Non vi è ostacolo che così non possa essere superato: occorre volere sempre nell’unica direzione, senza sosta, sempre la medesima idea, il medesimo culmine, la solitaria altezza, con animo teso a spezzarsi, teso sino all’estrema possibilità, oltre se stessi, così che ogni dolore risorga come un puro sentire, ogni avversione divenga nulla, tutto l’effimero si stemperi e svanisca nella metafisica trasparenza di un mondo che è infine realtà: quello in vista del quale il mondo che si ha ora intorno è caotico, impossibile, illogico, senza direzione e senza speranza.                 

Massimo Scaligero 

Queste parole severe, austere, scritte oltre cinquant’anni fa nell’Avvento dell’uomo interiore, esprimono in maniera chiara e radicale quale debba essere l’atteggiamento interiore necessario a percorrere il sentiero spirituale e il clima dell’anima, nel quale si deve svolgere l’ascesi di colui che, sentendo il richiamo dell’Assoluto, vuole rispondere all’Appello del Mondo spirituale. L’ascesi interiore non è un’attività ricreativa o diversiva, volta a distrarre dalla routine o dalla noia di una vita quotidiana vuota e ripetitiva; non è un training o una ginnastica psichica, che debba far conseguire prestazioni eccezionali, per soddisfare la brama di vita e le velleità dell’ego; non è neppure un sedativo consolatorio o un narcotico che ci aiuti ad evitare, comodamente, le paure o le pene che la fatica di esistere, con indesiderata generosità, in abbondanza ci dona.

L’ascesi interiore, il sentiero della iniziazione ad una più alta vita spirituale, è una via eroica che vuole portare il discepolo ad una totale trasformazione dell’anima, tale da renderlo capace di rispondere all’Appello del Mondo spirituale. Per metterlo in grado di rispondere sinceramente e autenticamente a questo Appello, l’ascesi lo deve rendere forte – ma non si tratta della forza ordinaria – e lo deve rendere cosciente. Non è un training o una tecnica, è un sentiero sacrale e necessita dell’intenso clima conoscitivo, volitivo e morale descritto nelle parole dell’Uomo Interiore. È una Via – sacra – che deve rendere l’asceta tanto forte e cosciente da essere egli capace di attuare la consacrazione di sé.

La consacrazione di sé è la risposta all’Appello del Mondo spirituale. La consacrazione integrale di sé è l’unica risposta possibile a questo Appello: è l’unica possibile perché è l’unica sincera, l’unica autentica.

Questo Appello, questa chiamata, che si manifesta ormai con un’urgenza sempre crescente ed un’insistenza pressante che non hanno uguali nel divenire dell’umanità, richiede – esige – una risposta. È un Appello che, oggi, piú che come una chiamata, risuona, sempre piú alto e forte, come un drammatico grido d’allarme, come un incitamento impellente ad affrontare energicamente – e coraggiosamente – la battaglia suprema contro potenze antispirituali, la cui azione può rivelarsi fatale – o addirittura annientatrice – nei confronti dell’uomo.

A chi è rivolto questo drammatico Appello; chi è chiamato, in questo tragico momento, a dare la risposta risolutrice? L’Appello è rivolto all’Uomo e alle comunità spirituali.

È rivolto all’Uomo perché – prima che sia troppo tardi – egli si scuota dall’ubriacatura ottenebrante che lo lega ad un apparire effimero e illusorio, risvegli nel proprio cuore la memoria della sua essenza eterna, si ricordi della patria celeste dimenticata, della sua originaria grandezza spirituale da lungo tempo smarrita, divenga consapevole dell’alta missione legata al suo lottare terrestre – vita est militia sacra super terram – e affronti risolutamente, con coraggio, l’impresa affidatagli dal Cielo e dal Destino.

È nel cuore che deve risvegliarsi questa memoria celeste, ed è dal cuore che deve essere attinto il coraggio necessario a tanto ardua impresa.

Il Mondo spirituale rivolge questo Appello, questa chiamata, all’Uomo nella sua universalità e alle comunità spirituali, ma è l’individuo, il singolo uomo che deve rispondervi. La richiesta, l’invito alla compromissione interiore, è rivolta a ogni uomo, ma la risposta non è imposta ad alcuno: soltanto in libertà e per amore l’individuo, il singolo uomo – in una autonomia totale e in una solitudine interiore assoluta – sceglie di rispondere all’Appello dello Spirito, al richiamo dell’Assoluto, con la consacrazione integrale di sé.

Questa risposta al richiamo, questa scelta di compromettersi totalmente e definitivamente con l’Assoluto scaturisce dal coraggio del cuore, acceso dalla memoria celeste. È opera della intelligenza celeste del cuore che è, appunto, Intelletto d’Amore. Non può, quindi, non essere una via d’audacia e di dedizione: una via eroica d’Amore.

Che cosa impedisce, allora, all’uomo singolo di rispondere senza indugio a questo urgente Appello, che cosa fa sì che egli si sottragga, pavidamente e irresponsabilmente, ad un compito che, in maniera sempre più decisiva, l’incalzare degli eventi gli pone dinanzi e che le prove estreme esigono da lui di affrontare, senza concedere spazio al disimpegno, al procrastinare, alla fiacchezza, alla latitanza? È uno stato di profonda “ignoranza”, che in molti uomini si manifesta come una condizione di sordità e di ottusità del cuore, di offuscamento e di opacità dell’anima, di stordimento e di alienazione della coscienza spirituale. In tale condizione l’intelligenza celeste del cuore è paralizzata perché l’anima è tramortita, immersa in uno stato comatoso, come morta. Per cui si può dire che nell’uomo, che sia totalmente immerso nell’“ignoranza” – e sono i piú – è spenta la luce dello spirito, perché questo non conosce; è estinta e morta la vita del sentire, perché in tale stato di sordità e ottusità del cuore celeste nulla risuona; è inerte e paralizzata la forza del volere originario dell’anima, perché questa non ama. L’anima non ama, perché non sente e non conosce. Tradisce se stessa e il Cielo per viltà nata da ignoranza. E questo rinnegamento codardo ha conseguenze pericolose, letali, come letali sono le acque del Lete che procurano un oblio di morte.

Non vi è Sapienza o Conoscenza celeste senza Amore; non vi è Amore senza coraggio; non vi è coraggio senza fedeltà; né fedeltà senza consacrazione. Il compito, quindi, è quello di conquistare la forza di attuare la consacrazione di sé allo Spirito. Ma l’uomo, generalmente – anche se spiritualista – teme questa forza, come teme lo sforzo di conquistarla, e teme soprattutto la trasformazione totale dell’anima che l’attuarsi di questa forza comporta. Per cui egli si abbandona alla necessità e alla fatalità, siano esse d’ordine materiale o spirituale. Non concepisce, anzi evita di concepire, una possibilità diversa, attiva, responsabile e coraggiosa. Il piú delle volte immagina anche il Divino o il Mondo spirituale come qualcosa di necessario e di fatale. Desidererebbe che lo Spirito lo afferrasse o lo travolgesse, senza la sua iniziativa e senza la sua responsabilità. Il Divino lo dovrebbe assolvere dal faticoso compito di scegliere, di lottare, di realizzare: vorrebbe – anzi bramerebbe – essere posseduto dal Divino che dovrebbe funzionare in lui, al posto suo, in maniera meccanica, automatica.

Proprio questa è la viltà dell’uomo: la sua rinuncia a conoscere lo Spirituale autentico, l’abdicazione all’atto libero di essere coscientemente l’Io, il Soggetto autonomo, responsabile, del conoscere e dell’agire. È proprio da questa visione fatale e necessaria dello Spirito e del Divino che nasce l’anelito alla via egoica, ossia ad una via comoda che lasci indisturbato il dominio che la fatalità e la necessità hanno sull’uomo, dominio che non è del Divino o dello Spirito, ma delle potenze antispirituali che vogliono l’asservimento o l’annientamento dell’uomo.

La Via spirituale è la Via eroica, proprio perché l’asceta, mosso dall’intelligenza celeste del cuore, da Intelletto d’Amore, lotta contro la necessità e la fatalità, l’apparente onnipotenza degli Ostacolatori – che lo legano al divenire sensibile e al suo invadente risuonare nell’anima. Egli accetta che vengano messe nelle sue mani la responsabilità e le redini della sua esistenza esteriore e interiore, perché «delude gli Dei chi vuol dipendere dagli Dei», e quindi il suo andare avanti comporta un incessante lottare. Il lottare contro il sonno della coscienza, contro la seduzione ad abbandonarsi alla fatalità “naturale”, la rinuncia ad appoggiarsi ad una spiritualità tradizionale ormai esangue e spenta, lo portano ad essere un “lottatore contro la morte”.

«Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta». Non vi è piú aiuto o sostegno da verità già fatte o da regole trasmesse alle quali sia sufficiente conformarsi: si possono accogliere quelle verità o adeguarsi a quelle sapienti regole e restare tuttavia morti nell’anima, perché ci si aspetta che esse funzionino da sé, fatalmente o meccanicamente, come un fatto “naturale”, necessario, automatico. Tutto ciò è la morte dello Spirito, e contro questa morte, contro tutto ciò che è “naturale”, automatico, necessario, ripetitivo, abitudinario, deve imporsi l’atto dello Spirito. Non può non essere una lotta coraggiosa, risoluta, tenace, inesorabile, instancabile, malgrado tutto ciò che l’usura della quotidianità e l’“immane potenza del convenzionale” oppongono a questo atto dello Spirito: non può non essere una via eroica.

Nel suo stato di “ignoranza” non solo l’uomo non conosce, non sa, ma neppure sa di non sapere. Non soltanto non conosce la realtà spirituale del mondo e la propria essenza spirituale originaria, ma non sospetta neppure quanto il suo stesso atto del conoscere sia deformato e corrotto. Ignora lo spirituale che non conosce ed anche la propria incapacità a conoscere. In questa condizione ottusa spesso avvicina la Via spirituale, e fatalmente è portato ad accostarla con la stessa maniera “naturale” di conoscere che gli è abituale e che egli ritiene necessaria e ovvia. Questa maniera “naturale” di conoscere in realtà gli porrà ostacoli sin dai primi passi del cammino e spesso lo arresterà, facendogli ritenere che in fondo si tratti si solo di acquisire certe conoscenze o di “sapere” certe verità, lasciando più o meno immutato tutto il resto della propria natura. Le verità così acquisite da questo “sapere” nel tempo si accumuleranno, andando a formare nell’anima una sorta di stratificazione geologica di conoscenze morte. In taluni casi, specialmente nei primi tempi, il contatto con queste verità potrà accendere il sentire, che però tenderà rapidamente ad esaurirsi, dando luogo ad una superficiale emotività o ad una grigia e gelida intellettualità.

L’Appello del Mondo spirituale è rivolto all’individuo e alle comunità spirituali. Ma è il singolo che compie l’ascesi individuale solitaria e l’ascesi individuale compiuta ritualmente in armonia insieme ad altri, concordi a rispondere come lui al richiamo spirituale. È il suo agire che renderà sana ed efficace l’ascesi solitaria e l’azione rituale comune. Altrimenti opererà in maniera sterile, spesso distruttiva.

Il conoscere è vero e autentico quando trasforma colui che conosce, e la conoscenza spirituale è una conoscenza sacra: esige la consacrazione del conoscere e di colui che conosce. Il sentiero occulto comincia veramente quando ci si accorge non solo che non si conosce lo spirituale e non si è capaci di conoscere veramente, ma anche che, così come siamo, senza una radicale trasformazione, siamo incapaci di imparare a conoscere. La conoscenza spirituale – anzi tutta la conoscenza – deve diventare un Rito interiore sacrificale dell’anima e l’anima deve essere educata alla sacralità del conoscere. Per questo, il primo passo di questa educazione dell’anima è quello di imparare ad imparare. Una volta riconosciuta l’incapacità della conoscenza esteriore ad imparare, soltanto lo Spirituale può insegnare l’assolutamente nuovo: imparare ad accogliere la conoscenza vivente dello Spirito, in modo che nel discepolo che l’accoglie si operi una fecondazione e una trasformazione totale dell’anima. Tutto ciò richiede un sacrificio e una consacrazione: il coraggio di sacrificare il morto sapere, il coraggio di liberarsi del cascame del morto pensare intellettuale e la consacrazione dell’anima alla conoscenza vivente dello Spirito. Il discepolo apprende ad educare il pensiero ideante a farsi con amore forma del Soprasensibile, ad educare l’anima a venerare questa sacra operazione del conoscere. Questo Rito della resurrezione del conoscere dal cadavere della conoscenza morta viene incessantemente rinnovato, con fedeltà consacrata, nella concentrazione, nella meditazione, nello studio devoto della Sapienza Santa, oltre e malgrado ogni ostacolo, sino a far sorgere quel “coraggio dell’impossibile” che è richiesto nella prova suprema. Il secondo difficile passo è quello di realizzare la continuità di questa fedeltà consacrata nell’ascesi solitaria e nell’ascesi rituale comune. Essa deve vivere nel cuore e nell’anima come un intenso clima di devozione per la conoscenza, di appassionato slancio per l’ascesi, di amore per l’Assoluto. Ci è stato insegnato che il sentire è vero solo quando sente il Divino, e poiché il sentire che si accende per l’effimero e l’illusorio è la menzogna che oscura la luce dello Spirito, ottunde il cuore celeste e paralizza il volere, occorre sacrificare un’emotività che è la periferica, superficiale eccitabilità dell’anima a custodire, vegliando, il sentire celeste che, come una siderea fiamma, arde sull’altare stellare del cuore. Verrà un momento, cruciale, nel quale la consacrazione, la fedeltà, il coraggio, l’amore per l’Assoluto daranno la forza di compiere il terzo passo: quello di morire iniziaticamente: di affrontare per Amore – «zelus tuus devoravit me» – quella prova suprema di fronte alla quale si possa dire: «Il mio cuore non trema!».

La Via è difficile, ma anche l’attuale momento lo è. È un momento difficile ed estremamente pericoloso. Lo è per tutti: per i singoli, per i popoli, per le comunità spirituali. Non è concesso di rimandare ulteriormente l’affrontare prove dal cui esito dipende non solo l’ulteriore cammino, ma addirittura l’ulteriore esistere come esseri spirituali.

Questo è un mondo che, coinvolgendo in un apparire illusorio, erode a grande velocità le forze interiori dei singoli e disgrega le comunità spirituali, deviando gli uni e le altre verso quella via egoica, che è la via comoda della rinuncia a lottare per realizzare lo Spirito, quella dell’impossibile adeguamento dello Spirituale ai bisogni della pavida fragilità umana – che non sono i bisogni dello Spirito – che accetta una coesistenza pacifica col male purché gli Ostacolatori lascino indisturbati la torpida inerzia e il sonno comatoso di una “natura” che in noi non vuole saperne di trasformarsi ed attua ogni misura possibile per opporsi al proprio risveglio. Viene ad attuarsi cosí un patto scellerato con le Deità avverse nell’irragionevole speranza di essere poi risparmiati da queste, dopo aver disertato la lotta e aver tradito la propria anima e lo Spirito. Oltre che un’ingenuità questa è una menzogna distruttiva, un’illusione oltremodo pericolosa.

Il rispondere all’Appello del Mondo spirituale è la via eroica: è la via del coraggio e della consacrazione di sé. Questa consacrazione non può che essere integrale: nel pensare, nel sentire, nel volere. È un atto che richiede molta forza. L’ascesi costruisce in noi la forza che supera i limiti di una “natura” labile e paurosa. Ma occorre amare l’ascesi, amare la concentrazione e la meditazione, donandosi ogni volta ad esse con l’impeto e la dedizione di tutta l’anima.

Il rinnovarsi incessante di questa consacrazione è la fedeltà: fedeltà alla Via del pensiero vivente, fedeltà al Rito della resurrezione del conoscere che si attua ogni volta nell’ascesi individuale solitaria e in quella rituale comune. Il rispondere all’Appello dello Spirito è il coraggio della compromissione con l’Assoluto, è lo slancio d’amore al quale risponde a sua volta il Cielo, donandosi con la sua illimitata generosità.

Massimo Scaligero è stato, per taluni di noi, il Virgilio che ci ha tratto dalla selva selvaggia e dalla diserta piaggia; ci ha indicato il cammino alto e silvestro, percorrendo il quale è possibile passare da uno stato di tramortimento e di morte al risveglio spirituale, ad una vita nova dell’anima. Lungo questo aspro sentiero egli ci è stato esempio vivente di come sia possibile volere, comunque, realizzare lo Spirito, qualunque sia per noi il punto di partenza, inevitabilmente inadeguato. Ci ha insegnato che è necessario vivere vivi e non morti, che occorre vivere nello slancio, nell’impeto, nella dedizione assoluta, lottando con entusiasmo per la realizzazione di un’idea, per un ideale vivente, per un essere, per i quali si può con coraggio vivere, gioire, soffrire, compromettersi, anche morire. Che rinunciare a lottare per lo Spirito significa morire nell’anima; significa, per il più turpe dei motivi, per viltà, sentirsi indegni di vera vita.

Massimo Scaligero ci ha mostrato che alla disciplina interiore, alla concentrazione e alla meditazione possiamo dare tutto di noi, e che ad esse possiamo chiedere, per amore dello Spirito, le più audaci trasformazioni interiori. Questa disciplina interiore, l’ascesi del pensiero è la forza vivificante e la ragion d’essere della comunità spirituale, che non deve essere smarrita, non deve essere attenuata o appannata dalle menzogne fuorvianti – intellettuali o sentimentali – che gli Ostacolatori vorrebbero sostituire alla Verità dello Spirito.

L’ascesi del pensiero, la disciplina della concentrazione e della meditazione, sono la risposta all’Appello del Mondo spirituale. Esse attuano la consacrazione e la trasformazione radicale di sé: per questo sono la via eroica, la via solare, la via del coraggio e della fedeltà, la via dell’Amore.

La Via eroica e la via egoica

Ascesi vera è quella che dà modo al Logos-folgore di percuotere la natura vitale-animale: la quale tende a serbare intatti i propri processi psicofisiologici, in cui è inserita la necessità della Morte. La natura vitale-animale non va fornita di poteri spirituali, bensì trasformata. Questa trasformazione, quando è autentica, è sostanzialmente un processo di distruzione e di riedificazione.
Massimo Scaligero
Il Logos e i Nuovi Misteri, Teseo, Roma 1973, pag. 75.

Bea d

Che cosa significa voler seguire una Via spirituale? Sostanzialmente significa compromettersi totalmente e definitivamente col Mondo Spirituale: un atto di consacrazione di sé all’Assoluto. Significa voler rispondere sinceramente e senza riserve ad un appello del Mondo Spirituale. Appello che mai è stato tanto urgente quanto in questa epoca di oscuramento, di caos e di pericolo.

Che questa sia un’epoca di estremo pericolo è evidente a chiunque voglia vedere veramente, in maniera inattenuata, la situazione e non voglia né illudersi sulla reale portata del pericolo né credere di poter risolvere l’emergenza con mezzi palliativi e consolatori. Occorre, perciò, avere il coraggio di voler vedere le cose come sono, di non sottrarsi alla visione e alla consapevolezza concreta del pericolo.
Ma colui che è stato – almeno per taluni di noi – Maestro di sapienza, di coraggio e di azione interiore, ci ha insegnato che quest’epoca di estremo pericolo è per noi un’epoca oltremodo preziosa, poiché proprio nelle epoche di pericolo il Mondo Spirituale proietta sulla Terra le sue forze più potenti, ed in esse perciò sono anche possibili le realizzazioni spirituali più audaci, difficilmente attuabili in epoche ormai trascorse più a misura dell’uomo spirituale, nelle quali lo spirituale era più immediatamente avvertibile dall’uomo, che perciò era meno stimolato all’iniziativa autonoma e cosciente.

Oggi, invece, la condizione dell’uomo è di estrema fragilità, di estrema labilità e precarietà interiore. In questa condizione di fragilità e precarietà l’uomo si trova sull’orlo del baratro nel quale rischia di precipitare. Di fronte all’uomo si presenta lo spalancato abisso della caduta nel subumano, che rischia di inghiottirlo definitivamente. L’ammonimento salutare è che «l’esperimento uomo potrebbe anche fallire».

L’appello del Mondo Spirituale è l’appello ad affrontare risolutamente le incalzanti forze degli dèi distruttori, a risvegliare la memoria del còmpito eroico che l’uomo si è assunto nel discendere in questo mondo materiale, apparentemente dominato dagli Ostacolatori. Sta unicamente all’uomo raccogliere l’appello e portare fino in fondo la lotta.

In realtà l’uomo è esattamente dove deve essere: il problema, il pericolo, è che non vi è come vi deve essere. Di fronte all’incombente pericolo, egli è in una condizione di stordimento e di fatuità: si muove in esso cercando di sfuggire la consapevolezza della sua tragicità che, pure, nelle profondità di sé, con paura, egli presente. Per cui nel tentativo di evitare il confronto, per lui doloroso, con questa prova che non concede scampo, si dà alla ricerca di surrogati o di narcotici sedativi: sceglie di “giocare”, di “divertirsi”, coinvolgendosi nelle fattualità gioiose o dolorose che il suo esistere quotidiano gli porta incontro. Tenta così di “divergere” dalla mèta a lui destinata, di sostituire qualcosa di “diverso”, di più “umano”, al còmpito al quale deve far fronte, ma che teme. Tuttavia questo “divertimento”, questo “divergere” dalla mèta, porta sempre di piú a conseguenze disastrose. Sempre di più il dolore, la malattia, la morte abbattono le fragili barriere dell’autoillusione, con le quali l’uomo vorrebbe proteggersi, sottraendosi alla lotta.

Anche quando incontra la Via spirituale, vi è continuamente nell’uomo la tentazione di rendere più accettabile, meno faticoso, l’aspro sentiero. Anche nell’incontro con le verità spirituali egli può cercare di evitare il loro potere dirompente nell’anima, di attenuarne la forza che travolge la mediocrità umana, di conciliarle, diluendole, con le esigenze di una natura animale che non ne vuole sapere di trasformarsi. Per cui è facile la tentazione di “aggiustarsi” la Via ad uso e consumo della personalità egoica. Il che, naturalmente, è un tentativo illusorio, destinato in modo salutare e istruttivo, per sua fortuna, a fallire.

Occorre distinguere rigorosamente – questa è la prova cruciale dell’autoconoscenza – che cosa noi chiediamo al Mondo Spirituale, o alla Via Spirituale, e questa è la via egoica, ossia la via comoda con la quale ci illudiamo di poter ridurre lo spirituale alla nostra dimensione umana-troppo umana, e che cosa invece il Mondo Spirituale chiede a noi, e questa è la via eroica, ossia la via scomoda, con la quale decidiamo di esigere da noi stessi di portarci oltre quello che ordinariamente siamo come esseri naturali, cioè come esseri psichici, biologici, istintivi, animali. Scegliere la via eroica è decidere, per attuare la consacrazione di sé e rispondere all’appello del Mondo Spirituale, di superare ciò che ci arresta nel cammino interiore intrapreso.

La scelta tra la via egoica, comoda, e la via eroica, scomoda, è ogni volta la prova interiore della scelta tra la paura e il coraggio, la prova della scelta tra il desiderio dell’oblio, dello stordimento naturale, e la volontà della memoria del còmpito spirituale. Ogni volta è la scelta da rinnovare, perché nello Spirito non si può vivere di rendita sul già fatto, sul moto d’inerzia del passato. Al contrario lo Spirito, ogni volta, è l’atto creatore, inesauribilmente capace di nuova accensione e di slancio per l’Assoluto.

La via egoica è comoda, perché l’identificazione con l’essere naturale porta all’oblio del proprio essere originario, alla paralisi delle forze spirituali, al sonno e al tramortimento nella vita somatica e psichica. In questa condizione di oblio e di sonno ha luogo un continuo atto di tradimento dello Spirito: la memoria del còmpito interiore è smarrita. La via egoica è la via della paura, perché in questa condizione di servaggio animale viene cercato il godimento voluttuoso di questo oscuramento interiore e viene temuto e avversato tutto ciò che può scuotere questo servaggio, dissolvere questo voluttuoso sonno. Come in uno stato d’incantamento e di fascinazione, l’uomo patisce e gode il processo distruttivo del proprio oscuramento.

La via eroica è scomoda, perché esige la volontà e lo sforzo tenace di liberarsi di una ormai antica schiavitù, di riconquistare in forma nuova lo stato primordiale smarrito: è lo sforzo di fare, ogni volta, risorgere e incessantemente attuare la memoria dello Spirito. È questa memoria dello Spirito che scioglie dalla paralisi le impietrate forze interiori, che dissolve il sonno e la paura.

Questo continuo atto della memoria rinnovata diviene il Rito del coraggio e della fedeltà. La via eroica è la via del coraggio perché deve affrontare risolutamente una “natura” sapiente, potente, astuta, tenace, apparentemente inesauribile. È la via del coraggio perché – essendo coscienti che rimanere come siamo significa essere inservibili per lo Spirito – esige una trasformazione radicale di noi stessi.

Finché siamo troppo deboli per trasformarci, finché siamo afferrati senza residui dal risuonare invadente dell’apparire illusorio del mondo nella nostra anima, finché siamo continuamente in balìa dell’ondeggiare degli stati d’animo, finché siamo trascinati e travolti dalle emergenze istintive, c’è ben poco che noi possiamo fare per lo Spirito. Semmai è lo Spirito che deve fare qualcosa per noi.

Attraversando situazioni critiche, molti si avvicinano alla Via spirituale proprio perché ricevono da essa equilibrio, chiarezza interiore, maggiore serenità, rafforzamento della volontà. Ovviamente, tutto ciò è giusto e persino necessario. Ma non è ancora la Via spirituale: è ancora la via egoica.

La via egoica può temporaneamente soddisfare, per taluni, l’esigenza di ritrovare un certo benessere interiore smarrito nelle alterne vicende della vita, ma non spingerà mai il discepolo alla radicale trasformazione di sé. Solleciterà la pratica dell’ascesi e degli esercizi nella misura in cui porteranno un contributo a questo “benessere” interiore, ma li bloccherà inesorabilmente non appena questi cominceranno a scalzare le fondamenta del servaggio alla natura animale. La trasformazione radicale di sé è frutto unicamente di una audace risoluzione, di una decisa volontà di superamento di se stessi e dei propri limiti.

La difficoltà ad affrontare risolutamente questa “natura” astuta e tenace, che ci domina e ci manovra, nasce dal fatto che questa “natura” è all’interno di noi, è identica a noi, è insediata nel nostro intimo, ma noi non la vediamo, non la conosciamo, proprio perché siamo identici ad essa: non siamo gli attivi autori di questo paralizzante atto di identità con lei. Lo subiamo passivamente per lo stato di sonno della coscienza e per l’anemia spirituale del pensare svuotato d’interiore sostanza vitale.

In questa condizione, ad una vita spirituale dell’anima torpida, esangue, approssimativa e perciò debolissima, si contrappone l’arroganza di una forte vitalità biologica e psichica, alla cui potenza di sopraffazione “sembra” non potersi contrapporre nulla di veramente efficace.

Per cui il sentiero della via eroica non può essere che quello del risveglio e del coraggio. Risveglio dallo stato di sonno spirituale e dall’oblio del proprio autentico essere. Coraggio di affrontare l’insorgente “natura” in noi, la sola forza che può dissolverne l’infero e mortifero potere: il pensiero vivente. Ma l’azione di questo pensiero risorto è azione di folgorazione della “natura” inferiore alla quale, normalmente, siamo imponentemente identificati. Per cui la “natura” in noi avverserà la Via del Pensiero, cercherà di attenuarla, di renderla più “umana”, di alterarla in modo che non disturbi l’incontrastato dominio del sonno animale. Cercherà di portare all’abdicazione, ad una mascherata rinuncia rispetto all’impresa e alla mèta. Cercherà di interrompere l’esercizio proprio quando la concentrazione interiore comincerà ad essere efficace e la “natura” in noi avvertirà dolorosamente la pressione imperiosa dello Spirito. Il coraggio è, appunto, insistere laddove la “natura” ci suggerisce di abbandonare.

Il coraggio di procedere nel sentiero spirituale nasce e si alimenta della memoria del còmpito e dell’amore per l’Assoluto. Questa memoria, fedelmente rinnovata e lo slancio sempre riacceso di questo amore incitano a condurre l’esercizio interiore – ogni volta – ad incontrare e ad affrontare il limite che normalmente ci arresta e a tentare di superarlo; ci insegnano la necessità di evitare ogni forma di meccanica ripetitività, di ogni spenta routine abitudinaria, che svuota l’atto interiore della concentrazione della sua vitalità spirituale, e quindi della sua autenticità, della sua sincerità.

Ci è stato insegnato che lo Spirito è ciò che può essere voluto in modo assoluto, e che solo ciò che può essere voluto in modo assoluto è lo Spirito. Che per amore dello Spirito possiamo chiedere illimitatamente alla nostra volontà. Che si può volere oltre i limiti della nostra personale, “umana”, natura. Che per amore dello Spirito si può osare volere oltre i limiti del destino, oltre i limiti del karma. Che la volontà consacrata può tutto.

Chi ci ha indicato la Via chiamava questo volere “il coraggio dell’impossibile”, il coraggio di imaginare e volere oltre il limite che ci arresta, poiché questo limite è soltanto un pensato di fronte al quale smettiamo di pensare, uno stato d’animo oltre il quale non osiamo imaginare e volere.

Intuita la mèta, scorto il sentiero che vi conduce, non ha alcuna importanza quale sia il nostro passato, quanto poco ci sentiamo “degni” della Via, quanti errori, quante sciocchezze, quanti fallimenti e inadeguatezze ingombrino come macerie il sentiero da percorrere. Tutto questo è ancora soltanto un pensato. Invece, è l’atto della nostra libertà non farcene condizionare; malgrado e oltre tutto ciò, volere l’assolutamente nuovo, non abdicare al còmpito di realizzare comunque lo Spirito.

La Via del Pensiero Vivente, che Massimo Scaligero ci ha portato come un prezioso dono del Cielo, non è una via tra le vie, e – al punto in cui oggi si trova l’uomo – non è nemmeno la più alta tra le vie, ma proprio a causa della condizione di urgenza e di pericolo nella quale si trova l’uomo, è l’unica Via, l’unica per lui non illusoria, quella che affronta coraggiosamente e radicalmente il male che colpisce l’uomo e rischia di distruggerlo.

Non è vero che la Via del Pensiero Vivente sia una via incompleta o superata. Al contrario è la via più sicura, quella più veloce, quella più autentica, quella magicamente più potente ed efficace. E ognuno può audacemente dimostrare a se stesso che è anche l’unica sicura, autentica, veramente efficace. Certamente non è amata dalla comodità egoica, la quale può essere tentata di cercare qualcosa di meno disturbante per l’inerzia interiore, che è il giogo degli Ostacolatori, i quali spingono all’abdicazione, alla latitanza, alla diserzione.

Ma proprio per questo la Via del Pensiero è la via eroica, la via del coraggio, la via della fedeltà all’archetipo celeste, la via dell’Amore.

Forum e Blog… Gabbie dorate.

Gabbia dorata

È sempre difficile parlare di quella cosa “fumosa” quale è un gruppo operante su internet. Indipendentemente dalla forma in cui esso si presenti (un blog, un forum, un social network, una mailing list) ci troviamo sempre davanti ad un qualcosa mai completamente compreso, troppo giovane e troppo complesso per la nostra generazione.

Eliminiamo dunque il primo “grande ostacolo” mi riferisco al famosissimo Facebook. Potremmo riempire pagine su pagine parlando del conosciutissimo social, ma c’è chi lo ha già fatto. Io personalmente non intendo nemmeno dilungarmi troppo sull’uso “antroposofico” dello stesso. Diciamo solo che una gestione di un gruppo con argomenti delicati richiede, su questa piattaforma silicea, mezzi di moderazione e di aiuto al reciproco rispetto che Facebook possiede in forma troppo blanda. Quindi il consiglio ultimo è di non usarlo a questo scopo.

Veniamo però ad analizzare un approccio più regolato quale può essere un blog come questo oppure un forum. Siamo sempre di fronte ad un argomento, la Scienza dello Spirito, che si presta a varie mitizzazioni e leggerezze da un lato, e che risulta estremamente complesso in una situazione impersonale e dialettica come questa dall’altro. Bolliamo subito come improponibile la “forma anarchica” che aveva caratterizzato il primo forum di antroposofia italiano e che lo condusse allo sfacelo. Una moderazione di qualche tipo risulta necessaria.

Ma non è la moderazione il fattore di cui voglio parlare in questo articolo ma proprio l’approccio con cui si affronta, da utente, l’agorà virtuale. Spero mi vogliate perdonare se mi arrogo il diritto di rivolgermi a voi, amici miei, e quindi se dalla mia disamina escluderò i numerosi figuri che affollano la rete spacciandosi per la reincarnazione di Steiner ed altri mitomani affini.

Per una persona normale gli approcci possibili sono due. Il primo è quello didattico o di interscambio, che poi è quello che si propone questo blog. Mentre il secondo è un confronto più intimo e diretto con comunicazione di esperienze personali.
Penso che tutti noi abbiamo avuto una bella dose di quest’ultimo, spesso in forma negativa. Però se lo descriviamo in maniera generica indubbiamente esso sembra il migliore.
Molta gente infatti cerca una sorta di banco di prova, di “test area” per verificare i risultati ottenuti con la pratica antroposofica. Il forum/blog viene visto come un luogo di dialogo, seppur virtuale, dove io descrivo i miei progressi e tu descrivi i tuoi. Dal confronto nascerà la conferma del nostro procedere sulla “retta via”.

Ma pensiamoci un attimo: al di la dei problemi che questa comunicazione anonima crea (esagerazione degli eventi, senso di sfida, volontà di emergere) che cosa ci aspettiamo di ottenere? Nella migliore delle ipotesi, quella che non comporti una rissa virtuale (“flame” in termini tecnici), si avrà un gruppo di persone che si scambia pareri in un linguaggio fiorito ricambiandoli rispettivamente di complimenti. A turno poi qualcuno potrà avere dei problemi preventivamente risolti dagli altri in par condicio.

Il sottoscritto non è sicuramente senza peccato, anzi, spesso ho frequentato forum, antroposofici e non, proprio con questo intento. Al di là dei disastrosi risultati che il mio noto temperamento “ruvidino” mi procurava la domanda rimane: Perché?
Perché mi ostinavo a cercare questo assurdo confronto nonostante gli insuccessi? Per dimostrare al mondo che io ero diverso? Alternativo? In parte probabilmente sì, volevo “essere” farmi vedere, forse esibirmi.
Però volevo innanzitutto sentirmi parte di un “qualcosa” cercavo altre individualità che riempissero il vuoto dentro di me e di contro pretendevo di trovare il mio Io negli altri. Scritto così fa molto zen ma, nella realtà dei fatti, era solo una tristissima e sciapa esperienza.
Però non mi pareva tale. Anzi raggiungevo una sorta di appagamento in questo “gruppo” che si veniva a creare. Era una sorta di carboneria, di gioco di ruolo, che mi portava al di la della routine. Senza nessuno sforzo. Il tutto cullando il mio ego in questa gabbia dorata di circuiti al silicio. Menzionare un certo A. serve veramente oppure la sua firma è talmente palese da rendere inutile la cosa?

Trappola semplice quanto subdola perché sono assolutamente convinto che se questo mio scritto venisse letto da qualcuno nelle mie medesime condizioni la sua reazione sarebbe quella di definirmi un poveretto e di darmi tutta la sua comprensione di persona che invece opera nel pieno autoappagamento in un “competente” gruppo antroposofico. Nessuno è disposto a palesare ed abbandonare quelle che sono le sue dipendenze. Le negherà sempre.

Ma a me che è successo? Una cosa strana… ho incontrato delle persone, molte delle quali sono in questo sito, che si comportavano sui forum in maniera diversa. Dicevano cose semplici ma che suonavano incredibilmente vere anche in quel mare di frottole negate. E per di più, lontani dalla tastiera, stavano facendo “qualcosa”. Stavano vivendo l’antroposofia davvero non stavano fingendo di farlo. Non mi chiesi “che ci faccio qui?” davanti a loro ma li seguii cercando di capire cosa era quel nonsocché che mi sfuggiva. Mi illusi di poterli affiancare nel loro percorso ma ben presto capii che era una vana speranza. Se volevo “viaggiare” insieme a loro dovevo iniziare tutto d’accapo. Non c’era scampo.

Avevo quindi due scelte: o ripartivo da zero o continuavo per la mia strada di menzogna. Solo che ora sapevo di mentire.

 

SUL RITUALE MASSONICO

L'asino d'oro 2Non trovo tra le mie corde una che vibri davanti ai rituali esoterici antichi trascinati nel contemporaneo. Sono pressoché tutti svuotati da ciò che diede loro ragione del loro esistere.
Sono gusci vuoti, stanchi e ripetitivi e, se fosse solo questo, sarebbero soltanto relitti incagliati nelle sabbie della battigia. Mi ricordo che quando rimandai indietro le mie tessere antroposofiche, allegai una lunga lettera d’accompagnamento in cui enumeravo i vari punti del mio disaccordo (inutile riferire che nessuno mi rispose). Dopo un certo tempo diedi da leggere una copia ad un anziano gentiluomo, affiliato a *****. Costui, dopo la lettura del mio “J’accuse”, tra tristi sospiri mi disse: “Sono d’accordo con lei: se al termine “antroposofia” sostituisse il nome della mia Associazione sarebbe una perfetta copia di denuncia per i mali di cui noi siamo afflitti”.

E c’è di peggio poiché simboli ed esoteristi non sono proprio eguali a quanto opera tra i bocciofili delle bocciofile. Sogni individuali e medianismi collettivi hanno ben volentieri preso il posto a operazioni assai più difficili, virate al trascendente, perciò trascendenti le paludi in cui sguazza l’egoismo personale. Ed è un fatto sovrasensibile ma addirittura palese e storicamente documentato che grandi movimenti sorti da spirituali realtà si sono persino capovolti divenendo profani fomentatori di interessi mondani della peggiore specie.
L’indirizzo opposto ai contenuti originali è stato chiamato contro-iniziazione, termine di cui Guenon abusa per indicare ciò che non rientra nei suoi parametri, come la teosofia e l’antroposofia, pur mantenendo un occhio di riguardo proprio verso gli “organismi tradizionali” già stravolti o invertiti. Incoerenze della “intellettualità pura”?

Nonostante le immense incongruità del campo, vorrei comunque spezzare una lancia a favore della Massoneria, non per suoi meriti ma per lo sconcio demerito dei suoi avversari. Ho dato una veloce occhiata sul web e, salvo qualche documento formale postato dalle organizzazioni massoniche, c’è un mare di biasimo e d’insulti che possono essere anche giustificati in sé, ma che prescindono sempre dalla conoscenza del soggetto biasimato. Si insulta e disprezza ciò che chi scrive nemmeno s’accorge essere un buio vuoto nel suo mondo di pensieri. Come osservò Pascal, la natura aborre il vuoto…che infatti viene riempito da ideologismi automatici, dal cronachismo giornalistico della P2, dagli interessati apparati cattolici tesi a dipingere tutto nel brodo del satanismo: in parole povere da sconoscenze ed istinti. Qui accennerò a cosa succedeva veramente nella Loggia massonica.

Fatte salve differenze di corrente, il neofita veniva accompagnato dal suo padrino nell’Officina e introdotto in una stanza. Bendato e senza metalli addosso in questo Gabinetto delle riflessioni veniva lasciato a meditare sulla morte profana e la nascita dell’iniziato. Sulla Grande Opera che doveva compiere per trasmutare il mercurio nell’Oro dei Saggi, preparandosi a superare viltà e ostacoli della Via, irta di spine.
Dopo un certo tempo, gli veniva denudata la spalla, il lato sinistro del petto e la gamba destra. Intorno al collo una grossa fune (simbolo della precedente schiavitù) e, sempre bendato, veniva condotto alla porta del Tempio augusto, che si apriva con rumori di catene.
L’iniziando avvertiva la punta di una spada e veniva percosso due volte da un piccolo maglio. Una voce sconosciuta spiegava il senso interiore di tali impressioni.

Poi iniziavano le tre prove: il turbinio dell’aria, il precipitare nel vuoto e l’attraversamento di fiamme. Dopo una purificazione con l’acqua, alcuni sorsi amari dal Calice dell’oblio.
Dopo tutto questo arrivava il giuramento al Sacerdozio della verità, stando inginocchiato, la mano destra sul Vangelo di Giovanni, mentre la sinistra teneva puntato sul cuore la punta di un compasso. Subito dopo venivano tolte le bende dagli occhi (momento della Luce) e si vedevano uomini incappucciati che, con mani guantate di bianco, brandivano spade o stiletti, ora in segno di offesa, ora di difesa (minaccia per il tradimento e difesa per il Fratello fedele).
Il Maestro Venerabile a questo punto bacia l’iniziato (osculum fraternitatis) che lega per sempre in una catena spirituale d’amore tutti i Liberi Muratori operanti nel mondo.
Al nuovo fratello veniva legata alla vita un gembiule di pelle bianco, simbolo del successivo lavoro incessante e offerti due paia di guanti bianchi, con l’obbligo di offrirne uno alla donna più stimata dall’iniziato.
Aggiungo che nel tempio, ancora bendato, il discepolo veniva collocato tra le due colonne J e B.

Dopo il Rito iniziava il viaggio dall’Occidente (mondo profano) all’Oriente (regno del trascendente): superare la Soglia, vincere il Serpente Astrale diventava il compito dei pochi che giungevano a mirare l’Iside senza veli.

Rappresentazioni teatrali? Sì e no. Erano impressioni assai forti che si imprimevano come sigilli nel corpo eterico e modificavano la struttura dell’astrale. Come già Apuleio adombrava nel suo “Asino d’oro”.
Ricordiamoci anche che il termine “iniziato” rispondeva alla sua origine filologica (initium).

RASTI

TECNICHE IMMAGINATIVE

Molti decenni di studi e di esperienze trasformano tanti particolari del quadro generale. I motivi sono tanti e confesso che mi sarebbe impossibile metterli in riga e nelle righe di documentazione scritta, non tanto per il loro carattere individuale – so distinguere quello che è propriamente mio da quel poco che appartiene a processi obbiettivi – ma per la loro stessa natura che è viva e fluente.

Le “definizioni” anche quando sono abbastanza corrette, raramente riescono a contenere la luce dell’idea ed il calore dell’esperienza: ciò vale per la vita e con quanta maggiore cura dovrebbe valere per tutto quello che può riguardare un lavoro interiore teso al trascendimento dell’ordinaria condizione dell’entità umana in quanto legata (tramortita) dalla/nella esperienza fisico-sensoriale.

Il Dottore stesso avvertiva questo pericolo, “condannando” discepoli e ricercatori attraverso continue modificazioni di immagine e di concetto intorno ai risultati delle sue indagini, affinché ogni cosa venisse ripensata a nuovo per una costante modifica dei punti d’osservazione.

E’ in fondo quello che facciamo noi stessi nel mondo fisico-sensibile quando si vuole veramente giungere ad una più completa visione di qualcosa. Se voglio farmi una rappresentazione congrua e soddisfacente di un albero, non mi fermo alla prima occhiata ma ci giro intorno, osservo le radici che sprofondano nel terreno, l’aspetto del tronco, e più su i rami e le foglie e la forma di queste, poi l’ambiente in cui è cresciuto e altre cose ancora.

Già tanti uomini s’accontentano del primo apparire e non cercano l’osservazione completa e l’osservazione accurata: qui il grado di passività è già molto alto ma se con l’identico animo ci si dirige verso i luoghi dell’anima cosa mai può succedere? Nulla può succedere, ossia si guarda il nulla. Eppure non è la medesima cosa che guardare distrattamente un albero: quest’ultimo prosegue la sua vita seguendo le proprie leggi e il non-osservatore prosegue la sua.

Guardare nella propria anima è cosa diversa: se l’attenzione si consuma come un fiammifero nella curiosità passeggera, non lascia tracce, ma quando ciò diviene una abitudine sarebbe saggio ricordare l’ammonimento di Nietzsche “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”.

Questo perché il “nulla dell’anima” è una superficie gelosa dei suoi segreti più profondi o strati in cui vivono (e prosperano) moltitudini di esseri, a loro modo consapevoli.

Oggi molto è affiorato, mentre l’uomo ha perduto la conoscenza del subumano che, per tale disattenzione si è insinuato persino nel sentimento e nell’intelligenza: l’esoterismo svuotato dal proprio contenuto spirituale è in gran parte scivolato nelle forme approntate dai demoni e la linea di difesa della religione, già erosa dal tempo, viene scardinata da dentro e da fuori. Secondo il Dharma dei tempi ciò che conteneva il vero è divenuto ricettacolo delle menzogne più venefiche. Ciò vale indistintamente per logge, chiese e anime.

Allora? O non c’è più niente di possibile o il lavoro interiore individuale, determinato dall’io immanente su volute modificazioni nuove e del tutto diverse rispetto al ordinario comportamento delle forze dell’anima, in quanto sperimentabili dalla coscienza, sembra rimanere l’unica (forse disperata) strada che appaia percorribile. (contro tale – autonoma – possibilità tutti i tradizionalisti ed i chierici perdono l’intera vita per dimostrarne la palese (?) aberrazione: incapaci però di autovalutazione per le proprie condizioni di relitti abbandonati a marcire su spiagge infeconde).

Il problema è antropologico: tutti, ai nostri giorni, fondano le proprie convinzioni sul proprio “io”, ma evitando, con contraddittoria insensatezza, di prendere in seria considerazione quale sia davvero la realtà di tale fondamento – base del mondo umano – e continuamente eluso (vedasi il primo capitolo della Logica contro l’uomo: Il problema a cui si sfugge).

Infatti tutti gli “esercizi” che ricerca e destino ha portato sotto il nostro sguardo hanno in comune la solida e continua presenza consapevole dell’io, presenza non fissata una volta per tutte ma faticosamente voluta momento dopo momento lungo ogni punto della disciplina interiore.

Si guardi la cosa da ogni parte ma credo che eventuali obiezioni siano soltanto astratte: l’autocoscienza desta è ciò a cui bisogna giungere come fondamento su cui si giustificano le ulteriori azioni dell’anima. E non è per nulla vero che “l’autocoscienza desta” sia cosa comune a tutti.

E’ importante che sia questa autocoscienza e non “altro da sé” quello che viene chiamato a sorreggere tutto quello che potrebbe venire poi. Ciò non è scontato poiché sembra fin troppo spesso che l’uomo abbia serie difficoltà (timore, paura, inerzia?) a rendersi conto di essere se stesso, quale io, il centro da cui partire verso tutte le manifestazioni possibili.

Come chi ha avuto esperienza sportiva è ben conscio che i piedi devono pigiare completamente il terreno, senza sbilanciamenti, solidamente, come le radici stanno al tronco.

Questo non è “morale”, non è “virtuoso”: è solo una condizione necessaria, interiore sì, ma affine a quanto è indispensabile nel mondo sensibile, nello sport.

Ma poi, per alzarsi da terra è inutile tirarsi per i capelli (il famoso codino di Münchausen, citato spesso da Steiner): va trovato qualcosa di speciale. L’unico fenomeno che in noi è davvero speciale  poiché appartenente ad una doppia natura è il pensare: esso viene a noi da fuori di ogni nostra categoria, né dal corpo né dall’anima (astrale), sebbene usi temporaneamente tali mediazioni: non è un prodotto della nostra personalità e anzi può contrastarla ma al contempo esige da noi l’attività più nostra per prodursi.

Indipendentemente da ogni (dottrina) metafisica, il fenomeno del pensiero è il primo organo del nostro fondamento e al pari del”io” è ignorato ed eluso.

Anche se dalla sua attività attingiamo visione, conoscenza e sapere: per suo mezzo afferriamo il mondo e noi stessi: per suo mezzo apprendiamo leggi, sistemi; con lui anatomizziamo persino i Padri celesti!

Senza di esso non potremmo riconoscere nemmeno uno spillo e tanto meno la sua funzione.

Certo,saremmo, ma non sapremmo nemmeno di essere (e la patologia lo dimostra ampiamente).

Eppure, quando si accenna alla priorità del pensiero rispetto ai molti e vaghi sommovimenti dell’anima, sembra quasi che moltissimi fucili (animici) vengano caricati pronti a sparare.

In buona misura la colpa, se c’è, non può essere che nostra. E’ davvero difficile parlare di un percorso conoscitivo che, nella norma, è lungo, difficile e che sebbene obbiettivo nella sostanza, risente della colorazione diversa di ognuno di noi.

C’è un mio carissimo amico che non è d’accordo con me: lui dice che semplicemente le persone hanno paura quando si mostra loro che è possibile passare passare dal sapere all’azione (questa è la mia traduzione di termini più netti e un tantino volgari).

Però in una cosa sono d’accordo con lui: in un’epoca di menzogna elevata a “status” ordinario e  dignitoso, in cui di conseguenza si preferisce quasi voluttuosamente la mera apparenza (interiore ed esteriore), persino termini sensati e legittimi – se si ritorna cinquant’anni addietro – come la parola “atteggiamento”, ora dovrebbero venire sostituiti con termini che mancano, che ancora non esistono.

Il mio pensiero va a quella monografia che trovate all’inizio del primo volume di Ur, firmata da “Leo” dove per “atteggiamenti” l’autore intende la realizzazione di quelle condizioni magico-sovrasensibili che sono il risultato della meditazione sull’Aria e sul Calore. Esse, non a caso, date come un secondo gradino dopo le meditazioni sull’entità cosmica dell’uomo, descritte in sintesi in Barriere, riassumono in sé i risultati della “preparazione” che comprende pure i 5 esercizi ausiliari.

Operazione più potente, più diretta, più…difficile. Ma, come tante altre cose, non impossibile.

Poiché, in effetti, molte sono le possibilità operative che ci sono state date. Forse latita il coraggio di usarle…

Nell’Opera del Dottore, se non ci si fa inghiottire dalla marea delle conferenze pubblicate, la “primogenitura” del pensare è ampiamente esposta e dimostrata nei testi epistemologici nei quali occorre però conquistarsi anche le singole righe. E per le teste dure è persino sottolineata nelle aggiunte alle edizioni del 1918: non sarò io a ripeterle, confidando in letture complete e svolte con onestà di ricerca.

Inoltre, quello che sembra insormontabilmente incomprensibile, è (può essere) chiarito in intelletto e azione con il contributo di chi ha afferrato in sintesi sperimentata la linfa viva della Scienza dello Spirito: con una fatica aggiunta che premia il ricercatore. Alludo a testi come Il Trattato delPensiero Vivente di Massimo Scaligero. Cose che andrebbero pensate e studiate con grande attenzione: mai solo lette.

Prima di terminare vorrei riprendere il discorso sugli esercizi indicati nelle precedenti righe:Sapete, valgono la pena.

La disciplina dell’immaginazione dell’Aria libera completamente l’anima da tutte le sue incrostazioni: è come se un peccatore, nell’anima e nel corpo, dolorosamente sensibile e sofferente per i peccati commessi ed i difetti acquisiti si sentisse di colpo liberato da tutto ciò. In un attimo, liberato dal gravame sedimentato e rappreso: dalla paraplegia al libero movimento!

Non è una condizione “psicologica” ma una ripulita che attraversa l’anima e il corpo. Si sente che persino il respiro fisico è mutato o addirittura capovolto. Ma, come ho detto, è una liberazione che attraversa tutto, anche le cellule del corpo.

L’inizio è semplice: tranquillamente seduti in assetto meditativo, basta evocare una esperienza personale (avvenuta ovviamente nel mondo sensibile) in cui si sia avvertita qualche caratteristica che appartiene all’aria, come il soffio del vento sulla nostra pelle. Poi, dal ricordo di una altezza montana (sono solo esempi), l’immensità senza limiti dell’aria che sovrasta valli e monti, poi ancora il suo essere invisibile e inafferrabile, il suo moto continuo, il suo urlo ed il suo silenzio, la sua onnipervadenza; se si vive sempre in città si può rievocare il nitore azzurrino che sovrasta le alte case, i rumori delle strade ed il sentire degli uomini che lascia le sue scie preoccupate, cupe. Anche in questi casi, le parole non vanno usate e non è nemmeno importante la qualità delle immagini. Né deve preoccuparci la possibile durata e la quantità delle visioni evocate.

Questo è vero in prima battuta: simile al pensiero, anche le immagini possono essere ordinariamente smorte e talvolta vive. Le immagini vive producono immediatamente tutti gli effetti della meditazione.

L’unica contro-indicazione sta nella coscienza di chi immagina: è necessaria una volontà in qualche modo duttile: decisa ma non rigida. La rigidezza volitiva contrasta l’immaginare. Però è anche vero che l’immaginare ha in sé due potenziali pericoli: sono connessi: uno è che le immagini possono dominare la coscienza, subordinarla. Connesso a ciò, la coscienza subordinata scivola facilmente verso un grado di sé inferiore alla destità di veglia. Si scivola verso il sogno. E’ insomma la vecchia storia: o si domina o si è dominati.

La costante pratica della concentrazione è, indirettamente, la principale medicina per evitare il malanno. Ad ogni buon conto, se qualcosa di passivo inizia ad insinuarsi nella coscienza, si chiuda velocemente l’esercizio.  

E’ importante che, con santa pazienza, inizi a sorgere, a lato delle immagini evocate, un qualcosa senza nome che malamente potremmo chiamare “sensibilità” o “senso” che in qualche modo sorge dalle diverse impressioni. Se l’anima si rende capace di silenzio, non è difficile cogliere una nota in più accanto alle cose percepite.

L’esercizio andrebbe svolto non necessariamente ogni giorno ma con regolarità, ad esempio, ogni due giorni e potrebbe durare più a lungo rispetto ad una breve ed intensa concentrazione.

Senza alcuna fretta, senza tensioni, in interiore silenzio: vedrete che ad un certo momento ci sarà qualcosa di interiore sconosciuto accanto all’immagine contemplata (“accanto” è un modo di dire: può sorgere come proveniente dallo spazio generale o dalla regione del cuore o persino dalla superficie della pelle.

Del secondo esercizio, quello del calore, che credo generalmente un po’ più difficile, ripeto solo le parole di “Leo”: è un’emozione attiva. Si crea con questo uno stato fondamentale per tutti gli esercizi meditativi che possiate poi praticare: è quasi un’esperienza mistica priva di… misticismi. Se fattibile, è di enorme importanza: accende il centro della Vita.

E’ letteralmente vero quanto fa scrivere Leo: se per mezzo secondo si ottiene il senso del calore, esso scende immediatamente dalla testa al cuore: la testa non può contenerlo. Esso è un quantum di bagliore-calore (un’esplosione) che deve immediatamente affrancarsi dall’organo cerebrale.

L’anima comprende, una volta per tutte, la totale differenza che passa tra la pratica di una disciplina e quello che si manifesta quando essa, estinto il suo scopo, cede il passo alla condizione che si realizza.

Qui si ha tutto quello che il mistico cercava, ma la coscienza desta non si obnubila: rimane silenziosa, distaccata e “fredda”.

Questi due esercizi rispondono ad un’opera sostanziale: separano il sottile dal denso, cioè liberano lo sperimentatore dal vincolo corporeo: impresa già grandiosa che sottintende una acquisita capacità di concentrazione. In ciò ognuno dovrebbe regolarsi da sé. Con equilibrio ma anche con una certa, audace, presenza di spirito.

Magari senza attendere, per eccesso di prudenza, il prossimo millennio.

Occorre spregiudicatezza: qualcuno potrebbe farli anche poco tempo dopo una minima pratica nella concentrazione. Altri, seguendo strade diverse, non li faranno mai.

L'uomo si racconta

Cari amici,

dato che, di quando in quando, amo immergermi nei contenuti magici dei miti, delle saghe e delle fiabe, ho cercato di approfondire un po’ questi concetti, mettendoli anche in relazione all’evoluzione dell’essere umano.

Come ogni bambino cresce e si sviluppa per tappe successive, così l’umanità nel suo crescere si è raccontata in forme sempre diverse, a secondo delle sue capacità e del suo livello di coscienza, in questa storia infinita che è la storia dell’Uomo.

I quattro gradini fondamentali dell’evoluzione dell’arte narrativa sono: il mito, la saga, la fiaba, la storia.

Queste quattro forme esprimono quattro fasi dell’evoluzione dell’umanità, intesa quale processo di individualizzazione dell’essere umano e di progressiva conquista della libertà.

Il mondo della mitologia è sconfinato e infinitamente appassionante. L’essere umano, all’inizio del suo percorso sulla Terra, è inserito in una realtà spirituale – animica – corporea comune. Agiscono in lui esseri spirituali, parla il lui l’anima di gruppo umana, e opera in lui la natura, il sangue. La prima fase evolutiva è quella in cui l’essere umano è ancora immerso nel divino, ancora del tutto non autonomo: è il tempo del mito, la cui caratteristica è quella di porre al centro una figura divina. Il mito è una narrazione che gravita attorno all’opera di esseri divini, dei   in perenne competizione tra di loro o in lotta con divinità infere, e che interferiscono grandemente nella vita e nel destino degli uomini.

L’essere umano deve ancora nascere come coscienza individuale, è custodito nel grembo divino che gli dà vita, vive ancora nel “paradiso” della divinità.

Il secondo gradino viene narrato dalle saghe che pongono al centro non più gli dei, ma  semidei o  eroi. Il concetto di semidio va compreso in rapporto all’evoluzione umana. L’essere umano, a uno stadio ben definito della propria evoluzione, comincia a distaccarsi dalla matrice universale divina per diventare autonomo. E’ soltanto un inizio, però vige già un’interazione tra la conduzione divina ed il primo apparire dell’autonomia umana. Non c’è modo migliore per descrivere questa fase che dire: l’essere umano è, a questo stadio evolutivo, un “semidio”. Si racconta che uno dei genitori è un dio, l’altro è già un essere umano. Realtà e fantasia si confondono, l’elemento magico è ovunque presente, il gusto del grandioso e dell’incredibile percorre tutta questa letteratura. I semidei sono i grandi eroi dell’umanità, sono i fondatori di religioni, i promotori di nuove culture e di nuove comunità sociali

La terza grande fase dell’evoluzione si esprime nella forma narrativa della fiaba. Le vere fiabe dell’umanità raccontano, tutte, esperienze specificamente umane. La fiaba è sorta dunque più tardi, quando gli esseri umani cominciarono ad occuparsi maggiormente di se stessi.

La vera fiaba, però, parla ad un essere umano che ha ancora coscienza di vivere in un mondo di esseri e realtà spirituali e di non appartenere soltanto alla realtà fisica.

Col sopravvenire del materialismo moderno si persero di vista gli dei, sparirono i semidei e gli eroi, e si perse ogni capacità di creare fiabe vere e proprie. Le fiabe “ moderne” vengono create dalla fantasia arbitraria, per la quale può andare bene tutto, persino raccontare storie umane interpretate da animali!  Le fiabe antiche invece conoscevano solo la veracità, esprimevano esperienze umane oggettive fatte in mondi spirituali, che non erano meno veri e reali del mondo fisico. Ad esempio , le fiabe classiche, raccolte dai fratelli Grimm, non hanno nulla di arbitrario: sono state percepite nella loro oggettività grazie ad un’immaginazione spirituale. I primi creatori di fiabe  raccontavano fedelmente ciò che avevano visto o vissuto nei mondi spirituali. Per questo lo sforzo di interpretarle non è facile per l’uomo d’oggi che ha perso quasi totalmente il senso per lo spirituale.

L’umanità degli ultimi secoli, orientandosi unicamente verso il mondo fisico, ha creato la forma narrativa della storia vera e propria – che sfocia poi sempre più nella cronaca – .

Da un lato ci si dà all’osservazione dei fatti e degli eventi che, essendo considerati solo fisici, vengono riconosciuti come oggettivi solo in quanto esteriormente documentabili. Dall’altro lato è sorta una fantasia del tutto arbitraria, senza alcun ancoraggio nella realtà vera, e che produce, in massima parte, romanzi o racconti che, quando va bene, sono solo passatempo.

Si potrebbe vedere tutta al negativo questa discesa dell’uomo, sempre più giù verso la materialità, ma non è così. Questa discesa era la via da percorrere, per arrivare alla possibilità di autonomia, di individualizzazione e di libertà.

L’evoluzione non improvvisa!

I gradini necessari all’evoluzione sono stati concepiti tutti fin dall’inizio di questo “ Progetto Uomo”. E non è cosa da poco sentirsi avvolti da una saggezza eterna che abbraccia l’inizio e la fine del tempo.  All’uomo resta il compito di capirli, questi stadi, o di non capirli, di attuarli o di ometterli.  Ma che l’essere umano abbia la possibilità di diventare libero e autonomo, è stato da sempre previsto e voluto.

Ad un certo punto dell’evoluzione, gli dei, i semidei e gli eroi, hanno dovuto ritirarsi….. per lasciare il posto all’uomo ormai cresciuto.

Ci si può chiedere: “Forse anche l’uomo, un giorno, potrà venir superato da qualche essere più forte e più dotato di lui?”

A questa domanda, se attraverso la scienza dello spirito si è un pò compreso chi è l’essere umano, si può rispondere con certezza in senso negativo, perchè lo spirito individuale non è a sua volta uno stadio intermedio, esso è la meta complessiva di tutto il divenire umano e come tale non può essere in vista di qualcos’altro.

L’Uomo è uno spirito potenziabile all’infinito, ma mai superabile! E’ un essere sulla via della libertà e quindi sempre più chiamato alla scelta e alla responsabilità personale.

Per lo spirito umano, però, era anche stato previsto, che il conseguimento del suo supremo stadio evolutivo gli sarebbe costato molto…. moltissimo…..

Sì, anche questo era previsto!